Archivio delle Categorie: America Latina

La Pecora e il Basilico

Oggi il racconto edificante. Una pecora bianca come la neve (prima che tocchi terra, sporcizia e asfalto) voleva assumere delle tinte verdognole per essere assunta a tempo indeterminato da Benettone, che cercava alcune pecorone dalla lana verde naturale. Sarebbe stata tosata poi dai peones argentini al soldo del gran padrone delle pecorine quanto prima. Allora provò a fare come Alice nel paese dei Meravigliosi, anzi come i servitori umili della pessima Regina dei cuori spezzati che dipingevano le rose che fiorivano di un colore e sfiorivano in un altro. Come le viole di Rino Gaetano, per intenderci, che mostravano un’Italia in crescita che contemporaneamente sfioriva, preda della guerra e del terrore e dell’autorità, ma stupenda e colorata in primavera, come le donne, le città, la vita.

Pausa breve.

Alla fine la pecora pensò, per quanto potesse farlo veramente, chiusa com’era dall’ignoranza della sorte sua di bestia al servizio dell’umanità furba. E pensò che se avesse mangiato qualcosa di verde, forse anche lei sarebbe diventata verde. “Per questo il gallo è giallino con la cresta rossa, perché ingoia il mangime color ocra e ogni tanto ci butta dentro decine di semini di peperoncino rosso, il calabrese di solito, oppure il messicano, altresì noto come chile de árbol che spacca”, lesse la pecora bianca tra le righe dei suoi pensieri sfumati animaleschi.

Se il suo esperimento malato fosse riuscito, sarebbe stata la prima a raggiungere questo eccelso risultato da guinness dei primati. Il proprietario latifondista di mezza pampa, signore Benettone, l’aveva sparata grossa aprendo un concorso così esclusivo, per soli ovini verdi, ma ormai il dado era tratto. La pecorella imbelle quindi decise di fare qualcosa, sempre che di vera e propria decisione possiamo parlare riferendoci a un essere istintuale e poco candido, soprattutto se visto e odorato da vicino e non solo sull’Animal Planet (quando cose non s’inventano su quel canale lì?).

Spazio breve.

E decise di mangiarsi un intero rametto di basilico santo che spuntava foglia dopo foglia, venatura dopo venatura, dal bicchiere mezzo pieno (o mezzo vuoto) che stava poggiato sul bancone di una pizzeria italiana del Porto Nascosto, la “Mediterraneo”. Puerto Escondido, il Messico e la costa pacifica ringraziano la pecorella per aver loro donato notorietà e presenza internettiana (o internettista?) per un giorno o due, comunicano che la ovina divenne anfibia per aver bevuto l’acqua del basilico e vi lasciano da sbaffare le loro fotografie anche se, forse, poco inerenti. La morale del racconto è dentro di noi, ciascuno di noi. Chi la vuole comunicare può farlo, senza remore.

Honduras senza diritti

Honduras: un documentario e un’intervista. Il video è stato girato nella penisola di Zacate Grande, dove si trova anche l’accampamento di osservazione dei diritti umani sostenuto dal COFADEH, il Comitato dei Familiari dei Desaparecidos in Honduras. Si tratta di un documento di grande valore (sottotitolato in italiano) perché è una testimonianza diretta delle problematiche vissute dalla stragrande maggioranza della popolazione rurale di questo paese nell’era post-golpe, cioè sotto la presidenza di Porfirio Lobo, succeduto a Manuel Zelaya dopo che questo fu cacciato manu militari dal paese nel giugno 2009 (cronologia golpe). E’ un’autoproduzione che hanno girato Raffaella Mantegazza e Yukai Ebisuno in collaborazione con il Collettivo Italia Centro America CICA. L’idea era quella di raccontare attraverso la microstoria di Franklin e Pedro, leader di ADEPZA, l’organizzazione campesina Asociación por el Desarrollo de Península de Zacate (Associazione per lo sviluppo della penisola di Zacate), le ingiustizie che si stanno vivendo in Honduras dopo il colpo di stato del 2009. Per spiegare meglio l’emarginazione, gli abusi, il fenomeno dei paramilitari (o “polizie private”) e la povertà pubblico un’intervista a Raffaela che ha potuto toccare con mano la situazione e raccontarcela in modo diretto. Ringrazio Raffaella e Yukai per l’intervista, per le splendide foto allegate e i chiarimenti che vedrete e leggerete subito sotto il video.

L’Honduras è attualmente il paese più violento del mondo, con un tasso di omicidi che supera le 80 unità per ogni 100.000 abitanti: per capirci, il famigerato Messico della guerra al narcotraffico mantiene comunque un tasso “ragionevole”, anche se drammaticamente in crescita da 5 anni, di 18 omicidi ogni 100.000 abitanti e solo alcuni stati del Nord come Chihuahua o Sinaloa superano la soglia dei 50. Il paese centroamericano ha vissuto una grave retrocessione democratica dopo il golpe, un aumento delle denunce per sparizioni forzate e violazioni gravi ai diritti umani mentre in economia fa affidamento sugli investimenti stranieri, anche in agricoltura o nell’energia, e sul fantomatico ideale delle città-modello o charter city, dei piccoli paradisi tipo Singapore isolati dal resto paese, delle isole finte di “primo mondo” che secondo il presidente trascineranno il resto dell’economia.

