Il pullman del Caribe Tour supera i mezzi dell’esercito italiano accostati sulla destra che aspettano la notte per raggiungere la zona del disastro. I tir e le scavatrici sbarcati a Santo Domingo perché Haiti non ha un porto adatto, devono attraversare l’isola, ma non possono muoversi efficacemente a causa della strada stretta e sterrata, emblema dei rapporti difficili trai due stati.
Arrivando alla frontiera tra la Repubblica Dominicana e lo stato haitiano, sembra come se il terremoto sia finito precisamente qui proveniente dalla parte occidentale dell’isola.
Disordinati si muovono nella polvere e tra le pietre i cambiavalute con i mazzette di soldi in mano, i venditori di cinture e occhiali da sole, i bambini sciusciá per un dollaro, i poliziotti in divisa
inutilmente, i ragazzi che girano in tondo su piccole moto e un flusso di mezzi carichi che va verso Port au Prince.
Entriamo a Haiti e inizio a osservare attraverso il finestrino per capire in che zona iniziano i danni del terremoto, ma anche se tutto malandato ancora non si nota nulla.
Le prime istallazioni dell’ONU si vedono entrando in cittá dove sono state allestite le prime tendopoli vicino l’ambasciata americana formate da igloo lunari con capacitá di 20 persone -con l’accortezza che si muovano poco e che tutte vadano molto d’accordo.
In periferia la gente si muove frenetica ma sembra tutto normale, se vogliamo vedere “la disperacion” dobbiamo raggiungere il centro, ci dicono.
Siamo ospitati nel quartiere di Delmas, una lunga strada che scende fino al mare e da cui si diramano centinaia di vicoli numericamente ordinati. Noi siamo al Delmas 49.
Giá la mattina un calore tropicale, con il sole si notano le macerie a cumuli lungo le strade e la polvere bianca mescolata all’aria.
In questo quartiere molte case sono ancora in piedi, alcune deformate nel senso est ovest dell’onda sismica con grandi crepe o crolli parziali.
Invece le case distrutte a volte si accartocciano o il tetto le schiaccia e se erano di piú piani, adesso assomigliano a un sandwich, altre si sbriciolano completamente, si frantumano come in una
esplosione composta e formano un cumulo gigante e é difficile credere che quel monte grigio prima era qualcosa dove ci viveva qualcuno.
La macerie ancora nascondono i corpi delle vittime, ma non l’odore dei cadaveri che si confonde con quello dell’immondizia accumulata e si diffonde nei rivoli d’acqua marcia.
Le cose impressionanti da vedere: un edificio distrutto e ancor di piú un edificio distrutto tra due rimasti perfettamente in piedi, un mazzo di fiori tra le macerie, le scritte sui muri per salutare i propri vicini morti, le lenzuola bianche esposti agli angoli delle strade per segnalare “help, we need water, food, medicine”.
Le cose che non si vedono: gli aiuti.
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