Archivio Mensile: febbraio 2010

Evento per Haiti a Roma. Domenica sera, 28 febbraio

A sostegno della popolazione e della dignità di Haiti.

ROMA DOMENICA 28 FEBBRAIO 2010

L’appuntamento è per le 19.30 in VIA SAN TOMMASO D’AQUINO 11/A.

Aperitivo + musica e videodiretta da Haiti

A seguire: Proiezione film THE AGRONOMIST di Jonathan Demme

Ingresso 3 euro + 3 euro aperitivo

L’intero ricavato della serata andrà in favore di Selvas.org che collabora con L’Associazione di avvocati haitiani volontari AUMOHD

Organizza AIN http://www.itanica.org/

Circolo Leonel Rugama

itanica.roma@libero.it

Appello

L’Associazione di avvocati haitiani

volontari AUMOHD, Action des Unité Motives pour une Haïti de Droit “è in dovere di lanciare un appello urgente a tutti i suoi amici e sostenitori, a tutti gli amici di Haiti per aiutarci tramite un contributo che ci possa permettere di supportare i senza tetto, ricostruire le infrastrutture distrutte dell’AUMOHD, e aiutare le famiglie in difficoltà.”

Ecco i siti per le donazioni:

http://www.selvas.eu/AppelloHaiti2010.html

http://prohaiti2010.blogspot.com

La terra trema ancora. Video Port au Prince, Haiti (6). 4 scosse in 2 notti e le visite dei presidenti stranieri

Port au Prince e Haiti tremano ancora. Dopo due notti di scosse ondulatorie intorno ai 5 gradi della scala Richter abbiamo saggiamente deciso di spostare le nostre tende dal primo piano della casa alla zona giardino-parcheggio. La rivisitazione del piano “notti sicure”, che prima prevedeva solamente un generale e indefinito stato di allerta mentale e l’opzione di dormire in tenda sul balcone dell’ufficio dell’Aumohd (Association des Unité Motivé pour une Haiti des Droits), implica ora un ripensamento della strategia generale. Verso mezzanotte la prima scossa che ci ha svegliato non era eccessivamente minacciosa ma qualche ora dopo la seconda ci ha fatto letteralmente sobbalzare e imprecare.

La tenda era chiusa e la cerniera introvabile, il pavimento scivolava sotto i piedi da destra e sinistra come un tapis roulant e quando sono riuscito a uccidere il dormiveglia, ad alzarmi, ad orientarmi e a uscire era ormai tutto finito, i cani abbaiavano mentre amici e vicini erano già in piedi per la strada e nei cortili. Niente di grave, solo pochi secondi, ma questa volta non posponiamo più la decisione di traslocare giù in giardino per cercare di riprendere un sonno turbato però lì almeno non ci può crollare niente in testa. Sarà la nostra nuova stanza per quest’ultima settimana, è finita l’epoca del coraggio. Mentre facciamo i bagagli un’altra bottarella di terremoto preceduta da un tuono grave e fragoroso ci riconferma la bontà della nostra scelta e ci mette addosso una leggerissima fretta.

Il Corriere e la Repubblica hanno pubblicato un’informazione esagerata rispetto a quanto apprendiamo dai media haitiani e dall’ANSA: il terremoto è stato forte ma “solo” del 4,7 grado scala Richter, non del 7 come acclamato in prima pagina di Repubblica on line (http://www.ansa.it/ansalatina/notizie/notiziari/amcentr/20100223114435033340.html)

La più grande catastrofe della storia moderna. Bilancio provvisorio dei danni del terremoto del 12 gennaio 2010, del 7,3 grado della scala Richter, su Port au Prince, capitale d’Haiti e città limitrofe, al 22 febbraio 2010 secondo la protezione civile haitiana: valutazione danni in 14 miliardi di dollari USA, morti accertati (ma molti sono ancora sotto le macerie, 222 500, il 90% dei quali nella zona cittadina; 310 928 feriti; 559 dispersi; 1 milione e mezzo di persone colpite; 1 milione duecentotrentasettemila senza tetto; 509 202 sfollati; 105 369 case distrutte; 208 164 abitazioni danneggiate. Non si segnalano ancora pericoli epidemiologici nel paese anche se una trentina di ospedali della capitale non sono operativi e la stagione delle piogge è una minaccia per le precarie tendopoli installate un po’ dappertutto a Porto Principe e dintorni. Cuba è il paese che ha fornito più medici: sono oltre 1700 i dottori presenti ad Haiti, 1300 arrivati dopo il sisma. Si segnala anche la scarsità di latrine e servizi igienici nei campi di accoglienza degli sfollati dato che è ancora lontano l’obiettivo di avere una latrina ogni 20 abitanti.

Ronda di visite di capi di Stato. Intanto il presidente haitiano Renè Preval si trova in Messico per assistere ai meeting della OSA (Organizzazione Stati Americani) e per incontrarsi col presidente messicano Calderon. Si avvicina la data del 31 marzo in cui l’ONU discuetrà i piani per la ricostruzione del paese mentre l’Unione Europea annuncia un “piano Marshall” per Haiti, secondo le parole del ministro degli esteri dell’Unione, Catherine Ashton che visiterà l’isola la settimana prossima. Per ora il totale degli aiuti europei ammonta a 609 milioni di euro di cui 309 di aiuti umanitari e 300 per la ricostruzione.

Dopo Nicolas Sarkozy, presidente della Francia, anche Michelle Bachelet, sua omologa cilena, è venuta in visita ad Haiti ma senza offrire milioni come Sarkozy. Ha sfoderato più che altro discorsi di solidarietà e promesse di aiuti futuri per la fase di ricostruzione, frasi diplomatiche di cortesia e di elogio al coraggio del popolo haitiano che resiste. Anche a lei Preval ha chiesto più tende mentre al summit dei leader latino americani ha chiesto più investimenti per la riattivazione dell’industria in loco e la riduzione della dipendenza economica dagli aiuti esteri. Ha anche sottolineato come lo sviluppo futuro del paese non dovrà più centrarsi sulla capitale dove vive oltre il 20% della popolazione totale quanto sul decentramento.