Quando e quanto tempo sei stata in Honduras?
Parlo al plurale perché sono stata in Honduras con il mio compagno Yukai con cui vivo e lavoro: siamo stati quasi 4 mesi, da fine settembre 2011 ai primi di gennaio 2012, nella penisola di Zacate Grande nel Golfo pacifico di Fonseca tra Salvador e Nicaragua, abitata da campesinos e pescatori, e poi nella regione di Intibucá, abitata principalmente da indigeni Lenca, come osservatori dei diritti umani e come foto-documentaristi, in collaborazione con il CICA (Collettivo Italia Centro America). Viviamo tra il Messico (dove vive metà della mia famiglia) e l’Italia, dove abitiamo in un ecovillaggio tra Torino e Milano, tra le risaie del novarese e ci dedichiamo, oltre alla nostra ricerca personale attraverso il mezzo audiovisivo, all’agricoltura biologica e all’organizzazione di eventi per proporre un stile di vita verso la decrescita. Attraverso il racconto di microstorie cerchiamo di indagare la realtà e allo stesso tempo proporre una riflessione critica del modello culturale dominante: per noi l’etica e l’estetica sono strettamente interconnesse e crediamo che l’atto creativo sia una forma di agire politico oltre che una ricerca espressiva.
HondurasMapa.jpg
In termini generali, com’è la situazione (politica, sociale, economica, dei diritti) nella regione di Zacate? E nel resto del paese?
La situazione del paese è di instabilità e violenza a causa della repressione silenziosa ed invisibilizzata che l’oligarchia nazionale e le corporazioni multinazionali (con l’appoggio del nuovo governo) stanno portando avanti. Economicamente il governo sta intessendo rapporti di vendita di terre per le monocolture di palma africana o per l’installazione di impianti eolici o idroelettrici per le energie rinnovabili su larga scala. In particolare a Zacate Grande la pesca artigianale tradizionale è stata distrutta da pochi anni di pesca intensiva ed è stata sostituita dall’industria dei gamberi diventando l’unica possibilità di lavoro redditizio. I campesinos e pescatori zacategni vivono da almeno tre generazioni nella penisola, ma nonostante la legge nazionale tuteli la popolazione locale, sostenendo che il diritto di proprietà della terra è chi vive da più di dieci anni in modo pacifico sullo stesso territorio, i titoli di quasi tutta la penisola sono stati venduti all’imprenditore Miguel Facussè (chi è costui?).

Com’è visto Porfirio Lobo dai contadini e pescatori della regione?
Il nuovo presidente è visto come un golpista e una pedina degli Stati Uniti, mentre Mel Zelaya ha perso molta credibilità da quando è ritornato nel paese, perché ha contribuito, con la stretta di mano all’attuale presidente avvenuta durante l’incontro di Cartagena, alla diffusione nell’opinione pubblica internazionale, dell’idea che in Honduras la situazione si sia normalizzata e che le violazioni dei diritti umani siano ormai finite.

ebisuno_mantegazza_honduras3.jpg

Ci sono paramilitari? Operano anche forze governative “ufficiali”?
La zona dell’Aguán è ormai completamente militarizzata, mentre ci sono paramilitari che provengono dalla Colombia, secondo alcuni difensori dei diritti umani della capitale. A Zacate Grande ci sono i sicari di Miguel Facussè, oltre alle forze ufficiali come polizia (molti dei quali sono corrotti) ed esercito, il quale ha da poco assunto poteri speciali di azione equiparandosi di fatto alla polizia.

ebisuno_mantegazza_honduras2.jpg

Che azioni portano avanti rispetto alla popolazione e ai militanti politici?
Diciamo che la strategia adottata è quella del “divide et impera” fra i membri della stessa comunità, oltre a un diffuso stato di paura (minacce, sfollamenti, aggressioni). Una buona parte delle terre in cui vive la popolazione di Zacate Grande è di proprietà ufficiale di Miguel Facussè Barjum, per questo vengono costantemente minacciati soprattutto i militanti politici e i leader comunitari. Attualmente il fronte più violento è nell’Aguan, dove le comunità di campesinos stanno subendo una repressione armata.

Come reagisce la gente? Che altre strade ci sono?
La gente è indignata, ma ha capito che unendosi può contribuire a un cambiamento ed è il COPINH (Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras) il motore della rifondazione dal basso di un nuovo Honduras: attraverso corsi di formazione, sostegno alle comunità, diffusione delle notizie tramite le radio comunitarie e con l’accompagnamento della solidarietà internazionale, sta portando all’attenzione mondiale, in collaborazione con il COFADEH, le violazioni dei diritti umani che stanno avvenendo in Honduras. Di Fabrizio Lorusso

ebisuno_mantegazza_honduras4.jpg

Messico: campagna elettorale e violenza

AMLO.jpg[Questo articolo è stato pubblicato in versione striminzita sul quotidiano L'Unità del 30 aprile 2012] Sabato scorso la giornalista messicana Regina Martínez è stata trovata morta per strangolamento nella sua casa di Xalapa, nello stato di Veracruz. Regina era corrispondente del settimanale Proceso in una delle regioni più calde del paese in cui nell’ultimo anno la violenza s’è impennata per la guerra tra i narcos del Golfo, gli Zetas e l’esercito. Ben 67 giornalisti sono stati uccisi durante il governo dell’attuale presidente Felipe Calderón, in carica dal 2006, e dal 2000 i reporter assassinati sono stati più di 80, rendendo il Messico il paese più pericoloso per l’esercizio della professione dopo l’Iraq. Domenica numerosi giornalisti e cittadini indignati hanno stabilito un presidio a Città del Messico sotto la sede del governo di Veracruz perché questo delitto non resti impune, come invece capita per il 98% dei crimini denunciati alle autorità. Con questo clima nel frattempo, in vista delle presidenziali del primo luglio, il Messico entra nel vivo della campagna elettorale: i muri e le strade si riempiono di simboli e facce sorridenti, i candidati girano il paese con tante promesse ma ancora poche proposte.

L’Istituto Elettorale reputa che l’influenza della criminalità e le pratiche di cooptazione del voto siano le prove più difficili da superare nei prossimi mesi. “Il clima d’insicurezza e i vuoti legali sono i due ostacoli principali”, sottolinea il direttore Leonardo Valdés. Il 14% dei seggi merita “attenzione speciale” e il 6% è a rischio: si tratta di 4000 sezioni, ma nel 2009 per le elezioni intermedie erano solo 1635. L’incremento è avvenuto soprattutto a Monterrey, Acapulco, Ciudad Juárez e in generale nel Nord in coincidenza con l’incremento del tasso di omicidi che praticamente è raddoppiato ogni due anni in quelle zone durante il governo del PAN.

