Archivio Mensile: gennaio 2010

Honduras, il golpe dimenticato

Il golpe avvenuto in  Honduras   il 28 giugno scorso  che ha deposto e cacciato dal paese il presidente democraticamente eletto nel 2006 Manuel Zelaya e che ha visto l’insediamento manu militari  di Roberto Micheletti (dello stesso partito di Zelaya, il Parito Liberale) che ricopriva la carica di presidente del Congresso Nazionale,  è stato oramai di fatto legittimato con le elezioni del 30 novembre, realizzate in un clima di paura e di tensione,  tra repressione, detenzioni arbitrarie, omicidi e senza la presenza di osservatori internazionali (leggi qui la sintesi della crisi). Porfirio Lobo  è  il nuovo presidente del paese e  si insedierà formalmente il 27 gennaio prossimo. Il governo uscente del golpista Roberto Micheletti e il nuovo esecutivo stanno  tentando di conquistare  adesso agli occhi miopi della comunità internazionale un volto democratico che convince veramente poco.  E nel frattempo  tentano di salvare gli autori materiali del golpe garantendo l’impunità sia a Roberto Micheletti (che proprio in questi giorni è stato nominato dal Congresso deputato a vita per i suoi 28 anni di lavoro svolti per il paese),  sia ai generali delle Forze Armate che sono sotto accusa da parte della Procura Generale per “abuso di potere” e “invio in esilio” del presidente deposto Manuel Zelaya (la Costituzione del paese infatti vieta esplicitamente di mandare in esilio cittadini honduregni). I militari rischierebbero in caso di condanna pene irrisorie che vanno dai 3 ai 5 anni di carcere.
Manuel Zelaya dall’ambasciata brasiliana dove si trova tuttora  denuncia che il Procuratore Generale Luis Rubí con questo provvedimento   “appoggia l’impunità dei militari accusandoli di reati minori e di abuso di potere e non per i gravi delitti che hanno commesso” e cioè “tradimento della Patria , omicidio, violazione dei diritti umani e torture al popolo” . Secondo Zelaya è chiaro inoltre che “ciò che si sta mettendo in pratica sono gli atti preliminari per ottenere l’impunità dei militari e lasciare senza condanna gli altri autori materiali e intellettuali del colpo di Stato militare”.
Andres Pavón, presidente del Comitato per la Difesa dei Diritti Umani (Codeh) ha ricusato formalmente il giudice in quanto “si è sostenuto e si continua a sostenere che è totalmente evidente che la rottura dell’ordine costituzionale in Honduras, avvenuta tramite un colpo militare di Stato, si è realizzata con la partecipazione e l’avallo diretto della Corte Suprema di Giustizia”.
In Italia,   a parte le sporadiche notizie di agenzie che si leggono in rete sulle vicende più propriamente politiche del paese centroamericano, il golpe  è stato completamente dimenticato e quindi legittimato e perfino uno dei pochi  spazi informativi onesti rimasti, Radio Tre Mondo, lo  ha “ratificato” recentemente,  intervistando Carlos Lopez Contreras, ministro degli Esteri del governo golpista. La redazione del programma, lo ha presentato infatti  come rappresentante del  “Governo di Transizione”.
La stampa invece   ormai  ignora completamente e ha calato un velo di silenzio sulle violazioni dei diritti umani accadute e che continuano ad accadere in Honduras. Dalla resistenza honduregna,  dal COFADEH (Comitato dei familiari di detenuti scomparsi) e dalle altre associazioni umanitarie continuano  a  giungere  denunce di omicidi di difensori dei diritti umani, come quello di Walter Trónchez ucciso il 14 dicembre a colpi di pistola mentre camminava per il centro di Tegucigalpa (era stato già arrestato e sottoposto a torture nel luglio scorso). Walter era stato anche testimone dell’arresto da parte di alcuni membri della polizia di Pedro Magdiel Muñoz Salvador, poi ucciso il 25 luglio durante una manifestazione. Walter, che faceva  parte del Fronte nazionale di resistenza popolare e che si occupava  dei diritti della comunità LGTB già il 4 dicembre scorso era stato sequestrato da quattro uomini incappucciati che dopo averlo picchiato ripetutamente lo avevano minacciato di morte. In quell’occasione riuscì a fuggire e sporse denuncia alle autorità. Inutilmente. Il 15 dicembre è stato trovato anche il corpo senza vita e senza testa di Santos Corrales, anche lui appartenente al  Fronte  che era stato arrestato dieci giorni prima da membri della Direzione nazionale di investigazione criminale (DNCI).
Andres Pavón (Codeh) denuncia che squadre di paramilitari percorrono le vie di Tegucigalpa e dei centri minori sequestrando e uccidendo giovani appartenenti al FNRP.  Dal 30 novembre  giorno delle elezioni, sarebbero già 30 i militanti uccisi, che vanno ad aggiungersi a quelli morti  immediatamente dopo il colpo di Stato e nei mesi successivi. Si tratta di una “vera e propria offensiva” contro un movimento che va crescendo sempre di più e che trova sempre maggior consenso in Honduras ma anche fuori dal paese.
La repressione si sta accanendo  duramente anche contro la comunità gay, come dimostra l’omicidio di Walter Trónchez , e contro le associazioni femministe, mentre quanto mai  pericoloso e difficile è  il lavoro di giornalisti e operatori dell’informazione. Le sedi di giornali e radio comunitarie vengono ripetutamente perquisite   con uso sproporzionato di forza e violenza, quando non sono oggetto di attentati compiuti da paramilitari, come avvenuto recentemente alla radio Faluma Bimetu, che da anni denunciava i crimini e gli interessi dei gruppi finanziari che cercavano di cacciare la comunità degli indigeni Garifuna dai loro territori (gli stessi dove è stata girata l’Isola dei Famosi per capirsi). Alcuni giornalisti invece sono stati arbitrariamente detenuti e poi rilasciati dopo aver subito percosse e torture.
