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Ministero Messicano della Pubblica Insicurezza


I due articoli che presento di seguito sono stati pubblicati con alcune modifiche sul quotidiano L’Unità del 15 e del 19 febbraio scorsi e sono legati da un filo rosso (sangue), la figura del controverso Ministro della Pubblica Sicurezza messicano (SSP=Secretaría de Seguridad Pública) ed ex direttore della Agencia Federal de Investigaciones o AFI (una specie di FBI messicana), Genaro García Luna. I due testi non hanno la pretesa di esaurire i casi e le storie cui sono stati dedicati interi libri e reportage estesi in tutto il mondo. Il primo tratta la fuga dal carcere del narco-boss del cartello di Sinaloa, Joaquín “El Chapo” Guzmán il più potente e ricco del pianeta, nel 2001 grazie alla connivenza delle autorità. Si danno alcuni spunti utili anche per capire meglio i tragici fatti di questi giorni: la fuga di 30 detenuti, probabilmente appartenenti al cartello di narcos degli Zetas, dalla prigione di Apodaca della città settentrionale di Monterrey resa possibile dalla corruzione dei secondini del reclusorio e dalla mattanza provocata da questi per coprire i fuggiaschi. Risultato: la morte di 44 prigionieri del cartello rivale, quello del Golfo. Per far scappare 30 Zetas, le autorità, i secondini corrotti, la polizia, i narcos provocano una mega rissa che fa morire altri 44 uomini. Donne, famiglie, bambini e amici fuori dal reclusorio chiedono oggi giustizia, informazioni, notizie ma forse non le otterranno mai. Torniamo a Garcia Luna. E’ uno degli artefici della strategia di Felipe Calderón, il presidente, che sostanzialmente consiste nella militarizzazione di mezzo paese e nellaguerra al narcotraffico che, secondo alcune fonti, ha ormai provocato 60mila morti dal 2007 ad oggi. Altri “artefici” della narcoguerra, i ministri degli interni Juan Camilo Mouriño e Francisco Blake Mora, sono deceduti in seguito a due misteriosi incidenti con i loro “elicotteri di Stato” nel 2008 e nel 2011 rispettivamente. Sopra potete vedere la promo-foto de “El Equipo” (La Squadra), una serie TV che è stata commissionata dal Ministero della Sicurezza alla compagnia TeleVisa nel 2010 per ripulire l’immagine della polizia e oliare i meccanismi della propaganda, ma dopo la terza puntata è stata sospesa. Spesso, ed è quanto successo con la francese Florence Cassez (nel secondo articolo), le storie di alcuni casi giudiziari sono così surreali da superare qualunque fiction televisiva.

IL CAPO DEI CAPI

Il narcotrafficante messicano Joaquín Guzmán Loera, 54 anni, noto come El Chapo, ha festeggiato in gennaio una ricorrenza speciale, forse più importante del suo compleanno: la fuga dal carcere di massima sicurezza di Puente Grande, nello stato settentrionale di Jalisco, avvenuta il 19 gennaio 2001.

In prigione Guzmán godeva di privilegi d’ogni tipo, poteva fare festini con prostitute, droga e bevande alcoliche e integrava generosamente la busta paga dei funzionari del penitenziario con migliaia di dollari. Non fu quindi difficile per lui nascondersi in un carrello della lavanderia ed evadere mentre i dirigenti dell’istituto chiudevano un occhio o due, accecati dalla corruzione e dal potere del boss.

Da quel momento il leader del Cartello di Sinaloa, operante nelle regioni bagnate dal Pacifico messicano, ha conosciuto una vera e propria rinascita e un’enorme espansione dei suoi affari. Sembrava spacciato, imprigionato dal 1993, ma in pochi anni è entrato nella lista delle persone più influenti del pianeta secondo la rivista Forbes che stima la sua fortuna in un miliardo di dollari. La sua organizzazione controlla il 65% del mercato statunitense di cocaina e droghe sintetiche.

Dopo la morte di Bin Laden la DEA, l’agenzia antidroga USA, lo considera il criminale più pericoloso al mondo, più potente del mitico colombiano Pablo Escobar negli anni ottanta, e ha fissato una taglia di 50 milioni di dollari.

In 8 anni di prigione il capo ha tessuto relazioni fondamentali che, una volta tornato in libertà, ha trasformato in alleanze strategiche. E’ riuscito a consolidare una federazione di cartelli della droga con ramificazioni in Colombia, Europa e USA grazie all’associazione con i boss Ismael “El Mayo” Zambada e Juan José Esparragoza, El Azul. La loro influenza s’è estesa nell’ultimo decennio da 5 a 17 stati del Messico e ha superato quella del cartello degli Zetas, formato da ex militari e particolarmente attivo dal Nord-Est del paese al Guatemala.

Il figlio de El Mayo, “Vicentillo”, in carcere in attesa di giudizio per narcotraffico negli Stati Uniti, ha rivelato attraverso i suoi avvocati difensori il patto segreto della DEA, il dipartimento antidroga americano, e il Chapo secondo cui dal 1998 il Cartello di Sinaloa avrebbe goduto di un buon grado d’immunità negli USA in cambio di informazioni sui cartelli rivali.

Dal 2006, ultimo anno di presidenza del conservatore Vicente Fox, l’organizzazione del Chapo s’è consolidata a scapito dei rivali del Cartello di Tijuana, del Golfo e di Ciudad Juárez che, pur non scomparendo, si sono dovuti piegare di fronte alla supremazia della federazione di Sinaloa e all’avanzata di oltre 20.000 soldati messi in campo dal successore e compagno di partito di Fox, l’attuale presidente Felipe Calderón.

Nel contesto attuale della “guerra al narcotraffico”, con l’esplosione della violenza, oltre 50.000 morti in 5 anni e 16.000 desaparecidos, la giornalista messicana Anabel Hernández ha rivelato nelle sue inchieste le complicità tra narcos e politici. Infatti, nonostante gli spot in radio e TV annuncino una “lotta senza distinzioni”, condotta dalle autorità contro i narcos, sono sempre più numerose le voci che, invece, denunciano la relativa “preferenza” governativa per il gruppo del Chapo.