“Ogni gruppo criminale cerca di essere il meno penalizzato una volta che i candidati vincono, è la dinamica recente data la loro frammentazione, ma la minaccia continua”, commenta l’esperto in narcotraffico Eduardo Guerrero.
Il rischio d’infiltrazione dei narcos nelle elezioni è stato segnalato dallo stesso presidente in più occasioni e, precisa Guerrero, “il pericolo cresce notevolmente per i candidati sindaci e ai governi locali”.

Tra due mesi 80 milioni di messicani, su un totale di 113, dovranno scegliere il successore di Calderón, del partito conservatore Acción Nacional (PAN). In gioco ci sono anche 500 seggi alla camera e 128 al senato, l’elezione dei governatori in sei stati e del sindaco a Città del Messico.

Il favorito nei sondaggi è Enrique Peña Nieto del Partido Revolucionario Institucional (PRI) con consensi intorno al 46%. Il voto degli indecisi e la probabile riduzione della forbice durante la campagna lasciano ancora margini ai rivali. L’ex ministra del welfare (con il governo di Vicente Fox) e dell’istruzione (con Calderón) Josefina Vázquez Mota, prima donna del PAN che punta alla presidenza, sfiora il 30% delle preferenze, mentre Andrés Manuel López Obrador del Movimiento Progresista, coalizione delle sinistre col Partido de la Revolución Democrática (PRD), è staccato di 7 punti. Ma alcuni sondaggi del mese di aprile prevedono addirittura un pareggio tra i due e una netta discesa del candidato favorito. Infine Gabriel Quadri è dato all’1% con Nueva Alianza, un partito d’ispirazione liberale che, però, è il braccio politico dell’ala conservatrice e corporativa del sindacato nazionale dei professori dominato da una delle figure più discusse e autoritarie della politica messicana, un vero pezzo d’epoca del vecchio regime a partito unico, cioè del PRI, del secolo scorso: la presidentessa a vita del SNTE (Sindicato Nacional Trabajadores de la Educación) Elba Esther Gordillo, alias “la maestra”.
PRI.JPG
Peña Nieto, noto più per il gossip e la “bella presenza” che per la sua carriera politica, gode del sostegno delle principali catene televisive e dei governatori del PRI, al potere in 20 stati su 32, che spingono la propaganda del “loro” candidato. Nella sua coalizione “Compromesso per il Messico” c’è anche il trasformista Partido Verde, unico al mondo tra i partiti ambientalisti favorevole alla pena di morte. Peña viene da una lunga tradizione familiare in politica che ha il suo bastione nel Estado de México, il più popoloso del paese con 15 milioni di abitanti, in cui fu governatore nel 2005-2011.
Una base per il rilancio del PRI che, dopo un’egemonia di 71 anni come partito “di regime”, nel 2000 perse la presidenza, conquistata da Vicente Fox del PAN.

Nel 2006 il PAN si mantenne al potere e Calderón vinse con uno scarto pari solo allo 0,5% dei voti sull’avversario progressista Obrador.
Le accuse di brogli dell’opposizione e sei mesi di proteste popolari fecero perdere il capitale politico iniziale a Calderón che, per riguadagnare legittimità, lanciò un’offensiva militare contro i narcos in un’inedita escalation di violenza, secondo l’ex Ministro degli Esteri Jorge Castañeda, autore del saggio “Narcos: la guerra fallita”. Vista l’immagine deteriorata di Calderón, la candidata del PAN ha scelto lo slogan “Josefina, differente” per smarcarsi dall’attuale governo, di cui però ha fatto parte, e conquistare il voto femminile, essendo l’unica donna in corsa.

“Il vero cambiamento sta arrivando” è il motto di Obrador, promotore di una “repubblica amorosa”, un po’ vaga nei contenuti, ma utile per far dimenticare la sua immagine di “radicale” creata dalle destre in passato. La sua proposta si basa sui valori di onestà e giustizia contro la delinquenza e la corruzione per limitare i poteri forti e i privilegi di caste e monopoli.
Forte di 6 milioni di sostenitori col suo Movimiento de Regeneración Nacional, Obrador è l’unico che ha presentato una lista di intellettuali autorevoli come futuri ministri in caso di vittoria e s’è detto contrario alla narcoguerra di Calderón. Il suo movimento e lo staff di personalità del mondo della cultura, delle arti e dell’accademia sono i più propositivi e concreti in una campagna che, in generale, si risolve in pochi spot e pochi dibattiti pubblici sull’agenda politica e sociale.

Il finanziamento pubblico, basato sui risultati elettorali mid-term per il parlamento del 2009, favoriscono il PRI. Su un totale di circa un miliardo di euro al PRI spetta il 33%, al PAN il 26%, al PRD il 14% e la parte restante si dividerà tra il Partito Verde (che sostiene il PRI) col 9%, Nueva Alianza (del candidato Manuel Quadri) col 7% e infine il Partido del Trabajo e il Movimiento Ciudadano (a sostegno del PRD e Lopez Obrador).
PAN.JPG
Sui temi sociali fondamentali come i matrimoni gay, l’aborto, la legalizzazione delle droghe e la situazione dei migranti centroamericani in Messico nessun candidato ha mostrato prospettive di apertura. In un incontro a porte chiuse tenuto dai tre aspiranti con l’episcopato messicano sono state rvelate le tendenze di ciascuno sui temi caldi: la candidata del PAN rifuta aborto, matrimoni tra persone dello stesso sesso, legalizzazione delle droghe e propone una maggiore libertà religiosa (nel dibattito attuale in Messico questo significa aprire all’insegnamento religioso nelle scuole e alla concessione di canali radio e TV alla Chiesa); Peña Nieto del PRI ha mostrato una leggera apertura sui matrimoni omosessuali e sulla non criminalizzazione dell’aborto a livello penale (non sulla legalizzazione), ma non sul resto; Lopez Obrador se l’è cavata con un escamotage ricorrendo alla formula “deciderà il popolo, consulterò la gente” che per un leader progressista è un po’ poco come presa di posizione. Il PRD, principale sostegno elettorale di Obrador, a Città del Messico, dove governa con la maggioranza assoluta, ha promosso e realizzato le riforme sociali più avanzate in America, legalizzando l’interruzione della gravidanza, offrendo sicurezza sociale a tutti gli abitanti, permettendo i patti di convivenza e i matrimoni gay, espandendo il sussidio di disoccupazione: si tratta, però, di un’isola in un mare conservatore e reazionario.

