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Johan Messican a la descoverta de la Padania @SorciVerdi

Schiaccia il sorcio e scappa
prima che diventi verde
di canina rabbia

Versi Randagi**

M’ero nutrito di ombre e ricordi di libertà inzuppati nella grappa mentre andavo in cerca di una storia da raccontare. Avevo risvegliato l’indignazione contro la mediatica invenzione del terrore, il populismo e la vena repressiva imperante nel mio paese. L’imbarbarimento e la volgarità venivano ormai scambiati per genuinità e folclore. Il saggio Benjamin Franklin soleva dire che «chi rinuncia alla libertà per raggiungere la sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza». Incompreso ieri e oggi. Sicuro e libero avevo cominciato a vagare per la selva oscura dell’abisso padano alla ricerca di un personaggio che facesse al caso mio. Un collaboratore esterno d’eccezione che con lo sguardo da eterno panchinaro della vita m’illustrasse le logiche surreali di un nord Italia in preda alla paura e alla xenofobia. C’era bisogno di un outsider innocente, un curioso scopritore della Padania leghista.

Grazie a un’inspiegabile serie di congiunzioni astro postali m’ero imbattuto in Johan Messican, JM per gli amici, il soggetto. Ero riuscito a conoscerlo e intervistarlo. Era un giovane senza patria che qualche anno prima era fuggito dal Messico per inseguire il nuovo sogno cispadano: la palpazione del benessere patinato, il godimento della sicurezza in pacchetti e il brivido della tranquillità per le strade o almeno in televisione. In effetti la italian TV s’è specializzata nello sparare raggi subliminali che inibiscono l’uso pubblico e privato delle sinapsi cerebrali. Propaga magre certezze imponendo un senso unico al colore e al pensiero. Straziante.

Io e il Messican avevamo avuto solo un breve incontro di persona dopo un lungo scambio epistolare ma avevo capito subito che non era uno sprovveduto. Per cominciare non aveva uno sguardo acefalo e nessuno l’aveva mai accostato a un pesce d’acqua dolce soprannominandolo “il trota” o “la carpa”. Altroché, consentitemi.

Johan aveva sempre sognato un futuro di “ordine e progresso” ispirato all’ottimistico lemma della bandiera brasiliana. L’aveva ammirata per la prima volta ai mondiali di México 86. Era un drappo esotico per lui e l’aveva amato sin da piccolo per tutto quel verde amazzonico che vi campeggia. Non avrebbe mai immaginato che, nel suo stesso mondo, a poche migliaia di chilometri dal suo tugurio natio, il colore della speranza, dell’ecologia e della prosperità sarebbe diventato l’elemento chiave dell’identità di un partito politico i cui membri durissimi inneggiavano alla discriminazione e al tradizionalismo. Tragiche coincidenze.

JM è apolide da trentatré anni. Capita. Dato alla luce in una zona franca non rilevata da Google Earth, era cresciuto nell’angolo più dimenticato della faccia triste dell’America. Johan aveva urlato per la prima volta lo stupore per la sua dolorosa espulsione dal ventre materno sul cucuzzolo di una verdeggiante collina di liquami e rifiuti organici. Se avesse mai avuto un documento d’identità, ci avremmo letto: nato presso Discarica Nova, località Collina Verde Marcio in Cima a Città del Messico, megalopoli altresì nota come Il Mostro.

La sua cara mamma padana, biondissima e gelosa piemontese d’onore, e suo padre, inviso rigattiere messicano dalla pettinatura incauta, l’avevano abbandonato allo scoccare del suo primo mese di vita che, si sa, è sempre il più difficile. I due scapestrati genitori gli avevano lasciato, inserita nel doppio fondo del suo primo pannolino, un’infame lettera d’addio che era risultata quasi illeggibile per ovvi motivi. I poveri cittadini della discarica l’avevano tirato su degnamente, educandolo all’arte di arrangiarsi e preparandolo a esercitare la tolleranza verso quel mondo esterno che l’avrebbe sempre considerato alla stregua di un subumano senza diritti. Ragionevolmente la sua speranza di vita non avrebbe potuto superare la soglia dei quindici mesi, giorno più, giorno meno, per colpa dei fumi sprigionati vilmente da quelle terre che il destino gli aveva affibbiato quale dimora. Sono ingiustizie che violano ogni par condicio.

Ciononostante si può dire senza ritegno che JM è uno che ce l’ha fatta. Cresciuto tra aquile sanguinarie, cocci di bottiglie di tequila e fichi d’India dal fogliame acuminato, s’era saputo ritagliare la fama di pioniere della raccolta differenziata e maestro supremo nel maneggio del machete schiaccianoci, l’arma bianca più incazzata del mondo. Aveva imparato più lingue del Papa e di altri dotti poliglotti a furia di frugare nei sacchi neri dell’immondizia umana in cerca di Cd e Dvd di tutti i paesi della Terra. Li aveva letteralmente divorati nei primi anni dell’adolescenza. Stando immerso in mezzo alla merda empirica, aveva carpito anche i segreti della mutazione genetica e delle coltivazioni di cellule staminali. Il tutto senza aprire manuali né calpestare alcun suolo universitario. La cultura, d’altronde, non sta mica solo nei libri. Fortuna.

All’età di trent’anni la voglia di fugare per sempre i dubbi circa le sue presunte credenziali di “mexipadano” D.O.C. lo aveva spinto ad avventurarsi oltreoceano nella vecchia Europa e nella ancor più vecchia e timorata Italia settentrionale. Grazie all’applicazione controllata di un potente acido smacchiante, recuperato in un tombino del suo immondezzaio, Johan era infatti riuscito a decifrare in controluce alcune parole della lettera ficcatagli nel pannolino dai suoi creatori. Gran sorpresa.

Prima che la carta venisse lacerata dalle gocce colanti del pericoloso liquido, il nostro aveva letto che la madrepatria della sua padana progenitrice era Novara. Sin da quando soleva spulciare tra i quotidiani della discarica nei primi anni del nuovo millennio, quel comune italiano era a lui già noto come “la città delle ordinanze”. Di fatto il sindaco leghista Massimo Giordano aveva sfoderato un’irrefrenabile sequela di gride manzoniane in ben nove anni di catarsi amministrativa e sociale. Johan voleva assolutamente farci una capatina prima che venisse imposta un’autarchia di mussoliniana memoria. O prima che venisse decretato l’innalzamento di una cerchia di mura difensive con tanto di fossato gremito di vetusti caimani assetati di sesso. Randagi pensieri.

Johan aveva deciso d’imbucarsi a una festa nell’immancabile transatlantico che da vari giorni era attraccato nel porto di Veracruz, nel Golfo del Messico, per rifornire la ciurma di peperoncino e vermicelli del mezcal. Quindi era partito speranzoso alla volta della serenissima Venezia come clandestino. Da alcune dichiarazioni che aveva letto su certi giornaletti Johan presentiva che laggiù i simpatizzanti dell’inveterato partito politico Lega Nord per l’Indipendenza della Padania lo avrebbero potuto accogliere a spranghe sguainate vista la sua qualità infame di “Clandestino-&-Perfino-Apolide”, alias “Ne-Abbiamo-Pieni-I-Maroni-Di-Voi”. Due stimmate al prezzo di una.

Per non dare nell’occhio al momento dell’arrivo aveva dovuto rubare una camicia color cachi a un mozzo ubriaco dato che sulla barca non era riuscito a trovare nessuno a cui fregarne una color “verde fosforescente pugno in un occhio”. Quella tinta era tanto cara ai seguaci di un losco individuo detto Il Senatùr e – così pensava – gli avrebbe forse permesso un livello decente d’accettazione sociale nei baronati leghisti. Aveva appreso anche il vero e intraducibile significato del “dito medio puntato verso il cielo” nel linguaggio dei sordi, sempre grazie a questo famoso e gesticolante Senatùr. Per la prima volta in vita sua aveva provato a cantare col diaframma duro in tensione ma era stato un flop. S’era cimentato con una versione tropicale del Va’ pensiero. Brutta mossa. Dico, bella la canzone, un po’ retrò, ma lui era indubbiamente stonato. Col dialetto proprio non ce l’aveva fatta ma il suo spagnolo da madrelingua dei ghetti messicani poteva essere preso tranquillamente per una versione rimasticata del milanese parlato alla Bovisa. Con quello bene o male s’è sempre potuto andare dappertutto. A volte basta poco per integrarsi, o no?

Lo si sarebbe dovuto spiegare pure a quei commercianti disperati che volevano aprire a Novara un negozio di alimentari «prevalentemente etnici». Nell’ottobre 2010 l’assessore alla Sicurezza Mauro Franzinelli sosteneva che la concentrazione eccessiva di quelle attività aveva creato in diverse zone «problemi di convivenza con la cittadinanza italiana». Troppe salsine piccanti in giro, come dargli torto? Avrebbe dovuto precisare a questi esercenti che loro, intesi proprio come persone, erano troppo “etnici”. Inoltre la vendita di «prodotti non facenti parte della tradizione culinaria ed alimentare italiana» era diventata un atto sovversivo, quasi antigienico per alcuni. La ridicola definizione dei cibi etnici, senza dubbio, non chiariva che cosa sarebbe successo ai croissant, agli hamburger, allo strudel, al gulash e al cous cous. Tantomeno a quel meraviglioso salvavita intergalattico chiamato kebab. Li avremmo tradotti nella nostra lingua patria o li avremmo proibiti?

