Le macerie di Haiti (3/5)

di Romina Vinci – Il risveglio è stato tutt’altro che dolce stamane, ad una settimana esatta dall’inizio del mio viaggio. L’allarme che improvvisamente ha iniziato a suonare ieri sera facendomi concludere la giornata nel terrore, è andato avanti tutta la notte, perché io non ho avuto il coraggio di scendere per vedere da cosa dipendesse. L’ho fatto alle prime luci dell’alba, quando l’oscurità si è dissolta ed io son tornata a possedere con gli occhi gli spazi che mi circondano. Scesa al piano terra, ho raggiunto l’impianto elettrico e c’era scritto “Lowbattery shutdown”. Ho spento l’interruttore, aspettato qualche minuto prima di riaccenderlo e, voilà, fine del rumore, ritorno della corrente con internet annesso. Sarebbe bastato un pizzico di coraggio, la sera prima, per evitare una nottata insonne, con un riposo molto frastagliato.

PRIMO ADDIO

Essendo sabato oggi non c’è movimento qui all’associazione. Non son venuti né gli avvocati, né le segretarie e neppure le donne delle pulizie. Evel stesso è arrivato poco dopo le dieci, e non da solo: ha portato Jhonny con sé. Perché domani si chiude la prima parentesi del mio viaggio, e lascio la sede dell’AUMOHD per trasferirmi alla parte opposta della città, quartiere di Tabarre. Così Jhonny è voluto venire a salutarmi. Vestiva elegante: mocassino, pantalone di panno marrone con piega, camicia avana, cravatta beige con motivi in tinta. E’ stato poco, una decina di minuti forse, perché doveva andare a lavorare. Ha insistito affinché gli mostrassi un po’ di foto della mia vita in Italia e così ci siamo messi davanti al computer. Ha voluto vedere la mia famiglia, i miei amici, i luoghi in cui vivo, e continuava a ripetermi che sarei dovuta rimanere più tempo con loro. Ha detto che mi ha caricato il cellulare con un dollaro haitiano, così potrò mandargli messaggi anche nei prossimi giorni. Mi ha lasciato senza parole tanta sensibilità. Quando è andato via io sono rimasta in camera, ho aspettato che varcasse il cancello e l’ho seguito con lo sguardo mentre si incamminava per la sua strada. Si è voltato e ci siamo salutati, teneramente, con la mano. Sapevo che sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo visti.

THE WORKERS

Poi l’ufficio pian piano ha iniziato a riempirsi di lavoratori che Evel ha raggruppato per un meeting, al quale mi ha fatto partecipare. Si trattava di vigilantes e hanno discusso sullo stipendio, sulla tipologia di contratto, sul rispetto dei minimi salariali, sui loro diritti. L’incontro è durato un paio d’ore e mi è piaciuto molto. Ho conosciuto più di qualche sindacalista nel corso della mia carriera, eppure è la prima volta che incontro una persona così appassionata. Evel ha molto appeal sulle persone, non mi sorprenderei se tra una decina di anni lo trovassi presidente di Haiti, sicuramente avrebbe più senso di un cantante che continua ad essere conosciuto ai più per la sua musica che non per il suo ruolo politico.

RICH DISTRICT

Terminato l’incontro siamo usciti con il pick-up, prima siamo andati a Petionville a prendere Gaelle e poi di nuovo in giro, alla scoperta di questo “quartiere dei ricchi” che mi è stato tanto decantato. Durante il tragitto ho visto un uomo prendere l’acqua da terra per lavarsi, ha attinto dalle pozzanghere che si formano nei canaletti ai lati delle strade e sono più fango che acqua. Si è dato una rinfrescata prima sotto un’ascella e dopo nell’altra, per poi proseguire indisturbato il suo cammino. Dopo ho visto i resti di un palazzo a più piani caduto su se stesso, le macerie facevano soltanto intravedere i pilastri dell’originale edificio. Ebbene, una signora si addentrava in questa insenatura, e scavava tra i detriti per cercare chissà cosa. A rischio, chiaro, che gli crollasse tutto addosso, e non per un nuovo terremoto, ma era sufficiente il passaggio di un camion più pesante a smuovere l’asfalto.

