Recensione
In quest’opera, il Subcomandante Insurgente Marcos fa un bilancio, cioè tira le somme di quanto s’è perduto e quanto è stato vinto dalle origini del movimento, in realtà dalla sua preistoria, fino alla data in cui viene realizzata l’intervista e anche oltre: accenna ai dilemmi che decideranno il suo futuro. Non solo quelli riguardanti l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, ma anche quelli vertenti sulla sua persona e la sua leadership.
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L’origine dell’intervista si rifà a un reportage apparso sulla rivista Gatopardo, intitolato “Ritratto radicale” (dicembre 2007/gennaio 2008), di Laura Castellanos con le foto di Ricardo Trabulsi. Questo libro raccoglie due interviste rilasciate nella capitale messicana e nella località La Guarucha, Chiapas, nell’autunno del 2007, in cui Marcos riflette sulle ragioni dell’isolamento della guerriglia, della sua rottura con la classe politica e l’intellighenzia progressista del paese e sull’avanzata della strategia antinsurrezionale contro le comunità zapatiste.
Marcos rivisita la sua storia personale, quella dell’EZLN e risponde ai suoi detrattori: tutti loro troveranno qui una replica. Parla anche, per la prima volta, di alcuni presidenti latinoamericani come Fidel Castro, Hugo Chávez, Evo Morales, Cristina Fernández de Kichner e delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia), la più antica guerriglia del continente. Apre anche uno spiraglio per parlare di sé stesso, della sua persona, in un tono quasi confidenziale, con la sua ironia e il suo humour ormai noti.
“Altri occhi, altre parole” raccoglie le fotografie in cui Marcos ha posato per la prima volta nei suoi 14 anni di storia come figura pubblica. La sua foto è apparsa sulla copertina del Gatopardo causando scompiglio. Anche se Marcos affermava che “erano passate di moda”, quell’edizione è stata la più venduta negli 8 anni di storia della rivista. Il disegno del libro è di Alejandro Magallanes e la traduzione all’italiano di Fabrizio Lorusso.
Perche’ leggerlo?
Per il Subcomandante Marcos, l’intervista ha rappresentato un mezzo per comunicare un avvertimento: l’EZLN si trova isolato e vulnerabile.
Le comunità zapatiste sono minacciate dall’agguato della macchinaria controinsurrezionale. Sullo sfondo della ricostruzione storica del movimento zapatista, che ha fissato la difesa dei diritti indigeni nell’agenda politica del mondo, è questo il messaggio che il Subcomandante Marcos ha voluto comunicare al lettore. Questo testo di ampio respiro può costituire un’eccellente introduzione oppure l’occasione per un rincontro. Offre strumenti per l’analisi e la presa di posizione rispetto al personaggio e all’EZLN. Consideriamo che l’aspetto più importante sia riattivare la discussione; ascoltare e apprendere dalle sue ragioni e dal suo contesto. I ricavi ottenuti dalla vendita del libro serviranno per appoggiare finanziariamente il movimento zapatista.

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Maggiori informazioni su www.cortedecaja.org
La versione italiana del libro non c’è ancora ma si spera che possa uscire dopo l’estate !->
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Riporto l’articolo di Riccardo Chiaberge apparso sul sito del Sole – 24ore e che ha scatenato un dibattito interessante sugli Istituti Italiani di Cultura operanti all’estero e sugli italiani all’estero in generale. Seguono due commenti significativi…
Se rischiamo di essere estromessi dagli europei di calcio, come ci piazzeremo nelle Olimpiadi dell’arte e della creatività? L’equivalente della squadra azzurra, in questi campi, è la rete degli Istituti italiani di cultura. Sono ben 88 sparsi in altrettante città di tutti i continenti, da Tirana a Caracas. Dovrebbero essere un punto di riferimento per i nostri connazionali all’estero e una piattaforma di lancio per scrittori, artisti, cantanti.
Ma non fanno bene né l’uno né l’altro mestiere. I dieci istituti più importanti, come Londra, New York o Parigi, sono retti da direttori «di chiara fama» che restano in carica da due a quattro anni. Alcuni si mostrano all’altezza della loro fama, altri no. Ma procurano comunque un danno limitato. Il vero problema è il personale, gli «addetti culturali» e i «contrattisti» che lavorano (o dovrebbero lavorare) alle loro dipendenze.
Gli addetti culturali (due o quattro per ogni sede, di cui molti ex-professori d’inglese o tedesco delle scuole medie in soprannumero, presi in carico dalla Farnesina e spediti nel mondo), per lo più sanno poco della cultura del loro paese e meno ancora del paese in cui si trovano, ma vengono pagati come superesperti (otto-diecimila euro al mese) e si comportano da impiegati statali. Il direttore di un importante istituto racconta di aver convocato una riunione un pomeriggio alle 16,30 con due suoi «addetti» e questi dopo 25 minuti si sono alzati, perché era finito il loro orario giornaliero: «Se no facciamo straordinari e poi ce li deve dare come recupero». Il contratto prevede 36 ore e 17 minuti la settimana di presenza. Ogni minuto in più va a sommarsi al già cospicuo «monte ferie» (42 giorni se la sede è «disagiata», cioè extraeuropea: come se stare a Tokio o a New York comportasse disagi tremendi).