Gli “etnici” ospiti del territorio comunale avrebbero anche dovuto fare un bel test di lingua e cultura italiana e vietare ai clienti di soffermarsi in gruppo fuori dal loro locale. Per essere efficaci sin da subito gli stranieri più etnici degli altri avevano cominciato a ricorrere all’uso criminale della loro top ten di parolacce italiane, probabilmente imparate da qualche grezzo politico alla tivù. Questa forma di “turpiloquio convincente” avrebbe dovuto far parte del test linguistico di cui sopra. Da più voci s’era suggerito pure che gli esercenti ritenuti più indifesi venissero muniti di machete schiaccianoci e scaccia-clienti come quello di Johan Messican. Power to the people.

Dopo tre settimane di delirante navigazione atlantica e mediterranea il Nostro era giunto in laguna, estenuato ma felice di poter baciare terra. Animato dal desiderio carnale di fendere la nebbia nordica col suo ferro messicano, Johan aveva poi solcato per settimane le acque incontaminate del Divino Po. Non sapeva che tempo addietro quel rio era stato benedetto dalle genti secessioniste dell’italico settentrione e vi pisciò dentro senza remore, ripetutamente. Era salpato controcorrente a bordo di un gommone a motore di proprietà di un’azienda privata specializzata in trasporti transpadani, la Migra-Zione! & Ska-Fisti S.p.a.i. (Società per Azioni Illecite).

Per quel viaggio gli avevano chiesto una cifra iniqua di duemila euro ma Johan aveva ottenuto di sganciare agli aguzzini, cioè agli “executive manager” della criminosa ditta, solamente duemila pesos messicani degli anni ottanta: pezzi da collezione, niente da dire. Per fare l’onesto ci aveva messo su anche un quadretto a colori della Madonna di Guadalupe con l’autografo falsificato di Karol Wojtyla. In pratica aveva ceduto il più bel ricordo della sua discarica ai giovani imprenditori di quella bagnarola d’acqua dolce ma s’era probabilmente risparmiato una sessione di frustrate per inadempimento contrattuale. Bella così. Peccato che poi nei pressi di Mantova una ronda di leghisti mannari aveva sbranato gli scafisti scambiandoli per immigrati dell’est veneto e allora Johan era dovuto scappare per proseguire via terra, sempre dritto verso occidente, come Colombo.

Senza manco una scivolosa idea di dove stesse andando a franare aveva attraversato risaie e praterie sterminate falcidiando tutti gli ostacoli sul suo cammino. Aveva schiacciato tafani col nudo piede e tagliato il filo spinato di recinzione di una fattoria del vigevanese col suo coltellaccio azteco. Aveva varcato a sua insaputa il confine lombardo-piemontese per poi incappare addirittura in una banda di cavalieri tradizionalisti. Questi curiosi personaggi, mascherati ridicolamente da invasori barbarici antiromani con tanto di spadoni, stendardi e armature, stavano girando uno spot per una bizzarra iniziativa elettorale. Johan aveva da subito pensato che fosse il set della pubblicità per un nuovo liquore regionale dal nome accattivante diRaBarbarossa, e aveva concepito immacolatamente lo slogan «Vota ubriaco, Bevi felice». Per porre fine a tutto questo vagabondare in mezzo a gente strana, aveva scelto di mettere la testa, i piedi e la sua arma bianca a posto.

Finalmente, emozionato e grato di poter calpestare col nudo piede gli agri concimati della civilissima regione sabauda, era stato sospinto in quel di Novara dal richiamo innato della sua piemontesità perduta. Lassù aveva improvvisato una dimora abusiva e provvisoria in uno dei più eleganti hub del sistema nazionale dei trasporti pubblici. S’era stabilito in fondo al binario 1 della stazione dei treni e ormai ci stava da quasi tre anni, temporaneamente. L’avrei incontrato proprio lì nel giorno pattuito.

Solstizio. E’ arrivato il momento di conoscere JM di persona. Quando mi metto in viaggio con la mia barba lunga e l’abbronzatura perenne, un bisunto cappellino in testa, una logora T-shirt con la scritta «Viva México Cabrones», la birra pronta da stappare dentro lo zainetto e i jeans logori del liceo vengo scambiato ovunque per un asociale che ha bisogno del deodorante, come direbbe il sobrio Mr. B. L’interregionale per Novara non fa eccezione.

Passa un carabiniere col suo cagnetto fiuta-clandestini e si rivolge (solo) a me con burocratica freddezza. “Documenti prego”. “Come mai?”, chiedo accigliato. “Comunque ho solo il passaporto, vivo all’estero e la mia carta d’identità è talmente vecchia da avere già un valore come pezzo d’antiquariato”. “Su, su, non la faccia troppo lunga, va bene il passaporto”, rassicura il tutore della legge. Glielo porgo, mi guardo intorno e lancio nell’etere una sottile provocazione. “Mi scusi, ma come mai non controlla pure quella sospetta e minuta signora vestita di nero, quella là col capo coperto e il volto nascosto che sta bofonchiando formule magiche sottovoce e non lascia riposare gli altri passeggeri?”. Il giovane militare, dapprima allarmato, volge lo sguardo sull’oscura donna e, riavutosi, esclama: “Ma è pazzo? Non vede che è una suora?”. “Ah beh, mi scusi”, preciso con candore, “pensavo fosse una di quelle minacciose mediorientali di religione musulmana che indossano il burqa, mi sono confuso, avrò visto male”.

Durante una manciata di secondi lo sketch ha il merito di riaccendere l’umore uggioso dei passeggeri nel vagone e anche il mio. Avevo letto che nel 2010 era stata appioppata una salata multa a una ragazza musulmana che, indossando il burqa in un ufficio postale di Novara, aveva violato l’ennesima ordinanza ispirata al pacchetto sicurezza versione Security Deep Trip Remix 2008 dell’illustre Ministro degli Interni Maroni. Zampa dura.

L’appuntamento con JM è al primo binario. E’ sera nuvolosa e la stazione FS della seconda città del Piemonte comincia a svuotarsi. Non c’è lezzo di pericolo, piuttosto solitudine e diffidenza. So che qui le regole le fanno rispettare. Il mio timore vero è che per provare a evitare sanzioni, avrei bisogno di almeno tre ore di mistica lettura di tutte le delibere comunali riguardanti l’umana specie e i suoi presunti comportamenti deviati. O almeno di quelle pubblicate nell’ultimo lustro. Il tempo scarseggia. L’IR per Novara entra in stazione. Ho ancora mezza Corona nella bottiglia, esco dalla carrozza e un tetro pendolare prova a redarguirmi sottovoce. “Via, via, per Dio, la butti via, ma che fa?”, dice quasi trasalendo. “Ma chi? Come? Dio? Con la birra? Dove?”, lo incalzo confusamente. E il figuro incupito, allontanandosi e sparendo come un ninja, chiarisce: “Se la beccano qua con quella bevanda alcolica son mazzate! Altro che birra ci vorrà per scordarsi della multa”. Me la scoppio alla goccia tra gli sguardi increduli degli avventori e continuo per la mia strada. Era caldina ma tanto vale. Niente multe e niente rutti per educazione.

Per fortuna scorgo subito Johan che sonnecchia sulla sua panchina di gelido metallo infestata da una patina di verderame. Da lontano sembra un sacco di patate abbandonato su un tronco d’albero appena caduto, umido di rugiada e putrido di muschio. Per uscire dal mio improbabile sottobosco ferroviario, m’avvicino a lui con passo colpevole, lo saluto gentilmente e spezzo il suo quieto vivere con la prima domanda della serata. Lui s’alza con fare sornione e mi stringe la mano abbozzando un sorriso faceto.

“Buonasera Johan, come va?”

“Peggio”.

“Come?”

“Traduco. Peor. Peggio di prima e di ieri”.

“Sei pessimista?”

“No, apolide e da ricovero. E tu? La verve messicana mi s’è spenta nelle nebbie padane. Scusa, stai già registrando? Non ho molto tempo purtroppo…”

“Sì, sì, il registratore è acceso. M’hai detto tutto del tuo passato, del tuo viaggio, ma adesso sei qui e…”

“Qui? In stazione? Nel fantomatico regno della Padania? O dici proprio a Novara City? Fa lo stesso comunque, si naviga nella stessa melma ormai. Comincio a rimpiangere la mia discarica tropicale. Che ti posso dire, c’è disagio in giro o son disagiato io, fa lo stesso”.

“Perché disagio? Sembra tutto così ordinato, pulito, cioè, so che non è molto ma alla gente piacciono queste cose…”

“Pulito fuori e sporco dentro. Il verde che più verde non si può”.

“Le macchie d’erba non vanno via nemmeno col candeggio da queste parti…”

“Eh già. Bien. Camminiamo un po’ fuori ma poi devo andarmene. Qui in stazione ci immortalano con le telecamere e ci prendono per sorci sospetti in meno di un minuto. Por suerte siamo solo in due e possiamo uscire senza rischiare multe. Se eravamo in tre o quattro, adios. E’ quasi l’ora del coprifuoco. Recuerda… Nei pochi parchi che restano aperti di notte bisogna camminare per forza, mai fermarsi. Questo sì che è pensare alla salute delle persone! E’ vietato lo ‘stazionamento’ a gruppetti, se no è come un’adunanza”.

