Archivio Mensile: ottobre 2010

Haiti ai tempi del colera: il BLOG per aiutare!

Segnalo un Blog che è stato realizzato dalla Scuola di Pace di Roma, un’associazione italiana che opera ad Haiti in collaborazione con l’organizzazione AUMOHD di Port au Prince (Haiti) di cui è presidente l’avvocato Evel Fanfan. Le nostre attività sono mirate a portare aiuto, solidarietà e conforto ai bambini e alle popolazioni colpite dalle guerre o dagli eventi naturali catastrofici. Per avere altre info, vedere foto, video e testimonianze delle nostre missioni, visita il sito www.lascuoladipace.org

Vi invito quindi a visitarlo per informarvi sulla reale situazione del colera e post terremoto ad Haiti con testimonianze coincise e dirette da Porto Principe. Trovate anche tra i post le migliori spiegazioni sulla malattia e sull’emergenza che vivono in questo momento oltre che sulla situazione dell’acqua.

Potete donare qualcosa agli indirizzi che ricopio qui sotto, l’associazione di avvocati Aumohd di Porto Principe gestisce i fondi in arrivo. Con le prime donazioni è stato possibile comprare una cisterna d’acqua per un campo sfollati che non aveva riserve.

HAITI EMERGENCY

ZONE COLPITE DAL COLERA

da: http://haitiemergency.blogspot.com/

Esplode un’epidemia di Colera ad Haiti con centinaia di vittime.
A 10 mesi dal terremoto che ha sconvolto l’isola delle Antille la situazione sta di nuovo precipitando.
In questi mesi sono stati tantissimi gli interventi a favore della popolazione haitiana, ma il divario tra la quantità degli aiuti e l’enormità di quanto accaduto è enorme…  ancor’oggi centinaia di migliaia di persone, solo nella capitale Port au Prince, vivono nelle tendopoli più o meno, o per niente, attrezzate, in mezzo a sporcizia, acqua e fango.
Una bottiglia d’acqua potabile può fare la differenza tra la vita e la morte, in una regione tropicale dove il colera non è mai stato sconfitto e ritorna ogni volta che le condizioni igieniche generali tendono a degradarsi.
Una bottiglia d’acqua minerale ad Haiti costa un’enormità… circa 50/60 centesimi di euro.
La popolazione locale utilizza però dei barilotti di acqua depurata che si possono trovare a prezzi più contenuti.
Resta però il problema del possibile contagio di verdura e frutta che siano venute a contatto con i batteri del colera.
La Scuola di Pace ha attivo un progetto di solidarietà rivolto ai bambini e alla popolazione di Haiti.
Nello scorso Aprile siamo stati in missione a Port au Prince e in altre località di Haiti.
Da allora stiamo lavorando, in collaborazione con la Società Civile Haitiana, per i progetti di ricostruzione delle scuole e l’aiuto diretto ai bambini.
Chi voglia aiutare i bambini di Haiti, per i progetti di scolarizzazione, e contribuire all’acquisto in loco di acqua potabile, può inviare un contributo, tramite bonifico bancario bonifico bancario intestato a:
“La Scuola di Pace” c/c 0744-000159612 Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila Agenzia Roma 3 – IBAN:
IT49M0604003204000000159612, (specificare nella causale: AIUTO HAITI)
oppure con Paypal o Carta di Credito, dal nostro sito internet http://www.lascuoladipace.org/, tramite il pulsante DONAZIONE.
La Scuola di Pace – Roma

Resta comunque aperta anche l’iniziativa per raccogliere donazioni per le vittime del terremoto:

PRO HAITI 2010


Il voto scontato: la casta vota contro l’abolizione dei propri privilegi pensionistici

Il giorno 21 settembre 2010 il Deputato Antonio Borghesi dell’Italia dei Valori ha proposto l’abolizione del vitalizio che spetta ai parlamentari dopo solo 5 anni di legislatura in quanto affermava cha tale trattamento risultava iniquo rispetto a quello previsto dai lavoratori che devono versare 40 anni di contributi per avere diritto ad una pensione. Indovinate un po’ come è andata a finire !
A voi il giudizio sul merito, si tratta solo di proposte demagogiche o potrebbe essere un piccolo passo in direzione della gente?