Le elezioni del 30 novembre sono state riconosciute valide da pochi paesi. Oltre ovviamente agli Stati Uniti, la cui partecipazione diretta o indiretta al golpe è ormai stata definitivamente accertata (e poca rilevanza ha se ciò sia avvenuto con o senza il consenso di Obama), anche  il Messico, Panamá, Costa Rica, Perú, Colombia, Italia, Francia, Germania , Israele e Giappone hanno salutato favorevolmente il risultato elettorale,  mentre nella regione ha un certo peso, anche se alla nuova classe dirigente honduregna sembra non interessare particolarmente, la posizione di Brasile, Argentina, degli altri paesi aderenti all’Alba e del Mercosur che non riconoscono Porfirio Lobo come presidente.
Il Congresso tra l’altro  ha ratificato proprio in questi giorni la decisione di uscire dall’Alba, la cui adesione era stata fortemente voluta da Manuel Zelaya e che di fatto è  stato il motivo scatenante del colpo di Stato.
Il 7 gennaio si è tenuta la prima manifestazione del nuovo anno contro il governo proprio in protesta contro questa decisione, ma anche per chiedere un’Assemblea Costituente e per esprimere ancora una volta solidarietà a Zelaya.  A Tegucigalpa hanno sfilato  decine di migliaia di honduregni  dall’ Università Pedagogica al palazzo del Congresso e si sono dati appuntamento nuovamente   a fine gennaio per la data di insediamento di Lobo.
Mentre nelle strade della capitale una folla pacifica e chiassosa, in un clima di relativa tolleranza, gridava slogan contro il governo e in favore di Mel Zelaya,  nelle campagne e nelle zone più rurali del paese,  dove le telecamere sono assenti e i giornalisti difficilmente arrivano, l’esercito e la polizia mostrano invece il  vero volto di quella che nessuno chiama dittatura ma che non lascia dubbi rispetto alla sua vera natura.
Una comunità di contadini nella Valle del Aguàn è stata infatti violentemente sgomberata dalla polizia e dall’esercito da alcuni territori statali nei quali aveva costruito povere capanne e seminato mais e cereali, territori che erano invece reclamati da alcuni latifondisti che spesso in Honduras assoldano anche bande paramilitari per liberare le terre.
Le colture sono state distrutte, le capanne incendiate e i contadini, circa 600 famiglie,   cacciati con lacrimogeni e proiettili (di piombo).
Sono innumerevoli le situazioni come queste nel paese,  a dimostrazione anche del fatto che i latifondisti e i grandi proprietari terrieri sono stati una delle anime del golpe e che proprio quella Riforma Agraria della quale si era timidamente iniziato a discutere durante la presidenza di Manuel Zelaya adesso  si rende estremamente necessaria. Appare  invece sempre più lontana.
Riforma Agraria e Assemblea Costituente sono le due battaglie sulle quali l’eterogeneo Fronte Nazionale di Resistenza Popolare dovrà  investire nel prossimo futuro forze ed energie,  canalizzandole probabilmente in espressioni e iniziative che abbiano sicuramente più rilevanza e peso politico di quello che hanno oggi le grandi mobilitazioni per le strade di Tegucigalpa.
Le associazioni per la difesa dei diritti umani intanto puntano sulla giustizia internazionale: Luis Guillermo Peérez Casas segretario generale della Federazione Internazionale dei Diritti Umani  (FIDH) e Manuel Ollé Sesé, presidente dell’ Associazione Pro Diritti Umani (Spagna)  hanno sporto denuncia contro Roberto Micheletti e il capo delle Forze Armate Romeo Vásquez Velásquez, per il delitto di persecuzione politica contro il popolo honduregno. Anche se questa, a voler essere pragmatici, sembra un’inutile iniziativa. L’Honduras ha ormai il suo nuovo presidente. E’ contro il nuovo governo, e il silenzio che circonda quanto accade nel paese  che adesso bisogna lottare.
Riguardo il tema del golpe e la politica americana verso l’America centrale e latina, legnalo I”l ritorno del Condor” di Fulvio Grimaldi. Il racconto del colpo di Stato effettuato in Honduras contro il presidente progressista Manuel Zelaya dai militari agli ordini dell’oligarchia honduregna e degli Stati Uniti. L’inizio di un’operazione Condor 2, con la quale Washington si propone di rinnovare i nefasti dell’operazione Condor degli anni ’70 che installò Pinochet in Cile e altre sanguinarie dittature in America Latina. Una controffensiva statunitense, con nuove basi militari in Colombia e manovre di destabilizzazione in tutto il Cono Sud, per strappare ai governi e movimenti progressisti e rivoluzionari quello che Washington considera il suo “cortile di casa”. L’irriducibile resistenza del popolo honduregno e dei popoli latinoamericani.
L’autore è giornalista, scrittore, inviato di guerra ex-Rai i cui docufilm sullo scontro tra popoli e imperialismo non verranno mai trasmessi dalla Rai. E’ il quarto documentario sul “continente della speranza”, dopo “Cuba, el camino del sol”, “Americas Reaparecidas”, “Cuba, Venezuela, Bolivia, Ecuador: l’Asse del Bene”. Si affianca ai suoi popolari lavori di controinformazione su Balcani, Iraq, Libano, Palestina – ultimo “Araba fenice, il tuo nome è Gaza” – e ai libri sugli stessi argomenti e sulla crisi della Sinistra italiana.
Dal 16 gennaio al 7 febbraio Il Circolo di Italia-Cuba della Tuscia organizza, insieme ad altri circoli e strutture, un tour italiano di una dirigente del Fronte Nazionale della Resistenza al Colpo di Stato in Honduras, nel corso del quale verrà presentato anche il nuovo documentario “Il ritorno del Condor”.
Per le date degli appuntamenti consultare : blog Mondo Cane
Foto II: DA QUI.

