Archivio Mensile: febbraio 2012

Intervista a Italo Cassa / Scuola di Pace @RadioTreSuite

Il 28 Gennaio 2012 Italo Cassa della Scuola di Pace è intervenuto alla trasmissione radiofonica “Radio 3 Suite” in merito alle iniziative per la nona edizione del “piccolo carnevale armonico”, il carnevale dei bambini del mondo.

La Scuola di Pace www.lascuoladipace.org

Iniziativa Haiti Emergency:

www.haitiemergency.org/

Articolo 18: le verità nascoste

Questo è un appello promosso da giuristi e cittadini e diffuso da Studio Legale Associato (link). Ma è anche un articolo di controinformazione molto utile per capire  e centrare meglio il dibattito confuso e tendenzioso sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e la riforma del lavoro al centro dell’agenda politica attuale. Meditiamo.

Desta grande sconcerto, tra gli operatori giuridici (avvocati, magistrati) che quotidianamente hanno a che fare, per il loro lavoro, con la tematica dei licenziamenti, il livello di approssimazione e di assoluta lontananza dalla realtà con cui tanti autorevoli personaggi della politica, del giornalismo  e persino dell’economia affrontano l’argomento, contribuendo ad alimentare una campagna di disinformazione senza precedenti.

Sta infatti entrando nella convinzione del cittadino (che non abbia, in prima persona o attraverso persone vicine, vissuto il dramma della perdita del posto di lavoro) la falsa impressione che in Italia sia pressoché impossibile licenziare, persino nei casi in cui un’impresa, in comprovate difficoltà economiche e finanziarie,  con forte calo di ordini e  bilanci in rosso, avrebbe necessità di ridurre il proprio personale (caso spesso citato nei dibattiti televisivi per mostrare l’assurdità di una legislazione che ingessi fino a questo punto l’attività imprenditoriale).

Queste leggi assurde, poi, si salderebbero con una asserita “eccessiva discrezionalità interpretativa” dei magistrati (categoria della quale, nell’ultimo ventennio, ci hanno insegnato a diffidare) e sarebbero la causa, o quantomeno la concausa, del precariato giovanile.

Senza considerare che è l’Europa a chiederci di rivedere la normativa in tema di licenziamenti, perché eccessivamente rigida. Inoltre il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro sarebbe un’ “anomalia nazionale”.

Come si sa, il principio di propaganda che sostiene che “una bugia ripetuta mille volte diventa verità” paga, ed è estremamente rara, nei talk show televisivi, la presenza di giuslavoristi che raccontino cosa effettivamente accade nei luoghi di lavoro, nelle trattative sindacali, negli studi degli avvocati e nelle aule di giustizia: che cioè la legge già consente di licenziare per motivi “inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa” e che conseguentemente   i licenziamenti per riduzione di personale avvengono quotidianamente, sia da parte di aziende con meno di 16 dipendenti (che non hanno altro onere che quello di pagare un’indennità di preavviso molto più bassa di quella prevista in altri paesi europei: solo ove un giudice accerti che le motivazioni addotte non sono vere, dovrà pagare un’ulteriore indennità, comunque non superiore a sei mensilità) sia da parte delle grandi aziende (che in caso di esubero di personale di più di cinque unità devono solo seguire una procedura che coinvolge il sindacato, ma che le vincola -  anche in caso di mancato accordo sindacale al suo esito -  esclusivamente a seguire dei criteri oggettivi nella selezione del personale da licenziare).

Al di fuori dei licenziamenti per motivi economici -  rispetto ai quali il giudice ha (solo) il potere di effettuare un controllo: a)  di verità sui motivi addotti nei licenziamenti individuali e b) di regolarità della procedura nei licenziamenti collettivi -  l’art. 18  si applica, ai datori di lavoro con più di 15 dipendenti, in caso di licenziamenti individuali, quasi sempre per motivi disciplinari.

E qui, di volta in volta, il magistrato valuta il caso concreto, che non è mai come quelli da barzelletta che vengono talvolta riportati per dimostrare l’arbitrarietà del giudice e la presunta assurdità del sistema. Da oltre trent’anni si sente parlare del caso del garzone del macellaio amante della moglie del datore di lavoro, che sarebbe stato reintegrato perchè i fatti avvenivano al di fuori dell’orario di lavoro.

Basta che una falsa notizia come questa venga detta in televisione, ed ecco che il quadro è completo e il prodotto confezionato: l’opinione pubblica, dopo un mese di questa martellante propaganda, è pronta ad accettare le giuste soluzioni che – condivise o non condivise da tutti i sindacati – ci facciano fare quel passo decisivo per adeguare l’Italia alle nuove esigenze della globalizzazione e renderla finalmente competitiva anche rispetto ad altri paesi europei che hanno una maggiore flessibilità in uscita.

Ma è proprio vera quest’ultima cosa? Come mai non riusciamo a leggere in nessun giornale che gli indici OCSE che segnalano la cd. rigidità in uscita collocano attualmente l’Italia (indice dell’1.77) al di sotto della media europea (basti dire che la Germania ha l’indice 3.00)?  Ed è proprio vero che  il diritto alla reintegrazione (in caso di licenziamento dichiarato illegittimo) è previsto solo nel nostro Paese? Premesso che il discorso dovrebbe essere approfondito, va detto che in certi Paesi è addirittura costituzionalizzato (Portogallo) ed in altri è un rimedio possibile (ad esempio Svezia, Germania, Norvegia, Austria, Grecia, Irlanda, in taluni casi  Francia) spesso accompagnato da ulteriori tutele.

La verità è che  non esiste un vero collegamento tra la ripresa produttiva e la libertà di licenziare, e forte è quindi  il timore che il ”governo tecnico”, approfittando della crisi economica, possa dare attuazione ad un antico progetto di riassestamento del potere nei luoghi di lavoro, che per essere esercitato in modo sovrano  mal tollera l’esistenza di norme di tutela dei lavoratori  dagli abusi.

Perchè è questo, e solo questo, il senso profondo dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: una norma che sanziona il comportamento illegittimo del datore di lavoro ripristinando lo status quo ante che precedeva il licenziamento – lo si ribadisce – illegittimo. E la cui esistenza, per l’appunto, impedisce che il potere nei luoghi di lavoro (con più di 15 addetti, purtroppo, perchè altrove, appunto, tale tutela non c’è)  possa essere esercitato in modo arbitrario  e lesivo della dignità dei dipendenti.

Ma nello stesso tempo occorre valutare con estrema attenzione anche tutte quelle prospettate soluzioni che, prevedendo la  “sospensione temporanea” dell’articolo 18 per i primi tre o quattro anni per i giovani in cerca di un’occupazione stabile, teoricamente  non sottrarrebbero la tutela dell’art. 18 “a chi già ce l’ha”.