 

Presenti 525Votanti 520Astenuti 5Maggioranza 261Hanno votato sì 22Hanno votato no 498

Ecco un estratto del discorso presentato alla Camera

Penso che nessun cittadino e nessun lavoratore al di fuori di qui possa accettare l’idea che gli si chieda, per poter percepire un vitalizio o una pensione, di versare contributi per quarant’anni, quando qui dentro sono sufficienti cinque anni per percepire un vitalizio. È una distanza tra il Paese reale e questa istituzione che deve essere ridotta ed evitata. Non sarà mai accettabile per nessuno che vi siano persone che hanno fatto il parlamentare per un giorno – ce ne sono tre – e percepiscono più di 3.000 euro al mese di vitalizio. Non si potrà mai accettare che ci siano altre persone rimaste qui per sessantotto giorni, dimessisi per incompatibilità, che percepiscono un assegno vitalizio di più di 3.000 euro al mese. C’è la vedova di un parlamentare che non ha mai messo piede materialmente in Parlamento, eppure percepisce un assegno di reversibilità.
Credo che questo sia un tema al quale bisogna porre rimedio e la nostra proposta, che stava in quel progetto di legge e che sta in questo ordine del giorno, è che si provveda alla soppressione degli assegni vitalizi, sia per i deputati in carica che per quelli cessati, chiedendo invece di versare i contributi che a noi sono stati trattenuti all’ente di previdenza, se il deputato svolgeva precedentemente un lavoro, oppure al fondo che l’INPS ha creato con gestione a tassazione separata.
Ciò permetterebbe ad ognuno di cumulare quei versamenti con gli altri nell’arco della sua vita e, secondo i criteri normali di ogni cittadino e di ogni lavoratore, percepirebbe poi una pensione conseguente ai versamenti realizzati.
Proprio la Corte costituzionale, con la sentenza richiamata dai colleghi questori, ha permesso invece di dire che non si tratta di una pensione, che non esistono dunque diritti quesiti e che, con una semplice delibera dell’Ufficio di Presidenza, si potrebbe procedere nel senso da noi prospettato, che consentirebbe di fare risparmiare al bilancio della Camera e anche a tutti i cittadini e ai contribuenti italiani circa 150 milioni di euro l’anno.

Per maggiori informazioni ecco il link al sito di Borghesi con il discorso:

http://www.antonioborghesi.it/index.php?option=com_content&task=view&id=314&Itemid=35

oppure

http://www.openpolis.it/dichiarazione/547092

 

Milano: evento in favore dei bambini messicani

Siamo lieti di invitarvi ad una serata di musica all’insegna delle beneficenza per i nostri bambini messicani. Questa volta con un motivo in più…I fondi che verranno raccolti durante la serata infatti, serviranno a finanziare i lavori di costruzione dell’asilo che purtroppo a causa di vari inconvenienti e problemi sono rimasti a meno della metà ed il disagio per i bambini quindi, come potete ben immaginare, è aumentato di gran lunga. Servono molti fondi per ultimare i lavori.

Vi chiediamo perciò un vostro piccolo contributo per poter sostenere il progetto (www.villalpando.it)

VI ASPETTIAMO NUMEROSI

MARTEDI 26 OTTOBRE

AL TEATRO ROSETUM

(Via pisanello, 1)

alle ore 21

(per maggiori info gurdare la locandina in allegato)

SPARGETE LA VOCE e ricordate che è LA GOCCIA CHE FA L’OCEANO! A Martedì

Serata di musica all’insegna della beneficenza.Le offerte raccolte nella serata serviranno ad ultimare la costruzione dell’asilo in muratura per i nostri piccoli messicani, permettendo loro di avere un tetto dove trascorrere le loro giornate.

 

Back In Town. Mexico City Smog & Streets

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Da www.carmillaonline.com Messico, anno di grazia 2010. Siamo a cento anni dallo scoppio della Revolución e a 200 dall’inizio della guerra d’indipendenza vinta contro la Spagna decadente. Proprio quella Spagna che all’inizio dell’ottocento non poteva più permettersi di pensare all’America dorata e lontana e si trovava, invece, invasata, invasa e vagamente distratta dalle truppe napoleoniche dilaganti tra vigneti e mulini a vento. Insomma, c’è di che festeggiare per quest’anno. Non è che qui, in generale, manchino le occasioni, anzi, sappiamo che si segue scrupolosamente la regola della festa quotidiana di “non compleanno” per partecipare a sfide alcoliche improvvisate e ad assembramenti casalinghi incontrollabili e feroci.