La canzone di gennaio, di Jorge Drexler

Forse dal vivo rende di più in questa versione “trova”. Jorge Drexler, La vida es más compleja de lo que parece, cioè la Vita è più complessa di quello che sembra.

Islamico = Musulmano (?) Arabo = Palestinese (?) Libanese = Cristiano (?)

Ci spiega tutto o quasi Falecius a questi link. Seguendo la sequenza dei post linkati nell’introduzione, avremo le idee più chiare sull’Islam, i musulmani e tanti altri termini abusati o strumentalizzati.

Riassunto delle puntate precedenti: appurata la circolazione di

idee strane sul mondo musulmano nei media nazionali, Falecius

fa indagini su Yahoo Answers e trova

persone sconcertate e confuse dalla differenza, se c’è, tra “islamici” e “musulmani”.

Dopo aver discusso la cosa a livello

di lingua italiana,

di lingua araba,

di implicazioni storiche varie

ed eventuali, cerchiamo di proporre un quadro della questione e dei problemi lessicali che comporta.

In particolare, il problema di come tradurre islāmiyyûna sostantivato?

Infine, l’ultima puntata sarebbe questa:

http://falecius.splinder.com/post/22106507/Non+sa+un+cazzo+e+se+ne+vanta+

Haiti, basta debito adesso! Comunicato stampa

Comunicato Stampa,

A tutte le redazioni con preghiera di pubblicazione.

(in allegato: Lettera Haiti al governo italiano a questo link)


Roma, Lunedì 25 gennaio 2010,

con l’invio di una lettera indirizzata al Ministro Giulio Tremonti – Ministero delle Finanze e al Ministro Franco Frattini – Ministero degli Affari Esteri,
e in concomitanza con la Conferenza Internazionale dei Paesi Donatori
che si sta svolgendo in queste ore a Montreal, in Canada,

è stata lanciata la Campagna nazionale
“HAITI BASTA DEBITO, ADESSO!”
che sostiene la “Cancellazione immediata e incondizionata
del debito bilaterale e multilaterale di Haiti”.


