Archivi autore: Fabrizio Lorusso

La Pecora e il Basilico

Oggi il racconto edificante. Una pecora bianca come la neve (prima che tocchi terra, sporcizia e asfalto) voleva assumere delle tinte verdognole per essere assunta a tempo indeterminato da Benettone, che cercava alcune pecorone dalla lana verde naturale. Sarebbe stata tosata poi dai peones argentini al soldo del gran padrone delle pecorine quanto prima. Allora provò a fare come Alice nel paese dei Meravigliosi, anzi come i servitori umili della pessima Regina dei cuori spezzati che dipingevano le rose che fiorivano di un colore e sfiorivano in un altro. Come le viole di Rino Gaetano, per intenderci, che mostravano un’Italia in crescita che contemporaneamente sfioriva, preda della guerra e del terrore e dell’autorità, ma stupenda e colorata in primavera, come le donne, le città, la vita.

Pausa breve.

Alla fine la pecora pensò, per quanto potesse farlo veramente, chiusa com’era dall’ignoranza della sorte sua di bestia al servizio dell’umanità furba. E pensò che se avesse mangiato qualcosa di verde, forse anche lei sarebbe diventata verde. “Per questo il gallo è giallino con la cresta rossa, perché ingoia il mangime color ocra e ogni tanto ci butta dentro decine di semini di peperoncino rosso, il calabrese di solito, oppure il messicano, altresì noto come chile de árbol che spacca”, lesse la pecora bianca tra le righe dei suoi pensieri sfumati animaleschi.

Se il suo esperimento malato fosse riuscito, sarebbe stata la prima a raggiungere questo eccelso risultato da guinness dei primati. Il proprietario latifondista di mezza pampa, signore Benettone, l’aveva sparata grossa aprendo un concorso così esclusivo, per soli ovini verdi, ma ormai il dado era tratto. La pecorella imbelle quindi decise di fare qualcosa, sempre che di vera e propria decisione possiamo parlare riferendoci a un essere istintuale e poco candido, soprattutto se visto e odorato da vicino e non solo sull’Animal Planet (quando cose non s’inventano su quel canale lì?).

Spazio breve.

E decise di mangiarsi un intero rametto di basilico santo che spuntava foglia dopo foglia, venatura dopo venatura, dal bicchiere mezzo pieno (o mezzo vuoto) che stava poggiato sul bancone di una pizzeria italiana del Porto Nascosto, la “Mediterraneo”. Puerto Escondido, il Messico e la costa pacifica ringraziano la pecorella per aver loro donato notorietà e presenza internettiana (o internettista?) per un giorno o due, comunicano che la ovina divenne anfibia per aver bevuto l’acqua del basilico e vi lasciano da sbaffare le loro fotografie anche se, forse, poco inerenti. La morale del racconto è dentro di noi, ciascuno di noi. Chi la vuole comunicare può farlo, senza remore.

Honduras senza diritti

Honduras: un documentario e un’intervista. Il video è stato girato nella penisola di Zacate Grande, dove si trova anche l’accampamento di osservazione dei diritti umani sostenuto dal COFADEH, il Comitato dei Familiari dei Desaparecidos in Honduras. Si tratta di un documento di grande valore (sottotitolato in italiano) perché è una testimonianza diretta delle problematiche vissute dalla stragrande maggioranza della popolazione rurale di questo paese nell’era post-golpe, cioè sotto la presidenza di Porfirio Lobo, succeduto a Manuel Zelaya dopo che questo fu cacciato manu militari dal paese nel giugno 2009 (cronologia golpe). E’ un’autoproduzione che hanno girato Raffaella Mantegazza e Yukai Ebisuno in collaborazione con il Collettivo Italia Centro America CICA. L’idea era quella di raccontare attraverso la microstoria di Franklin e Pedro, leader di ADEPZA, l’organizzazione campesina Asociación por el Desarrollo de Península de Zacate (Associazione per lo sviluppo della penisola di Zacate), le ingiustizie che si stanno vivendo in Honduras dopo il colpo di stato del 2009. Per spiegare meglio l’emarginazione, gli abusi, il fenomeno dei paramilitari (o “polizie private”) e la povertà pubblico un’intervista a Raffaela che ha potuto toccare con mano la situazione e raccontarcela in modo diretto. Ringrazio Raffaella e Yukai per l’intervista, per le splendide foto allegate e i chiarimenti che vedrete e leggerete subito sotto il video.