Sono un sopravvissuto. Prima di tutto da me stesso, come tutti noi in fondo, anche se non lo sappiamo, e poi dalle strade, dalle gare di velocità e dallo smog patrio messicano, un fumo bizzarro generato da vetture ancestrali e inquietanti come i peseros (bus urbani) e i camiones (famigerati tir a doppio rimorchio modello TGV, cioè lunghi come il celebre treno francese): sono mostri grigioverdi, rosso bruni e arrugginiti di noia, con le scritte “Ford Boia” e “Mercedes ya se muriò” stampate in fronte, proprio sul radiatore, alla faccia loro.

Immag0145.jpgLe interminabili avenidas di Città del Messico, affollate ogni giorno da 5-6 milioni di auto libere e pericolanti, possono arrivare ad avere anche una decina di corsie per senso di marcia e fanno sembrare l’Autostrada del Sole una mulattiera provinciale ma non solo per la larghezza cui ho accennato. La ricerca nefasta della velocità, il tasso alcolico stimato del cittadino medio e il grado di competitività neoliberista superano di gran lunga i livelli italiani e danno vita a un sistema perverso di sopravvivenza veicolare che prende spunto dal modello darwinista: la fortuna, le potenzialità del mezzo di trasporto e la bravura del conducente mettono in atto una selezione della specie in un mercato perfetto del rischio che si dispiega lungo i 60 chilometri che si possono percorrere tranquillamente, o meglio, freneticamente, da un capo all’altro della città.

Devo dire che possiedo un veicolo sufficientemente adattabile alle situazioni più disparate e anche piuttosto pulito e distinto, come da foto, ma questo non serve. Si tratta di una moto piccola e agile, una Suzuki GN125 a 5 marce che ogni giorno raccoglie pazientemente l’adrenalina dall’asfalto per spararla fuori all’occorrenza, quando le sorelle maggiori marca Ducati e le jeep scintillanti dei fighetti chilangos (così sono chiamati gli abitanti della capitale) la fanno arrabbiare con le loro pretese di superiorità e con l’arrivismo yankee colato giù dal Rio Bravo.

Immag0206.jpgDelirio da inalazione tossica ripetuta? Sindrome da motociclista frustrato e frustato dal colpo della strega? Senza dubbio, ma anche un po’ di verità. Provare per credere. I tassisti e i choferes, veri e propri piloti professionisti dei minibus, tutti ex formula uno, sanno benissimo di cosa sto parlando, poveri incompresi. Siccome molti autobus sono di proprietà dei conducenti stessi o vengono a questi affittati da un magnaccio, ecco che si scatena una gara mortale per acchiappare più clienti possibile alle fermate ufficiali, pochissime a dir la verità, e all’angolo di qualunque strada ove pascolino persone in attesa.
C’è chi litiga con loro – parlo soprattutto dei tassinari a bordo dei vecchi maggioloni, cioè “gli irriducibili” – tutti i giorni e giustamente gli sputa dentro al finestrino e scappa via. Forse son maleducati tutti e due, ma non possiamo giudicare dall’esterno. “¡Por eso estamos como estamos!” (Per questo stiamo come stiamo!) è solita sentenziare la voce della saggezza popolare e del passante attento a questi casi d’inciviltà.

Comunque stiamo parlando di categorie soggette a stress cronico e al rischio di finire con una ruota in un tombino scoperchiato o in un buco apocalittico di 5 metri per 2 (e uno di profondità, un bel pozzo di petrolio abitato da scarafaggioni espressivi). Se così accade, perdono i guadagni del mese e le blatte sotterranee gli bucano la marmitta in cerca di monossido di carbonio allo stato solido.

Vale la stessa regola anche per i poliziotti che, in caso di sinistro, devono rimborsare di tasca loro i danni alle vetture in dotazione. Perciò le suddette categorie di utenti della strada possono arrivare a difendere le loro verità con le mani nude e incazzate e, all’occorrenza, con una chiave inglese Made in China, alzando ancor di più il livello adrenalinico e testosteronico nell’aria del vituperato Distretto Federale (D.F., noto anche come “Di-Fettoso”).