La Campagna nazionale che ha tra i suoi promotori, Mani Tese, Campagna Riforma Banca Mondiale, Osservatorio Selvas.org, Coordinamento Italia Nicaragua e SdL Intercategoriale, chiama a raccolta tutte le Associazioni, ONG e Istituzioni che operano nel mondo della Cooperazione Internazionale, chiedendo al Governo italiano, già impegnato nell’opera degli aiuti internazionali in soccorso delle vittime del terremoto del 12 gennaio ad Haiti, di sostenere una posizione di rilievo internazionale nell’estinzione incondizionato del debito della nazione caraibica.

“Il governo e’ pronto a cancellare i 40 milioni di euro di debito estero di Haiti verso l’Italia”: lo ha annunciato il ministro degli Esteri Franco Frattini, il 17 gennaio 2010, quando ancora le prime pagine dei quotidiani mondiali aprivano con le prime drammatiche immagini e notizie dalla nazione caraibica.
Nel giugno del 2009, Haiti aveva ottenuto la cancellazione di 1,2 miliardi di dollari di debito dai suoi principali creditori nell’ambito dell’iniziativa HIPC (Heavily Indebted Poor Countries) rivolta a quelle nazioni, che come Haiti hanno un tasso di povertà estremo. Nonostante questo passo in avanti molto importante, il debito estero di Haiti ammonta ancora a più di 800 milioni di dollari. Il terremoto della settimana scorsa e i tre uragani devastanti che hanno colpito l’isola nel corso del 2008 hanno distrutto l’economia del Paese, incapace, adesso più che mai, di generare le entrate necessarie a servire il debito estero sia oggi che nel prossimo futuro.
Risorse che a parere della Campagna, qualora e non appena l’economia del Paese riprendesse a funzionare, dovrebbero essere investite in via prioritaria nella ricostruzione interna, delle infrastrutture di base e nella fornitura dei servizi di base per i milioni di senzatetto prima che al servizio del debito.

La storia recente di Haiti ha dimostrato che sono grandi le responsabilità del mondo, verso la condizione attuale di Haiti: trent’anni di dittatura di Duvalier padre (François Duvalier) e poi il figlio (Jean-Claude Duvalier), e i successivi colpi di mano militare diretti dall’estero, trasformarono quest’angolo dell’isola Hispaniola in un inferno di violenza e terrore, con decine di migliaia di morti e desaparecidos, nell’ambito dello schieramento sostenuto dapprima dalla Guerra Fredda e successivamente dall’applicazione selvaggia delle regole della competizione economica. Solo ad esempio trent’anni fa Haiti coltivava tutto il riso di cui aveva bisogno, ora il Dipartimento dell’agricoltura Statunitense indica Haiti come tra i primi importatori del riso prodotto negli U.S.A..


Alla luce del grave disastro umanitario, aggravato dal terremoto del 12 gennaio 2010, la Campagna HAITI BASTA DEBITO, ADESSO! Chiede al Governo italiano
· di contribuire alla ricostruzione di Haiti attraverso la concessione di aiuti a perdere (Grants) e non attraverso la concessione di crediti di aiuto che il governo di Haiti dovrebbe poi restituire;
· Usare la propria rappresentanza e il proprio voto nel Board dei Direttori Esecutivi del Fondo Monetario e della Banca Interamericana di Sviluppo per assicurare la cancellazione immediata e incondizionata del debito rimanente di Haiti verso queste istituzioni e contemporaneamente di spendersi per ottenere una moratoria immediata sul servizio dei pagamenti del debito da parte di Haiti verso le stesse istituzioni, congelando anche il maturare degli interessi;
· Chiedere al FMI di mobilitare risorse interne per pagare il servizio del debito di Haiti con risorse proprie nel momento in cui le rate dei pagamenti verrebbero a scadenza.

La Campagna HAITI BASTA DEBITO, ADESSO! Ha deciso di mantenere attivo un Osservatorio di controllo della società civile affinché dopo gli annunci da parte del nostro Governo si concretizzino azioni decisive e immediate.


Si attendono nelle prossime ore numerose adesioni di associazioni e anche di singole persone attraverso il Blog internet:
http://haitiadesso.ning.com

e la campagna in Face Book:
http://www.facebook.com/#/pages/HAITI-BASTA-DEBITO-ADESSO/269574699762?ref=nf

Le Associazioni Promotrici.


