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Militante e indigeno in Chiapas? Prigione!

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Lo chiamano il Prof, El Profe. E’ ormai un simbolo delle lotte contadine e dei prigionieri politici in Chiapas e in tutto il Messico. Nel 2000 venne arrestato senza mandato di cattura e poi condannato a sessant’anni di carcere. Condannato a scontare una pena equivalente all’ergastolo per un delitto che non ha commesso, Alberto Patishtán, maestro-contadino di origine tzotzil è un aderente della Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e rappresenta uno dei tanti casi controversi ed emblematici del sistema di ingiustizia messicano, della fabbrica dei colpevoli e della malagiustizia. Ma è anche un simbolo per le sue lotte che da fuori e da dentro la prigione ha saputo condurre in questi anni a favore delle vittime di abusi giudiziari nel paese e delle popolazioni indigene da sempre ai margini. La famigerata ”Fabbrica dei colpevoli” messicana non si ferma mai.

Su Carmilla abbiamo parlato in più occasioni del caso giudiziario, politico e mediatico della francese Florence Cassez (che era solo una goccia nel mare delle ingiustizie), condannata a 60 anni di prigione (ne ha scontati 7) in Messico e ora rimandata in Francia dopo una sentenza storica della Corte Suprema. Le è stata concessa una revisione o “amparo” (una figura giuridica messicana traducibile come “tutela dei diritti” o “giudizio d’appello”) e l’ha liberata per il mancato rispetto del “giusto o dovuto processo” da parte delle autorità. Non da “solo” 7 anni ma de ben 12 anni un altro caso fa emergere le carenze e gli abusi del sistema penale di questo paese, soprattutto contro i militanti politici (non era il caso di Florence): si tratta del professore indigeno del Chiapas Alberto Patishtán, un attivista che negli ultimi mesi è riuscito a rompere il muro del silenzio che lo circondava.

Questa volta, però, la Corte Suprema messicana ha usato criteri diversi e ha voltato le spalle alla giustizia. Alcuni si salvano, altri no. Magari perché sono prigionieri politici e sono scomodi al sistema, oppure perché sono indigeni e marginali come ha scritto l’attivista e poeta Javier Sicilia, fondatore del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità in questa lettera. Un racconto dettagliato del caso l’ha fatto Andrea Spotti. Di seguito ho tradotto una sintesi del caso da Desinformémonos.Org e ho inserito un documentario appena uscito in spagnolo sul caso del profe Patishtán (vedi sotto), Fabrizio Lorusso] 

 

Documentario “Alberto Patishtán. Vivere o morire per la verità e la giustizia” di Koman Ilel e il Movimento del Popolo del Bosco per la Libertà di Alberto Patishtán. Testo di Alma Sánchez – Durata 60′ 30” – Anno 2013.

L’attivista sociale di etnia tzotzil Alberto Patishtán Gómez è stato messo in prigione per la morte di sette poliziotti in un’imboscata realizzata da un gruppo armato nel territorio comunale di El Bosque (Chiapas, estremo Sud messicano) nell’anno 2000. Lui non s’è mai dato per vinto e dalla prigione s’è organizzato insieme ad altri detenuti per avere giustizia. E’ diventato un instancabile difensore dei diritti umani ed è il prigioniero politico più emblematico in Chiapas attualmente. Questo documentario ricostruisce, partendo da interviste e testimonianze, i veri motivi che hanno portato Patishtán in prigione. Vediamo come il suo popolo ha lottato per cercare di liberarlo ed anche le ingiustizie che da parte degli organi ufficiali di giustizia sono state commesse contro di lui e, di conseguenza, contro tutti i popoli organizzati del Chiapas.

Aggiornamento sul caso

Il 30 aprile scorso l’avvocato di Patishtán, Sandino Rivero, ha informato che il fascicolo sarebbe arrivato al Tribunale Collegiale (incaricato di dirimere il caso dopo la decisione negativa della Corte Suprema) nel lasso di circa 15 giorni, dopo di che è probabile che la risoluzione sia immediata. Il Centro per i Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas ha reso noto che la campagna internazionale per la libertà del professore tzotzil è riuscita a trasformare l’hashtag #LibertadPatishtan in un trending topic su Twitter. Le lettere inviate sono state 62.935 e hanno superato l’obiettivo di 4.686 lettere, una per ogni giorno di reclusione.

