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Messico: Liberal Farmacia+Banca+Todo

Com’è vivere in un paese che ha le banche, le assicurazioni e le farmacie iper liberalizzate? Devo dire che in Messico c’è un capitalismo piuttosto selvaggio, sicuramente “all’americana”, anche se imbrigliato (o moderato?) da una burocrazia asfissiante e “piccole” imperfezioni come la corruzione, l’opacità della funzione pubblica (trasparency+accountability) e l’autoritarismo (mentalità, pratiche, logiche), quindi si tratta di uno strano mix, contraddittorio e non proprio o non sempre vantaggioso per il cittadino. O meglio, occorre distinguere: quando il cittadino è consumatore, qualche vantaggio ce l’ha eccome, ma quando è nel suo ruolo di lavoratore, salariato insomma, le cose cambiano.

Ad ogni modo quando arrivai qui nel 2000 – e ancor di più oggi – notai subito le differenze rispetto al nostro paese e, come tanti, pensai “beh, non è che il Messico, almeno nelle sue parti “moderne”, la capitale e le grandi città, si debba considerare come un paese del terzo mondo, come spesso sentiamo dire, anzi, è pure più avanti di noi in tante cose“. Dopo Seul, Mexico City è la seconda città del mondo per ore lavorate pro-capite. Non che ciò voglia dire nulla (l’efficienza, la qualità e quantità di “prodotto finale” sono un’altra cosa), però ci si fa un discreto mazzo. Con “avanti” mi riferivo al fatto che i negozi erano sempre aperti, puoi trovare di tutto a tutti gli orari e ti stressi di meno, puoi gestire la tua giornata con una flessibilità e un dinamismo impensabili nella bella (e lenta) Italia.

C’è una concorrenza spietata in tanti settori: questo porta alla vigenza della legge del più forte che non è certo il meglio nell’evoluzione delle società moderne. Tanta storia e tante lotte per tornare indietro? Alcuni benefici si vedono, o almeno alcuni li vedono, ma se non s’arriva a toccarli con mano, se non c’è lavoro, sviluppo, pensione, comunità, futuro, che ci fanno 50 milioni di poveri coi benefici di un mercato liberale o presunto tale? Consideriamolo. Ah e poi, ci sono taxi ovunque e sono super-economici. Peccato che, senza controlli statali, molti di questi siano pericolosi e abusivi. Giusto aprire, giusto sbloccare, ma senza eccessi. Chi e come decide fino a che punto arrivare?

Un problema è che ci sono ancora immensi monopoli nei settori che contano, quei settori che influenzano la vita di tutti molto più del commercio al dettaglio, sono stati privatizzati tutti dopo le crisi e i default degli anni 80, ma non sono significativamente liberalizzati né aperti al mercato e dunque questi settori (energia e telecomunicazioni in primis, ma anche lo stesso mondo della politica…) costituiscono rendite succose per pochi eletti ma poco compatibili con il credo economico neoliberista-neoclassico.

S’è svenduto tutto e si sono arricchiti in pochi. Le tasse si pagano poco, 12,5% del PIL contro il 46-48% italiano o giù di lì.  Scuole e ospedali, educazione e sanità, sono molto “liberi” ma diciamolo chiaro: salvo rare eccezioni come l’istruzione universitaria (solo alcuni casi) e gli ospedali d’eccellenza nelle grosse città, il resto è un disastro. Quasi chiunque apre la sua scuolina e spuntano università come funghi in settembre, con orari e offerte personalizzate, tutto come vuoi ma poi magari in classe siete in 2 e per finire l’uni devi fare un mutuo.

Comunque. Altro che messicani pigri e poco lavoratori o poco svelti, al contrario, qua il gran mostro di metropoli da 25 milioni di abitanti ci mangia tutti “a noi italiani” in un sol boccone. Le banche aprono alle 8 e chiudono alle 18 e altre aprono il sabato, cambiando orario quando vogliono o quando viene percepita l’esigenza dei clienti. Anche in banca tutto è rapidissimo, internet banking, offerte, operazioni, fare una carta di credito o un bancomat, cambiarlo, buttarlo o mangiarlo. Cose dell’altro mondo, un supermarket di prodotti finanziari; chiaro, coi pericoli cosmici che comporta.

Infatti, anche l’offerta di opzioni incomprensibili e investimenti fast track è selvaggia e bisogna resistere strenuamente all’invasione telefonica e postale di nuovi prodotti. L’informazione non è chiara e l’importante è vendere. Va molto la cultura del credito e dell’indebitamento, tutti a fare debiti e comprare, consumare, tanto poi l’importante non è pagare ma starci con gli interessi oppure sparire per un po’. Da noi s’è resistito alla tentazione in confronto ai paesi anglosassoni, ma per quanto durerà? E comunque lo Stato di debiti ne ha fatti eccome.