Comunicato Stampa a cura di:
ufficiostampa@comunicatorevisivo.com

Lettera al Governo italiano sul debito di Haiti

25 gennaio 2010
Alla c.a.
Ministro Giulio Tremonti
Ministero delle Finanze
Ministro Franco Frattini
Ministero degli Affari Esteri

Oggetto: Cancellazione immediata e incondizionata del debito bilaterale e multilaterale di
Haiti

Gentile Ministro,

Le scriviamo in merito alla difficile e sempre più drammatica situazione di Haiti per sollevare alcune questioni che a nostro avviso dovrebbero essere parte centrale della risposta del governo italiano e della comunità internazionale alla crisi di Haiti. Nel giugno del 2009, Haiti ha ottenuto la cancellazione di 1.2 miliardi di dollari di debito dai suoi principali creditori grazie al raggiungimento del Completion Point nell’ambito dell’iniziativa HIPC (Heavily Indebted Poor Countries). Nonostante questo passo in avanti molto importante, il debito estero di Haiti ammonta ancora a più di 800 milioni di dollari. Il terremoto della settimana scorsa e i tre uragani devastanti che hanno colpito l’isola nel corso del 2008 hanno distrutto l’economia del Paese, incapace di generare le entrate necessarie a servire il debito estero sia oggi che nel prossimo futuro. Risorse che a nostro avviso, qualora e non appena l’economia del Paese riprendesse a funzionare, dovrebbero essere investite in via prioritaria nella ricostruzione interna, delle infrastrutture di base e nella fornitura dei servizi di base per i milioni di senzatetto prima che al servizio del debito.

Accogliamo quindi positivamente la decisione del governo italiano di implementare con la formula più favorevole la cancellazione del debito bilaterale decisa nell’ambito del Paris Club, per un ammontare complessivo di 40,43 milioni di Euro. Crediamo tuttavia che il Governo italiano, come gli altri donatori internazionali, debba anche impegnarsi affinchè il sostegno alla fragilissima economia di Haiti per fare fronte al sisma avvenga con la formula di Grants (Aiuti a perdere) e non con “crediti di aiuto” che contribuirebbero a peggiorare la condizione debitoria del Paese.

Crediamo inoltre che il Governo italiano possa giocare un ruolo importante nell’ambito dei Board delle due istituzioni multilaterali che detengono oltre la metà del debito estero di Haiti, il Fondo Monetario Internazionale (IMF) e la Banca Interamericana di Sviluppo (IDB), per chiedere una cancellazione immediata e senza l’applicazione di onerose condizionalità economiche del debito multilaterale di Haiti verso entrambe le istituzioni. Il governo italiano rappresenta una voce autorevole nel Board dei direttori esecutivi del Fondo e dell’IDB. Haiti dovrà pagare almeno 100 milioni di dollari in servizio del debito all’IMF e IDB nei prossimi cinque anni, la stessa somma che il Fondo Monetario ha annunciato di voler prestare al Paese per fare fronte all’emergenza attuale.

Chiediamo al Governo italiano di giocare un ruolo proattivo nelle diverse sedi internazionali di coordinamento e concertazione in cui la comunità dei donatori sta discutendo un piano di azione per aiutare il Governo di Haiti a fare fronte ad una catastrofe umanitaria senza precedenti per uno dei Paesi più poveri al mondo. In particolare chiediamo al governo italiano di:

- Contribuire alla ricostruzione di Haiti attraverso la concessione di aiuti a perdere (Grants) e non attraverso la concessione di crediti di aiuto che il governo di Haiti dovrebbe poi restituire. Tale iniziativa costituirebbe un segnale importante alla comunità dei donatori internazionali per non aumentare il debito estero del Paese, una possibilità questa che anche altri Governi europei stanno
valutando;

- Usare la propria rappresentanza e il proprio voto nel Board dei Direttori Esecutivi del Fondo Monetario e della Banca Interamericana di Sviluppo perassicurare la cancellazione immediata e incondizionata del debito rimanente di Haiti verso queste istituzioni. Allo stesso tempo, chiediamo al governo italiano di spendersi per ottenere una moratoria immediata sul servizio dei pagamenti
del debito da parte di Haiti verso le stesse istituzioni, congelando anche il maturare degli interessi;

- Chiedere al FMI di mobilitare risorse interne (incluse le proprie riserve auree o di utilizzare le entrate eccezionali derivate dalla vendita delle riserve auree del FMI conseguenti dall’aumento del prezzo dell’oro sui mercati internazionali) per pagare il servizio del debito di Haiti con risorse proprie nel momento in cui le rate dei pagamenti verrebbero a scadenza. Questo permetterebbe di evitare un accumulo ulteriore di debito estero per il Paese come conseguenza diretta del nuovo prestito di 100 milioni di dollari che il FMI si è impegnato a destinare ad Haiti, oltre che evitare che Haiti paghi per uscire da questa situazione tragica, visto che in ogni caso il Paese non sarebbe in grado di farlo ne ora ne in un prossimo futuro;

- In questo senso, riconoscendo che il mandato del Fondo Monetario non permette all’istituzione di concedere aiuti a perdere (Grants) ma solamente prestiti, crediamo che i membri del Board del FMI dovrebbero valutare la possibilità che le risorse del FMI vengano canalizzate ad Haiti attraverso altre istituzioni che possano concedere Grants.