Evel mi ha spiegato che i famosi “ricchi” vivono su di una collinetta che domina tutto il paesaggio di Port au Prince. E più saliamo più lo scenario gradualmente cambia. Anzitutto perché incombe una massiccia presenza di verde. Spesso le schiere fitte di alberi si aprono e lasciano intravedere un interno fatto di capanne, ma ancor di più ci sono case, intatte, delimitate da cancelli. Passiamo davanti anche ad un paio di alberghi, a più stelle, niente di eccezionale però. Quando la strada inizia a farsi più ripida Evel si ferma, parcheggia e raggiungiamo il ristorante che dista poche decine di metri. Di fronte, immersa nel verde della collina, c’è una villa che domina impotente tutto il paesaggio. Nient’altro. Il quartiere dei ricchi finisce qui. Mi sarei aspettata un qualcosa di simile a quanto visto a Miami, campi da golf, ville sterminate, sfarzo e sontuosità in contrasto con la cruda povertà, invece son rimasta delusa.
Al ristorante, in compenso, per la prima volta trovo un bagno agibile, aprendo il rubinetto l’acqua esce dal lavandino ed il water è dotato di scarico funzionante. Segno che, la differenza, anche se poco percettibile apparentemente, in realtà è abissale. E per la prima volta dopo una settimana faccio un pasto come si deve: tassot, banane fritte, verdura lessa, avocado. A centro tavola un riso scuro, molto saporito, con funghi.

IL SEGRETO DELL’ACQUA

Rientriamo nella sede di AUMOHD verso le 17.30. Sta già per imbrunire quando mi rendo conto di non aver più acqua nel secchio al bagno. Così scendo giù con il secchio in mano, Evel si scusa e mi dice che il sabato e la domenica non ci sono le donne che fanno le pulizie, a cui spetta il compito di riempirlo. Entriamo in cucina e scopro che c’è un pozzo, proprio nel mezzo della stanza, accanto alla credenza. E’ rivestito con le stesse mattonelle del pavimento, non mi sarei mai accorta della sua esistenza. C’è una cordicella e un secchiello, Evel tira tira e l’acqua sale su. Mi faccio svuotare quattro secchielli, sarebbero stati più che sufficienti. E sorrido: ho scoperto il segreto dell’acqua.

NEXT STEP

Ci siamo, è ufficialmente iniziata la mia nuova avventura al Saint Damien. Emozioni a caldo? Abbastanza spaesata, ma in fondo è normale. Il fatto è che fino a ieri mi sentivo straniera tra gli haitiani, mentre qui parlo inglese e spagnolo contemporaneamente, è un pullulare di nazionalità, c’è anche qualche italiano. Tutto sembrerebbe più semplice a prima vista. Evel è venuto a prendermi verso mezzogiorno, mi ha parlato dei due progetti che ha in mente di realizzare tempo massimo entro la prossima estate: l’apertura di una stazione radio per i lavoratori e una nuova sede dell’AUMOHD a tre piani. Piano terra come punto d’incontro dei lavoratori, al primo i visitatori, al secondo la stazione radio. Mi ha chiesto di aiutarlo a trovare sponsor, lo farò. Perché è un muro alto quello che sta scalando.
Ci impieghiamo quasi un’ora per arrivare al Saint Damien Hospital. E’ un nosocomio all’avanguardia che si trova in località Tabarre, è l’ospedale più grande dei Caraibi ed è stato costruito da N.P.H. (Nuestros Pequenos Hermanos) in Italia rappresentata dalla Fondazione Francesca Rava.

