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Caso CIA-Narcos-Contras, Governo USA e Crack: Video-Testimonianze di Gary Webb

NarcoNewsTVRiporto da NarcoNews TV (The School of Authentic Journalism LINK ) una serie di tre brevi video con una delle ultime interviste del giornalista americano Gary Webb che, l’anno dopo, si sarebbe suicidato per le pressioni che aveva ricevuto dalla CIA e per l’impossibilità di contnuare il proprio lavoro. Negli anni ’90, infatti, Webb aveva fatto scoppiare lo scandalo CIA-Narcos-Contras. Aveva pubblicato dei reportage, la serie “Dark Alliance”, in cui smascherava le operazioni della CIA che prevedevano l’inondazione di crack e cocaina, cioè la deliberata spinta dell’offerta di droghe più distruttive e potenti provenienti dalla Colombia, nei ghetti delle città americane ed era stata orchestrata d’accordo col governo USA e con l’intermediazione dei narcos messicani del cartello di Guadalajara. L’obiettivo era finanziare i paramilitari controinsurrezionali delle contras che conducevano una “guerra sporca” alla rivoluzione sandinista in Nicaragua attaccando dall’Honduras per destabilizzare il governo e sconfiggere il “pericolo rosso” in Centroamerica. Ricordo che si tratta degli anni ’80, ultimo e cruento decennio della Guerra fredda tra il blocco sovietico e quello occidentale, e alla presidenza USA c’è Ronald (“Rambo”) Reagan… Che, in fin dei conti, non venne toccato da questo scandalo, anche se lo fu dall’altro caso, parallelo a questo, che è noto come Iran-Contras. Ne parlo in dettaglio anche nel libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga (inserirò alcuni estratti sul caso in futuro). Consiglio la visione del film “La regola del gioco” che spiega la storia di Gary Webb e della triangolazione CIA-Narcos (Colombia-Messico)-Contras (Nicaragua-Honduras). Sotto il trailer.

Gary Webb “It Was Outrageous But It Was True”

Part one in a series featuring Gary Webb in his own words. The interview was conducted and filmed by the Guerrilla News Network, scholars, and professors at the 2003 School of Authentic Journalism. Gary is the subject of the new feature film “Kill The Messenger” starring Jeremy Renner. You can read “Dark Alliance: The Story Behind the Crack Explosion” by Gary Webb in its entirety at http://www.narconews.com/darkalliance/

Gary Webb “People Realized They Had Been Lied to”

Part two in a series featuring Gary Webb in his own words. The interview was conducted and filmed by the Guerrilla News Network, scholars, and professors at the 2003 School of Authentic Journalism, a project of Narco News. Gary is the subject of the new feature film “Kill The Messenger” starring Jeremy Renner. You can read “Dark Alliance: The Story Behind the Crack Explosion” by Gary Webb in its entirety at http://www.narconews.com/darkalliance/

Gary Webb “You Could Read this Story Anywhere in the World”

Part three in a series featuring Gary Webb in his own words. The interview was conducted and filmed by the Guerrilla News Network, scholars, and professors at the 2003 School of Authentic Journalism, a project of Narco News. Gary is the subject of the new feature film “Kill The Messenger” starring Jeremy Renner. You can read “Dark Alliance: The Story Behind the Crack Explosion” by Gary Webb in its entirety at http://www.narconews.com/darkalliance/

Trailer in inglese del film KILL THE MESSENGER (La regola del gioco, com’é stato tradotto per l’uscita nelle sale in italiano)

A reporter becomes the target of a vicious smear campaign that drives him to the point of suicide after he exposes the CIA’s role in arming Contra rebels in Nicaragua and importing cocaine into California. Based on the true story of journalist Gary Webb.

Trailer in italiano del film KILL THE MESSENGER, diretto da Jeremy Renner (La regola del gioco, com’é stato tradotto per l’uscita nelle sale in italiano)

kill the messenger

A “Nessun Luogo è Lontano” su @Radio24_News parliamo di #NarcoGuerra #Messico #MexicoNosUrge

logo-r24A Questo LINK la Puntata del 6 agosto 2015 di Nessun Luogo é LontanoMessico: non è un Paese per giornalisti – RADIO 24

Programma condotto da Giampaolo Musumeci

Per fare il download diretto del programma: clicca QUI

Le ultimissime dall’inaugurazione dell’allargamento del canale di Suez con Ugo Tramballi, inviato del Sole24Ore. Poi guardiamo verso Lesvos, in Grecia, un’isola che è l’approdo di molti immigrati con Eloisa d’Orsi e Elisabetta Faga, coordinatrice per le emergenze di Medici Senza Frontiere a Lesvos.

