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Militante e indigeno in Chiapas? Prigione!

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Lo chiamano il Prof, El Profe. E’ ormai un simbolo delle lotte contadine e dei prigionieri politici in Chiapas e in tutto il Messico. Nel 2000 venne arrestato senza mandato di cattura e poi condannato a sessant’anni di carcere. Condannato a scontare una pena equivalente all’ergastolo per un delitto che non ha commesso, Alberto Patishtán, maestro-contadino di origine tzotzil è un aderente della Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e rappresenta uno dei tanti casi controversi ed emblematici del sistema di ingiustizia messicano, della fabbrica dei colpevoli e della malagiustizia. Ma è anche un simbolo per le sue lotte che da fuori e da dentro la prigione ha saputo condurre in questi anni a favore delle vittime di abusi giudiziari nel paese e delle popolazioni indigene da sempre ai margini. La famigerata ”Fabbrica dei colpevoli” messicana non si ferma mai.

Su Carmilla abbiamo parlato in più occasioni del caso giudiziario, politico e mediatico della francese Florence Cassez (che era solo una goccia nel mare delle ingiustizie), condannata a 60 anni di prigione (ne ha scontati 7) in Messico e ora rimandata in Francia dopo una sentenza storica della Corte Suprema. Le è stata concessa una revisione o “amparo” (una figura giuridica messicana traducibile come “tutela dei diritti” o “giudizio d’appello”) e l’ha liberata per il mancato rispetto del “giusto o dovuto processo” da parte delle autorità. Non da “solo” 7 anni ma de ben 12 anni un altro caso fa emergere le carenze e gli abusi del sistema penale di questo paese, soprattutto contro i militanti politici (non era il caso di Florence): si tratta del professore indigeno del Chiapas Alberto Patishtán, un attivista che negli ultimi mesi è riuscito a rompere il muro del silenzio che lo circondava.

Questa volta, però, la Corte Suprema messicana ha usato criteri diversi e ha voltato le spalle alla giustizia. Alcuni si salvano, altri no. Magari perché sono prigionieri politici e sono scomodi al sistema, oppure perché sono indigeni e marginali come ha scritto l’attivista e poeta Javier Sicilia, fondatore del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità in questa lettera. Un racconto dettagliato del caso l’ha fatto Andrea Spotti. Di seguito ho tradotto una sintesi del caso da Desinformémonos.Org e ho inserito un documentario appena uscito in spagnolo sul caso del profe Patishtán (vedi sotto), Fabrizio Lorusso] 

 

Documentario “Alberto Patishtán. Vivere o morire per la verità e la giustizia” di Koman Ilel e il Movimento del Popolo del Bosco per la Libertà di Alberto Patishtán. Testo di Alma Sánchez – Durata 60′ 30” – Anno 2013.

L’attivista sociale di etnia tzotzil Alberto Patishtán Gómez è stato messo in prigione per la morte di sette poliziotti in un’imboscata realizzata da un gruppo armato nel territorio comunale di El Bosque (Chiapas, estremo Sud messicano) nell’anno 2000. Lui non s’è mai dato per vinto e dalla prigione s’è organizzato insieme ad altri detenuti per avere giustizia. E’ diventato un instancabile difensore dei diritti umani ed è il prigioniero politico più emblematico in Chiapas attualmente. Questo documentario ricostruisce, partendo da interviste e testimonianze, i veri motivi che hanno portato Patishtán in prigione. Vediamo come il suo popolo ha lottato per cercare di liberarlo ed anche le ingiustizie che da parte degli organi ufficiali di giustizia sono state commesse contro di lui e, di conseguenza, contro tutti i popoli organizzati del Chiapas.

Aggiornamento sul caso

Il 30 aprile scorso l’avvocato di Patishtán, Sandino Rivero, ha informato che il fascicolo sarebbe arrivato al Tribunale Collegiale (incaricato di dirimere il caso dopo la decisione negativa della Corte Suprema) nel lasso di circa 15 giorni, dopo di che è probabile che la risoluzione sia immediata. Il Centro per i Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas ha reso noto che la campagna internazionale per la libertà del professore tzotzil è riuscita a trasformare l’hashtag #LibertadPatishtan in un trending topic su Twitter. Le lettere inviate sono state 62.935 e hanno superato l’obiettivo di 4.686 lettere, una per ogni giorno di reclusione.

