Archivi del mese: marzo 2012

Scendimi il cocco dalla palma (foto gallery)

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Uno dei lavori più pericolosi dell’economia tropicale costiera: tirar giù i cocchi dalla cima di palme di almeno 20 metri arrampicandosi a piedi nudi con solo con un paio di corde e un machete in mano. Costo del servizio: 3-4 euro a palma, mancia inclusa. Vantaggio: recuperare almeno 10-15 cocchi maturi ripieni d’acqua o latte e polpa del frutto che, se non lo si “scende” (si no se baja…), rischia di cadere in testa agli sventurati che passano sotto la palma nel momento sbagliato (e non solo quanto tira vento). Nel film A better life – Una vida mejor, il protagonista (Demian Bichir, nominato all’Oscar 2011 come miglior attore per la sua interpretazione di un messicano emigrato negli USA) fa proprio questo lavoro in California, cioè va di giardino in giardini nei più esclusivi quartieri residenziali della west coast a scalare le palme e far cascare i le noi di cocco.

Bájame el coco de la palma – No Albur, But Reality – (foto gallery @Puerto Escondido – Oaxaca)

Proteste contro ENEL in Colombia

Questa è la versione sintetica di un mio articolo (integrale a questo link) su un caso quasi ignorato dai media italiani, ma che indubbiamente ci riguarda così come riguarda, molto più da vicino, le popolazioni interessate dal progetto per la diga El Quimbo di ENEL-ENDESA (controllata spagnola di ENEL con molti affari in Sudamerica) nel cuore della Colombia. Le somiglianze con i fatti e le questioni ancora aperte della Val di Susa e dei No Tav sono lampanti.

Nella regione di Huila, Colombia centromeridionale, il megaprogetto per la centrale idroelettrica di El Quimbo contrappone da mesi le popolazioni locali al governo del conservatore Juan Manuel Santos e all’italiana Enel, partecipata al 31% dal nostro Ministero dell’Economia.

La prima pietra è stata posta nel febbraio 2011, ma nell’ultimo mese e mezzo la situazione è precipitata: sono aumentate le proteste per la deviazione del Río Magdalena, fiume che attraversa da sud a nord tutto il paese sudamericano.

Da una parte c’è un investimento di 625 milioni di euro, dall’altra l’inondazione di circa 8500 ettaridelle terre più produttive della regione e il trasferimento di 3000 persone che dipendono dalla pesca, dalla pastorizia e dall’agricoltura.

Enel opera in Colombia con le controllate Endesa ed Emgesa. Grazie alla presenza storica di Endesa in America Latina, Enel ha una capacità installata di 16 GW di cui 2,9 in Colombia. El Quimbo, 0,4 GW a regime per coprire il 4% – c’è chi stima un massimo dell’8% – del fabbisogno elettrico nazionale, è in disputa tra i “pionieri” della presunta modernità a tutti i costi” e i difensori dell’ecosistema e del territorio: industria ed energia, miniere e idrocarburi, secondo il modello promosso dal governo oppure sostenibilità locale e ambientale? La posta in gioco è alta e le posizioni paiono inconciliabili.

I cittadini contrari all’opera, uniti nell’associazione Asoquimbo, denunciano l’impresa di voler produrre soprattutto per l’esportazione e di non voler lasciare nulla sul territorio: si stima unaperdita netta per l’economia locale di 345 milioni di euro in 50 anni e, anche se ci saranno 3000 assunzioni per la costruzione, poi resteranno solo poche decine di tecnici una volta che la centrale sarà entrata in funzione.

Nel 2008, con l’ex presidente Alvaro Uribe, “Endesa cominciò i lavori senza le licenze ambientali”, precisa il senatore del Polo Democratico, Jorge Robledo. Le licenze, che stabiliscono anche le compensazioni a carico dell’azienda, vennero concesse l’anno dopo e poi negoziate al ribasso dall’impresa con il Ministero dell’Ambiente senza consultare le comunità, secondo le denunce di Asoquimbo. Ad oggi sono state identificate solo 1700 persone per gli indennizzi secondo l’impresa, mentre Asoquimbo ne calcola almeno 3700. Molte compensazioni non sono state corrisposte, ma i lavori vanno avanti.

“Tra il 2008 e il 2009 si fecero i tavoli di concertazione, con il Ministero dell’Energia e delle Miniere, il governo di Huila, i sindaci dei comuni interessati direttamente, le comunità e l’impresa da cui scaturirono 30 accordi”, ha dichiarato alla rivista colombiana Semana Luis Rubio, direttore di Endesa Colombia. “Gli accordi furono inclusi come obblighi nelle licenze del progetto che stiamo rispettando”.

Miller Dussan, ricercatore e leader di Asoquimbo, parla di un “inganno di Emgesa alle comunità dato che invece di risistemare degnamente gli abitanti, offre denaro in modo irresponsabile”. Parla anche di privilegi e accordi con i grandi proprietari terrieri ma di un disinteresse per le esigenze degli altri abitanti.  Un altro problema è che la compagnia “disinforma i diversi gruppi che quindi non conoscono i tipi di compensazione proposti, l’acquisto delle terre da parte di Endesa ha fatto perdere molti posti di lavoro agli abitanti”.

Dalla fine del 2011 sono ripartite le proteste pacifiche degli abitanti di Huila e il 14 febbraio c’è stato lo scontro di 300 poliziotti che hanno sgomberato 400 persone, anche donne e bambini, con lacrimogeni e manganelli. Il saldo è stato di qualche decina di feriti, di cui tre molto gravi, e un manifestante perderà l’occhio destro. “Le armi impiegate non erano letali: fumogeni, lacrimogeni, granate stordenti ma mai armi da fuoco”, sostiene il capo della polizia locale Juan Peláez.