“Sediziosa. Come quando c’era lui”.

“Bella menata la sicurezza. Una menata di mani. Guarda quel volantino appiccicato storto sul muro. Lì lì, affianco alla svastica verde fatta con lo spray. Lo vedi? Il comune organizza proprio delle belle iniziative tipo questa qua. ‘Sconfiggi il Bruto: Corso di Autodifesa Gratuito’. Secondo loro serve a ‘dare la possibilità sia agli uomini che alle donne di dotarsi di tecniche utili ad affrontare eventuali difficili circostanze’ dato che ‘è molto diffusa la sensazione di pericolo e paura tra la gente’, così dicono, non son mai venuti a Città del Messico allora, poverini. Si perdono il meglio tra l’altro”.

“Sono info-balle propagandistiche per distrarre l’attenzione dai problemi veri”.

“Vedo, vedo. A volte le leggo frasi come la tua sui giornali liberali, sensibili e tolleranti. Ma poi cosa cambia? Comunque di monnezza sono esperto, lo sai”.

“Beh, ma scherzi? Leggi il programma! Non vuoi ‘dotarti’ pure tu, scusa, di ‘tecniche di difesa con oggetti di uso quotidiano’? Insegnano anche ‘l’uso dell’istinto’. Magari così scopri che lo spazzolino da denti un bel giorno potrebbe servirti a sventare le rapine in banca o a catturare i ladri di biciclette”.

“Mi vien solo un senso di rigetto. Una cosa l’ho capita. Vi serviamo. Siamo servi vostri e vi serviamo, siamo necessari al vostro modo di vita, ai vostri soldi, anche se pure quelli son sempre meno perché vi state bruciando tutto da soli. Ma io non ci sto più. Nessuno lo dice, fate finta di niente e chi sputa più merda prende più voti. Prima gli zingari, poi i neri, i meno bianchi, quelli dell’est, dell’ovest, del sud, quelli del sud del sud, e altri ancora. Perfino tra voi lo fate da sempre, nordici e terroni. Finché non resta più nessuno. Ti racconto l’ultima.

“Certo, dimmi”.

“Ieri sera due agenti travestiti da turisti giapponesi mi hanno scattato foto per mezz’ora mentre addentavo il mio solito ‘pane arabo con pezzi di carne dentro, salsine piccanti, verdurine e patate fritte’, come dice l’insegna del negozio. Bastava scrivere kebab, no? Va beh. Quei due erano spie della questura in cerca di clandestini da schedare per fare numero. Servono alle statistiche del comune o di chissà chi. Meno male che io sono apolide e non conterò mai nulla, nemmeno se muoio. Comunque il kebab è l’unica robaccia che non mi fa rimpiangere i tacos al pastormessicani. Peccato che qui te lo devi trangugiare in un boccone e poi smammare via. Niente ‘capannelli di persone’ all’esterno dei locali, por Dios! Sono ordini dello sceriffo”.

“Beh, le adunanze culinarie fuori dalla kebabberia sono altamente sediziose. Anche l’alito difalafel è socialmente nocivo. Quindi niente alcolici né grandi abbuffate sui marciapiedi. Ti dirò di più. La parola kebab sulle insegne dei negozi non la capiva nessuno, ci voleva un’ordinanza per farla tradurre in italiano. Anche in Spagna quando c’era il generale Franco si doveva tradurre tutto nella lingua patria. D’altronde, scusa, ma oggigiorno chi non dice ‘cane caldo’ al posto di hot dog? Ormai pure l’inglese è superato, dai”.

“Hai ancora voglia di scherzare, ma forse fai bene. E’ un’arma. Ti confesso che voglio tornare a casa, se posso chiamarla così. Almeno là c’è dignità. Tra caporali e furbetti qua il lavoro e la casa sono una presa per il culo. Scappo da sto posto matto a piedi dato che i documenti in regola neanche qui li ho potuti avere. Soldi per l’aereo, meno. La mamma padana non è servita a niente. Andrò a ovest e m’imbarcherò a Lisbona.  Dai, hermano, ho deciso”.

Adiós. E grazie. Il popolo è indignado Johan, qualcosa faremo, presto”.

Lettura della parte finale del Johan Messican alla Libreria Morgana Sud di Città del Messico con l’autore e Maria Teresa Trentin – Presentazione del 15 dicembre 2011.

** [Il racconto è dedicato alla memoria dell’amico e compagno Matteo Dean, un eterno migrante - Testo di Fabrizio Lorusso tratto dalla raccolta degli “scrittori contro il rogo di libri” dal titolo Sorci Verdi. Storie di ordinario leghismo, Ed. Alegre, Roma, 2011 – Vedi Scheda del libro QUI – Foto di Thomas Pololi –  - Link originale pubblicazione on line, VicoloCannery.It]

Italia y la caída de Berlusconi – Jornada Semanal

Fabrizio Lorusso - http://www.jornada.unam.mx/2012/02/05/sem-fabrizio.html 

Roma, otoño de 2011, frío en el palacio, calor en las plazas. El Caimán, un apodo del ex Jefe de Gobierno italiano, Silvio Berlusconi, acuñado por el cineasta Nanni Moretti, se ahogó en un charco de escándalos y desmanes, tras casi veinte años en la escena. Hace falta citar las palabras del que muchos definieron como el “dueño de Italia”, patriarca de la economía y de la política. El Cavaliere, hoy sin más corceles y con su séquito diezmado, pareció elegir, por ahora, una salida del poder, tras caer de su silla dorada.

“Ya presenté mi renuncia al cargo de primer ministro. Lo hice por mi sentido de responsabilidad y del Estado, para evitarle a Italia otro ataque de la especulación financiera, lo hice sin haber perdido jamás el voto de confianza del Parlamento. Es más, hemos tenido muchas veces un voto favorable y mayoritario de las dos Cámaras y todavía contamos con esa mayoría. Permítanme decirlo, fue triste ver que un gesto responsable y, permítanme, generoso, como es la renuncia, haya sido recibido con chiflidos e insultos. Sin embargo, como contrapartida de los centenares de manifestantes que ayer estaban en las plazas, hay millones de italianos quienes saben que hicimos con conciencia todo lo posible para defender a nuestras familias y empresas de la crisis global que afectó a todos los países avanzados, no sólo al nuestro. De todos modos, agradezco a los italianos por su cariño y fuerza que nos dieron para lograr muchos de los objetivos que nos habíamos planteado, ya desde 1994, cuando anuncié mi entrada en escena. Ese día cambió la historia de Italia. Nunca he faltado a ese credo político que pronuncié. Fue y es una declaración de amor para Italia. Dije ‘Italia es el país que amo, aquí tengo mis raíces, esperanzas y horizontes, aquí aprendí de mi padre y de la vida el oficio del empresario, aquí aprendí la pasión por la libertad’, no cambiaría ni una coma de esas palabras.”

Así habló Berlusconi, tras dimitir de primer ministro, el pasado 12 de noviembre. En realidad, sí cambió una que otra coma de esas palabras: Italia ya se ha vuelto “un país de mierda” del que se irá pronto, según sus conversaciones telefónicas del julio de 2011, intervenidas por los jueces y, luego, publicadas. Tanto sus seguidores como los opositores vislumbraron ya el cierre de un ciclo de diecisiete años: una época larga, en el centro de la vida política, social, económica e, inclusive, mundana y oscura de Italia. En el palacio del Quirinale, sede de la Presidencia, el Premier –un cargo de primus inter pares según la Constitución, pero de primus super pares, superior a la ley, según la interpretación berlusconiana de la misma Carta– entregó oficialmente su renuncia al presidente de la República, Giorgio Napolitano. Mientras tanto, la plaza se llenaba de ciudadanos, al grito de “payaso”, “a la cárcel”, y aplaudiendo por la quizás definitiva liberación de una pesadilla mediático-política que, en los ochenta, fue un sueño de éxito, aunque marcado por claroscuros sobre los orígenes de su “fortuna”; en los noventa, un experimento político populista y, finalmente, una comedia ridícula y dañina en la última década.

“A los que festejaron por mi supuesta salida de la escena, quiero decir con claridad que a partir de mañana redoblaré mi compromiso en el Parlamento y en todas las instituciones para renovar a Italia. Viva Italia, viva la libertad.” Pese a esta amenaza final, durante horas en las calles ondearon las banderas tricolores y se destaparon botellas de spumante para festejar la retirada de el Caimán. Sin embargo, la efervescencia del momento dejaría pronto espacio a la angustia. En 2011, la tasa de desempleo juvenil fue del treinta por ciento y, aunque la tasa general fue del 8.4 por ciento, siguen las inequidades: el diez por ciento de la población detenta casi el cincuenta por ciento de la riqueza. El gasto público italiano es casi igual al de los otros países de la Unión (50.5 por ciento del PIB) y su recaudación fiscal algo superior (46 por ciento frente al 44 por ciento), pero Italia derrocha más dinero, hay graves problemas éticos y financieros ligados a la evasión fiscal, a la corrupción, a las mafias y a los delitos de cuello blanco. Además, la economía no ha crecido. ElPIB subió un 0.87 por ciento promedio en los últimos quince años y sólo el 0.2 por ciento en 2001-2010. Esta década perdida dejó una deuda excepcional, equivalente a 120 por ciento del PIB italiano, la octava del mundo y segunda de la zona euro después de Grecia, que registró un 144 por ciento. Sin embargo, la gran diferencia es que Italia representa la tercera economía europea, con un tamaño poblacional como el de Francia y el Reino Unido, por lo que no podría quebrar o dejar de pagar deudas sin arrastrar al abismo a toda la UE, a la mayoría de sus socios en el mundo y al Euro.