Le lettere recapitate ai magistrati del Primo Tribunale Collegiale di Tuxtla Gutiérrez (capitale del Chiapas), e al magistrato Juan Silva Meza, del Consiglio della Magistratura Federale, sono state 5.986. Intanto gli attivisti Solidarios de la Voz del Amate, i gruppi, collettivi e militanti del mondo intero continuano a esprimersi in favore della libertà del prigioniero politico Alberto Patishtán Gómez e anche i membri della Commissione per i Diritti Umani della Camera dei Deputati proprio nei primi giorni di maggio si sono pronunciati per la sua libertà. Nella stessa settimana il governatore Manuel Velasco s’è recato nella comunità El Bosque per annunciare la costruzione di un campo sportivo e non s’è espresso sul caso Patishtán, anche se qualche settimana prima gli aveva fatto visita nel penitenziario di San Cristóbal de las Casas, in Chiapas.

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Riassunto delle mobilitazioni 

Il 19 aprile scorso il compleanno di Patishtán è stato festeggiato con protesta mondiale. Migliaia di persone hanno manifestato per la libertà de “el profe”, come è chiamato con affetto dai suoi amici e compagni. Le manifestazioni sono state realizzate in tantissimi paesi e città (vedi anche su FB): Tuxtla Gutiérrez, Città del Messico, Tijuana, Guadalajara, Morelos, Spagna, Francia, Stati Uniti, Grecia, Argentina, Italia, Canada, Svezia, Danimarca, Norvegia, Nuova Zelanda, Olanda, Austria, Brasile, Belgio, Regno Unito, Cile, Colombia e Svizzera.

L’organizzazione civile Las Abejas de Acteal ha letto un comunicato in cui ha espresso la sua profonda indignazione per la liberazione (in un processo farsa) dei 15 paramilitari che nel 1997 parteciparono al massacro di 45 indigeni tzotzil [parte della strategia repressiva del governo dell'ex presidente Ernesto Zedillo contro l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, EZLN] ed ha voluto anche esigere la libertà di Alberto Patishtán. Le Abejas hanno precisato riguardo alla giustizia: “Signori magistrati: è vero che voi non avete rispettato i popoli indigeni, ma ad ogni modo vogliamo dirvi como si vedono le vostre azioni a partire dalla nostra visione del mondo indigena tzotzil… Che succede per esempio se un’autorità è corrotta e agisce in modo parziale e favorisce un colpevole? Quello che succederà è che quell’autorità viene rimossa dalla comunità, ma questo non è il peggio. Il peggio è che quelle persone perdono tutto il rispetto e la fiducia che meritavano come autorità”.

Infine inserisco l’ultima lettera di Patishtán datata 13 maggio 2013.

All’Opinione Pubblica

Ai mezzi di Comunicazione Statali, Nazionali e Internazionali

Ai Mezzi Alternativi

Agli aderenti alla Sesta

Alle Organizzazioni Indipendenti

Ai Difensori dei Diritti Umani

Prigioniero Politico della Voz del Amate, Alberto Patishtan Gómez, Aderente alla Sesta, recluso nel “Centro di Riadattamento Sociale” (CeReSo) No. 5 San Cristóbal de Las Casas, Chiapas.

Noi tutti, messicani e messicane, desideriamo vivere sotto il tetto della Giustizia e della Dignità, ma solo vediamo giorno dopo giorno le richieste di quella Giustizia che i nostri fratelli aspettano, così come noi reclamiamo come persone detenute ingiustamente dall’ingiustizia. A quasi 13 anni dall’incarcerazione, di nuovo aspetto la decisione del Primo Tribunale Collegiale del Ventesimo Distretto del Chiapas, questa volta spero che studino e analizzino esaustivamente secondo diritto e che così io possa ottenere la libertà.

Allo stesso modo insisto con il Governatore Manuel Velasco Coello affinché esegua le liberazioni immediate di tutti i miei compagni Solidarios de la Voz del Amate, così come s’era espresso durante la sua visita in questo penitenziario il 18 aprile, così come l’ha dichiarato in altre occasioni questa storia di ingiustizia non deve ripetersi più, deve prevalere la Giustizia, e come esempio deve realizzarsi con i già citati casi perché sono casi di competenza dello stato del Chiapas.