Il documentario, dal titolo “video che il governo non vuole che tu veda” (che potete giustamente vedere qui sotto), con le immagini dello sgombero a El Quimbo, del giornalista colombiano Bladimir Sánchez e dell’italiano Bruno Federico è passato da YouTube al portale della rivista Semana, ma Sánchez ha ricevuto minacce di morte dopo la pubblicazione.

Il presidente Santos ha definito l’azione della polizia “normale” e “secondo il protocollo” per un progetto pensato “per il bene di tutti i colombiani”. Il Ministro dell’ambiente Frank Pearl ha parlato di“interessi oscuri”, riferendosi ai contadini che non sarebbero “abitanti della zona ma studenti di altre regioni” e Santos ha affermato che “non accetterà che persone con intenzioni politiche blocchino l’opera”.

Il 3 marzo a El Quimbo c’è stata un’altra protesta che è rientrata pacificamente e, anche se i lavori sono già cominciati, la partita non è chiusa. “Lo scorso fine settimana s’è deviato il fiume, secondo gli standard ambientali e tecnici”, ha commentato Rubio, “la gente ha diritto alle compensazioni secondo i censimenti socioeconomici e questi prendono del tempo”. “Abbiamo ricerche per proteggere la ricchezza naturale della zona”, ha precisato.

Ma la corte dei conti e la magistratura stanno ora indagando sulle accuse contro Emgesa per le violazioni dei diritti umani e ambientali e sui contratti dell’azienda, compreso uno da 251 milioni di euro con la Impregilo, la più grande impresa italiana di costruzioni, per la realizzazione della centrale. Rubio però non conferma, infatti, “la compagnia non è a conoscenza dell’indagine”.

Link Utili

Articoli in italiano
El Quimbo – Il grido di Matambo

El Quimbo – Caso aperto

L’Enel e la diga El Quimbo

Altri in spagnolo, video e documentari

Reportage di TeleSur

Black Out di protesta e documentario

Video protesta in Italia
Blog di Miller Dussan

Un nuovo Papa messicano?


Oggi i giornali d’oltreoceano titolavano “Un nuovo Papa Messicano” per sottolineare l’entusiasmo con cui la città di Guanajuato e il Messico hanno ricevuto il pontefice e auspicare una rinnovata azione apostolica nei paesi ispanofoni dell’America Latina. Domani è il turno di CubaIn Brasile c’è già stato nel 2007 e ci tornerà nel 2013, ma è un caso un po’ a parte (vedi foto-grafico in fondo). Ratzinger ha incontrato il presidente Felipe Calderón e ieri c’è stato il primo bagno di folla che, senza dubbio, sarà seguito da quello di oggi alla collina del Cubilete (vedi articolo sintesi qui). Ciononostante  (e indipendentemente dalle simpatie e credenze religiose dei vari analisti che ne hanno parlato) ci sono alcune ombre sulla visita di Benedetto XVI che da qualche settimana a questa parte sono state al centro del dibattito nei media messicani. In Italia non se n’è parlato, ma vediamo rapidamente quali sono.

1) I costi straordinari per l’erario statale, già impoverito e in costante emergenza, e per i comuni della regione di Guanajuato hanno superato i 100 milioni di dollari e non tutti sono finiti, logicamente, in infrastruttura e investimenti lungimiranti e produttivi. Ok, è una visita di Stato, ci può stare. Ma non è proprio così, infatti, il Vaticano e l’episcopato (sotto il mantello della visita di Stato) parlanodi una visita eminentemente pastorale, rivolta ai cattolici. Allora i dubbi sulle spese sostenuti da tutti i messicani (che sono cattolici solo all’82%) sono legittimi.

2) Si viene a saldare un debito, hanno dichiarato in più occasioni le gerarchie cattoliche messicane. La regione è stata abbandonata. Infatti, il Brasile ha “solo” il 68% di cattolici e l’America Centrale in certe zone è scesa intorno al 50% della popolazione, quindi avanzano i movimenti pentecostali, il protestantesimo e anche le altre religioni. La visita mira a recuperare un po’ il tempo e i fedeli perduti (come è legittimo attendersi, per carità).

3) Il Papa non incontrerà le vittime del padre pedofilo (che ha anche 6 figli sparsi per il mondo) Marcial Maciel, fondatore della influente congregazione dei Legionari di Cristo in Messico, nonostante lo abbia fatto in altri paesi, anche in Europa. Ci si chiede come mai non voglia affrontare e in qualche modo sanare il problema qui. Forse perché la Chiesa è meno presentabile: sta per uscire, infatti, un libro “La volontà di non sapere”, dei ricercatori messicani Barba, Athié e González che ripercorrono la vicenda di Marcial Maciel. A sei anni dalla presa di distanza del Vaticano e a quattro dalla sua morte, gli studiosi mostrano ora i documenti che spiegano come a Roma già dagli anni quaranta fossero noti i comportamenti deviati del sacerdote (e nessuno abbia fatto nulla). Ne 2006 fu semplicemente ordinato a Maciel di ritirarsi a vita privata e in preghiera, bella compensazione per le vittime.

4) I tre candidati alla presidenza Repubblica sono stati invitati e parteciperanno alla messa (non a un incontro politico o di stato) del Papa, indipendentemente dalla loro fede (uno, quello delle sinistre, Andrès Manuel Lòpez Obrador, non è nemmeno cattolico romano) e cercheranno così di accattivarsi l’elettorato cattolico e partecipare a un atto di pre-campagna elettorale. E’ anche probabile che Lopez Obrador abbia voluto fare atto di presenza (sempre per opportunità politica, come gli altri due) per non distanziarsi molto dai rivali, infatti la visita papale in un bastione del conservatorismo messicano è stata interpretata da molti opinionisti sin dall’inizio come una mossa dal sappore elettorale dei partiti di governo.

