Archivio Mensile: gennaio 2008

Caso Patricia Troncoso e diritti umani in Cile. Il peso della dittatura nel governo della Concertazione e nelle Leggi Antiterrorismo

Di Litta Soto e Fabrizio Lorusso da: http://www.carmillaonline.com/archives/2008/01/002520.html

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***Articolo di Litta Soto Villagrán

Traduzione all’italiano e ampliamento di Fabrizio Lorusso***

*Una vez perdido el honor, sin tierra, ya no queda nada…

Una volta perduto l’onore, senza terra, non resta più nulla…*

In Cile lo sciopero della fame è diventato uno dei mezzi più utilizzati come atto di protesta e opposizione contro le ingiustizie politiche, lavorative e umanitarie. In questo senso, i mapuche, discendenti delle popolazioni originarie che abitavano l’attuale territorio cileno prima della conquista spagnola, sono dovuti ricorrere a questo tipo di azione politica estrema come risposta alle misure che i diversi governi della Concertazione, l’unione di “centro sinistra” tra i democristiani e i socialisti che governa il Cile dal 1990 e la cui presidenta attuale è Michelle Bachelet, hanno implementato riguardo a quella che erroneamente si è venuta a chiamare la “questione mapuche”. Le diverse azioni di protesta cominciano senza dubbio con il processo di deportazione e separazione delle differenti comunità indigene nel periodo dittatoriale di Augusto Pinochet Ugarte (1973 – 1989). Ciononostante, la politica verso gli indigeni portata avanti dallo Stato cileno dall’epoca dell’indipendenza all’inizio del secolo XIX è stata fondamentalmente caratterizzata dalla volontà di assimilare in qualunque modo possibile le popolazioni autoctone.

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Già dal diciannovesimo secolo, lo Stato favorì la realizzazione di aste pubbliche delle estensioni territoriali più grandi storicamente abitate dai mapuche, soprattutto negli anni 1873 e 1874. In quel caso, vennero svenduti lotti o parcelle di terra di 100, 200 e 400 ettari, con la proibizione, solo formale, che una persona potesse acquisire più di 2000 ettari totali. Ciononostante, alcuni latifondisti e speculatori riuscirono ad aggirare questo divieto grazie a dei prestanome con cui fecero incetta di terreni. Anche se la stessa legislazione vietava la vendita dei terreni usciti dalla divisione delle comunità per un periodo di vent’anni dal momento della formalizzazione dell’alienazione, non vennero impedite altre forme di sfruttamento come l’affitto per 99 anni che, di fatto, era una violazione dei criteri stabiliti dalla legge (1). La situazione in seguito non migliorò.

Il cruento colpo di Stato dell’undici settembre 1973 e l’adozione delle politiche economiche neo-liberiste ha segnato una chiara regressione nel riconoscimento dei diritti degli autoctoni. E’ stato il periodo più duro per le comunità che hanno visto la loro progressiva liquidazione e integrazione forzata. Dal punto di vista legale, gli indigeni sono spariti dal territorio e dal sistema nazionale grazie ai ben noti Decreti Legge 2.568 e 2.750. Malgrado il carattere oggettivamente pericoloso e discriminatorio di tali misure, molti membri delle comunità rurali si sono rassegnati alla consegna e svendita dei titoli rappresentativi della proprietà individuale della terra. Questa forma di cooptazione non ha comunque risolto il problema relativo alle modalità con cui gli indigeni percepiscono e controllano le iniziative provenienti dallo Stato wingka (=invasore in lingua mapuche) (2).

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 E’ così che il 28 maggio 1979 viene emanato il Decreto Legge No  2.568 sulla “Divisione delle Comunità Indigene” e, nonostante il profondo rifiuto della popolazione autoctona, la sua promulgazione e messa in atto si realizzò senza la minima considerazione di questa minoranza. La legge permette ad ogni individuo di una comunità di ottenere formalmente l’assegnazione di titoli individuali di possesso e usufrutto di appezzamenti anche dentro a una riserva territoriale che era comunitaria e di proprietà degli indigeni. In pratica, il Decreto sancisce che, dalla data in cui entra in vigore, i piccoli terreni o parcelle risultanti dalla divisione delle riserve finiranno di essere considerate come terre indigene e i loro padroni perderanno lo status di “membro della comunità indigena o abitate indigeno”. Inoltre, lo Stato iniziò ad alienare le terre distribuite dalla riforma agraria, voluta dal Presidente Salvador Allende all’inizio degli anni settanta per difendere le proprietà indigene e proteggere la loro cultura, a imprese forestali che, in seguito, avrebbero piantato in massa degli alberi di pino, prodotto commercializzabile e redditizio a sua volta protetto dallo Stato attraverso il Decreto Legge 701/1974 sul Fomento Forestale (3).