E poi andiamo a vedere la situazione dell’informazione e le proteste in Messico dopo l’uccisione del reporter Ruben Espinoza, con Fabrizio Lorusso e Francesca Volpi. MexicoNosUrge Appello

Nessun Luogo è Lontano, il programma di Radio 24 che allarga gli orizzonti. Storie, notizie, analisi per raccontare ogni giorno tutto ciò che accade fuori dai confini italiani. Fatti apparentemente lontani ci riguardano sempre di più. Dall’ascesa dell’Isis all’immigrazione, dalle elezioni in Burundi a Ebola un anno dopo. E ancora gli speciali su acqua risorse ed energia. Dopo un anno di reportage Giampaolo Musumeci posa lo zaino e accende il microfono.

La faccia triste dell’America – Libro #NarcoGuerra #Messico recensito su #Macondo #StatoQuotidiano

∞ La faccia triste dell’America ∞  Recensione di Piero Ferrante – link
narcoguerraChissà, magari si è perso una parte di quello spirito che Giuseppe Garibaldi riconosceva al popolo messicano quando diceva di invidiarne “la tua costanza e la tua bravura nella liberazione del tuo bel paese dai mercenari del dispotismo”. O forse, cambiati i tempi, i “mercenari del dispotismo” sono diventati così ricchi e potenti da essersela comprata, frattanto, la resa dei messicani. Sta di fatto che, tolta la solita sacca di resistenza popolare assiepata sulle montagne del Chiapas, e le delusioni tristi e rabbiose dei parenti delle vittime, il Messico pare anestetizzato. Bloccato dalla sue paure, dalle immagini cruente dei morti ammazzati, sgozzati nei campi, abbandonati nelle strade, impiccati sotto i cavalcavia.

Un Messico narcotizzato dai narcos, violento e triste, dove la vita è un punto interrogativo, il futuro molto meno di una possibilità e i giorni si strappano come pagine di calendario, ma con estrema e faticosa lentezza, sgranando preghiere tra le labbra affinché nulla accada nel frattempo. Un paese in conflitto con se stesso, massacrato da interessi e corruzione, schiacciato dalle contraddizioni sociali e politiche.

E’ in questa immagine, la NarcoGuerra. Quella raccontata per le edizioni Odoya dal giornalista Fabrizio Lorusso in un libro che s’intitola proprio così. Una testimonianza da uno Stato che non ha più le fattezze di uno Stato, quanto piuttosto quelle di un quotidiano inferno, dove la dannazione è perenne e spetta sempre ai più deboli. Cocaina, religione e una macabra sacralità rituale fanno da sfondo a un libro vero, senza mediazioni né fronzoli. Narco Guera, pur nel suo linguaggio narrativo, non lascia spazio alla narrazione.

narcoguerra messico

Il Lorusso di NarcoGuerra apre in due il petto dell’Occidente (che altro è il Messico, sennò?), portandone alla luce la sua anima in marcescenza, incancrenita da decenni di corruzione, malaffare, guerre. Quel Messico distante dai circuiti turistici, dove non arrivano i flash delle reflex dei turisti e che Lorusso racconta con indignazione e passione. E fa male da cani leggere quei numeri dietro cui s’assiepano esistenze martoriate: ottantamila morti e sedicimila desaparecidos durante il governo di Felipe Calderon – dal 2006 al novembre 2012 -; ventimila morti e diecimila scomparsi dal dicembre 2012 a fine 2014, sotto Enrique Pena Nieto.

Lorusso fa un atto di forza. Rompe l’incantesimo, fa suonare la sveglia della verità sul nostro mondo. Per rompere una volta per tutte quel velo di assuefazione che ci impedisce di considerare normalità quel che normale non è.

Fabrizio Lorusso, “NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga”, Odoya 2015 – Giudizio: 3.5 / 5 – rimorsi
Da leggere ascoltando: Enzo Jannacci, Messico e nuvole

Il libro #NarcoGuerra sul #blog di Marilù Oliva @HuffPostItalia

huffington post

Perché il Messico si sta trasformando in un’immensa fossa comune?
Quanta collusione esiste tra politica e malaffare?

Narcoguerra. Cronache dal Messico dai cartelli della droga, scritto da Fabrizio Lorusso ed edito da Odoya, tenta di spiegare anche queste domande. È una completa enciclopedia sul narcotraffico in Messico oggi, con tanto di dati, interviste, testimonianze, corredo iconografico e giornalistico.

E per capire quanto questo mercato sia interconnesso con l’ondata di violenza, l’analisi si apre con i 43 studentidesaparecidos di una scuola rurale di Ayotzinapa, sequestrati dalla polizia di Uguala la notte del 26 settembre 2014 e consegnati a una banda di narcotrafficanti. Ecco cosa scrive Pino Cacucci, nella sua interessante prefazione:

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)Si tratta di un crimine di cui sono responsabili, tra gli altri, vari funzionari pubblici e le forze dell’ordine a vari livelli. (…) La vicenda, che è solo la punta di un iceberg, è riuscita a rompere la nube fumogena dei mass media che intossicava l’opinione pubblica globale con la retorica del Paese emergente.