5) La campagna comincia il 1 aprile, ufficialmente, e un’apparizione mediatica di massa come questa non poteva essere ignorata dai tre moschettieri. E ok. Ma la visita arriva anche quando è in fase di approvazione una riforma importante della Costituzionemessicana che potrebbe ribadire e sistemare il concetto di libertà religiosa e quello di Stato laico, ma anche (se passa nei termini proposti dal partito conservatore, il PAN di Felipe Calderòn) aprire all’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche che in Messico, diversamente da quanto succede in Italia, è (o era) proibito. La riforma non è stata approvata prima della visita di Ratzinger, ma le speculazioni mediatiche parlavano di un eventuale regalo della politica per il Papa che, però, non è stato consegnato in tempo (e non sappiamo se lo sarà in futuro, ma intanto se ne parla).

6) Aborto. Guanajuato e molti altri stati del Messico hanno (come dicono) “protetto la vita” dal concepimento, cioè hannopenalizzato l’aborto in qualunque sua forma e condizione, quindi semplicemente le donne vanno in galera se lo praticano. A Guanajuato i casi sono stati molti. A Città del Messico, la politica di apertura sull’interruzione di gravidanza, invece, ha portato benefici (come in tutti i paesi in cui il tema è regolato e si permette l’aborto legale a certe condizioni anziché reprimere).

7) Violenza. Javier Sicilia, portavoce del Movimento per la Pace con giustizia e dignità in Messico, che lotta per la fine dell’offensiva militare dello stato contro i narcos e l’inizio di una politica sociale di ricostruzione e di riparazione verso le vittime, aveva chiesto con una lettera al Papa una sua “uscita dal protocollo”, quindi un suo appello deciso per la fine di questa guerra sanguinaria tra i cartelli e tra questi e lo stato, che ha solo portato a violazioni di massa dei diritti umani e a 60mila morte, 16000 desaparecidos e 250mila “trasferimenti forzati” di persone nel paese. Si dice che Ratzinger ne abbia parlato con Calderòn ma a parte questo e un appello generico alla fine della violenza, nient’altro.

Si tratta davvero di un nuovo “Papa messicano”?

Colombia: l’ENEL e la diga El Quimbo

Nella regione di Huila, Colombia centromeridionale, il megaprogetto per la centrale idroelettrica di El Quimbo contrappone da mesi le popolazioni locali al governo del conservatore Juan Manuel Santos e alla multinazionale italiana Enel, partecipata al 31% dal nostro Ministero dell’Economia, quindi dallo stato italiano. Questo caso, come molti altri in America Latina, ricorda da vicino la situazione vissuta in Val di Susa da oltre vent’anni. Un progetto caro, programmato da tempo, che si deve fare ormai “ad ogni costo” e “perché sì”, con gli abitanti del luogo (e non solo) che si oppongono e subiscono le vessazioni dell’autorità e la scarsa chiarezza da parte della compagnia – in questo caso una multinazionale italo-spagnola dell’energia con grossi interessi in Colombia e in Sudamerica – su compensazioni e impatti ambientali. E’ vero, qui l’investimento non viene dal capitale pubblico colombiano, proviene dall’estero e, in parte, dalle tasche degli italiani. Gli effetti ambientali, però, restano in Colombia, mentre gli utili derivanti dall’esportazione delle risorse generate sul territorio vanno via. E’ il dilemma delle multinazionali che, presenti in più paesi per definizione, sono diventate un contropotere enorme, ma ogni paese poi regola il loro funzionamento e il loro potenziale d’intervento e di “negoziazione della sovranità” a livelli e in modi diversi. Storicamente in Latino America l’equilibrio s’è sempre spostato in favore del capitale e dell’investimento, quasi sempre stranieri, pregiudicando l’economia regionale nel medio-lungo periodo con lo sfruttamento di benefici e di alleanze politiche strumentali, bisognose di grandi progetti legittimatori e rendite che s’ottengono nel breve periodo, nell’arco di un mandato (o mezzo) presidenziale, per capirci. Le famiglie perdono casa, terra, lavoro, abitudini e identità in vista di un eventuale guadagno per tutto il paese che, però, corrisponde spesso all’interesse di pochi piuttosto che a quello generale.

La prima pietra dell’opera è stata posta già nel febbraio 2011, ma nell’ultimo mese e mezzo la situazione è precipitata: sono aumentate le proteste per la deviazione del Río Magdalena, fiume che, come il suo gemello Cauca, attraversa da sud a nord tutto il paese sudamericano.
Da una parte c’è un investimento di 625 milioni di euro, dall’altra l’inondazione di circa 8500 ettari delle terre più produttive e fertili della regione e il trasferimento di 3000 persone che dipendono dalla pesca, dalla pastorizia e dall’agricoltura.