Più tardi, queste aziende furono assorbite da grandi gruppi imprenditoriali e si trovano attualmente ad operare nelle aree forestali delle regioni VIII, IX e X in cui esistono gravi conflitti ecologici e sociali tra le comunità indigene e le imprese (4).

Melodia mapuche

L’eredità storica e la tradizione repressiva nei confronti di queste popolazioni, insieme all’implementazione delle citate leggi, hanno generato forti critiche da parte delle organizzazioni indigene e contadine cilene, della Chiesa e delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani presenti nel paese e questo s’è tradotto in diverse forme di resistenza. Attualmente, l’attivista mapuche Patricia Troncoso sta scontando una pesante sentenza di 10 anni e 1 giorno, in base alle Leggi Antiterroriste ereditate dal regime e applicate all’occorrenza contro alcuni nemici politici. La condanna è stata inflitta a lei ed altri 4 indigeni per l’incendio del terreno privato “Poluco Podenco” avvenuto durante i movimenti di protesta del dicembre 2001. Dalla prigione della città di Victoria, la detenuta politica sta protestando contro le condizioni fortemente punitive e repressive della legislazione antiterrorista cilena e dal 12 ottobre 2007 è entrata in uno sciopero della fame che ha prodotto diverse reazioni nella società civile e negli apparati statali. Una di queste è stata la risposta, negativa, che ha dato il potere Esecutivo riguardo al caso di Patricia e alle possibilità di un intervento umanitario diretto in suo favore. Il Governo ha ribadito l’indipendenza del potere giudiziario cileno e la sua competenza in merito che già s’è esaurita in tutti i livelli di giudizio confermando la sentenza punitiva. Malgrado tutto, la Corte Interamericana dei Diritti Umani ha richiesto allo Stato cileno l’informazione legata al caso e alle preoccupanti condizioni di salute attuali dell’attivista.

 In tema di rispetto dei diritti umani e del lavoro, è doveroso, infine, sottolineare come il Cile non abbia ancora aderito alla Convenzione 169 della OIT (Organizacion Internacional del Trabajo), fatto che ha originato numerose polemiche interne visto che questo accordo permetterebbe il riconoscimento dei popoli originari, indigeni e delle tribù come sovrani su un territorio che potrebbe addirittura erigersi a Stato indipendente (5).

Concludiamo l’articolo invitando alla lettura delle ultime sul caso Troncoso (http://www.univision.com/contentroot/wirefeeds/50noticias/7379433.html ) e all’ascolto delle dichiarazioni di Patricia Troncoso:

 

(http://www.flickr.com/photos/73942470@N00/241289465 )

NOTE

Litta Soto ? E’ giornalista e ricercatrice cilena, Master in Studi Latinoamericani e dottoranda della UNAM, Città del Messico

Fabrzio Lorusso ? E’ accademico e giornalista italiano, Master e Dottorato in Studi Latinoamericani alla UNAM, Messico. http://fabriziolorusso.wordpress.com   

(1) Per riconosciuti studiosi come Aylwin e Castillo, la “nuova forma di proprietà della terra imposta dalla legge, oltre ad essere contraria ai costumi ed usi mapuche, viene a impedire decisamente la loro sussistenza economica e culturale. Nei fatti, il processo di separazione attuato dalle norme cilene non ha rispettato gli spazi comuni che per secoli erano esistiti nella terra indigena, come quelli destinati alle cerimonie religiose o al riposo dei defunti”.

(2) Conviene inoltre far notare che la prospettiva antropologica (cioè quella che parte dalla categorie, interpretazioni e strategie proprie degli indigeni) risulta assente dalla maggior parte degli studi sociali e giuridici che trattano la natura e gli impatti delle politiche “indigeniste”.

(3) Un’altra modalità di espulsione degli indigeni è avvenuta con la colonizzazione straniera a partire dal 1874 ed è continuata fino al periodo della dittatura militare in cui s’è rinforzata. Il Governo ha sviluppato un sistema di reclutamento degli emigranti da mandare in Cile e ha promulgato leggi che favorivano le operazioni di compagnie private di colonizzazione. La legge del 4 agosto 1874 sui colonizzatori stranieri favoriva gli immigranti europei con terreni gratuiti, tolti ai popoli indigeni del sud del Cile, e il pagamento del biglietto dal porto d’origine alla colonia cilena.

(http://www.atinachile.cl/content/view/116455/UnaSugerenciaalMinistroSecretarioGeneralde_Gobierno.html )

(4) Documento sulle politiche territoriali della CONADI (entità governativa per lo sviluppo indigeno http://www.conadi.cl ).

(5) Ringrazio Litta, amica e compagna di Dottorato, per l’invio e il lavoro svolto con questo report dal Cile con la speranza che si possa diffondere al massimo l’informazione anche in Italia.