Le reti di connivenza, impunità e corruzione vedrebbero coinvolti direttamente gli alti ranghi della polizia e persino il braccio destro del presidente, il controverso Ministro della Sicurezza Genaro García Luna, indicato come il massimo referente di Joaquín Guzmán e il “Mayo” Zambada nel cuore dello Stato.

In vista delle elezioni parlamentari e presidenziali del luglio prossimo, un’eventuale cattura di Guzmán potrebbe rappresentare l’ultima speranza d’invertire il calo nei consensi del partito di Calderón, Acción Nacional, e di puntellare al fotofinish la sua controversa strategia di sicurezza nazionale.

FLORENCE CASSEZ

Florence Cassez è una cittadina francese, reclusa in una prigione di Città del Messico dal dicembre 2005 e condannata a 60 anni per sequestro di persona. La sua storia è poco nota in Italia, ma da anni polarizza l’opinione pubblica in Francia e in Messico, due paesi che vivono un momento di fortissima tensione diplomatica e politica.

Da entrambe le sponde dell’Atlantico il “caso Cassez” è diventato emblematico per i mass media per cui anche personaggi in vista come Alain Delon e Carla Bruni, politici come il presidente Nicolas Sarkozy e attivisti come la franco-colombiana Ingrid Betancourt la sostengono.

Tutto inizia il 9 dicembre 2005 con un montaggio televisivo. Le due principali reti nazionali, Tv Azteca e TeleVisa, trasmettono in diretta la scena di una cattura: due presunti rapitori della banda “Los Zodiaco” di Città del Messico, sorpresi in una casupola del ranch “Las Chinitas”, sono arrestati da uomini dell’Agenzia Federale per le Indagini o AFI, una specie di FBI messicana, e tre ostaggi sono liberati in diretta.

Florence è ripresa mentre giace a terra, semicoperta da un lenzuolo, e risponde alle domande dei cronisti: “non ne sapevo nulla, non ho niente a che vedere”. Lei e il suo ex ragazzo, il locatario del ranch Israel Vallarta, diventano subito per milioni di telespettatori i responsabili di uno dei crimini più odiati e in crescita nella società messicana: il rapimento.

Sia i media che la polizia, con il suo capo García Luna, oggi Ministro della Sicurezza nel governo del conservatore Felipe Calderón, mettono a segno un colpo propagandistico diventando i “paladini della giustizia”.

Gli ostaggi, Cristina Ríos e suo figlio Christian, sono interrogati subito dopo la liberazione e non rivelano la presenza di una donna tra i criminali. Florence Cassez dichiara di essere stata fermata e rinchiusa in una jeep per quasi 24 ore prima di essere condotta con la forza sul luogo della messinscena. Invece Vallarta è torturato e obbligato a dichiararsi colpevole.

Il terzo ostaggio, Ezequiel Elizalde, rende una testimonianza in cui menziona alcuni tratti riconducibili alla francese, come i capelli o il tono della voce, ma senza riconoscerla. Nei mesi seguenti le incoerenze nelle sue dichiarazioni aumentano facendo pensare a una manipolazione esterna.

Nel febbraio 2006 Florence Cassez riesce a intervenire in un programma TV e dalla prigione grida la sua innocenza spiegando come la sua cattura e la liberazione degli ostaggi siano state parte di un montaggio. García Luna, ospite della trasmissione, è sbeffeggiato in diretta.

A pochi giorni dall’intervento pubblico di Cassez, gli ostaggi vengono richiamati varie volte negli uffici della polizia, poi si trasferiscono negli Stati Uniti e da lì cambiano le loro deposizioni incriminando direttamente la francese.

Solo in base a queste testimonianze nel 2008 Cassez è condannata a 96 anni di prigione e nel 2009 in appello ottiene “uno sconto” a 60. Per puntellare mediaticamente una sentenza discutibile, David Orozco, un altro presunto membro dei Los Zodiaco, accusa Cassez di esserne il capo, ma poi ritratta e si scopre che la polizia l’aveva torturato.

Dopo la sentenza in primo grado Sarkozy, chiamato in causa dalla famiglia Cassez e alcuni media francesi, ha fatto di questo caaso un cavallo di battaglia per conquistare consensi in patria, anche se in terra azteca i suoi interventi hanno provocato tensioni nazionalistiche e scontri diplomatici a ripetizione.

Il processo e le sentenze sono viziate da abusi, montaggi, torture, manipolazioni e falsi clamorosi, ma nulla è stato fatto per correggere la situazione. In quanto rappresentativo di una realtà vissuta da migliaia di messicani in carcere e nei tribunali, il caso Cassez mette in discussione l’intero sistema di giustizia e la strategia di “guerra al narcotraffico” del presidente Calderón che s’è affidato all’esercito e al controverso ministro Garcia Luna, collegato al Cartello di narcos di Sinaloa secondo molte indagini giornalistiche recenti.

Il 2011 doveva essere “l’anno del Messico in Francia”, un’iniziativa ricca di eventi culturali spalmati sui dodici mesi: Sarkozy aveva deciso di dedicarlo alla Cassez innestando la reazione feroce del governo messicano che in marzo ha cancellato tutte le attività previste da lì in avanti.

Cassez è ora in attesa di una sentenza della Corte Suprema che potrebbe liberarla, se si stabilisse la violazione del principio costituzionale del “giusto processo”, oppure confermare la pena detentiva. In questo caso resterebbero solo opzioni politiche o ricorsi internazionali alle Corte de L’Aia e alla Interamericana per i Diritti dell’Uomo.