Enel opera in Colombia con le controllate Endesa ed Emgesa. Grazie alla presenza storica di Endesa in America Latina, Enel ha oggi una capacità installata di 16 GW di cui 2,9 in Colombia. La idroelettrica El Quimbo, con i suoi 0,4 GW a regime per coprire tra il 4% e l’8% del fabbisogno elettrico nazionale, è in disputa tra i presunti “pionieri della modernità e dello sviluppo” e gli abitanti della valle tacciati da alti funzionari del governo del presidente Santos come difensori dell’ecosistema e di interessi politici esterni, “venuti da altre zone de paese” per creare disordini: industria ed energia per tutti, come parte di un piano nazionale basato sui settori estrattivo ed energetico, o sostenibilità locale e ambientale con autosufficienza alimentare, economia locale e qualità di vita per le popolazioni. Il presidente definisce il suo progetto di rinascita per il paese come “la locomotrice minerario-energetica”, un termine sicuramente adatto al futurismo e alle esigenze dell’economia di un secolo fa e che ricorda i modelli fallimentari della storia economica latino americana basati sull’esportazione e la svendita di materie prime e su un’industrializzazione pesante indotta dall’estero.

Per far funzionare questo ipotetico “treno della modernità” ed estrarre più oro, carbone e idrocarburi, serve più energia, quindi ecco che si chiude il cerchio. Ad oggi, infatti, la Colombia non avrebbe bisogno di un incremento così forte della sua produzione energetica. Su El Quimbo la posta in gioco è alta e le posizioni delle parti paiono inconciliabili, così come i modelli di sviluppo e di futuro sottesi all’operato governativo e alle popolazioni colpite da progetti non condivisi.
I cittadini contrari all’opera, uniti nell’associazione Asoquimbo, denunciano l’impresa di voler produrre soprattutto per l’esportazione e di non lasciare nulla sul territorio: si stima una perdita netta per l’economia locale di 345 milioni di euro in 50 anni e, anche se ci saranno 3000 assunzioni per la costruzione, poi resteranno solo poche decine di tecnici dopo un paio d’anni. La costruzione infatti dovrebbe terminare nel 2014.

Nel 2008, con l’ex presidente Alvaro Uribe, “Endesa cominciò i lavori senza le licenze ambientali”, precisa il senatore del Polo Democratico, Jorge Robledo. Le licenze, che stabiliscono anche le compensazioni a carico dell’azienda, vennero concesse l’anno dopo e poi negoziate al ribasso dall’impresa con il Ministero dell’Ambiente senza consultare le comunità, secondo le denunce di Asoquimbo. “Tra il 2008 e il 2009 si fecero i tavoli di concertazione, con il Ministero dell’Energia e delle Miniere, il governo di Huila, i sindaci dei comuni interessati direttamente, le comunità e l’impresa da cui scaturirono 30 accordi”, ha dichiarato alla rivista colombiana Semana Luis Rubio, direttore di Endesa Colombia. “Gli accordi furono inclusi come obblighi nelle licenze del progetto che stiamo rispettando”, ha confermato Rubio.

D’altro canto c’è chi sostiene il contrario e la stessa governatrice della regione, González Villa, ha riaperto il tavolo di verifica per il rispetto degli accordi che “furono inclusi come obblighi nella licenza ambientale concessa dal Ministero dell’Ambiente per il progetto ed è quello che dobbiamo verificare: se si stanno rispettando o no. Ci sono comunità in disaccordo col progetto, mentre Emgesa afferma che tutto va avanti secondo gli accordi”. Intanto i lavori sono iniziati comunque.

Miller Dussan, ricercatore e attivista di Asoquimbo, parla di un “inganno di Emgesa alle comunità dato che invece di risistemare degnamente gli abitanti, offre denaro in modo irresponsabile”. Un altro problema è che la compagnia “disinforma i diversi gruppi che quindi non conoscono i tipi di compensazione proposti, l’acquisto delle terre da parte di Endesa ha fatto perdere molti posti di lavoro agli abitanti”.

Dalla fine del 2011 sono ripartite le proteste pacifiche degli abitanti di Huila e il 14 febbraio c’è stato lo scontro di 300 poliziotti che hanno sgomberato 400 persone, anche donne e bambini, con lacrimogeni e manganelli. Il saldo è stato di qualche decina di feriti, di cui tre molto gravi, e un manifestante che perderà l’occhio destro. “Le armi impiegate non erano letali: fumogeni, lacrimogeni, granate stordenti ma mai armi da fuoco”, sostiene il capo della polizia locale Juan Peláez.

Il documentario, dal titolo “video che il governo non vuole che tu veda”, con le immagini dello sgombero a El Quimbo, del giornalista colombiano Bladimir Sánchez e dell’italiano Bruno Federico è passato da YouTube al portale della rivista Semana, ma Sánchez ha ricevuto minacce di morte dopo la pubblicazione, mentre Federico il 3 marzo è stato detenuto per alcune ore dalla polizia dopo la diffusione del materiale (allegato in fondo all’articolo).
Il presidente Santos ha definito l’azione della polizia “normale” e “secondo il protocollo” per un progetto pensato “per il bene di tutti i colombiani”. Il Ministro dell’ambiente Frank Pearl ha parlato di “interessi oscuri”, riferendosi ai contadini che non sarebbero “abitanti della zona ma studenti di altre regioni” e Santos ha affermato che “non accetterà che persone con intenzioni politiche blocchino l’opera”.

Il 3 marzo a El Quimbo c’è stata un’altra protesta, condotta in più punti, che è rientrata dopo alcune scaramucce con la polizia che ha lanciato lacrimogeni e granate da dispersione e, anche se i lavori sono già cominciati, la partita non è chiusa. “Lo scorso fine settimana s’è deviato il fiume, secondo gli standard ambientali e tecnici”, ha commentato Rubio, “la gente ha diritto alle compensazioni secondo i censimenti socioeconomici e questi prendono del tempo”. “Abbiamo ricerche per proteggere la ricchezza naturale della zona”, ha precisato.