Da ultimo invito la Società Civile e le Organizzazioni Indipendenti Statali, Nazionali e Internazionali a continuare a chiedere la Giustizia vera che tutti e tutte vogliamo.

¡Vivir o Morir por la Verdad y la Justicia!

Fraternamente

Prigioniero Político La Voz del Amate

Alberto Patishtan Gómez (firma)

Penal No. 5, San Cristóbal de Las Casas Chiapas, a 13 de mayo de 2013.

Le macerie di Haiti: il libro sulla rivista Punto d’Incontro México

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12 maggio 2013 - Scavare tra le macerie. Raccontare il terremoto. Descrivere la tragedia. Osservare e ascoltare l’ingiustizia, la speranza, la dignità. Specchiarsi nel riflesso della prima isola scoperta da Colombo, ai margini dell’estremo Occidente. Sentire che Haiti è molto più che una crepa aperta nella terra. Haiti è Dafney che ogni sera prega cantando e scrive su un foglio bianco tutto quello che ricorda di se stessa, nella speranza di trovare un lavoro qualunque. È la domenica dei bambini in attesa del gelato di Padre Rick. È la tragedia dei corpi senza volto e senza nome ammassati nella morgue.

[Lee este artículo en español] [Punto d'incontro su Facebook]

Fabrizio è arrivato a Porto Principe nel febbraio duemiladieci, subito dopo il terremoto che ha fatto oltre duecentocinquantamila vittime e un milione e mezzo di senza tetto.

Romina nell’ottobre duemilaundici, nel pieno dell’emergenza per il colera e della ricostruzione, mai cominciata, della capitale.

I loro racconti si alternano, spesso parlano degli stessi luoghi e delle stesse persone conosciute in situazioni e tempi diversi. Le narrazioni diventano a volte dei reportage, dei diari di bordo, altre volte sono dei flussi di coscienza, vividi e pungenti. Per spiegare che le macerie di Haiti non sono soltanto quelle lasciate dal terremoto.

Fabrizio Lorusso e Romina Vinci, giornalisti italiani autori di questo testo, hanno deciso di devolvere all’Aumohd, associazione attiva sul territorio haitiano, i proventi derivanti dal diritto d’autore di questo libro che si trova in vendita alla Libreria Morgana di Città del Messico e —online— su ibs.it,Amazon e le principali librerie online.

Fabrizio Lorusso vive in Messico da 12 anni. È giornalista, scrittore e accademico, dottorando in Studi Latino Americani alla Universidad Nacional Autónoma de México. Si dedica all’insegnamento della linguacultura italiana, della storia e politica latino americane e alla traduzione. Il suo blog personale è http://LamericaLatina.Net

Romina Vinci è una giornalista nata nel1983. Laureata in Scienze Umanistiche, insegue il sogno di una vita intesa come sintesi tra scrivere e viaggiare. Ha attraversato l’Europa, per poi spingersi negli Stati Uniti, in Libano, in Kosovo, in Afghanistan e ad Haiti. Il suo blog personale è http://rominavinci.wordpress.com

Intervista a Romina Vinci
sul libro Le Macerie di Haiti

ARTICOLI CORRELATI
La mia Haiti. Di Adalberto Cortesi (15 gennaio 2010).
Terremoto devasta Haiti. (13 gennaio 2010).
Recensione de “La valigia blu” sul libro Le Macerie di Haití.
La Santa Muerte messicana, di Fabrizio Lorusso.

(fabrizio lorusso / romina vinci / puntodincontro.mx / adattamento di massimo barzizza)

Lettera di un devoto al Cardinal Gianfranco Ravasi su San La Muerte/Santa Muerte

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LETTERA APERTA AL CARDINAL GIANFRANCO RAVASI E A TUTTE LE AUTORITA’ CATTOLICHE, NONCHE’ A TUTTE QUELLE PERSONE CHE GIUDICANO LA DEVOZIONE ALLA SANTA MUERTE COME UN CULTO SATANICO (di Donato Riccardi - original link)

