Archivio Mensile: dicembre 2009

La decisione di Lula su Cesare Battisti

di Fabrizio Lorusso da http://www.carmillaonline.com

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Il 22 dicembre scorso il presidente brasiliano Luiz Inacio “Lula” da Silva ha rilasciato una dichiarazione sull’estradizione di Cesare Battisti, condannato in Italia per 4 omicidi e rifugiato politico in Brasile dopo la sua fuga dalla Francia nel 2004, affermando “decido io, non mi importa delle decisioni del Supremo Tribunal Federal”. Con queste parole Lula ha rotto il lungo silenzio che lo circondava sul tema di Battisti e le relazioni diplomatiche con l’Italia. Continua fulminante la dichiarazione del presidente brasiliano con una metafora calcistica:”Adesso la palla è sul mio campo, e sono io a decidere come calciare” secondo quanto hanno pubblicato il Giornale e alcuni mass media brasiliani come http://www.estadao.com.br e http://www.agenciabrasil.gov.br i quali appunto riportano che “la settimana scorsa, la Corte suprema brasiliana o STF aveva vincolato la decisione di Lula sull’estradizione in Italia dell’ex “terrorista rosso” al rispetto delle norme del trattato di estradizione in vigore tra i due Paesi, che, secondo un’interpretazione che la stessa Corte ha cambiato restrittivamente negli ultimi mesi, non lascerebbe molto margine di manovra al presidente brasiliano per giustificare l’eventuale asilo politico definitivo”.
Proprio il giorno di Natale è uscita invece una notizia ANSA che completa il quadro della polemica. Infatti uno dei legali brasiliani di Cesare Battisti ha detto che il presidente Lula da Silva concederà l’asilo politico al suo assistito e che l’asilo all’ex terrorista verra’ concesso sulla base del trattato di estradizione tra Italia e Brasile. L’avvocato Barroso ritiene che ‘il trattato di estradizione offre diverse possibilita’ per non concedere la consegna di Battisti’ all’Italia. All’Agenzia Brasile, Barroso ha detto che Lula decidera’ sull’estradizione ‘entro il primo semestre del 2010′.
Anche se fino ad oggi il mandatario brasiliano non si era espresso sul caso di Cesare Battisti, dato che si è in attesa del testo integrale delle decisioni della Corte che verrà comunicato in gennaio, si possono cominciare forse a delucidare alcuni fattori determinanti della sua decisione che vanno oltre la posizione sua personale e quella del suo partito politico di riferimento, il Partito del Trabajo. Da una parte è vero che secondo la decisione del STF Lula dovrà rispettare il trattato firmato con l’Italia nel 1989 in tema d’estradizione ma è anche vero che quello stesso trattato prevede delle eccezioni che il presidente sembra voler sfruttare apertamente come per esempio il fatto che Battisti dovrebbe affrontare un processo in Brasile per falsificazione di documenti oppure in base a sospetti di persecuzione o di minaccia dell’integrità fisicanei suoi confronti. Il risultato finale dipende dalla volontà e dall’interesse politico di far valere e sottolineare le diverse facoltà istituzionali e le opposte interpretazioni giuridiche in questa schermaglia tra un presidente sempre più rispettato internazionalmente e una Corte relativamente screditata sul fronte interno.
In Brasile così come in altri paesi dell’America Latina è molto forte e sentito da sinistra a destra, anche se con toni e strumentalizzazioni differenti, il discorso della sovranitá nazionale. L’idea e l’esercizio di una politica di potenza da sud a nord passano anche attraverso queste rivendicazioni, reali o retoriche che siano. Esistono trattati e accordi internazionali, esistono delle regole e la diplomazia, però esistono anche le facoltà sovrane e le decisioni unilaterali che alcune figure politiche e alcuni paesi da sempre esercitano, dosano, sfoderano e impongono a seconda dei casi, dei rapporti di potere in gioco e delle cirtcostanze interne ed internazionali.