Occorre, infatti, quanto meno scongiurare l’ipotesi che in tale formula rientrino tutti i nuovi rapporti di lavoro poiché, altrimenti, inevitabilmente vi ricadrebbero anche coloro che, pur avendo goduto in passato della tutela dell’articolo 18, si ritrovino in stato di disoccupazione (dato che, come abbiamo visto, la norma non vieta affatto di licenziare, sanzionando solo i licenziamenti privi di giusta causa o giustificato motivo, e quindi solo quelli illegittimi).

E dal momento che, checché se ne dica, il posto di lavoro fisso a vita è veramente un sogno e il mercato del lavoro è in continuo movimento (specie per quanto riguarda l’invocata flessibilità in uscita), nel caso in cui le disposizioni in cantiere non siano circoscritte con precisione, avremmo un esercito di disoccupati attuali o potenziali anche ultracinquantenni che, lungi dal portarsi dietro, infilato nel taschino della giacca, l’articolo 18 goduto nel precedente posto di lavoro, ingrosserebbero le fila dei nuovi precari.

Perchè diversamente non possono essere considerati dei dipendenti che per tre o quattro anni siano sottoposti al ricatto della mancata stabilizzazione ove non “righino dritto” senza ammalarsi, fare figli,  scioperare o avanzare rivendicazioni di sorta (e se, alla fine del triennio, non vi sarà – com’è probabile – alcuna garanzia di “stabilizzazione” del rapporto, in questo gioco dell’oca si potrà tornare alla casella di partenza, con un diverso datore di lavoro…).

Ecco quindi che, per altra strada, si arriverebbe a ridimensionare anche i diritti di coloro ai quali l’articolo 18 attualmente si applica, risultato che la propaganda vorrebbe finalizzato a favorire quelli che ne sono esclusi: come ha scritto Umberto Romagnoli, è come avere la pretesa di far crescere i capelli ai calvi rapando chi ne ha di più.

Un’ultima annotazione su un’altra soluzione di cui si sente parlare: la sostituzione della sanzione prevista dall’articolo 18 (reintegrazione) con un’indennità in tutti i casi di licenziamenti semplicemente motivati da ragioni economiche.

Si è già detto che tali licenziamenti sono già consentiti, e secondo l’art. 30 della legge 183 del 2010  “il controllo giudiziale è limitato esclusivamente (…) all’accertamento del presupposto di legittimità e non può essere esteso al sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro”.

Cosa si vuole di più? Perché si vorrebbe impedire al giudice anche un accertamento di legittimità (e non di merito) sulle motivazioni addotte? Forte è il sospetto che in questo modo si voglia consentire al datore di lavoro di liberarsi di dipendenti scomodi semplicemente adducendo una motivazione economica, anche se non vera. Sancendo così, automaticamente, il pieno ritorno agli anni cinquanta, quando i licenziamenti erano assolutamente liberi e la Costituzione nei luoghi di lavoro, faticosamente introdotta nel 1970 dallo Statuto dei lavoratori, semplicemente un sogno.

Auspichiamo proprio che, con la scusa di dover riformare il mercato del lavoro, non si arrivi a tanto.

Elenco firmatari e adesioni sito studiolegaleassociato.it

Ministero Messicano della Pubblica Insicurezza


I due articoli che presento di seguito sono stati pubblicati con alcune modifiche sul quotidiano L’Unità del 15 e del 19 febbraio scorsi e sono legati da un filo rosso (sangue), la figura del controverso Ministro della Pubblica Sicurezza messicano (SSP=Secretaría de Seguridad Pública) ed ex direttore della Agencia Federal de Investigaciones o AFI (una specie di FBI messicana), Genaro García Luna. I due testi non hanno la pretesa di esaurire i casi e le storie cui sono stati dedicati interi libri e reportage estesi in tutto il mondo. Il primo tratta la fuga dal carcere del narco-boss del cartello di Sinaloa, Joaquín “El Chapo” Guzmán il più potente e ricco del pianeta, nel 2001 grazie alla connivenza delle autorità. Si danno alcuni spunti utili anche per capire meglio i tragici fatti di questi giorni: la fuga di 30 detenuti, probabilmente appartenenti al cartello di narcos degli Zetas, dalla prigione di Apodaca della città settentrionale di Monterrey resa possibile dalla corruzione dei secondini del reclusorio e dalla mattanza provocata da questi per coprire i fuggiaschi. Risultato: la morte di 44 prigionieri del cartello rivale, quello del Golfo. Per far scappare 30 Zetas, le autorità, i secondini corrotti, la polizia, i narcos provocano una mega rissa che fa morire altri 44 uomini. Donne, famiglie, bambini e amici fuori dal reclusorio chiedono oggi giustizia, informazioni, notizie ma forse non le otterranno mai. Torniamo a Garcia Luna. E’ uno degli artefici della strategia di Felipe Calderón, il presidente, che sostanzialmente consiste nella militarizzazione di mezzo paese e nellaguerra al narcotraffico che, secondo alcune fonti, ha ormai provocato 60mila morti dal 2007 ad oggi. Altri “artefici” della narcoguerra, i ministri degli interni Juan Camilo Mouriño e Francisco Blake Mora, sono deceduti in seguito a due misteriosi incidenti con i loro “elicotteri di Stato” nel 2008 e nel 2011 rispettivamente. Sopra potete vedere la promo-foto de “El Equipo” (La Squadra), una serie TV che è stata commissionata dal Ministero della Sicurezza alla compagnia TeleVisa nel 2010 per ripulire l’immagine della polizia e oliare i meccanismi della propaganda, ma dopo la terza puntata è stata sospesa. Spesso, ed è quanto successo con la francese Florence Cassez (nel secondo articolo), le storie di alcuni casi giudiziari sono così surreali da superare qualunque fiction televisiva.

IL CAPO DEI CAPI

Il narcotrafficante messicano Joaquín Guzmán Loera, 54 anni, noto come El Chapo, ha festeggiato in gennaio una ricorrenza speciale, forse più importante del suo compleanno: la fuga dal carcere di massima sicurezza di Puente Grande, nello stato settentrionale di Jalisco, avvenuta il 19 gennaio 2001.

In prigione Guzmán godeva di privilegi d’ogni tipo, poteva fare festini con prostitute, droga e bevande alcoliche e integrava generosamente la busta paga dei funzionari del penitenziario con migliaia di dollari. Non fu quindi difficile per lui nascondersi in un carrello della lavanderia ed evadere mentre i dirigenti dell’istituto chiudevano un occhio o due, accecati dalla corruzione e dal potere del boss.