Il 6 maggio si terrà il primo dibattito tra i candidati. Mentre Peña Nieto e Josefina Vazquez si rifiutano di partecipare a dibattitti extra-ufficiali organizzati dai media per difendere il loro vantaggio, Obrador reputa “conveniente per la gente che se ne facciano molti di più” sperando, in realtà, in una rimonta personale, già in atto negli ultimi sondaggi, o della sua coalizione in toto. Il futuro presidente dovrà costruire accordi con gli altri partiti per poter governare, dato che dal 1997 né il PAN, né il PRI o il PRD hanno avuto la maggioranza assoluta alle camere e non si prevedono sconvolgimenti nei rapporti di forza in parlamento. Da carmilla. Twt @FabrizioLorusso

Santa Muerte – Rap di Mr. Vico

Dedicado a la flaquita, la Santa Muerte, by mexican rappero Mr Señor Vico. Un groove che spacca, ripete, e rispacca. La Sua Pagina in Italiano.

El Giro – Ideas para las elecciones mexicanas

El Giro – La Svolta, alcune idee per le elezioni presidenziali messicane del 1 luglio. Un video elaborato da un gruppo di studenti della UNAM (l’università più grande del mondo) per orientare idee e dibattiti su alcune proposte politiche e sociali verso un nuovo progetto per il Messico che presto andrà al voto. Riporto volentieri l’iniziativa di El Giro. Video in spagnolo. Qui il loro Blog.

Amigos, si les gusta El Giro, ayúdenos por favor dándole “Me Gusta” en Facebook. http://www.facebook.com/elgiromx ¡Muchas gracias! ¡Todos por el Giro!

En la coyuntura de un año tan trascendente del país, varios amigos, preocupados por el estado que guarda la Nación decidimos trascender las horas de discusiones de café por algo que pudiera ser útil no sólo a nosotros, sino a todos aquellos ciudadanos libres que al igual que nosotros ven un México regido por la injustica. Un México violento. Un México desigual. Aprovechando las próximas elecciones del primero de julio y dada la importancia de elegir un camino que aumente las posibilidad de construir el país que merecemos, proponemos el Giro…

No dejen de seguirnos en Twitter:

http://www.twitter.com/ElGiroMx

Luciano Valentinotti, partigiano italiano in Messico

PugnoChiuso.jpgTratto da CarmillaOnLine. Sabato 21 aprile presso la casa della cultura Reyes Heroles di Coyoacan, forse il più bel quartiere coloniale di Città del Messico, è stata festeggiata la liberazione dell’Italia dal nazifascismo con un po’ d’anticipo rispetto alla data ufficiale del 25 aprile ed è stata scoperta una copia della statua (la cui bozza potete vedere qui a fianco, la sua foto in fondo): un pugno chiuso con la rosa in mano, tanto voluta e disegnata dal pittore Luciano Valentinotti, partigiano italiano e messicano d’adozione che vive in terra azteca dal 1966 ed è diventato un punto di riferimento per la cultura italo-messicana. L’evento “90 anni di antifascismo italiano” è stato organizzato dal Comites (Comitato Italiani in Messico, organo di base della rappresentanza italiana all’estero) di cui Luciano fa parte dal 2004. L’intenzione era “fare memoria intorno al Fascismo. Alla Resistenza come valore perpetuo”, ma l’appuntamento è stato snobbato dalle istituzioni italiane all’estero, Ambasciata e Istituto Italiano di Cultura. Anzi, stranamente nemmeno la sede fisica dell’Istituto, che è l’ufficio culturale dell’Ambasciata in una sede distaccata a 200 metri dalla casa della cultura Reyes Heroles, è stata resa disponibile per celebrare questa festa nazionale. Invece i messicani sono stati felici d’ospitare una riflessione e un incontro molto importanti. La stessa statua verrà collocata nei prossimi mesi in uno spazio pubblico (che probabilmente si chiamerà Piazza Bella Ciao) della zona Coyoacan concesso dal comune: il Messico accetta di diffondere i valori della resistenza italiana, ma le istituzioni italiane negano lo spazio o non danno risposte. Ecco la storia di questa scultura, realizzata dall’italo-messicano Pedro Ramírez Ponzanelli, e di Luciano Valentinotti, un partigiano italiano in Messico che mi ha raccontato tutto in un’intervista che riporto. Già tre anni fa ne aveva scritto il compagno e amico Matteo Dean sul settimanale Jornada Semanal (qui link) raccontando l’epopea che portò Luciano, quattordicenne, a rifugiarsi nei boschi e a combattere a soli 14 anni, dal ’43 al ’45. Ma la lotta non finì con la guerra. I fascismi e i cancri della società li avrebbe combattutti anche a Milano, in Italia, in Messico e ovunque si fosse trovato. Oggi lo fa anche da pittore, sempre lo ha fatto da militante.

Statue, resistenze e incomprensioni

Qual è la storia della statua col pugno chiuso?
La scultura è nata così. Andavamo da vari anni, il 25 aprile, a portare una corona di fiori di rose rosse all’Angel de la Independencia e venivano quattro gatti, quando eravamo molti, eravamo in dieci. Per noi intendo dire, noi italiani in Messico, all’estero. Una volta venne il precedente ambasciatore, Felice Scauso, ma poi questo, Spinelli, no. Allora un giorno mi sono stancato e mi sono incazzato perché l’ultima volta che siamo andati abbiamo fatto un piccolo spuntino, un ricevimento all’Istituto Italiano di Cultura, dopo la commemorazione. ed era pieno così di gente. Allora ho preso il microfono e ho detto: “è una vergogna che veniate qui a sbaffare gratis e non partecipate alla commemorazione del 25 aprile e venite solo a riempirvi la pancia”.