 

Che lavoro farò da grande. Giornalista o cantante di musica popolare? Incursione nel Messico della violenza diffusa

Il funerale del cantante messicano Sergio Gomez, volto noto del gruppo K-Paz de la Sierra , tenutosi il 9 dicembre scorso a Indianapolis, si unisce agli oltre 2600 celebrati negli ultimi 12 mesi per seppellire le vittime di morti violente in un Messico, la maggior parte per motivi legati al narcotraffico. Il 97% di questi delitti è rimasto impunito e non sembra che si possano intravedere delle luci in fondo al tunnel d’impunità e lentezza in cui sono incagliati le procure nazionali, quelle statali e gli organi di giustizia in generale . Purtroppo i dati che testimoniano la violenza estrema della società e i casi irrisolti rappresentano una caratteristica ormai comune a tutti i paesi dell’area latinoamericana, specialmente El Salvador, Honduras e Colombia dove, per citare un esempio drammatico, basta considerare una sola città, Cali, per avere lo stesso numero di omicidi che registra tutto il Messico, circa 2400 solo nel corso del 2007 .

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Nell’ultima settimana, sono stati tre gli artisti messicani uccisi da scariche di pallottole e, per il momento, sembrano ignoti i moventi precisi degli omicidi. Josè Luis Equino, trombettista del gruppo “Los Conde”, è stato trovato morto in un fiume dello Stato di Oaxaca; Zayda Peña, cantante della banda “Zayda y Los Culpables”, è stata raggiunta da colpi di pistola in un motel di Matamoros e poi finita mentre era all’ospedale; infine, Sergio Gomez, il più famoso a livello nazionale e negli Stati Uniti, è stato sequestrato da alcuni uomini armati che l’hanno torturato e ucciso nello stato di Michoacan, nel centro del paese. L’anno scorso morì un altro idolo delle masse, Valentin Elizalde, alias El Gallo de Oro, che venne raggiunto insieme al suo manager da un gruppo di sicari dopo un concerto a Renosa, città di frontiera con gli Stati Uniti. Tornando ancora un po’ più indietro, nel 1995, un’altra morte per molti versi oscura ha fatto entrare nel mito la cantante di cumbia – pop Selena, vittima in Texas della ex – presidentessa del suo stesso fan club, probabilmente per motivi passionali.

La ondata di violenza che sta colpendo il mondo dei gruppi messicani ha suscitato numerosi commenti ed ipotesi circa le possibili implicazioni dei loro membri in affari illeciti collegati, più o meno direttamente, ai potenti cartelli del narcotraffico che, come la maggior parte di questi artisti, hanno le loro radici e il loro pubblico nel nord del Messico. Si dà adito all’idea semplificatrice che dietro agli omicidi di questi personaggi pubblici, amati e seguiti dalla gente, ci siano i sicari dei narcotrafficanti che vogliono offrire punizioni esemplari ribadendo che “non esiste immunità” possibile per le loro vendette nemmeno per i cantanti.

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Nonostante in alcuni casi possa essere esistita una qualche connessione tra la scena musicale popolare e il mondo del narco, è probabile che i motivi di questa violenza “normalizzata” siano più profondi e radicati nella stessa società, nei suoi costumi e nella diffusione di modelli comportamentali basati sulla violenza, il machismo, le armi, la cultura dell’eccesso, dell’alcol e, infine, dell’impunità quasi sicura. Sono gli stessi motivi che lasciano presupporre una responsabilità importante da parte delle istituzioni politiche e giudiziarie nel costante proliferare delle mattanze di donne a Ciudad Juarez e nella relativa tolleranza che si concede agli uomini rei di delitti contro le loro stesse mogli, figlie e vicine, in un ambiente dominato dalla corruzione e la connivenza delle autorità con i boss mafiosi della regione .

Un altro fattore che supporta questa tesi è l’eterogeneità delle vittime che sembrano avere in comune la professione di musicisti ma che non conformano un movimento musicale e culturale compatto, anzi, si distinguono nettamente tra di loro tanto per il successo che ottengono quanto per il genere di cui sono i portatori. Infatti, è necessario distinguere tra il genere del “corrido” o “narco-corrido”, che sviluppa temi legati all’illegalità e al mondo del traffico di droga, dalla musica grupera in generale, la quale canta temi festaioli e d’amore invitando al ballo di coppia con il tipico movimento detto paso duranguense. A questo ambiente, in particolare, appartengono le vittime degli omicidi “eccellenti” degli ultimi mesi e sembra che non vi fossero relazioni né tra di loro né con alcun gruppo di narcotrafficanti o mafiosi.