Per una parte dell’opinione pubblica Florence resta una “spietata rapitrice”. Molti conoscitori del caso, giornalisti e giuristi, invece, la vedono oggi come una vittima della “fabbrica dei colpevoli”, una macchina burocratica e politica che muove le trame della giustizia messicana, inefficiente ma sempre bisognosa di capri espiatori e risultati da mostrare in un contesto di insicurezza e impunità generalizzate. [Fabrizio Lorusso @Carmilla]

Leggi la cronologia completa del caso su Carmilla: Parte I - Parte II

Los Invisibles – Gli Invisibili (documentario)

Sopra: Documentario completo in spagnolo composto da 4 cortometraggi del 2010-2011 sulla migrazione CantroAmerica-Messico-Stati Uniti e i suoi milioni di protagonisti “invisibili”. Per chi volesse vederlo coi sottotitoli in inglese riporto sotto le 4 parti sottotitolate. Segnalo bel reportage in spagnolo: La migración en la Ruta del Sur LINK 

Cada año, decenas de miles de personas dejan atrás sus hogares en Centroamérica y atraviesan México como migrantes irregulares. Viajan con la esperanza de llegar a Estados Unidos y de ver cumplida allí la promesa de trabajo y de una nueva vida. Pero con demasiada frecuencia sus sueños se convierten en pesadillas al afrontar uno de los viajes más peligrosos del mundo. El actor y productor mexicano, Gael García Bernal en colaboración con Amnistía Internacional, ha grabado un viaje lleno de abusos, secuestros, violaciones e incluso asesinatos a través de cuatro cortos, llamados Los Invisibles.

Parte I – Sottotitoli in inglese

At the start of their journey people are filled with hope of reaching the USA such as the young girl travelling with her family who dreams of visiting Seaworld. Filmed at a migrant shelter in southern Mexico, this film reveals the dangers that await them.

Parte II – Sottotitoli in inglese

Gael García Bernal talks to three women from Honduras who are travelling in search of a better life for their families. They are taking a huge risk. Six out of ten women who attempt the journey are sexually abused.

Parte III – Sottotitoli in inglese

Relatives in Central America may never know what happened to their loved ones. In El Salvador a mother tells us of her desperation at not knowing where her son is ten years after he left for the USA saying he’d call home in 12 days.

Parte IV – Sottotitoli in inglese

Despite the danger and the risks, the migrants will keep coming. They sleep rough, beg for food and grab lifts by clinging to the outsides of moving freight trains. Many are seriously injured, but there will always be those prepared to brave the journey.

La fabbrica dei colpevoli

Fabrizio Lorusso – VicoloCannery.It – In Messico ci sono fabbriche e aziende di ogni tipo: la Cervecera Modelo produce la birra globale Corona e le sue sorelle: Montejo, Pacifico, Vicoria. La Cemex è leader mondiale del cemento, Pemex è la grande e farraginosa compagnia petrolifera nazionale, si assemblano auto di tutte le marche e il settore calzaturiero è fiorente. Ma in questo articolo non volevo parlare di economia quanto di giustizia, legge, polizia, abusi, politica e diritti umani. Volevo farlo spiegando che cos’è la speciale, e tristemente nota in terra azteca, “fabbrica dei colpevoli”: un termine che pochi conoscono e che, la prima volta che l’ho sentito, mi ha ricordato immediatamente la “macchina del fango” di cui parlava Saviano, e non solo lui, riguardo alla realtà italiana dei media e della politica che nel fango ci sguazzano.

Il termine fa il suo effetto, è immediato, rapido come la fabbrica messicana dei capri espiatori, la produzione in serie di rei, confessi e non, torturati e non, che possano in qualche modo tappare le enormi falle, copiose e sanguigne come i 60mila morti della “guerra al narcotraffico”, di un sistema che solo riesce a perseguire e condannare il 2% o poco più dei responsabili di delitti. L’impunità al 98% significa che quei pochi che prendi li devi far vedere, li devi esporre al pubblico ludibrio come fossero fiere in gabbia, devi calpestare la presunzione d’innocenza per trasformarli in trofei, tanto più spiattellati sui mass media quanto più l’inettitudine, statisticamente imbarazzante, dimostrata dallo Stato si fa abitudine, routine preoccupante. Pochi ma famosi, potremmo dire (storia della narcoguerra: link)

E se tanto noti non erano prima della cattura, i delinquenti (presunti?) lo diventeranno presto grazie alle TV. Internet conta ancora poco, meno che in Italia, quindi radio e tubi catodici la fanno ancora da padroni. Per esempio i candidati alla presidenza del paese nelle prossime elezioni dell’1 luglio a stento comprendono le potenzialità e gli usi concreti dei social network: Obama sta a pochi chilometri verso Nord, ma la frontiera è sufficiente per bloccare la cultura della rete, c’è un digital divide che corre lungo il Rio Bravo. Anche il Governo è succube del duopolio televisivo privato, Tv Azteca+TeleVisa, che contribuì a creare negli anni delle privatizzazioni fatte a tutti i costi, salvo poi vendicarsi periodicamente coi gruppi editoriali più critici.

Il 95% dei processi messicani finisce con una sentenza di condanna. In pratica, quei pochi che riescono a prendere, non hanno quasi scampo. La polizia è così efficace, solamente ed esattamente con quei pochi? Ci sono molti, troppi dubbi al riguardo. E qualche certezza anche. 112 milioni di abitanti e 235mila detenuti (in Italia sono circa 60mila per 60 milioni di cittadini), quasi il 60% di loro resta in attesa di giudizio per anni, son tutti vestiti di beige, mentre gli altri diventano blu (blu jeans, blu shirt, blu tutto) non appena il giudice, che non vedranno mai in faccia durante il processo, li condanna.

Povera, indigena, donna, dei quartieri slum o di un paesino sperduto in provincia, magari moglie di qualche personaggio in vista, sia egli ladruncolo o attivista militante, commerciante oppure oppositore politico di qualche cacicco locale. Basta essere la sua donna, spesso, per finire dentro al posto suo o con lui, sempre che il soggetto non venga fatto sparire prima o non sia vittima di un’ipotetica sparatoria. Basta essere indigena e vivere in terre colpite dalla fame e dai conflitti per la poca terra disponibile. Basta essere neutrali, magari, né zapatisti né di qualche partito politico nel profondo Chiapas o nell’orgogliosa Oaxaca, per essere sospettati.