All’ingresso ci viene ad accogliere Wynn, un ragazzo di carnagione molto chiara, magro occhi celesti, indossa un cappello da cowboy. L’approccio è quanto meno paradossale, perché esordisce con un “Buongiorno Romina” e nel giro di tre secondi parla in francese, in creolo e in inglese. Evel mi chiede di che nazionalità fosse, gli rispondo che non ne ho la più pallida idea. Ci fa raggiungere la parte posteriore dell’ospedale, ci sono le tende lasciate dalla Protezione Civile giunta in piena emergenza post-terremoto. I volontari di N.P.H. hanno creato un piccolo campo base attrezzato: le tende formano una stradina ad L, al principio c’è un piccolo angolo relax con due tavolate lunghe e delle panche. Wynn mi dice che posso considerarmi ufficialmente arrivata a destinazione, così saluto Evel ringraziandolo per l’ennesima volta e mi immergo nel nuovo contesto. Alla mia domanda su quale fosse la sua mansione Wynn mi risponde allargando le braccia: “I’m just a man”. E’ nato a New York e si trova da più di un anno a Port au Prince, è per questo che parla anche creolo. Con piacere ho scoperto che se la cava fluentemente anche con lo spagnolo e mi ha confessato che sa qualche parola di italiano perché qui all’ospedale ci sono molti medici italiani, e lui è stato a Venezia. Non fa in tempo a finire la frase che mi spunta davanti una dottoressa. Ha il camice verde, lo stetoscopio al collo e sembra che vada di fretta. Mi dice che è italiana, e indica a Wynn la sua tenda: l’avrebbe condivisa con me. Il tempo di prendere la valigia, però, e la dottoressa è già scomparsa.

Wynn mi chiede se ho fame, e deve essersi acceso un improvviso luccichio nei miei occhi, perché lui mi sorride e mi indica l’angolo relax. In fondo ci sono dei grossi tegami, mi spiega che viene servito un pasto al giorno per i volontari, alle 13.30. Siamo già fuori orario ed il pollo è terminato, c’è solo del riso e delle banane fritte, che divoro in un batter d’occhio (è da ventiquattro ore che non tocco cibo). Mentre mangio Wynn mi fa compagnia, seduto di fronte a noi c’è anche un medico cubano e così parliamo tutti e tre in spagnolo.

PADRE RICK

E’ da quando ho deciso di intraprendere questo viaggio che sento parlare di Padre Richard Frachette, direttore di N.P.H. meglio conosciuto come Padre Rick. E’ come se intorno al suo nome aleggiasse una sorta di aura mistica. Ho scoperto della sua esistenza grazie ad un’azienda con cui collaboro da qualche anno, e che in questo momento è impegnata in opere solidali ad Haiti. E’ stato il direttore a citarmi, per la prima volta, questo sacerdote missionario e medico americano, che vive ad Haiti da oltre vent’anni e realizza grandi cose. Ed è sempre il patron dell’azienda che mi mette in contatto con la Fondazione Francesca Rava. Poi mi sono recata a Milano, presso la sede della Onlus, ed ho avuto un lungo incontro con la presidente Mariavittoria Rava, nel corso del quale lei non si stancava di narrarmi la grande forza d’animo di questo Padre Rick, che condiziona positivamente l’operato di tutti.

“Padre Rick ti sta aspettando nel suo ufficio”, mi dice Wynn, distogliendomi dalla conversazione con il medico cubano su un film recentemente uscito nel suo paese che sta facendo scatenare un putiferio. “Eccoci finalmente alla resa dei conti”, penso io. Sono intimorita da questo incontro, ed invece si rivela così spontaneo, candido e sincero che, quasi senza accorgermene, tutte le barriere cadono. Mi aspettavo un uomo barbuto, tarchiato, bassotto, magari con il saio. Ed invece Padre Rick è tanto di più umano ci si possa trovare di fronte, la classica persona della porta accanto. Non indossa l’abito, è un uomo alto, fisico possente, ma dallo sguardo estremamente dolce e innocente. Lo osservi e ti viene in mente la purezza di un bambino. Wynn mi aveva detto che Father Richard Frachette era in grado di parlare sette-otto lingue. Io esordisco in inglese, ma dopo qualche battuta lui inizia a rispondermi in italiano, così da mettermi ancor più a mio agio. Mi porta a fare un giro nelle strutture che sorgono qui intorno al Saint Damien. Il centro colera per bambini, il centro per gli adulti, il centro pediatrico. Il Santa Filomena e l’Ospedale Saint Luc sono nati a tempo di record con l’uso all’inizio di container e tende, oggi sostituite da una struttura permanente, e hanno accolto malati affetti da traumi o altre patologie e, soprattutto, contagiosi per il colera. Padre Rick mi racconta che hanno salvato più di diecimila persone dallo scoppio dell’epidemia nell’ottobre 2010, ma è ancora tantissimo quello che c’è da fare. Non è esattamente una passeggiata visitare queste strutture, e poi a volte la puzza è intensa. Però, mi spiega, basta una semplice accortezza, vale a dire lavarsi le mani e le scarpe all’entrata e all’uscita dai reparti in una soluzione di acqua e cloro, per non venire contagiati dal colera.

