Archivi del giorno: 15 febbraio 2010

Note di Diego Lucifreddi. Olio di gomito in guanto di velluto

Di tutte le cose che abbiamo portato dal Messico, una in particolare una stata una bella scelta. Siamo andati a scavare le macerie e i guanti di carnaza pagati 50 pesos sono risultati preziosi per non rovinare la nostre manine bianche.

Il metre Evel Fanfan, avvocato che ha lasciato la carriera per seguire l’associazione per i diritti umani, ha in progetto di rimettere in piedi il centro medico della zona, ma prima bisogna sgombrare e pulire il luogo destinato – in realtà andrebbe bonificato ma adesso sembra troppo complicato – e quindi ci siamo armati di pale e siamo andati a iniziare l’opera.

Arrivati sul posto nella peggiore ora per i lavori di fatica in un paese tropicale, il nostro ospite raduna gli abitanti del quartiere e gli spiega il suo progetto.

Memore della lezione che un pompatissimo giornalista del Corriere della Sera gli aveva rifilato alcune sere prima, Evel spiega che bisogna prendere in mano il proprio destino, che se aspettano che qualcuno faccia qualcosa per loro stanno freschi e che lui è pronto a dirigere le operazioni per rimettere in moto il centro medico in virtù del fatto che ha contatti per ricevere medicinali, oltre a quelli che gli abbiamo portato noi, che non sono molti ma almeno per iniziare vanno bene.

Devo anche aggiungere che le ultime cose che ho scritto potrebbero non essere vere, perché intendo a malapena il francese, mentre il creolo non so nemmeno dov’è di casa, però l’entusiasmo era quello e certe cose non c’è bisogno di capirle alla lettera.

La gente della comunità tira fuori gli strumenti e le cariole, qualcuno si tappa la bocca con uno straccio e fanno incetta degli eleganti guanti (gli eleguanti) scamosciati gialli, a qualcuno un destro al compagno il sinistro, chi rimane senza avrà i guantini da chirurgo, poco efficaci, ma meglio di niente.

Maneggiare la pala è difficile se non lo si sa fare, quindi preferiamo raccogliere le pietre più grandi e lanciarle alla nostra destra, dove si accumuleranno un’altra volta, ma almeno sarà un po’ più in là, e non sarà più qua.

Il surrogato di cemento si sgretola facilmente mentre si scava, salta all’occhio che la casa costruita con quel materiale non avrebbe potuto resistere neanche al soffio del lupo cattivo, figuriamoci a più d’un minuto di shaker terrestre.

Almeno una decina di persone lavorano, compresi due bambini che non si risparmiano affatto, tra gli sguardi dei passanti. Un paio di ragazzi si avvicinano a noi, les blanc, pensando che magari siamo agenti dell’Onu e americani generici e ci chiedono se abbiamo del lavoro da offrirgli.

A parte che ne il personale Onu, ne i marines americani stanno per la strada a farsi il culo in un ora proibitiva per farselo, io gli dico che al massimo possono scavare con noi, ma gratis, d’altronde come tutti stanno facendo. Uno dei due ci casca, inizia un po’, poi capisce che la sua aspirazione nella vita era un’altra, e se ne va.

In tre ore abbiamo finito, l’ultima ramazzata al cemento e tutto sembra pulito – il concetto di pulito va esteso all’infinito, così come quello di igiene – e il mio timore di trovare qualcosa che prima era vivo e ora non più sotto le macerie si è rivelato infondato. In cambio abbiamo quasi ricostruito un mazzo di carte, qualche scarpa, un paio di secchi, un’insegna su legno intagliato che riporta la scritta “famille” e basta.

La seconda parte della giornata sarà dedicata alla ricerca dei famosi teloni da costruzione per coprire dalle intemperie la hall del nuovo centro.

A proposito dei teloni, l’ambasciatore americano sul posto, a spiegato che non si stanno distribuendo le tende, perché poi magari alla gente piace vivere lì dentro e non si muovono più, potrebbero scambiarlo per un campeggio – come è successo in Abruzzo – e ritardare i lavori per una pronta ricostruzione. Quindi – parole dell’ambasciatore – si distribuiscono solo tapis, ma noi manco quelli abbiamo visto.

Qui sembra di stare come nella seconda guerra mondiale, e infatti gli americani hanno mandato i soldati.

Port au Prince e la notte di pioggia a un mese dal terremoto

di Fabrizio Lorusso

Ad Haiti non è ancora ufficialmente iniziata la stagione delle piogge, per fortuna manca ancora qualche mese come nel resto dei Caraibi, ma anche qui ci sono i mesi pazzi e alle 4 del mattino dell’11 febbraio, la capitale ha vissuto ore di disagio e paura per le piogge intense cadute durante alcune ore. Rispetto agli uragani che periodicamente sconvolgono il paese o alle piogge torrenziali di maggio e giugno quello dell’altra sera poteva considerarsi solo uno “sfogo temporalesco” notevole ma non eccessivo. Purtroppo anche un po’ d’acqua può far notizia.