Da quel momento il leader del Cartello di Sinaloa, operante nelle regioni bagnate dal Pacifico messicano, ha conosciuto una vera e propria rinascita e un’enorme espansione dei suoi affari. Sembrava spacciato, imprigionato dal 1993, ma in pochi anni è entrato nella lista delle persone più influenti del pianeta secondo la rivista Forbes che stima la sua fortuna in un miliardo di dollari. La sua organizzazione controlla il 65% del mercato statunitense di cocaina e droghe sintetiche.

Dopo la morte di Bin Laden la DEA, l’agenzia antidroga USA, lo considera il criminale più pericoloso al mondo, più potente del mitico colombiano Pablo Escobar negli anni ottanta, e ha fissato una taglia di 50 milioni di dollari.

In 8 anni di prigione il capo ha tessuto relazioni fondamentali che, una volta tornato in libertà, ha trasformato in alleanze strategiche. E’ riuscito a consolidare una federazione di cartelli della droga con ramificazioni in Colombia, Europa e USA grazie all’associazione con i boss Ismael “El Mayo” Zambada e Juan José Esparragoza, El Azul. La loro influenza s’è estesa nell’ultimo decennio da 5 a 17 stati del Messico e ha superato quella del cartello degli Zetas, formato da ex militari e particolarmente attivo dal Nord-Est del paese al Guatemala.

Il figlio de El Mayo, “Vicentillo”, in carcere in attesa di giudizio per narcotraffico negli Stati Uniti, ha rivelato attraverso i suoi avvocati difensori il patto segreto della DEA, il dipartimento antidroga americano, e il Chapo secondo cui dal 1998 il Cartello di Sinaloa avrebbe goduto di un buon grado d’immunità negli USA in cambio di informazioni sui cartelli rivali.

Dal 2006, ultimo anno di presidenza del conservatore Vicente Fox, l’organizzazione del Chapo s’è consolidata a scapito dei rivali del Cartello di Tijuana, del Golfo e di Ciudad Juárez che, pur non scomparendo, si sono dovuti piegare di fronte alla supremazia della federazione di Sinaloa e all’avanzata di oltre 20.000 soldati messi in campo dal successore e compagno di partito di Fox, l’attuale presidente Felipe Calderón.

Nel contesto attuale della “guerra al narcotraffico”, con l’esplosione della violenza, oltre 50.000 morti in 5 anni e 16.000 desaparecidos, la giornalista messicana Anabel Hernández ha rivelato nelle sue inchieste le complicità tra narcos e politici. Infatti, nonostante gli spot in radio e TV annuncino una “lotta senza distinzioni”, condotta dalle autorità contro i narcos, sono sempre più numerose le voci che, invece, denunciano la relativa “preferenza” governativa per il gruppo del Chapo.

Le reti di connivenza, impunità e corruzione vedrebbero coinvolti direttamente gli alti ranghi della polizia e persino il braccio destro del presidente, il controverso Ministro della Sicurezza Genaro García Luna, indicato come il massimo referente di Joaquín Guzmán e il “Mayo” Zambada nel cuore dello Stato.

In vista delle elezioni parlamentari e presidenziali del luglio prossimo, un’eventuale cattura di Guzmán potrebbe rappresentare l’ultima speranza d’invertire il calo nei consensi del partito di Calderón, Acción Nacional, e di puntellare al fotofinish la sua controversa strategia di sicurezza nazionale.

FLORENCE CASSEZ

Florence Cassez è una cittadina francese, reclusa in una prigione di Città del Messico dal dicembre 2005 e condannata a 60 anni per sequestro di persona. La sua storia è poco nota in Italia, ma da anni polarizza l’opinione pubblica in Francia e in Messico, due paesi che vivono un momento di fortissima tensione diplomatica e politica.

Da entrambe le sponde dell’Atlantico il “caso Cassez” è diventato emblematico per i mass media per cui anche personaggi in vista come Alain Delon e Carla Bruni, politici come il presidente Nicolas Sarkozy e attivisti come la franco-colombiana Ingrid Betancourt la sostengono.

Tutto inizia il 9 dicembre 2005 con un montaggio televisivo. Le due principali reti nazionali, Tv Azteca e TeleVisa, trasmettono in diretta la scena di una cattura: due presunti rapitori della banda “Los Zodiaco” di Città del Messico, sorpresi in una casupola del ranch “Las Chinitas”, sono arrestati da uomini dell’Agenzia Federale per le Indagini o AFI, una specie di FBI messicana, e tre ostaggi sono liberati in diretta.

Florence è ripresa mentre giace a terra, semicoperta da un lenzuolo, e risponde alle domande dei cronisti: “non ne sapevo nulla, non ho niente a che vedere”. Lei e il suo ex ragazzo, il locatario del ranch Israel Vallarta, diventano subito per milioni di telespettatori i responsabili di uno dei crimini più odiati e in crescita nella società messicana: il rapimento.

Sia i media che la polizia, con il suo capo García Luna, oggi Ministro della Sicurezza nel governo del conservatore Felipe Calderón, mettono a segno un colpo propagandistico diventando i “paladini della giustizia”.

Gli ostaggi, Cristina Ríos e suo figlio Christian, sono interrogati subito dopo la liberazione e non rivelano la presenza di una donna tra i criminali. Florence Cassez dichiara di essere stata fermata e rinchiusa in una jeep per quasi 24 ore prima di essere condotta con la forza sul luogo della messinscena. Invece Vallarta è torturato e obbligato a dichiararsi colpevole.

Il terzo ostaggio, Ezequiel Elizalde, rende una testimonianza in cui menziona alcuni tratti riconducibili alla francese, come i capelli o il tono della voce, ma senza riconoscerla. Nei mesi seguenti le incoerenze nelle sue dichiarazioni aumentano facendo pensare a una manipolazione esterna.

Nel febbraio 2006 Florence Cassez riesce a intervenire in un programma TV e dalla prigione grida la sua innocenza spiegando come la sua cattura e la liberazione degli ostaggi siano state parte di un montaggio. García Luna, ospite della trasmissione, è sbeffeggiato in diretta.

A pochi giorni dall’intervento pubblico di Cassez, gli ostaggi vengono richiamati varie volte negli uffici della polizia, poi si trasferiscono negli Stati Uniti e da lì cambiano le loro deposizioni incriminando direttamente la francese.