Infine basta alzare la voce senza averne titolo, nell’opinione del potente di turno, per avere tutta la forza dello stato e della legge civettuola contro di te. Di cosa sto farneticando? Della fabbrica dei colpevoli, una delle industrie messicane più spietate e necessarie al sistema che vi siano. Un livello minimo di produzione di questo famigerato “bene pubblico” va sempre mantenuta, non importa se a piede libero ci restano i criminali veri e le vittime continuano a sprofondare nel senso di pericolo e nell’incertezza. Importanti sono i numeri, le cifre, le catture. Perché ne parlo? Per le ingiustizie, per la paura che l’aleatorietà latino americana e messicana, caraibica e autoritaria si scagli un giorno contro i miei, contro i nostri, contro qualcuno, anzi contro chiunque, come già succede da secoli e come personalmente vedo da anni. E ancora da anni ne sento parlare, in carcere, fuori, per strada, sui giornali, nei libri, al bar, al cinema, in città e in campagna ed è ora di riparlarne, qui e all’estero.

Ci hanno pensato due giornalisti francesi, Anne Vigna e Alain Devaldo, a pubblicare nel 2010 il saggio Fábrica de culpables. Florence Cassez y otros casos de la (in)justicia mexicana (versione  in spagnolo, Ed. Grijalbo, del libro in francese Peines mexicaines. Florence Cassez, Jacinta, Ignacio et les autres (di First Document Ed., 2009): fabbrica di colpevoli, il caso di Florence Cassez e quelli di tante altre ingiustizie messicane.

Da quel libro e da altri articoli, documentari e reportage di denuncia di coraggiosi ricercatori e giornalisti messicani traggo qualche esempio per farmi capire meglio. In breve. I casi, cioè le persone vittime d’ingiustizia, sono tantissimi, ma pochi riescono ad arrivare, per i più svariati motivi, a una “ribalta mediatica” che li rende emblematici e in alcuni casi costituisce un’ancora di salvezza per non finire nel dimenticatoio della giustizia e sperare di rivedere la luce del mondo esterno. Magari grazie a un buon reportage, alla stampa che prima crea il mostro poi lo vuole libero. Magari grazie a qualche deputato influente, a un politico, a un’amnistia – come successe con lo scrittore Massimo Carlotto in Italia dopo oltre un decennio di deliri e contraddizioni – a un giudice accondiscendente oppure, perché no, alla Suprema Corte che funge spesso da giudice d’ultima istanza e correttore di certe storture comprovate.

JACINTA. Jacinta è un’indigena dell’etnia Otomì, abitante della comunità di Santiago Mexquititlán, 200 km a nord di Texcoco, località ubicata a oriente della capitale nei pressi dell’aeroporto. Oggi ha 50 anni, parla e capisce poco lo spagnolo ed è stata arrestata nel 2006 per aver rapito sei agenti della FBI messicana (!), la AFI, che erano armati fino ai denti e in servizio. Un caso surreale ma vero. Jacinta venne identificata dentro una fotografia scattata da un giornalista durante una convulsa giornata di zuffe e litigi tra la polizia e un gruppo di commercianti del mercato. Come ripicca per i diritti rivendicati e ottenuti dai commercianti in quella giornata, il 26 marzo 2006, la fabbrica dei colpevoli si mise in moto condannando lei e due concittadine a 21 anni di prigione. La pressione di stampa e organizzazioni per la difesa dei diritti umani, come il Centro Miguel Agustín Pro Juárez, è servita a farla rimettere in libertà il 16 settembre 2009, senza risarcimenti né scuse ufficiali. Restano in prigione, però, le sue due “complici”, altre due donne del paese, Alberta e Teresa, presenti anche loro per puro caso nella foto del giornalista insieme a Jacinta, accusate e condannate per sequestro di persona ai danni degli agenti.

ROSA. Un caso analogo è quello della trentatreenne Rosa, un’indigena di lingua tzotzil del Chiapas, stato del sud del Messico al confine col Guatemala, la quale è stata condannata per un reato commesso dal marito a 27 anni di reclusione. Ne ha parlato Luisa Betti sul Manifesto, “Rosa López Díaz è una detenuta messicana che vive nel carcere San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, con il suo secondo bambino, Leonardo di due anni, dopo aver perso il suo primo figlio, Natanael, nato malato per le torture subite” e, commenta la giornalista, “Rosa è l’emblema di tutte le ingiustizie discriminatorie che un essere umano può subire: è donna, indigena, povera, detenuta e quindi senza diritti ma è anche madre, e per questo più esposta perché ricattabile attraverso il figlio”.

IGNACIO e ATENCO. Ignacio Del Valle è un attivista sociale importante, un esponente in vista del movimento dei macheteros del Frente Popular para la Defensa de la Tierra (FPDT- http://atencofpdt.blogspot.com/) che nel 2002 riuscì a bloccare la costruzione di un nuovo aeroporto a Texcoco, a est di Città del Messico, promossa dal governo del conservatore Vicente Fox. Da allora il movimento è diventato un punto di riferimento per le comunità locali e nel maggio 2006 è rientrato nelle cronache per le repressioni violente che ha subito e in cui è stata coinvolta la popolazione di Atenco, una cittadina situata a pochi chilometri dalla capitale vicino a Texcoco. Le vicende di Atenco sono piuttosto complesse e si tratta delle peggiori repressioni della polizia viste in Messico almeno negli ultimi dieci anni, insieme a quella di Oaxaca, sempre nel 2006. Solo per citare le nefandezze più note: violenze sessuali, espulsioni arbitrarie di stranieri dal paese, pestaggi, assassinii della polizia (2 giovani uccisi tra i manifestanti), fabbricazione di accuse, torture in carcere e durante la cattura, centinaia di feriti, violazione di centinai di domicili e abitazioni private, insomma una carneficina condotta da forze militarizzate contro cittadini che rivendicavano il diritto di poter vendere i loro prodotti nel mercato dei fiori. Sproporzionata la reazione governativa così come le pene inflitte, basate su prove inventate, ad alcuni membri del Frente come Ignacio e altri 11 che sono rimasti in prigione per oltre 4 anni e sono stati liberati nel 2010 grazie a una sentenza della Corte Suprema e solo in seguito alle enormi pressioni internazionali e nazionali (11 Premi Nobel per la Pace si schierarono dalla parte della gente di Atenco).