Rev.mo Cardinal Ravasi,

scrivo questa lettera aperta, indirizzata alla sua rispettabile persona in merito a quanto da lei pronunciato sul culto della Santa Muerte (la Santa Morte) e quindi indirizzata anche a quella parte di cattolici (e non) che non conoscendo questo culto (rispettabile come tutti gli altri) tendono a giudicare e ad imporvi il proprio giudizio con tanto di condanna (che mi ricorda gli scribi e i farisei al tempo di Gesù). Lei definisce il mio culto (mio in quanto totalmente personale e privato, perchè sono devoto di San La Muerte,variante argentina maschile della Santa Muerte) come ” un culto blasfemo, una degenerazione della religione “ . Io personalmente non ci vedo nulla di blasfemo nel riconoscere e venerare una componente cosi naturale ed evidente della natura e dell’universo come la Morte; lo facevano gli indigeni dell’America Latina, prima che i conquistadores spagnoli imponessero con la forza e con tanto sangue versato in nome di Dio, la religione cristiana (cattolica e protestante). Lei definisce queste pratiche «antireligiose», aggiungendo: «La religione celebra la vita, ma qui c’è solo morte. Non basta prendere le forme di una religione perché ci sia religione. In questo mi trova d’accordo e le rendo atto: infatti questa devozione popolare, che nasce dal cuore di milioni di credenti in tutto il mondo, senza imposizioni di nessun tipo, non vuole affatto diventare una religione, con tanto di dogmi, sentenze, condanne,guerre sante e caste gerarchiche con interessi economici e di potere. Da studioso lei sa bene che ogni concetto in natura contiene in se il suo opposto, com’è possibile quindi celebrare la vita, senza riconoscerne il suo termine naturale, stabilito da Dio nella sua onnisapienza attraverso le immutabili leggi della natura?! Lei dice  «La mafia, il traffico di droga e il crimine organizzato non hanno aspetti religiosi, non hanno niente a che vedere con essa, anche se usano l’immagine della Santa Morte».  Io personalmente, come tanti altri devoti, non ho nulla a che vedere con la mafia, la droga, il crimine organizzato a differenza di quella Chiesa di cui lei fa parte (ed anche io visto che sono cattolico battezzato come molti altri devoti della Santa Muerte)  che tanti misteri nasconde e tanti crimini e lotte di potere correlate a personalità dalla dubbia integrità morale. Molti boss mafiosi sono devoti di San Gennaro, Santa Rosalia, San Giuda Taddeo ecc… Eppure questo non significa che la devozione a codesti rispettabili Santi sia un atto di blasfemia; o vogliamo forse soffermarci all’aspetto, un po forte con cui è rappresentata la Morte? Ma cosi facendo non cadremmo nella tanto criticata e combattuta dalla Chiesa Cattolica, cultura dell’immagine?! Le ricordo inoltre che tantissime altre devozioni popolari in seno alla chiesa cattolica sono impregnate di stregoneria o magia popolare (basti pensare ai legamenti d’amore di Santa Marta o Sant’Antonio). E questo è dovuto, oltre al naturale sincretismo culturale e religioso, sopratutto all’imposizione della religione cristiana, da parte del potere economico,politico e religioso occidentale, verso i paesi conquistati (gli ultimi e i poveri amati da Gesù, ma non tanto dalla chiesa), approfittando della povertà e della mancanza di istruzione per fare vero e proprio colonialismo religioso. Cardinal Ravasi lei è una persona intelligente che stimo moltissimo, da cui non mi aspettavo delle accuse cosi pesanti ed infondate su una devozione che in verità non fa male a nessuno, ma che aiuta tante persone oneste e sincere ad andare avanti nella vita e che come tutte le credenze contribuisce alla crescita personale e spirituale di ogni singolo individuo che “liberamente” sceglie di aderirvi. Ma non è che forse il vero dato preoccupante per Lei e la casta religiosa dei vertici vaticani è il numero di devoti in continuo aumento che preferiscono la devozione popolare al formalismo religioso ?! Con questo la saluto e la invito a studiare meglio e toccare con mano i fenomeni religiosi che nascono e si evolvono in risposta a quello che la chiesa cattolica forse non riesce a dare più alle persone.

Con sincero affetto.

