Archivio Mensile: aprile 2008

Conflitto di Oaxaca, Messico: scarcerato uno dei portavoce della APPO, Flavio Sosa, dopo un anno e cinque mesi di detenzione

Flavio Sosa conferenza stampa

Città del Messico.  Sabato scorso, 19 aprile, è stato liberato per mancanza di prove Flavio Sosa Villavicencio, uno dei portavoce più conosciuti del movimento sociale di Oaxaca, la APPO (Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca), dopo 17 mesi passati in carcere in seguito alle accuse fabbricate contro di lui per furto, danni, sequestro, lesioni, sedizione e attacchi alle vie di comunicazione.

 Flavio Sosa è stato più volte ed erroneamente identificato dalla stampa messicana come il presunto leader del movimento, come se tutto il conflitto che ha coinvolto la regione di Oaxaca con manifestazioni, picchetti e scioperi di centinaia di migliaia di persone durante un anno (a partire dal maggio 2006) potesse ricondursi alla volontà di un piccolo gruppo di sovversivi che, secondo questa versione ufficiale e tendenziosa, avrebbero cooptato una massa di contadini, indigeni e poveri contro il governo locale di Ulises Ruiz.

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Ma la realtà nel regno di Ruiz e del PRI (Partido Revolucionario Institucional), al governo da quasi ottant’anni in questa zona, era un’altra. Sosa ha ribadito che continuerà a “camminare affianco al popolo” e che “non si tratta di una lotta personale contro Ruiz quanto piuttosto di una sfida per la trasformazione democratica delle istituzioni”, un processo incompleto in tutto il paese.

Il 4 dicembre 2006, a soli tre giorni dall’inizio del governo dell’attuale presidente messicano, Felipe Calderon, il signor Flavio Sosa venne arrestato con suo fratello Horacio e altri attivisti a Città del Messico, mentre si apprestava a partecipare ad una riunione con alcuni esponenti del Ministero dell’Interno. E’ l’attivista politico che ha scontato più mesi di carcere in seguito ai tragici eventi che insanguinarono Oaxaca per almeno sei mesi con un saldo di 25 morti, centinaia di feriti, detenuti e ripetute violazioni dei diritti umani. L’escalation di violenza contro i professori scioperanti e la APPO portò a reazioni spropositate da parte di entrambi i bandi in lotta. Queste, a loro volta, furono prese come pretesto per l’ingresso in città di 4000 membri della purtroppo nota e militarizzata PFP, Polizia Federale Preventiva, nell’ottobre 2006. Il 25 novembre, infine, gli scontri, le violazioni, i feriti e i 141 detenuti, subito isolati dal mondo e deportati a centinaia di chilometri di distanza. Accuse false, scambi di persona, violenze fisiche e psicologiche, tortura e mancanza completa di diritto e diritti segnarono quelle giornate. Anche per questi atti e per gli eccessi di brutalità si può parlare ancora infelicemente di “macelleria messicana” e lo stesso Sosa ha parlato di “politica terrorista contro la gente di Oaxaca”.

Durante mesi, è stata condotta una campagna mediatica contro i personaggi più in vista, i consiglieri del movimento sociale di Oaxaca come Florentino Lopez o la maestra Carmen Lopez, che, come suggerisce la parola “portavoce” e come riporta la stessa Lopez in un’intervista, avevano “in realtà il semplice incarico di mantenere i rapporti con la stampa all’interno di una struttura integrata da oltre mille consiglieri con diritto di voto e caratterizzata da processi decisionali democratici e votazioni su ogni punto della agenda politica”, quale è la APPO appunto. La maggiore visibilità di alcuni consiglieri dell’Assemblea per un determinato periodo è stata costantemente identificata come una leadership dalla stampa e dalle TV nazionali (divise in due catene private, TV Azteca e Tele Visa), spesso propense al sensazionalismo e alla condanna facile.

Polizia Federale Preventiva a Oaxaca

 

 

I problemi attuali della società messicana, specialmente degli stati più poveri come Oaxaca, il Chiapas, Guerrero o Veracruz, non sono stati ancora affrontati adeguatamente dalle autorità. Basti pensare al conflitto costante tra i partiti politici a livello locale e nazionale (in questi giorni il Parlamento è occupato dai membri dell’opposizione del FAP-Frente Amplio Progresista contro la riforma energetica di Calderón) e, a Oaxaca, alla forte emarginazione sociale ed economica, al potere del narcotraffico e alla crescita delle morti violente (oltre 2600 l’anno scorso in tutto il paese) e dell’impunità a tutti i livelli.