Solo in base a queste testimonianze nel 2008 Cassez è condannata a 96 anni di prigione e nel 2009 in appello ottiene “uno sconto” a 60. Per puntellare mediaticamente una sentenza discutibile, David Orozco, un altro presunto membro dei Los Zodiaco, accusa Cassez di esserne il capo, ma poi ritratta e si scopre che la polizia l’aveva torturato.

Dopo la sentenza in primo grado Sarkozy, chiamato in causa dalla famiglia Cassez e alcuni media francesi, ha fatto di questo caaso un cavallo di battaglia per conquistare consensi in patria, anche se in terra azteca i suoi interventi hanno provocato tensioni nazionalistiche e scontri diplomatici a ripetizione.

Il processo e le sentenze sono viziate da abusi, montaggi, torture, manipolazioni e falsi clamorosi, ma nulla è stato fatto per correggere la situazione. In quanto rappresentativo di una realtà vissuta da migliaia di messicani in carcere e nei tribunali, il caso Cassez mette in discussione l’intero sistema di giustizia e la strategia di “guerra al narcotraffico” del presidente Calderón che s’è affidato all’esercito e al controverso ministro Garcia Luna, collegato al Cartello di narcos di Sinaloa secondo molte indagini giornalistiche recenti.

Il 2011 doveva essere “l’anno del Messico in Francia”, un’iniziativa ricca di eventi culturali spalmati sui dodici mesi: Sarkozy aveva deciso di dedicarlo alla Cassez innestando la reazione feroce del governo messicano che in marzo ha cancellato tutte le attività previste da lì in avanti.

Cassez è ora in attesa di una sentenza della Corte Suprema che potrebbe liberarla, se si stabilisse la violazione del principio costituzionale del “giusto processo”, oppure confermare la pena detentiva. In questo caso resterebbero solo opzioni politiche o ricorsi internazionali alle Corte de L’Aia e alla Interamericana per i Diritti dell’Uomo.

Per una parte dell’opinione pubblica Florence resta una “spietata rapitrice”. Molti conoscitori del caso, giornalisti e giuristi, invece, la vedono oggi come una vittima della “fabbrica dei colpevoli”, una macchina burocratica e politica che muove le trame della giustizia messicana, inefficiente ma sempre bisognosa di capri espiatori e risultati da mostrare in un contesto di insicurezza e impunità generalizzate. [Fabrizio Lorusso @Carmilla]

Leggi la cronologia completa del caso su Carmilla: Parte I - Parte II

Le macerie di Haiti (1/5)

[Presento qui la prima di cinque puntate di un racconto che è un diario di viaggio ma anche un reportage dal centro della rovina, dalle macerie e dalla miseria di Haiti. Storie di vita s'intrecciano a Porto Principe, la capitale del paese caraibico sconvolta il 12 gennaio 2010 dalla più grande catastrofe naturale della storia: un terremoto che ha fatto oltre 250mila vittime, un milione e mezzo di senza tetto e sfollati e che ha evidenziato tutti i limiti della cooperazione e della presenza internazionale in un paese considerato da Stati Uniti, Canada e Francia come una colonia. Nell'ottobre del 2010 arrivò anche la piaga del colera, probabilmente importata dalle truppe nepalesi dei caschi blu dell'Onu appartenenti alla controversa missione Minustah, per cui ad oggi si contano 500mila contagi e 7000 morti. Questo collage quotidiano, scandito come un diario da una giornalista free lance alla scoperta di Haiti, è un affresco della frammentata società haitiana che racconta la vita e i piccoli miracoli della sopravvivenza di un popolo orgoglioso ma ambiguo, sfruttato ma a volte compiacente. L'autrice del diario, Romina Vinci, è una giornalista. All'inizio del 2011 ha partecipato al progetto che ha dato vita al libro "Polvere di sogni" su migrazione, storie di vita e intercultura ed è stata a PAP, Port-au-Prince, nel settembre e ottobre del 2011. Fabrizio Lorusso]

Aeroporto Internazionale di Miami, 27 Settembre 2011 di buon mattino. Che fosse proprio il D25 il gate che stavo cercando l’ho capito subito, senza bisogno di leggere la Boarding Pass. Nella sala d’attesa tutte le sedie erano occupate da gente di colore: nera, non mulatta. Le white people si contavano sulle dita di una mano. Bisognava ricorrere anche al pollice della seconda, ma solo per inserire anche me. Uomini e donne in egual misura, pochi giovani, tanti adulti. Le ladies avvolte in abiti colorati, molte non rinunciavano a esuberanti cappelli di paglia. Abbigliamento più formale per gli uomini, alcuni erano in polo e jeans, ma la maggior parte indossava camicia e completo scuro. Direzione uguale per tutti: Port au Prince.

L’ARRIVO
L’impatto con l’aeroporto della capitale haitiana è stato surreale. Chissà, forse perché mi aspettavo di raggiungere i nastri per recuperare la mia valigia, ed invece c’era un’unica sala, dove confluivano i passeggeri provenienti da ogni dove, per la stragrande maggioranza occupata da bagagli ammassati a terra. Giusto il tempo di afferrare il mio trolley al volo che eccomi circondata da uomini che facevano a gara per catturare la mia attenzione. Alcuni tenevano tra le mani un foglio bianco con su scritto un nome, speravo di leggere il mio, ma così non è stato. “Somebody waits you” mi dice uno che mi prende a braccetto invitandomi a camminare. Io mi svincolo alla meno peggio, chi è somebody? Sapevo che non era vero. Poi mi ha affiancato un altro, si chiamava Joseph, mi ha fatto vedere il suo tesserino e neanche il tempo di reagire che già si era impossessato del mio trolley.

Ha cercato di tranquillizzarmi, mi avrebbe condotto fino al termine del corridoio dove c’era l’uscita. Ha iniziato a parlarmi della sua famiglia, di quanto fosse difficile la vita ad Haiti, e dei suoi due figli a cui lui – me l’ha detto con orgoglio – fa frequentare la scuola. Solo i giorni successivi, ripensando a quella fugace chiacchierata, avrei capito il perché di tanta fierezza. Giunti all’uscita, di Evel non c’era traccia, Joseph me lo ha fatto chiamare con il suo cellulare, e ha aspettato con me che arrivasse. Joseph voleva venti dollari per avermi “intrattenuto” cinque minuti. Gliene ho dati quattro e lui se ne è andato imprecando. Prima regola da imparare: ad Haiti nessuno fa niente per niente. Al suo arrivo Evel, vestito di tutto punto con giacca e cravatta, mi ha salutato velocemente, ha caricato la valigia nel portabagagli del suo pick up e mi ha fatto salire.