Alcuni segnali chiari di questo atteggiamento sono stati evidenziati anche recentemente nel caso della crisi in Honduras durante la quale il presidente deposto illegalmente, Manuel Zelaya, s’è rifugiato proprio nell’ambasciata brasiliana, o anche nella gestione delle relazioni con i vicini del Mercosur (Mercado Comun del Sur, trattato di integrazione regionale firmato da Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Venezuela con Cile e Bolivia come membri associati) e del continente americano, oltre che con gli USA, principale potenza antagonista del nord. Il tutto viene sigillato dalla scoperta di nuovi giacimenti petroliferi in acque territoriali brasiliane e dall’indipendenza energetica già da tempo raggiunta dal paese che a novembre appariva sulla copertina della rivista The Economist con il titolo “Brasil takes off”, cioè il Brasile decolla (ma questi sono solo alcuni elementi, non voglio e non potrei esaurire qui la storia delle relazioni internazionali o dello sviluppo economico brasiliano!). banderabrasil.jpg
Il peso del Brasile e dell’Amazzonia a Copenaghen si è fatto sentire pesantemente nonostante gli accordi siano stati giudicati insoddisfacenti da molti gruppi di attivisti e dalle nazioni dell’ALBA (Alternativa Bolivariana per le Americhe, capeggiata dal Venezuela di Hugo Chavez) e quindi Lula potrá accumulare maggiori consensi interni col discorso e la pratica “nazionalista” oltre al fatto che, in genere, alcuni partiti a lui vicini potrebbero sostenerlo in caso venga formalmente “responsabilizzato” (si parla di vero e proprio “impeachment”) di una presa di posizione contraria a quella della Corte. Secondo alcune voci critiche la politica del governo e in particolare quella del presidente del Brasile in questo caso non sorprendono in quanto lo si accusa, con argomenti piuttosto tendenziosi a dir la verità, di oscillare tra la sua “vecchia ideologia marxista” e un falso realismo ed anche di avere ammesso nelle proprie file degli ex simpatizzanti della guerriglia brasiliana degli anni settanta: con queste affermazioni ci si dimentica comunque il contesto della spietata dittatura militare instaurata in Brasile dopo il 1964 e della rispettiva resistenza armata…
Resta aperta la questione circa quali probemi interni tra il presidente e la Corte possano scoppiare se le dichiarazioni di Lula dovessero portare l’anno prossimo a delle azioni concrete o a un conflitto istituzionale serio; e se esistano oltre ai motivi personali o ideologici delle rendite elettorali che possono ottenere Lula, i partiti della coalizione e il successore di Lula, ormai a fine mandato, dalla contrapposizione con la Corte e dalle rivendicazioni sulla sovranità e il “bene per il paese” fatte dal presidente il quale è già stato avvertito del fatto che le responsabilita’ delle decisione ricadranno su di lui e che potrebbero esserci quindi implicazioni giuridiche. La velata minaccia della Corte sembra anche richiamare le implicazioni internazionali della vicenda dato che il Brasile resta ancora in attesa del famoso “posto fisso” nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che potrebbe essere eventualmente pregiudicato dall’opposizione dell’Italia e di altri paesi in seguito alla presunta violazione delle norme stabilite dall’organo stesso in tema di “terrorismo”. Per ora mi fermo qui e aspetto notizie.
Una lunga serie di approfondimenti storici e critici sul caso: http://www.carmillaonline.com/archives/cat_il_caso_battisti.html e per la vertente brasiliana http://www.bbc.co.uk/mundo/america_latina/2009/11/091118_1906_battisti_brasil_jg.shtml