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L’allarmismo creato da alcuni mezzi di stampa e televisione ha portato alla cancellazione di concerti e ha accresciuto il mito della maledizione delle band messicane che, invece, costituiscono semplicemente un bersaglio facile e riconoscibile, come altri (ad esempio i giornalisti), di una violenza diffusa capace di esplodere dovunque vi siano grilletti facili, fiumi d’alcol, omertà, conflitti repressi e assenza istituzionale. Como citavo poco sopra, anche quella del giornalista sembra essere una professione a rischio in Messico e, in questo caso, è stata riscontrata una responsabilità diretta dei cartelli del narcotraffico: dal 2000 al 2007 l’ONG Giornalisti senza Frontiere ha contato 24 omicidi di giornalisti, quasi sempre immischiati in ricerche sul mondo della droga, e ha collocato il Messico al secondo posto per pericolosità nell’esercizio di questa professione dopo l’Iraq.

Link di riferimento:

* http://www.eluniversal.com.mx/notas/466722.html

http://www.globalproject.info/art-13658.html

http://www.cali.gov.co/modules.php?modload&name=Corporativo&file=index&id=1761

http://noticias.kinoki.org/presentado-el-documental-preguntas-sin-respuesta-los-asesinatos-y-desapariciones-de-mujeres-en-ciudad-juarez-y-chihuahua/print/

http://onda-grupera.com/articles/patrulla-81-cancela-presentaciones.html *

Leggilo anche su:
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=16&idart=9545

Messico e movimenti sociali 2008: le iniziative della APPO a Oaxaca e la liberazione di 7 attivisti detenuti ad Atenco nel 2006

Messico e movimenti sociali 2008: le iniziative della APPO a Oaxaca e la liberazione di 7 attivisti detenuti ad Atenco nel 2006 (Di Fabrizio Lorusso da: http://www.emigrazione-notizie.org/news.asp?id=4290 )

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Non mollano la presa sul Governo di Ulises Ruiz (del decadente PRI, Partido Revolucionario Institucional) a Oaxaca le migliaia di integranti del movimento sociale, la APPO, che più ha saputo innovare, discutere e perseverare negli ultimi anni in termini di lotta politica in Messico.

Questo fine settimana, una commissione dell’Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca (APPO) ha consegnato alla Suprema Corte di Giustizia della Nazione messicana un rapporto preliminare sulle violazioni ai diritti umani, sulle avvenute cancellazioni del giusto processo e i pregiudizi arrecati alle garanzie individuali durante la repressione del movimento dei professori e della società sollevatasi nel 2006, secondo quanto informa Cesar Mateos Benitez, uno dei portavoce del movimento. Lo stesso Benitez ha ribadito la petizione della APPO affinché sia ripreso il dialogo tra questa organizzazione, ancora oggi tanto attiva quanto osteggiata dalle forze governative e dai sindacati avversi creati ad hoc sul territorio dello stato di Oaxaca, e il Governo Federale, in particolare con il Ministro degli Interni, il trentaseienne appena nominato Juan Camilo Mouriño.

Il rapporto di 63 pagine consegnato alla Corte contiene documenti, articoli, videoregistrazioni e fotografie come prove delle violazioni ed anche i documenti relativi al giudizio popolare, una figura giuridica ibrida che ha più che altro un valore simbolico, intentato contro il governatore Ruiz negli spazi pubblici della città da diverse organizzazioni della società civile e della APPO.

Si attende quindi la convocazione dei testimoni e delle vittime delle torture e gli eccessi repressivi della polizia federale e statale – locale affinché ratifichino per iscritto le denunce. Intanto, fuori dalla sede del potere giudiziario della nazione, 150 simpatizzanti della APPO hanno realizzato un picchetto per esigere alla Corte l’emissione di una sentenza su Oaxaca che sia il più possibile vicina alla realtà ed imparziale oltre che libera da ditkat politici come è successo recentemente nel caso della giornalista Lidia Cacho, uscita sconfitta contro il potente Governatore di Puebla, Mario Marin. La posizione del movimento continua ad essere la medesima: giustizia e punizione per i colpevoli della repressione, libertà per i detenuti politici e cancellazione delle ordinanze d’arresto contro i gli integranti dell’assemblea popolare.

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Su un altro fronte, quello di San Salvador Atenco e dei giudizi che erano ancora in sospeso per gli attivisti detenuti e umiliati dopo i sanguinosi scontri con la polizia del maggio 2006, è arrivata l’attesa e sospirata libertà per sette di loro dopo che il tribunale competente ha analizzato il caso. Nel maggio 2006, furono violentemente arrestati 160 manifestanti (tra cui 6 stranieri malmenati e rimpatriati senza processo) di cui ancora 19 rimangono nel carcere Molino de Flores di Texcoco, centro abitato del Estado de Mexico, la regione che circonda Città del Messico e ne integra l’hinterland urbano. Attualmente altri 167 ex-detenuti continuano nella loro difficile difesa mentre tre persone sono già state condannate a una pena severissima di 67 anni totali che stanno scontando nel carcere di massima sicurezza di Almoloya de Juarez.