Anche in farmacia sembra di stare in un gran supermercato, vendono sigarette, cibo, biciclette e giornali. Ci sono feste, balli, salsa e merengue, casse acustiche tipo disco, donne ignude e pupazzi simili a Babbo Natale. E va beh, niente di veramente malvagio fin qui. Dico, a parte la contraddizione logica tra le sigarette esposte vicino all’aspirina o al Broncolin. I commessi ti vogliono proporre di tutto, ti squadrano e in 4 minuti hanno la proposta adatta a te e son peggio dei venditori televisivi.Le farmacie sono aperte praticamente sempre e ovunque e questo è un vantaggio. Fino a poco tempo fa ti davano davvero tutto senza ricetta, dagli antibiotici alla pillola del giorno dopo, altro che narcotraffico! Ma, mi pare di capire nella mia ingenuità, che questo non è sempre e completamente “un vantaggio”. Hanno sospeso la vendita libera di antibiotici dato che la popolazione ne abusava ed nuovi batteri intestinali fortissimi e resistenti alle medicine si stavano diffondendo a macchia d’olio. Se il mercato non lo regoli mai, poi son dolori.

Come concludo? Difficile ma direi che, nel sistema attuale e finché dura, liberalizzare e aprire dovrebbe servire. E’ importante capire come.  Non per niente sono economista, uscito dalla uni di cui l’On. Monti è presidente, e sempre ci insegnano a rispondere “dipende” a qualunque domanda sull’economia.

Ma il lato messicano e la mia formazione ed esperienza qui mi dicono anche altro. Le formule e ricette standard, di per sé, non funzionano. La pratica e la società contano di più e bisogna capire le loro reazioni. Alcune politiche neoliberali, applicate per trent’anni nelle Americhe, hanno fatto danni enormi. Stiamo attenti a non ripeterli, l’America Latina ha molto da insegnare. S’è “liberalizzato” solo verso il basso e non si sono toccati i poteri forti.

Banche e farmacie sono sempre aperte ma i lavoratori prendono una miseria, ci sono decine di commessi e gente del front office, ovunque, in ogni negozio o attività, ma in 5, sommando, guadagnano forse un salario degno. Il ricatto della disoccupazione e del precariato è sempre esistito, come lo stiamo vedendo da noi negli ultimi anni o anche peggio, e non ci sono tutele, la solitudine è estrema. Molti compiti dello Stato, la solidarietà, la salute, le pensioni, la cura dell’infanzia e tante altre sono affidate alla carità, agli arrotondamenti concessi dai clienti al super sul totale della spesa, alle mance onnipresenti e sempre richieste o, infine, alle fondazioni che ci scaricano le tasse. Infine, magari sembra uno slogan banale ma ci sta: libertà e apertura con garanzie e welfare, se no non vale proprio la pena.

MBA latinoamericano: un poco de historia

MBA is not NBA. (Columna de América Economía). A mediados del siglo pasado, cuando la administración de negocios se estaba fortaleciendo como disciplina académica, Europa Occidental y Estados Unidos gozaron de una relativa estabilidad económica y política que justificó la rentabilidad de los proyectos de investigación a largo plazo. En América Latina, con las mayores turbulencias económicas, las dictaduras y los periodos de hiperinflación, las universidades no se dieron el lujo de invertir demasiado para las necesidades educativas y docentes de sus sociedades: los programas de ingeniería y economía fueron quizás las excepciones.

Los primeros MBA en América Latina habían sido creados en departamentos universitarios específicos con cierto nivel de autonomía o, más comúnmente, en forma de escuelas de negocios, apoyadas en acuerdos entre los gobiernos de los Estados Unidos y los países del subcontinente.

En 1958, la Fundación Getulio Vargas lanzó su “Curso de Pós-graduação em Administração de Empresas” en San Paulo, Brasil, que puede ser considerado como el primer MBA abierto en la región. Para ese entonces, del otro lado del Océano Atlántico, estaba empezando el primer programa MBA de la Europa continental (INSEAD, 1959) (1).

En 1963, se creó la ESAN, (Escuela de Administración de Negocios para Graduados) en Lima, Peru y su desarrollo inicial se relacionón con la Business School of Stanford University, California. En 1964, nace la EGADE (Escuela de Graduados en Administración y Dirección de Empresas) del Tec de Monterrey. Ese mismo año se fundó INCAE (Instituto Centroamericano de Administración de Empresas), por iniciativa de seis naciones centroamericanas (Guatemala, El Salvador, Honduras, Nicaragua, Costa Rica y Panamá) y del sector privado local, con una supervisión técnica y apoyo en la enseñanza de la Harvard Business School.

El desarrollo de la iniciativa INCAE recibió su empuje inicial tras el viaje de J. F. Kennedy, Presidente de Estados Unidos, en 1963 a Centroamérica para promover la política y los financiamientos de la Alianza para el Progreso como freno a la avanzada del “comunismo” y la revolución cubana en la región. Su primer MBA (“Maestría en Administración de Empresas”) fue lanzado en 1967 (2). El IPADE (Instituto Panamericano de Administración de Empresas) nace en 1967 y está ligada a la red del Opus Dei.