EVEL FANFAN
Era la prima volta che incontravo Evel Fanfan, presidente dell’associazione AUMOHD. Ci eravamo scambiati al massimo tre mail nei giorni precedenti alla mia partenza, e solo una volta avevamo parlato al telefono, in un mix tra francese, inglese, spagnolo e italiano che lasciava piena libertà alla vasta gamma dei fraintendimenti. Ha esordito dicendomi che non è sicuro per una ragazza arrivare sola ad Haiti, e non scommetterebbe nemmeno sull’affidabilità dei taxi che pullulano fuori l’aeroporto, è per questo che mi è venuto a prendere.

Saliti in macchina è iniziato il viaggio nel viaggio. Crudo, reale, malvagio. A destra e sinistra tende e accampamenti di fortuna, l’immondizia padrona incontrastata delle strade. C’era chi camminava con dei grossi sacchi in testa, tenendoli perfettamente in equilibrio. Ho chiesto a Evel cosa contenessero, e lui mi ha risposto: “Cold water”. Sono rimasta a bocca aperta. Poi ho visti altri ragazzi che tenevano in mano delle bustine colme d’acqua, come quelle che noi usiamo per congelare. Evel mi ha detto che si mettono per strada e la vendono, in questo modo riescono a guadagnare abbastanza bene, “perché tutti hanno sete”.

Mi è rimasta impressa la musica, che si sentiva indistintamente in ogni strada, ed era difficile rintracciarne la fonte. Evel mi ha detto che anche lui ha un furgone che è una sorta di radio itinerante con cui va in giro nei quartieri per alfabetizzare le persone, è la maniera più facile per diffondere idee e notizie. La sua AUMOHD è un’associazione formata da giovani avvocati che difendono i diritti dei lavoratori haitiani, e rappresenta un unicum in questo paese.

Eravamo fermi ad un semaforo quando un bambino si è avvicinato per chiedere l’elemosina. Evel ha azionato la sicura della macchina, e muoveva la testa in orizzontale con fermezza in segno di disapprovazione. Il bambino aveva il volto spiaccicato sul suo finestrino, e lo fissava con due occhioni che avrebbero intenerito un orso. Così Evel ha tirato giù il vetro e ha iniziato ad inveire contro il piccolo, credo parlasse in creolo, ed io sono riuscita a distinguere soltanto la parola “Ecole”. Quando siamo ripartiti mi ha detto che questi bambini si rifiutano di andare a scuola perché preferiscono vivere di elemosina. Un forte sdegno traspariva dal suo sguardo.

AUMOHD
Finalmente giungiamo a destinazione, nella sede dell’AUMOHD, avrebbe rappresentato il mio rifugio nei primi cinque giorni di “haitiana permanenza”. Una casa a due piani, in quello di sotto c’è una sala con delle postazioni internet: Evel le mette a disposizione gratuitamente per la gente del quartiere. La mia stanza invece era al piano di sopra, e si affacciava su un gran terrazzo le cui grate però erano ben serrate (solo il terzo giorno troverò le chiavi per aprirle). C’era un armadio rotto che occupava mezza parete, un piccolo tavolino rotondo, una sedia ed un doppio materasso a terra. Evel mi ha aiutato a fissare la zanzariera sopra il letto, e mi ha spiegato che di notte sarei rimasta sola, perché tutti loro vanno via. Non dovevo però aver paura, mi ha detto che era una zona molto sicura. Poi mi ha fatto vedere il bagno, proprio di fronte la porta della mia stanza, indicandomi un secchio posto al lato della vasca: non c’era acqua corrente, avrei dovuto attingere da lì per lavarmi.

Mi ha spiegato inoltre che la corrente era limitata, e per questo dovevo scegliere, di notte, se mantenere acceso il router per internet oppure la luce nella stanza. Non c’è stata gara: potevo stare al buio, di notte, da sola, ma non toglietemi il web.
Sono entrata in contatto con Evel e la sua associazione grazie a Fabrizio, un ragazzo che da dieci anni vive in Messico, e che ha trascorso un mese ad Haiti, subito dopo il terremoto del 12 Gennaio 2010, tra macerie e tendopoli. Per aiutarmi Fabrizio mi ha messo in contatto di una sua amica che vive nella bidonville di Delmas. L’ha chiamata dicendole che ero appena arrivata a Port au Prince e che, tramite me, lui voleva darle 50 dollari, per farle fare il passaporto, andato perso due anni fa durante il sisma. Dopo una mezzoretta lei è venuta a prendermi.

Si chiama Daphney, ha 27 anni ed un bambino di 5. E’ veramente bella. Era in compagnia di una sua amica e mi hanno portato a mangiare la pizza. Ne abbiamo presa una grossa per tutte. Io ho mangiato tre pezzi, loro uno a testa. Poi abbiamo salutato la sua amica, e Daphney mi ha detto che mi avrebbe portato a vedere casa sua, nella bidonville. Arrivate all’ingresso del campo di Delmas l’ho vista contrattare con un tizio in moto, ma pensavo che fosse un suo amico, e stessero parlando. A un certo punto mi dice: “Sali”. Io rimango un po’ perplessa, ma lei incalza così io monto sulla moto e lei dietro di me.

BIDONVILLE DI DELMAS
E’ in questo modo che ho fatto il mio ingresso nella bidonville di Delmas, su una moto in tre, per sentieri che a confronto la Paris Dakar sembra un tappeto di velluto. Perché qui i taxi non ci sono, e si “affittano” le moto per spostarsi. Sarò stata lì sopra un quarto d’ora, forse anche più. In quei momenti ero completamente estraniata, dallo scenario che mi accoglieva e rigettava allo stesso tempo, e da questo “motociclista sui generis” che si inclinava, e poi sbandava, e poi metteva un piede a terra, e poi riprendeva l’equilibrio. Così ho avuto il mio battesimo di fuoco ad Haiti: all’interno di una bidonville senza mediazione di Ong, scorte o quanto altro.
Siamo arrivate a “casa” di Daphney, una mini costruzione in cemento, attaccata ad un’altra, priva di finestre: un tavolo all’ingresso, una stanza a destra e una a sinistra, con due letti matrimoniali. Due letti, sì, per otto persone. Dormono quattro su ogni letto. Suo figlio, un bambolotto con due occhioni così, sgattaiolava da tutte le parti, era tutto sporco ed aveva la ciabatte bucate. La famiglia era tutta riunita lì fuori: la mamma giocava con un’altra signora con i dadi. Un uomo lavorava carbone, un altro cuciva dei pezzi di stoffa. Una donna faceva le treccine ad un’altra. Poi c’era una bambina, avrà avuto sì e no otto anni, che in uno scatolone aveva saponi e deodoranti che spolverava ponendoli all’interno di un’altra scatola. “Sono i suoi affari”, mi ha detto Daphney accorgendosi che ero rimasta a fissarla. Nella famiglia di Daphney lavora solo un fratello. Le ho chiesto come passa lei le sue giornate, mi ha risposto “dormendo”.