 

Dalla lotta armata al buon governo, il subcomandante Marcos si racconta

Riporto qui l’intervista a Fabrizio Lorusso (sempre io, che egocentrico…) in qualità di traduttore del libro intervista a Marcos, Corte de Caja in Messico, Punto e a Capo in Italia gentilmente pensata e  redatta dall’amica giornalista e blogger di RottaASudOvest.

Un anno e mezzo dopo l’uscita sul mercato ispanico, è arrivato anche in Italia Corte de caja. Entrevista al Subcomandante Marcos, una lunga intervista della giornalista messicana Laura Castellanos al volto più mediatico dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). E’ un libro che aiuta a tracciare un bilancio dell’esperimento autonomo delle Juntas de Buen Gobierno, iniziato 7 anni a, e dell’iniziativa politica della Otra Campaña, alternativa dal basso al sistema politico fondato sulla rappresentanza dei partiti tradizionali, lanciata 4 anni a. Il titolo italiano del libro è Punto a capo. Presente, passato e futuro del movimento zapatista (ed. Alegre,13 €, on-line su lafeltrinelli.it e ndanet.it), il ricavato delle vendite servirà a sostenere il movimento zapatista; la traduzione è a cura di Fabrizio Lorusso, blogger di lamericalatina.net e latinoamericaexpress.blog.unita.it, da otto anni a Città del Messico, che ha accettato di rispondere via email ad alcune domande di Rotta a Sud Ovest. Ecco le sue risposte

- Come è stato tradurre questo libro in italiano?
Da un punto di vista personale è stata un’avventura piacevole ed entusiasmante dato che da anni mi occupo di temi politici e sociali latino americani, quindi i movimenti sociali e l’esperimento zapatista in Chiapas mi hanno sempre appassionato. Dal punto di vista “tecnico” il lavoro di trasposizione linguistica e soprattutto culturale dell’idiosincrasia della varietà messicana dello spagnolo è stata la sfida più interessante. Spesso tradurre un “¡Orale pues!” messicano con un semplice “Dai va!” italiano è limitante, però ho cercato di fare del mio meglio in tutti i casi simili!
- Per buona parte dello scorso decennio il subcomandante Marcos è stato uno dei volti più carismatici del movimento anti-globalizzazione. Poi i riflettori, almeno quelli internazionali, si sono spenti. Cosa è successo?
Nel libro Marcos spiega la progressiva ritirata mediatica del movimento. Un primo silenzio inizia dopo la Marcia del Colore della Terra nel 2001, con cui gli zapatisti hanno “conquistato” Città del Messico e la sua gente con tre obiettivi strategici: liberare il Chiapas dalla militarizzazione, chiedere la libertà dei detenuti politici del movimento e, la più importante, dare rango costituzionale agli accordi di San Andres, negoziati e rimasti lettera morta nel 1996. Il “tradimento” dei partiti politici in parlamento porta al ripiego e alla riflessione sul futuro del movimento, che nel 2005-2006 lancia la Otra Campaña, come reazione al sistema dei partiti e della politica messicani. A partire dal 2006 e dalle discusse elezioni presidenziali, l’EZLN si propone come elemento di unificazione di diverse anime della protesta sociale nazionale ed estende la sua presenza, e, parallelamente, Marcos comincia a ridurre la presenza negli spazi mediatici sempre più rari concessi dai media. La prassi politica dei caracoles comincia a rappresentare un’alternativa rilevante, mentre l’aspetto militare della lotta passa in secondo piano. I riflettori si sono relativamente spenti, quindi, per molti motivi diversi: perché l’EZ sembra “passato di moda”, perché ha mollato i partiti tradizionali e ha favorito una politica “subalterna” e di base o forse perché vengono trascurate le notizie dal Chiapas dove quotidianamente si registrano nuovi soprusi, detenzioni e violazioni dei diritti umani.

- Vivi in Messico e quindi hai contatto diretto con la sua realtà: cosa è oggi del movimento zapatista? Continua ad avere una sua presenza o Marcos non fa più “paura” all’establishment come quando portò migliaia di persone nello Zocalo? Dall’estero si ha come l’impressione che violenza e narcotraffico abbiano messo un po’ da parte le cause degli indigenas nelle preoccupazioni della società messicana.