También sigue el método de casos de Harvard y precede la fundación de la Universidad Panamericana en la que ahora está incorporada. La escuela de negocios del Instituto Tecnológico Autónomo de México en el campus de Santa Teresa inicia actividades en 1973, basándose en una larga tradición institucional de enseñanza de la economía, la matemática y la econometría, es decir, un enfoque cercano a la escuela de Chicago, a Stanford y menos al método de casos.

La evolución de la ciencia económica bajo el liderazgo de Estados Unidos ha cambiado el perfil del economista profesional en el lapso de tres o cuatro décadas con la fijación y homologación internacional de una ciencia más matemática, empírica, técnica y menos “social” o política, por lo cual se marcó una división neta entre disciplinas y se subordinó la política a la economía (3).

El conocimiento administrativo y empresarial, dentro de la influencia científica y académica estadounidense hacia el exterior, actúa en un nivel “micro”, que gotea en los ganglios de la sociedad (empresas, pública administración, familias, individuos). Sin embargo, se acompaña de un modelo cultural y formativo que tiene sus referentes “macro” en la política “grande” de apertura y liberalización, en la tecnocracia y en las disciplinas económicas más “duras”.

El nivel “micro” (administrativo – empresarial), con sus peculiaridades regionales, sus valores, aportaciones y límites, resulta ser el menos estudiado en la perspectiva latinoamericanista, aunque quizás sea el más determinante en la difusión y en la readaptación local en la sociedad de la llamada “revolución silenciosa”(4), es decir, la progresiva penetración de la economía, las lógicas y las mentalidades de mercado en la región que ha recibido un gran empuje, indudablemente, tras la crisis de la deuda en muchos países después de 1982.

Con la creciente internacionalización de sociedades, negocios y economías, de la mano con la mayor atención hacia el comercio y las empresas, las escuelas latinoamericanas han aumentado sus inversiones y, consecuentemente, han estado entrando al campo de la producción de teorías propias que, sin embargo, se han centrado en enfoques más comparativos o “prestados” que realmente innovadores, con respecto al conocimiento generado en los países más industrializados y los centros académicos de referencia para las B-Schools y sus facultades.

Las escuelas más avanzadas en la investigación están entre la elaboración de casos basados en las realidades latinoamericanas (y no simplemente en la reproducción de casos del extranjero) y una verdadera sistematización del conocimiento para construir un record empírico de evidencias locales y subregionales útiles a la comprensión de las diferencias con otros mercados, con su funcionamiento y sus variables culturales.

La esperanza de un desarrollo acelerado de la economía regional, acompañado por el de la academia especializada, dejaría un espacio para el florecimiento de teorías y contribuciones que, en futuro, pueden anticipar tendencias y estudios para otras naciones en vías de desarrollo, ya que se ha reconocido que la investigación en América Latina proporciona miradas vitales no sólo para esta región sino para otras como Europa del Este, Asia y Africa (5).

Notas.
(1) Hedmo, Tina, Sahlin-Andersson, Kerstin y Wedlin Linda, The Emergence of a European Regulatory Field of Management Education – Standardizing Through Accreditation, Ranking and Guidelines, SCORE (Stockholm Center for Organizational Research), Stockholm University, 2001; Philipp, Alan. Bringing Business Education to Europe, Ambassador, Julio/Agosto 2000.
(2) Artavia, Roberto, Cabot Lodge George et al. INCAE – Latin America’s Premier Graduate School of Management, INCAE, Alajuela, Costa Rica, 2001.
(3) Meldolesi, Luca. En búsqueda de lo posible. El sorprendente mundo de Albert O. Hirshman, Fondo de Cultura Económica, México, 1997, p. 59.
(4) Green, Duncan. “Silent Revolution. The Rise and Crises of Market Economics in Latin America” (II ed.), Monthly Review Press, Nueva York, 2003.
(5) Ramos, Carlos. “The Development of MBAs and Business Schools in Latin America”, Business Leadership Review, Vol. 1, núm. 2, Association of MBAs, Julio de 2004, p. 3.

La fuerza de las ideas. América Economía

Desde América Economía. F.L. En su teoría general del interés, el empleo y el dinero, el economista J.M. Keynes destacaba que “las ideas de los economistas y los filósofos políticos, tanto correctas como equivocadas, son más poderosas de lo que se piensa comúnmente. Por cierto el mundo es regulado por pocas cosas más. Los hombres prácticos, quienes creen ser casi exentos de cualquier influencia intelectual, normalmente son los esclavos de algún economista finado. Los hombres locos en el poder, quienes oyen voces en el aire, van purificando sus ansias con algún escribano académico de unos años atrás. Estoy seguro de que el poder de intereses personales es enormemente exagerado si se compara con la gradual invasión de las ideas”. Ya en 1971, el académico estadounidense Joseph Nye jr. publicó un artículo titulado, en inglés, “Transnational Relations and World Politics” (“Relaciones transnacionales y política mundial”), en el cual abogaba en favor de un papel mayor de las organizaciones internacionales en las relaciones mundiales.