FLORENCE. Florence Cassez, nonostante sia di nazionalità francese e negli ultimi anni sia diventata un vero e proprio caso diplomatico, quasi una merce di scambio tra i presidenti di Francia e Messico, Sarkozy e Calderón, è semplicemente un esempio in più della fabbrica che stiamo descrivendo, è rappresentativa della (in)giustizia messicana. Si sono costruite tante false verità, si sono alzati i nazionalismi dei “galli” contro gli “aztechi” e la verità è passata decisamente in secondo piano. La situazione è complessa e va avanti dalla fine del 2005, ma ormai c’è la certezza che il processo, le “prove”, i montaggi televisivi che hanno segnato la vicenda, la condanna in primo grado e quella definitiva del 2009 siano state viziate profondamente in tutte le loro fasi, le testimonianze sono poco attendibili e non esistono prove concrete, non manipolabili, che possano confermare la colpevolezza di Florence (per un’esposizione completa del caso rimando a: Link prima parte  - Link seconda parte). Intanto, la francese resta nel reclusorio femminile di Tepepan in attesa di una sentenza della Corte Suprema messicana che potrebbe ribaltare quelle dei tribunali ordinari.

Infine, il caso PRESUNTO COLPEVOLE. “In Messico non basta essere innocenti per essere liberi”. Accusato d’omicidio senza alcuna prova, Antonio (Toño) è stato condannato a vent’anni di prigione che comincia a scontare nel reclusorio oriente di Città del Messico. Due giovani avvocati, dottorandi in legge negli Usa, decidono di riaprire il caso ed è così che comincia una lotta eroica per la libertà che non ha precedenti in Messico. E’ la trama di un film, però un film girato dentro la prigione, come un reality, e l’anno scorso il documentario ha scatenato grandi polemiche sulla giustizia in Messico. Alla Facoltà di Giurisprudenza della Unam (Universidad Nacional Autonoma de Mexico), l’ateneo più grande del mondo, tutti conoscono la freddura che ribadisce che in Messico “un bicchier d’acqua e un ordine d’incarcerazione non si negano mai a nessuno”, alludendo alla celebre ospitalità del popolo messicano ma anche alla facilità con cui si può finire in galera a tempo indeterminato.

La pellicola mostra la presenza di avvocati con tesserini falsi per l’esercizio della professione e lo scandalo di un giudizio completamente viziato all’origine che viene rifatto e riassegnato allo stesso giudice che l’aveva iniziato. Il film è molto attento a riprendere le scene dei processi lasciando che lo spettatore si faccia un’opinione basata su fatti rilevanti e comunque dimostrabili con la relativa documentazione. Tutto è registrato con una videocamera mentre succede. Ciononostante non si riescono a immortalare proprio tutti gli abusi che normalmente vengono commessi al momento della cattura e dell’interrogatorio dei sospettati e dei testimoni e nemmeno gli atti di corruzione che quotidianamente vengono commessi. Risultato: in carcere finiscono quasi sempre solo i più poveri. L’impatto nella società messicana è stato dirompente con 500mila biglietti venduti in un mese e il documentario è stato lanciato e promosso nelle sale dal gigante della distribuzione cinematografica Cinepolis riaprendo il dibattito sul sistema di giustizia messicano e la fabbrica dei colpevoli.

Messico e Pace: En los zapatos del Otro – Nelle scarpe degli Altri

Iniziativa del Movimento per la Pace insieme agli artisti del Messico – Video diffusione totale! – LINK

México D.F., 31 de enero de 2012 (Cencos).- Con un espectáculo de hora y media, el colectivo El Grito Más Fuerte, en conjunto con el Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad, realizaron el lanzamiento de la Campaña “En Los Zapatos del Otro”, que tiene el propósito de aumentar la sesibilidad que tenemos los y las mexicanas frente a la emergencia nacional que se enfrenta en el país debido al incremento de la violencia.

Campaña ponte En Los Zapatos del Otro, iniciativa del Colectivo El Grito Más Fuerte, dicho colectivo se une al Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad.

DA: http://movimientoporlapaz.mx/

Un piccolo popolo combatte il gigante minerario e il Messico si mobilita

Una compagnia canadese si aggiudica una concessione mineraria in una regione del Messico protetta dall’Onu dove vive un’antica popolazione coi suoi rituali e i suoi riti. Nonostante una legge imponga di consultare le popolazioni indigene prima di dare concessioni, in questo caso non è mai stato fatto. Così la lotta della piccola popolazione contro il gigante minerario sta guadagnando le simpatie di una parte crescente del Messico scrivendo un’altra pagina del conflitto fra sviluppo economico e tutela del territorio.

Leggi il resto dell’articolo: http://www.linkiesta.it/un-piccolo-popolo-combatte-il-gigante-minerario-e-il-messico-si-mobilita

Salviamo Wirikuta, cuore sacro d’America

Wirikuta.jpgIl cuore sacro (el corazón sagrado) del Messico e d’America è sotto attacco. La regione di Wirikuta, un’area semidesertica di 1400 km quadrati negli stati centrali di San Luís Potosí e Zacatecas, 420 km a nord della capitale, è il centro cerimoniale degli indigeni huichol o wixárika e per loro rappresenta l’origine del mondo, una zona di preghiera e di secolari pellegrinaggi in cui alcune migliaia di appartenenti ai popoli originari continuano a vivere. Tre anni e mezzo fa, nel 2008, il presidente messicano Felipe Calderón, vestito con un abito tipico del popolo wixárika, promosse e participò a un accordo stipulato tra i governatori degli stati centrali del paese, la zona conosciuta come “el bajío”, che sanciva la conservazione e lo sviluppo della cultura huichol. Nel 2009, solo un anno dopo, il governo diede 22 concessioni di sfruttamento minerario alla Real Bonanza, filiale messicana di First Majestic, e altre due alla canadese West Timmins Mining, senza che la contraddizione tra questi interessi economici stranieri (in questo caso dei canadesi che di mine e conflitti in America Latina, dal Cile al Messico e al Perù, sono dei veri esperti) in una terra sacra per un popolo originario messicano e i patti firmati in precedenza venisse minimamente avvertita.