Le lettere recapitate ai magistrati del Primo Tribunale Collegiale di Tuxtla Gutiérrez (capitale del Chiapas), e al magistrato Juan Silva Meza, del Consiglio della Magistratura Federale, sono state 5.986. Intanto gli attivisti Solidarios de la Voz del Amate, i gruppi, collettivi e militanti del mondo intero continuano a esprimersi in favore della libertà del prigioniero politico Alberto Patishtán Gómez e anche i membri della Commissione per i Diritti Umani della Camera dei Deputati proprio nei primi giorni di maggio si sono pronunciati per la sua libertà. Nella stessa settimana il governatore Manuel Velasco s’è recato nella comunità El Bosque per annunciare la costruzione di un campo sportivo e non s’è espresso sul caso Patishtán, anche se qualche settimana prima gli aveva fatto visita nel penitenziario di San Cristóbal de las Casas, in Chiapas.

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Riassunto delle mobilitazioni 

Il 19 aprile scorso il compleanno di Patishtán è stato festeggiato con protesta mondiale. Migliaia di persone hanno manifestato per la libertà de “el profe”, come è chiamato con affetto dai suoi amici e compagni. Le manifestazioni sono state realizzate in tantissimi paesi e città (vedi anche su FB): Tuxtla Gutiérrez, Città del Messico, Tijuana, Guadalajara, Morelos, Spagna, Francia, Stati Uniti, Grecia, Argentina, Italia, Canada, Svezia, Danimarca, Norvegia, Nuova Zelanda, Olanda, Austria, Brasile, Belgio, Regno Unito, Cile, Colombia e Svizzera.

L’organizzazione civile Las Abejas de Acteal ha letto un comunicato in cui ha espresso la sua profonda indignazione per la liberazione (in un processo farsa) dei 15 paramilitari che nel 1997 parteciparono al massacro di 45 indigeni tzotzil [parte della strategia repressiva del governo dell'ex presidente Ernesto Zedillo contro l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, EZLN] ed ha voluto anche esigere la libertà di Alberto Patishtán. Le Abejas hanno precisato riguardo alla giustizia: “Signori magistrati: è vero che voi non avete rispettato i popoli indigeni, ma ad ogni modo vogliamo dirvi como si vedono le vostre azioni a partire dalla nostra visione del mondo indigena tzotzil… Che succede per esempio se un’autorità è corrotta e agisce in modo parziale e favorisce un colpevole? Quello che succederà è che quell’autorità viene rimossa dalla comunità, ma questo non è il peggio. Il peggio è che quelle persone perdono tutto il rispetto e la fiducia che meritavano come autorità”.

Infine inserisco l’ultima lettera di Patishtán datata 13 maggio 2013.

All’Opinione Pubblica

Ai mezzi di Comunicazione Statali, Nazionali e Internazionali

Ai Mezzi Alternativi

Agli aderenti alla Sesta

Alle Organizzazioni Indipendenti

Ai Difensori dei Diritti Umani

Prigioniero Politico della Voz del Amate, Alberto Patishtan Gómez, Aderente alla Sesta, recluso nel “Centro di Riadattamento Sociale” (CeReSo) No. 5 San Cristóbal de Las Casas, Chiapas.

Noi tutti, messicani e messicane, desideriamo vivere sotto il tetto della Giustizia e della Dignità, ma solo vediamo giorno dopo giorno le richieste di quella Giustizia che i nostri fratelli aspettano, così come noi reclamiamo come persone detenute ingiustamente dall’ingiustizia. A quasi 13 anni dall’incarcerazione, di nuovo aspetto la decisione del Primo Tribunale Collegiale del Ventesimo Distretto del Chiapas, questa volta spero che studino e analizzino esaustivamente secondo diritto e che così io possa ottenere la libertà.

Allo stesso modo insisto con il Governatore Manuel Velasco Coello affinché esegua le liberazioni immediate di tutti i miei compagni Solidarios de la Voz del Amate, così come s’era espresso durante la sua visita in questo penitenziario il 18 aprile, così come l’ha dichiarato in altre occasioni questa storia di ingiustizia non deve ripetersi più, deve prevalere la Giustizia, e come esempio deve realizzarsi con i già citati casi perché sono casi di competenza dello stato del Chiapas.

Da ultimo invito la Società Civile e le Organizzazioni Indipendenti Statali, Nazionali e Internazionali a continuare a chiedere la Giustizia vera che tutti e tutte vogliamo.