En 1977, Nye, junto a Robert Keohane, escribió un libro, “Power and Interdependence” (“Poder e interdependencia”), el cual completaría la elaboración de un enfoque que hace hincapié en las escasas posibilidades de una guerra constante entre los Estados en un mundo cada vez más entrelazado. Por ello, se preveía una progresiva convergencia y condivisión de valores, instituciones, organizaciones e intereses en la arena internacional lo cual habría de caracterizar también las décadas posteriores.

Finalmente, la idea de “poder blando” se popularizó, sobre todo en Estados Unidos y Europa, a partir de los años noventa en las disciplinas de las relaciones internacionales, la geopolítica e incluso en el lenguaje periodístico y político, en particular el estadounidense, y tiene como referencia los trabajos del mismo Joseph Nye, director de la Kennedy School of Government de Harvard y ex director del National Intelligence Council de Estados Unidos, quien publicó su primera síntesis sobre el “poder blando” y sus interacciones con el ya noto “poder duro” en 1990 con “Bound to Lead: The Changing Nature of American Power”.

El autor señala los origines de esta idea en lo que Bachrach y Baratz en 1963 habían llamado “la otra cara del poder”, refiriéndose al que Nye bautizaría como “soft power o poder blando”, es decir, uno de los elementos que permiten el ejercicio pleno de alguna forma de poder, es decir, hace que otro agente actúe según patrones deseados y favorables al actor que lo instrumenta. La publicación del libro se consideró como una respuesta a las más pesimistas profecías de algunos autores como Paul Kennedy quien, en su notorio libro “The Rise and Fall of Great Powers” (El surgimiento y el declino de las grandes potencias de 1987) había previsto el repentino fin de la hegemonía estadounidense una vez ganada la Guerra fría.

Kennedy sostenía que, sin un grande enemigo, los intereses y tareas globales de Estados Unidos serían más difíciles de legitimar y justificar política y económicamente. Nye opina que “Si un Estado puede hacer que su poder se legitime ante los ojos de los demás, encontrará una menor resistencia hacia sus objetivos. Si su cultura e ideología resultan atractivas, los otros serán más propensos a seguirlo. En fin, la universalidad de la cultura de un país y su habilidad para establecer un conjunto de reglas e instituciones favorables que gobiernen las áreas de la actividad internacional, son fuentes fundamentales de poder”.

Hay dos aspectos profundamente relacionados entre sí que son componentes fundamentales de los flujos de soft power atribuibles a los Estados Unidos: (a) la configuración de las sabidurías convencionales sobre el desarrollo y las políticas más adecuadas, las que vienen adquiriendo una aceptación general en el mundo político y en la opinión pública sin tener una eficacia empírica universal comprobada; (b) la influencia académica y educativa, sobre todo al nivel de los estudios universitarios y de posgrado tanto en las escuelas latinoamericanas de negocios como en los mismos EE.UU., que han ido formando a una clase de tecnócratas latinoamericanos y una generación de empresarios y administradores (públicos y privados) con cierta forma mentis común, derivada, en alguna medida, del modo norteamericano de entender los negocios, el mercado y la sociedad.

El conjunto de estos enfoques o visiones del mundo en las disciplinas económicas y empresariales se ha tornado determinante, también en un nivel “macro”, para el manejo de las políticas de reajuste estructural y negociación internacional de la deuda después de la crisis de 1982 y, asimismo, para el cambio social relacionado con el crecimiento de la economía de mercado y la interdependencia internacional. De ahí, arranca la idea del MBA como artefacto o producto cultural de cuño norteamericano que va difundiendo en el mundo las prácticas y teorías de los negocios, lo que constituye un marco interesante para entender de donde venimos y hacia donde vamos como docentes y aprehendientes en estos temas.

L’Honduras mette in vendita città-modello pronte all’uso

Articolo di Fabrizio Lorusso dal quotidiano L’Unità di lunedì 12 settembre 2011. QUI LINK all’originale, alla pagina 32-33.

Porzioni di territorio nazionale – incluso un parco – sono in vendita in Honduras per la costruzione di città modello, da colonizzare e amministrare in piena autonomia anche da potenze straniere.

Lo scorso 28 luglio l’Honduras è diventato il primo paese al mondo a modificare la Costituzione per permettere la fondazione sul territorio nazionale di una Charter City, cioè una “città modello” a statuto speciale affidata in gestione a una potenza straniera. Con 107 voti a favore e solo 7 contrari il Parlamento ha dato il via a un progetto che punta a costituire un sistema ibrido, un mix tra il regime della zona franca e il paradiso fiscale concentrato su una superficie di 1000 chilometri quadrati con la capacità d’accogliere almeno un milione di persone.