Fabrizio Lorusso – giornalista, traduttore, professore all’Università del Messico – ha pubblicato diversi saggi-reportage dove ha dimostrato uno sguardo attento e lucido su alcune realtà ai margini o su alcuni fenomeni culturali, mi riferisco a “La fame di Haiti” (scritto con Romina Vinci) e a “La Santa Muerte, Patrona dell’Umanità”. Anche con questo progetto Lorusso si è dimostrato scrittore coraggioso, perché si è addentrato nelle contraddizioni di stati violenti come il Guerrero, spesso poverissimi e in balia di bande criminali e di politici marci che assecondano il mercato della droga. O forse è meglio dire: delle droghe, ovvero coca, papavero da oppio e marijuana. Un giro da 20.000 milioni di dollari, l’1,5 del Pil mondiale e sempre più contendenti a spartirsi il bottino dietro un mercato in cui i boss assomigliano sempre più a imprenditori, i confini si dilatano, le possibilità si globalizzano e i cartelli del narcotraffico diventano simili a ciclopiche multinazionali.

Un libro prezioso per capire questa realtà d’oltreoceano, utile a tutti e indispensabile per chi voglia andare in Messico e godersi anche il lato bello, quello turistico e allegro, perché solcare terre lontane ha senso solo se lo si fa con una certa consapevolezza.

Tredici capitoli (l’ultimo è dedicato ai giovani desaparecidos di Ayotzinapa) più un apparato bibliografico, un indice dei nomi e un succulento narcoglossario dove troverete tante curiosità lessicali:

Burro (lett. Asino): persona con il compito di spostare la droga da un punto a un altro. Il burro, chiamato anche mula, contrabbanda droghe portandole con sé. Una mula può arrivare a trasportare tra le 50 e le 90 capsule di coca o di ero, dunque fino a un chilo e mezzo di sostanza a viaggio.

di Marilù Oliva

NarcoGuerra messicana: la violenza continua e il popolo imbraccia i fucili

9. Tierra caliente de Michoacan Federali e  Autodefensasdi Fabrizio Lorusso (Estratto dal libro “NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga”, Ed. Odoya, 2015)  (Da NARCOMAFIE)

“La guerra alle droghe” nasce negli USA nel 1971 durante la presidenza di Richard Nixon, quando s’inasprisce la politica di criminalizzazione e mano dura applicata internamente e all’estero. Le Americhe si tingono di rosso, gli omicidi s’impennano, il continente diventa il più violento del mondo, soprattutto a sud. Quando, dopo il 1989, cadono l’Unione Sovietica e gli altri regimi a economia pianificata, gli Stati Uniti modificano il loro discorso. La guerra contro le droghe ritorna in auge, il pericolo non sono più i “comunisti” ma i “terroristi” o i “narco-terroristi”, a seconda dei casi, e trionfa la retorica anti-droghe e anti-terrorismo come asse di legittimazione degli interventi militari e delle ingerenze politiche internazionali americane.

Nel nuovo millennio, a sud del Rio Bravo, la narcoguerra che l’ex presidente Calderón (2006-2012) ha lasciato in eredità al suo successore, Peña Nieto, ha creato in pochi anni una nuova mappa del crimine in Messico, con un quadro più frammentato in cui, però, predominano due grandi gruppi delinquenziali: il cartello di Sinaloa, che pare addirittura essersi rafforzato e che comunque ha uno dei suoi leader storici, El Mayo Zambada, in libertà, e gli Zetas, egemonici nel corridoio che collega il Guatemala al Tamaulipas e al Texas orientale passando per gli stati di Veracruz, Tabasco e Chiapas.

Gli Zetas sopravvivono, nonostante il presunto abbattimento del loro capo storico, Heriberto Lazcano, e l’arresto del suo vice e rivale Miguel Treviño Morales, alias “Z-40”, nel 2013. Il 4 marzo 2015 l’esercito e la polizia federale hanno arrestato anche il boss “Z-42”, Oscar Omar Treviño Morales, che era rimasto a capo dell’organizzazione. Su di lui gli USA avevano messo una taglia di 5 miliardi di dollari. L’ennesima cattura di uno dei leader degli Zetas è arrivata proprio durante la visita di stato del presidente Enrique Peña Nieto in Gran Bretagna all’inizio di marzo di quest’anno. Un tempismo efficace. A volte basterebbe studiare l’agenda politica internazionale del presidente per riuscire a prevedere la cattura di un trafficante importante.