 

 

LEGGI IL COMUNICATO STAMPA DELLA LIMEDDH OAXACA:

http://espora.org/limeddh/IMG/doc/Boletin_Libertad_de_Flavio_Sosa.doc 

DA: http://www.globalproject.info/art-15776.html 

Sesso, droga e…salsa. Notizie di frontiera tra Cali, Città del Messico e Tijuana

Juanchito non chiude mai. Questo mitico sobborgo di Cali, la terza metropoli più popolosa della Colombia dopo Bogotà e Medellin, è famoso in tutto il mondo per le notti eterne a suon di salsa, cumbia e merengue che diventano mattina in un batter d’occhio e, all’occorrenza, in un aspirare di polvere bianca incessante e frenetico. Cali è la capitale della salsa, la musica e il ballo latini per eccellenza, e Juanchito (pronuncia italiana “huancito”) è la sua filiale sempre aperta come uno sportello ATM. Qui il divertimento e la rumba varcano il labile confine dell’eccesso e l’illegalità, si concentrano in un chilometro di strada oltre il celebre ponte, immortalato dalle canzoni del Grupo Niche e dell’Orchestra Guayacan, che costituisce una frontiera ideale tra due mondi paralleli.

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Alle 2am il centro urbano chiude i battenti e i woofer smettono di pulsare. La legge è formale e severa con i locali notturni, mentre tergiversa e chiude un paio d’occhi alla volta sulla circolazione della cocaina, l’eroina, l’ecstasi e la mercificazione del sesso femminile in città. Verso le tre, il popolo della “farra” (o della “fiesta”) converge sui poli discotecari di Juanchito (salsa e latino) e di Menga (techno), appositamente creati poco fuori dal recinto cittadino per evadere le norme sugli orari e continuare indisturbati fino alle 8 del mattino. Per una settimana faccio parte dell’ameno e contraddittorio marasma, di cui posso amare il gusto per il ballo ed anche l’eccesso ma di cui non posso ignorare lo sfruttamento, l’ingiustizia e la devastazione.

Come nel caso delle giovani prostitute, diciottenni o ventenni sfruttate da una sequela di baby gangsters e famigerati protettori poco più grandi di loro. Basta farsi un giro in macchina per le periferie cittadine e fermarsi presso i numerosi agglomerati di auto e taxi, parcheggiate in doppia fila fuori da portoni anonimi ed enormi caseggiati di cemento, per capire le dimensioni del fenomeno. I bordelli e le case d’appuntamento funzionano 24 ore su 24 e le ragazze sono gestite da padroni intransigenti che definiscono i loro turni come in una tragica catena di montaggio just in time. Clienti ubriachi, giovani avventurieri, cocainomani in giacca e cravatta e “rispettabili” anziani malati d’insonnia si siedono su divani in pelle e scelgono la merce. Sono disposti a pagare anche “multe” di 70 dollari per liberare la “favorita” e portarla fuori dalla casa (“liberarla”) per una o più ore, ad una media di 30 dollari all’ora. Denaro che poco conta per il cliente medio, spesso in cerca di compagnia ma anche di consolazione per le sue erotiche insufficienze. Questi “pochi dollari” fanno invece la differenza per Maria Dora Paola Vanessa, una giovane colombiana che ha quattro nomi da utilizzare a seconda del caso: uno con la famiglia, uno coi clienti e un paio con i magnacci che nemmeno sanno ricordare qual è quello vero. Da quando, all’età di 17 anni, è stata abbandonata dal fidanzato e ha deciso di allevare suo figlio da sola, ha considerato la possibilità di lavorare in proprio, in qualche negozio, ristorante o fabbrica di fiori.

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Sforzi inutili visti i bassissimi salari e la precarietà del lavoro. Le famiglie d’origine delle ragazze, molte delle quali sono già madri, vivono in una precarietà economica assoluta e tendono ad emarginarle per il disonore e per non voler sopportare l’onere di un’altra bocca da sfamare. Forse ci si può permettere di vivere tutti sotto lo stesso tetto, ma, si dice “ormai la ragazza è adulta, ha avuto un bambino ed è l’unica responsabile”. Anche se il marito è morto in una sparatoria. Anche se lui è emigrato negli Stati Uniti e ha fatto perdere le sue tracce. L’opzione più plausibile resta quella della prostituzione, magari solo per un anno o due, mentre si finiscono gli studi frequentando le scuole superiori speciali il sabato mattina. Intanto i rischi di contrarre malattie veneree aumentano spaventosamente, così come la dipendenza dalla cocaina, che viene consumata tutte le sere della settimana e, di solito, gentilmente pagata dai clienti a solamente 3 dollari al grammo. Si perpetua, così, lentamente, la sottomissione ai “protettori”, i veri approfittatori del business che si spartiscono quasi tutti i guadagni.