L’ideatore di questa versione moderna delle città-stato è l’economista di Stanford candidato al Nobel, Paul Romer. Da vent’anni il professor Romer gira il mondo illustrando il suo progetto che promette crescita e benessere a quei paesi in via di sviluppo che, in cerca di soluzioni rapide alle crisi interne e globali, sono disposti a concedere in outsourcing un’intera città. Romer sembra aver scoperto la formula magica per risolvere i problemi di corruzione e sottosviluppo che affliggono la gran parte dei paesi dell’Africa e dell’America Latina. Nel 2008 il Madagascar aveva accettato il progetto ma un colpo di Stato ne impedì la continuazione. Hong Kong, Shangai e Singapore sono i casi principali citati dal guru statunitense a supporto della sua tesi per cui grazie all’imposizione di regole chiare dall’esterno e alla volontà del paese anfitrione e dei finanziatori sarebbe possibile trasformare un dato territorio in un modello di sviluppo da riprodurre in serie. In alcune conferenze Romer ha suggerito al Presidente cubano Raul Castro di prendere accordi con gli Stati Uniti per trasformare la base di Guantanamo in una città modello sotto il controllo canadese. Ha anche azzardato un piano per Haiti che prevede la sostituzione dei caschi blu dell’Onu sull’isola con una missione che dia vita a una città amministrata dal Brasile.

Gli elementi comuni alle Charter City sono almeno tre: la scelta di un territorio disabitato, uno statuto (“charter”) garantito da uno Stato straniero neutrale e la libertà d’ingresso e residenza. Il regolamento approvato dai legislatori honduregni stabilisce il bilinguismo, quindi si parleranno l’inglese o un’altra lingua oltre allo spagnolo. Inoltre non vi saranno restrizioni alla circolazione delle valute straniere insieme alla lempira, la moneta nazionale. Il pericolo è che le regole d’oro che dovrebbero impulsare la crescita economica all’interno della “città perfetta” conducano alla precarizzazione del lavoro, al congelamento dei sindacati, a vantaggi fiscali indiscriminati e alla sospensione di alcune garanzie democratiche in favore dell’efficienza amministrativa.

Ad ogni modo l’Honduras deve trovare i finanziamenti di governi, imprenditori e manager dei paesi industrializzati che, attratti dai presunti vantaggi legali ed economici da poco approvati per le Charter City, dovrebbero edificare la metropoli del futuro in soli 4 anni secondo le stime governative. La città modello avrà una legislazione speciale, un proprio sistema amministrativo, un governatore, una polizia e una magistratura autonomi e, quindi, sfuggirà in buona parte al controllo politico di Tegucigalpa. Le zone segnalate per la costruzione sarebbero due: la Baia di Trujillo, una regione caraibica devastata dall’uragano Mitch nel 1998, e la costa settentrionale atlantica della Mosquitia che è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Da secoli entrambe sono abitate dal popolo d’origine africana dei garifuna che sono i più acerrimi nemici del megaprogetto che minaccia usi, costumi, ecosistemi e territori locali.

“Il problema non sono le regole, ma la politica e la gente corrotta”, sostiene Carlos Sabillón, politologo e opinionista televisivo honduregno. Sabillón è molto scettico sulla riuscita dell’operazione. “Siamo di fronte alla creazione di uno Stato dentro lo Stato. Chi lo finanzia? Ricordiamo che i narcos hanno capitali in eccesso pronti da investire…”, ha aggiunto.

Il Presidente dell’Honduras, Porfirio Lobo, s’è rivolto ai cittadini invitandoli “a sognare, a pensare ad un luogo ideale dove possiamo vedere come arrivano senza limiti gli investimenti”. Malgrado i buoni auspici il paese è in balia della stagnazione economica e della violenza che si manifesta con le sistematiche violazioni dei diritti umani e con un tasso di omicidi tra i più alti al mondo, 70 ogni 100.000 abitanti nel 2010. L’ascesa politica di Lobo cominciò poche settimane dopo il golpe del giugno 2008 che costrinse all’esilio l’allora Presidente Manuel Zelaya. La classe dirigente honduregna è rimasta a lungo isolata dalla comunità internazionale e, mentre sogna di avere la sua Hong Kong caraibica, resta alla disperata ricerca della legittimità perduta.

La ciudad que pretende salvar a Honduras

No tiene aún nombre ni lugar, pero ya es un proyecto aceptado: Atraer inversiones, empresas y ejecutivos, a través de la creación de una urbe modelo, tan modelo, que no parecerá hondureña. ¿Es posible gestionar una ciudad así?   Autor: Daniela Arce

Tendrá alrededor de 33 kilómetros cuadrados y pretende convertirse en la solución a todos los problemas de índole urbana que afectan la competitividad y la atracción de inversiones de uno de los países más caóticos de América Latina.

Pese a que no tiene aún un lugar específico, lo más probable es que sea en el Municipio de Trujillo, en la costa Caribe, la idea es fundar una mini ciudad dentro de Honduras, pero sin los problemas de Honduras.

Se trata de una ciudad charter o ciudad modelo, donde imperarán reglas especiales, que atraerán empresas y ejecutivos, quienes vivirán ahí inmunes a los problemas de empleo, educación, salud y seguridad que afectan a este país. Será –según sus promotores– una ciudad libre, donde circulará la inversión, el dólar, el euro y la lempira, la moneda hondureña, sin restricciones.