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(http://www.flickr.com/photos/94187100@N00/247024826 )

Gli scontri con la polizia furono cruenti e le denunce per le gravissime violazioni dei diritti umani si sono ripetute per mesi provocando l’intervento di numerose organizzazioni per la difesa dei diritti umani tra cui la Commissione Civile Internazionale (http://cciodh.pangea.org/ ), la nazionale LIMEDDH (http://espora.org/limeddh/  Liga Mexicana para la Defensa de los Derechos Humanos) ed anche la criticata e governativa CNDH (Comision Nacional para los Derechos Humanos).

I deputati dell’Ulivo Gino Bucchino e Franco Narducci in Messico per un accordo etico dei professori d’italiano e la riforma della Legge 153/71

Bucchino e Narducci firmatariSabato 26 e domenica 27 gennaio 2008, presso il Museo Regionale della città messicana di Tlaxcala, si è tenuta la Conferenza Nazionale sul Contratto Etico dei Professori di Italiano in Messico e sulla Riforma della Legge 153/71. L’incontro, primo nel suo genere in Messico, è stato convocato dal COMITES (Comitato Italiani all’Estero) che rappresenta il primo gradino nella piramide degli organi rappresentativi eletti democraticamente dagli italiani all’estero. Leggi anche su: http://www.emigrazione-notizie.org/news.asp?id=4299&poll=9&results=1 