E’ anche per questo motivo che si respirano smog e tensione nonostante viviamo circondati da belle e invincibili montagne a 2400 metri sul livello del mare e quasi sempre splende il sole “dell’eterna primavera” messicana.
Alla fine, ad ogni modo, dopo i pestaggi da strada e le liti violente, paiono vincere la pace e la patria, basta una bandiera messicana esposta in bella vista a rasserenare gli animi in questi mesi di giubilo istituzionale e sentimentale. E poi non importa se si blocca il traffico e si sospende il gettonatissimo “servizio pubblico di trasporto collettivo” per comprare un po’ di frutta fresca e invitante (vedi foto del mega autobus fermo in seconda fila).

Immag0213.jpgLe oasi di calore umano e gentilezza nella selva cementifera della capitale sono le stazioni di servizio della compagnia petrolifera statale, la Pemex o Petròleos de Mèxico, in cui la broda puzzolente costa appena mezzo euro al litro e funziona. Pericolose macchie d’olio sparpagliate in agguato all’entrata di tutti i benzinai sono la regola e puniscono con uno scivolone anche i più sobri, esperti e devoti centauri.

La Pemex è tra le più grandi imprese al mondo ed è il simbolo della nazione e della sovranità messicana però è ormai sull’orlo del fallimento a causa dell’endemica mancanza di fatturato e di utili. Questi denari servirebbero a effettuare nuove e costose esplorazioni delle riserve nelle profondità oceaniche del Golfo del Messico e a regalare un futuro roseo di idrocarburi freschi alle prossime generazioni, ma forse anche no.
I soldi vengono invece prelevati di default ogni anno dal governo con la legge finanziaria che li destina ai capitoli di spesa più interessanti e creativi come gli interessi sul debito pubblico e l’armamento dell’esercito impegnato nella “guerra al narcotraffico”. Non si spendono solo così, evidentemente. Esistono ancora un’austera politica sociale, una timida istruzione pubblica, la ricerca scientifica e una sanità universale al 50%, ma direi che si sta seguendo anche qui l’esempio del “nuovo miracolo italiano” in tutti questi settori vitali: stringere la cinghia, studiare da soli un po’ d’inglese e d’informatica e infine curarsi con rimedi caserecci, anche questi Made in China.

Imagen088.jpgCome ci ha dimostrato il disastro delle piattaforme per l’estrazione dei gas e dei petroli in acque statunitensi, causato dalla compagnia inglese British Petroleum l’estate scorsa, c’è poco da scherzare con le perforazioni in acque profonde e probabilmente Pemex non è in grado di realizzarle da sola, pertanto il Messico potrebbe dire addio al suo oro nero già a partire dal 2020 secondo le stime più gioiose.
Nella foto che ho scelto il patriottismo raggiunge una punta folcloristica e drammatica dato che lo scatto è dell’epoca dei mondiali di calcio sudafricani, un periodo piovoso e sornione in cui le attività del paese, e quindi anche quelle dei benzinai, si sono ridotte a zero durante le poche partite che il Messico ha potuto disputare (non che alla squadra italiana sia andata tanto meglio come sappiamo).

Saltiamo, ma sempre di fiestas patrias parliamo. A Oaxaca (e c’è anche una foto) per tutto l’anno ha funzionato un contatore gigante che segnava ore, minuti e secondi e che s’è azzerato alla mezzanotte del 15 settembre, la data fatidica del grido dell’indipendenza. Quest’anno il partito dominante di regime, quello della “prima repubblica messicana”, il PRI (Partito Rivoluzionario Istituzionale, famoso per la contraddizione nei termini che lo definiscono) ha perso il governo dello stato di Oaxaca per la prima volta.
Immag0167.jpgE così il repressore governatore Ulises Ruiz verrà rilevato da Gabino Cuè (eletto con una coalizione di partiti che va da destra, con il Pan, a sinistra, con il Prd) che, malgrado i suoi trascorsi nel Pri, non è ancora eccessivamente sputtanato e ci si aspetta, quindi, un cambiamento di visione e gestione della cosa pubblica in una delle regioni più povere ma splendide del paese.