Cartel de periferiadesign

La recesión de 2009 y 2010 –que Berlusconi negó rotundamente durante meses, pero que hasta hoy sigue surtiendo sus efectos nefastos– terminó de matar al liderazgo de el Caimán, ya golpeado por escándalos judiciales (juicios por corrupción, fraude fiscal, abuso de autoridad y explotación de la prostitución de menores), políticos (compraventa de votos en el Congreso, cooptación de diputados, aprobación de leyes ajustadas para él mismo llamadas ad personam, conflicto de sus intereses particulares con cargos públicos) y morales (no relevantes penalmente, pero sí para la ética pública del “buen gobernante”). Me refiero a frases pronunciadas públicamente, de mal gusto, misóginas y mesiánicas. “Yo soy el Señor, hay algo divino en ser elegido por la gente” y “Ustedes tienen que volverse misioneros, apóstoles, les explicaré el Evangelio según Forza Italia y según Silvio”, en 1994 y 1995 respectivamente. Hay otras recientes, de 2010: “A las mujeres desempleadas: búsquense a un chico adinerado” y “más vale ser apasionados por las chicas hermosas que gay”, y una de 2006: “Tengo demasiado aprecio hacia la inteligencia de los italianos para creer que hay tantos pendejos que voten contra su propio interés.” Es sólo una escueta selección.

Hoy, la erosión de la credibilidad internacional del sistema-país es evidente. Las leyes pro Berlusconi son incontables: despenalización de la falsificación de balances, condonaciones para evasores fiscales, reducción de términos para la prescripción de varios crímenes, unos decretos salva-Rete4, una de sus televisoras que opera ilegalmente, y tres intentos de crear fueros especiales para altos cargos (incluyendo siempre el de primer ministro), todos declarados ilegítimos por la Corte Constitucional.

Por todo ello, las deudas italianas pesan más. Su monto comenzó a subir vertiginosamente hace treinta años, durante los gobiernos despilfarradores de los demócratas cristianos y su aliado, el socialista Bettino Craxi, quien también fue el referente político del Berlusconi empresario en los ochenta. De la construcción (Edilnord y residenciales Milán 2 y 3 para los VIP) al futbol (equipo del Milán), de las tiendas departamentales (Grupo Standa-Rinascente) a los seguros (Mediolanum), del cine (Medusa Film-Blockbuster Italia) a la Tele (Mediaset) y las editoriales (Grupos Mondadori-Einaudi-Grijalbo), el business man milanés da el gran brinco a la política en 1993. Lo hace para suplir la desaparición de sus aliados en Roma, es decir, de los partidos y personajes sacudidos por las investigaciones de los fiscales de Milán, conocidas como Operación Manos Limpias contra los sobornos. Y lo hace también para protegerse de las tenazas de la justicia que se estaban acercando peligrosamente al núcleo de sus intereses. Así, se resignifica la expresión “conflicto de intereses” para Italia, al juntarse en un mando único el poder político y el económico con todos los perjuicios a la democracia que ello conlleva.

Durante los gobiernos de la coalición de centro-derecha, sobre todo en 2001-2006 y 2008-2011, la ONG Freedom House descalificó a Italia en su informe anual sobre libertad de prensa, al bajarla de país libre a semilibre a causa de “la posibilidad del Premier para influir en la TV pública con un conflicto de intereses entre los más claros del mundo”, lo que hace del bel paese un caso “anómalo en la región por las interferencias gubernamentales, sobre todo para cubrir los escándalos de su presidente”. Y el Caimán responde, en 2006: “La prensa extranjera normalmente es de izquierda y nos presenta de manera distinta de lo que es la realidad.” Hay más: el año pasado el índice sobre percepción de la corrupción fue de los peores en Europa. En fin, parece haberse cumplido una parte sustancial del Plan de Renovación Nacional, antidemocrático y subversivo, que sostuviera la logia P2 de la Masonería de la que Berlusconi era integrante con la matrícula 1816.


En Roma, diciembre de 2009. Foto: Alessandro Di Meo

Tengo treinta y cuatro años. En 1994 tenía diecisiete, es decir la mitad, cuando el hombre que ya estaba entre los más ricos del país y ostentaba el título de Cavaliere del Lavoro, que otorga el Estado a distinguidos empresarios, optó por la “carrera política”. En abril ganó las elecciones, apoyado por una alianza entre partido-empresa Forza Italia, fundado el año anterior, el postfascista Alleanza Nazionale, liderado por Gianfranco Fini, y la formación secesionista y racista de la Liga Norte para la Independencia de la Padania, dominada, hoy como entonces, por el rudo caudillo norteño Umberto Bossi.

Para los que lógicamente no saben qué es la Padania, una nota: según la Lega, se refiere al norte del país, la zona más próspera, que debe su nombre a la llanura padana. Es un territorio difuminado de Turín a Venecia, de Milán a Parma, y sus confines son cambiantes, conforme van variando sus consensos electorales. Se ideó una patria nueva para un supuesto pueblo “céltico, padano y norteño”, distinto del italiano, según los líderes del partido, quienes suelen gritar “la tenemos dura” y “Roma ladrona, la Lega no perdona”, pero no desprecian los cargos en el Parlamento con sede en la capital nacional. Sin duda es posible afirmar que PadaniaIs a State of Mind: o sea, un invento ideológico de una agrupación populista que cosecha votos valiéndose de la xenofobia, el folclor, la repartición de cuotas de poder y el miedo al otro, sea el sureño o el “extracomunitario”. Si bien a nivel nacional jamás ha rebasado el ocho por ciento de las preferencias, en algunas regiones septentrionales mantiene sus feudos con consenso de entre el quince y el veintiocho por ciento. De cualquier forma, en un sistema parlamentario fragmentado como el italiano, son cifras que determinan la sobrevivencia y las líneas políticas de un gobierno.

Ni nueve meses duró el primer ejecutivo de Berlusconi por los berrinches de su aliado Bossi, así que fue reemplazado por Lamberto Dini con un gabinete técnico, es decir, formado por tecnócratas y no por exponentes de partidos. Su naturaleza bipartisan –derecha e izquierda juntos– es, en realidad, necesaria para proteger a los partidos y sus líderes del enorme costo político que ciertas medidas muy impopulares, normalmente de recorte del gasto y aumento de la recaudación, tienen para ellos.

De 1996 a 2001 los gobiernos de Romano Prodi y Massimo D’Alema, de centro-izquierda, lograron el ingreso de Italia en la moneda europea, pero no quisieron frenar al Caimán quien, por una serie de negociaciones políticas, pudo mantener su poder mediático intacto, junto con el conflicto de intereses, para ganar las elecciones de 2001. Los “progresistas” habían perdido la oportunidad de cambiar el statu quoque desgraciadamente persiste hasta la actualidad. El comienzo del segundo mandato de Berlusconi es recordado por la represión contra los manifestantes en Génova durante la cumbre del G8 y por la consiguiente muerte de Carlo Giuliani, el 20 de julio de 2001. Se quiso dar un golpe duro mas no mortal a los movimientos sociales y antagonistas que allí se juntaron, en ese entonces como hoy, indignados y globales, para seguir la pista para “otro mundo posible” trazada desde la insurrección de Seattle en 1999.


Milán, febrero de 2011 Foto: Luca Bruno

Dieciséis años después del ejecutivo de Dini, la historia se repite: en sólo diecisiete días, tras el fin del cuarto gabinete de Berlusconi en noviembre de 2011, el presidente Napolitano nombra al nuevo premier: el economista y ex comisario europeo a la competencia, Mario Monti, quien presenta a las cámaras una ley financiera de emergencia, “lágrimas y sangre”. Entonces se instala un ejecutivo de “responsabilidad nacional”, técnico, con Monti ejerciendo también como secretario de Economía para “salvar a Italia”. Lo votan todos los partidos excepto la Lega, que queda como única fuerza de oposición en el Congreso para tratar de recuperar los consensos perdidos por su apoyo al Caimán, vigente hasta hace poco, en vista de las elecciones a celebrarse en 2012 o 2013. El plan de austeridad de Monti– recortes e impuestos por 20 billones de euros –representa, junto a la anterior ley financiera de Berlusconi (54.5 billones), el reajuste financiero más imponente de la historia italiana.

En 1994, cuando participé en la autogestión y ocupación de mi escuela contra los recortes presupuestarios del gobierno, siendo parte de un movimiento estudiantil que cambiaría mi vida, nunca imaginé que el Caimán duraría tanto en el poder y que sobre él escribiría en 2012. Tampoco pensé, cuando entré a estudiar en la Universidad Bocconi de Milán, que su director, el otoñal profesor Mario Monti, sería, en el futuro, el rector del destino de Italia, justo después del mismo Berlusconi. Irónicos destinos.