Il 22 marzo gli oppositori al progetto de El Quimbo hanno portato avanti l’iniziativa per una giornata senza luce, un black out nazionale con lo slogan “Non abbiamo bisogno di più energia, ma di meno consumo”, che sintetizza una differente visione alla base dello sviluppo per la Colombia.
Il giornalista Federico, che sta seguendo da vicino tutta la vicenda, spiega invece che l’impresa ha riconosciuto solo 1700 compensazioni – soprattutto dei grandi proprietari con cui sono scesi a patti – sulle 3700 documentate da Asoquimbo, che 400 abitanti sono stati allontanati dalla zona senza alcuna alternativa e che i lavori sono continuati nonostante non si siano risolti questi problemi e le licenze ambientali non siano state verificate completamente.

Ma la corte dei conti e la magistratura hanno aperto un’inchiesta per corruzione e disastro ambientale e stanno indagando sulle accuse contro Emgesa, per violazioni ai diritti umani e ambientali, e sugli stessi contratti dell’azienda, compreso uno da 251 milioni di euro con l’italiana Impregilo per la costruzione della centrale. Rubio però non conferma, infatti, “la compagnia non è a conoscenza dell’indagine”. Una sentenza di sospensione dei lavori potrebbe arrivare, ma, visti i tempi della giustizia, il danno causato potrebbe essere già irreversibile: infatti, è già cominciata la deviazione del corso del fiume e solo l’imminente stagione delle piogge potrebbe rallentare, se non fermare del tutto, l’opera e trasformarsi in un’alleata delle popolazioni che esigono giustizia.

Di seguito il “Video che il governo colombiano non vuole far vedere” che racconta meglio di qualunque articolo gli scontri che il 14 febbraio scorso hanno contrapposto i manifestanti della zona, seduti in terreno demaniale, mano nella mano lungo le rive del fiume Magdalena, e la polizia colombiana che ha sgomberato questa catena umana con la violenza. Un pescatore ha perduto un occhio mentre gli stessi responsabili del cantiere presenziavano allo sgombero dando l’ok secondo quanto riportato da alcuni testimoni. Fabrizio Lorusso CarmillaOnLine

Per informarsi meglio, ecco 3 articoli in italiano (sono pochissimi quelli reperibili vista la palese reticenza dei media italiani su questo caso) e alcuni link con documentari e reportage.

El Quimbo – Il grido di Matambo

El Quimbo – Caso aperto

L’Enel e la diga El Quimbo
Reportage di TeleSur
Black Out di protesta e documentario

Video protesta in Italia
Blog di Miller Dussan

Papa Benedetto XVI in Messico: politica, pedofilia e disaffezione

[Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano L’Unità del 24 marzo 2012] In vista del viaggio apostolico e di Stato di Benedetto XVI in Messico, il gennaio scorso Martín Rábago, arcivescovo di Guanajuato, aveva invitato i narcos a “non fare nulla che portasse dolore e morte”. I Caballeros Templarios, un cartello dell’Ovest messicano, ha risposto collocando undici narco-messaggi nelle città di Guanajuato e di León, uniche destinazioni della visita papale.  “Benvenuto Papa”, si legge sugli striscioni che annunciano la fine di “ogni azione di guerra” dei Templari e sottolineano “non siamo assassini”.

L’arcivescovo ha invitato a non dare importanza agli annunci di questi gruppi, “non abbiate paura, sarete protetti, tranquilli”. S’attendono tre milioni di visitatori e 760.000 partecipanti solo alla messa del 25 marzo sotto la statua del Cristo del Cubilete, una collina- santuario viitata da un milione di devoti all’anno. 2200 poliziotti e la Guardia presidenziale s’occuperanno della sicurezza fino a lunedì 26, quando Joseph Ratzinger partirà per Cuba.

L’arrivo del Papa assume una rilevanza speciale per il momento politico del Messico e per la stessa Chiesa che qui affronta una costante emorragia di fedeli. “Il Papa viene a saldare un debito”, sostiene il cardinale di Guadalajara, Juan Sandoval, alludendo all’abbandono dell’America Latina che ha favorito l’espansione di protestanti, evangelici e pentecostali: in Brasile la percentuale di cattolici è scesa al 68%, in El Salvador e Nicaragua è al 50%, in Messico è al minimo storico, l’82,7%.

Su 7688 associazioni religiose, oltre 4000 non sono cattoliche e hanno ben 41.000 sacerdoti su un totale di 70.000. Il fenomeno è fortissimo nel sud del paese, dal Chiapas allo Yucatan, mentre nel centro il cattolicesimo ha mantenuto percentuali superiori al 90%.

Sull’uso del denaro pubblico s’è aperta un’altra polemica dato che i comuni e il governo hanno stanziato oltre 13 milioni per la logistica e la sicurezza nonostante Guanajuato sia la regione in cui, dopo il fanalino di coda Veracruz, la povertà è cresciuta più rapidamente, con 309.000 nuovi poveri dal 2008 e un tasso assoluto oltre il 50%. “Il Papa tratta il problema della povertà e lo sviluppo, ma sempre dal punto di vista della fede”, specifica il nunzio apostolico Christoph Pierre.

Sul fronte politico in aprile comincia la campagna elettorale per le presidenziali del 1 luglio in cui, secondo i sondaggi, il partito del presidente Calderón da sempre vicino alla Chiesa cattolica, Acción Nacional (PAN), e la sua candidata Josefina Vázquez Mota è dato perdente rispetto al centrista, ex partito egemonico, PRI, Partido Revolucionario Institucional, che candida Enrique Peña Nieto, e alla pari con le sinistre unite intorno al Partido Revolución Democrática e al candidato Andrés Manuel López Obrador. Tutti e tre i candidati sono stati invitati alla messa domenicale a cui parteciperanno per conquistare l’elettorato cattolico, una mossa propagandistica da cui nessuno ha voluto esimersi, da sinistra a destra.