Sì, come dicevo poco fa, l’EZLN ha deciso di riconvertirsi alla politica del buon governo, della trasparenza e dell’autonomia, che sta dando buoni risultati anche se limitati dai problemi secolari e strutturali e dall’ostilità delle istituzioni statali nella regione. Non credo sia corretto parlare di “paura” generata dall’EZLN nell’élite, anche se è vero che nella classica lista delle preoccupazioni della popolazione, il narcotraffico, l’insicurezza nelle città, i sequestri, scalano le classifiche dei temi caldi. Un esperimento sociale e politico come quello dei caracoles attira più l’attenzione di altri paesi, mentre viene ignorato in Messico o nella nostra Italia, arenata su stessa e sul suo immobilismo gerontocratico.
- Nelle anticipazioni uscite un paio di anni fa, ai tempi dell’uscita del libro nel mercato latinoamericano, Marcos esprimeva giudizi taglienti anche su leaders che sarebbero a lui vicini come Chavez, che non esita a considerare a rischio caudillo, Cristina Fernandez o Evo. Gli unici che sembrano avere la sua stima sono Fidel e il Che. Dove collochiamo, allora, il movimento zapatista nello scacchiere latinoamericano?
Una tendenza un po’ semplicista lo colloca in un pentolone unico, magari con il ruolo di precursore, insieme a tanti altri movimenti identificati per la loro opposizione a una o più tendenza della globalizzazione o al neoliberismo. Non credo molto in queste etichette e preferisco avvicinarmi alle peculiarità di ogni movimento sociale e alle sue rivendicazioni. Credo che il Sub e l’EZ guardino con interesse e simpatia alle esperienze politiche delle “nuove sinistre progressiste” venezuelane, argentine e boliviane o, in generale, latino americane che, anche loro, mostrano vari livelli e forme d’antiamericanismo e d’opposizione alla globalización neoliberal.