Poi è arrivato Jhonny, un suo amico che parla bene inglese (già, perché avevo dimenticato un sottile dettaglio: Daphney sa dire due-tre parole in inglese, altrettante quelle che io riesco a spiccicare in francese… nonostante tutto siamo riuscite a capirci). Mi hanno fatto fare un giro a piedi, girando l’angolo, salendo su di una collinetta formata da macerie e immondizia. Era difficile mantenere l’equilibrio, tutto era molto instabile e non c’erano punti d’appoggio. Ma Jhonny mi ha aiutato sorreggendomi e, nei tratti più brutti, gli ho affidato la mia macchinetta. Davanti ai miei occhi sporcizia, baracche e capanne, ai limiti di ogni umanità. Più mi addentravo e più avvertivo qualcosa dentro che mi spingeva a prendere le distanze da quella realtà che avrei voluto rigettare. Però non avevo paura. E’ strano da spiegare… ero l’unica bianca di tutta la bidonville, avevo una macchinetta al collo, di certo non passavo inosservata. Eppure queste persone non sembravano infastidite dalla mia presenza, non percepivo ostilità nei miei confronti e neanche quando ho confidato di essere una giornalista ho sentito astio da parte loro. Insomma, tanta, tantissima, indescrivibile la povertà, ma altrettanta la dignità. Nessuno si è nascosto davanti a me oggi.

Al termine di questo “mini tour” siamo ritornati a casa di Daphney, e Jhonny è andato a comprarmi una bottiglia d’acqua. “Because you need to drink”, mi ha detto. Io ho bisogno di bere? E loro? Di cosa NON hanno bisogno loro?
E’ tosta da capire, ci provo, ma non ci riesco, sono troppo forti i contrasti. Daphney è curatissima, quando l’ho vista per la prima volta aveva dei jeans beige, una canotta elegante della stessa tonalità, ogni dettaglio era al suo posto. Ma come si fa? Come può mostrare una simile facciata e nascondere una così cruda realtà? Non ha cibo, non ha soldi, non ha acqua per lavarsi, eppure, dall’aspetto, sembra come me, sembra “normale”. Ho fatto questa domanda ad Evel poco fa, lui si è messo a ridere e mi ha detto che la realtà di Haiti non si può capire in un solo giorno.

SECONDO GIORNO

PICCOLO INCISO: gioia! Ho finalmente capito come ci si fa a lavare qui! Ieri infatti c’era solo il secchio grande, ed è stata un’ardua impresa che mi ha portato a risultati tutt’altro che soddisfacenti. Così stamattina, disperata e puzzolente, appena ho percepito la presenza della ragazza delle pulizie sono uscita dalla mia stanza e l’ho raggiunta in bagno. A gesti le ho spiegato il mio problema (lei parla solo creolo infatti), e mi ha fatto vedere una mini brocca, poco più grande di un bicchiere, che serve per prendere l’acqua dal secchio e versarsela addosso. Adesso sì che è tutto più semplice, son riuscita persino a fare il bucato.

Evel mi ha chiamato a rapporto nel suo ufficio, per capire come avevo intenzione di gestire le mie giornate. Gli ho spiegato che vorrei conoscere dal di dentro la realtà della sua associazione e avere anche del tempo per poter girare un po’. Così mi ha parlato di un meeting importante a cui avrei potuto partecipare, peccato però che era previsto alle 11 ed invece è iniziato alle 15. Conclusione: ho vissuto una mattinata surreale, ero in camera, non avevo né cibo né acqua, non potevo uscire da sola (mi è stato sconsigliato in tutte le lingue del mondo) ed attendevo questa riunione che tardava ad arrivare. Evel è stato carino, mi ha dato anche una Sim haitiana, così da poter essere un po’ indipendente, però non c’erano soldi dentro, e quindi non potevo chiamare nessuno. Ieri sera inoltre mi aveva portato ad un fast food, dove avevo comprato un po’ di riso, della carne al sugo, banane fritte e una insalata di dubbia consistenza.

Ieri sera però non ero riuscita a toccare cibo, perché il degrado visto il pomeriggio a Delmas mi aveva chiuso lo stomaco. Stamattina invece mi son alzata con un languorino tutt’altro che innocuo, così sono andata nella stanza adibita a cucina, ho aperto il frigorifero per prendere quel ben di Dio e – magicamente – non c’era più. Mi son messa alla ricerca della ragazza delle pulizie, l’unica che mi abbia rivolto parola del resto da quando sto qui, chiedendole che fine avesse fatto la mia “doggy bag”. Lei ha fatto finta di non capire e ha chiamato in soccorso le altre. In tre minuti erano diventate in sei, hanno dato la colpa ad un generico ragazzo della sicurezza (che io non ho mai visto durante la mia permanenza) accusandolo di essersi mangiato tutto questa notte, a loro insaputa. Ho risposto con un sorriso dicendo che non c’era alcun tipo di problema, e son tornata a chiudermi in stanza.

PASTO INCANTATO
Lo stomaco vuoto, la gola assiderata, il caldo, le zanzare , l’orologio mi ricordava che erano passate le 14 e tutto mi sembrava un nonsense. Così son entrata su Facebook ed ho mandato un messaggio telegrafico a Daphney, scrivendole: “Ho sete, ho fame e non ho soldi al cellulare, se puoi vieni”. Lei si è presentata dopo mezzora, un tipo con la moto ci aspettava fuori, e ci ha portato di nuovo a casa sua. Mi ha fatto sedere a tavola, era tutto buio e non c’era nessun altro nel misero ingresso. Di fronte a me una piccola credenza vecchia e impolverata, con il vetro scheggiato, che lei ha aperto per prendere un piatto. Mi ha dato da mangiare: una porzione di riso, condito con dei vegetables gialli e un pezzettino di carne. Il guaio è che mi ha dato anche il cucchiaio, io non potevo non accettare e, soprattutto, non avevo alternative o modi per poterlo disinfettare. Sicuramente mi beccherò il colera.