Non mi stanco di segnalarvi un blog utile per le donazioni per Haiti e per l’Aumohd, dove stiamo lavorando come volontari: http://prohaiti2010.blogspot.com/

Port au Prince e Haiti tremano ancora. Dopo due notti di scosse ondulatorie intorno ai 5 gradi della scala Richter abbiamo saggiamente deciso di spostare le nostre tende dal primo piano della casa alla zona giardino-parcheggio. La rivisitazione del piano “notti sicure”, che prima prevedeva solamente un generale e indefinito stato di allerta mentale e l’opzione di dormire in tenda sul balcone dell’ufficio dell’Aumohd (Association des Unité Motivé pour une Haiti des Droits), implica ora un ripensamento della strategia generale. Verso mezzanotte la prima scossa che ci ha svegliato non era eccessivamente minacciosa ma qualche ora dopo la seconda ci ha fatto letteralmente sobbalzare e imprecare.

La tenda era chiusa e la cerniera introvabile, il pavimento scivolava sotto i piedi da destra e sinistra come un tapis roulant e quando sono riuscito a uccidere il dormiveglia, ad alzarmi, ad orientarmi e a uscire era ormai tutto finito, i cani abbaiavano mentre amici e vicini erano già in piedi per la strada e nei cortili. Niente di grave, solo pochi secondi, ma questa volta non posponiamo più la decisione di traslocare giù in giardino per cercare di riprendere un sonno turbato però lì almeno non ci può crollare niente in testa. Sarà la nostra nuova stanza per quest’ultima settimana, è finita l’epoca del coraggio. Mentre facciamo i bagagli un’altra bottarella di terremoto preceduta da un tuono grave e fragoroso ci riconferma la bontà della nostra scelta e ci mette addosso una leggerissima fretta.

La più grande catastrofe della storia moderna. Bilancio provvisorio dei danni del terremoto del 12 gennaio 2010, del 7,3 grado della scala Richter, su Port au Prince, capitale d’Haiti e città limitrofe, al 22 febbraio 2010 secondo la protezione civile haitiana: valutazione danni in 14 miliardi di dollari USA, morti accertati (ma molti sono ancora sotto le macerie, 222 500, il 90% dei quali nella zona cittadina; 310 928 feriti; 559 dispersi; 1 milione e mezzo di persone colpite; 1 milione duecentotrentasettemila senza tetto; 509 202 sfollati; 105 369 case distrutte; 208 164 abitazioni danneggiate. Non si segnalano ancora pericoli epidemiologici nel paese anche se una trentina di ospedali della capitale non sono operativi e la stagione delle piogge è una minaccia per le precarie tendopoli installate un po’ dappertutto a Porto Principe e dintorni. Cuba è il paese che ha fornito più medici: sono oltre 1700 i dottori presenti ad Haiti, 1300 arrivati dopo il sisma. Si segnala anche la scarsità di latrine e servizi igienici nei campi di accoglienza degli sfollati dato che è ancora lontano l’obiettivo di avere una latrina ogni 20 abitanti.

Ronda di visite di capi di Stato. Intanto il presidente haitiano Renè Preval si trova in Messico per assistere ai meeting della OSA (Organizzazione Stati Americani) e per incontrarsi col presidente messicano Calderon. Si avvicina la data del 31 marzo in cui l’ONU discuetrà i piani per la ricostruzione del paese mentre l’Unione Europea annuncia un “piano Marshall” per Haiti, secondo le parole del ministro degli esteri dell’Unione, Catherine Ashton che visiterà l’isola la settimana prossima. Per ora il totale degli aiuti europei ammonta a 609 milioni di euro di cui 309 di aiuti umanitari e 300 per la ricostruzione.

Dopo Nicolas Sarkozy, presidente della Francia, anche Michelle Bachelet, sua omologa cilena, è venuta in visita ad Haiti ma senza offrire milioni come Sarkozy. Ha sfoderato più che altro discorsi di solidarietà e promesse di aiuti futuri per la fase di ricostruzione, frasi diplomatiche di cortesia e di elogio al coraggio del popolo haitiano che resiste. Anche a lei Preval ha chiesto più tende mentre al summit dei leader latino americani ha chiesto più investimenti per la riattivazione dell’industria in loco e la riduzione della dipendenza economica dagli aiuti esteri. Ha anche sottolineato come lo sviluppo futuro del paese non dovrà più centrarsi sulla capitale dove vive oltre il 20% della popolazione totale quanto sul decentramento.

Haiti un mese dopo: pioggia, inquietudini e speranze a Port au Prince

Articolo di F. L. riportato dal settimanale Carta del 19 gennaio 2010.

Il presidente di Haiti, René Preval, ha decretato lo stop di tutte le attività economiche ed educative nel paese per venerdì 12 febbraio, giornata di lutto nazionale per le 220mila vittime del terremoto che ha colpito la capitale Port au Prince il 12 gennaio scorso cambiando il destino di un popolo che da sempre è abituato agli sconvolgimenti drastici causati dalle vicissitudini della storia e della natura, dalle forti ingerenze postcoloniali di francesi, americani e brasiliani, così come da uragani e terremoti. Mentre le cifre sulle vittime e gli sfollati cominciano a stabilizzarsi a livelli impressionanti (un milione duecentomila persone vivono in rifugi provvisori o per strada e solo il 25% dispone di “materiali d’emergenza” come tende e materassi) e i media internazionali propiziano il lento spegnimento dei riflettori puntati sull’isola de La Hispaniola, sulle cui coste sbarcò Colombo il 14 ottobre 1492 e che è oggi divisa tra la Repubblica Dominicana e Haiti, il popolo haitiano vive ancora in uno stato di grave emergenza. Ogni sera Preval parla in diretta TV alla nazione da una tenda in cui si tiene una conferenza stampa per informare sulla situazione e cercare di confortare in qualche modo gli ascoltatori. E’ una delle poche azioni possibili in questi momenti dato che lo Stato è praticamente bloccato e atterrato in seguito alla morte di molti funzionari pubblici e alla distruzione fisica di quasi tutti i ministeri e del Palazzo nazionale.