- La definizione che dà del Che è a suo modo poetica: appartiene a una generazione che non è ancora nata. La condividi? nascerà mai la generazione del Che? E, soprattutto, l’America Latina ne ha bisogno?
Probabilmente il Che e Fidel sono i personaggi, i volti e i miti che più hanno contraddistinto l’America Latina a livello internazionale dagli anni 60 in poi e hanno forgiato l’identità regionale militante, insieme a altri grandi come Simon Bolivar, il General San Martin, Benito Juarez, Garcia Marquez, Mario Benedetti, Ruben Dario, Villa, Zapata, i fratelli Flores Magon, Mariategui, Josè Martì, Salvador Allende, eccetera (e davvero chiedo scusa se solo ne nomino alcuni qui a titolo d’esempio). L’appropriazione delle lotte sociali e culturali di questi personaggi varia però da paese a paese e tra i diversi gruppi, partiti e movimenti, decennio dopo decennio. Penso che l’America Latina abbia bisogno della sua storia ma soprattutto di un rinnovamento ideologico e culturale, non tanto di figure forti e carismatiche, che possono avere un impatto importante, ma non fanno la differenza se prese così da sole.
- Nel libro Marcos fa sfoggio di umorismo, di ironia e di autoironia (ricordo che Angelina Jolie suo amore impossibile finì anche sui giornali italiani), quali sono le pagine in cui l’hai più apprezzato per questo?
Un po’ in tutto il testo Marcos fa dell’ironia e del sarcasmo su sé stesso, sui mass media e anche sui momenti difficili della sua storia come personaggio pubblico e privato. Scherza amaramente sull’amore clandestino e sulla donne, forse mostrando un po’ di quel maschilismo che gli viene spesso rimproverato e che costituisce un’altra importante sfida culturale in evoluzione che devono affrontare le comunità autonome e la società per democratizzare effettivamente i loro sistemi di governo.
- Una delle cose che dice e che mi hanno colpito, sempre dalle anticipazioni, è che se tornasse indietro cercherebbe di apparire meno sui media. Perché? In fondo hanno dato visibilità (e dunque potere) alla sua causa…
Sicuramente l’EZLN e Marcos sono stati uno dei primi movimenti globali, che hanno convogliato un’attenzione mediatica senza precedenti, anche grazie a Internet e all’interesse che ha risvegliato in tutto il mondo. Simultaneamente è nato un movimento no global articolato in decine, anzi centinaia di anime postmoderne accomunate da uno spirito di ribellione e protesta. Quindi le casse di risonanza e il potere che ne poteva derivare sono state molte e potenti. D’altro canto anche le possibili distorsioni della realtà e delle strutture del neozapatismo sono state pregiudicate, dato che la creazione di un leader non era prevista, anzi, indeboliva il movimento, scaricando tutte le responsabilità, i successi e le inquietudini su una sola persona, che poteva essere colpita più facilmente per screditare il lavoro di tutti. C’è quindi un trade off difficile da controllare e da gestire per i movimenti sociali che possono passare dal silenzio alla iper-presenza mediatica in pochi mesi, senza comunque aver potuto trasmettere integralmente le ragioni della loro lotta.
- Un tuo bilancio della parabola di Marcos, dopo aver tradotto questo libro in italiano? Come è cambiata, se è cambiata, la tua opinione su di lui?
Il libro ha chiarito alcuni punti oscuri della storia dell’EZLN e di Marcos. Sia che lo vediamo come un illuso o un sognatore che come pensatore politico, scrittore o sperimentatore autonomista e democratico, resta chiaro che il lavoro che viene svolto nei caracoles e nelle Juntas de Buen Gobierno trascende i confini del Chiapas e del Messico. Marcos chiarisce inoltre la sua relazione con gli altri gruppi armati del Messico come l’EPR ed evidenzia il carattere pacifista in questa fase dell’EZLN. L’opinione su Marcos diventa quindi un giudizio sul suo percorso, sugli errori del movimento e i suoi risultati, che si è arricchito durante la lettura e la traduzione di questa lunga intervista, ma vorrei lasciare aperta la risposta per invitare i lettori alla riflessione e al dibattito su Punto e a capo.

LyFC o CFE. La luce, Messico: dalla bolletta rossa alla verde

Ecco le foto delle due diverse bollette della luce a confronto. Come ben sapete dai post di un paio di mesi fa, la compagnia che operava nel centro del Messico, la Luz y Fuerza del Centro (LyFC), storica azienda elettrica messicana i cui oltre 40.000 dipendenti formavano (e virtualmente ancora formano) il sindacato storico SME (Sindicato Mexicano de Electricistas), è stata sgomberata e chiusa per decreto presidenziale e con l’uso dell’esercito annullando di fatto il potere del sindacato e licenziando praticamente tutti i lavoratori. Qui un paio di articoli: http://selvasorg.blogspot.com/2009/10/guerra-al-sindacato-in-messico.html & http://latinoamericaexpress.blog.unita.it//Messico__si_spegne_la_luce__s_accende_la_speranza_680.shtml

