Archivi del giorno: 7 febbraio 2010

Diario da Haiti (2): i vicini e la violenza immaginata

L’unico stato confinante con Haiti è la Repubblica Dominicana che è un paese ispanofono ed è più ricco e sviluppato del suo vicino francofono, anche grazie al turismo e a una relativa stabilità politica (ma il discorso è molto più complicato). Quindi due stati si spartiscono l’isola in cui sbarcò Colombo il 14 ottobre 1492 e che venne chiamata La Hispaniola. Due popoli apparentemente diversi ma in realtà più simili tra loro rispetto a quanto si pensi, date le mescolanze secolari e i rapporti necessari però non sempre cordiali tra questi vicini di casa. Mentre nel secolo XIX il vicino potente e fiero era Haiti, nel secolo scorso i ruoli si sono lentamente invertiti e, magari forzando un po’ un paragone valido in molte terre di confine dell’America Latina, la Repubblica Dominicana rappresenta oggi quello che è la Costa Rica per il Nicaragua, l’Argentina per la Bolivia o gli Stati Uniti per il Messico, cioè un paese confinante e prospero verso cui emigrare, con più lavoro e migliori salari ma anche tanto risentimento, discriminazione ed esclusione nei confronti di una popolazione percepita come “etnicamente differente” rispetto all’identità nazionale predominante.

Per le strade di Santo Domingo e persino nelle colonne dei principali quotidiani nazionali non è difficile sentire commenti razzisti sui vicini haitiani cui vengono attribuite spesso le colpe degli incidenti, dei furti e in generale dei problemi del paese che “sarebbe più ricco se avesse altri vicini, se potesse avere un’immigrazione migliore”. Alcuni tassisti ci hanno detto di avere pura dei contagi e le malattie provenienti da Haiti senza però specificare di che si tratta. Una nuova epidemia di suina? C’è chi ancora ricorda la conquista di Santo Domingo da parte delle truppe insorte dal presidente haitiano Jean-Pierre Boyer nel 1822. Infatti la Repubblica Dominicana divenne indipendente solo nel 1844, 40 anni dopo Haiti che invece lottò e vinse contro la Francia di Napoleone nel 1804, diventando la prima Repubblica indipendente in America dopo gli USA. Storia a parte, si sentono commenti simili a quelli dei tassiti e della gente comune di Santo Domingo anche nella “bianca” Costa Rica quando si parla dei Nicas, cioè i nicaraguensi, che costituiscono ormai oltre il 10% della popolazione del Costa Rica e svolgono i lavori più umili. In tema di migrazione ho avuto occasione di pensare anche al mio paese dato che a freddo una ragazza haitiana dell’università mi ha chiesto ieri se in Italia è vero che siamo razzisti, come rispondereste?

Un ammonimento datomi da alcuni albergatori dominicani riguardava il pericolo della violenza e del sequestro che mi avrebbe dovuto scoraggiare dal partire per Port au Prince, ancor di più adesso che, a detta loro, l’anarchia e la disperazione si stanno impossessando di quella città incivile e inospitale. Ciononostante il sequestro, l’omicidio e la violenza in generale sono una caratteristica ricorrente delle grandi metropoli latino americane e di Città del Messico, capitale in cui risiedo da 8 anni e in cui il cosiddetto sequestro express (una modalità di rapimento che dura poche ore, quanto basta per costringerti a prelevare il massimo disponibile dallo sportello Bancomat un paio di volte), lo scippo e il furto sono il pane di tutti i giorni per migliaia di cittadini.

Chiaramente ci si può aspettare un tasso di criminalità più alto nei quartieri e nelle città più povere, disuguali e disagiate ma non si tratta né di un’equazione matematica né di un teorema automaticamente verificato. All’università ci insegnavano che i migliori economisti sono quelli che non ti dicono mai “sì” o “no”, ma rispondono sempre “dipende” a qualsiasi domanda riguardante l’economia o le scienze sociali e volevano farci capire che spesso la realtà è più complicata della teoria accademica o della speculazione mediatica.

In questo senso mi interessava conoscere l’opinione degli abitanti di Port au Prince su quanto all’estero viene raccontato e mostrato riguardo al tema della violenza per le strade della capitale haitiana e dell’immagine selvaggia e drammatica che viene inoltrata dai mass media verso tutte le TV e i PC globalmente interconnessi. Ragazzi che sparano a ragazzi, repressioni da parte delle forze dell’ordine e degli eserciti occupanti, scene di disperazione e di lotta da strada per accaparrarsi aiuti lanciati da aerei timorosi d’atterrare, un popolo sull’orlo di una crisi non di nervi ma “pre-rivoluzionaria” e infine la notizia dei fanatici americani arrestati mentre trafugavano alcuni bambini alla frontiera che rimbalza più forte del terremoto del 12 gennaio: l’idea della violenza immaginata si trasforma in una verità che può arrivare a giustificare pubblicamente la presenza delle armi, delle portaerei, dei soldati e degli elicotteri militari, gli unici mezzi che sorvolano tutto il giorno i cieli di Porto Principe.

Bene. Senza negare che vi siano stati alcuni importanti disordini e delle scene di disperazione atroci, dovute anche all’incuria e alla disorganizzazione nella distribuzione degli aiuti, la gente spaventata e stipata negli accampamenti, i venditori di strada e le organizzazioni della società civile ci tengono a comunicare che, malgrado la tragedia sia appena cominciata e sia una delle peggiori della storia, loro sono solidali e tristi ma non distrutti, bisognosi e arrabbiati ma non violenti. Negli accampamenti approntati in queste settimane nelle vie secondarie, nei parchi e nei giardini, la vita comunitaria s’è riattivata coi meccanismi della solidarietà e della distribuzione delle poche risorse disponibili. Esistono anche le speculazioni ma non sono l’unico sistema. Esiste la violenza ma non è la regola, almeno non molto di più di quanto lo sia a Bogotà o a Caracas. Camminando per le strade delle zone dell’hinterland l’impressione è che la gente sia abituata alle catastrofi e che quasi si potesse percepire l’arrivo del terremoto. In tanti hanno perso tutto, casa cose amici parenti speranze arti, ma in tanti stanno recuperando qualcosa, a poco a poco. Mentre ci si addentra nei vicoli e ci si orienta lentamente nel dedalo di tende, ci si sente stranamente sicuri, forse ingenuamente ammaliati da tante persone che cercano di aiutare, chiedono di essere ascoltate o si offrono per svolgere dei piccoli lavori come traduttori, aiutanti, cuochi improvvisati o guide. Tutto serve insomma.

Su Facebook in molti mi hanno chiesto a chi o come fare donazioni veramente utili che non finiscano nella spirale burocratica, quindi segnalo QUESTO LINK.

Di Fabrizio Lorusso