Un secreto del éxito de Berlusconi sería de índole cultural y antropológica, ya que él parece reunir varios estereotipos, quizá los más bajos, del italiano promedio. Todos los clichés son máscaras de carnaval, caricaturas exageradas, pero finalmente existen: el futbol, opio de los pueblos modernos; la pinta del trovador con mandolín y los chistes del falso latin lover, la televisión y la burla como reinas, la familia y lamamma como ideales, engañados en la práctica; el machismo y la parranda, la fama elevada a ideología nacional, la leyenda del self made man, tramposo pero exitoso, y el orgullo presumido por ser o haber sido (¿él mismo?, ¿o el país?) el centro de la historia de Occidente. Si bien la mayoría de los italianos no se identifican en este conjunto de “creencias” y clichés, éstos se usan como palancas que conforman estrategias políticas ganadoras.

Sus palabras lo confirman: “Pese a las acusaciones infamantes que la oposición lanza en contra del gobierno, nadie en Europa ha hecho tanto y con resultados tan brillantes”, en 2011, y “Mussolini jamás mató a nadie: a los opositores los mandaba de vacaciones al exilio”, en 2003. Para presentar su himno personal “Menos mal que Silvio está”: “Tengo un complejo de superioridad, así que digo ‘menos mal que Silvio está’, nadie hubiese podido hacer mejor que nosotros”, en 2002. Y recuerden, “el Premier no puede mentir, por definición.” (2006.)


Roma, febrero de 2011

Pese a los clichés, en Italia hubo fenómenos parecidos a los de otras “democracias industriales maduras”: la política hecha espectáculo, la desconfianza popular hacia el sistema y los gobernantes, la crisis del Estado de bienestar, la derrota del salario-trabajo, las utilidades empresariales, el envejecimiento poblacional e institucional, la abdicación de la ética y de la crítica, incluso en la prensa, a favor de la búsqueda de prebendas. Quienes capitalizaran mejor estos factores ganaban, y Berlusconi lo ha hecho a su manera, proponiéndose como continuador de la tradición demócrata cristiana con pinta de liberal y paternalismo absolutista.

El populismo, la maña mediática de Sarkozy y los escándalos de Chirac en Francia, no fueron tan distintos de los de Berlusconi, así como la necedad y las frases celebres de G. W. Bush o de Aznar en España. Pero hay especificidades más marcadas en Italia, por factores como el corporativismo económico, herencia del fascismo, la cultura de la recomendación en detrimento del mérito, las televisoras públicas controladas por los partidos de gobierno y las privadas por el Caimán. La polarización social, incluso dentro de las familias y entre generaciones (los papás protegidos con el viejo sistema frente a los hijos precarios de la globalización), creció. Lo mismo pasó entre los opositores y los partidarios de Berlusconi. Éste aprovechó el vacío que dejó la desaparición de los viejos partidos, así que muchos italianos no lo votaron por una locura colectiva (en los noventa y después), sino que creyeron en una opción que llenaba un hueco en el momento justo y que supo presentarse como creíble. Una izquierda dividida y unas leyes electorales poco equilibradas completaron la obra.


Foto: Der Wanderer

Por otro lado, el suministro lento del berlusconismo al pueblo italiano ha creado más indiferencia, pero también sus anticuerpos, el antiberlusconismo y la reacción de varios sectores: el periodismo, la sociedad civil, la universidad, los movimientos sociales, culturales, políticos, de mujeres y trabajadores, de escritores y actores, los migrantes y excluidos, los precarios y los estudiantes. Un tipo de antiberlusconismo vive de la contraposición, sin ideas propias y creativas, y quizás vaya perdiendo su razón de ser, conforme el caudillo se retire y nos demos cuenta de que los problemas quedan y no dependen sólo de él. Por mucho tiempo la izquierda parlamentaria y sus referentes en la sociedad tuvieron esta postura, aunque ahora parecen despertar. En cambio, por parte de los movimientos, desde los más autónomos e “indignados” hasta los “integrados”, pero críticos y militantes, se propusieron diagnósticos y soluciones distintas a los problemas del país. Las plazas y la gente han estado cada vez más participativas. Quizás ya no sea una minoría y algo se esté moviendo en las demás fuerzas progresistas dentro y, sobre todo, fuera de los palacios del poder. Así fue con el movimiento por el sí en los referendos populares del 12 de junio contra las centrales nucleares, y por el agua pública que registró una aplastante victoria. Las alternativas existen, pero son retos por encarar con reflexiones duras sobre nosotros mismos. 

La Lega. L’idiota in Politica. La Censura.

Ai leghisti leggere, dibattere, tollerare e ragionare proprio non va giù, e lo sappiamo da tempo. Il sindaco di Sesto Calende (Va), Marco Colombo (noto anche per la “rottura della corda del tiro alla fune“, primo a sinistra nella foto) ha escogitato un sistema legale ma deplorevole per censurare di fatto e far sparire dagli scaffali della biblioteca comunale un libro non gradito: si tratta de L’idiota in politica. Antropologia della Lega Nord dell’antropologa francese Lynda Dematteo che è uno studio profondo e (vedi breve video) critico del fenomeno leghista e dei suoi militanti. E il titolo è azzeccatissimo, vediamo.

L’idea del sindaco è stata questa: far prendere in prestito il libro dai suoi fedeli seguaci per far sì che resti sempre fuori dalla biblioteca comunale, introvabile. La prima a tenere “L’idiota in politica” per 3-4 mesi sarebbe stata Silvia Fantino, assessore alla Cultura (!), che l’ha anche letto. Poi lo ha spiegato per sommi capi al sindaco che probabilmente non ha avuto tempo nemmeno di sfogliarlo. La Fantino avrebbe confermato a Colombo che il testo è fazioso.

Riporta il sito del Corriere: «L’assessore lo dovrà restituire, ma io non mi arrendo – dice il sindaco –lo faremo prendere in prestito da un militante leghista ogni mese, a turno, così manifesteremo il nostro dissenso verso quell’acquisto». Colombo ha anche strigliato la bibliotecaria del paese. «È vero, le ho urlato dietro – conferma il primo cittadino – esiste una commissione che sceglie i libri e non mi risulta che la scelta sia stata condivisa. E poi, diciamolo, la bibliotecaria è di sinistra». E poi il gran finale su L’Idiota in politica: «Alla fine lo farò ritirare – sbotta -. Naturalmente mi rendo conto che non posso vietare un libro, però posso chiedere alla biblioteca di prestare il consenso alla vendita definitiva, per toglierlo dagli scaffali». Così magari lo potrà comprare a sezione della Lega di Sesto Calende e bruciarlo, no? Prove tecniche di fascismo, anche basta no?

Si prova a livello locale, si fa la marachella, si diventa famosi (tristemente), ci si fa conoscere e poi si prova a fare il grande salto, a entrare nelle grazie di qualche Maroni o Bossi di turno e alla fine ci ritroviamo pacchetti sicurezza (?), leggi e leggine liberticide anche a livello nazionale. Pure in Veneto si segue questa strada, si usa la regione come laboratorio sperimentale per provvedimenti nazionali.

Quindi torna il rogo di libri (breve documentario su tutta la vicenda, da vedere!), non in Veneto com’era successo l’anno scorso proprio in gennaio, ma nel varesotto, a Sesto Calende, che semprePadania profonda è. Un anno fa nasceva un collettivo di scrittori e giornalisti, attento e militante, contro i tentativi gravissimi di censura messi in atto da alcuni funzionari leghisti e Pdl del Venetocontro una lista di proscritti (si chiedeva alle biblioteche di ritirarli, ai presidi delle scuole di non ospitarli e a tutte le strutture di comuni e province di ostacolare le iniziative degli scrittori messi al bando – leggi la mozione, che fu solo uno dei tentativi di censura, qui).

Poi a Preganziol, provincia di Treviso, vi fu anche una manifestazione per rivendicare il diritto alla libertà di pensiero dopo che anche Gomorra di Saviano era sparito inspiegabilmente dagli scaffali. I giornali di tutto il mondo ne parlarono, forse meno in Italia che all’estero, ma comunque l’impatto fu grande e oggi è in circolazione un libro, l’oggetto probabilmente più odiato dai leghisti, che si chiamaSorci Verdi. Storie di ordinario leghismo e racconta gli abissi padani con i testi di 17 scrittori. Nonostante tutto…il lupo padano, verde erbaceo, insalata scondita, perde il pelo ma non il vizio.

Sorci Verdi in Messico: tutti i video della presentazione

Ecco i video (sono 7!) della presentazione (15 dicembre 2011, ore 19) del libro Sorci Verdi. Cronache di ordinario leghismo alla Libreria Morgana Sud, Coyoacàn/Città del Messico, con Fabrizio Lorusso (co-autore), Maria Teresa Trentin (attrice, lettrice), Clara Ferri (moderatrice e anfitriona), Diego Lucifreddi (relatore). Aiuto prezioso anche di BravO Cubiertas Inteligentes, le fodere per libri personalizzate in verde per Sorci Verdi ! Qui il post con la galleria fotografica e altri link informativi sul caso Rogo di libri / Quema de libros en Italia. Il primo video presenta la lettura di stralci dal racconto “Comizio” di Angelo Ferracuti, una sapiente collezione di mostruosità ordinate e (in)coerenti pronunciate da esponenti della Lega Nord nel corso degli anni (e diventano qui un comizio).