No. No se trata de un estado febril, sino de uno de los proyectos más relevantes del presidente hondureño, Porfirio Lobo, quien ya consiguió el apoyo del Congreso para crear Regiones Especiales de Desarrollo, en un formato muy similar al que se aplicó en la lejana China con la creación de Zonas Económicas Especiales o en menor escala, Panamá, con zonas industriales en las que simplemente las reglas son otras.

¿Le hace sentido? O visto de otro modo, si su empresa le asignara como destino la nueva ciudad charter en Honduras ¿tomaría la aventura?

El economista estadounidense Paul Romer cree que muchos lo harían, pues es quien ideó esta fórmula de solución para países pobres como Honduras u otros del África, que de todos modos no reciben mayores inversiones y proyectos. Según él, mediante leyes y reglas económicas independientes del gobierno de turno, se puede desarrollar una urbe administrada con criterios de país desarrollado. Romer argumenta que este mecanismo funciona, porque son las normas mal aplicadas las que fomentan la pobreza, y que puede mejorar a través de reglas eficientes que favorezcan un clima que fomente el crecimiento económico.

“Estas urbes surgen generalmente por dos razones. Primero para definir una cierta zona con características únicas o especiales, distintas al resto de una ciudad; segundo, porque da la posibilidad de determinar una zona de planificación urbana, es decir, en determinar la manera en cómo se construye diferente, dando respuesta a ciertas demandas y que pueda concentrar infraestructuras adecuadas”, explica Luis Valenzuela, director del Centro de Inteligencia Territorial, UAI.

Si bien para el actual gobierno de Honduras parte de la solución a sus problemas económicos es abrirse a la posibilidad de la fundación, por el momento, de una ciudad modelo -luego podrían multiplicarse, por ejemplo en Amapala, en la costa Pacífico-, reforzando el planteamiento de Romer, no significa que todos los países bajo problemas similares o más complejos, necesiten o puedan crear territorios bajo estatutos anexos.

Fotografía:Irum Shahid, www.sxc.hu

Para Valenzuela “este sistema se ha dado en países de gran potencial económico como China, pero no en uno de las características de Honduras”. Sin embargo, reconoce que podría ser un “golpe estratégico de desarrollo”, pues hay una visión para un salto cuantitativo. “No existe un modelo político o económico en que uno pudiera decir que de aquí saldrá o no una ciudad modelo, habrá que ver”, dice.

Por ahora Lobo defiende su proyecto estimando que se trataría de un espacio en el que sin tener nada en ese sitio, agentes extranjeros construirán edificios y compañías, tal como sucedió durante la administración británica de Hong Kong, en medio de la China de Mao.

Éxito no asegurado

En el informe “Desarrollo Mundial: Una Nueva Geografía Económica”, elaborado por el Banco Mundial en 2009, se analizan algunas iniciativas de territorios bajo regímenes especiales, con mayor y menor éxito, como el caso del fracaso de la Egipto y el éxito en China.

En el caso del país árabe, entre 1974 y 1975, como una manifestación del compromiso político de conquistar el desierto y asegurar un crecimiento sostenible, se crearon grandes zonas industriales y se otorgaron generosos incentivos tributarios al sector privado. La tierra era virtualmente gratis. Primero se construyeron seis pueblos, cada uno con una propia base industrial, y luego a mediado de los 80′ se lanzó el programa para crear nueve asentamientos alrededor de El Cairo. En una tercera oportunidad se incluyeron ciudades gemelas cercanas a capitales provinciales.

Nada de eso prosperó conforme a las expectativas.

En el informe se explica que “las urbes cercanas a El Cairo han atraído negocios y gente, pero en menor número de lo previsto. Las ciudades distantes continúan siendo no atractivas para la mano de obra calificada debido a la falta de servicios y enlaces de transporte. Las nuevas ciudades no tienen más de un millón de habitantes (1% de la población de Egipto) en comparación con los 5 millones establecidos por el programa para 2005”.

A su vez, en el caso de China, se menciona a Shenzhen como primera zona especial, la cual experimentó un intenso crecimiento poblacional de 1980 a 2000, aumentando en 60 veces el PIB per cápita. Las razones de ese éxito pasan, explica el informe, por su cercanía a Hong Kong, su conectividad con el interior y con otras ciudades de China, y sus especificidades urbanas.

O sea, estas ciudades prosperan, conforme al potencial de los contextos en que se enclavan y no al revés.

Fabrizio Lorusso, Maestro en Administración de Empresas por la Universidad L. Bocconi de Milán y doctorando en Estudios Latinoamericanos de la Unam, México, afirma que aunque el proyecto hondureño tenga buenos resultados, son pocos los que se beneficiarían a corto plazo de esto. “Crear un “paraíso” en el medio de un territorio inhóspito plantea también otras exclusiones; además, los únicos en tener acceso a los supuestos beneficios de la ciudad charter serían los hondureños más calificados, nadie más, y los otros esperarían unas décadas, quizás, en ver algún beneficio concreto”, opina.