Donato Riccardi

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Canti Orfici – Cantos Órficos de Dino Campana (lectura italiano-español)

 

Grabación del programa radio ITINERARIOS (9/5/13) conducido por José Manuel Recillas en http://www.ciudadradio.mx/ - Lecturas de Fabrizio Lorusso (italiano) y Eduardo Romero (español) de los Cantos Órficos (Canti Orfici ) del poeta italiano Dino Campana. Gracias a Oscar por el soporte técnico. dino ciudad r grande

Lista poemas:

La chimera – La quimera
Il canto della tenebra – El canto de la tiniebla
La petite promenade du poete
Firenze – Florencia
Sogno di prigione – Sueño de prisión
Genova
Donna genovese – Mujer genovesa
A una troia dagli occhi ferrigni – A una puta de ojos ferrizos
Buenos Aires
Une femme qui passe

dino cantiorfici

Alberto Patishtán e la fabbrica dei colpevoli in Messico (documentario)

 Da: Desinformemonos.ORG

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Documental de la vida y lucha del preso político de El Bosque, Chiapas

Alberto Patishtán Gómez es un profesor tsotsil, originario del pueblo de El Bosque en los Altos de Chiapas, México. Está recluido en prisión desde el 19 de junio del 2000, sentenciado a 60 años por un crimen que no cometió, y por el que fue acusado como una venganza política, a causa de impulsar la lucha de su pueblo en contra de los abusos del gobierno local.

Este documental aborda la historia de esta injusticia, a la vez que relata cómo Alberto y su pueblo, han logrado siempre mantener en alto la frente y nunca dejar de luchar por democracia, libertad y justicia.

– Copia, rola y difunde este video. Descárgalo dando click acá.Organiza proyecciones en tu barrio o con tu banda. Busca tus propias maneras de difundirlo. Súmate a la lucha por la #LibertadPatishtan –

Una Realización de Koman ilel y el Movimiento del Pueblo de El Bosque por la Libertad de Alberto Patishtán

http://albertopatishtan.blogspot.mx
http://komanilel.org

Santa Muerte messicana sulla rivista Punto d’incontro

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Lee este artículo en español

Maggio 2013 – Santa popolare o setta satanica? Madonna della mafia o protettrice dei più deboli? Due, forse 5 o 10 milioni sono i devoti della Santa Muerte, una delle figure di culto che più preoccupano la Chiesa in America. Dal Messico agli USA e all’Argentina, una “santa” controversa si sta espandendo tra la gente dopo secoli di clandestinità.

Da santa border line a icona globale grazie al web, la Muerte messicana assume oggi forme nuove e si integra con le subculture giovanili e l’immaginario del narcotraffico.

Quando la morte si fa presente nella società —sconvolta da anni di guerra al narcotraffico— anche il suo culto ritorna.

Importata dall’Europa durante la conquista spagnola, contaminata dalle tradizioni afro-cubane, della santería e dalla postmodernità dei quartierislum di Città del Messico, la morte santificata diventa folclore, cultura e religione. È temuta e amata, venduta e osteggiata, ma resta sempre una realtà ineludibile per tutti. Ed in Messico è già santa.

Il libro Santa Muerte, patrona dell’umanità —che comprende un’introduzione dello scrittore Valerio Evangelisti e un allegato fotografico a colori— è in vendita alla Libreria Morgana di Città del Messico, ibs.it, Amazon e le principali librerie online italiane. L’autore, Fabrizio Lorusso, classe 1977, milanese è residente in Messico da 12 anni. Giornalista e saggista, Lorusso è corrispondente e blogger de L’Unità per l’America Latina, collaboratore e redattore di altre pubblicazioni online e cartacee ed insegnante di lingua e cultura italiana.

BOOKTRAILER !

ARTICOLI CORRELATI
La morte in Messico. Di María T. Vassileva.

(fabrizio lorusso / puntodincontro.mx / adattamento di massimo barzizza)

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Link all’originale.