Inoltre è in fase di approvazione al senato una riforma costituzionale, caldeggiata dal clero, che mira ad ampliare la libertà di culto ma che, allo stesso tempo, potrebbe aprire le porte ad un’introduzione dell’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche. Malgrado le pressioni dei gruppi cattolici, del PAN e del PRI, l’iniziativa non è ancora passata e l’opposizione ha denunciato il tentativo di smantellare lo stato laico per fare un regalo al Papa.

Né questo tema né la riforma costituzionale saranno trattati nell’incontro privato del pontefice con Calderón il 24 marzo, riferisce Pierre, “il Papa non viene mai a dire ai politici cosa devono fare”. Édgar González, saggista ed esperto vaticanista, sostiene che “Ratzinger visiterà solo la regione di Guanajuato, il bastione conservatore e cattolico più importante del paese. Altrove il PAN, la Chiesa e le destre non sono così forti e useranno la visita papale per rafforzarsi politicamente in vista del voto”.

“La logica politica e quella temporale convergono – spiega González – c’è per esempio la drastica penalizzazione dell’aborto, l’accanimento contro le donne che finiscono in carcere per l’interruzione della gravidanza”. Nella capitale, governata da una coalizione progressista, sono legali sia l’aborto che il matrimonio omosessuale, ma nel resto del paese la situazione è capovolta con sanzioni sociali, a volte penali, enormi.

Proprio in questi giorni è prevista l’uscita del libro “La volontà di non sapere”, dei ricercatori messicani Barba, Athié e González che ripercorrono la vicenda di Marcial Maciel, fondatore a Città del Messico della congregazione dei Legionari di Cristo, colpevole di pedofilia. A sei anni dalla presa di distanza del Vaticano e a quattro dalla sua morte, gli studiosi mostrano ora i documenti che spiegano come a Roma già dagli anni quaranta fossero noti i comportamenti deviati del sacerdote.  Al contrario di quanto avvenuto in altre visite papali all’estero, Ratzinger non ha in programma di incontrare le vittime messicane di pedofilia di Padre Maciel. Un altro tassello che aiuta a capire i problemi d’immagine della Chiesa in un paese che cambia più velocemente di quanto possa immaginare. Di Fabrizio Lorusso

 

Messico: Florence Cassez resta in prigione

Di Fabrizio LorussoSu Carmilla abbiamo trattato in dettaglio il caso di Florence Cassez, cittadina francese condannata a 60 anni di carcere in Messico per rapimento che, per ora, resterà in prigione (cronologia I parte  II parte), dopo che i magistrati della Corte Suprema messicana hanno bocciato il 21 marzo il ricorso per la revisione del suo appello. L’avvocato Agustín Acosta aveva appellato alla Corte, che di solito s’esprime su questioni costituzionali, un anno fa. La settimana scorsa il giudice Zaldivar della prima sala della Corte, specializzata in materia penale, aveva presentato una proposta che chiedeva la libertà della francese per le violazioni al principio del giusto processo e il mancato rispetto dei diritti consolari da parte delle autorità al momento della cattura. I voti dei giudici sono stati due a favore e tre contro. Nello specifico si trattava di approvare o rifiutare la revisione dell’appello che nel 2011 Florence aveva perso in un tribunale ordinario. In quell’occasione il nazionalismo francese e il messicano si scontrarono duramente fino ad arrivare alla cancellazione dell’anno del Messico in Francia, un evento culturale importantissimo. Oggi, in piena campagna elettorale oltralpe e all’inizio di quella messicana (ufficialmente il primo aprile), la situazione non è cambiata e non c’erano le condizioni per una decisione serena della Corte. Il caso, comunque, non è chiuso.

Rivediamo in sintesi gli eventi. La francese fu arrestata l’8 dicembre 2005 con il suo ex fidanzato Israel Vallarta, accusato di essere il capo della banda di rapitori Los Zodiaco a Città del Messico e tuttora in attesa di giudizio. I due restarono isolati e detenuti illegalmente per 24 ore. Lui veniva torturato per confessare e lei restava in una camionetta in attesa della liberazione, ignara di quello che l’attendeva.

Il 9 dicembre gli ostaggi e i presunti delinquenti furono costretti dalla polizia a creare una messinscena della cattura per compiacere le TV nazionali e la propaganda governativa, bisognosa di mostrare risultati al paese contro uno dei crimini più sentiti dalla società e in costante crescita: il sequestro di persona.

L’allora responsabile della polizia AFI (una specie di FBI azteca), Genaro García Luna, dovette riconoscere il montaggio pochi mesi dopo, quando Cassez lo accusò in diretta TV. Ciononostante dal 2006 García Luna è Ministro della Sicurezza nel governo conservatore di Felipe Calderón e artefice della guerra al narcotraffico che ha causato 60.000 morti.

Nel 2009 arrivò la sentenza definitiva contro la francese, ma l’impianto probatorio fu alterato dagli abusi delle autorità dalla cattura in poi. Molte piste credibili furono ignorate e ci si concentrò sull’incriminazione di una straniera, dal potenziale mediatico enorme, e legata a Vallarta. Ingredienti esplosivi per i media, per l’opinione pubblica alla loro mercé e per la politica che piano piano s’è infiltrata, ha manipolato, ha distorto realtà, prove e procedure per arrivare a un risultato: la colpevolezza di Florence Cassez.