A un mese dal catastrofico sisma di 7,3 gradi della scala Richter che ha praticamente raso al suolo la città di Leogane, che si trova vicinissima all’epicentro del sisma proprio a pochi chilometri dal centro della capitale, e che ha distrutto o danneggiato gravemente circa l’80% degli edifici della stessa Port au Prince, il paragone con un panorama postbellico e l’idea di un formicaio sempre brulicante e in costruzione sono forse le immagini più adatte per descrivere la vita e la gente qui ad Haiti. Basta camminare per la strade di Delmas, il quartiere periferico in cui mi ospitano gli avvocati dell’Aumohd (Associazione di Universitari Motivati da un’Haiti dei Diritti), un’associazione di difensori dei diritti umani che lavora nei quartieri disagiati e nelle carceri, per rendersi conto che la gente vive alla giornata cercando continuamente cibo, acqua, denaro, spazi, tende, lavoro, contatti e aiuti della solidarietà internazionale spesso difficili da ottenere nelle sovrappopolate periferie cittadine.

Molti supermercati e mercati coperti sono stati distrutti dalle scosse del terremoto e i pochi rimasti aperti non costituiscono un gran conforto per la gente comune dato che i prezzi del cibo e degli altri prodotti in genere sono proibitivi, quasi a livelli europei. In questi empori non è difficile incontrare soldati e giornalisti canadesi o americani in cerca di scatolame, pesce, verdure o lattine di birra, tutti beni introvabili nei mercati di quartiere e nelle bancarelle per la strada che si caratterizzano per la scarsa varietà e qualità degli alimenti in vendita: cipolle, aglio, pasta, riso, fagioli, dadi per il brodo, peperoncini, pane, a volte i pomodori e con un po’ di fortuna del pollo e della carne di dubbia provenienza e poco più. Negli accampamenti c’è anche l’abitudine di mangiare la carne di gatto.

Sembra che le emergenze segnalate dalle autorità e dalla stampa nei primi giorni dopo il terremoto come la fame, la sete, il pericolo delle epidemie e l’insicurezza siano ora parzialmente rientrate, anche se il problema del cibo e dell’acqua potabile non possono considerarsi mai completamente risolti. Ci sono però nuove inquietudini e possibili pericoli che si fanno avanti e interessano la maggior parte della popolazione. Infatti alla mancanza di tende e alla precarietà dei rifugi temporanei e degli accampamenti allestiti in tutti gli spazi aperti della metropoli come i parchi, le piazze, i viali e i parcheggi, s’aggiunge l’avvicinarsi minaccioso della stagione degli uragani, prevista a partire da aprile, con il drammatico incremento della quantità e della forza delle precipitazioni, il caldo asfissiante e il proliferare di zanzare che da sempre le caratterizzano. Inoltre le condizioni igieniche nei campi stanno lentamente degenerando. Alcuni di questi ospitano oltre tremila persone che scaricano spazzatura e residui in spazi aperti o in fiumiciattoli maleodoranti in cui sguazzano alcuni maiali.

Qualche giorno fa abbiamo avuto un assaggio di quello che potrebbe succedere tutti i giorni tra qualche mese se non si riescono a creare dei servizi di drenaggio dell’acqua piovana sia negli accampamenti ufficiali controllati dal governo e dai militari statunitensi sia in quelli spontanei organizzati dagli abitanti dei quartieri. Verso le 4 del mattino un forte temporale di qualche ora ha trasformato le vie di Port au Prince in fiumi di fanghiglia e detriti costringendo tutti gli abitanti a correre ai ripari e a proteggere i pochi beni che restano loro, soprattutto le tende, i materassi, i vestiti e i teloni di plastica che di solito costituiscono l’unica protezione per gli spazi in cui si dorme o dove s’istallano le tende. Anche qui nel parcheggio dell’Aumohd, in cui abbiamo piantato un paio di canadesi, ci siamo dovuti svegliare all’improvviso per cercare riparo dallo scrosciare della pioggia che non dava segni di cedimento e soprattutto per evitare che i computer e le stampanti venissero danneggiati.

Anche se a Port au Prince mancano ancora i servizi pubblici di base come l’acqua corrente e l’energia elettrica, la gente s’arrangia sfruttando i pozzi profondi presenti in alcune case oppure andando a fare la doccia negli accampamenti ufficiali riforniti da grossi camion del governo e, per l’energia, i più fortunati dispongono di costosi generatori a benzina per alcune ore al giorno. In questo senso l’azione delle associazioni locali, spesso non legate al circuito delle grandi ONG e delle “multinazionali della solidarietà”, è molto importante nei quartieri marginali visto che, per esempio, la stessa Aumohd offre servizi gratuiti come la connessione a internet, la ricarica del cellulare, la disponibilità di spazi per le riunioni e per depositare prodotti di prima necessità e a volte anche pasti caldi alla gente del quartiere. Il presidente, Maitre Evel Fanfan, ha lanciato insieme all’organizzazione italiana Selvas.org una raccolta fondi per una piccola cucina comunitaria e per aprire un piccolo centro medico di quartiere al quale stiamo contribuendo direttamente anche noi italiani (siamo qui in due, io e l’amico Diego Lucifreddi).

Le informazioni su come supportare queste iniziative e sulla situazione ad Haiti si trovano in questi blog: http://prohaiti2010.blogspot.com e http://lamericalatina.net.