Las cuatro vidas de “Enzo” Battisti

En México le llamaban Enzo. El italiano Cesare Battisti, ex militante en los años setenta de los PAC (Proletarios Armados para el Comunismo), vivió en San Miguel, el DF y Puerto Escondido. Entre 1981 y 1990, después de su fuga de una cárcel italiana, formó una familia y escribió sus primeras novelas de tipo autobiográfico, y negras, políticas y policíacas a la vez. Pero esta fue su segunda vida. En Italia, Battisti es considerado el prófugo de la justicia más famoso, entre los cientos de expatriados italianos fugitivos. Tiene una condena a cadena perpetua por dos homicidios y la participación en otros dos. El preámbulo del “caso Battisti” se inicia durante su “primera vida” en los “años de plomo”, a finales de los setenta. Para Italia fue un período de violencia política y de atentados de matriz terrorista, orquestados por neofascistas y aparatos desviados del Estado y por los grupos de oposición que abrazaron la lucha armada. Unos veían la violencia como una defensa, otros como método de lucha antisistema. En los noventa, la “doctrina Mitterrand” permitió a sus exintegrantes quedarse en Francia si renunciaban a las armas. Battisti fue de México a Francia. Tercera vida: catorce años trabajando como conserje y escritor. En 2004, Italia solicitó al país galo su extradición y explotó “el caso”. Las cortes italianas habían ratificado sus condenas, aun con procesos controvertidos, en contumacia, bajo una “legislación especial” y con base en testimonios de excompañeros-colaboradores de justicia, según relata el académico Carlos Lungarzo en su libroOs cenários ocultos do caso Battisti, recién publicado en Brasil. En cambio, la mayoría de los medios y jueces italianos enfatizan la regularidad del proceso y de sus dos apelaciones. Desde 2004, Battisti, quien se declaró inocente, radica en Río: cuarta vida. Después de dos años de clandestinidad y cuatro de prisión, ahora está libre por decisión del expresidente Lula, quien negó su extradición a Italia en 2010. Brasil resolvió así el “caso”.

Entrevista con Cesare Battisti – 14/04/2013  - JSEM

de Fabrizio Lorusso para Jornada Semanal y KaosEnLaRed

–¿Cuál es el nexo entre tu historia editorial y judiciaria?

–Al contrario de lo que se piensa, que lo importante es que se hable siempre de alguien, bien o mal, esto no es cierto. Fui destruido, hicieron una imagen infernal que me impide vivir y, sobre todo, vender libros. No hubiera pensado tener tantos problemas por la imagen creada por los medios en estos años. Cuando presento un libro en una ciudad, hay grupos de apoyo presentes, así es normal que haya doscientas o trescientas personas. Pero si estuviese en las librerías, lo cual no ocurre, no vendería ni el cinco por ciento de lo que vendo en Francia, porque aquí es el libro del “monstruo”, y no se compra.

–En tu última novela Cara al muro (Face au mur), hablas de Brasil. ¿Es totalmente autobiográfica?

–Es la última de una trilogía. La primera fue una autobiografía: Mi fuga (Ma cavale). La empecé cuando huí de prisión en 2004, en un momento de desesperación total, sin entender lo que pasaba, de un país y de un puerto a otro, de París a Brasil. Aquí, luego escribí este libro para entender lo que me estaba pasando con cierta distancia no sólo emotiva y psicológica, sino también material y física. Empecé a ver lo que ocurrió en los años setenta con cierta objetividad y experiencia de escritor, más madurez como narrador. Ese libro era autobiográfico, pero pasé de la primera persona a la tercera para contar con más distancia. El segundo, Ser Bambú, salió en Brasil y cuenta mi clandestinidad aquí y en otros países, así como la vida de un cincuentón con todos sus problemas.

–¿Cómo contar un país desde la cárcel?

–Dijo Mandela que para conocer bien un país hay que conocer sus prisiones. Esto no lo sabía mientras hacía el trabajo, lo descubrí después. Conocí Brasil, física y culturalmente, a través de la voz de sus presos. Un preso tiene sensibilidad, un estado emotivo tan fuerte, que puede comunicar cosas únicas que en libertad jamás podría. Si logras captar esos momentos, puedes entrar en un universo que de otro modo no podrías tener. La obra de Dostoievsky es una prueba de ello. Tenía ganas de hablar de este país porque ya había pasado tres años aquí como “clandestino”, aunque todos sabían de mi presencia. Me transmitía algo extraño, misterios. Me rechazaba, pero al mismo tiempo me atraía. Creo haber entendido un poco lo que es Brasil en la prisión. Como escribo historias que son sociales, no las elegí al azar, sino que hablé de los presos que me permitían conocer el país y sus culturas –pues Brasil es un continente– y al mismo tiempo denunciar ciertas situaciones y entender lo que estaba haciendo ahí. Por tanto, está mi historia de cuando llego y me arrestan, pero también de cuando ya estoy preso. Hay flashbacks: estoy en el patio con los otros presos, veo a cada uno y narro su pasado. Las tramas se entrelazan, el hilo conductor es el amor, porque siempre hay una mujer a lado de cada quien. Más en la cárcel, donde la mujer tiene un papel fundamental y hasta feroz.