Prima domanda a Fabrizio Lorusso (io) e introduzione di contesto di Diego Lucifreddi. Clara Ferri introduce il co-autore Fabrizio, l’attrice Maria Teresa e i racconti di Sorci Verdi.

Terzo video: stupenda e divertente lettura del racconto di Lello Voce “Summer day’s Radio”, frenetico e delirante come uno sceriffo.

Domanda al co-autore sulle tematiche del libro e introduzione al racconto Johan Messican a la descoverta de la Padania.

Lettura del racconto Johan Messican, parte finale a due voci.

Esiste la Padania? Padania Is A State Of Mind? Domande e interventi del pubblico.

Ultime domande e interventi del pubblico e lettura di un estratto da “I miei vicini è gente che lavora” di Davide Malesi.

I Sorci Verdi arrivano in Messico: le foto e il libro

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Questa è la galleria fotografica della presentazione del libro Sorci Verdi. Cronache di ordinario leghismo (Scheda del libro! QUI) alla Libreria Morgana Sud (spazio di libero pensiero e parola presso la sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico). La presentazione di ieri, 15 dicembre, è durata un’ora e mezza ed è stata molto interessante e partecipata. Il pubblico è intervenuto con commenti e precisazioni utilissime (grazie!). Per vedere le foto singolarmente clicca QUI.

Sotto: la fodera speciale verde-nera che BravO Cubiertas ha donato per questa presentazione di Sorci Verdi. Presto su questo blog i video della presentazione. Presenti e collaboranti alla presentazione (15 dicembre 2011, ore 19) del libro: el barrio Coyoacàn/Città del Messico e… Fabrizio Lorusso (co-autore), Maria Teresa Trentin (attrice, lettrice), Clara Ferri (moderatrice e anfitriona), Diego Lucifreddi (relatore ed esperto). Grazie anche a loro per la collaborazione e per aver reso possibile questo momento di discussione e cultura “contro il rogo di libri“.

I Sorci Verdi atterrano in Messico-Libreria Morgana Coyoacán

Invito alla presentazione del Libro
Sorci Verdi. Storie di ordinario leghismo
[Invitación a la presentación del Libro Sorci Verdi en México]
….
  • Dove  e quando
    Libreria Morgana Sur, Francisco Sosa # 77 Col. Villa Coyoacán
    • giovedì 15 dicembre 2011
    • Ora  19.00 fino a 22.00
  • Descrizione
    Presentazione del libro di racconti:
    “Sorci verdi. Storie di ordinario leghismo”.
    Sarà presente il coautore Fabrizio Lorusso e la lettura dei brani sarà di Maria Teresa Trentin.
    Entrata gratuita.

    “Sorci verdi” è un libro collettivo di racconti, non un saggio politico. Uno spaccato di (dis)umanità a volte descritto con ironia e leggerezza, come se una cinepresa fosse piantata negli occhi dei protagonisti, per raccontare un mondo di ordinario razzismo.

    Un libro che colpisce allo stomaco e spesso lo oltrepassa. E che, nonostante la fantasia e l’invenzione dei suoi personaggi, racconta un’Italia vera.Nel 1936 la 205esima squadriglia della Regia aeronautica adottò come stemma tre sorci verdi.
    Da qui nasce l’espressione idiomatica “fare vedere i sorci i verdi”, che significa dare del filo da torcere, sconfiggere, umiliare.
    Negli ultimi vent’anni la Lega Nord ha indubbiamente fatto vedere i sorci verdi all’Italia.
    Autori:
    Giulia Blasi, Annalisa Bruni, Giuseppe Ciarallo, Giovanna Cracco, Alessandra Daniele, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Angelo Ferracuti, Fabrizio Lorusso, Davide Malesi, Stefania Nardini, Valeria Parrella, Walter G. Pozzi, Alberto Prunetti, Stefano Tassinari, Massimo Vaggi, Lello Voce.

    Gli autori e le autrici di questo libro non hanno voluto alcun compenso. Gli eventuali utili di questo lavoro saranno destinati a sostenere la biblioteca del carcere di Padova

Evento su FaceBookhttp://www.facebook.com/events/146875175418598/

Recensione da Il Fatto Quotidiano QUI LINK

Scheda del libro: http://www.agoravox.it/E-uscito-Sorci-Verdi-libro.html

Frasi di Silvio Berlusconi Best Collection

Ho raccolto da alcuni blog le migliori frasi dell’ex Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi che mi saranno molto utili come materia prima per scrivere un articolo (delirante?) su di lui. In un altro post avevo segnalato le principali leggi e norme fatte approvare dai suoi vari governi in questi 17 anni di catarsi collettiva e conflitti d’interessi. Grazie.

«Alfredo si affacciò alla porta del mio studio con un cellulare in mano. ‘Dottore’, mi disse ‘Lavitola ha chiamato almeno 20 volte, vuole rispondergli almeno una volta?». «Ci parlai» ha concluso «ma con il convincimento che il cellulare fosse quello di Alfredo». (Silvio Berlusconi – Caso Lavitola – 22 ottobre 2011).

«Nonostante le infami accuse che vengono rivolte ogni giorno al governo dall’opposizione, nessun governo in Europa ha fatto tanto e con risultati così brillanti come noi in questo momento di crisi mondiale». (Silvio Berlusconi – 15 ottobre 2011)

«Come fa a governare Pisapia che non ha mai amministrato neppure un’edicola di giornali” e che “in Parlamento ha fatto solo leggi a tutela terroristi, o per l’eutanasia?». Su De Magistris: «Non credo che ci sia una persona con la testa sulle spalle che possa votare per il signor De Magistris; uno che vota per il signor del De Magistris vada a casa, si guardi nello specchio e dica sono un uomo o una donna senza cervello». (Silvio Berlusconi – ospite a ‘Porta a Porta’ su Rai1 -  25 maggio 2011)

«I leader della sinistra sono sempre pessimisti, anzi incazzati. Scusate, ma ogni tanto sfodero le lingue e vi faccio vedere che uso l’inglese. Quando loro vanno in bagno, e non e’ che ci vadano spesso, visto che si lavano poco, e si guardano allo specchio per farsi la barba, si spaventano da soli» (Silvio Berlusconi – comizio elettorale a Crotone – 10 maggio 2011)

«Questi Pm di Milano che hanno prodotto questi tentativi di eversione sono ancora lì a ripetere gli stessi tentativi di eversione. Questo è un cancro della nostra democrazia che dobbiamo estirpare» (Silvio Berlusconi – intervento al comizio elettorale di Letizia Moratti – 7 maggio 2011)

«Sono addolorato per Gheddafi e mi dispiace. Quello che accade in Libia mi colpisce personalmente» (Silvio Berlusconi – 21 marzo 2011)

«Ho un forte carattere guascone, che qualche volta mi porta in modo spontaneo a comportamenti non strettamente conformi alla forma» (Silvio Berlusconi – 12 marzo 2011 – frasi dopo il vergognoso bacia mano a Gheddafi)

«non ho sentito Gheddafi. La situazione è in evoluzione, quindi non mi permetto di disturbare nessuno» (Silvio Berlusconi – 19 febbraio 2011)

«Posso garantire sui miei figli e sui miei nipoti che non ho mai guadagnato un dollaro e ho sempre fatto soltanto gli interessi del mio paese» (Silvio Berlusconi– presunti rapporti con Putin rivelati da cable Wikileaks – 5 dicembre 2010)

«Ho visto i sondaggi fatti da una autorità indipendente che ti hanno assegnato, Nursultan, il 92% di stima e amore del tuo popolo. È un consenso che non può non basarsi sui fatti» (Silvio Berlusconi - vertice Osce ad Astana in Kazakhstan, parole dirette al presidente (dittatore), Nursultan Nazarbayev – 2 dicembre 2010)

«Per quanto riguarda la politica estera, con la nostra diplomazia commerciale,abbiamo portato appalti, lavoro e profitti a molte imprese italianeche operano nel mondo. E abbiamo restituito prestigio e autorevolezza all’Italia in campo internazionale, se permettete con un premier che è il più esperto e quindi, anche a seguito di questo, tra i più influenti e considerati nei vertici mondiali» (Silvio Berlusconi – 27 novembre 2010)

«Non mi dimetterò mai», «Fini vuole eliminarmi, mi vuole morto fisicamente per la storia di Montecarlo, è convinto che gliel’abbia montata io. Ma se questi faranno il governo tecnico noi gli scateneremo contro la guerra civile, avranno una reazione come nemmeno s’immaginano…» (Silvio Berlusconi – 12 novembre 2010)

«Quello che ho fatto è stato per bontà, poi se a volte mi capita di guardare una bella ragazza…meglio essere appassionato di belle ragazze che essere gay»(Silvio Berlusconi – 2 novembre 2010)