In una conferenza stampa l’ambasciatore americano a Porto Principe, Kenneth H. Merten, ha dichiarato che le tende non rappresentano l’unica priorità e che è meglio pensare già da ora a soluzioni più stabili come per esempio i prefabbricati di legno e plastica che sono più resistenti. Inoltre – sintetizzo le sue parole – l’idea è quella di evitare che la gente si abitui alle tendopoli che potrebbero trasformarsi in città permanenti che ostacolerebbero l’opera di ricostruzione generale e i piani di ricollocamento della popolazione in zone più sicure. L’idea un po’ cinica espressa dall’ambasciatore USA ha una sua logica però nel frattempo la gente se la deve cavare con quello che c’è o con i teloni di plastica che in città sono diventati carissimi e ricercatissimi, tanto che alcune persone che ci hanno visto per la strada ci hanno chiesto di procuraglieli pensando che fossimo due americani. Il grave problema della ricostruzione fisica delle abitazioni e delle infrastrutture è legato a quello del lavoro e delle attività economiche, un miraggio lontano già prima del terremoto visto che un milione di haitiani residenti all’estero fa girare l’economia più di quanto lo facciano le imprese locali, il turismo o gli investimenti stranieri. Qui all’Aumohd vengono ogni giorno ragazze e ragazzi a stampare il loro curriculum sperando prima di tutto di poterlo consegnare un giorno a qualcuno e poi di poter trovare un impiego. Gli unici che per ora stanno assumendo delle persone sembrano essere le missioni militari internazionali che negli accampamenti più grandi hanno bisogno di manodopera, traduttori e aiutanti generali per la distribuzione degli aiuti e le relazioni con la gente che si stabilisce lì.

Il lutto nazional del 12 febbraio s’è di fatto prolungato per tutto il fine settimana con manifestazioni ufficiali e religiose – spesso non si distinguono le une dalle altre – nella centrale spianata di Champs de Mars. Ogni mattina dalle sei in avanti migliaia di haitiani, le donne vestite di bianco e gli uomini coi pantaloni neri e la camicia bianca, si sono riuniti nei luoghi di culto e per le strade per partecipare alle messe e ricordare le vittime. Le cerimonie durano alcune ore in un alternanza di lunghe prediche in memoriam e di preghiere spesso accompagnate da chitarre, organi e cori. Il rito cattolico non è l’unico, anzi, sembra molto più diffuso quello battista con alcune reminiscenze del voodoo che è più coinvolgente e prevede ore ed ore di canti e balli frenetici ed estenuanti al ritmo dei tamburi coi credenti che entrano in uno stato di estasi o trance collettivo. Il pianto dei tamburi viene interrotto solamente dal frastuono degli elicotteri americani che sorvolano continuamente i cieli della capitale e riportano i suoi abitanti alla realtà quotidiana fatta di espedienti, inquietudini e speranze cantate a squarciagola verso il sole caraibico.

Foto di Fabrizio Lorusso, album: http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti

Note di Diego Lucifreddi. Il terremoto delle grandi occasioni

di Diego Lucifreddi

Il terremoto è una grande occasione per il nostro paese, ci dice Micaela, la signora haitiana che abbiamo intervistato ieri. E’ l’occasione per ripensare la struttura del paese dalle sue fondamenta.
L’allusione però è limitata all’urbanistica e all’ambiente, perché nonostante qui sia caduto l’establishment con tutti i suoi palazzi, l’idea di una ricostruzione che comprenda la società nella sua interezza sembra difficile.
Alla preoccupazione cronica degli haitiani per riempirsi la pancia e guadagnare un minimo di denaro, dopo il sisma si aggiunge quella di ristabilire una vita se non proprio normale, almeno stabile. Gli adulti coscienziosi stanno cercando un lavoro, mentre i giovani tornano alla propria rete di amicizie e si danno nuovi punti di riferimento geografico, sia solo per fare una doccia o ricaricare il cellulare.
Ora più che mai, l’ossessione è quella di tamponare compulsivamente i bisogni primari – e l’aiuto esterno ci sta riuscendo bene – ma a pochi sembra importare che nei campi d’accoglienza le baracche costruite nel fango saranno portate via dalle piogge di aprile. Presto si creerà un’altra emergenza e di nuovo ci si troverà senza una risposta, pronti a aspettare un nuovo aiuto.
Questo terremoto ha dimostrato che tutti sono vulnerabili, i poveri come i ricchi e anche i  politici, che sono stati costretti a avvicinarsi al popolo, nel vero senso della parola, con cui condividono lo stato di indigenza e l’inattività.

L’ennesima catastrofe caduta sul paese ha messo in  moto un processo di delegittimazione irreversibile di tutta la classe dirigente autoctona a cominciare dal presidente Prevert che può solo prendere atto della situazione e limitarsi agli appelli tra il politico e il religioso.

Gli aiuti cadono come la manna dal cielo, abbondantemente ma senza una pianificazione, manca un interlocutore credibile che incanali i copiosi flussi di denaro, forse tra la popolazione di Haiti non lo si è cercato abbastanza, e il governo USA ha pensato di risolvere il problema sovrapponendo la sua istituzione più razionale, cioè l’esercito. Nonostante questo gli americani non sono riusciti a evitare le critiche sulla lentezza e l’eccessiva burocratizzazione del loro intervento fino alle denunce di corruzione.

La funzionalità dello stato haitiano è stata abbattuta e la macchina americana ne ha occupato tutti gli apparati. Ma se questo ha dato dei vantaggi dal punto di vista pratico, l’efficacia dei smistamenti risente della mancanza di un’autorità locale che conosca bene territorio e popolazione.

Si è creata la situazione per cui chi vive nei campi per i sfollati è favorito dalla distribuzione diretta, mentre chi non e’ nell’occhio del ciclone ha difficoltà a accedere ai sacchi di riso e alle medicine.

Anche il rapimento dei bambini e le facili adozioni sono il frutto della scomparsa dello stato, che come il capitano di una nave che affonda, ha lanciato il si salvi chi può.

Il prete nella messa della domenica ha fatto appello alla fratellanza e alla carità per superare la catastrofe, mentre i battisti, comunità ben presente a Port au Prince, erano impegnati a agitare le mani al cielo, cantare e cadere in trance. Durante le celebrazioni del primo mese dal sisma, si sono ripetuti varie volte messaggi di unità tra le due confessioni, chiamate a un ruolo di aggregazione che vada più in là dei canti e dei balli.

Il terremoto ha colpito anche le forze sociali organizzate, i sindacati e le associazioni per i diritti umani che a Haiti sono sempre stati sotto minaccia e ripiegati in una posizione di difesa.