¡Vivir o Morir por la Verdad y la Justicia!

Fraternamente

Prigioniero Político La Voz del Amate

Alberto Patishtan Gómez (firma)

Penal No. 5, San Cristóbal de Las Casas Chiapas, a 13 de mayo de 2013.

Carmilla si rinnova! Avviso ai lettori passati e futuri.

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CarmillaOnLine si rinnova!

L’infrastruttura che regge il nostro sito è come un antico guerriero che ci ha sostenuto in numerose battaglie, grazie ai server e al CMS che ci hanno reso leggibili fino a oggi siamo diventati una delle riviste di provocazione culturale più lette a livello nazionale.

E’ tempo di dotarci di nuovi strumenti, per questo stiamo migrando su piattaforma wordpress i contenuti del sito e cambiando servizio di hosting.
Rassicuriamo i lettori, probabilmente impazienti di leggere nuovi racconti, interventi, consigli cinematografici, (as)saggi di filosofia popolare e di analisi politica e sociale, recensioni, invettive, appelli e interviste: entro pochi giorni Carmilla sarà di nuovo on line, sempre sul dominio Carmillaonline.com come dal Gennaio 2003.
Ma non è tutto!

Grazie alla nuova infrastruttura web sarà finalmente possibile compiere ricerche per autore, categoria, tematica o termine chiave in modo semplice e immediato.

Che finalmente Carmilla diventi una rivista patinata, dai toni pacati e dalle tematiche a tinte pastello?

No, questo mai. E l’immagine tratta da Breaking Bad che campeggia attualmente nella home page è tutto un programma: la redazione di Carmilla sta “cucinando” per tornare con la solita combattività a parlare di “letteratura, immaginario e cultura di opposizione”.

Stay Tuned!

La redazione di Carmilla

un caro saluto ai nottambuli

Fabbrica dei colpevoli in Messico: libertà per Alberto Patishtán

 AlbertoPatishtan[Qualche tempo fa mi sono occupato della spietata e famigerata "Fabbrica dei colpevoli" messicana con il caso molto mediatico della francese Florence Cassez, condannata a 60 anni di prigione (ne ha scontati 7) in Messico e ora rimandata in Francia dopo una sentenza storica della Corte Suprema che le ha concesso una revisione o "amparo" (una figura giuridica messicana traducibile come "tutela dei diritti/appello") e l'ha liberata per il mancato rispetto del "dovuto proceso" da parte delle autorità. Ora riproduco un articolo di Andrea Spotti da Contropiano.Org su un caso simile, quello del prof. Alberto Patishtàn che è uno dei tantissimi casi, noti e meno noti, che fanno emergere le carenze e gli abusi del sistema di giustizia penale in questo paese. 12 anni d'ingiusta reclusione non sono pochi. Ma questa volta la Corte Suprema ha voltato le spalle alla giustizia.  Alcuni hanno la fortuna di salvarsi, altri no. Magari perché indigeni o perché sono attivisti politici come ha scritto l'attivista e fondatore del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità Javier Sicilia in questa lettera-link. F. L.]

Una figura simbolo delle lotte contadine e dei dei detenuti politici in Messico, arrestato senza mandato di cattura e condannato a 60 anni di carcere. Condannato a scontare una pena di sessant’anni per un delitto che non ha commesso, Alberto Patishtán, maestro rurale di orgine tzotzil aderente alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, rappresenta senz’altro uno dei casi piú emblematici di malagiustizia messicana, nonché una figura-simbolo della lotta dei detenuti politici e delle tante vittime di abusi giudiziari che popolano le carceri del Paese.

Nel corso degli oltre dodici anni di reclusione, un variegato movimento dentro e fuori i confini nazionali si é piú volte mobilitato contro la sua ingiusta detenzione. A partire dallo scorso 20 marzo, in seguito al rifiuto da parte della Suprema Corte di Giustizia della Nazione di invalidare il proccesso pieno di irregolaritá che ha portato alla condanna, familiari e compagni di Patishtán, insieme a decine di organizzazioni sociali e per la difesa dei diritti umani hanno lanciato una campagna nazionale e internazionale per chiederne l’immediata liberazione e per fare pressione sul Primo Tribunale Collegiale di Tuxla Gutierrez, Chiapas, il quale, nelle prossime settimane, deciderá in maniera definitiva la sorte dell’attivista.

