Archivio Giornaliero: 11 febbraio 2010

Note di Diego Lucifreddi. Quando un telo ti cambia la vita, ad Haiti

di Diego Lucifreddi, da Port au Prince

Soprattutto le donne camminano per strada caricando pesi sulla testa. Non solo cose pesanti, ho visto una ragazza portare in equilibrio il piatto da cui stava mangiando.

A distanza di un mese la gente continua a avere paura di una replica del terremoto.

La casa del nostro ospite è crollata, ma per fortuna l’ufficio è ancora in piedi, e infatti ci siamo sistemati qui. Evel ci ha assicurato che l’edificio è apposto, glielo ha detto un ingegnere, e che possiamo accomodarci con tranquillità dove vogliamo, stanno magari attenti che le cose là fuori non stiano tremando.

Lui comunque dorme all’aperto, prima su un materasso sistemato per terra, adesso in una delle tende che gli abbiamo portato.

Con 4 teloni di plastica blu, di quelli che noi chiamiamo da campeggio, ha involto il cortile che adesso ospita 6 persone, e tutti quelli che vengono occasionalmente durante la giornata.

Anche la cyberpostazione è sotto il tendone composta da un tavolo, due stampanti varie laptop dal vintage all’ultra moderno e una piccola tv, dove domenica scorsa sono riuscito a vedere la partita della Roma. Il sistema è alimentato da un generatore a benzina rumoroso e puzzolente e collegato per mezzo di un accrocco di cavi e trasformatori in cui scorazzano lucertoloni e topolini.

Siamo addirittura collegati a internet, un po’ alternativamente.

E tutto questo sotto e grazie ai teloni che proteggono dal sole, dalla notte e soprattutto, se fissati per bene, evitano che anomali temporali tropicali si portino tutto via.

È così efficace che lo useranno anche per la sala di accoglienza del prossimo centro medico che l’associazione vuole riattivare nel quartiere,

Il tapis quindi è diventato proprio un materiale da costruzione: leggero, adattabile, colorato, forse ecosostenibile ma non certo economico, infatti l’inflazione “sciacalla”, quella che fa alzare i prezzi in occasione delle sciagure, su questo bene necessario ha colpito del 50%.

Oggi una signora che forse mi ha visto bianco, mi ha chiesto perché non gliene regalavo un paio di metri.

Note di viaggio di Diego Lucifreddi…fino a Port au Prince

di Diego Lucifreddi

Il pullman del Caribe Tour supera i mezzi dell’esercito italiano accostati sulla destra che aspettano la notte per raggiungere la zona del disastro. I tir e le scavatrici sbarcati a Santo Domingo perché Haiti non ha un porto adatto, devono attraversare l’isola, ma non possono muoversi efficacemente a causa della strada stretta e sterrata, emblema dei rapporti difficili trai due stati.
Arrivando alla frontiera tra la Repubblica Dominicana e lo stato haitiano, sembra come se il terremoto sia finito precisamente qui proveniente dalla parte occidentale dell’isola.
Disordinati si muovono nella polvere e tra le pietre i cambiavalute con i mazzette di soldi in mano, i venditori di cinture e occhiali da sole, i bambini sciusciá per un dollaro, i poliziotti in divisa
inutilmente, i ragazzi che girano in tondo su piccole moto e un flusso di mezzi carichi che va verso Port au Prince.
Entriamo a Haiti e inizio a osservare attraverso il finestrino per capire in che zona iniziano i danni del terremoto, ma anche se tutto malandato ancora non si nota nulla.
Le prime istallazioni dell’ONU si vedono entrando in cittá dove sono state allestite le prime tendopoli vicino l’ambasciata americana formate da igloo lunari con capacitá di 20 persone -con l’accortezza che si muovano poco e che tutte vadano molto d’accordo.
In periferia la gente si muove frenetica ma sembra tutto normale, se vogliamo vedere “la disperacion” dobbiamo raggiungere il centro, ci dicono.
Siamo ospitati nel quartiere di Delmas, una lunga strada che scende fino al mare e da cui si diramano centinaia di vicoli numericamente ordinati. Noi siamo al Delmas 49.
Giá la mattina un calore tropicale, con il sole si notano le macerie a cumuli lungo le strade e la polvere bianca mescolata all’aria.
In questo quartiere molte case sono ancora in piedi, alcune deformate nel senso est ovest dell’onda sismica con grandi crepe o crolli parziali.
Invece le case distrutte a volte si accartocciano o il tetto le schiaccia e se erano di piú piani, adesso assomigliano a un sandwich, altre si sbriciolano completamente, si frantumano come in una
esplosione composta e formano un cumulo gigante e é difficile credere che quel monte grigio prima era qualcosa dove ci viveva qualcuno.
La macerie ancora nascondono i corpi delle vittime, ma non l’odore dei cadaveri che si confonde con quello dell’immondizia accumulata e si diffonde nei rivoli d’acqua marcia.
Le cose impressionanti da vedere: un edificio distrutto e ancor di piú un edificio distrutto tra due rimasti perfettamente in piedi, un mazzo di fiori tra le macerie, le scritte sui muri per salutare i propri vicini morti, le lenzuola bianche esposti agli angoli delle strade per segnalare “help, we need water, food, medicine”.
Le cose che non si vedono: gli aiuti.