Adesso sono impegnati a sopravvivere e stanno tentando di stabilire un sistema di distribuzione degli aiuti parallelo in grado di coprire le parti dimenticate della popolazione. Data la carenza delle forze politiche istituzionali, da loro potrebbe venire un progetto di nuova nazione, anche se è molto molto difficile.

Diario da Haiti (4): polvere di macerie sul cielo di Port au Prince

CentroHaitiCarmilla001.jpgLa casona che prima del terremoto del 12 gennaio scorso a Port au Prince era la sede dell’Aumohd, un’associazione di avvocati da anni in lotta per la difesa dei diritti umani ad Haiti e per la protezione della popolazione dei quartieri disagiati, è adesso anche un rifugio d’emergenza che il suo presidente, Evel Fanfan, alcuni ex-impiegati dell’associazione, due ragazze del quartiere che hanno perso casa, anche se per fortuna i loro familiari sono vivi, e a volte vi dimorano dei collaboratori stranieri come me e Diego che vengono ad aiutare, a informare, a capire, a vivere. Siamo i primi dopo il sisma e veniamo trattati con tutte le attenzioni del caso.
Ci viene proposto di dormire in giardino o nel parcheggio sotto un tendone di plastica enorme che copre alcuni letti d’emergenze, ma preferiamo entrare in casa, salire un piano e stenderci in terrazza sui nostri materassi cinesi gonfiabili, sotto le stelle che brillano orgogliose e indisturbate sopra la città senza luce. Negli uffici del piano terra, sgomberi e puliti, c’è la lavagnetta di Evel dove hanno scritto i nostri nomi e quelli di ogni ospite “residente” dell’associazione con le sue rispettive funzioni. Nessuno osa restare fermo sotto i tetti della casa e la scalata ai piani superiori è un’impresa psicologicamente impegnativa per chi sente ancora dentro il tremolio, il frastuono, la rottura e la caduta, cioè il trauma per la devastazione concepita e attuata dalle forze della natura. Fatalismo, animismo, culto della morte, reminiscenze voodoo e religiosità profonda si fondono nella cultura haitiana con un cattolicesimo di facciata ed un protestantesimo in crescita dirompente grazie ai finanziamenti delle potenti chiese statunitensi e alla crisi della tradizione cattolica romana proprio come accade anche in Messico e in tanti altri paesi dell’America centrale e dei Caraibi.

Le proporzioni del disastroSebbene la gente in qualche modo fosse già abituata alle periodiche catastrofi naturali che la colpivano a queste latitudini caraibiche, non ci si aspettava proprio quel minuto di scosse tremende, ondulatorie, pervicaci e fatali che hanno provocato 230mila vittime, un milione e duecentomila sfollati, danni economici stimati in 14 miliardi di dollari oltre alle decine di migliaia di sepolti vivi che non verranno mai trovati e di cui spesso ci si dimentica. Una città vivissima e simile a un immenso formicaio ma ancora piena di fantasmi è quella che ci accoglie i primi giorni con la luce del sole che nel pomeriggio scalda l’aria oltre i 35 gradi. Le strade della zona si chiamano Delmas, sono contraddistinte solamente da un numero progressivo dispari per le vie che escono verso sud, e pari per quelle a nord, e tutte portano alla principale, anch’essa chiamata Delmas, ma senza numeri. E’ la via maestra che dopo 5 chilometri di discesa verso il mare sfocia nel centro di Porto Principe. La Banca Interamericana per lo Sviluppo ha recentemente pubblicato le prime stime economiche sulle dimensioni della catastrofe, indicata come la più grande della storia in relazione alla popolazione haitiana di 10 milioni di abitanti. Si parla di 14 miliardi di dollari per la ricostruzione e una previsione del futuro dalle evidenti tinte catastrofiste, di quelle che piacciono tanto agli economisti econometristi ortodossi e statisticamente ferrati, che condanna il paese a rincorrere il suo passato per decenni e decenni dato che recupererà il suo prodotto interno lordo previo al terremoto solo nel 2040. Per ora meglio restare coi piedi e le cifre e per terra, abbandonare il disfattismo della vulgata economica imperante e tornare a Delmas.

Bombardamenti della terra
L’esplorazione parte da qui, dalla 49 in su e in giù, evitando mattoni, colonne, sbarre di metallo, immensi buchi nell’asfalto e occhi disperati e imploranti di gente disposta a lavorare, aiutarci, chiedere e sapere che non siamo lì per salvare nessuno, che cerchiamo di salvarci noi dal rumore e dall’ansia dell’impotenza materiale di vincere la mala sorte, il sottosviluppo e la povertà che hanno congiurato per distruggere tutto e sottomettere un popolo già prostrato da uragani, corruzione e disuguaglianze sociali. Alcuni scorci dei palazzi crollati e le sensazioni mi riportano ai racconti, alle vecchie foto e alle letture dell’epoca postbellica nella Milano e nella Roma straziate dai bombardamenti e dalla fame. La seconda immagine è quella delle città irachene, afgane e palestinesi che sin da piccoli siamo stati abituati a conoscere passivamente in televisione, incappando nella loro disperazione durante i routinari e distratti zapping tra i Jeffersons, il Pranzo è servito e la ruota della fortuna. Villaggi e case sempre uguali, sempre grigi, polverosi di macerie e deserto, sempre torturati, occupati e sorvolati da elicotteri stranieri e gruppi ribelli non identificati. Sarà retorico o scontato ma sono le prime impressioni, quelle che non si scordano. Le mura del cimitero del quartiere Delmas sono crollate completamente in modo tale che dalla strada, passeggiando, si scorgono le tombe di marmo, spuntano imperiose le croci di ferro, si notano i fiori e i paramenti colorati in quell’angolo surreale dell’altro mondo, in quel pezzo sfortunato dell’isola de La Hispaniola, dove i morti sembrano aprire le porte di casa per accogliere tanti fratelli sofferenti tra le macerie o agonizzanti negli ospedali da campo per offrire loro un soffio di pace eterna.