También la creación de una ciudad charter en Honduras plantea dudas respecto a la calidad de la inversión extranjera, atraída por ambientes desregulados. Probablemente esto no impactará en las relaciones laborales, pues –según Valenzuela– las compañías interesadas llegarán intentando atraer y retener buenos trabajadores y ejecutivos, y además porque detrás “probablemente habrá voluntad política para una buena administración de justicia”, dice Víctor Tomas, abogado empresarial argentino. Sin embargo, nada de eso asegura que esos puestos de trabajo serán perdurables, pues la desregulación puede llegar a atraer capitales especulativos, al no tener demasiadas barreras para salir de Honduras.

Un Estado dentro del Estado

“Tengo la impresión de que es difícil incentivar en un territorio arbitrariamente nuevas reglas, distintas a las del país de procedencia. Porque las reglas del juego no son cosas abstractas, no tienen vida por sí mismas, sino que son consecuencias de la cultura, la política, y las maneras en que se desarrolla el ejercicio del poder. Cuesta pensar que alguien podría crear arbitrariamente un contexto ideal para favorecer el empleo, la producción y la alta competitividad para el desarrollo económico”, explica el argentino Pablo Trivelli, de la UTDT.

Por su parte, Lorusso cree que una ciudad modelo no es la solución para Honduras. “Va a crear un Estado dentro del Estado, desligado de sus lógicas, ligado a poderes e intereses extranjeros que –sin ser malos de por sí, como afirmaría cierta izquierda–siguen sus intereses, no los de Honduras, que tiene un gobierno débil e incapaz de controlarlos, a diferencia de China”. Para Lorusso el gran desentendido es que Tegucigalpa, la capital hondureña, no es Beijing, así como la ciudad que nazca no será Honk Kong.

Ahora, de todos modos Honduras requiere urgente alguna ciudad con mayor infraestructura y conectividad física, así como de poder de marca, tal como lo revela el Ránking de las Mejores Ciudades de América Latina para hacer negocios de AméricaEconomía, donde en su última versión, Tegucigalpa calificó en el último puesto (37º), siendo esos factores sus principales debilidades.

Por ahora, la ciudad charter hondureña no tiene nombre, pero así y todo, es difícil que escape de las connotaciones del país donde estará enclavada: Honduras, una pequeña república centroamericana, deprimida económicamente, asaltada por una ola de violencia y paria internacional, dado que es junto a Cuba, el único país no aceptado en la OEA, por tener el triste registro de ser el único país latinoamericano que llegó a un régimen político en el siglo XXI a través de un Golpe de Estado.

Gerentes del futuro y MBA

De América Economía (Taak). ¿Qué tipo de background necesita un gerente, entendido como líder y organizador de personas, recursos y estrategias, frente a un futuro cada vez más incierto? Atrapados en una realidad económica y social, cada vez más cambiante y dinámica, tanto el sector educativo como el empresarial tienen que plantearse el problema de los valores y de los rasgos que se requerirán a los gerentes para que mantengan sus conocimientos y sus acciones, por ende, sus negocios competitivos en el mercado. En esta fase de cambios extremos y rápidos, especialmente en América Latina con la apertura de las economías y la revolución de las comunicaciones, lo que queda bastante claro es que nos estamos moviendo hacia un entorno determinado más por las soft skills, las capacidades blandas, que no son representables matemáticamente ni son codificables al 100%.

En ellas, juegan un papel relevante la persona y sus relaciones, pues, el elemento decisivo es la capacidad de interpretar la realidad de manera múltiple y compleja, relacionándose con lo material y lo inmaterial sin discontinuidad: no todo será técnica, el core será una mezcla de arte y profesión.

Otra cuestión sería, entonces, cómo ese bagaje de experiencias, técnicas, intuiciones y sabidurías se pueden codificar y enseñar eficazmente. En este sentido, el MBA ha sido tradicionalmente una gran referencia, aunque no ha estado exento de críticas y rigideces que han comprometido su eficacia real y percibida.

Un punto importante está en tratar de escalar la “torre de marfil” y la impermeabilidad de los programas y fomentar el pluralismo, la apertura y las interacciones, primero, dentro de la academia y, luego, entre la academia y los fenómenos objeto de estudio.

Este “pluralismo académico” sería, por tanto, parte de la solución, aunque, por sí solo, no constituye una garantía para la ampliación de los confines del discurso de la administración y de su comunidad, las cuales pueden volver a caer en el error de crear y afirmar como verdad unos supuestos comúnmente aceptados y unas simplificaciones convenientes.

Otro elemento es la difusión, entre los educadores de nivel superior, sobre todo los MBA, y sus instituciones de referencia, de la conciencia de que no son simplemente unos agentes transmisores de conocimientos y contenidos, sino que una función muy valorada por el mercado: la de ser mecanismos de selección social y, por este conducto, conformadores de las características del gerente del futuro y de una clase socio-profesional definida y en constante evolución.