Ma il Messico profondo, vestigio di antiche civiltà sopravvissute fino ad oggi, ha deciso di risvegliare la coscienza dell’intero paese riguardo l’emarginazione e gli abusi di cui sono vittime i discendenti degli antichi messicani.

“L’origine dell’universo non è in vendita”. In più occasioni dalla fine del 2010 i huichol hanno inviato lettere al presidente e organizzato proteste per chiedere la cancellazione delle concessioni minerarie dato che Wirikuta ha un grande valore culturale, religioso e naturale che verrebbe seriamente compromesso dalle attività delle compagnie estrattive canadesi. Quasi il 70% dell’area concessa alla First Majestic ricade proprio in questa porzione di deserto che in teoria è tutelata e protetta per la sua biodiversità.

Il Canada è il primo paese al mondo per numero e importanza delle multinazionali che gestiscono mine a cielo aperto e queste sono le più distruttive per l’ambiente. Il Messico è un socio molto importante e un territorio allettante, ricco d’oro e d’argento oltre che di altri metalli meno “preziosi”. Il 70% delle compagnie minerarie operanti in terra azteca hanno la loro casa madre proprio in Canada. Anche se la First Majestic ha assicurato che utilizzerà solo tecniche di scavo in profondità, le questioni difficili da digerire restano troppe.
Sebbene lo Stato di San Luis Potosí abbia approvato nel 2010 una legge che in teoria obbligherebbe le autorità a consultare i popoli indigeni per la stipula di contratti che riguardano l’uso delle loro risorse naturali, i huichol non sono mai stati interpellati. Anzi, la loro terra è stata addirittura svenduta alla First Majestic che, con un fatturato di 24 milioni di dollari USA a trimestre, ne ha pagati al governo solo tre per le concessioni. In cambio ha promesso circa 100 milioni di dollari per investimenti nei prossimi 10 o 15 anni e la costruzione di un museo sulla storia del settore minerario in Messico, praticamente un palliativo per poi vantare una “responsabilità sociale d’impresa”. Le prospettive di “sviluppo” e d’indotto sono davvero magre e la contropartita è l’invasione e lo scempio ai danni delle montagne sacre di un popolo e l’attacco all’ecosistema di una vasta regione. mapa_sanluispotosi.jpg
Intanto, come documenta un reportage del quotidiano messicano La Jornada, nella comunità di La Luz, in pieno territorio wixárika, una quindicina di peones sono impiegati e pagati una miseria da un caporale locale per conto della compagnia canadese per cominciare a svolgere alcuni lavori di pulizia e sgombero in preparazione: molti abitanti della comunità auspicano comunque l’arrivo dei canadesi nella speranza di qualche anno di relativa “bonanza” visto che, ad oggi, stanno ai limiti della sopravvivenza e le opportunità sono nulle in tutta la regione, ma se la tendenza è quella del lavoro-schiavitù e dell’attacco alle radici culturali di un gruppo, i huichol, molto più ampio e radicato in tutto il Messico centrale, è chiaro che il gioco non vale la candela: si tratta di un deterioramento ambientale e culturale che pregiudicherebbe 16 centri abitati e almeno 3500 persone.
“Le informazioni tecniche relative alle concessioni” – richieste nel febbraio scorso dal Ministero dell’Ecologia e della Gestione Ambientale di San Luis Potosí – “sono state classificate come riservate” dagli organi governativi interrogati in merito a Città del Messico, come ha denunciato Manuel Barrera, responsabile del ministero a livello regionale. Come se non bastasse, il prospetto sull’impatto ambientale delle perforazioni non è stato depositato dalla compagnia presso il Ministero dell’Ambiente nella capitale.

“Se Wirikuta si distrugge, anche il mondo finisce”, dicono i huichol. Qui si trova l’orma più antica dell’uomo nel continente americano. La regione ha un valore culturale paragonabile a quello degli antichi centri economici e religiosi maya come Chichén Itzá o Tikal, solo che in questo caso vive ancora il popolo che li utilizzava, li abitava e quindi ancora oggi queste genti li difendono nell’indifferenza del governo centrale. Oltre alla questione culturale c’è anche un problema legale ed ecologico siccome Wirikuta è parte di una riserva naturale protetta dal 2001 ed è un’area ricchissima in biodiversità, soprattutto per quanto riguarda le cactacee endemiche. Nel 1994 è diventata una riserva storica ed ecologica protetta dallo Stato messicano in qualità di corridio bio-culturale. Fa parte della Rete Mondiale dei Luoghi Sacri Naturali dell’ONU dal 1988 ed è in lista per diventare Patrimonio Culturale e Naturale dell’Umanità dell’UNESCO.

“Quello huichol è un popolo originario americano che ha saputo conservare il nucleo della propria identità culturale e religiosa, imperniata sul culto del mais, dell’aquila, del cervo e del peyote o hikuri, un cactus allucinogeno usato a fini cerimoniali che abbonda nel deserto di Wirikuta e incarna un’intera visione del mondo”, spiega l’antropologa Manuela Loi dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (Unam).

La lingua huichol è parlata da oltre 700.000 persone in Messico e ogni anno sono migliaia i pellegrini e le guide delle comunità indigene che eseguono il rituale della caccia, l’offerta del sangue del sacro cervo agli dei e le lunghe marce a digiuno: tutto questo proprio nella regione in cui sono partite le prime opere di scavo e che il presidente ha dato in concessione. La ricerca, l’estrazione accurata e il consumo “terapeutico” del peyote, riconosciuto dai wixárika come la divinità del Cervo Azzurro, rappresenta secondo la tradizione una “massimizzazione dello spirito che ci condurrà al punto di trasformazione temporale in transizione verso l’esaltazione spirituale per trovare le forze dell’equilibrio”.