Anche “La Tuta”, nome di battaglia del capo del cartello dei Caballeros Templarios, Servando Gómez, è caduto nelle mani della polizia giustamente alla vigilia del viaggio di Peña, il 27 febbraio 2014. Il vecchio cártel de Tijuana dei fratelli Arellano Félix e i Caballeros Templarios nel Michoacán sono ancora operativi, nonostante la cattura dei loro principali leader storici, mentre il gruppo dei Beltrán Leyva ha perso influenza, pur mantenendosi in affari nella zona del Pacifico, o s’è frammentato, soprattutto nel Guerrero, dove sono nate nove bande diverse dalla scissione del cartello originario.

L’aumento della domanda internazionale di stupefacenti negli ultimi sette o otto anni, malgrado la discesa della popolarità della cocaina nel mercato americano, ha aperto spazi per la nascita e, in alcuni casi, per la rapida estinzione di nuovi gruppi criminali. Le sanguinose diatribe tra i cartelli e la spettacolarizzazione inusitata della violenza non sono stati dei deterrenti per gruppi come il Jalisco Nueva Generación, di cui fanno parte i Mata-Zetas (“Ammazza-Zetas”) e che oggi sperimenta una crescita senza precedenti, l’Independiente de Acapulco, la Familia Michoacana, i Los Rojos, i Guerreros Unidos, i Caballeros Templarios (“Cavalieri Templari”), la Mano con Ojos (“Mano con gli occhi”), la Resistencia e quello del Pacífico Sur. Quest’ultimo rappresenta una scissione in seno al dominante cartello di Sinaloa per la guerra scatenata oltre sette anni fa al suo interno tra il clan dei fratelli Beltrán Leyva e i fedeli del “Chapo” Guzmán e compagni. Una situazione esplosiva e complicata cui alcuni gruppi di cittadini fanno fronte imbracciando le armi.

Messi di fronte alle assenze e connivenze statali, alcune comunità, in particolare nelle regioni più arretrate e in balia della violenza come il Guerrero, l’Oaxaca, il Chiapas e il Michoacán, si sono sollevate in armi. Hanno impugnato i fucili, o meglio i mitragliatori ak-47 e le bombe a mano, per formare gruppi di autodifesa e polizie comunitarie che lottano per quel poco che gli resta da difendere, cioè la vita e la sicurezza delle loro famiglie, e per proteggersi dalle angherie dei narcos. In alcuni casi, però, gli stessi membri della criminalità organizzata si confondono tra gli autodenfensas.

autodefensasAd esempio, il gruppo criminale dei Caballeros Templarios, nel Michoacán, è nato nel 2010 da una scissione della Familia Michoacana e, dopo essersi guadagnato un relativo consenso nella popolazione locale per aver cacciato gli Zetas dalla regione, ha cominciato a esercitare un potere più spietato e sanguinario dei suoi predecessori. La situazione è complessa e instabile. I gruppi di autodifesa, nati in gran parte dopo il febbraio 2013, sono numerosi ed eterogenei: ci sono organizzazioni popolari più genuine e preesistenti, vicine alla tradizione dell’autonomia indigena e delle polizie comunitarie previste dalla Costituzione, come quella di Cherán nel Michoacán, e organizzazioni più recenti, come le autodefensas di Tepalcatepec sorte il 24 febbraio 2013 e smobilizzate un anno dopo, che provano a riempire i vuoti lasciati dal governo. Ma ci sono anche gruppi che rischiano di avvicinarsi sempre più al modello paramilitare colombiano, finanziati almeno in parte da imprenditori locali e tollerati dallo stato, e poi altri che sono stati accusati di avere vincoli e infiltrazioni con narcotrafficanti di regioni limitrofe.

Centomila morti legati alla narcoguerra, ventiseimila desaparecidos e duecentottantamila rifugiati, ossia persone obbligate ad abbandonare la loro casa per via del conflitto, hanno fatto raggiungere al capitolo messicano della guerra mondiale contro le droghe, lanciata dagli Usa oltre quarant’anni or sono e riproposta ciclicamente, le proporzioni di una tragedia umanitaria senza precedenti. Ciononostante, non ci sono segnali di cambiamento nella strategia. Buona parte della stampa messicana, che segue a ruota la propaganda ufficiale, si dedica a creare distrazioni di massa per occultare la realtà.

Nei primi mesi del ritorno al potere del PRI, nel 2013, i messaggi confusi e contraddittori sulla creazione di una gendarmeria nazionale e l’avvio dell’Agenzia per le Indagini criminali (Agencia Federal de Investigación) all’interno della Procura generale della Repubblica (PGR) non lasciavano intravedere nessuna novità. Nel 2014 la gendarmeria è stata finalmente creata, ma di fatto non c’è stato un impatto sostanziale nella narcoguerra. Per affrontare la sfida rivolta allo stato dai gruppi di autodifesa, invece, è stato nominato un commissario per la sicurezza del Michoacán, Alfredo Castillo. Nei primi mesi del 2014 Castillo ha provato a controllare la situazione, senza troppo successo.