Ai dipendenti sono state offerte delle indennizzazioni e alcuni sono stati riassunti nella CFE (Comision Federal de Electricidad) che è la compagnia statale nazionale più importante e ha rilevato le attività di Luz y Fuerza. Girano molte mail e volantini che come forma di resistenza civile invitano a non pagare la nuova bolletta di colore verde visto il sopruso perpetrato nei confronti degli impiegati (ex impiegati!) dell’estinta LyFC. Per contrastare la protesta il governo sta bombardando radio e TV con degli spot alquanto tendenziosi che evidenziano l’inefficienza della vecchia compagnia e i pregi di quella “nuova”, gli sprechi dei sindacati e le virtù dell’efficienza, mentre la verità è un po’ più complicata e sfumata rispetto al bianconero mediatico di queste settimane. Intanto i lavoratori si dividono almeno in tre categorie: quelli che attendono ancora una risoluzione giuridica e che continuano con la pratica de “el amparo” (ossia un ricorso contro la decisione di espropriazione e chiusura della compagnia decretato da Felipe Calderon), quelli che già lavorano nella “nuova” CFE e quelli che ricevono mensilmente l’indennizzazione e sono alla ricerca di una nuova occupazione. Comunque sembra che l’interregno dei pagamenti sia ora finito e proprio alla vigilia di Natale è arrivata la prima bolletta verde che sostiuisce quella rossa. Nuovi padroni dell’energia (in teoria si tratta sempre dello Stato però con altri equilibri tra imprese pubbliche, sindacati e gruppi di lavoratori…), nuove sigle e colori. Intanto la vertenza degli elettricisti non è finita, anzi, l’agguerrito sindacato sta continuando con le manifestazioni e le negoziazioni anche se la sensazione è che i risultati siano stati fino ad ora deludenti e il governonon ha dimostrato sufficiente apertura. Si può seguire qui: http://www.sme1914.org/ On verà?

Brasile: l’opinione di Lula sul caso Battisti

Il 22 dicembre (martedì scorso) il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva ha rilasciato una dichiarazione sull’estradizione di Cesare Battisti, condannato in Italia per 4 omicidi e rifugiato politico in Brasile dopo la sua fuga dalla Francia nel 2004, affermando “decido io, non mi importa delle decisioni del Supremo Tribunal Federal. Adesso la palla è sul mio campo, e sono io a decidere come calciare” secondo quanto ha pubblicato il Giornale e alcune testate brasiliane come  che appunto riportano che “la settimana scorsa, la Corte suprema brasiliana aveva vincolato la decisione di Lula sull’estradizione in Italia dell’ex “terrorista rosso” al rispetto delle norme del trattato di estradizione in vigore tra i due Paesi, che in pratica non lascerebbe molto margine di manovra al presidente brasiliano per giustificare l’eventuale l’eventuale asilo politico”. Una lunga serie di approfondimenti critici sul caso: http://www.carmillaonline.com/archives/cat_il_caso_battisti.html e la vertente brasiliana http://www.bbc.co.uk/mundo/america_latina/2009/11/091118_1906_battisti_brasil_jg.shtml

Anche se fino ad oggi il mandatario brasiliano non si era espresso sul caso di Cesare Battisti, dato che si è in attesa del testo integrale delle decisioni della Corte che verrà comunicato in gennaio, si possono cominciare forse a delucidare alcuni fattori determinanti della sua decisione che vanno oltre la posizione sua personale e quella del suo partito politico di riferimento, il Partito del Trabajo.

In Brasile così come in altri paesi dell’America Latina è molto forte e sentito da sinistra a destra, anche se con toni e strumentalizzazioni differenti, il discorso della sovranitá nazionale e l’idea di una politica di potenza passa anche da queste rivendicazioni, reali o retoriche che siano. Esistono trattati e accordi internazionali, esistono delle regole e la diplomazia, però esistono anche le facoltà sovrane e le decisioni unilaterali che alcune figure politiche e alcuni paesi da sempre esercitano, dosano, sfoderano e impongono a seconda dei casi, dei rapporti di potere in gioco e delle cirtcostanze interne ed internazionali.

Alcuni segnali chiari di questo atteggiamento sono stati evidenziati anche recentemente nel caso della crisi in Honduras durante la quale il presidente deposto illegalmente, Manuel Zelaya, s’è rifugiato nell’ambasciata brasiliana, o annche nella gestione delle relazioni con i vicini del Mercosur e del continente americano, oltre che con gli USA, potenza antagonista del nord…Il tutto viene sigillato dalla scoperta di nuovi giacimenti petroliferi in acque territoriali brasiliane e dall’indipendenza energetica gia’ raggiunta dal paese che a novembre appariva sulla copertina della rivista The Economist con il titolo “Brasil takes off”, cioè il Brasile decolla (ma questi sono solo alcuni elementi, non voglio e non potrei esaurire qui la storia delle relazioni internazionali o dello sviluppo economico brasiliano!).