E sono parole che solo alla lontana ma con intensità descrivono il misticismo e il flusso di coscienza suscitati dall’ingestione di uno spicchio dell’amaro e allucinogeno cactus hikuri, un’esperienza rituale dal profondo significato religioso per i huichol. Il peyote cresce solo in questa zona che rischia d’essere inquinata dal piombo e dal cianuro. Il cactus raffigura il tempo non lineare, il viaggio imprevedibile, il fittizio indistinguibile dal reale, il divenire senza storia e lo sguardo dell’osservatore esterno, l’occidentale stranito, scorre le pagine degli eventi che sono come i trabocchetti surreali immaginati dallo scrittore Julio Cortázar nei suoi racconti. Di seguito un breve video documentario sulle vicende del popolo huichol e le minerarie canadesi coi sottotitoli di Clara Ferri.

La minaccia canadese riguarda sette cittadine e le più importanti sono Matehuala e Real de Catorce, famosa in Italia, tra l’altro, per il film Puerto Escondido tratto dall’omonimo romanzo di Pino Cacucci… “E’ come se volessero mettere un distributore di benzina in Piazza San Pietro a Roma o scavare sotto la Basilica della Madonna di Guadalupe a Città del Messico”, ha detto più volte, lanciando una provocazione (nemmeno troppo azzardata), il huichol Santos de la Cruz, portavoce della comunità wixárika.
Per ora i lavori della First Majestic e di West Timmins sono nella fase di esplorazione, ma i huichol, uniti nel Fronte per la Difesa di Wirikuta, denunciano da mesi l’alto impatto ambientale e lo sventramento di intere catene montuose che la “brama d’argento” dei canadesi provocherà. L’inquinamento da cianuro, sostanza impiegata per la dissoluzione dei metalli ricavati dalle mine, è un pericolo concreto tanto per i terreni come per le falde acquifere, ma la compagnia vuole riparare mettendo sul piatto un “indotto” di 750 posti lavoro a 150 euro la settimana e una donazione al popolo wixárika di 260 (su 6326 datele in concessione) ettari di terra per le loro cerimonie: il ricordo va subito al modello statunitense della “riserva indigena”.

La miseria e l’abbandono da parte dello Stato e la depressione economica che storicamente caratterizza queste aree semidesertiche giocano a favore delle imprese straniere che con un contratto per loro insignificante possono moltiplicare esponenzialmente il budget annuale di una piccola comunità o provincia e offrire lavoro a tutti gli abitanti. Questi sono praticamente obbligati ad accettarlo “nonostante l’inquinamento, le condizioni di semischiavitù e i rischi per la salute”, secondo Tunuary Chávez, rappresentante dell’Associazione di Sostegno ai Gruppi Indigeni dello stato di Jalisco. Data la storica presenza di compagnie minerarie nel centro del Messico, responsabili in buona parte dell’abbandono che soffrono molte zone minerarie che vengono scavate, sfruttate e poi lasciate al loro destino ciclicamente, “le persone hanno problemi di salute per via dell’acqua che ha alte concentrazioni di piombo e altri metalli”, ha dichiarato l’ex sindachessa di Real de Catorce a La Jornada.

Nel 2011 il Fronte pro-Wirikuta ha guadagnato le simpatie di gran parte della società messicana e, nonostante il Governo resti sordo alle richieste dei huichol, questi hanno invaso la capitale coi loro tamburi e con proteste coloratissime e pacifiche: conferenze, manifestazioni, iniziative culturali e campagne informative si sono susseguite per tutto l’anno. Dall’aprile del 2011, l’adesione del Fronte per la Difesa di Wirikuta al Movimento per la Pace di Javier Sicilia, il poeta e attivista in prima fila per dare visibilità alle vittime della guerra al narcotraffico in Messico ed esigere giustizia al Governo, ha rinforzato la causa di Wirikuta che ha avuto un momento di grande visibilità con la manifestazione a Città del Messico dello scorso 27 ottobre.

Moltissime Ong, oltre a intellettuali, per esempio i Nobel Tomas Tranströmer e Jean-Marie Le Clézio, e attori come il messicano Gael García, hanno aderito al movimento in difesa di Wirikuta e all’inizio dell’anno prossimo, probabilmente a febbraio secondo gli ultimi comunicati del Fronte, il musicista franco-spagnolo Manu Chau, i rapper portoricani Calle 13, i colombiani Aterciopelados e i messicani Café Tacuba e Tigres del Norte suoneranno in un megaconcerto al grido di “Salviamo Wirikuta, cuore sacro del Messico” per difendere quel che resta del Messico profondo. “Non puoi comprare la pioggia, non puoi comprare il sole, non puoi comprare il calore, non puoi comprare le nuvole, non puoi comprare la mia allegria né i miei dolori”. E’ il testo della canzone Latinoamérica dei Calle 13 che in poche settimane è già diventata un inno per i popoli del continente (allego qui sotto il video della marcia per la difesa di Wirikuta di ottobre con la canzone in sottofondo). A questo Link, la foto galleria completa. Di Fabrizio Lorusso, Carmilla.

Siti del Fronte per la Difesa di Wirikuta:

http://frenteendefensadewirikuta.org/

http://salvemoswirikuta.blogspot.com/

Due articoli de La Jornada:

http://www.jornada.unam.mx/2011/04/09/opinion/018a2pol

http://www.lajornadajalisco.com.mx/2011/12/05/index.php?section=politica&article=004n1pol

Bad Mexican Police: Una Denuncia Da Città del Messico

Purtroppo sono tante. Purtroppo non si fermano mai e a volte finiscono malissimo (leggi le note su Pavel González, 2004, e su Carlos Cuevas, 2011). Sono storie di abusi e violazioni dei diritti umani e del diritto alla sicurezza e persino alla vita. Le denunce delle violenze esercitate dalla polizia messicana sono all’ordine del giorno. Un’amica e suo fratello hanno avuto il coraggio di raccontarne una pubblicamente e riporto volentieri la loro voce, tradotta dallo spagnolo all’italiano, per creare coscienza su questo problema. Livia condivide su Facebook con amici e conoscenti la vessazione subita da suo fratello, Mario Tonatiuh Melendez Huerta, e prega di diffondere questa esperienza perché è l’unico modo di reagire e far conoscere quanto accade. Anche questo è Messico, ordinario.