Tra i rappresentanti dei COMITES nazionali dei diversi paesi del mondo si nominano i membri del CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero) e da quest’organo provengono quasi tutti i 18 deputati e senatori votati nelle circoscrizioni estero in Europa, America settentrionale e meridionale, Africa, Asia e Oceania (http://www.camera.it/_votoitaliani/eletti.asp).Per la prima volta, la conferenza ha riunito nella città coloniale di Tlaxcala l’Ambasciatore d’Italia in Messico, Felice Scauso, e i due deputati dell’Ulivo Franco Narducci (eletto in Europa) e Gino Bucchino (circoscrizione America Settentrionale e Centrale), rispettivamente primo firmatario e cofirmatario della proposta di riforma della Legge 153 del 1971 che, come recita il titolo, disciplina gli Interventi di formazione linguistica e culturale, di formazione continua e di sostegno dell’integrazione in favore dei cittadini italiani e dei loro congiunti e discendenti residenti all’estero, nonché la promozione e la diffusione della lingua italiana nel mondo. Agli interlocutori politici si sono uniti i direttori e presidenti delle scuole Dante Alighieri di Città del Messico, Monterrey, Aguascalientes, Tlaxcala, Tampico e Guadalajara, il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura, il presidente del COMITES, Paolo Pagliai, la rappresentante al CGIE, Marina Piazzi, alcuni gruppi organizzati di docenti (come il neonato e attivissimo AlterIta dalla capitale ed il più storico e radicato AMIT, l’Associazione Messicana d’Italianisti) e i rappresentanti degli insegnanti di tutte le istituzioni educative e culturali convocate.La realizzazione di un evento così unico e importante per la comunità italiana in Messico è stata ispirata da una serie di fattori sviluppatisi nel corso del 2007 e che hanno visto un crescente protagonismo dei gruppi organizzati dei docenti di italiano, soprattutto a Città del Messico. In generale, le rivendicazioni dei professori sono state sostenute con le migliori intenzioni di dialogo e di costruzione di alternative vantaggiose per le istituzioni ma si sono risolte in modi profondamente diversi a seconda della volontà politica di un accordo espressa via via dalle diverse dirigenze. Nel caso dell’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico, si sono vinte le resistenze iniziali e il dialogo ha imboccato vie istituzionali e negoziali che hanno saputo rispondere adeguatamente alle richieste legittime dei docenti relative al trattamento salariale, alla didattica, alla formazione e agli ambiti di decisione collegiale, pur rispettando la stretta normativa cui un istituto culturale pubblico si deve sottoporre.Nel caso della Dante Alighieri di Città del Messico, ente di diritto privato registrato in loco, invece, simili petizioni hanno condotto ad alcune simboliche ma scarse modifiche dello status quo e si sono impantanate in un cammino tortuoso e grottesco in seguito alle strategie di “induzione alla rinuncia”, di “promessa a tempo indeterminato” e di “dialogo di facciata” perseguite dalla direzione secondo uno stile di negoziazione di tipo autoritario e poco propenso alla condivisione di ambiti decisionali. Il contesto di relativa lentezza ed inerzia dei consiglieri d’amministrazione della scuola e della stessa sede centrale di Roma nel capire ed inibire ragionevolmente una situazione, alla fine sfavorevole per tutti, è stata un’ulteriore causa del danno inflitto alla reputazione della Dante della capitale e degli insuccessi incassati dai professori che sono dovuti emigrare in massa (circa i due terzi del corpo docente) verso altre scuole o ambiti lavorativi. Per questo motivo anche il responsabile dei Comitati Esteri della Società Dante Alighieri di Roma era presente all’incontro del 26 e 27 a Tlaxcala ed è stato invitato a rafforzare i criteri di controllo sulle sedi locali dell’istituzione.Al termine delle due giornate di riunioni e dibattiti, gli oltre 50 partecipanti, divisi in due commissioni di lavoro, hanno redatto un documento d’integrazione alla proposta di Legge Narducci e un “accordo etico per la regolamentazione dei rapporti tra istituzioni educative, culturali e il loro personale”, da sottoporre a tutte le istituzioni preposte alla diffusione e promozione della lingua e della cultura italiana in Messico per la relativa sottoscrizione e implementazione. L’accordo prescrive una serie di principi generali per la gestione responsabile delle istituzioni educative e per la tutela dei lavoratori considerati diffusori strategici della lingua e cultura italiana nel mondo e operatori culturali a tutti gli effetti. Mentre nella realtà europea e statunitense il rispetto delle normative locali e di certi diritti basilari di tutti i lavoratori nei cosiddetti enti gestori legati all’Italia sembra essere un fatto scontato, negli altri paesi, soprattutto in America Latina, le garanzie per chi lavora sono precarie e molto più “flessibili” e manipolabili. Perciò era urgente ribadire il diritto al rispetto integrale della legislazione locale da parte delle istituzioni, ad un salario adatto al costo della vita, “equo e solidale”, nonché alla gestione trasparente delle prassi di assunzione, retribuzione, promozione e gestione del personale. E’ stata anche sottolineata l’importanza strategica della formazione e l’aggiornamento dei docenti in un quadro di crescente professionalizzazione e compromesso con la diffusione della lingua che, se una volta era un’attività svolta da alcuni pionieri, oggi è diventata una disciplina complessa con radici nei campi dell’interculturalità e della specializzazione glottodidattica. L’aspetto forse più innovativo è stata la spinta alla costruzione di una didattica collegiale o partecipativa basata su organi eletti dai professori. In quest’ottica il corpo docente non è più passivo di fronte alle scelte, spesso calate dall’alto, riguardanti i metodi e materiali didattici ma diventa promotore e creatore attivo dei contenuti che utilizza, oltre ad avere voce in capitolo anche in altre decisioni rilevanti dell’istituzione in cui lavora. Infine, i firmatari si sono impegnati a fare riferimento al protocollo approvato nella stipula dei contratti di lavoro e a proporlo ai relativi consigli d’amministrazione per la ratifica. Sebbene nelle scuole italiane in Italia e in Europa queste prassi siano disciplinate dai noti Consigli d’Istituto e Collegi dei Docenti, nei paesi dell’area latinoamericana non v’è ancora stato un pieno riconoscimento e un’applicazione delle logiche partecipative e democratiche nelle decisioni. Il deputato Franco Narducci, che è anche Presidente del Comitato Permanente sugli Italiani all’Estero della Camera dei Deputati, s’è detto soddisfatto delle discussione e dei documenti prodotti ed ha auspicato la continuazione del dialogo tra i professori e le direzioni scolastiche dentro e fuori dalle istituzioni che rappresentano l’Italia all’estero. Nello sforzo e nell’impegno per il recepimento interno, la diffusione e il monitoraggio dell’applicazione dei principi contenuti nell’accordo etico, assolutamente non scontati né acquisiti in Messico, sta la sfida di questo patto avvallato e legittimato dalle firme degli Onorevoli presenti, dell’Ambasciatore e dei direttori dell’Istituto di Cultura e di alcune scuole Dante Alighieri (non hanno firmato al termine della conferenza le criticate direzioni delle sedi di Guadalajara e di Città del Messico). La possibilità di migliorare le instabili condizioni di vita e di lavoro di centinaia di operatori culturali, tanto italiani quanto messicani, si baserà sulla volontà politica e istituzionale di continuare il processo di dialogo e cambiamento ravvivato in questa occasione e, soprattutto, sulla progressiva presa di coscienza da parte degli insegnanti, ora parzialmente usciti da un individualismo apatico e poco propositivo.

LINK al testo completo dell’Accordo Etico: http://fainotizia.radioradicale.it/2008/02/06/testo-dellaccordo-etico-firmato-in-messico

Riforma della Legge 153/71 per la diffusione della lingua e cultura italiana nel mondo: proposte di discussione dal Messico

Riporto il testo del documento aprovato nella Conferenza sul Contratto Etco dei professori di italiano e sulla riforma della L. 153 tenutasi a Tlaxcala, Messico, il 26 e 27 gennaio 2008.