L’Honduras è attualmente il paese più violento del mondo, con un tasso di omicidi che supera le 80 unità per ogni 100.000 abitanti: per capirci, il famigerato Messico della guerra al narcotraffico mantiene comunque un tasso “ragionevole”, anche se drammaticamente in crescita da 5 anni, di 18 omicidi ogni 100.000 abitanti e solo alcuni stati del Nord come Chihuahua o Sinaloa superano la soglia dei 50. Il paese centroamericano ha vissuto una grave retrocessione democratica dopo il golpe, un aumento delle denunce per sparizioni forzate e violazioni gravi ai diritti umani mentre in economia fa affidamento sugli investimenti stranieri, anche in agricoltura o nell’energia, e sul fantomatico ideale delle città-modello o charter city, dei piccoli paradisi tipo Singapore isolati dal resto paese, delle isole finte di “primo mondo” che secondo il presidente trascineranno il resto dell’economia.

Quando e quanto tempo sei stata in Honduras?
Parlo al plurale perché sono stata in Honduras con il mio compagno Yukai con cui vivo e lavoro: siamo stati quasi 4 mesi, da fine settembre 2011 ai primi di gennaio 2012, nella penisola di Zacate Grande nel Golfo pacifico di Fonseca tra Salvador e Nicaragua, abitata da campesinos e pescatori, e poi nella regione di Intibucá, abitata principalmente da indigeni Lenca, come osservatori dei diritti umani e come foto-documentaristi, in collaborazione con il CICA (Collettivo Italia Centro America). Viviamo tra il Messico (dove vive metà della mia famiglia) e l’Italia, dove abitiamo in un ecovillaggio tra Torino e Milano, tra le risaie del novarese e ci dedichiamo, oltre alla nostra ricerca personale attraverso il mezzo audiovisivo, all’agricoltura biologica e all’organizzazione di eventi per proporre un stile di vita verso la decrescita. Attraverso il racconto di microstorie cerchiamo di indagare la realtà e allo stesso tempo proporre una riflessione critica del modello culturale dominante: per noi l’etica e l’estetica sono strettamente interconnesse e crediamo che l’atto creativo sia una forma di agire politico oltre che una ricerca espressiva.
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In termini generali, com’è la situazione (politica, sociale, economica, dei diritti) nella regione di Zacate? E nel resto del paese?
La situazione del paese è di instabilità e violenza a causa della repressione silenziosa ed invisibilizzata che l’oligarchia nazionale e le corporazioni multinazionali (con l’appoggio del nuovo governo) stanno portando avanti. Economicamente il governo sta intessendo rapporti di vendita di terre per le monocolture di palma africana o per l’installazione di impianti eolici o idroelettrici per le energie rinnovabili su larga scala. In particolare a Zacate Grande la pesca artigianale tradizionale è stata distrutta da pochi anni di pesca intensiva ed è stata sostituita dall’industria dei gamberi diventando l’unica possibilità di lavoro redditizio. I campesinos e pescatori zacategni vivono da almeno tre generazioni nella penisola, ma nonostante la legge nazionale tuteli la popolazione locale, sostenendo che il diritto di proprietà della terra è chi vive da più di dieci anni in modo pacifico sullo stesso territorio, i titoli di quasi tutta la penisola sono stati venduti all’imprenditore Miguel Facussè (chi è costui?).

Com’è visto Porfirio Lobo dai contadini e pescatori della regione?
Il nuovo presidente è visto come un golpista e una pedina degli Stati Uniti, mentre Mel Zelaya ha perso molta credibilità da quando è ritornato nel paese, perché ha contribuito, con la stretta di mano all’attuale presidente avvenuta durante l’incontro di Cartagena, alla diffusione nell’opinione pubblica internazionale, dell’idea che in Honduras la situazione si sia normalizzata e che le violazioni dei diritti umani siano ormai finite.