Nottate in bianco e nero
I cani randagi e i galli domestici cominciano a cantare nei cortili prima delle 5 mentre le zanzare ci accompagnano numerose nel mondo dei sogni, tormentato dai veleni emanati a causa delle loro punture e dal calore intenso d’afa tropicale. La doccia si fa con l’acqua di un pozzo raccolta in un secchio gigantee deposto al centro del bagno. Un generatore di corrente a benzina ci permette di avere l’energia elettrica per qualche ora al giorno anche se il prezzo da pagare per ogni pieno di serbatoio è molto alto, siamo oltre l’euro al litro di essence o gasolio, quasi come in Italia. La moneta locale, la gourde, si cambia a 50 per un euro e 38 per un dollaro USA tanto per la strada come nelle poche banche aperte o presso gli uffici onnipresenti della Western Union. Sulla grande rue Delmas c’è l’ambasciata canadese presidiata dai soldati di quella pacifica repubblica ghiacciata che viene presa d’assalto dalla gente in attesa fuori, davanti, nei dintorni, ovunque, per ottenere un visto e scappare via lontano in cerca di gelo e lavoro.Quartier Delmas Santocho 11 fevrier 045.jpg
Dopo un paio di giorni di ambientamento e pratica intensiva di un francese precario, lingua sempre utile per farsi capire anche se la gente parla di preferenza il creolo, mettiamo a frutto il lavoro di raccolta dei primi contatti svolto prima di partire con lo scopo di poter intervistare cooperanti, attivisti e giornalisti che conoscono bene il paese e che possono aiutarci nella comprensione della situazione politica e sociale ad Haiti e nelle fasi di orientamento nella selva delle procedure per l’ottenimento dei famosi aiuti internazionali. Un progetto di cucina comunitaria e uno di riabilitazione di una piccola clinica di quartiere sono quelli che l’Aumohd ha in mente di realizzare. Riusciamo nel nostro intento e prendiamo due piccioni con una fava. Due incontri in due ore che ci fanno conoscere una realtà sconosciuta ai più.

Lusso nella polvere
Il giornalista del Corriere con cui chiacchieriamo nel giardino del lussuoso Hotel Plaza conosce bene la situazione e la storia recente di Haiti e intervista Evel Fanfan con veemenza alla ricerca di qualcosa che spesso non c’è, la notizia. Una storia che dovrebbe e potrebbe coincidere semplicemente con la realtà, o meglio le rifrazioni e i riflessi di essa, ma che spesso deve diventare qualcosa di più, deve rasentare i confini del morbo scandalistico o dell’ordinaria verità politicamente corretta per poter essere raccontata all’estero, in Italia per esempio, sui media mainstream. Nell’hotel l’ambiente è surreale, estremamente rilassato e tipico dei non-luoghi alla Marc Augé, cioè di quegli spazi della postmodernità che sono identici ovunque nel mondo, come ad esempio gli aeroporti o certe note catene globali di supermercati e fast food. Schiere di giornalisti provenienti da ogni angolo della terra si scambiano opinioni, guardano partite di football, navigano su Internet a velocità da sogno e possono scegliere tra varie marche di birra al bancone del bar mentre a cento metri in linea d’aria dalla reception s’intravvede il più grande accampamento di sfollati della città con migliaia di polverosi tendoni di plastica in successione che invadono piazze, strade e panorami. Siamo a pochi passi dal Palazzo nazionale, l’edificio sede del potere esecutivo distrutto dal sisma, simbolo di uno Stato inesistente, corrotto e debole prima e dopo che la terra tremasse per un minuto il 12 gennaio scorso.
Uno Stato che attende gli aiuti e governa da una tenda allestita dagli oltre ventimila americani sbarcati in terra haitiana per evitare “problemi di sicurezza” e garantire il flusso di aiuti in natura che stanno intasando i magazzini e spesso giacciono abbandonati nei loro anfratti. L’intervista serve anche a noi per comprendere meglio il dibattito politico haitiano e la collocazione dell’attuale presidente Renè Preval di fronte all’opinione pubblica locale ed estera: dopo la cacciata del popolare presidente Jean Bertrand Aristide nel 2004, oggi in esilio in Sud Africa, in seguito a un periodo di rivolte, violenza politica e instabilità economica con un’opposizione che boicottò le elezioni del 2001 e denunciò frodi elettorali, Preval è stato visto come il suo successore naturale dato che faceva parte del suo movimento ed era già stato presidente negli anni novanta. Dal 2004 al 2006 dopo le dimissioni forzate di Aristide, il giudice della Corte costituzionale gradito agli USA, Boniface Alexandre, ascende alla presidenza per due anni caratterizzati da un alto livello di repressione politica e sociale, dopo i quali Preval sembra un’alternativa accettabile per il popolo haitiano che s’illude di trovare un nuovo “Aristide ma senza Aristide”. Di nuovo le poche famiglie dell’elite nazionale alleate con gli interessi stranieri, soprattutto americani, riescono a determinare i processi politici nazionali in funzione dei loro interessi e a far sì che il movimento e la popolarità dell’ex prete Aristide vengano neutralizzati da uno dei suoi ex alleati che garantisce loro maggiore sicurezza e stabilità rispetto al suo “radicale” predecessore.Quartier Delmas Santocho 11 fevrier 016.jpgIl secondo incontro di questa dinamica serata è invece con alcuni rappresentanti italiani della rete di ONG riunite sotto il nome di AGIRE che in Italia hanno raccolto in pochi giorni oltre 10 milioni di euro solo con gli SMS per finanziare le loro attività umanitarie qui ad Haiti. Anche da queste parti non se la passano male. Non siamo in centro ma poco importa, siamo comunque in altro mondo, fuori dal mondo. Evel Fanfan entra insieme a noi, questa volta in veste di traduttori e “mediatori culturali”, in un altro hotel dorato, il Palm Inn, una specie di grosso residence con piscina, camere e appartamentini ben decorati, puliti, con uno stile impeccabile e tutti i servizi, insomma un’oasi di tranquillità nel bel mezzo della sabbia e le rovine di Delmas 31, una via non asfaltata e non percorribile senza una jeep o un pick-up. Anche qui il ricordo catodico di Bagdad mi abbaglia ripetutamente, ma quel flash mi abbandonerà presto per lasciare posto alla visione concreta di un albergo del tipo “luna di miele a Cancun, Mexico”. Spieghiamo ai cooperanti i nostri progetti per capire che margini ci sono per ricevere degli aiuti direttamente da loro oppure da altre organizzazioni della rete, ma chiaramente non è così facile. Non è che avessimo grandi aspettative ma, nonostante la gentilezza e cortesia dimostrata dai nostri contatti del Palm Inn, c’è un po’ di delusione nel constatare come sia difficile collegare alcuni gruppi locali presenti sul territorio qui a PAP (Port au Prince come la chiamano qui con affetto) con le grosse realtà italiane del volontariato e del settore non profit. Comunque siamo solo all’inizio e ogni organizzazione ha le sue politiche. In questo caso i nostri non si occupano della zona in cui ci troviamo noi e quindi non se ne fa niente. Ci vengono dati alcuni utili consigli su come partecipare nei campi allestiti dalle Nazioni Unite alle riunioni, dette cluster, dove ci si iscrive per ottenere i materiali e beni come cibo, medicine e della solidarietà internazionale. Ci vengono dati inoltre degli indirizzi per trovare il centro di distribuzione degli aiuti italiani che si trova a Tabarre, vicino all’aeroporto. Ma senza nomi e contatti precisi è dura da quelle parti, dicono. Non è un gran bottino.