Stavo affogando nel mezcal del tipo “minatore” (una bibita simile alla tequila per chi non bazzicasse la zona mesoamericana) quando tra spari e fuochi d’artificio una ventina di persone hanno accompagnato il bestiale governatore Ulisse nel suo ultimo grido ribadendo le consegne del movimento di protesta del 2006-2007, “ya cayò ya cayò, Ulises ya cayò” (Ormai è caduto, già è caduto, Ulisse ormai è caduto). E’ vero ma, purtroppo, è riuscito a cadere in piedi e con la fedina pulita nonostante le numerose condanne per violazione dei diritti umani ricevute da corti e organizzazioni internazionali.
La domanda (quasi) finale è: che senso ha una manifestazione o un atto pubblico in cui partecipano più poliziotti e funzionari del governo che cittadini comuni? Il pomeriggio e la sera del 15 sono stati una sequela di atti siffatti.

Immag0163.jpgPer finire con un tema più idilliaco, ricordo che in questo giro ho riappreso che l’orgoglio degli abitanti di Oaxaca riguarda anche il loro prodotto tipico distillato, il mezcal, al punto che tutti sostengono che la ben più nota tequila è semplicemente una sottocategoria di questo. Infatti l’agave azzurra, la pianta da cui si ricava la tequila, è un tipo particolare di maguey (o anche agave che è il suo nome scientifico) che, invece, dà origine e vita al favoloso mezcal, che è tale sempre e comunque e non importa che tipo di maguey si voglia utilizzare per ottenerlo (LINK culturale). Il verme sul fondo è solo un optional gradito e temuto. Ma l’importante è brindare e sopravvivere alla follia. Fino alla prossima vittoria. Sempre?

Continua…

Mi permetto di consigliare la lettura di Back In Town. Bovisa City Milano, post estivo che ha in qualche modo ispirato e preceduto degnamente questo primo sfogo autunnale su Città del Messico. Ed è sempre periferia…

 

Recensione del romanzo di Alberto Prunetti , Il fioraio di Peròn

Alberto Prunetti, Il fioraio di Peròn
Eretica Speciale / Stampa Alternativa
Nuovi Equilibri 2009
http://www.stampalternativa.it
Recensione di Fabrizio Lorusso

L’Argentina e Buenos Aires. Il passato e il presente intrisi di sangue, tango, frustrazione, quotidiana speranza e pacata malinconia. Ma anche ricordi felici e aspettative che scorrono negli anni, nelle ispirazioni, le delusioni e i successi di una vita come tante, quella di Cosimo Guarrata, un siciliano d’Argentina, o un argentino di Sicilia. E’ uno dei nostri nonni o bisnonni, un italiano emigrato ma anche un argentino acquisito e integrato, sempre a metà, come tutti i migranti di prima generazione. L’identità combattuta di un fioraio, anzi, il fioraio di Peròn.

Nel romanzo di Alberto Prunetti si respirano la speranza e il coraggio dei migranti, quelli di ieri e quelli di oggi, ma pure l’inquietudine dei decenni più oscuri della storia dei paesi del Cono Sud, vigilati dallo spettro latente dell’autoritarismo e del militarismo, e  vissuti sullo sfondo da milioni di persone illuse dal sogno del successo personale, dall’America, quella meridionale e sconosciuta, e dall’illusione di uno sviluppo e di un futuro che imitasse quello del “primo mondo” che hanno lasciato in tenera età quando ancora offriva solo povertà e guerre. E intanto la lontana Italia (o almeno una parte di essa) cominciava a far parte del club esclusivo dei ricchi e iniziava ad accogliere timidamente gli stranieri, diventando terra d’immigrazione dopo aver espulso milioni dei suoi connazionali, quelli più poveri, scappati soprattutto dal meridione e dal triveneto.

I muri delle case e gli angoli delle avenidas del centro di Buenos Aires ci parlano della sequela ininterrotta di bizze della storia e del potere, tra dittature e restaurazioni, repressioni e populismi. La vita del fioraio ufficiale della Casa Rosada, i dibattiti con gli amici del bar e l’evoluzione del pensiero di sua moglie Maria ci raccontano nel modo più vero e immediato le speranze e le delusioni del peronismo, quello strano animale politico che nacque con l’ascesa alla presidenza del suo leader tra il 1946 e il 1955, anno in cui Juàn Domingo Peròn fu spodestato da un golpe militare. Il peronismo diede ragioni di vivere e di “costruir patria” a milioni di argentini e poi continuò a nascondersi come un’ideologia clandestina dentro ai cuori e nelle cantine fino alla riemersione e alla mutazione odierne. Il mito continua anche dopo la scomparsa del leader deceduto durante il suo terzo mandato presidenziale nel 1974. Dopo di lui, la dittatura. Queste pagine ci descrivono anche il culto nato intorno alla figura di sua moglie Eva, o meglio, Evita: si tratta quindi di due religioni di Stato, due fedi politiche che muovono da sessant’anni i cuori e le menti di un popolo nell’arco di almeno tre generazioni. “Peròn tornerà e Gardel non è morto a Medellin, anzi canterà ancora”, ripete Cosimo dentro di sé tutte le sere per combattere la stanchezza e la vecchiaia che incombono dopo qualche ora passata al bar con l’amico Mariano.