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Nonostante tutto, a Cali il turismo esiste e prolifera. La città, fondata nel 1536 dal conquistatore spagnolo Sebastian de Belalcazar,  possiede un passato coloniale e una serie di attrazioni di rilievo come alcune colline panoramiche, i conventi e le chiese del centro, le sue piazze coi palazzi neoclassici, i tipici chiostri pullulanti di vita e colori e l’ombra di palme di 20 metri d’altezza. Si dice, a ragione, che le più belle ragazze della Colombia vengano da qui e che il suo Festival, organizzato ogni anno tra Natale e Capodanno, attiri i migliori gruppi e ballerini di salsa e cumbia. Questi si sfidano per le strade e, soprattutto, nelle discoteche della Avenida 5 e Juanchito.

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Lungo la Avenida 5, che per il clima e l’atmosfera generale ricorda un caotico lungomare, ti viene offerto di tutto dagli insistenti procacciatori e pusher che passeggiano su e giù nella zona: sesso, droga, alcolici, dischi piratati, dollari, serate al night, pasticche ma anche cibo, alloggio e “pacchetti turistici” che includono coca, ragazze e motel. Cali è anche la capitale della chirurgia estetica, dove molte ragazze possono scegliere di rifarsi il seno o le labbra come regalo per il loro quindicesimo compleanno, età simbolica e forse più importante dei 18 anni in tutta l’America Latina. In questa terra in cui è sempre estate, si mischiano con disinvoltura gli antipodi della corruzione e del divertimento, della sensualità e dell’innocenza, della droga e dell’ossessione estetica personale.

La metropoli, vanta da circa un decennio il record di circa 2300 omicidi all’anno (quasi 7 al giorno) su poco più di due milioni di abitanti e oltre 15000 delitti totali commessi, la maggior parte dei quali restano impuniti e sono legati alle dispute del “Cartel de las drogas de Cali”. Nel 1993, in seguito alla morte violenta di Pablo Escobar, il più noto narcotrafficante colombiano degli anni ottanta, il cartello dei distributori di Medellin, di cui era a capo, ha subito un processo d’irreversibile declino che ha portato ad alcuni effetti a catena.

Prima di tutto, i distributori messicani, che prima erano solo degli intermediari che favorivano l’accesso al mercato USA, hanno potuto accrescere il loro potere di negoziazione e la loro presenza nei mercati internazionali. In secondo luogo e grazie a questo progressivo cambio della guardia, il costo della cocaina in Messico è diventato accessibile anche alle classi medio – basse generando una domanda nazionale che prima si limitava  soprattutto agli oppiacei e alle droghe leggere in genere, ampiamente coltivati e consumati in terra azteca. Infine, in Colombia, i distributori si sono riuniti intorno al Cartello di Cali, permettendo la rinascita di un potere di vendita e contrattazione dei trafficanti nazionali rispetto ai messicani e agli statunitensi.

Tutto ciò ha provocato l’evoluzione generale dell’economia della Valle del Cauca, la splendida regione colombiana dal clima caldo – umido dove passa il fiume omonimo, verso un modello di narco – dipendenza in cui, in un modo o nell’altro, le attività e i soldi girano intorno e si relazionano tacitamente con il commercio degli stupefacenti. Tutti pagano un tributo, il commercio fiorisce ma è causa di disuguaglianze crescenti e la violenza diventa abitudine, si mastica e si assimila come una pasticca che inebria e lascia un retrogusto di tristi memorie e indifferenza sociale.