Vedi articolo sulla conferenza:

http://lombardia.indymedia.org/?q=node/3711  

**COMITES del Messico

CONFERENZA SUL CONTRATTO ETICO E LA RIFORMA DELLA LEGGE 153/71

Tlaxcala, 26 e 27 gennaio 2008**

Commissione di discussione sulla proposta di riforma alla Legge 153/71

(vedere anche http://www.italiaestera.net/modules.php?name=News&file=brevi&sid=3623 )

Questa assemblea esprime un pieno riconoscimento dei principi enunciati nella proposta di riforma allla legge 153/71 presentata in questa sede dall’On. Franco Narducci, Presidente del Comitato Permanente sugli Italiani all’Estero della Camera dei Depùtati, e ne assume le linee guida per elaborare una serie di proposte ed iniziative attuabili sin d’ora in risposta alle esigenze proprie delle varie realtà locali del Messico.

L’assemblea ha enunciato le seguenti proposte:

  1. Elaborazione di un Piano Paese con la collaborazione dei vari attori coinvolti nella diffusione della lingua e cultura italiana su tutto territorio della Repubblica Messicana, in base a linee guida unitarie e concordate previamente; il Piano Paese dovrà riflettere l’eterogeneità delle diverse realtà locali e mettere in luce le reali esigenze della comunità.
  2. Istituzione di un coordinamento permanente a livello nazionale che si occupi di integrare ed articolare le azioni e le proposte legate alla diffusione e alla promozione della lingua della cultura italiana in Messico.

a. il coordinamento avrà come punto di riferimento l’Istituto Italiano di Cultura.

b. nel coordinamento si intende far confluire le espressioni delle diverse realtà associative ed istituzionali sulla base di principi di collegialità, pluralità e dialogo.

c. il funzionamento del coordinamento sarà oggetto di prossime ruinioni tese a definirme l’organizzazione, la struttura, le competenze e le modalità di azione.

  1. Riconoscendo l’importanza di garantire che le attività di diffusione e promozione della lingua e cultura italiana in Messico rispondano a criteri di qualità e di rispetto di principi etici comunemente accordati, si propone l’istituzione di un meccanismo di verifica dei processi di gestione e della professionalità dei docenti, riaffermando la centralità del ruolo di questi ultimi.
  2. Si riafferma l’importanza della creazione e il mantenimento di una rete di collaborazione tra i diversi attori.
  3. Si insiste sulla necessità della formazione e l’aggiornamento constante degli operatori e dei formatori a partire preferibilmente dalle risorse in loco, favorendo e stimolando proposte plurali e garantendo l’accesso alle stesse da parte di tutti gli interessati.
  4. Si propone di continuare ed ampliare i lavori di questa commissione in tempi brevi con una riunione da tenersi presso l’Istituto Italiano di Cultura nella quale si stabilirà il calendario da seguire per i successivi incontri.

Poesia in Messico – Premiazione del concorso globale NOSSIDE 2007

Con un pizzico di egocentrismo (già farsi un blog, in effetti, lascia intravedere un po’ di questa malattia…) segnalo l’articolo apparso in Messico sul premio Nosside 2007. Il vincitore é stato David Lecona, un messicano, ed io ho presentato una parte della cerimonia di premiazione. Trovate le poesie lette durante la serata su questo stesso blog: http://fabriziolorusso.wordpress.com/poeticas-mentiras/

Altri link in cui si parla del concorso (aperte le iscrizioni alla edizione 2008):

http://www.iicbelgrado.esteri.it/IIC_Messico/webform/SchedaEvento.aspx?id=222&citta=Messico

http://noticias.aol.com.mx/articulos/_a/llega-a-mexico-desde-reggio-calabria-el/n20080221181209990053

http://www.nosside.com/articolo071001_spa.htm

Articolo Completo su:

http://www.multimedios.tv/noticias/2008/02/21/llega-m-xico-desde-reggio-calabria-el-viaje-del-n-sside-2008

L’indebito uso commerciale della canzone Bella Ciao! in Messico e Argentina

Il collettivo AlterIta di Città del Messico e la comunità italiana denunciano l’indebito uso commerciale della canzone Bella Ciao! in Messico e Argentina.

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Come frutto del rinnovato attivismo politico e sociale della comunità italiana in Messico ed in particolare dei gruppi di docenti di lingua e cultura italiana in questo paese, sono state promosse numerose iniziative di sensibilizzazione che lentamente hanno suscitato l’interesse di un gran numero di cittadini italiani e messicani informati attraverso il quindicinale “Il Sole d’Italia”, giornale completamente in italiano stampato in Yucatan, dal blog dell’attivo collettivo di professori, accademici e giornalisti AlterIta (1) (http://alteritamessico.blogspot.com/) e dall’uso crescente delle reti di e-mail, utilissime in una realtà fatta di dispersione geografica e frammentazione.