CENTO YOGURT

Ci mettiamo a contare i letti con le persone ed è divertente perché facciamo confusione tra le varie lingue. Iniziamo a dire numeri in inglese, poi passiamo all’italiano, poi ancora allo spagnolo. Dobbiamo andare al supermercato a comprare gli yogurt, bisogna sapere il numero esatto di malati. Lo fa ogni domenica. Usciamo dall’ospedale con un pick-up abbastanza disastrato e malconcio, lui alla guida, Wynn al suo fianco ed io dietro. C’è tanta gente per strada, Padre Rick mi spiega che è un momento molto difficile, perché è in atto la distribuzione del riso, ma non basta mai per tutti e così si verificano episodi di violenza. Un sacco da venti chili costa venti dollari, il prezzo della pasta è inferiore, a parità di carboidrati, è per questo che loro cucinano sempre pasta. Procediamo a passo d’uomo, perché al nostro passaggio la gente si accalca. Padre Rick si ferma, parla con tutti, lo fa in modo pacato. A un certo punto Wynn scende dalla vettura, tempo pochi minuti e un gruppo di bambini inizia a salire sul vano di dietro. Sono undici in tutto, e Wynn sale insieme a loro e prosegue il viaggio in piedi. Ad Haiti si vive così. E questi bambini aspettano con ansia il passaggio di Padre Rick la domenica pomeriggio…
Giungiamo al supermercato e ci mettiamo a contare cento bottigliette di yogurt, riempendo tutto il carrello. Arriviamo al reparto frigo vicino la cassa, dobbiamo prendere i gelati per i bambini che ci aspettano fuori. Ne abbiamo presi quattordici, e tutti insieme ci siamo messi fuori, ognuno con la propria coppetta. Per questi bimbi è un appuntamento fisso, la domenica è festa perché Padre Rick li porta a prendere il gelato al supermercato.

Al nostro rientro, mentre percorriamo la strada che costeggia il Saint Damien, tre ragazzi ci affiancano, e parlano animosamente con Padre Rick. Ci accompagnano per tutto il tragitto, salutandoci e ringraziandoci soltanto davanti all’ingresso dell’ospedale. Hanno chiesto aiuto al sacerdote: una donna è morta in un altro ospedale e loro non hanno soldi per fargli il funerale. Padre Rick li rassicura, domattina manderà una macchina a prendere la salma. Ad Haiti tutto è un problema, anche i cadaveri, ma lo capirò soltanto nei giorni successivi.
E’ seguito quindi un meeting con gli altri cooperanti sul tema della sicurezza. Hanno parlato della difficile situazione di Cité Soleil, una delle baraccopoli più povere di Port au Prince. Dieci giorni fa è stato ucciso un cantante, Felix, molto amato dalla popolazione per il suo impegno a favore dei poveri. Quando la fame prende il sopravvento la lotta diventa impari e non ci son più né buoni né cattivi, ma tutti sono in pericolo, alla mercé della disperazione. Questa sera è arrivata dall’Italia anche Valeria, una ragazza della Fondazione Rava, e si è messa in tenda con me e con la dottoressa, che nel frattempo ho scoperto chiamarsi Irene, avere 31 anni, ligure di origini ma vive e lavora a Parigi da anni.