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Ci sono paramilitari? Operano anche forze governative “ufficiali”?
La zona dell’Aguán è ormai completamente militarizzata, mentre ci sono paramilitari che provengono dalla Colombia, secondo alcuni difensori dei diritti umani della capitale. A Zacate Grande ci sono i sicari di Miguel Facussè, oltre alle forze ufficiali come polizia (molti dei quali sono corrotti) ed esercito, il quale ha da poco assunto poteri speciali di azione equiparandosi di fatto alla polizia.

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Che azioni portano avanti rispetto alla popolazione e ai militanti politici?
Diciamo che la strategia adottata è quella del “divide et impera” fra i membri della stessa comunità, oltre a un diffuso stato di paura (minacce, sfollamenti, aggressioni). Una buona parte delle terre in cui vive la popolazione di Zacate Grande è di proprietà ufficiale di Miguel Facussè Barjum, per questo vengono costantemente minacciati soprattutto i militanti politici e i leader comunitari. Attualmente il fronte più violento è nell’Aguan, dove le comunità di campesinos stanno subendo una repressione armata.

Come reagisce la gente? Che altre strade ci sono?
La gente è indignata, ma ha capito che unendosi può contribuire a un cambiamento ed è il COPINH (Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras) il motore della rifondazione dal basso di un nuovo Honduras: attraverso corsi di formazione, sostegno alle comunità, diffusione delle notizie tramite le radio comunitarie e con l’accompagnamento della solidarietà internazionale, sta portando all’attenzione mondiale, in collaborazione con il COFADEH, le violazioni dei diritti umani che stanno avvenendo in Honduras. Di Fabrizio Lorusso

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Messico: campagna elettorale e violenza

AMLO.jpg[Questo articolo è stato pubblicato in versione striminzita sul quotidiano L'Unità del 30 aprile 2012] Sabato scorso la giornalista messicana Regina Martínez è stata trovata morta per strangolamento nella sua casa di Xalapa, nello stato di Veracruz. Regina era corrispondente del settimanale Proceso in una delle regioni più calde del paese in cui nell’ultimo anno la violenza s’è impennata per la guerra tra i narcos del Golfo, gli Zetas e l’esercito. Ben 67 giornalisti sono stati uccisi durante il governo dell’attuale presidente Felipe Calderón, in carica dal 2006, e dal 2000 i reporter assassinati sono stati più di 80, rendendo il Messico il paese più pericoloso per l’esercizio della professione dopo l’Iraq. Domenica numerosi giornalisti e cittadini indignati hanno stabilito un presidio a Città del Messico sotto la sede del governo di Veracruz perché questo delitto non resti impune, come invece capita per il 98% dei crimini denunciati alle autorità. Con questo clima nel frattempo, in vista delle presidenziali del primo luglio, il Messico entra nel vivo della campagna elettorale: i muri e le strade si riempiono di simboli e facce sorridenti, i candidati girano il paese con tante promesse ma ancora poche proposte.

L’Istituto Elettorale reputa che l’influenza della criminalità e le pratiche di cooptazione del voto siano le prove più difficili da superare nei prossimi mesi. “Il clima d’insicurezza e i vuoti legali sono i due ostacoli principali”, sottolinea il direttore Leonardo Valdés. Il 14% dei seggi merita “attenzione speciale” e il 6% è a rischio: si tratta di 4000 sezioni, ma nel 2009 per le elezioni intermedie erano solo 1635. L’incremento è avvenuto soprattutto a Monterrey, Acapulco, Ciudad Juárez e in generale nel Nord in coincidenza con l’incremento del tasso di omicidi che praticamente è raddoppiato ogni due anni in quelle zone durante il governo del PAN.

“Ogni gruppo criminale cerca di essere il meno penalizzato una volta che i candidati vincono, è la dinamica recente data la loro frammentazione, ma la minaccia continua”, commenta l’esperto in narcotraffico Eduardo Guerrero.
Il rischio d’infiltrazione dei narcos nelle elezioni è stato segnalato dallo stesso presidente in più occasioni e, precisa Guerrero, “il pericolo cresce notevolmente per i candidati sindaci e ai governi locali”.