Una situazione paradigmatica in America Latina e simile, sotto molti punti di vista, a quella della città messicana di Tijuana, megalopoli di frontiera e gemella della vicina e ordinata San Diego (U.S.A.). E’ il  confine geografico e mitico con il “primo mondo” che è diventato un crocevia di anime, degrado, contrabbandieri, di denaro della droga e della prostituzione riciclato da orde di teenagers statunitensi in cerca di emozioni proibite. Negli ultimi trent’anni, fattori come la disuguaglianza economica e delle opportunità, il massacrante lavoro nelle fabbriche di assemblaggio (le famose “maquiladoras”), la connivenza del potere politico e la dissoluzione del tessuto sociale, uniti alla crescita smisurata del commercio, non sempre lecito, hanno indotto e accentuato fenomeni riprovevoli quali gli oltre 600 omicidi di donne a Ciudad Juarez, il traffico di minori e la persecuzione armata dell’emigrazione lungo gli oltre 3000 km di confine tra il Messico e gli Stati Uniti.

Nel suo “piccolo”, un’altra frontiera molto più a sud che marca il confine tra il Messico e il Guatemala, ci riporta ad una realtà geografica e umana analoga e disperata: ancora un fiume da attraversare, i flussi del narcotraffico, gli assalti e, anche qui, la migrazione illegale. Il Messico tratta i migranti centroamericani anche peggio di quanto non facciano gli Stati Uniti con gli stessi messicani. Non è raro incontrare gruppi di guatemaltechi e salvadoregni stipati in centri di detenzione a Tapachula, nello stato messicano del Chiapas, i quali hanno dovuto patire le vessazioni e spoliazioni da parte delle sanguinarie bande della “Mara Salvatrucha” per poter attraversare la frontiera. A tal proposito rappresenta una fonte impedibile la lettura del romanzo, profondamente calato nella dimensione sociale, scritto dal messicano Ramirez Heredia dal titolo “La Mara”, che ha saputo tradurre in letteratura una verità difficile e ignorata che viene patita da migliaia di migranti in cerca del sogno “messicano”, semplice passaggio intermedio verso il più concreto ma sempre distante “sogno americano”.

Quelli che hanno potuto pagare o che sono riusciti da soli a passare senza essere fermati dai corpi della “MIGRA” (polizia di frontiera) messicana, aspettano un famigerato treno che, in teoria, li dovrebbe condurre più a nord, a Veracruz, nel Golfo del Messico, ma che, invece, li porta spesso nelle mani della stessa polizia appostata in attesa di mordidas, le mazzette pagate in dollari per poter passare, o ansiosa di catturare questi avventurieri disperati della speranza. Come se non bastasse, alcuni di loro cadono sotto il treno nel tentativo di saltar su e soffrono gravi mutilazioni che li costringono alla resa se non alla morte.

In definitiva, le condizioni della vita di frontiera, ai margini, si riproducono spesso, in tutte le sue tragiche modalità, anche nei grandi hub latinoamericani come Cali e la stessa Città del Messico, che costituiscono centri di smistamento e di attesa di ogni tipo di merce, tra le quali si contano drammaticamente anche le persone trasformate in oggetti: uomini e donne, bambini, rifugiati politici, abitanti di villaggi sfollati dalla guerriglia o dalla povertà e migranti in genere (o aspiranti a tale “status”) rappresentano i nuovi senza patria nei territori della frontiera globale del Messico e della Colombia.

Pubblicato sul Numero 101, 4.2007 della rivista ”Latinoamerica e tutti i sud del mondo”. QUI  http://www.giannimina-latinoamerica.it/