KENSCOFF

Stamattina la sveglia è suonata presto, alle 5 in punto. Destinazione? Orfanotrofio di Kenscoff, sulle montagne, due ore per raggiungerlo. La strada per la maggior parte dei tratti è asfaltata, al di là dei tornanti vertiginosi. Incontro tanti bambini che vanno a scuola. Tutti con vari tipi di uniformi: le ragazzine con le gonne a pieghette blu e camicetta celestina, oppure a strisce bianche e blu. Alcuni hanno i grembiulini tinta unita, beige o verde scuro. Sembrano dei bambolotti. Il paesaggio è molto difforme, a volte è la vegetazione a farla da padrone, con colorazioni intense di verde, per me nuove. Perché ci sono tonalità che l’occhio occidentale non è in grado di rilevare. Di tanto in tanto compaiono agglomerati urbani, con capanne e semi-baracche adibite a negozi. Ho visto panni appoggiati sui tetti, oppure stesi sulle piante: ad Haiti hanno anche un modo tutto loro per fare il bucato. Più saliamo più scompaiono anche i taptap, e rimangono soltanto le moto a percorrere le strade dissestate. Ad un certo punto ci ha superato una motocicletta con tre ragazzi carichi di bidoni d’acqua. Ma l’aspetto più divertente di questa escursione è il mio driver, Briniol: siamo soltanto io e lui, e lui parla solo creolo. Eppure ci intendiamo. Mi ha mostrato Petionville, Peguyville, ed anche la casa del presidente Martelly. E’ fantastico capirsi al di là dell’idioma.
Giunti a destinazione Briniol mi fa scendere, mi avrebbe aspettato fuori. Entro e mi trovo davanti quattro ragazzi che mi guardano incuriositi. Faccio un lungo sospiro e tiro fuori il meglio di me: “Bonjour, je suis Romina je suis italienne”. Non apprezzano però lo sforzo titanico che ho appena compiuto nel proferire sette parole in francese, e si limitano a sorridere. Ci sono dei cartelli che indicano di scendere, a sinistra, per l’école . Intravedo movimento in fondo, riconosco dei grembiulini. Così accelero il passo, faccio le scale due a due e, giunta nel piazzale, mi trovo di fronte ad una cerimonia. Tanti, tantissimi bambini, tutti disposti ordinatamente in riga, cantano l’inno nazionale. Ho un debole per le bambine con le treccine ed i fiocchi in testa, sono i soggetti che immortalo con più piacere.

PRIMO GIORNO DI SCUOLA

Poi pian piano, riga dopo riga, la composizione si scioglie ed i bambini, dai più grandi ai più piccoli, iniziano a fare il loro ingresso nella struttura, per il loro primo giorno di scuola. Intravedo una suora e subito mi avvicino, riaziono il meccanismo e ripeto la filastrocca del “Je suis Romina, italienne..” ma lei mi blocca: parla italiano. Suor Almerance appartiene all’ordine della salesiane ed ha vissuto cinque anni in Italia, ecco spiegato l’arcano quanto mai piacevole mistero. Mi fa visitare l’orfanotrofio Kay Saint Helene: trecento bambini vivono permanentemente qui, trecentocinquanta invece appartengono alla comunità circostante e ne frequentano la scuola e la mensa, così hanno un pasto sicuro ogni giorno e la possibilità di studiare. Una cinquantina sono orfani del terremoto. Suor Almerance mi mostra alcuni appezzamenti di terreno in cui sono stati piantati semi e piante per l’autosostentamento dell’orfanotrofio e per insegnare ai bambini come coltivare la testa. Poi mi lascia nelle mani di Jean Antoine, un ragazzo che conosce sia l’inglese che lo spagnolo. Orfano anche lui, è cresciuto in questo posto, poi è andato a studiare elettrotecnica a Port au Prince ed ora è tornato qui e lavora come elettricista. Ho trascorso una piacevole mattinata ed ho scoperto una bellissima realtà. Sono rientrata al Saint Damien in tempo per il pranzo. Nel pomeriggio Roseline, mia guida ed interprete, mi ha fatto visitare l’ospedale, realizzato grazie al determinante contributo dall’Italia. Mi ha mostrato anche il nuovo reparto maternità e neonatologia, dove nascono in sicurezza quindici bambini al giorno. Ho la sensazione di aver varcato uno spartiacque e difficilmente tornerò indietro. E’ iniziata per me una nuova avventura, con uno schedule day da rispettare, una lingua che non mi è affatto ostile: c’è una realtà parziale e mi chiedo se combaci con il vero volto di Haiti. Che è quello di Daphney, che da quando non le ho dato i cinquanta dollari per il suo compleanno è sparita. Ed è quello di Jhonny, che oggi per la seconda volta mi ha caricato di 5 HDG il cellulare, così posso rispondere ai suoi messaggi.

Prima puntata QUI
Seconda puntata QUI

Una risposta a “Le macerie di Haiti (3/5)

  1. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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