«Dottore - spiega Berlusconi - volevo confermare che conosciamo questa ragazza, ma soprattutto spiegarle che ci è stata segnalata come parente del presidente egiziano Mubarak e dunque sarebbe opportuno evitare che sia trasferita in una struttura di accoglienza. Credo sarebbe meglio affidarla a una persona di fiducia e per questo volevo informarla che entro breve arriverà da voi il consigliere regionale Nicole Minetti che se ne occuperà volentieri» (Silvio Berlusconi – caso Rubygate – 30 ottobre 2010)

«Nessuno mi può far cambiare stile di vita, ogni tanto ho bisogno di serate distensive. Non vi è stata alcuna telefonata in Questura» per fare pressione e «su quanto avviene a casa mia non devo chiarire niente perché da me entrano solo persone che si comportano bene», ha aggiunto.  «Il caso Ruby è stato montato per screditarmi; mandai la Minetti per evitare il carcere alla ragazza» (Silvio Berlusconi – 29 ottobre 2010)

«Signora Bindi, devo dirle che  mi fa piacere parlare con lei. E’ più bella che intelligente» (Silvio Berlusconi – ospite a ‘Porta a Porta’ – 8 ottobre 2009)

«Come noi i governanti cinesi sono fautori della politica del fare, dell’affrontare e risolvere i problemi concreti più che irrigidirsi su questioni di principi. Come noi preferiscono la politica dello sviluppo e dell’armonia e della sicurezza, che è il credo del governo cinese» (Silvio Berlusconi - vertice con il premier cinese Wen Jiabao – 7 ottobre 2010)

«Medvedev e Putin sono un dono del Signore per il vostro Paese». (Silvio Berlusconi – ospite in Russia al World Political Forum – 11 settembre 2010)

«Alla ragazza ho dato dei soldi per evitare che si prostituisse. L’avevo aiutata e le avevo persino dato la possibilità di entrare in un centro estetico con un’amica, che lei avrebbe potuto realizzare con un laser per la depilazione per un importo che a me sembrava di 45mila euro. Invece lei ha dichiarato di 60mila e io ho dato l’incarico di darle questi soldi per sottrarla a qualunque necessità, per non costringerla a fare la prostituta, per portarla anzi nella direzione contraria»(Silvio Berlusconi – caso Rubygate – 14 aprile 2010)

«Presidente, il popolo la ama. Del resto i risultati delle elezioni sono sotto gli occhi di tutti» (Silvio Berlusconi - visita in Bielorussia, ospite del dittatore Aleksandr Lukashenko – 1 dicembre 2009)

«Io lascio oppure facciamo la rivoluzione, ma la rivoluzione vera… Portiamo in piazza milioni di persone, cacciamo fuori il palazzo di giustizia di Milano, assediamo Repubblica… Non c’è un’alternativa…» (Silvio Berlusconi – intercettazione telefonica con Valter Lavitola dell’ ottobre 2009)

«Gheddafi è un leader di grande saggezza» (Silvio Berlusconi - conferenza stampa congiunta tra il leader libico Gheddafi e il Premier Italiano – 11 giugno 2009)

«Ho troppa stima per l’intelligenza degli italiani per credere che ci possono essere in giro tanti coglioni che votano per il proprio disinteresse» (Silvio Berlusconi – 6 aprile 2006)

«Da presidente del Consiglio, giuro che lascio la politica se dimostrano le accuse nei miei confronti». «Escludo che possa essere successo» dice il premier, riferendosi a quanto sostenuto dalla procura di Milano. «Giuro da presidente del Consiglio, vado a casa un minuto dopo ed esco dalla politica se dovesse venir fuori a dimostrare l’accusa, perché ci vuole una dimostrazione, un documento di versamento che certifichi la donazione del passaggio dei 600 mila dollari»(Silvio Berlusconi – processo Mills - 12 marzo 2006).

«Signor Schulz, so che in Italia c’è un produttore che sta montando un film sui campi di concentramento nazisti: la suggerirò per il ruolo di kapò. Lei è perfetto!» (Silvio Berlusconi – figuraccia mondiale dopo le dure critiche Martin Schulz al parlamento Europeo – 2 luglio 2003)

«Se i comunisti prendessero l’Italia, non ci sarebbe libertà. Non sono ancora democratici. Hanno un’attrazione fatale per i dittatori: Pol Pot, Milosevic, Castro, Saddam Hussein», ergo «non bisogna consentirgli di andare al potere». Anche perché «i Ds sono un esercito di mercenari, di opportunisti, di profittatori della cosa pubblica» (Silvio Berlusconi  19 gennaio 2000)

Bossi è un «ladro di voti, ricettatore, truffatore, traditore, speculatore: doppia, tripla, quadrupla personalità» (Silvio Berlusconi – 21 dicembre 1994).

Bossi «è la Wanna Marchi della politica» (Silvio Berlusconi -  6 aprile 1994) da:  LINK

1. L’Italia è il paese che amo (1994)

2. Alla Rai non sposterò nemmeno una pianta. (29 marzo 1994)

3. Mai mi occuperò di questioni televisive, per non dare l’impressione di voler favorire i miei affari, anzi starò più dalla parte della Rai che della Fininvest. (30 maggio 1994)

4. Bossi, quando parla, sembra un ubriaco al bar. (26 Agosto 1994)

5. Io sono l’unto del signore, c’è qualcosa di divino nell’essere scelto dalla gente. (25 novembre 1994)

6. I miei giornali, le mie TV, il mio gruppo sono sempre stati in prima fila nel sostenere i giudici di Mani Pulite. (8 Dicembre 1994)

7. Emilio Fede? Prima ero critico, ma adesso comincio ad apprezzarlo. È un baluardo per la democrazia e per l’informazione. (4 Gennaio 1995)

8. Bossi, un disastro, una mente contorta e dissociata, un incidente della democrazia italiana, uno sfasciacarrozze con il quale non mi siederò mai più allo stesso tavolo. (20 Gennaio 1995)

9. Venderò le tv a imprenditori internazionali. (1 Aprile 1995)

10. Voi dovete diventare dei missionari, anzi degli apostoli, vi spiegherò il Vangelo di Forza Italia, il Vangelo secondo Silvio. (4 Aprile 1995)

11. Sono un grande estimatore della magistratura. (10 Ottobre 1995)

12. Chi salvo fra Dini, D’Alema, Prodi, Veltroni e Bertinotti? Li butto tutti dalla torre e poi chiedo il Nobel per la pace. (30 ottobre 1995)

13. Dire che io utilizzo la mia posizione di leader politico per interessi personali è negare il disinteresse e la generosità che mi appartengono. (15 dicembre 1995)

14. Arafat mi ha chiesto di dargli una tv per la Striscia di Gaza. Gli manderò Striscia la Notizia. (7 marzo 1997)

15. Da cui poi nacquero Romolo e Remolo. (28 Maggio 2000)

16. Ho insegnato al Milan come si gioca al calcio. (23 marzo 2001)

17. Hanno fatto una prova anche su di me, sulla mia funzionalità cerebrale e fisica e hanno deciso che sono un miracolo che cammina. (5 ottobre 2002)

18. Mi sta venendo un complesso di superiorità tanto che dico: “Meno male che ci sono io”. Nessuno avrebbe potuto fare meglio di quello che abbiamo fatto noi. (3 dicembre 2002).

19. Lei è un dipendente del servizio pubblico, si contenga! (rivolto a Michele Santoro, 17 marzo 2003)

20. Noi di Forza Italia abbiamo una moralità di livello così elevato che gli altri non possono nemmeno percepirlo. (10 maggio 2003)

21. So che in Italia c’è un produttore che sta montando un film sui campi di concentramento nazisti, la suggerirò per il ruolo di Kapo. (Rivolto a Martin Schulz al Parlamento Europeo, 2 Luglio 2003)

22. Sono un galantuomo, una persona perbene, un signore dalla moralità assoluta. (13 luglio 2003)

23. Mussolini non ha mai ucciso nessuno: gli oppositori li mandava in vacanza al confino. (4 settembre 2003)

24. Questi giudici sono doppiamente matti! Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana. (5 settembre 2003)

25. Io invito tutti a tirar fuori soltanto una mia frase insultante nei rispetti dell’opposizione. Io rispetto tutti e pretendo rispetto. (10 marzo 2004)

26. La stampa straniera è normalmente di sinistra e ci presenta in modo diverso dalla realtà. (24 ottobre 2004)

27. Il pubblico italiano non è fatto solo di intellettuali, la media è un ragazzo di seconda media che nemmeno siede al primo banco. E’ a loro che devo parlare. (10 dicembre 2004)

28. Se c’è qualcuno che fa un grande sacrificio a ripresentarsi come candidato quello sono io. (29 Agosto 2005)

29. C’è uno stato parallelo nelle mani della sinistra che controlla le scuole superiori, le università, i giornali, le radio, le televisioni, la magistratura. (a Ballarò, 2006)

30. Io non ho mai fatto affari con la politica. Anzi, ci ho sempre perso. (5 gennaio 2006)

31. Il Presidente del Consiglio non può, per definizione, mentire. (18 Gennaio 2006)

32. La Rai è una vera e propria macchina da guerra contro di me. E anche le mie televisioni mi remano contro. (8 gennaio 2006)

33. Sfido chiunque a citare un solo provvedimento del governo o della maggioranza che mi abbia favorito. (21 gennaio 2006)