Tra due mesi 80 milioni di messicani, su un totale di 113, dovranno scegliere il successore di Calderón, del partito conservatore Acción Nacional (PAN). In gioco ci sono anche 500 seggi alla camera e 128 al senato, l’elezione dei governatori in sei stati e del sindaco a Città del Messico.

Il favorito nei sondaggi è Enrique Peña Nieto del Partido Revolucionario Institucional (PRI) con consensi intorno al 46%. Il voto degli indecisi e la probabile riduzione della forbice durante la campagna lasciano ancora margini ai rivali. L’ex ministra del welfare (con il governo di Vicente Fox) e dell’istruzione (con Calderón) Josefina Vázquez Mota, prima donna del PAN che punta alla presidenza, sfiora il 30% delle preferenze, mentre Andrés Manuel López Obrador del Movimiento Progresista, coalizione delle sinistre col Partido de la Revolución Democrática (PRD), è staccato di 7 punti. Ma alcuni sondaggi del mese di aprile prevedono addirittura un pareggio tra i due e una netta discesa del candidato favorito. Infine Gabriel Quadri è dato all’1% con Nueva Alianza, un partito d’ispirazione liberale che, però, è il braccio politico dell’ala conservatrice e corporativa del sindacato nazionale dei professori dominato da una delle figure più discusse e autoritarie della politica messicana, un vero pezzo d’epoca del vecchio regime a partito unico, cioè del PRI, del secolo scorso: la presidentessa a vita del SNTE (Sindicato Nacional Trabajadores de la Educación) Elba Esther Gordillo, alias “la maestra”.
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Peña Nieto, noto più per il gossip e la “bella presenza” che per la sua carriera politica, gode del sostegno delle principali catene televisive e dei governatori del PRI, al potere in 20 stati su 32, che spingono la propaganda del “loro” candidato. Nella sua coalizione “Compromesso per il Messico” c’è anche il trasformista Partido Verde, unico al mondo tra i partiti ambientalisti favorevole alla pena di morte. Peña viene da una lunga tradizione familiare in politica che ha il suo bastione nel Estado de México, il più popoloso del paese con 15 milioni di abitanti, in cui fu governatore nel 2005-2011.
Una base per il rilancio del PRI che, dopo un’egemonia di 71 anni come partito “di regime”, nel 2000 perse la presidenza, conquistata da Vicente Fox del PAN.

Nel 2006 il PAN si mantenne al potere e Calderón vinse con uno scarto pari solo allo 0,5% dei voti sull’avversario progressista Obrador.
Le accuse di brogli dell’opposizione e sei mesi di proteste popolari fecero perdere il capitale politico iniziale a Calderón che, per riguadagnare legittimità, lanciò un’offensiva militare contro i narcos in un’inedita escalation di violenza, secondo l’ex Ministro degli Esteri Jorge Castañeda, autore del saggio “Narcos: la guerra fallita”. Vista l’immagine deteriorata di Calderón, la candidata del PAN ha scelto lo slogan “Josefina, differente” per smarcarsi dall’attuale governo, di cui però ha fatto parte, e conquistare il voto femminile, essendo l’unica donna in corsa.

“Il vero cambiamento sta arrivando” è il motto di Obrador, promotore di una “repubblica amorosa”, un po’ vaga nei contenuti, ma utile per far dimenticare la sua immagine di “radicale” creata dalle destre in passato. La sua proposta si basa sui valori di onestà e giustizia contro la delinquenza e la corruzione per limitare i poteri forti e i privilegi di caste e monopoli.
Forte di 6 milioni di sostenitori col suo Movimiento de Regeneración Nacional, Obrador è l’unico che ha presentato una lista di intellettuali autorevoli come futuri ministri in caso di vittoria e s’è detto contrario alla narcoguerra di Calderón. Il suo movimento e lo staff di personalità del mondo della cultura, delle arti e dell’accademia sono i più propositivi e concreti in una campagna che, in generale, si risolve in pochi spot e pochi dibattiti pubblici sull’agenda politica e sociale.