Il peso del Brasile e dell’Amazzonia a Copenaghen si è fatto sentire e quindi Lula potrá accumulare piu’ consensi col discorso e la pratica “nazionalista” oltre al fatto che, in genere, alcuni partiti a lui vicini potrebbero sostenerlo in caso venga formalmente “responsabilizzato” di una presa di posizione contraria a quella della Corte. Secondo alcune voci critiche la politica del governo e in particolare del presidente del Brasile in questo caso non sorprendono in quanto lo si accusa, con argomenti piuttosto tendenziosi a dir la verità, di oscillare tra la sua “vecchia ideologia marxista” e un falso realismo ed anche di avere ammesso nelle proprie file degli ex simpatizzanti della guerriglia brasiliana degli anni settanta: con queste affermazioni ci si dimentica comunque il contesto della spietata dittatura militare instaurata in Brasile dopo il 1964 e della rispettiva resistenza armata…

Resta aperta la questione circa quali probemi interni tra il presidente e la Corte possano scoppiare se le dichiarazioni di Lula dovessero portare l’anno prossimo a delle azioni concrete o a un conflitto istituzionale serio; e se esistano oltre ai motivi personali o ideologici delle rendite elettorali che possono ottenere Lula, i partiti della coalizione e il successore di Lula dalla contrapposizione con la Corte e dalle rivendicazioni sulla sovranità e il “bene per il paese” fatte dal presidente il quale è già stato avvertito del fatto che le responsabilita’ delle decisione ricadranno su di lui e che potrebbero esserci quindi implicazioni giuridiche. La velata minaccia della Corte sembra anche richiamare le implicazioni internazionali della vicenda dato che il Brasile resta ancora in attesa del famoso “posto fisso” nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che potrebbe essere eventualmente pregiudicato dall’opposizione dell’Italia e di altri paesi in seguito alla presunta violazione delle norme stabilite dall’organo stesso in tema di “terrorismo”. Per ora mi fermo qui e aspetto notizie.

Economia latino-americana 2009-2010

di Fabrizio Lorusso

Dopo sei anni di crescita significativa si calcola una caduta del PIL dei paesi latino americani considerati nel loro insieme dell’1,7% e del PIL pro capite del 2,8% per l’impatto della crisi internazionale. Ciononostante si considera che dalla metà dell’anno è iniziato un recupero lieve che dovrebbe continuare nel 2010. La caduta del tasso d’occupazione e anche della qualità delle fonti d’impiego è il corollario della crisi in tutti i paesi anche se il Messico, i paesi Caraibici e l’America Centrale stanno risentendo maggiormente della diminuzione del turismo (anche per l’effetto “influenza suina o A H1N1″), delleminori rimesse inviate dai loro migranti negli Stati Uniti e dalla caduta degli investimenti stranieri stimata in un 37%.

Storicamente i paesi dell’America Latina si sono potuti suddividere per blocchi in base alla dipendenza commerciale relativa dagli Stati Uniti che è sicuramente un fattore importante da considerara ancora oggi dato che la crisi ha avuto origine proprio in quel paese e continua a influire sul continente americano e sul mondo intero.

Il Messico e il Centroamerica hanno una dipendenza commerciale intorno o superiori al 70% con gli Stati Uniti (calcolando la percentuale delle importazioni e delle esportazioni con gli USA rispetto al totale nazionale), i paesi andini come il Venezuela, la Colombia, l’Equador e il Perù si definiscono a dipendenza media con tassi di circa il 50% mentre il Brasile e i vicini argentini e cileni del Cono Sud hanno percentuali tradizionalmente inferiori al 50%.