I gruppi organizzati degli italiani in Messico, pur non rappresentando una maggioranza numerica significativa, hanno fatto sentire la propria voce pubblicamente in diverse occasioni guadagnandosi un ruolo più istituzionale, legittimo e accettato anche di fronte agli interlocutori tradizionali come l’Ambasciata, i parlamentari eletti all’estero, il Comites (comitato eletto che costituisce il primo livello di rappresentanza degli italiani all’estero) e il CGIE (Consiglio generale Italiani all’Estero) (2). In questo senso risulta utile continuare con questa opera informativa e di sensibilizzazione su temi sociali e politici che, se da una parte esulano dalla realtà italiana in senso stretto, dall’altra sono invece fondamentali per la comunità italiana in Messico e per altre che seguono i processi e gli esperimenti in atto in terra azteca.

In particolare, l’iniziativa più recente e meritevole di diffusione riguarda un comunicato che sta circolando in Messico (firmato da AlterIta) denunciando una nota multinazionale (Coca Cola Company) che ha recentemente realizzato uno spot televisivo il quale, per promuovere il suo nuovo prodotto chiamato Aquarius (lo riporto per dovere di cronaca), utilizza le note di una celebre canzone popolare italiana, la conosciutissma Bella Ciao!. Questo spot é attualmente trasmesso dai canali televisivi commerciali messicani ed argentini.

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Già di per sé, l’appropriazione di una melodia popolare per finalità di lucro appare come una scelta discutibile in quanto rappresenta l’utilizzo di un patrimonio collettivo per un puro e semplice guadagno privato. Questo caso specifico ci fa indignare visti i protagonisti della storia. Da un alto la Coca-Cola Company, dall’altro la canzone Bella Ciao! La prima è una nota multinazionale degli alimenti e delle bevande, che ha saputo in questi anni diventare una delle imprese più presenti e ricche a livello globale. Tale compagnia ha dimostrato spesso di esserci riuscita a scapito delle comunitá produttive e di consumatori dei paesi in cui è presente.

La seconda é una traccia musicale e della memoria collettiva mondiale ormai insostituibile, parte del vasto canzioniere della guerra partigiana contro il regime fascista e contro l’occupazione nazista in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale.

La canzone, inizialmente diffusa solo in certi territori liberati dalla lotta partigiana, ha tuttavia assunto un ruolo da protagonista nel secondo dopoguerra, attraversando lotte e movimenti sociali che in Italia hanno costruito la sudata democrazia che oggi, ancora una volta, si rimette in discussone nel contesto della ricorrente crisi politica italiana. E seppur meno cantata nell’Italia di oggi, negli ultimi vent’anni Bella Ciao! ha attraversato mari e monti per imporsi come canto delle resistenze e le lotte per la democrazia e contro ogni fascismo nel mondo intero. Oggi Bella Ciao! si canta in spagnolo in tutta l’America Latina, riuscendo a rompere i muri che si erigono sulle frontiere visto che gira anche una celebre traduzione all’inglese negli USA. Non é la prima volta, né sará l’ultima, che questa o molte altre aziende si appropriano di note, linguaggi, modi, saperi e desideri che sono parte delle specificità nazionali e culturali dei popoli del mondo. Il collettivo AlterIta e i gruppi che stanno aderendo alla denuncia non vogliono farsi sorprendere dal facile tentativo di dimenticare, lasciar perdere, far passare.

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E’ quindi da rifiutare l’associazione di Bella Ciao! ad un’azienda le cui pratiche commerciali e lavorative sono oggetto di molteplici denunce per violazioni dei diritti umani in diverse parti del mondo e che, volente o nolente, s’è fatta portatrice di un modello di consumo pericoloso e di una visione della vita assolutamente falsa e senza memoria. La memoria che, invece, desideriamo sostenere è fatta di dignità, pace e libertà, nella speranza che le note di Bella Ciao! possano continuare a condurre questi valori nei remoti angoli del globo per la costruzione di meno spot televisivi e più società giuste e libere.

(1) Il collettivo di italiani in Messico AlterIta è composto da Carlo Almeyra, Andrea Cirelli, Manuela Derosas, Matteo Dean, Fabrizio Lorusso, Edoardo Mora, Barbara Origlio.Tutti sono professori di lingua e cultura italiana in Messico e parallelamente svolgono attività accademiche, giornalistiche e di diffusione culturale.

(2) Alcuni esempi: raccolta di firme contro la discussa partecipazione dell’Italia al Festival Humanitas di Oaxaca lo scorso anno (http://www.articolo21.info/rassegne/generale21052007/Art00042.htm  e http://www.infonodo.org/index.php?option=com_content&task=view&id=11111&Itemid=58 ); la promozione di accordi etici per le attività educative (http://indy-lo.ortiche.net/?q=node/3711 ); l’invio di comunicati e la convocazione o partecipazione a conferenze su temi politici importanti (http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=5771 ); infine l’appello agli imprenditori italiani in visita in Messico (http://liguria.indymedia.org/node/703 )

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