La donazione coraggiosa
Rinnovo l’invito a donare qualcosa per le attività dell’Aumohd qui a Porto Principe. Sento di poter garantire senza esitazioni circa la loro onestà e integrità nell’uso delle risorse raccolte: http://prohaiti2010.blogspot.com/ . Ringrazio chi ha già contribuito e chi deciderà di farlo saltando i canali tradizionali per aiutare direttamente questo gruppo presente in loco.
Alla prossima puntata…

Foto da Haiti: http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti

Canale Video Da Porto Principe YOUTUBE: http://www.youtube.com/user/FabrizioLorussoMex

Articolo tratto da: www.carmillaonline.com

Video Port au Prince, Haiti (4). Il Palazzo nazionale distrutto, Sarkozy e la tendopoli di Campo di Marte

La Banca Interamericana per lo Sviluppo ha recentemente pubblicato una stima dei danni del terremo del 12 gennaio ad Haiti e ha concluso che si tratta della tragedia più costosa della storia in termini di vite umane e per l’economia  in relazione alla popolazione totale del paese (circa 9 milioni e mezzo di persone) e alla situazione precedente il sisma. I morti superano i 230mila e molti sono ancora sotto le macerie, l’infrastruttura distrutta viene stimata in 8000-14000 milioni di dollari (cifra superiore al PIL di Haiti di un anno) e si parla di decenni di recupero necessari per riportare l’economia allo stato in cui era prima del terremoto. Di certo non è un gran obiettivo dato che si trattava comunque del paese più povero delle Americhe. Normalmente le stime econometriche come questa si basano su una serie di variabili e fattori considerati costanti, il famoso “ceteris paribus” (a parità di condizioni) e servono spesso come unità di riferimento per orientarsi un po’ nel marasma di dati forniti e proiettati, quindi non credo si possa concludere che un paese, uno stato, un popolo siano per sempre spacciati anche perché lo sviluppo economico dipende da molti più fattori di quelli considerati di solito da queste analisi. Le proporzioni storiche dell’evento erano già note e le proiezioni economiche a futuro vanno sempre riviste.

Il presidente francese Nicolas Sarkozy verrà in visita ad Haiti mercoledì prossimo e ha annunciato che discuterà dei piani di ricostruzione e degli aiuti francesi con il presidente Preval e con i giornalisti. Il 31 marzo a New York ci sarà l’incontro all’ONU sulla ricostruzione di Haiti in cui verranno stilati e completati i piani per la città di Port au prince e le altre come Leogane che son state completamente rase al suolo. L’idea è di evitare il sovrappopolamento dell’area metropolitana in futuro (gli abitanti della capitale erano 2 milioni, il 20% del totale del paese) e cercare di non ricostruire nelle zone più a rischio. Il palazzo nazionale, per esempio, secondo i piani francesi andrebbe rifatto da un’altra parte nonostante sia un simbolo nazionale importante. Si preannunciano mesi caldi per la negoziazione degli aiuti e dei contributi di ciascun paese: le visite di Stephen Harper, primo ministro canadese, e dei coniugi Clinton a più riprese (Bill Clinton ha addirittura cominciato una campagna insieme a Bush figlio) e ora quella di Sarkozy sottolineano come, oltre al Brasile, anche Francia, USA e Canadà siano fortemente interessati a mantenere forme di controllo-aiuto ad Haiti. Sono i primi paesi interessati ad evitare l’ingerenza russa e venezuelana nei Caraibi, ad avere la priorità nell’esplorazione delle risorse minerarie (petrolifere ma non solo) probabilmente abbondanti nelle acque haitiane e a mantenere la situazione umanitaria quantomeno stabile dato il “pericolo” di emigrazioni di massa nei loro territori.

Abbiamo avuto un incontro con la sezione italiana di Medici Senza Frontiere qui a Port au Prince per cercare di capire come fare per ricevere degli aiuti in medicine, personale e materiali medici per ricostituire una piccola clinica di quartiere che operava nella zona Delmas e che potrebbe ora ricominciare a offrire i suoi servizi dato che il personale medico è sopravvissuto e non ha lavoro. Le perosne che ci hannop ricevto sono state molto gentili e ci hanno spiegato come prepararsi per entrare nelle liste delle Nazioni Unite per ricevere aiuti. Non è semplicissimo ma sembra sia possibile. Bisogna partecipare a delle riunioni settoriali, dei “cluster”, dedicate a temi specifici quali “i materiali medici” o “gli aiuti alimentari” e cercare di inserire la propria organizzazione, sia essa locale o straniera, nella lista del cluster adatto e attendere. Mi perdoneranno gli esperti delle ONG e simili per la superficialità della spiegazione!