Di fatto le autodefensas spuntavano come funghi e prendevano il controllo di un comune dopo l’altro per “ripulire” l’intera zona dai narcos. Nel marzo 2014 Manuel Mondragón, responsabile della sicurezza nazionale dipendente dal ministero degli Interni, è stato sostituito da Monte Alejandro Rubido, vecchio lupo di mare gradito a tutti i partiti. Il progetto della gendarmeria è stato ridimensionato e non si parla più di centomila uomini ben addestrati, ma solo di un corpo d’élite di cinquemila unità. Le priorità, come sempre, sono dettate dalla congiuntura, dalla successione e ripetizione di crisi di sicurezza e governabilità come l’impennata dei sequestri di persona e delle estorsioni negli ultimi mesi o la perdita di controllo in territori del Centro-Nord.

A livello ufficiale prevale una strategia fatta di silenzi e disinformazione mentre le forze armate continuano a svolgere le loro operazioni sul territorio come prima. La copertura dei media s’è allontanata progressivamente dalle tematiche vincolate alla (in)sicurezza. Il gigantismo burocratico e il caos amministrativo interessano da dentro il ministero degli Interni, la Secretaría de Gobernación, da quando alle dipendenze del ministro a essa preposto, Miguel Ángel Osorio Chong, s’è aggiunto anche il vecchio ministero della Pubblica Sicurezza (Secretaría de Seguridad Pública, SSP). Dopo cinque mesi di governo, nell’aprile 2013, il ministro Osorio Chong dipingeva nelle sue dichiarazioni un Paese presumibilmente più sicuro, con una discesa del 17% degli omicidi associati alla criminalità organizzata e un 25% in meno di denunce per sequestro di persona. Ma la realtà era un’altra. I dati sui sequestri di persona e sulle estorsioni erano in aumento, un 27,5% in più dopo 8 mesi di governo.

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)

Il Consiglio cittadino per la Sicurezza pubblica e la giustizia penale, associazione della società civile, ha denunciato l’aumento dei rapimenti nel 2013, anche senza considerare tutti quei delitti che non vengono denunciati, e i sequestri di migranti che arrivano alla cifra di 23.000 all’anno. L’allarme lanciato dalla ONG è preoccupante ed è in linea anche con le analisi del settimanale di Tijuana Zeta che, incrociando i dati di varie fonti ufficiali per contrastare la propaganda governativa, ha calcolato 13.775 assassinii riconducibili alla criminalità organizzata nei primi otto mesi di governo. In dicembre la cifra superava quota 17.000 e a febbraio 2014 il conteggio arrivava a 23.640 morti. In ottobre, dopo i primi ventitré mesi d’amministrazione Peña, la cifra superava le 42.000 unità. Quindi, nel 2011, penultimo anno del presidente Felipe Calderón, gli omicidi furono 24.068, nel 2012 furono 20.571 e nel 2013 20.156, secondo la ricerca di Zeta. Il tasso ogni centomila abitanti è passato da 8 a 24 in quattro anni, dal 2007 al 2011. Il 13% di questi omicidi si concentra nello stato più violento del Messico, l’Estado de México, il distretto amministrativo che circonda la capitale. I dati del maggio 2015 parlano anche di una cifra accumulata di 26mila desaparecidos e 281mila rifugiati interni per il conflitto.

Nell’ottobre di due anni fa la direttrice per la Sicurezza dell’OAS (Organizzazione degli Stati Americani), Paulina Duarte, ha sottolineato il potenziale di «minaccia per la stabilità e la qualità delle democrazie in questa regione» che è rappresentato dal crimine organizzato in America Latina, e infatti «si nota quanto siano vulnerabili le istituzioni e l’incapacità dello stato di mitigarlo». Duarte ha evidenziato come non si tratti di un semplice problema di presenza armata, quanto di natura politica ed economica, visto che ci sono cartelli che dominano interi territori e svolgono le funzioni dell’autorità fiscale e di polizia, sviluppando poteri alternativi a quelli statali e un’economia illecita integrata. Il caso degli studenti desaparecidos di Ayotzinapa ha inoltre evidenziato la collusione o completa sovrapposizione di alcune strutture dello stato messicano e della polizia con la criminalità organizzata.