Rimaniamo a disposizione per un incontro a breve per discutere le proposte e le richieste contenute in questa lettera. Cogliamo l’occasione per inviarLe I nostri più sinceri saluti.

In fede,
Mani Tese
Campagna per la Riforma della Banca Mondiale (CRBM)
Osservatorio Informativo Latinoamerica Selvas.org
Coordinamento Italia Nicaragua
SdL Intercategoriale

Haiti: di che ha bisogno per risollevarsi?

CANCELLAZIONE IMMEDIATA, TOTALE ED INCONDIZIONATA del debito estero – RESTITUZIONE DEI SOLDI ILLEGALMENTE SOTTRATTI – CESSAZIONE DI OGNI INTERFERENZA

Alma Giraudo da Selvas.org

Tra pochi giorni i media sostituiranno il terremoto di Haiti con altre notizie: bisogna trovare altro per attirare l’attenzione e Haiti ripiomberà nel buco nero del silenzio totale come avviene da sempre. Fino a quando ci sono state persone intrappolate (soprattutto stranieri) di cui occuparsi, o le faccine sperse di bambini che potessero attirare l’attenzione, allora tutte le prime pagine dei giornali e telegiornali hanno invaso le nostre case, ma ormai è stabilito che non interessa più.

Abbiamo inviato i nostri 2 euro con il telefonino, o qualcosa di più con la carta di credito, e ci sentiamo tranquilli con la nostra coscienza: abbiamo fatto il nostro dovere di solidarietà verso queste persone così tragicamente colpite! Bé…. non è così.

I nostri 2 euro inviati con sms sono sicuramente utili alle organizzazioni che operano per aiutare a salvare le vittime del terremoto, e saranno ancora più utili fra un po’ di tempo, ma non possiamo ritenere di avere la coscienza a posto per questo. Le nostre responsabilità nella miseria di Haiti e nella conseguente distruzione di Port-au-Prince (poco dovuta ad un disastro naturale) sono ben altre, ma questo non ci viene raccontato da nessuno perché non fa “audience”, a nessuno fa piacere sentirsi responsabile di fatti così terribili.

Preferiamo sentirci “bravi” perchè mandiamo i nostri soldi per aiutarli e non vogliamo sentire altro. (www.selvas.eu/newsHAO206.html).

Ricordiamoci che noi, Unione Europea, abbiamo sostenuto ignobilmente il colpo di stato contro Aristide del 2004, con le sue migliaia di vittime (8.000 solo nell’area di Port-au-Prince, in due anni, molti di più considerando tutto il Paese, ed un tempo più lungo, ma l’esatto numero non si saprà mai). Abbiamo collaborato e continuiamo a farlo, con istituzioni internazionali e Paesi che schiacciano economicamente e finanziariamente Haiti, non ultimo il nuovo “accordo di partenariato economico” imposto dall’Unione Europea.

Abbiamo assistito ad una campagna stampa internazionale (e di conseguenza nazionale) che è un insulto nei confronti del popolo haitiano: il concetto che la priorità di Haiti sia la sicurezza. Gli haitiani ci sono stati descritti come un popolo violento, selvaggio, dedito a strane pratiche magiche, incapace di governarsi(*).

Nulla di più falso. Gli haitiani sono persone tranquille, pacifiche, incredibilmente pazienti, estremamente solidali l’uno con l’altro, amichevoli ed allegre, orgogliose e consapevoli della propria identità e della propria storia. Chiunque li conosca, anche poco, lo sa. L’unica ragione per descriverli come “violenti” per raccontare di gangs che saccheggiano, che controllano i campi dei rifugiati e simili è per giustificare l’invio di militari.

12.000 soldati degli USA (probabilmente di più, vedremo fra qualche settimana quanti saranno), gran parte di loro marines (addestrati alla guerra, non ai soccorsi), oltre ad almeno 4 navi militari, guardia costa, elicotteri, unità di sbarco etc…. sono una forza di occupazione militare e null’altro, che resterà ad Haiti probabilmente per decenni.

E l’Italia cosa fa? Invia una portaerei (vogliamo assicurarci la nostra fetta di affari per la ricostruzione?)

Il quartiere generale della Minustah è crollato e sia il capo della missione, Hedi Annabi, sia il suo vice, sono rimasti sotto le macerie. Quale migliore occasione da parte degli USA per prendere in mano anche il comando della missione ONU?

Se l’occupazione ONU era già brutale e violenta, come già denunciato (www.selvas.eu/newsHAO208.html) cosa potremo aspettarci dall’occupazione dei marines degli Stati Uniti?