Il finanziamento pubblico, basato sui risultati elettorali mid-term per il parlamento del 2009, favoriscono il PRI. Su un totale di circa un miliardo di euro al PRI spetta il 33%, al PAN il 26%, al PRD il 14% e la parte restante si dividerà tra il Partito Verde (che sostiene il PRI) col 9%, Nueva Alianza (del candidato Manuel Quadri) col 7% e infine il Partido del Trabajo e il Movimiento Ciudadano (a sostegno del PRD e Lopez Obrador).
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Sui temi sociali fondamentali come i matrimoni gay, l’aborto, la legalizzazione delle droghe e la situazione dei migranti centroamericani in Messico nessun candidato ha mostrato prospettive di apertura. In un incontro a porte chiuse tenuto dai tre aspiranti con l’episcopato messicano sono state rvelate le tendenze di ciascuno sui temi caldi: la candidata del PAN rifuta aborto, matrimoni tra persone dello stesso sesso, legalizzazione delle droghe e propone una maggiore libertà religiosa (nel dibattito attuale in Messico questo significa aprire all’insegnamento religioso nelle scuole e alla concessione di canali radio e TV alla Chiesa); Peña Nieto del PRI ha mostrato una leggera apertura sui matrimoni omosessuali e sulla non criminalizzazione dell’aborto a livello penale (non sulla legalizzazione), ma non sul resto; Lopez Obrador se l’è cavata con un escamotage ricorrendo alla formula “deciderà il popolo, consulterò la gente” che per un leader progressista è un po’ poco come presa di posizione. Il PRD, principale sostegno elettorale di Obrador, a Città del Messico, dove governa con la maggioranza assoluta, ha promosso e realizzato le riforme sociali più avanzate in America, legalizzando l’interruzione della gravidanza, offrendo sicurezza sociale a tutti gli abitanti, permettendo i patti di convivenza e i matrimoni gay, espandendo il sussidio di disoccupazione: si tratta, però, di un’isola in un mare conservatore e reazionario.

Il 6 maggio si terrà il primo dibattito tra i candidati. Mentre Peña Nieto e Josefina Vazquez si rifiutano di partecipare a dibattitti extra-ufficiali organizzati dai media per difendere il loro vantaggio, Obrador reputa “conveniente per la gente che se ne facciano molti di più” sperando, in realtà, in una rimonta personale, già in atto negli ultimi sondaggi, o della sua coalizione in toto. Il futuro presidente dovrà costruire accordi con gli altri partiti per poter governare, dato che dal 1997 né il PAN, né il PRI o il PRD hanno avuto la maggioranza assoluta alle camere e non si prevedono sconvolgimenti nei rapporti di forza in parlamento. Da carmilla. Twt @FabrizioLorusso

Santa Muerte – Rap di Mr. Vico

Dedicado a la flaquita, la Santa Muerte, by mexican rappero Mr Señor Vico. Un groove che spacca, ripete, e rispacca. La Sua Pagina in Italiano.

El Giro – Ideas para las elecciones mexicanas

El Giro – La Svolta, alcune idee per le elezioni presidenziali messicane del 1 luglio. Un video elaborato da un gruppo di studenti della UNAM (l’università più grande del mondo) per orientare idee e dibattiti su alcune proposte politiche e sociali verso un nuovo progetto per il Messico che presto andrà al voto. Riporto volentieri l’iniziativa di El Giro. Video in spagnolo. Qui il loro Blog.

Amigos, si les gusta El Giro, ayúdenos por favor dándole “Me Gusta” en Facebook. http://www.facebook.com/elgiromx ¡Muchas gracias! ¡Todos por el Giro!