Le grosse ONG e gli organi governativi accedono a queste risorse quasi automaticamente proprio in virtù della loro notorietà e credibilità forse lasciando in secondo piano le piccole realtà legate al territorio che devono “risalire la china” o partire da zero nelle loro relazioni con le agenzie internazionali. Alcune realtà grandi come MSF (Medicins sans frontiers) preferiscono non dipendere dagli aiuti ufficiali in quanto vi sono dei condizionamenti cui non desiderano sottostare. Non abbiamo parlato della questione specificamente ma possiamo immaginare che anche la solidarietà possa venire condizionata a delle politiche specifiche, a delle prefernze stabilite dall’agenzia che la elargisce. Per esempio in America centrale e in Messico non è un segreto che la USAID (agenzia governativa statunitense), fortemente presente anche qui ad Haiti con gli aiuti del terremoto,  subordina i suoi esborsi “solidali” a politiche anti-abortiste o reazionarie rispetto alle tendenze sociali e politiche dei paesi riceventi. Tra l’altro legarsi in qualche modo all’esercito, alle truppe straniere o agli stessi caschi blu può portare a gravi problemi d’immagine per i gruppi che desiderano mantenere la loro immagine d’indipendenza e autonomia.

Riporto ancora l’appello per le donazioni all’Aumohd, l’associazione presso cui stiamo lavorando a Port au Prince è che è molto radicata nel quartiere e con le organizzazioni locali. I contributi vengono veramente consegnati al destinario e vengono utilizzati per l’acquisto diretto di medicine, tende e beni di prima necessità per gli abitanti del quartiere:

http://prohaiti2010.blogspot.com/

Video Port au Prince, Haiti (3). Cattedrale a pezzi e il ritiro americano (?)

L’arcivescono di Porto Principe è morto sotto le macerie della cattedrale capitalina il 12 gennaio, giorno del terremoto che ha cambiato la storia di Haiti. Fino a pochi giorni fa c’erano ad Haiti qualche migliaio di soldati dell’ONU – MINUSTAH (della forza di controllo presente qui dal 2004 in realtà, quando il presidente Aristide venne cacciato dal paese e vi fu un vero e proprio colpo di Stato) accompagnati da ben 22mila militari americani giunti a pioggia dopo il sisma e dislocati nell’aeroporto e nei campi di accoglienza degli sfollati senza tetto in tutta la città. La minaccia di un’occupazione militare che possa stabilire una specie di protettorato sembra una possibilità concreta in un paese che ha perso la maggior parte dei deboli apparati statali e ha visto la distruzione fisica dei ministeri e del palazzo del governo.

Mercoledì 24 febbraio il presidente francese Nicolas Sarkozy verrà in visita a Port au Prince e sorvolerà la città in elicottero con il presidente haitiano Preval per osservare le zone distrutte dal terremoto e probabilmente verrà annunciato l’ammontare di un’aiuto economico significativo. La Francia non vuole restare indietro negli affari legati alla sua ex-colonia e allo stesso tempo desidera limitare l’ingerenza americana e brasiliana nel paese. Lo stesso ministro degli esteri brasiliano, Celso Amorim, ha dichiarato che auspica la continuazione della missione ONU che è capeggiata dal Brasile e il ritiro di tutte le altre forze militari straniere quando l’emergenza sarà rientrata. La visita di Sarkozy è la prima di un mandatario francese dal 1804, anno dell’indipendenza di Haiti dalla Francia.

Ciononostante questa settimana è arrivato l’annuncio del ritiro di 9mila uomini che porterà la presenza USA a 13mila unità “solamente”. Pur restando comunque la principale autorità presente ad Haiti, l’esercito USA ha ridimensionato il suo impegno. Ad ogni modo il presidente haitiano Renè Preval è vicino all’establishment che propiziò la fuga ed esilio di Aristide nel 2004 ed è anche bene accetto alla diplomazia nordamericana. Governa da una tendopoli e con poche forze un popolo orgoglioso ma anche dipendente dagli aiuti in questo momento (e spesso nella sua storia) con una elite che preferisce il cosiddetto “imperialismo su invito” alla lotta nazionale per lo sviluppo e l’equità. In questi giorni di crisi estrema (ma forse anche durante un’annata normale) non si trovano prodotti haitiani, tutto viene da fuori, dagli USA e dalla Repubblica Dominicana, nulla apporta alla ricchezza nazionale salvo le rimesse dei connazionali all’estero da cui milioni di cittadini dipendono. Quindi può anche darsi che gli USA preferiscano alleggerire i costi della missione una volta che si siano consolidati i meccanismi di distribuzione degli aiuti e i piani di ricostruzione per poi continuare ad avere un controllo light ma pur sempre efficace sul governo haitiano e sulle risorse minerarie, includendo anche il petrolio, che sembrano abbondare nei mari e nei territori haitiani.

Dopo il giorno di lutto con stop di tutte le attività decretato per il 12 febbraio e il martedì grasso di vacanza il paese sembra pronto a riprendere le attivita: le scuole non danneggiate dal terremoto hanno ripreso le attività regolarmente, anche se si segnala un alto tasso di diserzione; a Port au Prince 4000 istituti educativi sono stati danneggiati o distrutti quindi la ripresa non è ancora possibile e si attendono le scuole mobili (la repubblica Dominicana per esempio ne ha donate 15 da 40 posti a sedere l’una che saranno operative in alcune città di frontiera); l’aeroporto Toussaine-Louverture, dopo oltre un mese di chiusura, dovrebbe riaprire il 19 febbraio ai voli commerciali di alcune compagnie come Air France, American Airlines e Air Canada. Ieri la Banca Interamericana per lo Sviluppo ha stimato in circa 14 miliardi di dollari i costi della ricostruzione e ha parlato di vari decenni di crescita prima che il paese possa recuperare il suo prodotto interno pre-terremoto.

Vi raccomando ancora il sito per le DONAZIONI (che non vanno perdute nella burocrazia) in favore di Aumohd, l’associazione presso cui sto lavorando qui a Port au Prince, Haiti, e che offre servizi alla comunità e sta lavorando a vari progetti di cucina comunitaria e di pronto soccorso per la popolazione colpita dal sisma: http://prohaiti2010.blogspot.com/