Poi è andata a comprarmi qualcosa da bere, e si è presentata con una bottiglietta di coca cola in una mano e un grande pezzo di ghiaccio nell’altra che ha opportunamente sbattuto sul muro per spezzettarlo, e poi me lo ha versato nel bicchiere, nonostante io continuassi a dirle: “No ice no ice!” Insomma, colera sicuro, e pure malaria, visto che le zanzare non vogliono saperne di abbandonarmi. Al di là di questi simpatici aneddoti, mi ha lasciato esterrefatta la sua ospitalità: queste persone non hanno cibo, e con un pasto unico ci fanno chissà quante volte, eppure lei non ha esitato a portarmi a casa sua e a darmi da mangiare, non appena le ho detto che avevo fame. Ma chi è che ha bisogno di aiuto qui? La domanda rimane.

IL CLUB
La sera Daphney ha insistito per portarmi al club. Io ho tentato di desistere, ma non c’è stato verso. A darle man forte ci hanno pensato le due sorelle, una, in particolare, la più piccola (avrà avuto sedici anni), si vantava perché il suo fidanzato aveva la macchina (considerata più di un lusso qui ad Haiti), e quindi ci avrebbe portato tutte gratis. Detto fatto. Il nostro autista è arrivato poco dopo le 19, su di una Alfa Romeo vecchissima, e con una marmitta non proprio al top. C’era anche Jhonny con lui, eravamo in sei in tutto. Cala in fretta l’oscurità a Port au Prince, già alle 18 è buio pesto e andare di notte in macchina è un’altra bella impresa. In primis uscire dalla bidonville: perché non c’è una strada, ma sentieri che costeggiano le case e senza un apparente criterio. E poi le buche, il fango, e la gente che nera su nero si distingue a fatica. Musica kompa dallo stereo, ritmi allegri, loro che parlavano e ridevano, ed io mi estraniavo, perché i miei occhi volevano assimilare il più possibile, e nulla più.

Ci siamo messi sulla rue principale, l’unica asfaltata, l’abbiamo percorsa a passo d’uomo, considerando il traffico, fin quando abbiamo parcheggiato. Il locale si trovava sul lato opposto, a distanza forse di una cinquantina di metri, ma ad Haiti, dove tutto è caos e la parola “ordine” non ha neanche una traduzione in creolo, ogni azione, anche la più banale, ha i suoi rischi, e così anche attraversare la strada diventa un compito tutt’altro che agevole. Nell’oscurità completa i fari delle macchine emanano una luce accecante, il flusso di auto, moto, biciclette è incessante, e il senso di marcia è un surplus che non tutti rispettano. Jhonny mi ha preso la mano ed abbiamo attraversato insieme, pian piano. Giunti dall’altra parte della carreggiata io ho allentato la presa, ringraziandolo per il suo sostegno. Ho pensato infatti che mantenere la mia mano nella sua poteva generare qualche fraintendimento, ma tempo dieci passi neanche ed ecco che cado a terra, a causa di una buca che, al solito, non avevo visto. Jhonny mi ha raccolto, rialzandomi mi ha chiesto se andava tutto bene e mi ha ripreso sottobraccio, e questa volta non mi ha più lasciato per il resto del tragitto. Camminare al suo fianco mi rendeva sicura.

Facciamo finalmente ingresso nel famoso “club”. Carino, però vuoto. Niente luce, soltanto candele e una tv abbastanza grande sulla parete principale. Eravamo gli unici clienti, ed abbiamo ordinato sei birre Prestige. Nessuno di loro voleva cenare, e così anche io ho detto no. Ma Daphney ha insistito affinché io, solo io, mangiassi, e così dicendo mi hanno ordinato un piatto con pollo, patate e qualche altra cosa. Era iniziato intanto il big match Brasile Argentina e le sorelle e il ragazzo sono andati a sedersi vicino la televisione, per seguire meglio la gara. Io, Daphney e Jhonny non ci siamo spostati e, quando mi è arrivato il piatto, ho proposto di dividerlo in tre. Solo che lui non ha mangiato quasi niente, lei poco ed usava le posate per tagliare i vari pezzi e darli a me. Insomma sembrava che per loro il cibo non fosse una necessità. E soprattutto ho capito che non mangiano due volte al giorno, bensì una sola. Al termine del primo tempo siamo andati via, e quella sarebbe stata la mia prima e unica serata trascorsa nella “movida” di Port au Prince.

Los Invisibles – Gli Invisibili (documentario)

Sopra: Documentario completo in spagnolo composto da 4 cortometraggi del 2010-2011 sulla migrazione CantroAmerica-Messico-Stati Uniti e i suoi milioni di protagonisti “invisibili”. Per chi volesse vederlo coi sottotitoli in inglese riporto sotto le 4 parti sottotitolate. Segnalo bel reportage in spagnolo: La migración en la Ruta del Sur LINK 

Cada año, decenas de miles de personas dejan atrás sus hogares en Centroamérica y atraviesan México como migrantes irregulares. Viajan con la esperanza de llegar a Estados Unidos y de ver cumplida allí la promesa de trabajo y de una nueva vida. Pero con demasiada frecuencia sus sueños se convierten en pesadillas al afrontar uno de los viajes más peligrosos del mundo. El actor y productor mexicano, Gael García Bernal en colaboración con Amnistía Internacional, ha grabado un viaje lleno de abusos, secuestros, violaciones e incluso asesinatos a través de cuatro cortos, llamados Los Invisibles.

Parte I – Sottotitoli in inglese

At the start of their journey people are filled with hope of reaching the USA such as the young girl travelling with her family who dreams of visiting Seaworld. Filmed at a migrant shelter in southern Mexico, this film reveals the dangers that await them.

Parte II – Sottotitoli in inglese

Gael García Bernal talks to three women from Honduras who are travelling in search of a better life for their families. They are taking a huge risk. Six out of ten women who attempt the journey are sexually abused.

Parte III – Sottotitoli in inglese

Relatives in Central America may never know what happened to their loved ones. In El Salvador a mother tells us of her desperation at not knowing where her son is ten years after he left for the USA saying he’d call home in 12 days.

Parte IV – Sottotitoli in inglese

Despite the danger and the risks, the migrants will keep coming. They sleep rough, beg for food and grab lifts by clinging to the outsides of moving freight trains. Many are seriously injured, but there will always be those prepared to brave the journey.

Presentación del libro “Ser migrante” de Matteo Dean


Presentación del libro “Ser Migrante” de Matteo Dean, Viernes 17, 19 hrs, Rincón Zapatista DF.