En la coyuntura de un año tan trascendente del país, varios amigos, preocupados por el estado que guarda la Nación decidimos trascender las horas de discusiones de café por algo que pudiera ser útil no sólo a nosotros, sino a todos aquellos ciudadanos libres que al igual que nosotros ven un México regido por la injustica. Un México violento. Un México desigual. Aprovechando las próximas elecciones del primero de julio y dada la importancia de elegir un camino que aumente las posibilidad de construir el país que merecemos, proponemos el Giro…

No dejen de seguirnos en Twitter:

http://www.twitter.com/ElGiroMx

Bella Ciao, Diaz, Black Block e il grido: assassini…

A pochi giorni dall’uscita di Diaz, film di Daniele Vicari sul G8 di Genova del 2001, e dal 25 aprile, con le note di Bella Ciao nel cuore, ho scoperto che finalmente è possibile, da almeno un paio di settimane, vedere interamente il documentario Bella Ciao G8 Genova prodotto dalla RAI, ma mai trasmesso. Diaz non lo posso vedere dall’estero, ma questo sì, e n’è valsa la pena. Quindi “facciamo memoria”. Il documentario “boicottato” sul G8 di Genova è stato realizzato da Roberto Torelli e Marco Giusti. “Bella Ciao” è un documento unico, dura due ore ed è il solo che racconta nei dettagli, grazie alle immagini filmate dai giornalisti della RAI e di altre televisioni, la repressione durante la manifestazione contro il G8 a Genova nel luglio 2001. Molto bella (la consiglio!) la recensione e comparazione che fa Girolamo de Michele tra Diaz e Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana, due film con l’ambizione di “fare storia” con risultati differenti.

Torniamo al G8 e alla reUn evento che ha trasformato il dibattito, ha stigmatizzato il movimento anti-mondializzazione/globallizzazione riducendolo a una questione di “sicurezza”. Avremmo visto negli anni, fino ad oggi, come l’eccesso securitario, macchiato e sigillato col sangue del Social Forum a Genova, abbia poi diviso il paese, ostaggio sempre più della xenofobia leghista e del populismo berlusconiano.

Senza commenti, solo qualche spiegazione scritta, il film ci mostra la cruda verità, i cortei, gli spezzoni, la repressione, le evoluzioni e i fatti delle giornate più tragiche e sanguinose, il 20 e 21 luglio. Il documentario si apre e si chiude con i fatti della Scuola Diaz. La diffusione è stata “vietata” o boicottata nella televisione italiana, ma nelle ultime due settimane per fortuna un paio di utenti di YouTube l’hanno caricato per intero.

Assassini e bastardi sono le espressioni più ricorrenti nel video, nelle grida della gente. Riecheggia la frase di Amnesty International per definire i fatti di Genova e la mattanza della scuola Diaz e le violenze di Bolzaneto: “La più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo a Seconda guerra mondiale”.

Qui sopra il trailer di BLACK BLOCKdocumentario andato in onda su RaiTre il 15 aprile scorso a tarda notte…(ma perché??…). A questo LINK lo potete vedere integralmente finché resta On Line. E’ un film di Carlo Bachschmidt, Menzione speciale alla 68ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Premio Biografilm Lancia Award. Attraverso Lena e Niels (Amburgo), Chabi (Zaragoza), Mina (Parigi), Dan (Londra), Michael (Nizza) e Muli (Berlino) il film intende restituire una testimonianza di chi ha vissuto in prima persona le violenze del blitz alla scuola Diaz e le torture alla Caserma di Bolzaneto.

Rispetto a Bella Ciao questo è più – come dire – introspettivo, racconta storie di vita per ricostruire, 10 anni dopo, i fatti e la memoria, durissimi da accettare nel 2001, quando la realtà è stata appannata da un trattamento criminale e distorto da parte della maggior parte dei mass media, e ancor di più oggi. Infatti, sappiamo che i funzionari coinvolti (per esempio, a caso, l’ex Capo della Polizia Gianni Di Gennaro oggi “supervisore” dei servizi segreti.), “ligi servitori dello stato”, hanno fatto carriera malgrado le 25 condanne, nonostante le accuse contro i manifestanti siano state archiviate, nonostante le molotov inventate e i risarcimenti corrisposti, in attesa del responso della Cassazione. Certo, anche per loro vige la presunzione di innocenza fino a condanna definitiva, ma che facciano carriera quando alcuni fatti incontrovertibili sono stati provati, al di là dell’ultimo grado di giudizio e delle sentenze future e definitive, resta scandaloso. Infine. Chi erano o non erano i famigerati Black Bloc, scusa e motivo “ufficiale” dell’intervento violento e repressivo (anzi, ormai di ogni intervento) della polizia? Ecco un link.