Bajo este esquema, la recepción e incorporación de los avances científicos y psicométricos en la medición de las prestaciones humanas, de las “potencialidades gerenciales” y de las distintas habilidades e inteligencias humanas, tanto las más útiles en la administración de hoy como las más estratégicas para el futuro, han sido desatendidas casi por completo por los MBA y también por la comunidad académica en su totalidad.

Se han manejado, en cambio, criterios y parámetros fijados por tecnologías preexistentes y raramente cuestionadas. La discusión sobre los líderes del presente y del futuro pasa por el reconocimiento de que los mercados laborales y educativos no han sido mecanismos de juicio y selección adecuados y completos para las habilidades humanas y los resultados gerenciales deseables hoy y en las próximas décadas.

Asimismo, cabe destacar que es importante que las escuelas de negocios consideren una doble perspectiva: tanto la del valor de desarrollo de sus programas como de su valor de selección, a partir de las capacidades (skills) y actitudes (proclivities) que el MBA del futuro aspira a cultivar y de cómo éstas influirán y agregarán valor en las organizaciones en que el nuevo “tomador de decisiones de alto valor agregado” operará.

Normalmente se piensa en los mercados laborales y, en especial, en el mercado del trabajo y del talento para gerentes, como sistemas que, en su conjunto, serían el arbitro de lo que un “buen MBA” debe ser y de su valor (no sólo económico).

Sin embargo, cabe distinguir entre el papel con que este paquete educativo cumple como arbitro y medidor – adjudicador de valor, con las imperfecciones y distorsiones típicas de todo mercado no perfecto – y otro importante papel que, quizás, no pueda cumplir cabalmente. Aludo a la tarea de diseñar y articular los nuevos conceptos y categorías que harán del gerente del futuro un tomador estratégico de decisiones: en este sentido, se trata comprender quelos mercados han sido falibles y meros receptores de conceptos, no forjadores y anticipadores de complejidades.

Este papel lo cubren efectivamente otras categorías de operadores, a los que hace falta referirse para mejorar la educación empresarial, como son los empresarios intelectuales, los visionarios pedagógicos, los innovadores educativos, los académicos del sector y los personajes puente entre el mundo de los negocios, la sociedad y las escuelas.

600mila posti di lavoro creati dai narcos in Messico

José Luis Calva, un ricercatore della UNAM, la più grande e importante università dell’America Latina, ha fatto recentemente un bilancio dell’economia messicana dal 1982 ad oggi. Siamo ormai a quasi 30 anni dall’avvio delle politiche neoliberiste che hanno cambiato il volto del paese, del suo mercato del lavoro e della produzione ma non sempre in meglio, anzi.
La crescita è stata una delle peggiori tra i paesi latino americani raggiungendo un tasso medio del 2,1% all’anno per il Pil. Solo 0,5% in più a livello pro capite. Ma i veri perdenti sono i lavoratori che hanno sperimentato una costante erosione del potere d’acquisto dei loro stipendi nonostante il controllo dell’inflazione e dei conti pubblici mantenuto negli ultimi 15 anni, vale a dire dopo la famosa crisi del 1994 e 95 conosciuta per l’effetto tequila e la svalutazione del peso.
Il salario minimo legale dei messicani (che sono 112 milioni secondo il censimento 2010) è inferiore agli 80 euro al mese e avrebbe perso in un ventennio un terzo del suo valore reale colpendo specialmente i lavoratori dipendenti e l’esercito dei precari a partita Iva. Con la crescita stagnante e altri “problemi collaterali” come la violenza in ascesa (quasi 40mila morti per la guerra al narcotraffico in meno di 5 anni del governo di Felipe Calderòn) non c’è capacità né tempo per poter accogliere il milione di messicani che provano a incorporarsi al mercato del lavoro ogni anno.
Quindi la migrazione resta l’ultima chance per tanti di loro: sono quasi 12 milioni nei soli Stati Uniti e ormai non si tratta più solamente di braccianti e operai non qualificati e sotto pagati ma anche di lavoratori specializzati con studi medi, superiori e universitari. Lo spreco del vantaggio demografico rappresentato da milioni di giovani in Messico è evidente e drammatico e potrebbe diventare un’altra delle tante opportunità perdute dell’economia e della società di questo paese nella sua storia.
Ciononostante i ministri delle finanze e dell’economia, Ernesto Cordero e Bruno Ferrari, rassicurano e parlano solo di “percezioni negative” relative all’economia e sminuiscono ogni allarme. Come dire che la crisi ce la sogniamo o che ne siamo già usciti. Anch’io sono un ottimista ma se la realtà è palesemente un’altra, provo a prenderne atto. Lo sappiamo, il loro compito istituzionale è quello di rassicurare i mercati ma ingannare questi e la gente per troppo tempo non è facile né consigliabile. Quasi non si parla, invece, dell’indotto generato dal narcotraffico negli ultimi anni: sarebbe arrivato creare indirettamente ben 600mila posti di lavoro… Una situazione generale piuttosto difficile. Qualche somiglianza con l’Italia?