–Hablemos de México, después de tu fuga de la cárcel de Frosinone, Italia.

–Estuve allí del 81 al 90; llegué de París como muchos que no podían quedarse en Francia. Algunos fueron a África, yo a México. Fui recibido por unos compañeros del sindicato SITUAM en la misma unidad en que estaba el Sub Marcos. En México tuve una familia, mi esposa, mi hija y un trabajo. Antes no había conocido una vida “normal” y allí escribí mi primer libro.


Cesare Battisti después de que fue liberado de la cárcel Sante, tras la decisión de la corte de apelaciones. París, marzo de 2003
Foto: Isabelle Simon

–¿Cuál es?

–Eh, no lo puedo decir porque hubo una gran polémica sobre su “paternidad”. Mejor no volver al tema. Digamos que mi primer libro, Disfrazado de hombre (Travestito da uomo), fue escrito en español y traducido por mí al italiano; salió en Francia e Italia. México me formó como adulto; tanto, que en el segundo proceso de extradición de Francia, país en que nacieron los derechos humanos, cuando lograron procesar a la misma persona –a mí– dos veces por lo mismo, el Fiscal pudo decir: “De todos modos a este hombre no le gusta Francia, siempre dice que su país es México.” En parte tenía razón.

–En la novela Buena onda (2004) hablas de Marcos y los zapatistas.

–La novela es ficción. Cuando yo andaba por México, Marcos estaba en la zona de Tamaulipas. Oí de la marcha silenciosa en diciembre. En Francia, estuve en contacto con mexicanos de comités internacionales, por lo que estaba informado de lo que pasaba. No sabía qué harían exactamente ese enero del 94 en San Cristóbal, pero estaba al tanto.

–¿A quién más recuerdas de esa época?

–A toda la redacción de la revista Vía Libre.

–¿Aún existe la revista?

–Se fundó en México en 1986, funcionó dos o tres años y se reabrió en 2001, en línea, hasta 2004.

–¿Conociste a Paco Ignacio Taibo II?

–Sí, creo que a veces colaboró con la revista, no recuerdo bien.

–En la novela Avenida Revolución (2003) están Milán, Tijuana y el DF. ¿Qué tienen en común?

–Pensé que nadie la publicaría. Escribí desatado lo que quería, un delirio. Es decadencia, ruina, sueño y clichés multiplicados. Es el texto que me gusta más, aunque no pude entender qué quería describir. Hay como un cataclismo de todos los valores, un mundo que se descompone, pero de lo podrido puede renacer la vida. Primero, llevo al extremo una idea común de mis libros: el hombre no crea las circunstancias, al revés, las circunstancias crean al hombre. Tomé a un personaje y lo puse en una situación totalmente inimaginable para él. De Milán, donde el protagonista es pastelero, a Tijuana. En Milán ocurrió el cataclismo, un desastre. Está lleno de símbolos, todos los polis tienen el mismo nombre y hay enanos en todas partes. Está la visión de los muros: se construyen como en las antiguas ciudadelas, el de Israel se hizo después de esta novela.

–¿Y Puerto Escondido?

–Mi hija nació en San Miguel pero creció en Puerto, donde teníamos una casa. Esa playa fue la primera que conocí en México, con un amigo de Marcos.

–¿Podemos decir quién era?

–Sí, David Villa Rueda. Su hermano es un líder sindical, le decían el Negro.

–¿La película Puerto Escondido, de 1992, de Gabriele Salvatores, es tu historia?

–Claro, el personaje en Puerto soy yo. El actor [Claudio Bisio] quiso encontrarme en el Centro Cultural Italiano de la Embajada en París, pero en ese preciso momento vi que estaba entrando a territorio italiano y mejor no entré.

–Si México te gustaba, ¿por qué fuiste a Francia en 1990?