L’odissea giudiziaria di Patishtán inizia il 19 giugno del 2000, quando viene arrestato senza mandato di cattura da quattro uomini in borghese nel suo municipio di residenza, El Bosque, a meno di cento chilometri di distanza da San Cristobal de Las Casas. L’accusa é di essere il responsabile morale e materiale della strage di Simojovel che una settimana prima aveva provocato la morte di sette poliziotti federali.

Siamo nel Chiapas (para)militarizzato degli anni immediatamente successivi all’insurrezione zapatista e in diverse localitá i municipi dichiaratisi autonomi si contrappongono alle autoritá ufficiali, spesso al governo grazie a brogli elettorali. In generale, la tensione politica (siamo a poche settimane dalla elezioni) e militare nella regione é alta, ed anche ad El Bosque é in corso un conflitto tra buona parte della popolazione locale e il sindacoManuel Gómez Ruiz, priista accusato di corruzione, nepotismo e di abuso di potere.

Come succede spesso ai maestri rurali – in molte occasioni veri e propri intellettuali organici delle loro comunitá -, Patishtán diventa il portavoce della protesta. Il movimento, che chiede con azioni pacifiche e attraverso vie legali la destituzione del sindaco, preoccupa il governo, il quale, timoroso che la situazione possa provocare nuove sollevazioni popolari, invia elementi della polizia federale sul posto. Durante uno dei pattugliamenti della zona, nei pressi del villaggio di Las Limas, avviene il violento assalto, effettuato da una decina di uomini a volto coperto armati di AK-47 e di R-15.

Nei giorni successivi all’imboscata, il governo statale e quello federale puntano il dito contro l’Ezln, sospettato di volersi vendicare del massacro di Unión Progreso in cui, due anni prima, erano stati uccisi otto zapatisti; e contro l’Epr (Esercito Popolare Rivoluzionario), il quale peró non é mai stato presente nella zona. Da parte sua, la Comandancia zapatista, attraverso le parole del Subcomandante Marcos, indica nei gruppi paramilitari legati al Pri i probabili colpevoli, e denuncia la strumentalizzazione della strage da parte di governo e mass media, i quali la usano con l’obbiettivo di intensificare la militarizzazione della zona.

A una settimana di distanza dai fatti, l’arresto di Patishtán provoca la risposta della comunitá di El Bosque, che arriverá ad occupare il municipio per protestare contro la sua detenzione. In seguito, vengono accusati dell’imboscata anche due indigeni basi d’appoggio dell’Ezln, uno dei quali, Salvador López González, sará arrestato. Oltre a fornire un capro espiatorio all’opinione pubblica, le detenzioni servono ad eliminare degli oppositori politici; cosa assai comune in Messico, soprattutto in provincia, dove chi fa opposizione alle autoritá locali puó rischiare di finire in carcere con condanne per reati comuni.

Fondamentali per la condanna di Patishtán, che arriva nel giugno del 2003, sono le dichiarazioni di uno dei due sopravvissuti, l’autista Rosenberg Gómez, figlio del sindaco di El Bosque, che sostiene di aver riconosciuto il maestro rurale mentre impugnava un Ak-47 durante l’assalto. Questa versione, tuttavia, non coincide con quella resa dall’altro sopravvissuto, l’agente federale, il quale dichiara che gli aggressori indossavano il passamontagna. Le affermazioni del figlio del sindaco, inoltre, si contraddicono e cambiano nel corso del tempo, tanto che, sulla base delle stesse, López González verrá assolto. Con queste tutt’altro che granitiche prove, al contrario, l’aderente alla Sexta viene condannato, senza che vengano prese in considerazione le molte testimonianze che davano Patishtán lontano dal luogo dei fatti nel momento dell’imboscata.

Le violazioni al giusto processo e ai diritti della difesa, come sostiene l’attuale avvocato Leonel Rivero, sono molteplici, si va dalla detenzione illegale in un hotel di Tuxtla, alla mancanza di un avvocato durante gli interrogatori e di una difesa adueguata durante il processo, passando per l’uso di prove illegali e il tentativo da parte del sindaco di influenzare le indagini inviando foto di Patishtán agli investigatori. Insomma, ce n’é abbastanza da mettere in discussione l’intero castello accusatorio, fondato solamente sulle ricostruzioni farraginose e non confermate del Gomez.

Durante la prigionia nelle carceri del sud-est messicano, Patishtán diventa un punto di riferimento per i detenuti. Come maestro bilingue si rende utile insegnando a leggere e a scrivere agli analfebeti e fungendo da traduttore per i reclusi di origine indigena che in questo modo possono conoscere la loro condizione giuridica e, dunque, difendersi. In questo processo, il Profe, come viene soprannominato, si lega ai detenuti zapatisti e partecipa alle mobilitazioni per il miglioramento delle condizioni carcerarie, diventando uno dei portavoce dei prigionieri in lotta.

Nel 2006, recluso nel carcere di El Amate, entra a far parte de La Otra Campaña lanciata dall’Ezln e fonda, insieme agli altri detenuti aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, il collettivo La Voz del Amate, che nel corso degli anni riuscirá a connettere le lotte nelle prigioni chiapaneche con la mobilitazione delle realtá politiche e sociali che, da fuori spingono per la liberazione dei detenuti. D’altra parte vengono intensificate le iniziative di protesta da parte dei reclusi che praticano, fra le altre cose, digiuni, scioperi della fame, presidi e cortei interni e, nel giro di qualche anno, riescono ad ottenere la liberazione di ben 137 prigionieri.

Quasi tutti, insomma, tranne Patishtán, che, nell’ottobre del 2011 viene invece punito con il trasferimento nel carcere di massima sicurezza di Sonora, a quasi duemila chilometri di distanza dal Chiapas. Quí, vive in condizioni di torutra permanente che il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas documenta e denuncia costantemente. Un anno dopo, in seguito all’ondata di protesta scatenatasi, torna in Chiapas dove viene operato per un tumore all’ipofisi che rischia di compromettergli la vista a causa della nulla attenzione medica ricevuta.

Dopo la delusione prodotta dalla sentenza della Suprema Corte, l’ultima parola, almeno dal punto di vista giudiziario, sulla libertá del maestro indigeno é nelle mani del Tribunale Collegiale di Tuxla Gutierrez che deciderá entro il mese se invalidare o meno il processo. Da questo punto di vista le azioni promosse dalla campagna “Lottando per la #LibertadPatishtan, festeggiamo il suo compleanno” sono assai importanti, infatti, come dimostrato in altre occasioni (Atenco docet) la pressione politica e sociale puó produrre risultati significativi.
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La campagna, che finirá il prossimo 19 aprile, giorno del compleanno di Patishtán, invita uomini e donne solidali con la sua causa ad inviare lettere al Tribunale Collegiale con l’obbiettivo di raggiungere quota 4686, cioé una lettera per ogni giorno che Patishtán ha trascorso in galera. Altre azioni solidali, si possono compiere sui social network, mettendo la foto del maestro sul proprio profilo di facebook (quí le immagini) e retwtittando #LibertadPatishtan ogni venerdí, per tutta la durata della campagna.

Fino al 15 aprile, é possibile anche inviare messaggi all’indirizzo
presoschiapas@gmail.com

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per celebrare i 42 anni del Profe. Lo stesso Patishtán, inoltre, dal carcere numero cinque in cui si trova attualmente rinchiuso, ha convocato a “una nuova tappa di mobilitazioni” davanti ad ambasciate e consolati messicani nel mondo, mettendo in evidenza l’impotanza della solidarietá dei movimenti globali.Per il giorno di chiusura, infine, si invitano i movimenti a portare avanti “azioni di mobilitazione pacifica, in forma simultanea a livello nazionale e internazionale” per chiedere la sua liberazione.

In attesa della sentenza, il maestro non perde la speranza e, insieme ai suoi compagni, continua a mobilitarsi all’interno del penitenziario. Fuori dalle mura, intanto, la campagna #LibertadPatishtan cresce, guadagnando spazio nei media e raccogliendo adesioni in diverse parti del mondo. Sebbene sia difficile prevedere quale sará la decisione dei giudici, possiamo dire che, vada come vada, la battaglia esemplare di Patishtán e degli altri detenuti chiapanechi per riconquistare la loro libertá andrá comunque avanti, perché, per cosí dire, dove non si arriva con il diritto si puó giungere con la lotta.
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Polizia ancora contro Aldro

Aldro

Provocazioni. Poliziotti in piazza a manifestare. Una madre di fronte a loro con coraggio, e con la foto del figlio diciottenne massacrato, steso all’obitorio, insanguinato.

Siamo a Ferrara, fuori dal Comune non c’è pace. Ma c’è un paese civile (?). Poi arriva un sindaco che cerca di fare da paciere e parla di provocazioni da parte dei manifestanti-poliziotti. Perché? Il COISP, sindacato di polizia, scende in piazza proprio sotto l’ufficio in cui lavora Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, il giovane ucciso  da 4 poliziotti a Bologna la notte del 25 settembre 2005. Fondamentalmente il gruppo protesta perché alcuni colleghi sono stati condannati dopo aver picchiato e soffocato il ragazzo.

Perché insultare anche la memoria? Perché ancora, anche dopo aver ricevuto una sentenza tutto sommato lieve? Il sindaco Tagliani, per evitare problemi, chiede di spostarsi di qualche metro ai manifestanti che erano comunque stati autorizzati a realizzare quella protesta. Maccari del COISP si oppone e poi l’europarlamentare PDL (FLI) Potito Salatto dice al Sindaco che è un maleducato dopo che questo gli ha ribadito che la protesta è una provocazione bella e buona.

I poliziotti si trovavano lì per un congresso indetto contro la carcerazione dei loro 4 colleghi, condannati per omicidio colposo in seguito alla conferma della sentenza definitiva. La condanna è stata di 3 anni e mezzo, ma grazie all’indulto hanno preso sei mesi.

Una provocazione? Perché a volte la polizia si dedica a depistare indagini, come è risultato da altre condanne su questo caso? Quelli del COISP (alcuni membri del sindacato) sono gli stessi che tre anni fa, in Veneto, sostennero e aiutarono a stilare la lista degli scrittori da “mettere al rogo” (vedi breve documentario sul caso Rogo di Libri) di cui si servirono alcuni funzionari locali per farsi pubblicità come “buoni censori” e magari mettersi in mostra con i capi di PDL e Lega Nord che da Roma li guardavano. Un altro atto che non saprei come definire, anzi sì. Autoritario? Repressivo? Fascista?

Sono germi di una cultura durissima a morire, mai spenta, che si rinnova nelle menti, nelle azioni, nella pubblica amministrazione e nei gangli vitali dei paesi stanchi. Una cultura che si rafforza in rigurgiti corporativisti e incivili. Abbiamo assistito tutti alle beffe “Diaz” e  ”G8 di Genova”. La storia continua, ma fa vari passi indietro in certi angoli sfortunati del mondo. Immagino e sento la beffa, il dolore di Patrizia, in piazza da sola con la foto e il ricordo del figlio. Da lontano provo a stare con lei.

Il commento di estense.com (vedi anche link all’articolo di cronaca e ai video): Non ci sono parole. Non ci sono parole perché, nel corso di quella che era presentata come una manifestazione pacifica di un sindacato di polizia, un sindaco si è sentito dire di andarsene dalla sua piazza e una madre è stata costretta a mostrare la foto del figlio morto per colpa di coloro in solidarietà ai quali era stata indetta una manifestazione. 

Ecco il comunicato di Comitato “verità e giustizia per Aldro”Bologna.

Stamattina c’è stata l’ennesima e ancora più grave provocazione contro la mamma di Federico.

Un manipolo di poliziotti facenti capo al Coisp hanno svolto una manifestazione in difesa dei quattroresponsabili della morte di Aldro e per questo condannati a espiare il residuo di pena (sei mesi) in carcere.La cosa è ancora più grave di quanto si possa immaginare, perché la manifestazione si è svolta sotto le finestre dell’ufficio comunale dove, come tutti sanno, Patrizia Moretti lavora.

Le intimidazioni che le varie iniziative svolte da questo sindacatucolo di polizia hanno assunto un chiaro intento provocatorio, nella città di Ferrara e nella dignità di ogni persona sensibile a quanto accaduto, l’uccisione di Federico Aldrovandi, ed hanno raggiunto un livello di guardia che deve immediatamente cessare. Ancor più se l’oggetto di tali intimidazioni sono Patrizia, Lino e Stefano Aldrovandi.

E’ nostra ferma intenzione organizzare al più presto, una forte e risoluta risposta  a questa sbirraglia, incapace di accettare o semplicemente capire che la blanda condanna inflitta ai quattro agenti responsabili della morte di Federico è poca cosa e se sentenza c’è stata loro devono essere i primi a rispettarla.

Infine permettetemi solo una piccola nota da Wikipedia da rileggere. Il caso Aldrovandi è la vicenda giudiziaria e di cronaca che ruota intorno all’assassinio dello studente ferrarese diciottenne Federico Aldrovandi. Il 6 luglio 2009 quattro poliziotti vengono condannati in primo grado a 3 anni e 6 mesi di reclusione, per “eccesso colposo in omicidio colposo“. Il 21 giugno 2012, dopo l’iter giudiziario, la corte di cassazione ha confermato la condanna.

Mi son bloccato qua: Eccesso colposo in omicidio colposo.

@FabrizioLorusso

Petizione Honduras: la Banca Mondiale finanzia la palma della morte

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Il Gruppo Dinant è l’impresa palmicultrice più grande dell’Honduras. Nel novembre 2009, la Corporazione Finanziaria Internazionale, parte del Gruppo della Banca Mondiale, ha pagato all’impresa la prima metà di un credito di 30 milioni di dollari statunitensi.
L’anno scorso avevo trattato la difficile situazione nei latifondi dell’Honduras in questo articolo che riportava anche un documentario di Raffaella Mantegazza e Yukai Ebisuno in collaborazione con il Collettivo Italia Centro America CICA e un’intervista a Raffaella (vedi articolo “Honduras senza diritti”).
Nel giugno del 2009 un colpo di stato rimosse il presidente honduregno democraticamente eletto, Manuel Zelaya. Il governo di fatto successivo al golpe nel paese centroamericano è stato appoggiato dal presidente del Gruppo Dinant, l’impresario Miguel Facussé.Il conflitto con le piantagioni di palma di Dinant risale agli anni 70. Dal colpo di stato, la regione del Bajo Aguán è stata militarizzata ed i contadini sgomberati violentemente dai loro insediamenti.
Frattanto, l’espansione della palma e le attività di Dinant e di altre imprese palmicultrici è stata vincolata con la morte di 88 contadini nella Valle dell’Aguán. L’impunità è totale.Lo scorso mese, febbraio 2013, la Banca Mondiale ha aggiornato nella sua pagina web la descrizione del suo progetto di credito per la compagnia palmicultrice. La documentazione non dice niente sulla violenza e gli omicidi. Unicamente si legge “Dinant capisce l’importanza di avere buone relazioni con le comunità vicine ed è molto attiva in questo senso.”Con tutti questi antecedenti, l’ufficio reclami della Banca Mondiale (CAO) sta investigando.
Ma le sue competenze sono molto limitate. C’è il timore che la Banca Mondiale presto conceda la seconda parte del credito,altri 15 milioni di dollari. La banca tedesca DEG ha investigato e reagito a seguito di una protesta di Salva la Selva nel 2011, ritirando un credito di 20 milioni di dollari alla stessa impresa.
Leggi e firma a questo link qui
– 
Ascoltaci:

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Libri in Onda a Roma il 22-23 Marzo

LibriInOnda

Le macerie di Haiti (di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso, Ed. L’Erudita 2013) a Libri in onda, Roma. Alle ore 16 di sabato 23 marzo Romina Vinci partecipa ad un reading sul tema del viaggio, organizzato all’interno della manifestazione “Libri in onda” presso la Libreria Argonauta, una due giorni per l’editoria indipendente. Verranno letti brani de “Le Macerie di Haiti” e di altri romanzi pubblicati da L’Erudita.

Cos’è libri in onda?

Intento di Libri in onda (link evento su Facebook) -e della Libreria L’Argonauta- è la promozione alla lettura e la conoscenza di quegli editori indipendenti, per lo più del panorama editoriale romano, che a volte, purtroppo, sono penalizzati nella visibilità dalle politiche commerciali.

Pertanto, per le giornate di Venerdì 22 e Sabato 23 i sei editori partecipanti alla manifestazione esporranno il loro catalogo editoriale, offrendo al pubblico uno sconto del 10% sui propri titoli e promuovendo reading, incontri con gli autori, coffee-break e firma copie.

Ad aderire alla manifestazione di questa piccola ed indipendente libreria, sei case editrici dalla varia offerta di pubblicazioni.

Innanzitutto editori romani da tempo apprezzati per i loro libri, come la Giulio Perrone Editore -fondata nel 2005 da Giulio Perrone e Mariacarmela Leto-, minimum fax -fondata nel 1993 con ad oggi circa 400 titoli pubblicati, fra letteratura italiana e straniera, saggistica, scrittura creativa, musica e cinema- e Voland, nata nel 1995 con una spiccata attenzione per il mondo letterario slavo.
Insieme a loro, anche le Edizioni Ensemble, di recente nascita, che mirano a promuovere esordienti ed eccellenze nascoste e Sur, nata dall’esperienza di minimum fax, casa editrice dedicata alla letteratura latinoamericana di qualità, con autori di oggi e classici contemporanei da riscoprire. Ed infine L’Erudita, nata dalla volontà di creare una realtà “a misura d’esordiente”, ponendosi come valida alternativa al selfpublishing e all’editoria a pagamento.

Micro presentazioni dei libri e dei cataloghi editoriali si alterneranno lungo l’intera manifestazione, offrendo al pubblico la possibilità di interagire con l’intera filiera editoriale, dall’autore all’editore al libraio, al fine di recuperare non solo un rapporto più sano e genuino con la lettura, ma anche per relazionarsi e conoscere meglio realtà la cui dimensione non equivale alla pochezza di spessore e qualità.

Ad arricchire ulteriormente il week-end editoriale, infine, un aperitivo itinerante e colazioni, con prodotti tipici laziali e toscani, che verranno offerti nel corso della manifestazione.

Santa, Haiti e Sorci alla Libreria Morgana di Città del Messico!

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Con grande regocijo y emoción finalmente podemos anunciar el desembarque intercontinental de mis libros a la Libreria Morgana de la Gran Cd. de México!

¿De qué estoy hablando? La Librería Morgana está en Colima # 143-A
Col. Roma Norte C.P. 06700 – México, D.F. (Tel./Fax: +52-55-52075843).

Y aquí están los libros en las fotos. La botellita de tequila no está incluida, pero seimpre puede haber alguna sorpresa por allí. Los libros son: 

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Santa Muerte Patrona dell’Umanità, Fabrizio Lorusso, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2013.  Foto, un viaggio, un diario, un saggio. Alla scoperta della Santa proibita. Guarda il Book Trailer qui.

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Le Macerie di HaitiFabrizio Lorusso / Romina Vinci, Edizioni l’Erudita, 2012. Haiti 2010-2012. STORIE A CUI NESSUNO DARÀ MAI VOCE, PERCHE’ FORSE UNA VOCE NON L’HANNO MAI AVUTA. UN MUCCHIO DI MACERIE FATTE DI UOMINI. Leggi la recensione su ValigiaBlu. 

Gli introiti del libro destinati agli autori saranno devoluti all’associazione haitiana Auhmod (avvocati per i diritti umani).

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sorciSorci Verdi. Storie di ordinario leghismo, AA.VV., Ed. Alegre, 2011. Una bella banda di scrittori e giornalisti raccontano il fenomeno politico e sociale della Lega Nord in Italia e nella “Padania” usando l’arma della narrativa contro ogni censura.

Autori:
Giulia Blasi, Annalisa Bruni, Giuseppe Ciarallo, Giovanna Cracco, Alessandra Daniele, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Angelo Ferracuti, Fabrizio Lorusso, Davide Malesi, Stefania Nardini, Valeria Parrella, Walter G. Pozzi, Alberto Prunetti, Stefano Tassinari, Massimo Vaggi, Lello Voce.

Gli autori e le autrici di questo libro non hanno voluto alcun compenso. Gli eventuali utili di questo lavoro saranno destinati a sostenere la biblioteca del carcere di Padova.

Choque

Choque de civilizaciones por un ascensor en Piazza Vittorio, Amara Lakhous, Ed. Elephas México, 2012. Traduzione alla spagnolo di Fabrizio Lorusso. Titolo originale: Scontro di civilità per un ascensore a Piazza Vittorio.

Las lentes de un sinfín de culturas convergen en un solo punto: el ascensor de un pequeño edificio en Piazza Vittorio. Interminables conflictos entre los vecinos, extranjeros la mayor parte, crean un gran escenario en el que se revela la naturaleza oculta de cada uno de ellos. Nadie puede huir de las críticas y de los prejuicios de los otros. Se trata de una novela satírica, llena de polifonías que pone al descubierto el choque de civilizaciones.

Un ascensor, un asesinato ¿cuál de los vecinos de Piazza Vittorio ha sido? ¿Acaso Amedeo?

Autor: Amara Lakhous
Traducción: Fabrizio Lorusso
Género: Novela
Colección: Nómada
Tamaño: 13.5 x 21 cm
Páginas: 160
ISBN: 978-607956674-6
eBook ISBN: 978-607956675-3
Precio: $199.00 MXN