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La NarcoGuerra divide in due il Messico, il Paese dei cartelli della droga

Federal police stand next to a bullet riddled and burned car after a criminal gang ambushed a police convoy near the town of Soyatlan, near Puerto Vallarta, Mexico, Monday, April 6, 2015. According to the Jalisco state prosecutors office, at least 15 state policed officers were killed and five others wounded, the single deadliest attack on Mexican police in recent memory. (ANSA/AP Photo)

Federal police stand next to a bullet riddled and burned car after a criminal gang ambushed a police convoy near the town of Soyatlan, near Puerto Vallarta, Mexico, Monday, April 6, 2015. According to the Jalisco state prosecutors office, at least 15 state policed officers were killed and five others wounded, the single deadliest attack on Mexican police in recent memory. (ANSA/AP Photo)

Che cosa significa NarcoGuerra? Perché ormai si associa questa parola, gravida di immagini inquietanti, al Messico? La guerra alle droghe e ai cartelli del traffico internazionale di stupefacenti risale a vari decenni or sono, all’inizio degli anni ’70, per la precisione, quando l’allora presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, decise di applicare una politica di mano dura e di combattere una war on drugs, posizionando le droghe come il “nemico numero uno” da eliminare. Nixon e Calderón avevano in comune una visione messianica della “guerra giusta”, “costi quel costi”, che con il pretesto e la pretesa di sconfiggere militarmente la presunta piaga delle droghe e del narcotraffico, in gran parte causata da legislazioni proibizioniste e altamente punitive negli Usa e nel resto del mondo, hanno condotto una guerra alla stessa popolazione che dichiaravano di voler proteggere.

Il Messico della NarcoGuerra, un conflitto armato che continua ancora oggi e che ha provocato oltre 100mila morti e 27mila desaparecidos in meno di 9 anni, è sia quello dei narcos e delle gang, dei femminicidi e dei desaparecidos di Ayotzinapa, che poi sono solo la punta dell’iceberg di un problema enorme, sia quello dei movimenti sociali e cittadini di resistenza e denuncia che costituiscono la parte più sana e reattiva della società di fronte a una crisi umanitaria senza precedenti.

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Il bilancio negativo non è fatto solo dai morti, dai desaparecidos, dai 281.000 rifugiati, ma anche dai danni per l’intera società, per il suo tessuto di relazioni sempre più sfaldato, e per la democrazia imperfetta e incipiente che stenta a decollare in terra azteca. A tre anni dall’insediamento di Enrique Peña Nieto la situazione non è sostanzialmente cambiata, ma il discorso ufficiale ha provato a nascondere la violenza, i vuoti di potere e la strategia di militarizzazione del territorio. L’uso della forza occulta debolezze, non dà i risultati sperati.

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La notte del 26 settembre 2014, a Iguala, nello stato del Guerrero, quarantatré studenti della scuola normale di Ayotzinapa vengono sequestrati dalla polizia, controllata dal sindaco e dai narco-boss locali, e poi consegnati a dei narcotrafficanti. Desaparecidos. Polizia e narcos collusi: la norma in tante città messicane. La notizia rimbalza, l’indignazione è globale. La piazza grida. Giustizia! Che lo Stato ammetta le sue responsabilità. Si riaccendono i riflettori sulla NarcoGuerra, sulle violazioni ai diritti umani, sulla guerra alle droghe come strumento di controllo sociale e delle risorse. La malavita rimane capace di gestire patti e infiltrazioni con la politica e la sua forza sono i mercati internazionali di marijuana, oppiacei, cocaina, droghe sintetiche, armi e persone.

La NarcoGuerra parte dal Messico, ma è globale come lo sono i mercati delle droghe, delle armi, delle persone e di tutto quello che, spinto dalla globalizzazione e dalle politiche di apertura economica, dal Messico deve transitare. E deve farlo passando dalla più lunga frontiera tra un Paese “in via di sviluppo”, piegato da povertà e disuguaglianze sociali, e un Paese “ricco”, potenza mondiale decadente che, però, resta il mercato più grande della Terra anche per le droghe.

Lo scrittore Pino Cacucci parla di due paesi:

“Esistono due Messico. Perché qualsiasi viaggiatore, viandante o lieto turista affascinato dalla sua incommensurabile bellezza, può tranquillamente attraversarne migliaia di chilometri senza mai percepire un clima di violenza sanguinaria. Eppure… esiste anche l’altro Messico, quello che Fabrizio Lorusso sviscera nei suoi reportage, nei suoi approfondimenti giornalistici, nei racconti di vita quotidiana. E lo fa con esemplare giornalismo narrativo, che attualmente è l’unica fonte di informazione attendibile”.