Come ribadisce Valerio Evangelisti nella sua introduzione sulla quarta di copertina “la complessa realtà argentina non poteva essere descritta meglio”. Infatti qui due storie parallele legano l’Italia e l’Argentina, il ventesimo e il ventunesimo secolo, dandoci una visione precisa e tagliente delle realtà in cui si muovono i personaggi nelle diverse epoche. S’intrecciano le vicende di Cosimo il fiorista, dagli anni venti ai primi anni ottanta, con quelle di Alfredo, un suo giovane parente, nipote della sorella di Cosimo, che, dopo oltre vent’anni dalla sua morte, parte alla ricerca di un’eredità perduta e di un sottile filo identitario che lo porti a conoscere un po’ di più le vicende di quel “nonno” lontano. Un siciliano perduto che era partito in pieno ventennio fascista e che aveva scritto tante lettere in quel suo idioma strano, un itagnolo (misto di italiano, dialetto e spagnolo) esotico e poco comprensibile.

Quando Alfredo sbarca in Argentina comincia la ricerca e viene accolto dallo storico anarchico, scrittore e giornalista Osvaldo Bayer. Così riemergono vecchie storie torbide legate all’eredità di Cosimo che tingono di nero la sua indagine, ostacolata da minacce e antichi rancori. Grazie alla riproduzione di alcune lettere del parente scomparso ci viene dato uno spaccato della vita quotidiana e della società e ci resta un retrogusto amaro per le cose non dette e non scritte, ci sono misteri e segreti da leggere tra le righe delle missive, cose che la censura della dittatura proibiva nei messaggi in partenza per l’estero.

Il quadro della vecchia Buenos Aires viene arricchito anche da un intreccio amoroso e dalle interazioni di Cosimo con gli altri migranti, galiziani, tedeschi, portoghesi, e soprattutto con gli argentini “puri”, sempre che abbia senso questa categoria sociale, e in particolare coi porteños, gli orgogliosi abitanti della capitale con il loro rapporto di amore e odio verso i tanos, gli italiani d’Argentina. In effetti si tratta di immigrati un po’ speciali, una minoranza grande e rumorosa, fatta di milioni di storie che hanno finito per influenzare profondamente la cultura e la società di questo paese (e di tanti altri in Sudamerica) ma che hanno anche vissuto in prima persona l’orrore dell’ultima dittatura, resa tristemente famosa dagli oltre 30mila casi di desapariciòn di cittadini e dalla fiammata nazionalista sfociata nell’inutile Guerra de las Malvinas contro una Gran Bretagna ansiosa di mantenere i suoi rimasugli imperiali nell’Atlantico meridionale.

La giunta militare golpista, comandata da  Jorge Rafael Videla, dell’ammiraglio Eduardo Emilio Massera e il brigadiere generale Orlando R. Agosti, è quella che tra il 1976 e il 1983 mise in atto “la più grande strage di italiani dopo la seconda guerra mondiale” come giustamente sottolinea Massimo Carlotto nella sua introduzione al romanzo. Ed ecco apparire alcuni connazionali che sostengono e lodano coloro che mandano ad ammazzare altri italiani, quelli d’Argentina: i “generali” sono infatti amici di Licio Gelli e vicini alla loggia massonica P2 che sembra aver partecipato attivamente pure alla profanazione della tomba di Peròn avvenuta nel 1987…

L’Argentina moderna, dopo il ritorno nel 2003 del “peronismo progressista” al potere con le presidenze di Nestor Kirchner e di sua moglie Cristina Fernàndez, sembra voler fare i conti con quel passato mettendo in discussione le amnistie concesse frettolosamente negli anni ottanta e riaprendo i processi che, in effetti, stanno cominciando a produrre le prime condanne e rese dei conti per alcuni repressori.