Comunicato alla stampa sull’uso di Bella Ciao in Messico

Bella Ciao! vs. Coca-Cola

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Anonimi fruitori del mezzo televisivo, ci hanno informato che una nota multinazionale ha recentemente realizzato uno spot televisivo il quale, per promuovere il suo nuovo prodotto, utilizza le melodie di una conosciuta canzone popolare italiana, Bella Ciao!. Detto spot é attualmente trasmesso dai canali televisivi commerciali messicani ed argentini. Già l’appropriazione di una melodia popolare per le finalità di lucro ci appare come una scelta discutibile sotto il profilo di sottrazione di un bene collettivo messo a disposizione del guadagno del privato. Ma il caso specifico ci indegna per i protagonisti di questa storia. Da un alto la Coca-Cola Company, dall’altro Bella Ciao!La prima é una nota multinazionale degli alimenti e delle bevande, che ha saputo in questi anni diventare una delle imprese a livello globale più presenti e ricche; e che ha dimostrato di esserci riuscita a scapito delle comunità  produttive e di consumatori dove é presente. La seconda é una canzone del vasto canzoniere della guerra partigiana contro il regime fascista e contro l’occupazione nazista in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. La canzone di per sé cantata solo in certi territori liberati dalla lotta partigiana ha tuttavia assunto il ruolo di protagonista nel secondo dopoguerra, attraversando lotte e movimenti sociali che in Italia hanno costruito la sudata democrazia che oggi, ancora una volta, si rimette in gioco nell’attuale crisi politica italiana. E seppur meno cantata nell’Italia di oggi, negli ultimi vent’anni Bella Ciao! ha attraversato mari e monti per imporsi come canto delle resistenze e le lotte per la democrazia e contro ogni fascismo nel mondo. Oggi Bella Ciao! si canta in spagnolo in tutta l’America Latina, riuscendo a rompere i muri avendo conquistato anche una celeberrima traduzione inglese negli USA. Non ci sorprende la scelta di Coca-Cola Inc.. Non é la prima volta, né sarà l’ultima, che il capitale globale rappresentato da questa e molte altre imprese si appropri illegittimamente di note, linguaggi, modi, saperi e desideri che la collettività esprime con i suoi strumenti. Non vogliamo però farci sorprendere dal facile tentativo di dimenticare, lasciar perdere, far passare. Non accettiamo che Bella Ciao! possa essere associata ad una impresa le cui pratiche commerciali e lavorative sono oggetto di molteplici denunce per violazioni dei diritti umani in diverse parti del mondo; un’impresa che impone un modello di consumo assolutamente pericoloso per la salute collettiva; un’impresa, infine, che diffonde una visione della vita assolutamente falsa e senza memoria. La memoria che abbiamo noi é un’altra: é quella della dignità, la pace, la libertà, la speranza che le nota di Bella Ciao! esprimono. Per questo continueremo a camminare sulle note di Bella Ciao! nella costruzione di una società più giusta e libera. AlterITA -collettivo di professori di linguacultura italiana in Messico- (Carlo Almeyra, Andrea Cirelli, Matteo Dean, Manuela Derosas, Fabrizio Lorusso, Edoardo Mora, Barbara Origlio) Per aderire, visitare: http://www.alteritamessico.blogspot.com  

Prime adesioni (su oltre 200 pervenute fino ad ora):

  1. Dario Fo (Nobel per la Letteratura, Italia)
  2. Franca Rame (Attrice e scrittrice, Italia)
  3. Valerio Evangelisti (Scrittore, Italia)
  4. Ascanio Celestini (Attore e scrittore, Italia)
  5. Confederazione COBAS – Italia
  6. Alfio Nicotra (giornalista, Italia)
  7. Rosario Ibarra (Senatrice e difenditrice dei diritti umani, Messico)
  8.  Guillermo Almeyra (Giornalista, Argentina)
  9. Hector de la Cueva (Alleanza Sociale Continentale)
  10. Jose’ Maria Calderón (Dir. del Centro Studi Latinoamericani, UNAM, Messico)
  11. Angel Guerra Cabrera (giornalista, Messico)
  12. Luciano Valentinotti (artista italiano, Messico)
  13. REBOC Red Boicoteo Coca Cola

Leggi gli articoli sul caso qui:

Articolo in spagnolo sulla Jornada, quotidiano messicano

http://www.jornada.unam.mx/2008/03/23/index.php?section=opinion&article=016a2pol

Comunicato italiano  http://www.selvas.org/newsMX0208.html 

Articolo in spagnolo riportato dal giornale Clarín Cile

http://www.elclarin.cl/index.php?option=com_content&task=view&id=10848&Itemid=2626

Articolo apparso anche sul Manifesto di Alessandro Portelli

http://alessandroportelli.blogspot.com/2008/03/bella-ciao-e-la-pubblicit-della-coca.html

Articolo in italiano su Emigrazione Notizie

http://www.emigrazione-notizie.org/news.asp?id=4515&mese=2&anno=2008

Detenzioni e violazioni contro 52 indigeni kichwa e achuar peruviani a Iquitos, Perù: silenzio stampa e contro-manifestazioni

Città di Iquitos, Loreto,  Perù.