Quando è successo?
Due anni fa (2010), dopo non s’è potuto più fare. Ho parlato quindi con Paolo Pagliai (presidente del Comites) e ho detto: “perché non facciamo qualcosa, mettiamo una lapide, facciamo una scultura!”. Ho interpellato uno scultore italo-messicano, Pedro Ramírez Ponzanelli che ci ha detto che l’avrebbe fatta lui e poi regalata. Quest’anno ha fatto la scultura, ma la deve rifare perché il monumento verrà più grande. E’ tutta in bronzo, alta un metro e dieci più il piedistallo.

Cosa rappresenta?
Lui aveva presentato dei bozzetti, ma gli ho detto che non andavano bene. Doveva essere un pugno o un braccio, qualcosa che viene fuori dalla terra, prendendo spunto dalla canzone Bella Ciao. Gli ho fatto il disegno in caffetteria, all’Istituto e ha incominciato a lavorarci sopra. Ho avvisato l’Ambasciatore e l’Istituto per provare a farla mettere lì. Allora il Dott. Vinciguerra, che era il reggente in quel momento, ha detto che bisognava chiedere il permesso a Roma. Pare che all’ambasciatore piacesse anche la scultura. Abbiamo aspettato, ma il permesso o la risposta non è mai arrivata, non so se abbia inviato la richiesta del permesso o no, ma alla fine non è mai arrivata l’autorizzazione.

Cosa è successo dopo?
Ho semplicemente rinunciato a lavorare al progetto con l’Italia e ho chiesto al Messico, a degli amici del PRD, amici del presidente del consiglio della zona Coyoacan, se era possibile. Hanno detto di sì e siamo andati a vedere alcuni posti da scegliere in questa zona storica. Il presidente, Raúl Flores García, vuole collocarla in vista in un incrocio di tre vie, praticamente in una parte molto frequentata.

E’ stato il Comites a presentare la richiesta?
Sì, il Comites, come organo rappresentante degli italiani in Messico ha fatto la richiesta, mentre a livello di Ambasciata abbiamo aspettato quasi un anno e né da loro né dal MAE abbiamo avuto risposte. Grazie a queste persone che conosciamo al comune, qui a Città del Messico, invece, siamo stati ascoltati e ora siamo in attesa del permesso definitivo. Qui governa il PRD (Partido Revolucion Democratica, più o meno sinistra) ma nella zona Coyoacan sono del PAN (Partido Accion Nazional, abbastanza destra!), ad ogni modo la proposta è piaciuta.

Come sarà la scultura?
In bronzo, un metro e dieci più il piedistallo, includendo anche la roccia da cui esce il pugno e il fiore in mano, sempre di bronzo. Pesa 250 chili e il colore verrà un po’…rossiccio. Sarà messa in Avenida Mexico-Coyoacan, angolo Lerdo de Tejada, vicino al parco dei Viveros. Ci sono due stradine oblique che s’immettono sulla strada principale in cui ci sono tanti incidenti, tra l’altro. Servirà anche come spartitraffico in qualche modo per la sua visibilità La piazzetta con la statua si dovrebbe chiamare “Bella Ciao”, secondo la nostra proposta che è in fase di analisi.

Ci sarà una targa?
Sì, l’iscrizione sarà probabilmente in italiano e in spagnolo e dedicata ai martiri della libertà per il 25 aprile. Poi magari ne mettiamo una laterale spiegando un po’ il contesto della guerra e la liberazione.

LucianoValentinotti.jpg

Cosa manca per poterla collocare?
C’è già il disegno e il progetto per la costruzione della piazzetta, si stanno ora sentendo gli abitanti della zona e poi, siccome è un anno elettorale, resta in attesa probabilmente finché non si ristabiliscono gli equilibri dopo il voto. Sarà una scultura che si vede a 360 gradi. Gli italiani, Ambasciata, Istituto e Ministero, credo non abbiano accettato perché il braccio che viene fuori dalla statua è quello sinistro. Parlando con l’ambasciatore, scherzando, una volta gli dissi se mettevamo anche uno stereo con la musica dietro alla statua con canzoni partigiane e ha fatto una faccia! Questa statua è il mio ultimo desiderio, dopo me ne posso anche andare, sarebbe una grande soddisfazione.

Offire memoria

Che significa per te il 25 aprile?
Non perdere la memoria. La gente, tutti, devono ricordare cosa è successo dal 1922 al 25 aprile del 1945 in Italia, dobbiamo ricordare. Mio padre nel 1922 è dovuto andar via dall’Italia, in quanto membro e fondatore del Partito Comunista. Tanti sono fuggiti, chi in Francia, chi in Spagna, per continuare e coltivare l’idea. Mio padre andò in Iugoslavia. E’ andato da un suo compaesano che andava in giro per il paese a comprare erbe medicinali. Aveva un magazzino e in fondo al magazzino delle erbe hanno fatto una stanzetta dove si nascondeva mio padre.

Da dove veniva tuo papà?
Da Levico, Trento. E’ andato poi oltre il confine, a quattro ore di strada in dentro. In quell’epoca nemmeno lo conobbi. E’ rimasto là mantenendo i contatti con altre persone là e in Italia. L’ho conosciuto dopo il 1945. Io sono nato nel 1929 e mio padre vedeva mia madre solo alcune volte. C’erano sempre due guardie della polizia segreta fascista, l’OVRA, davanti al portone e lui di notte, di nascosto, doveva entrare da un’altra casa, passare sul tetto e scendere dalla finestra per saltare in casa. Era un militante e quindi doveva andare e venire senza farsi vedere troppo. Mia madre ha avuto la forza di non parlare mai di mio padre e quando le chiedevo qualcosa non mi raccontava molto. Non sapevo niente, se ero figlio di un fabbro, di un falegname, un marinaio o non so. Tutto perché aveva paura mia madre, paura che quelli lì sotto mi fermassero e mi facessero delle domande trabocchetto. L’avrò visto due o tre volte ma non sapevo che era mio padre, me lo immaginavo forse. La prima volta che l’ho visto è stato quando è morto mio fratello Nereo, lui aveva 7 anni e io 4.