Negli ultimi giorni della ricerca Alfredo si scontra anche con la situazione di un paese che sta lentamente recuperando terreno dopo i drammatici anni della crisi economica e delle violente proteste di strada d’inizio millennio ma che, nonostante tutto, stenta a trovare una strada sicura in una realtà fatta di imprese che delocalizzano ed esternalizzano e controllata dai nuovi ricchi, tra cui gli investitori “italiani d’Italia” che chiudono tutto e scappano via in mezzo alle proteste dei piqueteros, i nuovi disoccupati nell’epoca della globalizzazione.

Alberto Prunetti (1973) è scrittore, traduttore, fotografo e insegnante d’italiano per lavoratori immigrati. Con Stampa Alternativa ha pubblicato il romanzo Potassa (2004) e ha curato l’antologia L’Arte della fuga (2005) e l’edizione italiana di Patagonia rebelde di Osvaldo Bayer. Ha collaborato con le riviste “Carta” e “Arivista” e con “Il Manifesto”. E’ redattore della rivista Carmilla.

Trova qui IL FIORAIO DI PERON     LINK

 

La lirica della protesta da Genova e dintorni

Propongo in questo spazio un video con un breve articolo di commento di Cristina Oddone che riassume i motivi della protesta No Tav-No Gronda di numerose associazioni della società civile genovese e non solo che s’uniscono al disagio e alla decadenza causati dai tagli alla cultura e all’università

Un concerto di musica lirica nella Chiesa di San Martino a Murta, un piccolo borgo medievale nel comune di Genova, in solidarietà al presidio No Tav e No Gronda (la grande bretella in progetto per il nodo autostradale genovese) è stata vista come una provocazione dalla direzione del Teatro Carlo Felice. Le più di 500 persone che domenica affollavano la chiesa, messa a disposizione dal parroco per l’assemblea popolare, hanno quindi assistito ad un concerto muto, ed è stata molto forte la commozione della comunità nel prendere atto che nel nostro paese anche suonare è ormai diventato un gesto di protesta considerato radicale. Una giornata molto partecipata – organizzata dai comitati in difesa del territorio, il comitato precari liguri della scuola, il meet up Valpolcevera, e l’Assemblea di Ricercatori e Ricercatrici Genovesi – in solidarietà al presidio di fronte alla prima trivella installata dalla Società Autostrade, che doveva concludersi con un quartetto di ottoni, prima del divieto di domenica mattina. A partire da maggio i musicisti del Carlo Felice hanno protestato come meglio sanno fare: portando la musica lirica in ogni angolo della città, finalmente fuori dal tempio sacro del teatro, in mezzo ai cittadini, nei cortili dell’Università, davanti alla sede del Comune e della Prefettura. Mozart, Brahams e anche qualche simbolica marcia funebre per dimostrare a Genova la loro resistenza, in un momento molto drammatico per la storia d’Italia, patria degli strumenti e della musica classica, dove oggi la lirica è il primo settore della cultura a subire i tagli disposti dal Governo. I dipendenti del Teatro di Genova vengono accusati del fallimento di un sistema fatto di cattive gestioni e accumulo di deficit, per il quale stanno pagando con la possibile perdita del salario e del posto di lavoro. A fronte della proposta di applicare, per la prima volta in Italia, la cassa integrazione in deroga ai 300 dipendenti del teatri, stabilita dall’accordo tra il Ministro della Cultura Bondi e la Sindaco Marta Vincenzi, i lavori hanno offerto come soluzione momentanea la decurtazione voluntaria dello stipendio, rifiutata con decisione dal Consiglio di Amministrazione. Dopo l’approvazione del Ministero ai contratti di solidarietà, a partire da dicembre, questa settimana ci sarà l’incontro con i sindacati che definirà l’esito della vicenda.

Anche se constretta al silenzio, c’è una parte d’Italia che continua a organizzarsi, a tessere relazioni di solidarietà, a cercare modi e forme per far sentire la propria voce o, almeno, a vivere insieme la resistenza alla crisi economica-politica-sociale e culturale attuale.

 

Cile: estratti finalmente dal buco 33 minatori, altri 300 vogliono entrare

Come, facendo la fila per guardare da un buco, diamo le spalle alla vita in superficie.