 

Le Printemps en exil: intervista a Giuseppe Spina

[Presento qui un'intervista con Giuseppe Spina, uno dei co-autori del progetto "Le Printemps en exil" (La Primavera in esilio) che è un documentario multimediale o web-doc basato su narrazioni, storie di vita e lavoro di archivio che ricostruiscono, tra Tunisia, Francia e Italia, le vicende dei tunisini migranti, in esilio dopo le rivolte e la caduta di Ben Ali. L'idea è quella di realizzare un video-documento prodotto dal basso, grazie al contributo delle persone che in Italia e all'estero sono interessate a dargli vita e a diffonderlo on line liberamente. Così lo presentano i suoi promotori: "Sono migliaia – nessuno sa quanti con esattezza – i tunisini che dal gennaio del 2011, dai giorni delle rivolte, hanno provato a raggiungere l'Europa. Poco più di un anno fa alcuni scappavano dal regime, altri dalla rivoluzione e in entrambi i casi “l'esilio” sarebbe stata la condizione ultima; ma l'esilio, in qualche notte di mare nero, si trasforma in clandestinità e la rotta diventa incerta, pericolosa, preda di sfruttatori di ogni tipo... Il lavoro su “Le Printemps en exil” parte da Mineo, dal “centro di accoglienza per richiedenti asilo”, a 45km da Catania, circa un anno fa. Da quel periodo le storie e i luoghi si sono moltiplicati – così come l’apporto di amici fotografi, operatori, giornalisti – attraversando l’Italia, tracciando dei percorsi che arrivano fino a Parigi per poi ritornare in Tunisia". Buona lettura, Fabrizio Lorusso @Carmilla]

Qual è il tuo ruolo nel progetto?

Di solito mi occupo di cinema di ricerca e, in piccolo, anche di produzione e distribuzione. Dell’ultimo progetto di web-documentario, “Le printemps en exil” sono co-autore insieme a Massimiliano Minissale e Marie Blandin, e faccio parte di frameOFF gruppo coinvolto e promotore del progetto insieme a House on Fire, società di produzione francese.

Cos’è Nomadica e come entra in questo progetto? 
Nomadica è il circuito di diffusione e produzione di cui mi occupo da 3 anni a questa parte. Sosteniamo dei film che fanno ricerca nel linguaggio come nello sguardo, ma anche dei “video-documenti” che vanno a colmare i tanti vuoti del classico e sterile sistema d’informazione. Ovviamente anche Nomadica, in qualità di media partner, sta spingendo questa nuova produzione.

Cos’è PDB e cosa si propone in generale?
ProduzioniDalBasso è una piattaforma web dove è possibile proporre dei progetti che la gente può sostenere mediante dei micro-capitali che ne rendono possibile la realizzazione. In pratica un sito web in cui la gente può aiutarci a co-produrre, e invitiamo tutti a farlo! E’ possibile prenotare le proprie quote e così finanziare il nostro ultimo progetto: Info Link! e le quote sono di 10 €, come un paio di spritz. Alcuni componenti di frameOFF hanno già utilizzato questo sistema di finanziamento partecipato, personalmente nel 2007 ho realizzato un “film di viaggio” in Burkina Faso, grazie al supporto di 760 co-produttori (Même père même mère).

Da dove nasce l’idea di Printemps?
L’idea nasce poco più di un anno fa, a pochi chilometri dal CARA (centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Mineo. Conoscemmo un ragazzo tunisino, lo aiutammo a fuggire dall’Italia e poi a Parigi abbiamo avuto modo di diventare amici. Il tutto filmando ovviamente, com’è nostra abitudine. Questa storia, spesso casualmente, ha portato ad altre amicizie, ad altre storie, collegando infine i tre Stati (Tunisia, Francia, Italia) attraverso il nostro sguardo soggettivo e il suo ribaltamento.