Mercoledì scorso la Corte ha riconosciuto queste gravi violazioni, ma non ha ritenuto che la libertà immediata fosse la decisione adatta. Quindi la giudice Olga Sánchez, che ha votato a favore della libertà per Florence insieme a Zaldivar, redigerà un nuovo progetto di revisione che sarà votato nei prossimi mesi e potrebbe aprire a una futura revisione del processo depurato degli elementi “inquinati”. Sarebbe una “terza via” tra la conferma della sentenza di condanna e la libertà assoluta che forse farebbe contenti tutti gli attori politici e sociali coinvolti. La sfida per il Messico è epocale e forse è un aspetto poco compreso, almeno fino a poche settimane fa, anche qui oltreoceano. Si sta per definire se il paese riesce a fissare dei paletti etici e giuridici chiari e se riesce a spezzare il circolo vizioso e gli stereotipi che lo dipingono come “eternamente adolescente”, con istituzioni, persone, regole, stili di vita che “non vogliono crescere”, per cui con l’inganno si va avanti, sempre e comunque.

L’opinione pubblica è divisa tra il “castigo ad ogni costo e con ogni mezzo”, sotteso alla strategia anti-narcos attuale, e la “giustizia”, il rispetto dello stato di diritto per cui la presunzione d’innocenza cade solo dopo un processo completamente regolare. Per capirci di più, riprendo e amplio alcune parte dell’intervento pubblicato sul mio blog qualche giorno fa.
La posta in gioco non era quella di stabilire l’innocenza o no (e se non si riesce a farlo con processi regolari vige la presunzione d’innocenza quindi Florence, se il processo prima o poi sarà annullato o da rifare, tornerebbe a essere pienamente innocente o “presunta innocente”). Qui si tratta di un processo palesemente viziato all’origine e anche nelle fasi successive.

Se la Corte avesse deciso per la libertà di Florence o per il rifacimento del processo eliminando le prove manipolate (tra cui includo alcune testimonianze degli ostaggi che in altre sentenze del 2011 che hanno scagionato presunti membri della stessa banda non sono state considerate come prove valide, secondo quanto rivelato dalla giornalista francese Leonore Mahieux proprio in questi giorni), avrebbe stabilito un principio di giustizia più deciso e chiaro: la polizia e il potere non possono fare quel che vogliono (sembra scontato ma non lo è, mai), violando diritti e procedure, garanzie individuali e collettive con la scusa della guerra al narcotraffico o dell’emergenza rapimenti o di qualunque “priorità”, vera o fittizia, che venga creata in quel momento. Probabilmente lo farà in un’altra sessione, con un altro progetto di revisione dell’appello e – speculo – dopo le elezioni presidenziali del primo luglio.
Ma questa decisione avrebbe sfidato il potere politico e una parte dell’opinione pubblica, ancora influenzata dalla falsa contrapposizione Messico-Francia e da nazionalismi inventati che contrappongono i due paesi, ma che non c’entrano nulla con il caso in sé.

Si sarebbe messo in scacco il Ministro Garcia Luna, che presto verrà denunciato per gli abusi commessi dagli avvocati francesi di Cassez, lo stesso presidente e tutta la loro strategia di lotta alla criminalità organizzata, basata sulla repressione militare, sull’attacco ai cartelli di narcos, senza alternative sociali, lavorative e comunitarie per la popolazione che o emigra o delinque o vive in povertà in certe zone. Anche la giornalista messicana Carmen Aristegui nel suo programma radio MVS Noticias ha cominciato a chiedersi se Garcia Luna non debba per lo meno dimettersi. Un giudice della Suprema Corte, Pardo, ha chiesto, senza fare nomi, che i responsabili vengano indagati mentre alcuni famosi penalisti hanno esplicitamente parlato del Ministro.

Quando sei vittima di un delitto in Messico, spesso lo sei tre volte: una, per il delitto stesso; due, per colpa delle autorità che spesso ti trattano come un delinquente o come un colpevole se denunci; tre, quando i processi, i testimoni e le prove sono corrotte si degenera verso la cosiddetta “fabbrica dei colpevoli” pur d’incriminare qualcuno, quindi molti innocenti finiscono dietro le sbarre e i veri colpevoli restano fuori, con il pericolo per le vittime che ne deriva. E se poi i veri colpevoli sono in qualche modo collusi con l’autorità o protetti dai poteri forti, ecco che si complica ancor di più la situazione delle “3 volte vittime”.
Una decisione della Corte favorevole a Cassez in quest’epoca pre-elettorale sarebbe rischiosa, forse anche per questo è prevalsa una linea attendista.
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La candidata del PAN (Partido Accion Nacional, di destra, da cui proviene il presidente Felipe Calderon) alle comunali di Città del Messico, un bastione delle sinistre, è Isabel Miranda de Wallace, un’attivista sociale che lotta contro i sequestri di persona, amica del presidente, di Garcia Luna e di altri personaggi legati al caso Cassez, che dal 2005 s’oppone alla liberazione di Florence e difende le vittime di quel caso a spada tratta e in modo evidentemente interessato. Invece il PRD, partito di sinistra al governo della capitale, s’è mantenuto, anche se cautamente, dalla parte del giudice Zaldivar.

Le battaglie di Wallace, che le sono valse la candidatura, si legano alla strategia presidenziale di militarizzazione e della mano dura, alla giustizia e al castigo ottenuti e rivendicati ad ogni costo e con ogni mezzo, per cui si sostiene che il processo è stato regolare e, nel frattempo, si sfrutta la situazione attuale per intervenire, tornando prepotentemente sui media, con una buona campagna elettorale gratuita. C’è una scarsissima attenzione a cosa succede dopo un’operazione di polizia o dopo la cattura dei presunti colpevoli, quindi allo stato di diritto, ai diritti umani, alla giustizia, ai processi, al carcere, insomma a tutto quello più serve per definirsi un paese democratico minimamente civile.