Il Messico resta diviso in due. Non solo tra un Paese turistico e accogliente, tra i migliori al mondo per le sue bellezze e attrazioni, e un Paese di disuguaglianze e abusi, ma anche tra un Paese che pare soccombere ai narcos e alla connivenza tra la politica e la malavita e uno che, invece, si ribella, fa sentire la propria voce e prova a costruire alternative. La storia di questi anni affonda le sue radici nel Novecento, secolo dominato dalle speranze tradite della Revolucion del 1910-17 e il dominio di un partito egemonico e autoritario (il PRI, attualmente di nuovo al governo), e si proietta nelle incertezze del futuro chiedendo a gran voce, ancora una volta, giustizia. Per chi fosse interessato segnalo iniziative, testi e presentazioni relative a “NarcoGuerra” sul portale L’America Latina.

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#Messico #Ayotzinapa: contro il dolore, la rabbia e la speranza (Evento il 6 novembre)

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Approfitto per invitarvi all’incontro su questi temi a Padova il 6 novembre, presso Ca’Sana, in via SS. Fabiano e Sebastiano 13, ore 21). Articolo di Giovanna Gasparello.

L’ondata di proteste contro l’eccidio di 50 giovani studenti universitari perpetrata un mese fa nella città di Iguala, Guerrero, non accenna a fermarsi ma, con il passare dei giorni, cresce sia nelle dimensioni che nella radicalità delle rivendicazioni avanzate. L’esigenza principale è la presentazione con vita dei 43 studenti dell’Universitá per maestri rurali di Ayotzinapa, nello stato del Guerrero, sequestrati e desaparecidos dalla polizia della cittá di Iguala in collusione con il cartello del narcotraffico locale lo scorso 26 settembre, quando sono anche state uccise sei persone (di cui tre sudenti) dalla stessa polizia.