Cosa è successo?
Mi ricordo che è morto per non curanza, poca serietà in questo caso da parte delle suore che lo hanno operato di appendicite facendogli l’anestesia con l’etere, la narcosi. L’ho fatta anch’io con quel sistema. Era pomeriggio tardi, loro erano andate a pregare e l’hanno lasciato lì. Lui s’è alzato, ha mangiato del pane, ha bevuto dell’acqua che ha trovato lì, gli è venuta una peritonite fulminante ed è morto. Sul catafalco vidi mio padre che dava un bacio a mio fratello. Mi ricordo ancora adesso il becchino che mi disse: “Bambino, i morti non si baciano”. E io: “Questo è mio fratello”, e gli ho dato un bacio comunque. E scendendo dal baldacchino, girando la testa, ho visto un signore che doveva essere mio padre con gli occhiali scuri e mia madre mi strattonava dicendo di non girarmi. Era un richiamo del sangue. Mi sono rigirato, l’ho visto piangere e poi è sparito.

Che successe quando inziò la guerra?
Nel 1939 ci hanno cacciati via da Fiume, era una zona già bellica. Io sono nato a Fiume, città di confine che dopo il 1945 non è stata più italiana, il confine è andato a Trieste. Quindi siamo andati qualche mese in Trentino, a Levico, e siamo tronati a Fiume, facendo un po’ la spola. E lì era dura: bombardamenti, fucili, sparatorie, tessere annonarie dove se tu come cittadino italiano “normale” prendevi 100 grammi di pane al giorno, noi ne prendevamo solo 25 o 30, per dire, un panino.

Come mai?
Per questioni politiche. Se tu prendevi un chilo di zucchero al mese e noi 200 grammi era perché eravamo controllati, come castigo.
Ma voi “ufficialmente” non facevate più niente?
Beh, ma eravamo sempre figli o parenti di un ricercato politico che, non so, magari aveva anche una taglia, non credo ma comunque.

E durante la guerra?
E così fino al 1943, mi ricordo bene. Io e mia mamma andavamo con due valigie di cartone casa per casa dai conoscenti a chiedere pantaloni, camicie, scarpe usate, eccetera per darle ai militari che tornavano indietro dalla Iugoslavia. Venivano in casa nostra, sembrava una caserma, e noi avevamo delle taniche e bruciavamo col petrolio le divise, così se ne andavano così con abiti civili. Nel 1943, in settembre, arrivò un gruppo fortissimo delle SS. Allora un giorno mentre eravamo in centro, in via Vittorio Emanuele, con le due valigie ci fermano i tedeschi. Hanno colpito mia mamma rompendole un braccio, una spalla. Dopodiché mi sono venuti a prendere verso la fine di settembre, mi hanno rinchiuso in una scuola.

I tedeschi o gli italiani?
Erano i tedeschi, ma c’erano anche italiani, c’erano le camicie nere. Quello che ere pericoloso per i soldati italiani non erano i partigiani iugoslavi che magari arrivavano, incalzavano, ma erano le camicie nere che sparavano sui militari italiani, li uccidevano perché scappavano. Capisci?

E il collegio in cui ti hanno portato?
Mi hanno rinchiuso e mia madre venne a sapere dov’ero, quindi veniva sotto la finestra a camminare e un po’ la vedevo e ci cantavamo una canzone. Quella che faceva “mamma ti voglio bene…”. Lei mi rispondeva e parlavamo, cantando. Fino a che poi mi hanno portato via, nell’Istria, molto dentro a costruire trincee e bunker.

Lassù in montagna

Ma avevi solo 13 anni?
Ne avevo 14, ma comunque la Gestapo mi ha portato via. Al mattino ci dovevamo alzare alle 5, andare, lavorare, si mangiava solo alla sera, faceva un freddo della madonna lì, dentro nel Carso. Finché poi alla fine del mese di dicembre, quasi, arriva un attacco aereo, bombardavano e mitragliavano la zona in cui stavamo costruendo. Erano gli inglesi, gli alleati, e quindi ho colto l’attimo e sono scappato. Sono andato giù in mezzo ai boschi, con degli abeti altissimi, dei bei boschi. Dopo due giorni che girovagavo, mi sono imbattuto in un gruppo di partigiani.

Opera2.jpg

Erano italiani?
Erano italiani e iugoslavi. Siccome già conoscevano mio padre, che probabilmente era in contatto o stava in altri gruppi, mi hanno tenuto due o tre giorni isolato, hanno preso informazioni, ma poi mi hanno liberato, mi hanno inserito nel gruppo e mi hanno dato un fucile. Mi ricordo che è stato quello che mi ha cambiato il modo di vivere, non perché io abbia sparato. Il primo sparo che ho fatto mi sono cagato e pisciato addosso. Quando è finita una piccola battaglia che avevamo avuto, ho detto: “basta, ragazzi, io qui…”. Invece loro non hanno fatto una piega, mi hanno aiutato, per dire, c’erano anche delle ragazze partigiane, mi hanno ripulito e dato dei vestiti, cioè questi gesti altruisti, senza chiedere nulla, pur nella comicità che poteva esserci nella situazione, però si capiva che invece era una cosa serissima. E lì ho cominciato a capire che cos’è la uguaglianza, la fratellanza e l’amicizia. E la protezione di uno con l’altro. Cacchio ragazzi! Questa era una cosa per me che è stata fondamentale, e ancora oggi me lo ricordo e continuo essere così.