Il fattore Cina negli ultimi dieci anni è venuto a cambiare queste percentuali e s’è trasformato nel secondo partner commerciale della regione e, in alcuni casi, nel leader commerciale assoluto per alcuni paesi. Anche l’Unione Europea, soprattutto la Spagna, hanno ampliato la loro presenza in Latino-America in termini commerciali e di investimenti diretti. Basti pensare alle banche come Santander o BBVA, alla compagnia Telefonica oppure alle imprese del settore energetico come Repsol e Gas Natural.

Questa relativa diversificazione non ha però condotto a benefici sufficienti per evitare la discesa della produzione interna, delle esportazioni e del consumo nel 2009, anzi, la relativa dipendenza da pochi prodotti e dalle materie prime, dilemma storico delle economie del sottocontinente, unita ai flussi speculativi e la scarsa forza dello Stato nella politica fiscale e finanziaria. In pratica per il sesto decennio consecutivo e ancora in questi giorni la CEPAL (Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi dell’ONU) segnala che, malgrado la crescita attesa del 4,3% del PIL nel 2010 per la regione e tassi ancora più alti per il Sudamerica in cui il Brasile fa da traino, i problemi strutturali non sono stati risolti e che oltre ad economie sane a livello macro c’è un gran bisogno di recuperare l’investimento statale (il più efficacemente possibile) in politiche sociali, redistributive e nel welfare abbandonato da due-tre decenni a questa aprte all’iniziativa privata, delle ONG o della società civile e del volontarismo che a dir la verità ha dei limiti strutturali piuttosto evidenti da questa parte dell’oceano (e non solo?).

Tra i grandi paesi il Messico esce indebolito dato che l’attività economica interna è crollata più che in altri paesi per la sua dipendenza dagli USA e l’effetto influenza e avanzerà probabilmente poco più del 3% l’anno prossimo, quindi meno degli altri grandi come il Brasile (+5,5%) e l’Argentina (+4%) e della regione nel suo insieme. Anche in Messico lo Stato sembra avere perso gli strumenti per stabilire delle politiche controcoincliche significative, per favorire la diversificazione di prodotti e mercati, per incorporare e generare conoscenze e tecnologie e, infine, per prevenire e affrontare le crisi in un intorno di sviluppo economico e sociale sostenibile, tutte misure e prospettive auspicate e raccomandate fortemente dalla stessa CEPAL.

Las Mañanas en el Once TV. Fabrizio Lorusso presenta libro di poesie, delirio?

Ecco ilvideo dell’intervista realizzata al Canal 11, nel programma Las Mañanas del Once, in cui si presenta il libro Memorias del Mañana, giustamente il programma doveva chiamarsi proprio las mañanas del once!

Link vicini:

http://lamericalatina.net/2009/12/06/presentazione-del-libro-di-poesie-memorias-del-manana-in-messico/

http://www.iicbelgrado.esteri.it/IIC_Messico/webform/SchedaEvento.aspx?id=609

Bellissima canzone dei Negrita censurata. Il libro in una mano, la bomba nell’altra

In America Latina (o come prima si diceva nel “nuovo mondo” di Colombo, Cortes e compagni di merende) si parlava della croce in una mano e la spada nell’altra,  ma oggi c’era bisogno di un aggiornamento adeguato. Forse la canzone è un po’ vecchia e già conosciuta però meglio tardi che mai, quindi la segnalo oggi, domenica nuvolosa in quel di Città del Messico.

En América Latina (o bien, como se le decía antes en el “nuevo mundo” de Colón, Cortés y compañeros de malas hazañas) se hablaba de la cruz en una mano y la espada en la otra, pero hoy se necesitaba de una adecuada actualización. Quizás la canción es un poco vieja y ya conocida pero mejor tarde que nunca, entonces la señalo hoy, domingo nublado en eso de la Ciudad de México. Es de Negrita, una banda rockera italiana y se titula “El libro en una mano y la bomba en la otra”.