34. Andare in tv non mi piace, semplicemente lo odio. (25 gennaio 2006)

35. Io sono il Gesù Cristo della politica. (13 Febbraio 2006)

36. Insistono ancora nel dire che io ho detto che i comunisti mangiavano i bambini, io ho detto che sotto la Cina di Mao i bambini li bollivano per concimare i campi. (26 Marzo 2006)

37. Ho troppa stima dell’intelligenza degli italiani per pensare che ci siano in giro così tanti coglioni che possano votare facendo il proprio disinteresse. (4 aprile 2006)

38. Non ho mai registrato tanto entusiasmo nei miei confronti negli ultimi 14 anni, al punto che mi sono venute le stigmate. (11 dicembre 2007)

39. L’energia nucleare è la forma più pulita e più sicura di produzione dell’energia. (2008)

40. Zapatero ha fatto un governo troppo rosa che noi non possiamo fare anche perché in Italia c’è una prevalenza di uomini. (15 Aprile 2008)

41. Obama è giovane, bello e anche abbronzato. (6 Novembre 2008)

42. Non è in morte celebrale, ma è una persona che respira in modo autonomo, una persona viva, le cui cellule celebrali sono vive e mandano anche segnali elettrici, una persona che
potrebbe anche in ipotesi generare un figlio. (Riguardo Eluana Englaro, Febbraio 2009)

43. Napoli sarà pulita dai rifiuti in pochi giorni. (detta più di 10 volte fra 2009 e 2010)

44. Non c’è stato nessun versamento di nessuno al signor Mills. (20 Maggio 2009)

45. In questi 15 anni ho avuto modo di incontrare più volte il leader (Gheddafi) e di legarmi a lui da una vera e profonda amicizia. Gli riconosco una grande saggezza. (11 Giugno 2009)

46. Siete solo dei poveri comunisti. (19 Giugno 2009, detta varie volte)

47. Le dico di essere stato e di essere di gran lunga il migliore Presidente del Consiglio che l’Italia abbia potuto avere nei suoi 150 anni di storia. (10 Settembre 2009)

48. Sento parlare la signora Rosy Bindi: è sempre più bella che intelligente. (8 ottobre 2009)

49. Ho speso più di 200 milioni di euro per consulenti e giudici, sono l’uomo più perseguitato della storia. (9 Ottobre 2009)

50. Io se trovo quelli che hanno fatto nove serie della “Piovra” e quelli che scrivono i libri sulla mafia e che vanno in giro in tutto il mondo a farci fare così bella figura giuro li strozzo. (29 Novembre 2009)

51. Sconfiggerò il cancro nel giro di tre anni. (2010)

52. Ai giovani: cercate un lavoro all’estero, non è così difficile farlo. (12 Settembre 2010)

53. Alle donne: cercatevi un ragazzo ricco. (12 Settembre 2010)

54. La libertà di stampa non è un diritto assoluto. (10 Luglio 2010)

55. Meglio essere appassionato delle belle ragazze che gay. (2 Novembre 2010)

56. Non ho mai pagato una donna in vita mia. (16 Gennaio 2011)

57. Ho una relazione stabile con una persona. (16 Gennaio 2011)

58. Intenterò una causa allo Stato. (9 Febbraio 2011)

59. Le ho dato dei soldi per evitare che si prostituisse (riguardo Ruby, 10 Aprile 2011)

60. Abbiamo presentato la riforma della giustizia e per noi è fondamentale, perché in questo momento abbiamo quasi una dittatura dei giudici di sinistra. (a Barack Obama, 26 maggio 2011)

61. L’Italia è un paese di merda. (da un’ intercettazione, Luglio 2011)

62. Sic transit gloria mundi (Così passa la gloria di questo mondo, riferendosi alla morte di Gheddafi, 20 Ottobre 2011)

Capitolo Crisi

1. “La crisi? Non è così grave” (20/01/2009);

2. “La crisi non è così tragica, sono i media che esagerano” (07/03/2009);

3. “La crisi è solo psicologica” (03/05/2009);

4. “La crisi è ormai alle spalle” (08/07/2009);

5. “La crisi è alle spalle, è iniziata la risalita, ma è lenta” (11/03/2010);

6. “Crisi? Segni inducono all’ottimismo” (19/05/2010);

7. “Sulla crisi sono ottimista” (23/05/2010);

8.”Crisi superata grazie a scelte giuste del governo” (29/09/2010);

9. “Non è un momento facile, bisogna fare dei sacrifici” (12/07/2011);

10. “il nostro cuore gronda sangue” (12/08/2011).  (da: LINK)

Infine: E’ stato bello, di Marco Travaglio:

Non entrerò mai in politica. Scendo in campo. Il Paese che amo. Per un nuovo miracolo italiano. L’Italia come il Milan. Basta ladri di Stato. La rivoluzione liberale.

Il Polo delle Libertà. Il decreto Biondi. Vendo le mie tv. Golpe giudiziario. Giuro sulla testa dei miei figli. Lasciatemi lavorare. Sono l’unto del Signore. Ribaltone. Scalfaro è comunista. Con Bossi mai più nemmeno un caffè. Mai detto che sono l’Unto del Signore. Dini è comunista. Il popolo è con me. Prodi utile idiota dei comunisti. Visco Dracula. Toghe rosse. D’Alema è comunista. L’amico Massimo. La Costituzione è comunista. La grande riforma della Costituzione.

La Casa delle Libertà. Il premier non ha poteri. La grande riforma della giustizia. L’amico Vladimir. L’amico George. L’amico Muammar. Gheddafi leader di libertà. Nessun condono. Concordato fiscale. Scudo fiscale. Condono fiscale ed edilizio. Letta è una benedizione di Dio. Romolo e Remolo.

All Iberian mai sentita. Mills mai conosciuto. La proporrò per il ruolo di kapò. Turisti della democrazia. L’Islam civiltà inferiore. Meno tasse per tutti. Tutta colpa dell’euro. La mafia, poche centinaia di persone. Grandi opere. Sono stato frainteso. Tutta colpa delle torri gemelle. Lei è meglio di Cacciari, le presenterò mia moglie.

Il circuito mediatico-giudiziario. Fede è un quasi eroe. L’amico Bossi. Uso criminoso della televisione pagata con i soldi di tutti. L’amico Pollari. Le rogatorie. La Piovra rovina l’Italia all’estero. L’amico Pompa. Il falso in bilancio. Mangano si comportava bene, prendeva la comunione nella cappella di Arcore. La legge Cirami. Dell’Utri è perseguitato. Legittimo sospetto. Previti è perseguitato. Il lodo Maccanico. Il Ponte sullo Stretto. Il lodo Schifani. Tutti sono uguali di fronte alla legge, ma io sono un po’ più uguale degli altri.

Ciampi è comunista. Il decreto salva-Rete 4. I poteri forti. La legge Gasparri. L’Economist è comunista. Che ne direbbe di una ciulatina? I direttori dei giornali devono cambiare mestiere.Bertolaso uomo della Provvidenza. La legge Cirielli. Mussolini non ha mai ammazzato nessuno, anzi mandava la gente in vacanza al confino. Sempre stato assolto. La stampa estera copia da Unità eRepubblica. Napolitano è comunista.

Giustizia a orologeria. L’amico Minzo. I giudici sono matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana. Telekom Serbia è tutta una tangente. I brogli di Prodi. La commissione Mitrokhin. La giusta amnistia. I comunisti cinesi bollivano i bambini per farne concime. Farò sparire la spazzatura da Napoli in tre giorni. Ho 109 processi. Sarkozy ha imparato da me. Chi scrive di mafia lo strangolerei con le mie mani.

Il Popolo delle Libertà. Obama abbronzato. Il miracolo della ricostruzione dell’Aquila. Evadere è un diritto naturale che è nel cuore degli uomini. Ai giudici noi insidiamo le mogli, siamo deitombeur de femmes. Il Family Day. Che fate, ragazze, mi toccate il culo? Mille giudici si occupano di me. Agostino, trova una parte ad Antonella: è impazzita, racconta cose in giro. Lodo Alfano. La Consulta è comunista. Legittimo impedimento. Partito dell’Amore e sinistra dell’odio. Il padre di Noemi autista di Craxi. Prescrizione breve.

Mai frequentato minorenni. Le mani nelle tasche degli italiani. La signora Lario mente. Processo breve. Vedi, Patrizia, tu devi toccarti. La privacy. Processo lungo. Candido Lampedusa al Nobel per la Pace. Caro dottor Fede, cioè volevo dire Vespa. Ruby nipote di Mubarak. Non chiamo Gheddafi per non disturbarlo. La legge anticorruzione. La mia fidanzatina. Siamo tutti intercettati. Solo cene eleganti. Riformare le intercettazioni. Pagavo Ruby perchè non si prostituisse.

La rapina Mondadori. L’amico Lavitola. Me ne vado da questo Paese di merda. Il miglior premier degli ultimi 150 anni. Culona inchiavabile. L’amico Gianpi. Faccio il premier a tempo perso. La maggioranza è coesa. Ho i numeri alla Camera. Traditori. Mi dimetto. Sic transit gloria immundi.

Il Fatto Quotidiano, 13 novembre 2011