Siete tornati in territorio italiano?
Siamo andati avanti così per molto tempo finché siamo arrivati al 1945. Andavamo in giro, dentro, in Slovenia o in Erzegovina. Camminavamo sempre, non stavamo fermi, eravamo sempre non più di quindici e abitavamo nei boschi. Si facevano dei turni, quattro persone erano di guardia, in corrispondenza dei punti cardinali. Ognuno stava due ore perché col freddo non si poteva star di più, poi ci davamo il cambio. Si dormiva in un letto di rami di pino e le coperte erano dei rami di pino, però eravamo come sardine, uno vicino all’altro. Allora quelli che erano fuori a fare la guardia entravano nel mezzo per scaldarsi e così si girava finché tu non arrivavi al principio e ti ritoccava la guardia e così via.

Avevate un nome come gruppo o brigata?
No, non potevano avere nomi, C’era un leader che sapeva tutto, aveva una piccola radio ricevente e trasmittente dove arrivano queste famose notizie da fuori tipo “Qui Radio Londra!” e magari dicevano “la biciletta si è rotta” o “il coniglio salta l’ostacolo”. Poi magari torna indietro il messaggio “la biciletta si è riparata” o “la gomma funziona” e questo voleva dire che sapevamo in che posti andare, come un codice, ed è una cosa interessante. Solamente lui lo sapeva e capiva tutto.

Avete fatto molte azioni?
Sì, moltissime. Abbiamo anche dovuto accettare molte vittime tra noi. Ci mandavano i cani dietro e noi avevamo sempre due cagne con noi, piccole, che non abbaiavano. Quando entravano in calore i cani maschi era la nostra salvezza. I cani anziché seguire noi, inseguivano le cagne. Quei cani erano addestrati, sai, strisciavano come umani per terra e quando arrivavano a un certo punto, calcolato non so come, aspettavano il momento per saltarti alla gola e ti tenevano così. Se tu ti muovevi, ti prendevano alla gola. Se non ti muovevi, veniva quello lì e, pum, ti ammazzava. Così era.

Avete perso dei compagni?
Sì, certo. Io son stato fortunato e posso dire che nella mia vita ho avuto più fortuna che sfortuna. Sotto tutti gli aspetti posso dire di essere stato molto, ma molto fortunato.

Quando sei tornato in Italia?
Quando scappai nel dicembre 1943, ero un mero quarantadue e son tornato che ero uno e ottantadue. Dopo son tornato a Fiume il 5 maggio, abbiamo rioccupato Fiume. Abbiamo circondato Fiume, entravamo dentro, perché stavano minando il porto. Era un porto molto importante e dovevamo fare delle azioni là, ma sono scesi a patti non so con chi e si sono ritirati i tedeschi. C’erano questi bunker o trincee che ci avevano fatto costruire e aiutavano a condurre verso la Germania e verso l’Austria. Lì è terminato tutto un po’ più tardi, dopo il 25 aprile.

Dove sei andato dopo?
Nel maggio del 1945 io ero a Fiume e sono andato a vedere mia madre. Son rimasto lì a dormire con mia sorella che era lì. Dopo è arrivato mio padre e ho iniziato a conoscere mio padre. Poi loro se ne sono andati nel Trentino, ma io son rimasto a Fiume fino quasi alla fine dell’anno per poi andare a Milano. Là mi sono iscritto subito alla gioventù comunista.

Milano gelida

Lavoravi?
Sì, beh, facevo il free lance! Lavoravo, facevo il muratore, i traslochi, spalavo la neve, tutti lavori così saltuari, non c’era un lavoro. A parte che non eri ben visto.

E tuo papà?
A un certo punto è venuto a Milano per un po’ e anche mia mamma. Lei è venuta con mia sorella che aveva due bambini, i nipoti. Io non dormivo là, dormivo in una baracca dei sinistrati che c’era un amico mio. Pensa che dormivo con uno che era della Decima MAS [unità speciale della regia marina italiana]. La maggior parte della mia vita che ho fatto a Milano, i primi anni, ho dormito d’inverno alla Stazione Centrale e d’estate alle panchine del parco, nei giardini pubblici.

Opera1.jpg

Ma poi hai anche studiato alla scuola di belle arti di Brera.
Mi son detto: “Beh, qui, ignorante, ignorante, avrò molta esperienza però…”. Allora mi sono iscritto al Politecnico. Prima ho fatto gli esami di maturità del liceo, lavorando di notte e studiando di giorno. Era la maturità artistica per poter entrare ad architettura. Quando avevo già presentato la tesi, firmata e tutto per laurearmi al Politecnico, mi sono imbattuto in un correlatore fascista…vediamo se mi ricordo il nome. Insomma lui alla commissione mi ha presentato così: “Questo è Valentinotti, qui c’è la tesi di cui non ho capito niente”.

Su cos’era la tua tesi?
Era su una “città autonoma”, autosufficiente. Avevo disegnato anche i filobus senza benzina e tutto uno studio molto grande e molto simpatico anche. Era una cazzata, però adesso viene di moda. Allora i professori mi hanno detto che non avevano capito nemmeno loro, ma mi hanno bocciato pure dopo avermi ammesso la discussione della tesi di laurea. Ho detto: “Il correlatore, lui è un ex criminale fascista, voi siete dei fascisti. Dico, mi bocciate dopo che avete già ricevuto la mia scheda per la tesi di laurea e non potete farlo”. C’erano dei compagni lì che han cominciato ad applaudire e mi hanno sbattuto fuori. Non son potuto entrare all’università per molti anni. Poi tramite una compagna di partito, ho potuto lavorare, insegnare in una scuola tecnica femminile e da lì ho cominciato a frequentare l’accademia di belle arti. E me lo son trovato.