Questa tragedia è stata un’occasione d’oro per mettere insieme tre Presidenti degli Stati Uniti, il Bush del golpe del 2004, il Clinton degli intollerabili ricatti economici al Presidente Haitiano Aristide ed al suo successore, l’Obama che persegue le politiche dei suoi predecessori e che ha continuato a rifiutare lo “stato temporaneo di rifugiato” alle migliaia di Haitiani approdati sulle coste degli Stati Uniti dopo i devastanti uragani degli ultimi mesi del 2008.

Questi tre signori si preparano a raccogliere ricchissimi fondi.. per fare cosa? Per sovvenzionare il grandissimo affare della ricostruzione, da affidarsi alle loro imprese, ovviamente. Con tanto di contractors per garantirne la “sicurezza”.

Gli haitiani si sanno governare, meglio di noi, se solo lasciassimo loro la possibilità di farlo. Ogni volta che hanno eletto un proprio governo, parlamento, presidente, interventi stranieri hanno provocato colpi di stato, dittature (queste si violentissime, ma importate), squadroni della morte, oppure pesantissimi ricatti economici, come quello imposto ad Aristide per ricondurlo ad Haiti nel 1994. Fatti che continuano a mantenere il Paese nella miseria più assoluta, imposta dall’esterno, non causata dall’incapacità degli haitiani.

Ancora oggi, nei giorni precedenti il terremoto, ci giungevano informazioni sull’esclusione dalle elezioni del senato che avrebbero dovuto tenersi il prossimo 28 febbraio, di 15 partiti, fra i quali il più rappresentativo: il Fanmi Lavalas (quello del Presidente sequestrato da soldati dell’esercito degli Stati Uniti nel 2004 ed ancora in esilio), per oscure ragioni burocratiche.

In un Paese sotto occupazione e ricatto inutile accusare le istituzioni locali di questo. Lo stesso era stato fatto per le elezioni parziali tenutesi nell’aprile scorso: le elezioni sono state boicottate dalla popolazione, la partecipazione dei votanti è stata fra il 6% ed il 10%. Questo è quello che vogliamo imporre.

Il futuro di Haiti è estremamente buio, i prossimi mesi necessiteranno di attenzione più che mai, non di stereotipi e banalità. Cessare con la nostra ipocrisia e cominciare a guardare in faccia la realtà sarebbe già un grosso passo avanti, da parte di tutti.

Di cosa ha bisogno Haiti per riprendersi?

- Della CANCELLAZIONE IMMEDIATA, TOTALE ED INCONDIZIONATA del suo debito estero, nei confronti di chiunque, istituzioni finanziarie e Stati: la maggioranza del debito che gli Haitiani pagano è dovuto a fondi elargiti ampiamente ai vari dittatori, primi fra tutti i Duvalier, che li hanno usati per sé stessi e per reprimere la poplazione.

- Della RESTITUZIONE DEI SOLDI ILLEGALMENTE SOTTRATTI, come l’enorme “risarcimento” alla Francia per i mancati introiti della canna da zucchero proveniente dagli schiavi di Haiti, dopo che questa si è resa indipendente.

Gli Haitiani hanno pagato per più di 150 anni una somma che è valutata 21 miliardi di dollari di oggi.

- Della CESSAZIONE DI OGNI INTERFERENZA nella politica, economia, finanza da parte delle potenze straniere.

(*) http://www.repubblica.it/esteri/2010/01/16/news/haiti_caracciolo-1967361/

Haiti: militarizzazione, caos, presenza USA e italiana

Riporto qui un paio di brevi interventi di Tito Pulsinelli su Selvas.org da cui emergono alcune interessanti informazioni trascurate dai media italiani sulle missioni USA e di altri paesi ad Haiti. Pur nel rispetto degli sforzi internazionali per soccorrere la straziata popolazione del paese caraibico, è urgente considerare tutti gli aspetti delle operazioni non atto per evitare errori del passato e la copertura di strategie meno umanitari e di atti di forza mascherati. Nel post precedente avevo lanciato una provocazione sul debito riprendendo le considerazioni del Comitato Internazionale per la Cancellazione del Debito del Terzo Mondo, ma il tema non è assolutamente esaurito così come non lo sono le questioni della presenza militare americana e di come si muove l’Italia in questo contesto. Il qudro della situazione geopolitica: A QUESTO LINK.

Presenza militare statunitense

Non c’è “terrorismo”, non ci sono armi di distruzione di massa, nemmeno laboratori per la raffinazione della coca, non vi è traccia di pirateria o armi atomiche disperse, ma le truppe USA passeranno dagli attuali 15mila a 20mila uomini.
All’Assemblea Generale dell’ONU, l’ambasciatore nordamericano ha risposto indignato alle accuse della Bolivia, del Nicaragua e del Venezuela che in sostanza esigono più medici e meno soldati: “…vogliono politicizzare l’emergenza di Haiti”. Quindi, militarizzare o politicizzare?