–Varios motivos: quería recuperar mi identidad porque no podía presentarme públicamente por una prohibición de la autoridad mexicana, aunque sabían que estaba viviendo allí. Si me pasaba algo, probablemente me mandarían a Nicaragua y no a Italia, pero, en fin, no querían saber nada de refugiados italianos, como ahora y nunca. Eran muchos y todavía hay. Me fui porque quería recuperar mi identidad en Francia y eso ocurrió, en efecto. Pasé tres o cuatro meses en prisión –era la rutina– y pedí asilo por la doctrina Mitterrand, como todos los demás. No me extraditaron, conseguí una visa y luego la naturalización.

–¿Y en Francia?

–Empecé una vida normal con papeles. La naturalización me fue dada y luego suspendida antes de tener el pasaporte. Ya en 2004 había cabildeos de Italia para otro pedido de extradición y el secretario francés de Justicia suspendió mi naturalización por decreto, ilegalmente, porque la decisión tendría que pasar por un procedimiento judiciario. En eso seguimos, gané el juicio y ahora en teoría podría tener nacionalidad francesa.

–¿Existe una literatura apolítica?

–No lo creo posible. Toda obra de arte se define así si modifica algo en la sociedad. Es más, antes la política era vista como arte y, en cambio, ahora ya perdió todo su prestigio. No hay una literatura que pueda exiliarse totalmente de la sociedad y que, de alguna manera, no tenga algo político en un sentido amplio.

–¿Si tu juicio se pudiera reabrir, volverías a Italia para ser juzgado?

–Sí, si me dieran las garantías, con observación internacional, sería la solución ideal porque, en efecto, ¿dónde están las pruebas? Menciónenme una sola prueba material o técnica por la que se pueda decir “fue él”. No hay. Toman las armas de Fulano. Esa arma mató a Perengano. Sin embargo, aunque encontraron las armas con Fulano, fueron por mí. Hay quien confesó: “Fui yo”, y tampoco así. ¿Y las pruebas? Volvería, ya lo dije antes, bajo observación internacional.

–¿Por qué no lo haces?

–No se puede reabrir. Además, no creo que Italia pueda someterse a juicio, que quiera una revisión de este tipo, menos con escrutinio internacional.

–¿Cómo se cerraría la herida de los años setenta? ¿Qué decir a las víctimas de esa época?

–Hay que reconocer que en Italia hubo un conflicto armado, una guerrilla, y como en todos los conflictos hubo víctimas, abusos y errores de ambas partes. Pero sin ese reconocimiento, ¿cómo hablar de esto? Si no hubo conflicto armado, sólo existe una cosa: el bandido o criminal común, por tanto no se daría un diálogo. Lo primero es reconocer ese conflicto armado. Cossiga [expresidente de la República] trató de hacerlo, pero fue aniquilado. Lo hicieron Francia, Bélgica, Alemania y otros países en que no hubo casi nada, en comparación con Italia. En nuestro país había más de 10 mil personas armadas. O lo reconoces, y si no ¿cómo sería un diálogo?

CesareBattistiJornadaSemanal

–¿Te consideras militante? ¿Qué valores tiene Cesare Battisti?

–¿Cómo no definirse militante? Todo lo que hago es resultado de un pensamiento y principios que allí están. Siempre somos militantes. Podemos cambiar ideas, medios y formas, pero no ciertas convicciones. Los valores son los de siempre, pero cada uno en su contexto histórico, con madurez, inteligencia y sensibilidad diferentes. Todo cambia, entonces hay que adaptar ideas y estructuras mentales a la realidad. Según yo, siguen vigentes la justicia social y la igualdad, junto a la libertad, porque en esos pseudopaíses que decían “construir el comunismo”, eso en realidad nunca ha existido. Sobre todo porque no era posible en la pobreza. Hace falta riqueza, no miseria y, quizás sólo habría unos países escandinavos que podrían hacerlo hoy. De todos modos, no se puede hacer una sociedad justa y libre, o sea comunista y “utópica”, sólo con la igualdad, sin libertad. Para juntarlas, hay que tener los medios, una sociedad con progreso y distribución de la riqueza. ¿Valores? Cuando veo las diferencias sociales, hoy, me enoja; así como pensar que pocas familias controlan el planeta. Si no puedo hacer nada, duele. Finalmente, esto no cambia con el tiempo, es parte de mí.