Il correlatore?
Però pensa che cosa, che stranezza, tremenda. Il vecchio direttore dell’accademia era un certoAldo Carpi. Carpi è un cognome ebreo ed era stato denunciato da un suo collega ai tedeschi e ai fascisti che lo hanno deportato. Quando è tornato è rientrato nelle sue funzioni di direttore dell’accademia e un giorno vede che questo qui, questo che l’ha denunciato si stava nascondendo, scappava, e lui l’ha raggiunto gli ha detto: “Perché scappi, dico, non fare altre cazzate, io sono qui, ti tendo la mano, non ce l’ho su con te, mi è successo di tutto, io perdono, non mi dimentico, però perdono. Dico, hai fatto una cazzata, sarà stato un momento di debolezza”. Il nostro professore di scenografia anche lui era stato deportato, si chiamava, Reina, però è morto dopo un po’, dopo un anno è morto come conseguenza di tutti i mali che sopportato.
Ed è venuto questo, ah, si chiamava Varisco, l’architetto Varisco. Ce l’hanno presentato come il nuovo professore di scenografia. Quando è entrato, son salito su un banco e ho gridato: “E’ un fascista di merda”. E mi hanno sbattuto fuori dall’università. Lui non è venuto a scuola per 15-20 giorni, poi è tornato. Era lo stesso della mia tesi al Politecnico. Poi è diventato anche direttore dell’Accademia di Brera e direttore artistico della Scala di Milano, era un arrivista.

Insomma, succede che la Scala manda un concorso all’Accademia per un progetto di una scenografia per l’opera Pardon My English di Gershwin, sarebbero venuti tutti i cantanti americani. Io l’ho fatto e ho vinto. Sono andato anche a dirigere i lavori e questo qui ha fatto di tutti perché non mi pagassero e mi togliessero il lavoro.

Ce l’ha fatta?
Il lavoro l’ho finito, ma non mi hanno pagato e non hanno messo il mio nome. Che anni duri!

Quando sei venuto in Messico?
Dopo tante peripezie sono venuto in Messico. Mi sono sposato in Italia nel 1960 e dopo sei anni siamo venuti qui. In quei sei anni ho lavorato sì e no e mia moglie lavorava in un’agenzia di pubblicità, marketing. Io rispondevo ad annunci in varie compagnie, ma poi spesso mi andava male, forse anche per questioni politiche. Poi è venuto fuori che per legge si doveva dare lavoro agli esuli giuliani, c’era un posto in pubblicità all’Alfa Romeo e l’ho preso.

Cosa facevi?
Ero responsabile degli eventi all’estero, fiere e gare, e mi mandavano tutti gli inviti, compresi i biglietti d’aereo. Allora anziché andare a tutti gli eventi io o darglieli ai dirigenti, andavo giù in fabbrica e chiedevo al capo del sindacato del gruppo chi era stato il più bravo quella settimana e gli davo il biglietto e l’entrata. Dopo 5 o 6 volte mi chiama la direzione e mi dice: “Ma lei non riceve i biglietti? Perché non li manda da noi?”. E ho risposto: ” Sì li ricevo, ma avete i soldi per andar via, loro no”. Mi hanno detto che dovevo andar via e rinunciare all’incarico, ma secondo me avevo semplicemente fatto bene. Devo avere ancora una lettera del ministro del lavoro che mi pregava di allontanarmi dall’azienda, l’ho detto a tutti giù in fabbrica: “Ragazzi, niente più biglietti, mi hanno licenziato”. E quasi quasi volevano fare uno sciopero!

México lindo y querido

E il Messico?
Quando studiavo a Brera vivevo in un piccolo appartamento con un messicano e uno spagnolo e quasi ogni tre mesi venivano in visita genitori del messicano a vedere come andava il figlio che era arrivato bevendo latte ed è andato via bevendo vino e grappa. Mi invitano sempre ad andare e un giorno sono andato in Messico. Mia moglie mi ha aiutato e son venuto in Messico, sono andato ad abitare in casa della mamma di lui e ho cominciato a lavorare, a fare fotografie, moda, e così.

Tua moglie ti ha seguito subito?
Io sono venuto nel gennaio del 1966 e a novembre arrivata anche mia moglie Mara. Con l’amico mio siamo andati coi mariachis all’aeroporto, bellissimo. E qui siamo ancora. Son nati due figli, Sergio e Sandro e siamo qui tranquilli. Non sento nostalgia per l’Italia.

Non è stato facile in quell’epoca?
No, no, ma ho trovato molta più libertà in Messico che in Italia, ma non so. Non tornerei più in Italia, neanche dopo la morte. Ci andrò in giugno, la prima settimana, per inaugurare un murale donato a Libera di Don Ciotti, in una certosa vicino a Torino, la “Certosa Gruppo Abele”, che lui ha trasformato in una sede operativa, facendo dei grandi uffici e delle stanze per ospitare comitati e collaboratori.

Il primo monumento dedicato ai partigiani collocato all’estero.

Mentira – Menzogna

La Mentira di Manu Chau dall’album Clandestino, del lontano e ormai bugiardo anno di-sgrazia 1998! Quante bugie abbiamo sentito negli ultimi 14 anni?

La Mentira de Manu Chau del álbum Clandestino, del lejano y ya mentiroso año de des-gracia de 1998! ¿Cuántas mentiras hemos oído en los últimos 14 años?

Mentira lo que dice 
Mentira lo que da 
Mentira lo que hace 
Mentira la mentira 
Mentira la verdad 
Mentira lo que cuece 
Bajo la oscuridad 
Mentira el amor 
Mentira el sabor 
Mentira la que manda 
Mentira comanda 
Mentira la tristeza 
Cuando empieza 
Mentira no se va 
Mentira, Mentira 
La Mentira… 
Mentira no se borra 
Mentira no se olvida 
Mentira, la mentira 
Mentira cuando llega 
Mentira nunca se va 
Mentira la mentira 
Mentira la verdad 
Todo es mentira en este mundo 
Todo es mentira la verdad 
Todo es mentira yo me digo 
Todo es mentira ¿Por qué será?