Alcuni di questi signori girano il mondo da vent’anni, cinque anni a Londra, cinque a Buenos Aires, e magari non parlano nemmeno la lingua del posto. Sono i Rom della cultura, un’emergenza per l’erario che il ministro Brunetta dovrebbe affrontare con la stessa «tolleranza zero» che si usa per i campi nomadi. Poi ci sono gli stanziali, legati indissolubilmente a una sede finché morte non li separi: chiamati «contrattisti», sono impiegati che guadagnano circa la metà degli «addetti». Molti sposano indigeni o indigene e si fanno una famiglia in loco, perdendo ogni legame con la lingua e la cultura d’origine. Se gli nomini Ozpetek, Saviano o Cattelan, sgranano gli occhi: loro sono rimasti fermi ai tempi di Pavese e Sofia Loren. Molti non si prestano nemmeno più a fare gli interpreti, ruolo che cedono volentieri ai giovani locali, disposti a lavorare 10-12 ore al giorno per mille euro mensili.
Ci sono per fortuna le eccezioni, funzionari colti e volonterosi, che fanno onore al Paese. Ma devono remare controcorrente in un oceano di mediocrità e di fannullaggine. E i direttori non hanno nessun potere di promuoverli, come non ne hanno di licenziare gli ignoranti. Così, invece di esportare il made in Italy artistico e letterario, diffondiamo nel mondo due prodotti tipicamente nostrani: la burocrazia e l’incultura.
Scritto alle 19:30 | Permalink
RISPOSTE DAL MESSICO:
Fabrizio Lorusso
Ieri sera, alla luce dei fatti, l’Italia ha passato il turno per i quarti di finale dell’europeo e, simultaneamente, alcuni commenti hanno ridimensionato i toni dell’articolo del Sig. Chiaberge.
E’ decaduto, quindi, il paragone calcistico che ci inviava al campo santo anche all’estero per essere stati troppo inefficienti in BEN 88 Istituti Italiani di cultura sparsi nelle BEN 200 nazioni del globo.
Rimane sulla rete la provocazione fannullona e piccante di una penna ardita e poco informata nel senso che, forse, proprio perchè le realtà sono molte e variegate, allora è difficile conoscerle tutte adeguatamente e “fare di tutte le erbe un fascio”. A questo servono le continue segnalazioni e risposte sul blog che stanno integrando gli interventi di tipo più riflessivo con preziose testimonianze dirette su quanto avviene all’estero tra noi italiani che qui costruiamo un’altra Italia, spesso più rinnovata e creativa di quella che rimane sul territorio a ipotizzare identità fuorvianti e fantasiose per i famigeratio “italiani all’estero”.
A fronte delle diversità delle situazioni nazionali degli Istituti di Cultura, l’improbabile generalizzazione del Sig. Chiaberge lascia intravvedere una posizione ideologica avversa al settore pubblico tout court piuttosto che una sana e produttiva volontà di critica dell’operato di funzionari precisi e politiche culturali specifiche che vengono solo vagamente abbozzate nel suo post. Come si possono trovare esempi di sperperi ed eccessi, che vanno segnalati adeguatamente, si devono anche trovare (e sicuramente in maggior quantità) tutta una serie di iniziative di promozione e diffusione culturale che fanno onore al nostro paese e che vengono orchestrate e gestite da numerose figure profesionali.
Tra questi contiamo i direttori, gli addetti culturali, i contrattisti MAE, tanto vituperati nell’articolo, ed anche il personale contrattato in loco, i docenti di linguacultura italiana e tutti i portatori d’interesse legati all’istituzione.
Ciascuna di queste persone apporta forze e risorse differenti, sotto condizioni profondamente diverse, alla causa della promozione culturale dell’Italia all’estero. Possiamo provare a distinguere, elencare, documentare e capire chi siano e che cosa fanno in ogni paese senza cadere in generici esercizi d’opinionismo?
Come già molti interventi hanno implicitamente segnalato, a fronte di ogni anedotto, reale o fittizio, raccontato circa l’inettitudine del dipendente pubblico e volto a rafforzarne lo stereotipo di “fannullone”, potremmo citarne altrettanti che lo ribaltano.
Allora diciamo basta alle mezze verità e raccontiamo anche i successi e non solo gli eccessi per non cadere nel qualunquismo e nel catastrofismo ideologico anti-statalista.
Lo Stato sbaglia e il mercato, anche.
A volte, però, i dati e le ricerche serie ci aiutano a sbagliare un po’ meno e andrebbero citati un po’ di più quando si questiona il funzionamento di un sistema. Cito l’articolo: sono i Rom della cultura? Un’emergenza per l’erario? Sposano indigene e indigeni? Tolleranza zero?
Sig. giornalista,
Ma quali dolci fraseggi rimasticati e diffusi da qualche mese soprattutto dalle TV e, in questa occasione, dalla rete, deve mai scorgere il mio occhio sullo schermo oggi?
Non prendo le difese di chi non fa nulla e vive sulle spalle degli altri, cosa deprecabile che sì accade in numerosi contesti lavorativi; ciononostante, un post (o articolo) su un giornale serio e competente dovrebbe arricchire realmente le conoscenze e mettere a fuoco i punti d’osservazione del lettore, non propagare stereotipi. Infine, mi piacerebbe che potessimo affrontare il problema della spesa pubblica da un’altra angolazione senza valutare le scelte matrimoniali dei contrattisti (categoria di cui non faccio parte).
In attesa di una Sua pronta risposta, porgo distinti saluti.
Fabrizio Lorusso ( http://fabriziolorusso.wordpress.com )
(professore di linguacultura italiana in Messico)