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Dopo la rinuncia del governatore dello stato, Angel Aguirre, e la nomina di Rogelio Ortega al suo posto, i genitori ed i compagni degli studenti sequestrati denunciano che il cambio di facciata a livello politico non cambia minimamente la situazione di stallo delle indagini. Nonostante le proteste popolari e gli appelli diplomatici delle Nazioni Unite, della Commissione Interamericana per i Diritti Umani, del Parlamento Europeo e degli Stati Uniti, le istituzioni giudiziare hanno dimostrato un’estrema inefficenza ed un cinico disinteresse durante le indagini, lasciando fuggire i mandanti della strage, ostruendo il lavoro dei periti indipendenti, e limitandosi a cercare i corpi nei cimiteri clandestini, mentre sono gli stessi familiari che strenuamente continuano le ricerche capillari e coordinano le attività di centinaia di persone civili, giunte in carovane da molte regioni del Guerrero ed anche da altri stati che percorrono la zona da cima a fondo alla ricerca dei giovani. Durante le ricerche sono state scoperte più di cento fosse clandestine, ricolme di cadaveri smembrati o carbonizzati, nella zona circostante Iguala. Cinicamente, le autorità si sono limitate a dire che i corpi non sarebbero quelli diegli studenti, la qual cosa solleva una domanda ancora più inquietante: e allora, di chi sono? Chi sono tutti quei morti? E comunque, dove sono gli studenti?
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Sembrerebbe che l’ennemsimo, barbaro crimine abbia fatto esplodere la grande pentola a pressione che è diventato il Messico negli ultimi dieci anni. Le recenti dichiarazioni del Procuratore Generale cercano di vincolare gli studenti ai gruppi di narcotrafficanti, con l’intenzione di applicare ancora una volta il perverso meccanismo che trasforma la vittima in criminale rendendola complice del crimine che ha subito, e sollevando così le autorità dall’obbligo morale della ricerca di verità (“alla fin fine, è stato un regolamento di conti, erano tutti criminali, non vale la pena cercare la giustizia”, sarebbe il messaggio). Tali dichiarazioni hanno esasperato l’enormità del dolore dei familiari, dei giovani studenti, e di milioni di persone vissute per anni nella morsa della paura e dell’indifferenza.
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Sembra che la spirale del terrore si sia finalmente interrotta. La paura, poderoso meccanismo di controllo, è stata accompagnata nel corso degli anni da una progressiva normalizzazione della violenza: all’oggi, i ritrovamenti di decine di corpi decapitati, smembrati, torturati, non provocano più l’indignazione pubblica. E dunque si assiste ad un progressivo aumento dell’atrocità della violenza: come un chiaro ed agghiacciante messaggio intimidatorio, uno dei giovani uccisi è stato ritrovato con il viso spellato e senza occhi, barbarie che rimette a quelle perpetrate dai kaibiles (paramilitari) nel Guatemala degli anni ottanta, o alle assurde torture inflitte agli indigeni massacrati ad Acteal, Chiapas, nel 1997.
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Lo stato del Guerrero si trova in una situazione di effervescenza che da decenni non si viveva nel paese. Il palazzo del governo è ridotto in cenere, decine di municipi (l’equivalente dei Comuni italiani), tra cui quello di Acapulco, sono occupati da giorni. Nella giornata del 26 ottobre, ad un mese dai fatti, sono state bloccate la maggior parte delle vie di comunicazione in tutto lo stato. La determinazione delle organizzazioni (sindacati di maestri, movimenti studenteschi, ma anche organizzazioni contadine) ha portato ad un aumento della radicalizzazione nelle proteste e nelle rivendicazioni. Lo sforzo di unificare la lotta è evidente nella costituzione dell’Assemblea Nazionale Popolare, che rivendica la presentazione in vita dei 43 studenti sequestrati, ma anche l’occupazione di tutti i municipi dello stato e annuncia uno sciopero generale nazionale di 72 ore il 29, 30 e 31 ottobre. Molte università, nello stato ed in tutto il Messico, hanno già aderito allo sciopero; altre sono ferme da diversi giorni.
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Il grido di dolore che sta scuotendo il Messico si è alzato lentamente, iniziando come un lamento ed un sussurro di indignazione e crescendo di intensità giorno dopo giorno, alimentandosi delle proteste che non scemano e che spingono a manifestare ogni giorno nuove città, nuove organizzazioni, nuove identità collettive. Piccole e grandi manifestazioni, sit-in, blocchi stradali, costellano quotidianamente la geografia nazionale in grandi città e piccoli paesi. La solidarietà e le mobilitazioni che si susseguono anche all’estero, dagli altrettanto lacerati paesi centroamericani alle capitali europee, dall’Argentina agli Stati Uniti, infondono forza al nascente movimento messicano.
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Dopo anni di dominio politico e culturale costruito sulla base della paura e della violenza di Stato, dopo 150 mila morti e 50 mila persone scomparse –frutto dell’aberrante “lotta al narcotraffico” dichiarata dal governo messicano nel 2006-, dopo migliaia di migranti morti sulle strade, sui binari, nel deserto, nelle periferie, dopo migliaia di persone sfollate ed avvelenate come conseguenza della devastazione ambientale, dopo decenni di una politica sociale ed economica senza scrupoli che si è inginocchiata di fronte ai dettami economici neoliberisti –gli stessi che propugnano l’inevitabilità dei “danni collaterali”- che hanno smembrato e svenduto il paese, asservito ai grandi “business” legali e illegali, il Messico è riuscito a liberare il proprio grido di dolore.
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Negli anni scorsi, iniziative politiche ambiziose avevano cercato di creare movimenti di opinione e mobilitazioni che denunciassero la violenza imposta dallo stato come forma di governo, la sospensione dei diritti civili, e la necessità di un movimento forte a livello nazionale: esempi ne sono la Otra Campaña Zapatista, il Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad, il movimiento # Yo Soy 132. Ma finora non si era verificato un movimento spontaneo, cittadino nel senso profondo della parola, così vasto e potenzialmente radicale come quello che sta crescendo in queste settimane.
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Il grido di dolore ed il grido di rabbia, il grido di amore per il proprio paese e per la vita che sembra non avere oramai che un valore irrisorio, si è levato, in modo spontaneo e necessario, proprio da coloro che sono più colpiti dalla violenza vissuta ed imposta, dalla mancanza di speranze per un futuro degno: i giovani, troppo spesso criminalizzati solo per essere tali, nel mirino delle forze di sicurezza perchè sempre “possibili delinquenti”, o dei cartelli del narcotraffico perchè possibili sicari o spacciatori da reclutare, stigmatizzati per la voglia di essere diversi e colpevolizzati della crisi di opportunità che li attanaglia. E così il movimento per Ayotzinapa ha coinvoloto, in prima battuta, centinaia di università in tutto il paese, mobilitando anche le scuole “d’elite” e quelle che erano sempre rimaste al margine di ogni mobilitazione. E’ un’intera generazione, quella dei ventenni, che sta riempiendo le strade e le piazze del Messico, e che sta lottando contro il dolore.
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Mentre vent’anni fa, nel 1994, il “Ya Basta!” degli indigeni zapatisti ha scosso la società reclamando dignità e mostrando il cammino verso un’utopia necessaria, e poi costruendola, il grido che si leva nel 2014 ci riporta tristemente indietro agli anni settanta (“Vivos se los llevaron, vivos los queremos” è lo slogan ricorrente) ma trasmette anche la determinazione di lottare per difendere quella dignità della vita umana insegnata dagli zapatisti, e che ora è violentata sistematicamente. Il grido che scuote il Messico è dunque un grido di dolore, ma è soprattutto un grido di rabbia, contro il dolore e pieno di speranza.

Giovanna Gasparello, antropologa, Universidad Autonoma Metropolitana, Cittá del Messico
http://www.yabasta.it/spip.php?article1890