Che motivi sociali e/o politici puoi sottolineare?I motivi sono tantissimi. Molti non conoscono quanto è successo e succede nei tre Stati in questione, cosa si cela dietro “il traffico” dei migranti, quanta corruzione da parte dello Stato e delle aziende a cui fa riferimento, o di cosa sta succedendo oggi in Tunisia, ecc. Attraverso il nostro web-documentario e l’archivio con il quale si intreccia cercheremo di ridare questi motivi – anche grazie all’aiuto di giornalisti, fotografi, videasti, e di tutti coloro che vorranno contribuire con materiali di ogni tipo.

Come verrà realizzato? (chi, quando) e come verrà diffuso? 
Nel sito indicato sopra si può già vedere l’impronta iniziale del lavoro, è possibile visionare un teaser di 20minuti, leggere già qualche articolo di ottimi giornalisti come Antonio Mazzeo, che ritengo uno tra i più preparati e combattivi oggi in Italia. La diffusione avviene attraverso il web, siamo alla ricerca di distributori che nel nostro caso potrebbero essere delle testate giornalistiche.

Che opinione ti sei fatto delle “primavere” arabe? E di quella tunisina?
Il concetto di “primavera” è europeo, in Tunisia non esiste, lo abbiamo ripreso anche nel titolo della nostra opera proprio per ridare questa distanza. L’informazione “occidentale” ha incasellato in una stagione dell’anno un movimento che si forma, si muove, e agisce in vari modi, nei vari Stati arabi, da anni ormai. Per molti europei dunque la “primavera” è passata, ma non è così, in Tunisia ma anche in altri Stati, continuano le manifestazioni e le rivolte anche contro i nuovi governi eletti “democraticamente”.

Che ne pensano gli esiliati o i rifugiati? 
Ognuno ti lascia il suo punto di vista, così come ognuno fugge per motivi diversi. Abbiamo incontrato chi scappa perché vicino al governo Ben Ali e chi, al contrario, scappa perché ha partecipato attivamente alle rivolte. A questa domanda dunque non posso risponderti con esattezza, forse andando avanti con il lavoro riuscirò a farmi un’idea, anche se non credo che questo accadrà.

Qual è la loro meta concreta oggi? 
La meta per molti è Parigi, perché convinti che lì troveranno lavoro, o perché hanno dei parenti che in qualche modo possono aiutarli, ospitarli. Molti si perdono, dormono in luoghi di fortuna, la maggior parte sta molto male. In Italia invece, un anno fa, nessuno o quasi aveva intenzione di fermarsi, volevano tutti andare in Francia, ho saputo di tanti italiani che hanno aiutato i migranti a fuggire.

Qual è la loro speranza per il futuro? 
Avere dei documenti, essere in regola è l’obiettivo. Avere un lavoro naturalmente. Molti però non vogliono restare in Francia, ma tornare in Tunisia, nella propria terra. Ed è anche per questo che dopo Parigi (al momento l’ultima parte del teaser che proponiamo nel sito) vogliamo raggiungere la Tunisia. Per incontrare quelli che sono tornati, o per conoscere i parenti e gli amici di coloro che sono scappati.

Cosa deve fare chi vuole sostenere l’iniziativa e come può collaborare (più o meno direttamente)?
Ripeto il link, qui si potrà trovare la descrizione dell’opera e prenotare le proprie quote. Ci tengo a sottolineare che quest’opera, che la gente può aiutarci a produrre, sarà aperta a tutti, gratuitamente, potenzialmente visionabile da milioni di persone. Quindi i co-produttori non riceveranno un DVD, non “acquisteranno” nessun oggetto materiale, ma andranno a sostenere un’opera che si dà liberamente. Inoltre l’archivio permetterà di moltiplicare i punti di vista (che non saranno “solo” quelli degli autori del progetto), sarà un lavoro partecipato, collettivo, che andrà ad approfondire tante questioni, ma anche un’opera poetica, soggettiva e di ricerca.

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