Circa un milione e duecentomila sfollati si sono infatti ritrovati ai bordi di fiumi di fango e detriti, con le loro tende e i giacigli invasi dall’acqua, secondo un copione che potrebbe ripetersi ogni giorno se nelle prossime settimane non verrà risolto il problema delle abitazioni. Gli accampamenti ufficiali e spontanei che sono stati allestiti nei parchi, nelle piazze e per le strade non sono pronti per drenare i flussi d’acqua piovana e quindi gli interventi previsti dalla comunità internazionale, dalle autorità e dagli stessi campi autogestiti dovranno presto cercare di risolvere questo problema.

Ormai le cifre relative alle vittime hanno superato ogni stima iniziale e si parla di 220mila morti mentre dal punto di vista degli aiuti ricevuti i giornali locali (segnalo “Le Nouveliste”) riportano un altro dato allarmante fornito dal Bureau de coordination des affaires humanitaires (Ocha) che segnala che solo 50mila famiglie (cioè 272mila persone) hanno ottenuto “materiali d’emergenza” come tende e materassi. Per chi non ha un tetto proprio questi beni elementari si trasformano in preziose ancore di salvataggio e, sebbene non costituiscano una dimora stabile e dignitosa, sono pur sempre un appiglio utile e, direi, quasi un privilegio. Per questo motivo Evel Fanfan, il presidente dell’associazione (Aumohd) che ci ospita nel quartiere Delmas, ci aveva chiesto di portare tende e materiali da campeggio come le pile elettriche e i sacchi a pelo oltre alle sempre necessarie medicine. Anche qui nel parcheggio dove abbiamo piantato un paio di canadesi ci siamo dovuti svegliare all’improvviso per cercare protezione dallo scrosciare della pioggia che non dava segni di cedimento e soprattutto per evitare che i computer e le stampanti, protette solamente da un telone di plastica, non venissero danneggiati.

In una conferenza stampa l’ambasciatore americano a Porto Principe, Kenneth H. Merten, ha dichiarato che le tende non rappresentano l’unica priorità e che è meglio pensare già da ora a soluzioni più stabili come per esempio i prefabbricati di legno e plastica che sono più resistenti. Inoltre – sintetizzo le sue parole – l’idea è quella di evitare che la gente si abitui alle tendopoli che potrebbero trasformarsi in città permanenti che ostacolerebbero l’opera di ricostruzione generale e i piani di ricollocamento della popolazione in zone più sicure. Intanto però la gente se la deve cavare con quello che c’è o con i teloni di plastica che in città sono diventati carissimi e ricercatissimi tanto che alcune persone che ci hanno visto per la strada ci hanno chiesto di procuraglieli pensando che siamo americani.

L’ambasciatore ha anche risposto a una domanda di un giornalista haitiano su una questione poco nota: una percentuale (intorno al 3%) dei soldi raccolti negli USA viene incamerata come contributo direttamente dall’esercito americano anziché venire usata per l’acquisto di ulteriori beni per gli haitiani e a questo Mr. Merten ha affermato che per ora gli Stati Uniti hanno stanziato ufficialmente 537 milioni di dollari e che quindi si giustifica un piccolo prelievo sulla raccolta fondi. E’ vero che ogni paese gestisce le proprie missioni umanitarie in modi differenti però possiamo dire che i cittadini americani che hanno donato per Haiti lo stanno effettivamente facendo col 97% del loro denaro e con il restante 3% stanno anche pagando la missione dell’esercito, cosa che forse non era chiarissima e che può assimilarsi a una tassa nascosta. E’ stato anche annunciato un relativo allentamento delle norme migratorie riguardanti gli haitiani che si trovavano negli USA prima del 12 gennaio e che potranno rimanere legalmente nel paese per altri 18 mesi.

Il 12 gennaio tutto il paese si ferma per ricordare le vittime del terremoto a un mese dalla catastrofe. Si pregherà dalle 7 del mattino alla sera tardi. Sarà un giorno di calma e di riflessione per cercare di intravedere la speranza, gli aiuti, la ricostruzione e il futuro.

Continuo a segnalare  QUESTO LINK . per le donazioni dato che sto lavorando con loro qui a Port au Prince e stanno cercando in varti modi di aiutare la popolazione del quartiere esclusa dalla solidarietà internazionale ufficiale.

A questo link invece c’è un album fotografico sulla capitale haitiana che spero possa interessarvi e da cui si può attingere citando la fonte (!):

http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti