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Docenti di lingua-cultura italiana, precari e bistrattati all’estero

Precari docenti[Visto l’interesse comune per le tematiche trattate, questo articolo viene pubblicato oggi anche su Minima et Moralia, CarmillaOnLine e La poesia e lo spirito/Viva la scuola. Di Fabrizio Lorusso].

Nel dibattito sul precariato e il riconoscimento della professionalità dei docenti d’italiano come lingua seconda o straniera – L2 o LS – sono pochi i contributi sulle istituzioni italiane all’estero, in particolare sugli Istituti Italiani di Cultura (IIC). Il caso specifico che intendo descrivere riguarda la precarietà imperante a livello lavorativo nell’Istituto di Città del Messico, un esempio rappresentativo di un deterioramento comune a molte altre sedi estere. Sebbene esistano in Italia e all’estero condizioni di sfruttamento ben peggiori di quelle che riguardano i precari della cultura e dell’insegnamento, la situazione di queste categorie, scarsamente riconosciute in termini professionali, resta preoccupante. E riflette quella generale del mondo del lavoro in un paese con la disoccupazione al 13% in cui la caduta quasi trentennale del potere d’acquisto dei salari e la presenza di un esercito crescente di “riservisti” hanno compresso stipendi e diritti.

Riconoscere la professionalità dei docenti L2/LS

Nell’articolo “Certificare il precariato, didattizzare lo sfruttamento”, uscito in gennaio su Carmilla on line, Claudia Boscolo criticava giustamente la decisione del Comune di Brescia di creare un albo di ex insegnanti in pensione, disponibili a insegnare italiano agli studenti migranti, per sopperire alla carenza strutturale di personale nelle scuole. Si cerca di risparmiare recuperando docenti pensionati, in vena di fare del volontariato, ed escludendo le nuove figure professionali dei facilitatori linguistici, dei mediatori culturali e dei docenti specializzati nell’insegnamento della lingua come L2/LS. Tutta gente che ha dovuto ottenere dei titoli di studio ad hoc per specializzarsi o che comunque deve accumulare un’esperienza specifica ampia per insegnare lingua-cultura* italiana agli stranieri.

Il 27 dicembre 2013 su Il Manifesto Roberto Ciccarelli parlava di una “nuova frontiera dell’insegnamento”, basata sul lavoro gratuito e “la rimozione dell’esistenza di migliaia di persone con master ed esperienza”. E’ poi circolato un appello diffuso dal blog Riconoscimento della professionalità degli insegnanti d’italiano L2/LS e ripreso da Il Lavoro Culturale, intitolato “Italiano ai migranti: l’importanza delle condizioni d’insegnamento”, nel quale si ribadisce che “insegnare l’italiano a migranti non significa ‘aiutare nei compiti’: significa sapere come insegnare una lingua, quali approcci e metodi utilizzare e in quale situazione, significa saper creare attività e materiali ad hoc, significa progettare percorsi che tengano conto di determinati fattori (stadio dell’interlingua, sequenze di apprendimento, interferenze con la L1, e altri elementi teorici che si devono conoscere e saper applicare). Significa saper coinvolgere gli insegnanti di classe in questo percorso”.

 Istituti Italiani di Cultura all’estero

L’idea di trattare un caso estero nasce dalle forti somiglianze con la situazione dei professori L2/LS in Italia, dalla scarsa informazione disponibile sugli IIC e dalla mia esperienza personale. L’Istituto Italiano di Mexico City è l’Ufficio Culturale dell’Ambasciata d’Italia, dipende dal MAE (Ministero Affari Esteri) e gode dell’extraterritorialità, ovvero il suo territorio appartiene al paese ospitante, ma è politicamente amministrato dal paese ospitato. Al suo interno prestano servizio gli impiegati locali, assunti in base al codice del lavoro messicano, e quelli del MAE, che possono essere sia messicani sia italiani, hanno in genere contratti a tempo indeterminato e ricevono stipendi e benefici come i dipendenti pubblici in Italia. Tra questi ci sono i “contrattisti”, assunti sul posto con dei concorsi pubblici, e quelli provenienti dalla carriera diplomatica, per esempio l’addetto culturale e il direttore che possono raggiungere stipendi di 7 e 12mila euro al mese rispettivamente (vedi i reportage completi di Thomas Mackinson – Uno 2014 – Due 2011 – Tre 2011 in cui si parla di cifre anche maggiori, dai 12 ai 17mila euro, e di molte altre problematiche).

Dulcis in fundo ci sono i docenti, quasi tutti italiani ma a volte anche messicani, “assunti” con qualcosa di simile a un atto di cottimo o contratto di prestazione d’opera. Insomma, i professori, spesso elogiati da direttori e diplomatici di turno perché sarebbero “il volto dell’Italia nel mondo”, “i nostri rappresentanti diretti con gli studenti e con il Messico”, “l’interfaccia linguistica e culturale del paese”, pur operando praticamente in un territorio italiano all’estero, sono l’ultima ruota del carro, precaria. Il riconoscimento della professionalità dell’insegnante L2/LS, in Italia e all’estero, passa necessariamente dal riconoscimento e dalla tutela dei suoi diritti lavorativi per “ridare dignità alla nostra categoria di insegnanti di italiano a stranieri, sempre più bistrattata dalle istituzioni”, come ben rimarca il blog Insegnanti L2/LS. Quindi partiamo dal lavoro. A fine marzo 2014 Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un reportage sui docenti in nero all’IIC di Bruxelles e un video con interviste ai professori che sono praticamente dei “fantasmi per la Farnesina e l’Ambasciata” e hanno sicuramente tante storie da condividere coi loro colleghi degli altri Istituti nel mondo.

L’Istituto Italiano di Città del Messico e il precariato

In Messico la sede dell’IIC, che include due piccoli edifici  per le aule, due giardini e altre strutture per le attività culturali e amministrative, è a Coyoacán, placido quartiere coloniale del sud cittadino, mentre l’Ambasciata si trova a oltre 20 km di distanza nella zona residenziale conosciuta come Palmas. Per i 17-18 membri del corpo docente dell’IIC-Messico c’è un contratto “di prestazione di servizi”, stipulato tra il “Committente” (IIC) e il “Prestatore” (docente), valido solamente per uno o più corsi specifici e rescindibile in qualunque momento da entrambe la parti, anche senza motivi.

Al punto/clausola 5 si cita un diritto di rescissione, esercitabile senza alcun preavviso, del Committente in caso di “gravi motivi d’insoddisfazione per il comportamento e l’espletamento del servizio da parte del Prestatore”. E al punto 6 si ribadisce: “Il presente contratto può essere rescisso da entrambe le parti in ogni momento per altre ragioni”. Cioè? Arbitrio, qualsiasi altra ragione. Infine, per chi si fosse fatto illusioni: “E’ escluso il rinnovo tacito del presente contratto”, frase che suggella la precarietà di un rapporto che non va mai oltre i cinque mesi consecutivi. Non vengono versati contributi previdenziali di alcun tipo. In pratica esiste un rapporto contrattuale di lavoro tra un individuo e un soggetto non privato, l’IIC, che, secondo le modalità in cui si svolge, potrebbe configurarsi come subordinato e prevedere diversi trattamenti economici, retributivi e contributivi, ma così non è.

precari Esempio Contratto IIC Un professore che si assenta perde lo stipendio per le ore dei corsi non lavorate e rischia il posto di lavoro. Non c’è “l’indennità per malattia”. Secondo quanto riferiscono alcuni insegnanti, verrebbe accettata un’assenza solo per “gravi motivi di salute”, ma non esiste una regola scritta o una circolare che lo confermi, non sono chiari questi “gravi motivi”. Il che implica un ampio margine di discrezionalità da parte della direzione che negli ultimi anni è arrivata a togliere corsi a un docente o a escluderlo completamente dall’Istituto se questo chiede con ragionevole anticipo un permesso per motivi personali giustificati. In alcuni casi, però, il “permesso” viene concesso senza conseguenze. Per di più, a volte, la segreteria avrebbe richiesto un certificato medico ad alcuni docenti. In Messico non c’è un sistema sanitario universale e gratuito, e comunque la maggior parte dei prof non è iscritta al sistema sanitario locale, cosa prevista, invece, per i lavoratori di altre istituzioni educative. Dunque richiedere un certificato obbliga il docente a cercare un medico privato che lo redige per 40 o 50 euro. Inoltre in Messico la sanità è al collasso, non esiste la figura del medico di famiglia e l’IIC non ha un dottore interno o “aziendale”, perciò tocca andare dal privato. Sebbene se la minaccia verbale di far presentare ai docenti il certificato non si sia ancora materializzata, il fatto che sia stata enunciata è di per sé grave.

Contratti e permessi di soggiorno

Una nota “curiosa”. Il contratto è in italiano, ma dice al punto 9 che “in caso di controversie derivanti dall’applicazione del presente contratto è competente il Foro locale”, cioè quello messicano. Una stranezza che nessuno è riuscito a spiegare. Alcuni avvocati, consultati da vari professori negli ultimi anni, e alcuni funzionari del MAE, invece, sostengono che non può essere competente il tribunale locale ma quello italiano, a Roma. Tutto questo succede nonostante il punto 2 stabilisca che “Il Prestatore garantisce che la prestazione verrà effettuata in forma autonoma anche se con modalità concordate tra il Prestatore e il Committente”. Negli ultimi anni non ho visto molte “forme autonome” nello svolgimento della “prestazione” né “modalità concordate”: se non è previsto un meccanismo valido, individuale o collettivo, per fare accordi, allora esistono solo decisioni unilaterali. E se una decisione non si basa su criteri scritti e pubblici, per esempio sul web o con una circolare, diventa arbitraria. Trattandosi di un’istituzione pubblica, ci si aspetterebbe di più…

Le “modalità concordate” c’erano prima, dato che esisteva una rappresentanza legittima del corpo docente, soppressa a fine 2011, che accordava con la direzione tali condizioni e modalità: come gestire assenze e malattie, orari, semestri e gruppi/classi, fasce salariali e aumenti; come lavorare in classe e che tipo di didattica, libri, testi extra, materiali e strutture vanno utilizzate o migliorate; i criteri per l’ingresso e il tirocinio dei nuovi docenti (soppresso nel 2011, dopo oltre 10 anni d’efficace funzionamento, e sostituito da una decisione soggettiva della direzione); che tipo di graduatorie interne s’usano per distribuire il lavoro e quali eventuali sanzioni si prevedono in tutta una serie di casi ordinari e situazioni limite. Tutti elementi sui cui la direzione ha una responsabilità di fronte al Ministero e su cui mantiene, quindi, un potere di decisione finale. Ma se il contratto e il buon senso prevedono un momento di confronto sulle modalità e questo non viene realizzato, allora si tratta di “unilateralità” o imposizioni.

Il punto 8 s’occupa di quei docenti che, magari dopo aver lavorato per 10 o 20 anni continuativamente in un’istituzione pubblica del loro paese, pensavano ingenuamente di poter acquisire qualche diritto, per esempio l’accumulo di punti in una graduatoria o un tipo di considerazione nei concorsi pubblici. Invece gli anni all’IIC, in Messico e in molti altri paesi, non contano nulla: “In nessun caso il rapporto di prestazione di servizi può comportare l’assunzione nei ruoli dell’Amministrazione del Ministero degli Affari Esteri o presso l’Istituto Italiano di Cultura”. Assunzione al MAE o in IIC? Impossibile. Però almeno qualche riconoscimento per la carriera si potrebbe prevedere, no? Invece non ci sono neanche i riconoscimenti simbolici, men che meno quelli materiali.

L’istituzione mantiene una “spada di Damocle” migratoria sui docenti che per l’ottenimento o il rinnovo del permesso di soggiorno dipendono da una lettera della direzione IIC: a lavoro precario, permesso di soggiorno precario e prof ricattabili. Riassumendo: tra dipendenti MAE-Carriera diplomatica (direttori e addetti), contrattisti MAE assunti in loco, impiegati con contratto locale e docenti di lingua L2/LS sono quest’ultimi i più precari. Sono inesistenti per il sistema pensionistico e della previdenza sociale italiano o messicano, rischiano in qualsiasi momento di finire clandestini ed è una situazione che all’IIC-Messico dura da più di trent’anni. Sono invisibili anche per i sindacati che non possono intervenire.

Interrogazioni parlamentari

Il 19 dicembre 2012 ci fu un’interrogazione parlamentare del deputato Gino Bucchino, eletto nella circoscrizione Nord e Centro America, proprio sul caso dell’IIC-Messico in cui si segnalavano problemi relativi alla diffusione culturale: “L’attività culturale del nostro istituto ha conosciuto negli ultimi tempi una flessione di ordine quantitativo e qualitativo, dovuta sia alla riduzione delle risorse destinate in generale alla rete dei nostri istituti che a motivi specifici attinenti alla programmazione e alla realizzazione in loco dell’intervento; in particolare, è diminuito il numero degli eventi culturali, alcuni dei quali realizzabili a costo minimo o nullo, e dell’insegnamento linguistico”. Dal punto di vista culturale ci sono stati degli sforzi volti al miglioramento, ma secondo l’interrogazione l’offerta non è paragonabile a quella degli anni immediatamente precedenti all’insediamento della direzione 2012-2014, (Melita Palestini, direttrice, e Gianni Vinciguerra, addetto culturale).

Per esempio l’unica libreria italiana in Messico (Libreria Morgana) gestiva uno degli spazi più apprezzati e attivi all’interno dell’Istituto, un vero punto d’incontro della comunità, ottimo per la realizzazione di eventi e la lettura. Dal luglio 2012 la libreria in IIC non c’è più. Al suo posto c’è un loculo vuoto e macabro accanto all’ingresso principale che dà il benvenuto ai visitatori. Infatti, non s’è trovato un accordo con l’IIC, in quanto questo “proponeva” una riduzione degli spazi alla metà e un aumento drastico e repentino dell’affitto, oltre a riservarsi la prerogativa di maggiori poteri di controllo sulla durata del rapporto e sugli eventi letterari. Una situazione paradossale in un centro culturale. Lo spazio non è stato più valorizzato né altre librerie hanno preso il posto della Morgana, malgrado le ripetute promesse in tal senso da parte della direttrice e le rimostranze della comunità locale.

Il 12 marzo 2014 c’è stata un’altra interrogazione, presentata dal deputato Emanuele Scagliusi, che si basa su informazioni riportate dal Fatto Quotidiano, da ansa.it, dalla Federazione indipendente lavori pubblici della Farnesina e anche su una lettera di protesta della comunità italiana in Messico del 2013. Il testo denuncia una serie d’irregolarità e preoccupazioni, relative agli IIC di New York, Città del Messico, Bruxelles, Barcellona e Madrid, e chiede al Ministro degli Affari Esteri Mogherini se stia esercitando la sua funzione di controllo sull’operato dell’Ispettorato del suo ministero e dei direttori degli Istituti Italiani. L’interrogazione è stata seguita da un’interpellanza urgente sul caso dei docenti dell’IIC di Bruxelles.

Contratto etico e lavoro bistrattato

precari docenti messicoIn ambito lavorativo il testo dell’interrogazione di Bucchino cita il “Contratto etico”, un documento per la protezione di alcuni diritti di base dei docenti L2/LS e mediatori culturali unico nel suo genere in America Latina. Fu redatto e siglato nel 2008 da rappresentanti di professori, responsabili didattici, dal Comites locale (Comitato Italiani all’Estero), da gruppi, associazioni e collettivi di italianisti, e dai direttori di numerose istituzioni messicane e italiane operanti in Messico, tra cui alcune scuole Dante Alighieri e lo stesso Istituto Italiano (Link Al Documento): “Il rapporto autoritario e privo di regole con il personale adibito all’espletamento dei corsi contribuisce ad accentuare la precarietà della situazione e a insidiare la stabilità e la continuità del servizio; importanti prerogative previste nei contratti a favore del personale e le indicazioni contenute nel Contratto etico del personale insegnante, sottoscritto fin dal 2008, ricevono scarsa considerazione.”

Negli ultimi anni il “Contratto Etico” è diventato carta straccia proprio nell’istituzione che più di tutte l’aveva promosso. Da più di 4 anni non c’è un aumento salariale (orario) in IIC, mentre prima c’era un piccolo adeguamento, comunque insufficiente, ogni uno o due anni. La gestione dell’Istituto di Mexico City ha ricevuto una serie di critiche esterne molto forti. Alla fine del gennaio 2013, la comunità italiana in Messico, per la precisione un’ottantina di firmatari italiani e messicani interessati alla questione, diffuse una lettera diretta all’allora Ambasciatore, Roberto Spinelli, e a vari quotidiani, siti e riviste italiani e messicani in cui si deplorava “l’inesorabile declino di questo importante punto di riferimento per la diffusione della lingua e della cultura italiane” e il fatto che “la direzione riserva al pubblico in generale un trattamento spesso scortese e freddo: è difficilissimo essere ricevuti e, quelle rare volte in cui viene concesso un colloquio, la chiusura di fronte a qualunque proposta di collaborazione (anche gratuita) è assoluta”.

Diffusione culturale

Lo scrittore italiano Fabio Morábito, in Messico dal 1970, ne parlava su Nazione Indiana in questi termini: “Cercherò di tracciare un breve quadro del posto che occupa la letteratura italiana in Messico. Intanto non credo che l’Italia promuova una qualche politica culturale in questo paese, anzi mi domando se lo faccia in altri. L’Istituto Italiano di Cultura, che ha sede in uno dei posti più belli di Città del Messico, non si contraddistingue certamente per la sua vivacità. Per me é stato sempre un istituto grigio, incapace di attrarre un pubblico locale. Ci vanno più che altro i vecchietti italiani e forse qualche studente dei corsi di lingua”.

Resta un’opinione, ma di uno che qualcosa ne sa. Già nel 2010 la scrittrice e accademica Francesca Gargallo aveva subito un tentativo di restringere la libertà di espressione durante la presentazione del suo libro e della conferenza “Liberazione delle donne, liberazione di un popolo: gli saharawi”  in un evento culturale organizzato presso la biblioteca dell’IIC.

E poi nel settembre 2013 la denuncia dello scrittore messicano Naief Yehya è cominciata a circolare su Facebook, insieme a decine di commenti di solidarietà e oltre cento condivisioni. In pratica l’autore ha scritto che la presentazione del suo libro “Pornocultura: lo spettro della violenza sessualizzata nei media” sarebbe stata cancellata il giorno prima dall’IIC, “che ha avuto in mano per settimane un libro che non nasconde di cosa tratta”. E continua: “Sapevano anche che avremmo proiettato alcune immagini legate al testo. Un giorno prima dell’evento apparentemente si sono accorti di cosa significava la parola Porno, si sono scandalizzati e hanno cancellato l’evento. Per fortuna Tusquets ha potuto programmare l’evento nella sala Octavio Paz della libreria del Fondo de Cultura Económica”, che, per chi non la conosce, è una delle principali case editrici messicane. Ecco il commento di Alberto Navarro, un alunno IIC contrariato su FB: “Sono studente dell’Istituto, che vergogna, non tutti la pensano così in quel posto, c’è gente molto valida e critica lì dentro, pensante. L’autorità ha paura in questo paese ed è chiaro il perché”.

La petizione al governo contro le chiusure

Sta circolando in rete (link) una petizione al governo, con quasi tremila adesioni, contro la chiusura, prevista entro l’estate, di otto istituti italiani di cultura nel mondo. Tra i primi firmatari ci sono scrittori, giornalisti, intellettuali, cineasti, accademici e artisti molto noti. La petizione è giusta ma incompleta. I problemi degli Istituti sono strutturali, non tanto o non solo legati a dirigenti e funzionari, quanto alle regole, alle dinamiche e alle consuetudini che li governano. In una petizione bisognerebbe chiedere una riforma degli IIC, delle loro logiche di funzionamento e dei meccanismi per le nomine di addetti, direttori, funzionari, contrattisti e professori che, in certi casi, riproducono la classica parentopoli all’italiana, anti-meritocratica e parassitaria. Si dovrebbe rivedere il sistema degli eventi e delle proposte culturali del “giro” ministeriale che vengono inoltrate dal MAE agli Istituti. Bisognerebbe valorizzare le persone in loco, chi insegna, chi fa cultura e semplicemente chi lavora, e rendere visibili i “precari italiani all’estero”, protagonisti di un lavoro docente e culturale bistrattato in quei luoghi, anche se poi viene dipinto da diplomatici e politici come necessario e determinante per l’immagine del paese. Non basta salvare gli IIC, vanno cambiati da cima a fondo. ___________________

* La fusione in una sola parola del binomio lingua-cultura evidenzia l’inscindibilità di due elementi che s’influenzano reciprocamente. Insegnare una lingua non significa solo trasmettere uno strumento di comunicazione o delle regole, ma è anche un’attività di trasmissione dei fenomeni culturali che sono inscindibili dagli aspetti linguistici. Non c’è isolamento tra lingua e cultura ma comunicazione e interazione in un contesto o ambiente sociale storicamente determinato.

Istituti Italiani all’Estero e in Messico: Interrogazione Parlamentare

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Il 12 marzo 2014 c’è stata un’interrogazione parlamentare, presentata da Emanuele Scagliusi (M5S), che si basa su informazioni riportate dal Fatto Quotidiano, da ansa.it, dalla Federazione indipendente lavori pubblici della Farnesina e anche su una lettera di protesta della comunità italiana in Messico del 2013. Il testo denuncia una lunga serie di irregolarità, relative agli IIC di New York, Città del Messico, Bruxelles, Barcellona e Madrid, e chiede al Ministro degli Affari Esteri Mogherini se stia esercitando la sua funzione di controllo sull’operato dell’Ispettorato del suo ministero e dei direttori degli Istituti Italiani. L’interrogazione è stata seguita da un’interpellanza urgente sul caso dei docenti dell’IIC di Bruxelles.

Mi pare si tratti di un passo avanti nella segnalazione di un problema enorme che ha per lo meno due teste mostruose e insidiose:una è il precariato, in particolare quello dei docenti di Lingua Straniera o Seconda che sono bistrattati e poco riconosciuti professionalmente sia in Italia che fuori, e l’altra è rappresentata dagli sprechi e gli abusi del MAE (Ministero Affari Esteri) nelle sedi degli Istituti Italiani all’Estero. Basta leggere il testo dell’interrogazione per rendersi conto di realtà così lontane geograficamente ma anche vicine per i vizi e gli abusi che lì si riproducono, più profondi che in Italia, visto il lassismo dei controlli e il potere quasi assoluto che esercitano i funzionari/burocrati italiani all’estero: clientelismi, mini-parentopoli, precariato docente, lavoro nero, guai contabili, mobbing, stipendi d’oro, poca meritocrazia. Insomma, la lista è lunga. Affinché non passi in sordina la segnalazione, perché in questo consiste un’interrogazione di un cittadino e di un parlamentare al governo, riporto anche qui la notizia. Il caso messicano, tra l’altro, è emblematico, come visto in alcuni post dei mesi scorsi: link 1 - link 2.Hasta pronto.

Buen Viaje. Ricordo di Federico Campbell

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Il 15 febbraio scorso la cultura messicana ha perso uno dei suoi più stimati rappresentanti, lo scrittore e giornalista Federico Campbell, che va a unirsi ad altri grandi narratori e intellettuali scomparsi negli ultimi quattro anni. In proposito lo scrittore e militante Paco Ignacio Taibo II ha parlato di una vera e propria “raffica di autori messicani” che sono venuti meno recentemente: Carlos Montemayor, Carlos Monsiváis, Carlos Fuentes, e poi anche i poeti Juan Gelman, José Emilio Pacheco, Félix Grande in Spagna e infine Federico. All’inizio di febbraio, dopo un viaggio nella settentrionale Tijuana, sua città natale, Campbell aveva contratto il virus AH1N1 dell’influenza suina ed era stato ricoverato d’urgenza in un ospedale di Città del Messico, dove poi è avvenuto il decesso. Lo scrittore era a Tijuana per dare una conferenza sulla vita e l’opera del narratore messicano Juan Rulfo, precursore del realismo magico e autore del famoso romanzo Pedro Páramo, e per ricevere la nomina di Presidente Onorario della Fiera del Libro di quella città. Campbell è sempre stato legato all’Italia e, in particolare, all’opera del siciliano Leonardo Sciascia, di cui era amico e traduttore. “E’ lui che ha fatto conoscere l’opera di Sciascia in Messico e in America Latina”, spiega suo figlio Federico, anch’egli giornalista.

Nato nel 1941, Campbell lavorò come corrispondente a Barcellona e a Washington negli anni sessanta e settanta, collaborò con quotidiani e riviste messicane come La Jornada, Excelsior, Milenio e Proceso e fondò nel 1977 la casa editrice Máquina de Escribir, un’iniziativa indipendente e coraggiosa che promuoveva giovani poeti e scrittori come Fabio Morabito, José María Espinasa, Juan Villoro e Coral Bracho. “Il nome Macchina da Scrivere era un tributo al testo Anti-Edipo dei filosofi Deleuze e Guattari che definivano lo scrittore una macchina pensante, produttrice di fantasie, insomma una macchina da scrivere”, nelle parole dello stesso Campbell che, oltre a Sciascia, ha tradotto William Shakespeare, Harold Pinter e David Mamet.

fed-campbell-tijuanensesHa pubblicato volumi di saggistica, teatro e narrativa, tra cui vale la pena ricordare i romanzi Todo lo de las focas (“Tutto delle foche”) del 1983, Transpeninsular del 2000 e la raccolta di racconti del 1997 intitolata Tijuanenses (“Gli abitanti di Tijuana”) che fu un’opera pioniera di un genere che in seguito si conobbe come “narcoletteratura”. Ha dedicato il suo ultimo articolo all’amico e “compagno di viaggio” Juan Gelman, poeta argentino scomparso nel gennaio scorso, vincitore nel 2007 del Premio Cervantes, il riconoscimento più prestigioso della letteratura in lingua spagnola.  Il suo primo libro, Infame Turba (1971), è composto da 28 interviste realizzate negli anni sessanta a giovani scrittori catalani che di lì a pochi anni si sarebbero fatti conoscere all’estero:Juan Marsé, Juan García Hortelano, Luis Goytisolo, Juan Benet, Terence Moix, José Caballero Bonald, Manuel Vázquez Montalbán…

Le tematiche dei saggi e dei romanzi di Campbell vanno dalla rivelazione dei meccanismi del potere politico e dei suoi “manovratori occulti” alla povertà e alle miserie quotidiane della vita. Sullo sfondo, sempre presenti le forti disuguaglianze sociali messicane che, ancora oggi, affliggono il paese. Nel 1989 pubblicò La memoria di Sciascia, un testo che raccoglie alcuni articoli, un’intervista e un diario di viaggio ed è consacrato interamente all’autore siciliano de Il giorno della civetta e L’affaire Moro. Questa raccolta è una riflessione antropologica e storica sulla “sicilianità” e sullla “hispanidad”, sulla mafia, sull’inquisizione e sulla latitanza dello Stato, quindi su alcuni aspetti culturali e fenomeni sociali che sono comuni a messicani, spagnoli e siciliani. Campbell considerava il Messico “una metafora esagerata di ciò che fu la Sicilia” per cui si può leggere la sua opera come la costruzione di un ponte concettuale tra la mafia e i cartelli dei narcos. Difatti Campbell parlò del fenomeno della “sicilianizzazione del mondo”, cioè la visione della storia e dei problemi dell’isola come un modello paradigmatico, una metafora del mondo.

Così ne parla il saggio “Fortuna critica” di Claude Ambroise, posto in fondo al volume delle Opere 1984-1989 (Bompiani, Milano, 1991) e citato sulla pagina web dell’Associazione Amici di Sciascia: “La migliore presentazione dell’opera di Sciascia, perché accessibile a tutti i potenziali lettori dello scrittore racalmutese, è un libro in lingua spagnola, scritto da un messicano che, senza pedanteria, ma con precisione e passione, delinea il contenuto della ricerca sciasciana”. L’appartenenza di Campbell alla “hispanidad” gli consente anche di dare maggiore spessore al lato spagnolo dello scrittore siciliano: non per sentito dire, il critico messicano riattiva il dialogo Sciascia-Borges o inserisce, attualizzandole in un contesto sudamericano, le riflessioni sull’inquisizione e sulla giustizia”. Federico-Con-SciasciaAltri saggi rappresentativi in tal senso sono  “L’invenzione del potere” (1994), “Maschera nera. Crimine e potere” (1995) e “Post scriptum triste” (1994). Nella Home Page del suo sito istituzionale l’Associazione ha pubblicato un articolo sulla morte “dell’amico Federico Campbell”, una perdita “per la cultura messicana e più in generale ispanica”. Nonostante la vicinanza dello scrittore all’Italia, allo studio delle mafie italiane e messicane e alle precondizioni culturali e sociali che ne favoriscono la proliferazione, non ultima la connivenza del sistema politico, ad oggi nessuna opera di Federico Campbell è stata pubblicata in italiano.

Nei giorni successivi alla sua morte sono stati tanti i tributi resi a Federico Campbell nella Fiera del Libro del Palacio de Minería, forse l’evento letterario messicano più importante dopo la FIL (la Fiera Internazionale del Libro di Guadalajara) e il la casa editrice del Fondo de Cultura Económica ha annunciato la prossima uscita del volume “L’era della criminalità”, un testo che costituirà una sintesi dell’opera del tijuanense sulle relazioni tra il potere, anzi i poteri, il delitto e la criminalità.

Cruzando Fronteras en Mahahual (Jornada Semanal)

Mahahual Pez

Fabrizio Lorusso – Jornada Semanal – Por segundo año consecutivo, el pueblo caribeño de Mahahual, Quintana Roo, se convirtió en un cruce de culturas, en una frontera virtual entre los dos lados del charco, entre México e Italia, el Mediterráneo y el Caribe.

Del 1 al 8 de marzo, se realizó la segunda edición del Festival de dos Culturas Cruzando Fronteras en Mahahual recibió al público y a un centenar de invitados, entre ellos, artistas plásticos, periodistas, escritores, actores, músicos, pintores, cantantes, académicos, artesanos, guionistas y fotógrafos.

“Somos soñadores y nos atrae un gran reto: crear un Festival Cultural que una nuestras dos culturas que han estado siempre en contacto y se han comunicado entre sí: la mexicana y la italiana”, se lee en la web del festival.

Mahahual es una pequeña ciudad que se asoma al Caribe, en el extremo sur oriental de la península de Yucatán, pegado a Belice. Es la última frontera situada entre el arrecife y el manglar y está a la vanguardia en la lucha para protegerlos de la contaminación.

El evento representó una ocasión única de intercambio en la región, ya que su filosofía es “para aquellos que sienten la necesidad de soñar, de nutrir utopías” en el ámbito de un “viaje colectivo” que tiene significado por “las emociones que se viven a lo largo del camino”.

Por un lado, uno de los objetivos del festival fue compartir el trabajo de artistas e intelectuales mexicanos e italianos, tanto de los más conocidos como de los muchos artesanos del intelecto capaces de dejar su huella y de “ofrecer un millar de probaditas, sin provocar indigestión de grandilocuencia”.

Por otro lado, la defensa de la naturaleza y de los delicados equilibrios de este sitio de ecoturismo tiene prioridad sobre el puro interés cultural, que nunca debería ser un fin en sí mismo, y la voluntad de dar a conocer y promover el lugar y sus bellezas.

Cruzando Fronteras es un festival independiente, organizado por gente local, aunque se vale del apoyo de un conjunto de instituciones italianas y mexicanas como el gobierno del estado de Quintana Roo, el Conaculta, el Ayuntamiento Othón P. Blanco y el de Bacalar, la embajada de Italia en Ciudad de México y su oficina cultural, la Fundación Mahahual, la Universidad de Quintana Roo, el Instituto Italo-Latinoamericano y el fideicomiso Gran Costa Maya, entre otras.

Este año los organizadores convocaron a los pintores, muralistas y escultores para transformar Mahahual en un museo a cielo abierto, pintando las fachadas de las casas, hoteles y restaurantes o construir monumentos y esculturas de materiales reciclados.

El proyecto del museo a cielo abierto, contó con la colaboración de artistas como Antun Koijton y Arbey Rivera, dos pintores mexicanos; del muralista italiano Eddy Prigol y de Dario Varrica, pintor italiano activo en Tijuana, despertó el interés no sólo de los realizadores, quienes aceptaron la invitación de la Fundación Mahahual, sino de los habitantes y visitantes del pueblo.

En esta edición, Cruzando Fronteras tuvo como cultura invitada a Argentina. La escultora de ese país, Sabrina Coco, también contribuyó con el museo a cielo abierto de Mahahual con una figura de seis metros por cuatro, hecha con 30 mil botellas de plástico PET en la entrada del municipio.

La obra quedará como símbolo del grave problema ambiental que vive esta zona, pues “las corrientes del mar traen la basura de todo el mundo, miles de toneladas de basura, y sabemos que provienen de distintos continentes, porque vemos botellas de Venezuela, España, Estados Unidos, situación que afecta a los que habitamos Mahahual, y que a pesar de no ser los causantes, intentamos resolverlo, limpiándolo. Por ello, buscaremos atender este problema en medio de tanta cultura y arte”, señaló Luciano Consoli, organizador del evento y presidente de la Fundación Mahahual.

Al respecto, el escritor y periodista italiano Pino Cacucci, autor de novelas traducidas al español como El polvo de MéxicoSan Isidro futbolTina y Demasiado corazón, presentó su más reciente libro, Mahahual, un paraíso no reciclable, justamente para relatar la historia y tradiciones de esta región y sensibilizar sobre el peligro que constituyen cientos de toneladas de residuos tóxicos que el mar arroja en los arenales de la Costa Maya. Pese a la amenaza ecológica y a los llamados para que se actúe rápidamente, en el horizonte de Mahahual siguen prevaleciendo los árboles, un océano azul al este, un océano verde de selva al oeste y un cielo terso en el cual las fragatas de grandes alas negras navegan, a veces inmóviles, aprovechando las corrientes de aire. Sin embargo, no sabemos por cuánto tiempo seguirá siendo así.

Según Consoli, se trata de romper fronteras “de la forma más original para acercar la cultura al mayor número de personas, especialmente a aquellos que no tienen la oportunidad de visitar un museo o galería de arte. Los artistas se han enriquecido y estimulado por esta presencia constante y el arte popular que destruye todas las barreras para ser disfrutado por todos”.

Por eso las actividades previstas fueron diversas: la escritora de origen italiano Ángeles Mastretta presentó su nueva obra y se inauguraron debates y tertulias sobre temas culturales y sociales como las economías alternativas, la Santa Muerte, el estado del periodismo y la espiritualidad. El pueblo fue invadido por exposiciones permanentes de pintura, escultura y fotografía, presentaciones de libros con los autores y tertulias, sesiones de meditación y proyección de documentales. La actriz italiana Maria Teresa Trentin amenizó con su teatro de títeres. También hubo conciertos nocturnos de reggae con Congal Tijuana, de country con Javier Trejo, de blues con Alberto Colombo, Fer Ruvel y Edher Corte, de rock con Se Renta Baños, de clásica y piano con Luca Rebola y María Carmen Delgado, de música tradicional y canción popular con Corazón y Vida Maya, entre otros.

Prisión y perspectiva de género (Jornada Semanal)

 


Género, drogas y prisión. Experiencias de mujeres
privadas de su libertad en México ,

Corina Giacomello,
Tirant lo Blanch,
México, 2013.


 

Prisión y perspectiva de género

Fabrizio Lorusso - Jornada Semanal

Según el filósofo francés Michel Foucault, “la prisión es el único lugar en que el poder puede manifestarse de forma desnuda, en sus dimensiones más excesivas, y justificarse como poder moral”. México tiene más de 240 mil personas detenidas, de las cuales más de cuarenta por ciento espera juicio. Noventa y siete por ciento de los delitos no se castiga y la sobrepoblación carcelaria ha alcanzado niveles intolerables.

En este contexto, a los agravios de la reclusión hay que agregar los abusos que padecen las mujeres privadas de su libertad sólo por ser mujeres. Pocos investigadores se han interesado a fondo en el tema carcelario bajo una perspectiva de género, así que este libro de Corina Giacomello trata de llenar el hueco, a través de una obra que la propia autora define como “coral” o “colectiva”.

A Giacomello, investigadora italiana radicada en México, le importa destacar la participación activa de las protagonistas, mujeres en reclusión por delitos contra la salud en el Centro de Readaptación Social de Santa Martha Acatitla. El texto narra sus historias de vida para romper el silencio y los estereotipos sobre las prisiones y sus habitantes.

La investigación no es relevante sólo para el caso mexicano, pues enmarca el problema a nivel internacional: la referencia es América Latina y se plantean políticas públicas para la incorporación de una perspectiva de género integral en diferentes realidades nacionales, con propuestas de revisión del marco normativo y fomento de cambios culturales y de creencias sobre “moralidad”, el consumo de drogas y el rol de la mujer en general.

La exclusión social y la violencia típicas del cautiverio se sobreponen a la violación a los derechos fundamentales de las presas por su condición de mujeres, desde el arresto hasta el encarcelamiento y su vida en prisión.

La falta de educación, trabajo y condiciones familiares dignas, junto a la abdicación del Estado en sus tareas básicas y la recurrente estigmatización de género, son elementos del círculo vicioso del sistema penal y provocan “profunda injusticia, impotencia y rabia”, según la investigadora, quien también hace énfasis en el “uso” del cuerpo de la mujer en su múltiple función de mula, vendedora, cargadora, vehículo de estupefacientes y consumidora, dentro y fuera de la cárcel.

En México, los protocolos internacionales en la materia se aplican sin flexibilidad, menospreciando la perspectiva de género y amplificando las discriminaciones: autoritarismo y excesos burocráticos se suman a las malas infraestructuras penitenciarias, pensadas para los hombres, y a las prácticas demobbing.

Con este texto, Giacomello afianza su trayectoria en la materia, iniciada con los librosLos secretos de AlmoloyaEl testimonio de una mujer recluida en un penal de máxima seguridad (Debate, México, 2009), y Rompiendo la zona del silencio.Testimonios sobre el penal de máxima seguridad del Altiplano, antes La Palma(Dipon-Gato Azul, Bogotá, 2007).

Santa Muerte, cinema e TV

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Santa Muerte ora pro nobis! - Viaggio da culto made in Mexico: da Dexter a 21 Grammi, passando per Le belve di Oliver Stone, quanta devozione…
[di Giacomo d'Alelio - Cinematografo.It] Da anni, ben 12, Fabrizio Lorusso, giornalista e ricercatore di Milano, si trova in México, nella  capitale, il DF. Nel 2013 ha pubblicato con Stampa Alternativa Santa Muerte. Patrona dell’umanità, presentato i giorni scorsi al Festival Cruzando Fronteras a Mahahual. Dal 2001 la devozione popolare diffusa della Niña Blanca è uscita allo scoperto grazie a Doña Queta, sua custode, la prima a costruire un altare ufficiale, statua protetta da una teca, a Tepito, il barrio (quartiere, ndr) più antico e più povero del DF. Da allora, oltre che aumentare la quantità di devoti, è cresciuta la sua presenza su piccolo e grande schermo. Ma come?
dexter
“Sono pochi quelli che parlano davvero di quello che rappresenta – ci dice Lorusso -. Si rimane al rapporto coi narcos, o a ipotetici influssi paranormali, come ha fatto, in un film bruttissimo, Paco Del Toro: La Santa Muerte. Ci si butta sull’effetto più facile, e non si pensa al resto, alla verità che la accompagna. Nel 2006 Eva Aridjis, figlia, d’arte, dello scrittore Homero Aridjis, autore de La Santa Muerte, ha realizzato un documentario dal titolo omonimo (voce narrante Gael García Bernal, ndr). A Tepito non è visto di buon occhio, soprattutto l’opera del padre. Sono persone che vivono a Chatulpetec, nei quartieri alti, e non conoscono la realtà dei bassifondi.” Anche Dexter, in una puntata proprio chiamata Santa Muerte, è andato a navigare in quelle acque. “Soprattutto all’inizio il culto era poco conosciuto, proprio a livello di ricerca. Dexter appartiene ancora a quell’epoca, tanto che l’associa alla comunità venezuelana di Miami, il che è abbastanza strano, perché non sono né centro americani, né méxicanos, né chicanos…”
E la scena dei due sicari méxicanos in Breaking Bad, che prima di partire in missione per uccidere Walter White pregano in una cappella nel deserto? “È una scena anche realistica, nessuno può escludere che succeda e ci sono testimonianze dirette dei gruppi nel DF, che chiedono protezione alla Santa Muerte anche quando vanno ad uccidere. Sono comunque persone vulnerabili, e più soggette al pericolo, come lo sono i poliziotti, i tassisti, le prostitute, le comunità lesbiche, gay, transessuali della città. I poveri sono i più esposti di tutti, figuriamoci nei narcos: la manovalanza criminale viene da lì… Ma il culto è molto più complesso, più storico, più antico, più interessante di tutto questo”. Ne hanno parlato anche due pezzi da novanta che non ti aspetti. “La CIA, nel 2003, con un report che la definiva la “Santa dei narcos”. E recentemente l’FBI, con Santa Muerte: Inspired and Ritualistic Killings”. Perché tutto questo? “Fa più notizia un milione o due di devoti che fanno il rosario tutte le domeniche, o un sacrificio umano ogni tanto, un omicidio con una statua a fianco che crea mistero, un narcotrafficante più o meno famoso con la Santa Muerte?” E la figura di Benicio Del Toro, tatuato, disperato e “rinato” in 21 Grammi di Iñárritu? “Se ci muoviamo dal trattare la sola Santa Muerte e ci spingiamo verso la devozione popolare, troviamo molti riferimenti. Il caso delle pandillas (gang, ndr) locali, che usano il tatuaggio, o la sua immagine come “collante”, come forma di espiazione, è uno di questi, ed è sempre esistita. Ma oltre a lei ci sono tante altre figure.”
Ancora qualche titolo? “El Infierno di Luis Estrada, Le belve di Oliver Stone, ma sono film sui narcos, ed è presente solo come sfondo. Potrei citare anche Per una vita migliore, con Demian Bichir, un Ladri di biciclette con migranti méxicani: c’è nella sua dimensione naturale, dentro le case, come qualunque altra figura devota. È strano invece che non ci sia in Dal tramonto all’alba di Rodriguez… ma forse era ancora troppo presto (era il 1996, ndr)”.
E l’Italia? “C’è un progetto indipendente dell’Opificio Ciclope di Bologna, iniziato nel 2006. Sono riusciti a rimontarlo solo l’anno scorso, e sta girando per i festival: da vedere”. Fabrizio Lorusso ci saluta con un codice morale da seguire: “Contro tutti quelli che cercano di sfruttarla in modo indebito o commerciale, i devoti credono che la Santa si arrabbi… in genere a Tepito dicono che “no solapa a pendejos, ni enaltece a cabrones”: non nasconde gli stupidi, né eleva gli approfittatori”.

I marò, l’India, la politica e i media italiani

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Sul cosiddetto ‘caso marò’, o meglio sul caso dei due pescatori indiani uccisi nelle acque del Kerala da spari provenienti da una petroliera italiana, da poche ore sul web e nei social network c’è una lettera dello scrittore Alberto Prunetti, uscita su CarmillaOnLine (link), che è diventata ‘virale’, cioè s’è diffusa in Italia e all’estero con sorprendente velocità. Perché? Perché in poche righe dice la verità, quella che continua a ‘sfuggire’ ai media, all’opinione pubblica italiana e al mondo politico.

Eppure i materiali per informarsi ci sarebbero, basta consultare, almeno qualche volta, il sito di China Files o leggersi il libro di Matteo Miavaldi, che è un redattore di quel portale, intitolato ‘I due marò. Tutto quello che non vi hanno detto’ (Ed. Alegre, Roma, 2013). Matteo non ha scritto un testo ideologico, non ha lanciato anatemi contro l’India o a favore dell’onore nazionale, così come non ha cercato di sparare sentenze contro o a favore dei marò a priori. Ha riportato dei fatti e li ha ordinati, come dovrebbe fare un buon giornalista o un osservatore attento di quelle vicende e di quell’area del globo.

Ha letto, esplorato, scavato e semplicemente è uscito dalle dinamiche tossiche dei mass media italiani che, in questo caso, hanno assecondato una destra becera e nazionalista, portatrice di opinioni stereotipate e razzismi mai sopiti, mentre la classe politica seguiva a ruota, trasognata e idiotizzata. Ma a volte basta una boccata d’aria fuori confine e la realtà emerge semplice e nitida: la politica estera italiana, la sua “diplomazia” e la relativa schizofrenia mediatica rasentano il ridicolo. Il libro vola che è un piacere, soprattutto per chi non c’aveva capito nulla (o quasi) della vicenda dei marò, come me, che vivo in Messico e spesso stento a trovare fonti attendibili e analisi decenti su quel che succede in Italia e est del ‘bel paese’.

Copio sotto l’incipit della “Lettera ai miei studenti indiani sugli effetti linguistici dei colpi d’arma da fuoco partiti dal ponte di una petroliera italiana”, il testo di Prunetti, e rimando al link originale per chi volesse leggerla tutta (cosa che consiglio vivamente). Un abrazo e… LINK.

Care ragazze, cari ragazzi,

per svariati mesi sono stato il vostro insegnante di italiano tra Mumbai e Bangalore. La maggior parte di voi veniva dal Kerala. Alcuni dei vostri genitori erano pescatori. Ricordo i sacrifici  dei vostri familiari, che speravano di regalarvi un futuro con una laurea in infermieristica e un corso di italiano. Ricordo che l’Italia e l’Europa rappresentavano ai vostri occhi la possibilità di una svolta nella vostra professione e nelle vostre vite.

Ricordo  anche che, come tutti gli studenti, l’uso delle preposizioni italiane vi metteva in difficoltà.

Per presentarvi, dicevate: “Sono nato a Kerala”. Io allora spiegavo che la regola grammaticale vuole l’uso della proposizione “in + nome dello stato” e “a + nome di città. Per questo si dice “Sono nato in Italia” e “Sono nato a Roma”. Dato che il Kerala è uno stato (l’India è una confederazione di stati, come gli Usa per capirci) si deve dire: “Sono nato in Kerala, a Trivandrum”, come si dice “Sono nato in Colorado, a Boulder”.

Capirete il mio stupore e la mia tristezza, dopo l’assassinio dei due pescatori Valentine Jalestine e Ajeesh Binki, colpiti da colpi d’arma da fuoco provenienti dalla petroliera Enrica Lexie (è un dato di fatto: le istituzioni italiane hanno già versato un indennizzo ai parenti delle vittime in un accordo extra-giudiziario di cui si parla poco nel bel paese). Dopo questo tragico episodio, all’improvviso gli italiani hanno scoperto l’esistenza del vostro mare e hanno cominciato a dire: “Il nostro ambasciatore” oppure “l’inviato del governo”… “è andato a Kerala”. L’hanno fatto tutti, da chi allora era a capo del governo, ai direttori dei più prestigiosi telegiornali.

Hanno sbagliato, dimostrando la propria ignoranza di almeno una di queste realtà:

_l’India;

_la grammatica italiana;

Probabilmente entrambe, direi.

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