Martedì 8 novembre, ore 13 e 40. Presso il portone principale della cattedrale di Città del Messico, Mario Tonatiuh Meléndez Huerta, studente della Facoltà di Filosofia e Lettere dell’Università più grande del mondo, la Autonoma del Messico (UNAM), è stato arrestato, aggredito e privato della sua libertà per 15-20 minuti da agenti della Polizia Federale messicana. Ecco i fatti nel racconto diretto di Mario.

Stavo camminando sul marciapiede di fronte alla cattedrale quando mi sono accorto di un uomo che camminava con delle stampelle e gridava qualcosa a un agente della Polizia Federale che controllava l’accesso principale della chiesa. Di fronte a quella scena ho avuto un senso di disgusto nei confronti del poliziotto e l’ho guardato con spregio.

Ho continuato a camminare per 6-7 metri in direzione ovest, verso la via República de Brasil, quando l’agente mi ha preso peri l collo e mi ha chiesto chi stavo guardando in quel modo. Gli ho indicato lo stemma della sua divisa mentre mi trascinava obbligandomi a entrare nella spianata della chiesa e gli ho chiesto per favore di non strattonarmi. Invano.

Ha iniziato ad aggredirmi verbalmente, dicendo che credevo che lui fosse un semplice vigile urbano e che per quel motivo facevo lo spavaldo con lui. Siamo entrati nella zona laterale sinistra della chiesa in cui vi sono gli uffici della stessa cattedrale e anche un posto di polizia dei federali. Appena entrati il poliziotto ha cominciando a spiegare al suo capo che io avevo offeso l’autorità e immediatamente il suo superiore ha ordinato di farmi mettere in ginocchio con la fronte attaccata alla scrivania. Per costringermi mi hanno dovuto dare calci sulle gambe e colpirmi alle costole.

Una volta in ginocchio mi hanno perquisito e mi hanno privato del mio portadocumenti, hanno controllato le tessere e carte che avevo e hanno proceduto a inserire i miei dati nel PC dell’ufficio. Mi hanno fatto una foto con un cellulare mentre l’aggressione fisica e verbale continuava così come le minacce. Dicevano che se seguitavo a fare il rivoltoso o a mancare di rispetto all’autorità, mi avrebbero preso ancora dato che ormai mi avevano schedato con tutta l’informazione necessaria, indirizzo e provenienza.

Nel frattempo mi colpivano costantemente alla testa, sul torace e sulle gambe. Dopo, in gruppo, 4 o 5 poliziotti mi hanno portato in un corridoio sul retro della cattedrale dove mi hanno duramente picchiato per un paio di minuti e mi hanno spruzzato in faccia uno spray al peperoncino per poi trascinarmi a spintoni fino all’uscita posteriore della chiesa.

 Dichiaro da subito che non è proprio possibile inoltrare una denuncia penale contro i miei aggressori a causa della politica con cui operano gli organismi statali di pubblica sicurezza, per cui questa denuncia è diretta all’opinione pubblica, ai mezzi di comunicazione e alla popolazione civile. kmn.

En español:

Denunciamos¡¡
Hoy Martes 8 de Noviembre al rededor de la 1:40 p.m. en el acceso frontal de la Catedral CAPITALINA Mario Tonatiuh Meléndez Huerta estudiante de la Facultad de Filosofía y Letras de la UNAM fue sometido, agredido y privado de su libertad al rededor de 15 o 20 minutos por elementos de la Policia Federal.
-Caminaba sobre la acera frontal de Catedral cuando me percate de un hombre que caminaba con muletas gritaba algo a un elemento de la PF que resguardaba el acceso principal de la catedral, al ver esto senti repudio hacia el oficial y lo mire con gesto desaprobatorio, caminé 5 o 7 metros en direccion a la calle Republica de Brasil cuando el oficial me tomo por el cuello y me preguntó a quien estaba mirando de esa manera, le señalé el escudo de su uniforme y procedió a forzarme a ingresar a la explanada de la iglesia, le pedí por favor que no me agarrara y me ignoró, comenzó a agredirme verbalmente diciendo que yo creía que era un policía capitalino y que por eso andaba de verguero, ingresamos al ala poniente de la catedral donde se encuentran las oficinas de catedral y asimismo un cuartel de la PF, llegó argumentandole a su superior que yo andaba vejando a la autoridad, inmediatamente su superior ordenó que me pusieran de rodillas con la frente pegada al escritorio, para esto patearon mis piernas y golpearon mis costillas, ya incado me catearon y me despojaron de mi portacredenciales, las revisaron y procedieron a ingresar mis datos en la computadora de la estación, con un celular me tomaron una fotografía y siguieron agediendome fisica y verbalmente, me amenazaron con que si seguia de revoltoso o faltandole el respeto a la autoridad me iban a agarrar otra vez puesto que ya tenían capturada mi dirección y mi procedencia. Despues de estar golpeandome constantemente en la cabeza, torax y piernas un grupo de 4 o 5 policias me llevaron al pasillo posterior de la catedral para golpearme intensamente durante unos dos minutos y rociarme la cara con gas pimienta y jalonearme hasta la salida posterior de la iglesia.
De antemano manifiesto que ya no es posible ejercer una denuncia penal en contra de mis agresores debido a la política con que operan los organismos estatales de seguridad pública, por lo cual esta denuncia está dirigida a la opinión pública, a los medios de comunicación y a la poblacion civil. kmn