Il caso Cassez è diventato emblematico per la giustizia messicana: è possibile arrestare 1000 delinquenti (presunti), ma se poi si fabbricano i colpevoli, non si sanno processare, non si sanno fare le indagini o non ci sono i mezzi e le competenze sufficienti, oppure si corrompono i PM e i giudici, si fanno pressioni politiche, si lasciano in libertà i veri criminali, c’è corruzione a tutti i livelli, beh, ma a cosa serve usare i militari e la guerra e fare show televisivi con catture e sequestri di carichi di droga? Ad ogni modo non cambia nulla e l’insicurezza, altra faccia dell’impunità che sfiora il 98% in Messico, resta lì. I veri carnefici sono fuori, i falsi colpevoli, a volte, restano dentro anni e decenni.

La decisione che ci si aspettava e che è stata rinviata dalla Corte dovrebbe costituire una svolta per uscire da questo stato di incertezza giuridica e istituzionale, da questo incubo che, a parte Florence Cassez, coinvolge anche migliaia di cittadini imprigionati che non hanno nemmeno la possibilità e le risorse per protestare e portare il proprio caso fino alla Suprema Corte o sui giornali. Un incubo in cui è possibile corrompere, burlarsi dell’opinione pubblica, scherzare sempre, rubare ma sorridendo, ingannare la legge e tutto per fare i propri interessi e passare indenni, anzi essere promossi, fare carriera e aumentare il proprio potere (e quindi la capacità di fare i propri comodi). Credo che anche in Italia ne sappiamo qualcosa.

Aggiornamenti e sintesi in spagnolo:

Decisione della Corte e reazioni
http://www.sinembargo.mx/21-03-2012/187068
http://www.sinembargo.mx/21-03-2012/186912
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/002n1pol

La Procura non si cura dei diritti degli imputati
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/005n2pol

Circo mediatico
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/003n1pol
Giustizia impresentabile
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/opinion/002a1edi

Suprema Corte invita il presidente a non intromettersi
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/005n1pol

Città-STATO, un film di Giuseppe Spina

Sinossi
Nel sud Europa vige ancora oggi la forza di una vera e propria “città-Stato”, mezzo fondamentale alla macchina di potere nazionale. Qui gli uomini di partito e i mafiosi, i sindacalisti e gli imprenditori, i prefetti, i questori, i cardinali, camuffano il disordine con l’ordine, continuando una secolare gestione sperimentale della vita delle masse, basata su furto e corruzione, mentre le pratiche mondiali si susseguono uguali a se stesse: guerra, crisi, titoli tossici immessi nel mercato, iniezioni di liquidità monetaria, sfruttamento.
E’ un film che nasce con un atto illegale come unico atto possibile. Il materiale d’archivio S-VHS che va a comporre questo lavoro è solo un frammento della parte oggi in rovina nei garage di numerose televisioni locali. In mano a imprenditori asserviti all’attuale gioco politico-mafioso, questo materiale è tra le poche prove storiche di quanto accaduto in Sicilia e, in particolare, a Catania, nel periodo tra il 1992 e il 1994. Una fase di guerra civile in una nazione economicamente in ginocchio in cui la politica, l’imprenditoria e la mafia, come forza unica, si opposero a quel tentativo di ribaltare il sistema di corruzione vigente. Da questa vittoria nacque la “Seconda Repubblica Italiana”. Il film è on line fino al 26 marzo, affrettatevi!
Città-STATO di Giuseppe Spina è un film di poco più di mezz’ora che raccoglie materiale di scarto di una televisione regionale siciliana del periodo ’92-’94. Una riflessione politica attorno al sorgere della Seconda Repubblica compiuta negli anni del suo tramonto. Un racconto di episodi marginali e storie dimenticate fatto riemergere con l’intento politico e polemico di denunciare l’oblio nel quale la coscienza nazionale ha relegato un passaggio storico tanto importante. Proprio in questi giorni sulla stampa nazionale si torna a parlare di quegli anni e di quella terra, dei troppi scheletri negli armadi contenuti nelle vicende processuali della strage di via D’Amelio, dell’oramai acclarata trattativa Stato-Mafia, e del controverso iter giudiziario del processo a carico di Marcello Dell’Utri, (vero e proprio padre, ma sarebbe meglio dire ‘padrino’, della II Repubblica), per concorso esterno in associazione mafiosa.

Città-STATO è un lavoro ostico perché ostile, complesso perché refrattario ad univoche letture, disturbante perché non pacificato. È un’opera massimalista e militante, ma orfana di ideologie.

Città-STATO di Giuseppe Spina (Italia/2011)

Dal 16 al 26 marzo 2012 – in streaming su Rapporto Confidenziale e in CINETECA – Testi sopra da:  rapportoconfidenziale.org | vimeo.com/channels/cineteca

in collaborazione con Nomadica e Moovioole
nomadica.eu | moovioole.it

Città–STATO

Rielaborazione, montaggio e suono: Giuseppe Spina
Musica composta da: Paolo Aralla
Eseguita da: Irene Puccia (Pianoforte), Alessandro Ratoci (Elettronica)
Produzione: cinemautonome, nomadica, frameOFF
Lingua: siciliano/italiano
Formato in ripresa: S-VHS (1992-1994 di operatori sconosciuti)
Paese: Italia
Anno: 2011
Durata: 34 minuti