 Compañeras y compañeros

El Rincón Zapatista y la Cafetería Comandanta Ramona
Invitan

A las actividades político culturales de
Febrero
Para todos, todo
Ciclo de cine: Capitalismo y otros cinismosEste Viernes 17 a las 19 hrs a la presentación del libro
Ser Migrante
de Matteo Dean,

Presentan Pablo Rojas de Editorial Sur + y John Washington

El Rincon Zapatista, Zapotecos 7 , Cuauhtemoc, Distrito Federal, México (entre Lucas Alaman y Chimalpopoca – Metros Pino Suárez, Doctores o S. Antonio Abad)

Original post: LINK

Santa Muerte for beginners

SantaMuerte079.jpgIn America c’è una santa che non è sul calendario, ma ha un esercito di dieci milioni di devoti. Dal Texas all’Argentina si moltiplicano i fedeli della Santa Muerte. La chiamano con affetto Niña blanca o bonita, cioè Bambina bianca o carina, ed è una santa popolare affascinante e controversa.

Proprio quando la morte si fa presente nella società messicana, sconvolta dalla guerra al narcotraffico dei cinquantamila morti in cinque anni, ecco che il suo culto e la sua figura, lo scheletro con la falce in una mano e il globo terracqueo nell’altra, riemergono prepotenti.

In Italia la Parca ossuta troneggia sbiadita sulle pareti degli ossari e sugli affreschi tardomedievali delle danze macabre e i trionfi della morte, ma nel nuovo mondo era stata santificata dalla gente già dai tempi degli spagnoli. Solo dieci anni fa è uscita dalla clandestinità ed è tornata per le strade, sui mezzi pubblici e nei cortili delle case popolari con poster, altarini – sono millecinquecento a Città del Messico – processioni e rosari.

Ora i devoti camminano a testa alta tenendo in mano le statue della Santa Muerte. Ce ne sono di tutti colori: oro per l’economia familiare, rosse per l’amore, bianche per la protezione totale e nere per la forza. Il culto si diffonde a macchia d’olio grazie al web, alle riviste e ai negozi esoterici e al passaparola che la dipinge come la “più miracolosa delle sante”.

E dove mai poteva nascere questo fenomeno se non in Messico, paese in cui le cerimonie e le decorazioni coloratissime per la Commemorazione dei defunti – il Día de muertos del 2 novembre – sono diventate patrimonio dell’umanità dell’Unesco?

Secondo Elsa Malvido, studiosa della Santa Muerte, la festa cattolica, che in Messico s’è fusa con alcune tradizioni indigene, è una morte addomesticata, un culto “adottato e imposto dal gruppo politico dominante dopo la Revolución del 1917 per creare un nazionalismo religioso che includeva dei presunti elementi precolombiani e innesti posteriori”. Ma la Niña bonita è un’altra cosa, resta un culto spontaneo, senza gerarchie, in espansione dai settori marginali alla classe media, come la crisi.

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“Santa Muerte del mio cuore, non mi negare la tua protezione”. Così cominciano le invocazioni che chiedono amore, denaro, fortuna, salute e anche sicurezza, per tornare a casa sani e salvi, oppure un lavoro e una fine tranquilla, niente più. Sia le “guardie” che i “ladri” la pregano per farsi coraggio, mentre altre categorie a rischio come le prostitute, i tassisti e i commercianti le chiedono protezione, “perché lei è stata creata da Dio, è democratica perché si porta via tutti, ricchi e poveri, ed è tutta la mia vita”, confessa Doña Queta Romero, custode dell’altare principale di Tepito, il quartiere più famigerato e ribelle della capitale. “Da Doña Queta nessuno si sente escluso e ogni primo del mese c’è una festa di canti, preghiere, regali e speranze che non ha eguali”, racconta Juán, un habitué dell’altare.

Relegata da secoli nei ghetti cittadini e nelle comunità indigene e rurali, la Niña Blanca, patrona dei dimenticati e Santa 2.0, oggi costituisce una sfida per le istituzioni come la Chiesa e lo Stato. Un anno fa l’Arcivescovo di Mexico City, Norberto Rivera, ha annunciato il dispiegamento di decine di esorcisti per ricondurre i devoti della Santa Muerte sulla retta via. Però loro continuano a definirsi cattolici e denunciano piuttosto lo scarso sostegno e gli scandali del clero.

“La morte è ovunque / non se ne parla / politici e capi le fanno altari / non è un delitto pregare / alla Santissima Muerte”, intonava Beto Quintanilla, il re del corrido, un genere musicale che è parte della cosiddetta narco-cultura con brani che cantano le gesta dei boss mafiosi.

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Anche la Santa Muerte è entrata nella mitologia del narcotraffico, anche se il santo più in boga tra i narcos è Jesús Malverde: un bandito come Robin Hood, vissuto cent’anni fa a Culiacán, la Corleone del Messico.

Il mito della Muerte Santa “protettrice dei delinquenti” sorge nel 1998 quando viene catturato il “mozza orecchie”, un famoso rapitore che aveva in casa una statua della Gran Falciatrice collocata davanti alla Madonna di Guadalupe, la massima icona religiosa messicana.

Nel 2001 un’offerta alla Niña blanca è rinvenuta in una villa dei sicari di Osiel Cárdenas, storico boss del Cartello del Golfo. Da allora il legame tra la Santa e il crimine organizzato diventa mediatico, moneta comune tra i giornalisti in cerca di storie facili e accattivanti. “Sacrifici umani per la Santa Muerte”, “La Madonna dei narcos”, “Setta satanica”, si legge su testate messicane ed estere.

“Dopo la Madonna di Guadalupe e San Giuda Taddeo, patrono delle cause disperate, la Santa Muerte è la terza figura più venerata nel paese, ma Lei non è approvata dalla Chiesa che la combatte dai tempi dell’Inquisizione e ora usa i media e le pressioni politiche”, spiega Alfonso Hernández, direttore del Centro Studio su Tepito. “Qui in zona – continua Hernández – la Santa è l’unica Signora, perché da noi la crisi, la miseria, il pericolo ma anche l’arte di arrangiarsi e la cultura popolare sono sempre stati onnipresenti”.

La morte è così sicura di sé che ci dà tutta una vita di vantaggio. Quindi, come recita un cartello di Tepito, “oggi sei tra le braccia della vita, domani sarai tra le mie, dunque vivi la tua vita, ti aspetto. Firmato, La Muerte”. Forse, non ci resta che piangere o semplicemente aspettarla a braccia aperte. Per concludere questo avvicinamento alla Santissima Muerte vi propongo un video con immagini del suo culto e l’audio estratto dal programma di Radio3 “Pagina tre” in cui si riassumuno i contenuti principali di questo articolo. Hasta pronto.

[Il presente articolo è uscito sulla pagina culturale del quotidiano L'Unità del 2 febbraio 2012 ed è scaricabile in PDF alla pagina The Links di LamericaLatina.Net, Fabrizio Lorusso. Ah, on line è uscito su Carmilla LINK]