Articolo di Martin E. Iglesias

Decine di specialisti, opinionisti, medici e psicologi ci riferiscono che per i trentatrè minatori l’emersione sulla superficie, dopo aver vissuto per 69 giorni  a 700 metri sotto la crosta terrestre, potrebbe essere molto dura: l’impatto con la luce solare, i cicli del dormiveglia, gli odori e i sapori, poter riabbracciare i propri cari dopo un’esperienza paragonabile solo alla permanenza prolungata nello spazio, ma involontaria. Molte, infine,  le cronache che ci raccontano di come 33 minatori, altrimenti anonimi, siano diventati simbolo del coraggio, oltre che della fortuna, e attori loro malgrado della vittoria della tecnica sulla natura.

Oltre la solidarietà internazionale, la vicinanza del presidente Sebastián Piñera e del ministro delle Miniere Laurence Golborne, onnipresente tra le tende delle famiglie accampate in superficie, sono tante le promesse di sostegno economico offerte ai minatori in caso di sopravvivenza e ovviamente anche alle famiglie dei trentatrè. Uno dei problemi pratici che hanno dovuto affrontare queste ultime, infatti, è stata la mancanza di autorizzazione alla riscossione dello stipendio dei lavoratori. Solitamente il pagamento del mensile è concesso solo direttamente al lavoratore e per questa occasione si è dovuto chiedere una deroga speciale. Oltre al dovuto i 33 coraggiosi hanno avuto centinaia di nuove offerte di lavoro, compensi per interviste ai media e addirittura una sottoscrizione ad personam lanciata da un imprenditore che ha donato circa 10.000 dollari ad ogni minatore chiedendo che altri come lui facciano lo stesso.

Ma se per loro, ironia della sorte, la sciagura è diventata una piccola miniera d’oro, diversa è la realtà per le centinaia di lavoratori impiegati nella stessa miniera di San Josè. Dal giorno del crollo delle gallerie, il 5 agosto, ovviamente i lavori di estrazione si sono interrotti e Alejandro Bohn y Marcelo Kemeny, i proprietari della società San Esteban hanno praticamente annunciato la bancarotta dell’impresa.

Economia mineraria.

Il Cile è il primo produttore mondiale di rame, con il record di un terzo di tutta l’estrazione del globo, e con oltre 800 mila addetti nel settore è la prima voce del prodotto interno lordo nazionale comprendendo anche gli altri metalli. I contratti salariali e d’ingaggio sono spesso al di fuori delle regole stabilite e la precarietà lavorativa è molto alta: si lavora a “progetto” e una volta esaurita la “vena”: tutti a casa. La San Esteban, inoltre, non è certo nuova ad incidenti e denunce da parte di lavoratori per mancanza di sicurezza: morti e incidenti gravi hanno funestato la gestione dei due imprenditori, e anche in questa occasione le verifiche a posteriori dovranno accertare le responsabilità della società. Nonostante questo caso sia finito davanti le telecamere di tutto il mondo, rimane il fatto che per verificare la messa in sicurezza delle migliaia di miniere il Servizio nazionale di Geologia del Cile dispone di poche unità di ispettori atti a tale controllo e da quando il rame è schizzato al massimo del suo valore in tutte le borse mondiali, l’imperativo è stato: aprire o riaprire le miniere ad ogni costo.

A prescindere dalla chiarezza sugli eventi accaduti, nel frattempo la miniera San Josè ovviamente è chiusa e 250 lavoratori su circa 300, hanno già ricevuto la lettera di licenziamento e come viene sottolineato in Cile, spesso dietro lo stipendio di un singolo minatore ci sono almeno tre famiglie da mantenere. Senza questo provvedimento esplicito, per assurdo, un minatore si trova costretto a rimanere fermo e sotto ingaggio, senza la possibilità di essere assunto da altre compagnie. Un intermediario incaricato per l’occasione dal governo è riuscito, in questo caso, a ottenere che gli stipendi di agosto e settembre dei minatori possano essere rifondati, ma il destino di questi lavoratori comunque è compromesso.

Sorge spontaneo chiedersi se quando il trentatreesimo minatore toccherà la superficie terrestre, le telecamere di tutto il mondo interromperanno le trasmissioni o saranno disposte a cambiare inquadratura: dal buco vuoto alla lunga fila formata di 300 lavoratori che aspettano il loro turno per  entrare nel buco e tornare nelle viscere di San Josè.

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