Dapprima presero possesso dell’aeroporto internazionale di Port au Prince, impedirono l’atterraggio di numerosi aerei, poi allontarono la stampa internazionale, infine completarono lo schieramento delle truppe sul territorio metropolitano. I convogli militari nordamericani sfoggiano armi, non distribuiscono cibo né acqua, e mettono sotto controllo i punti nevralgici della capitale. Il porto è nelle loro mani. Aerei e navi, in partenza o in arrivo, devono sottostare alle condizioni del comando militare degli Stati Uniti.

Ad otto aerei di Medici senza frontiere, nonostante l’autorizzazione scritta delle autorità di Washington, è stato impedito l’atterraggio: ad Haiti comanda il Pentagono. Ora stanno completando lo schieramento delle truppe e dei mezzi sul resto dell’isola. Impediscono o rallentano le operazioni umanitarie che fanno capo ad altri Paesi ed organismi internazionali.
Gli elicotteri sorvolano i centri abitati della costa ed avvisano che chiunque espatria clandestinamente sarà fatto prigioniero, e inviato alla base militare di Guantanamo a far compagnia ai “terroristi arabi”.

Dunque, è in atto la militarizzazione del terremoto o una politicizzazione dell’emergenza? Avallare la centralizzazione/accaparramento degli aiuti internazionali o rafforzare la vigilanza permanente della società civile internazionale?
Ieri, a La Paz, durante le celebrazioni del nuovo periodo presidenziale di Evo Morales, Chávez ha ricordato come nel 1999, in occasione dell’alluvione che causò la più grave catastrofe naturale in Venezuela, che distrusse il litorale centrale, gli USA tentarono di inviare 1200 marines. Era una iniziativa personale di Bill Clinton, non una richiesta di Caracas: in quel caso, dovettero fare dietrofront.

Sembra una “prassi”. Ad Haiti è in atto una invasione al nuovo stile del smart power, camuffata, come il golpe in Honduras, e che punta ad “auto-finanziarsi” con i soccorsi internazionali.La portaerei italiana Cavour è salpata verso Haiti. L’intera operazione è circondata da scarsissime informazioni ufficiali.

Dal fronte italiano…

Il Ministro La Russa ha parlato di “missione di aiuto a tutta la popolazione, ma in particolare ai bambini orfani” (Adnkronos 16 gennaio). Nessuna dichiarazione in merito alle effettive modalità operative e alla tempistica della missione” – sottolineano Rete Disarmo e la Tavola della pace.

Da quale organismo è pervenuta all’Italia la richiesta di inviare una portaerei? Finora il Ministro della Difesa La Russa ha parlato solo di “operazione congiunta con il Ministero della Difesa brasiliano” senza specificare la necessità e l’origine di tale richiesta.

Le due associazioni, che raccolgono un’ampia gamma di organizzazioni del pacifismo italiano, chiedono quindi spiegazioni “sulla effettiva necessità della portaerei Cavour e l’approvazione della sua missione… “sulle modalità d’impiego e la tempistica dell’operazione”. Nei giorni scorsi il sito di Unimondo, con due lunghi articoli aveva portato all’attenzione diversi aspetti poco chiari del “battesimo operativo” e del “silenzio tombale del mondo politico” sull’iniziativa governativa.

Chiedono trasparenza “sui costi della missione e il loro sostegno”. E puntano l’attenzione sulle “dichiarazioni alquanto singolari” rilasciate da La Russa. Haiti ha bisogno di aiuti di natura prettamente civile, cioè di medici non soldati. In un primo momento il ministro Frattini aveva verbalmente anunciato che l’Italia condonava il debito di Haiti.

Poi, con La Russa, c’è un cambio totale di registro, e siamo giunti alla sponsorizzazione dell’imprenditoria privata (e non) di una spedizione militare dagli obiettivi poco chiari, presentata come una sfilata promozionale del Made in Italy bellico, sulla passarella caraibica. “Le aziende saranno in grado di coprire il 90% dei costi dell’operazione e si tratta di società come Finmeccanica, Fincantieri, Eni, molte di queste che lavorano con il militare e che hanno realizzato questa nave” (Agi, 19 gennaio).

Pax Christi rende noto che “Haiti ha bisogno di cooperazione non di portaerei. Questa nave di 235 metri è costata 1200 milioni di euro, ed in ogni ora di navigazione consuma 25mila litri di carburante. Ci chiediamo quante sale operatorie ed ospedali da campo si possono realizzare con una spesa così folle”.

Foto: www.jenniferbrowningphotography.com