 La Pluspetrol, impresa argentina che opera presso i fiumi Corrientes, Tigre, Pastaza e Macusari della regione amazzonica peruviana, suole assumere la sua manodopera tra le popolazioni kichwa e achuar della zona. Le comunità indigene di Nueva Andoas, base della Pluspetrol nella regione, hanno cercato in varie occasioni di aprire un tavolo per il dialogo con la dirigenza dell’impresa sui temi salariali e contrattuali che li riguardano. Non avendo ottenuto risposta, le comunità hanno intrapreso delle azioni di protesta lo scorso 20 marzo, occupando alcuni spazi di proprietà dell’azienda per richiedere aumenti salariali, corsi di formazione del personale e una maggiore partecipazione alle decisioni aziendali e dei programmi di sviluppo per le comunità locali. 

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Nella foto. Immagine di repertorio di un’analoga protesta realizzata nel 2006 contro l’impresa Petroplus.Trovate le immagini di quegli eventi qui http://www.flickr.com/photos/30112997@N00/sets/72157594357489302/ …..

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………………………………….Toma de lote Petroplus ……………………………

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La reazione del Ministero dell’Interno del Perù (attualmente governato dal partito APRA-Alianza Popular Revolucionaria Americana del Presidente Alan Garcia) s’è concretizzata con l’invio di centinaia di poliziotti della DINOES (Direccion Nacional Operaciones Especiales) da Lima per reprimere le manifestazioni. Secondo le prime testimonianze in loco “circa due o trecento uomini sono giunti in elicottero (ricordiamo che Iquitos si trova nel mezzo della selva amazzonica del Perù dalla parte del Brasile e vi si arriva per via aerea o fluviale) e hanno cominciato a disperdere la folla con i lacrimogeni. Il costo di tale operazione potrebbe essere stato finanziato dalla stessa compagnia petrolifera”. Negli scontri sono morti tre indigeni e un poliziotto della DINOES. 52 membri della comunità locale sono stati arrestati arbitrariamente nelle loro case, accusati di terrorismo, sequestro e possesso illegale di armi. Sono stati anche deportati nelle città di Iquitos e Nauta dove si trovano attualmente privati della libertà e della possibilità do comunicare con l’esterno visto che le autorità non parlano nemmeno coi giornalisti. La stampa in generale non ha parlato di questi avvenimenti. I detenuti sono stati separati in differenti stazioni di detenzione senza che venissero date informazioni ai familiari e, inoltre, 17 di loro parlano solamente le lingue kichwa e achuar, il che potrebbe produrre ulteriori abusi. La lista dei detenuti non è stata pubblicata dalle autorità ma viene diffusa da organizzazioni per la difesa dei diritti umani che stanno raccogliendo lettere di protesta da inviare al Ministro degli Interni, Luis Alva Castro: ministro@mininter.gob.pe e al “Gobierno Regional de Loreto”: informatica@regionloreto.gob.pe. L’opinione dei familiari e dei cittadini della zona è che “la compagnia Pluspetrol pretende di infliggere una punizione esemplare contro questo gruppo di manifestanti per prevenire future mobilitazioni delle popolazioni della regione stanche dei suoi maltrattamenti salariali e le sue dubbie pratiche ambientali”.  Il 26 e il 28 marzo scorsi, come risulta dalle testimonianze dei notiziari radiofonici peruviani (ascoltabili a questi link: (1) 29/03/08 Real Win MP  e (2) 26/03/08 Real Win MP ), il Fronte Patriotico di Loreto (dal nome della regione in cui si trova la città di Iquitos) ha convocato una manifestazione cui hanno partecipato centinaia di studenti, lavoratori e dirigenti di base per esigere la liberazione dei detenuti. La marcia, controllata da un minaccioso contingente della Polizia Nazionale del Perù, anch’essa arrivata prontamente da Lima per arrestare altri manifestanti del 20 marzo, s’è conclusa presso la sede della Divisione per l’Investigazione Criminale di Iquitos con un picchetto. Inoltre, la Red Ambiental Loretana, organizzazione della società civile che sta protestando insieme al Comite de Lucha de Loreto, (http://www.redambientalloretana.org/es/) prevede  nuove mobilitazioni per il 2 aprile, una notte culturale in favore dei detenuti il 4 aprile e uno scipero generale per il 10 aprile. 

Per saperne un po’ di più:

http://www.servindi.org/archivo/2008/3698  http://www.cnr.org.pe/index.php  http://amazoniamagica.blogspot.com/2008/03/demandan-liberacin-de-nativos-detenidos.html

 

Consulta qui la lista dei detenuti diffusa da http://www.prensaindigena.org.mx/Noti115.html

o leggi lista e articolo su: http://www.emigrazione-notizie.org/news.asp?id=4733