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La faccia triste dell’America – Libro #NarcoGuerra #Messico recensito su #Macondo #StatoQuotidiano

∞ La faccia triste dell’America ∞  Recensione di Piero Ferrante – link
narcoguerraChissà, magari si è perso una parte di quello spirito che Giuseppe Garibaldi riconosceva al popolo messicano quando diceva di invidiarne “la tua costanza e la tua bravura nella liberazione del tuo bel paese dai mercenari del dispotismo”. O forse, cambiati i tempi, i “mercenari del dispotismo” sono diventati così ricchi e potenti da essersela comprata, frattanto, la resa dei messicani. Sta di fatto che, tolta la solita sacca di resistenza popolare assiepata sulle montagne del Chiapas, e le delusioni tristi e rabbiose dei parenti delle vittime, il Messico pare anestetizzato. Bloccato dalla sue paure, dalle immagini cruente dei morti ammazzati, sgozzati nei campi, abbandonati nelle strade, impiccati sotto i cavalcavia.

Un Messico narcotizzato dai narcos, violento e triste, dove la vita è un punto interrogativo, il futuro molto meno di una possibilità e i giorni si strappano come pagine di calendario, ma con estrema e faticosa lentezza, sgranando preghiere tra le labbra affinché nulla accada nel frattempo. Un paese in conflitto con se stesso, massacrato da interessi e corruzione, schiacciato dalle contraddizioni sociali e politiche.

E’ in questa immagine, la NarcoGuerra. Quella raccontata per le edizioni Odoya dal giornalista Fabrizio Lorusso in un libro che s’intitola proprio così. Una testimonianza da uno Stato che non ha più le fattezze di uno Stato, quanto piuttosto quelle di un quotidiano inferno, dove la dannazione è perenne e spetta sempre ai più deboli. Cocaina, religione e una macabra sacralità rituale fanno da sfondo a un libro vero, senza mediazioni né fronzoli. Narco Guera, pur nel suo linguaggio narrativo, non lascia spazio alla narrazione.

narcoguerra messico

Il Lorusso di NarcoGuerra apre in due il petto dell’Occidente (che altro è il Messico, sennò?), portandone alla luce la sua anima in marcescenza, incancrenita da decenni di corruzione, malaffare, guerre. Quel Messico distante dai circuiti turistici, dove non arrivano i flash delle reflex dei turisti e che Lorusso racconta con indignazione e passione. E fa male da cani leggere quei numeri dietro cui s’assiepano esistenze martoriate: ottantamila morti e sedicimila desaparecidos durante il governo di Felipe Calderon – dal 2006 al novembre 2012 -; ventimila morti e diecimila scomparsi dal dicembre 2012 a fine 2014, sotto Enrique Pena Nieto.

Lorusso fa un atto di forza. Rompe l’incantesimo, fa suonare la sveglia della verità sul nostro mondo. Per rompere una volta per tutte quel velo di assuefazione che ci impedisce di considerare normalità quel che normale non è.

Fabrizio Lorusso, “NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga”, Odoya 2015 – Giudizio: 3.5 / 5 – rimorsi
Da leggere ascoltando: Enzo Jannacci, Messico e nuvole

Il libro #NarcoGuerra sul #blog di Marilù Oliva @HuffPostItalia

huffington post

Perché il Messico si sta trasformando in un’immensa fossa comune?
Quanta collusione esiste tra politica e malaffare?

Narcoguerra. Cronache dal Messico dai cartelli della droga, scritto da Fabrizio Lorusso ed edito da Odoya, tenta di spiegare anche queste domande. È una completa enciclopedia sul narcotraffico in Messico oggi, con tanto di dati, interviste, testimonianze, corredo iconografico e giornalistico.

E per capire quanto questo mercato sia interconnesso con l’ondata di violenza, l’analisi si apre con i 43 studentidesaparecidos di una scuola rurale di Ayotzinapa, sequestrati dalla polizia di Uguala la notte del 26 settembre 2014 e consegnati a una banda di narcotrafficanti. Ecco cosa scrive Pino Cacucci, nella sua interessante prefazione:

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)Si tratta di un crimine di cui sono responsabili, tra gli altri, vari funzionari pubblici e le forze dell’ordine a vari livelli. (…) La vicenda, che è solo la punta di un iceberg, è riuscita a rompere la nube fumogena dei mass media che intossicava l’opinione pubblica globale con la retorica del Paese emergente.

Fabrizio Lorusso – giornalista, traduttore, professore all’Università del Messico – ha pubblicato diversi saggi-reportage dove ha dimostrato uno sguardo attento e lucido su alcune realtà ai margini o su alcuni fenomeni culturali, mi riferisco a “La fame di Haiti” (scritto con Romina Vinci) e a “La Santa Muerte, Patrona dell’Umanità”. Anche con questo progetto Lorusso si è dimostrato scrittore coraggioso, perché si è addentrato nelle contraddizioni di stati violenti come il Guerrero, spesso poverissimi e in balia di bande criminali e di politici marci che assecondano il mercato della droga. O forse è meglio dire: delle droghe, ovvero coca, papavero da oppio e marijuana. Un giro da 20.000 milioni di dollari, l’1,5 del Pil mondiale e sempre più contendenti a spartirsi il bottino dietro un mercato in cui i boss assomigliano sempre più a imprenditori, i confini si dilatano, le possibilità si globalizzano e i cartelli del narcotraffico diventano simili a ciclopiche multinazionali.

Un libro prezioso per capire questa realtà d’oltreoceano, utile a tutti e indispensabile per chi voglia andare in Messico e godersi anche il lato bello, quello turistico e allegro, perché solcare terre lontane ha senso solo se lo si fa con una certa consapevolezza.

Tredici capitoli (l’ultimo è dedicato ai giovani desaparecidos di Ayotzinapa) più un apparato bibliografico, un indice dei nomi e un succulento narcoglossario dove troverete tante curiosità lessicali:

Burro (lett. Asino): persona con il compito di spostare la droga da un punto a un altro. Il burro, chiamato anche mula, contrabbanda droghe portandole con sé. Una mula può arrivare a trasportare tra le 50 e le 90 capsule di coca o di ero, dunque fino a un chilo e mezzo di sostanza a viaggio.

di Marilù Oliva

NarcoGuerra messicana: la violenza continua e il popolo imbraccia i fucili

9. Tierra caliente de Michoacan Federali e  Autodefensasdi Fabrizio Lorusso (Estratto dal libro “NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga”, Ed. Odoya, 2015)  (Da NARCOMAFIE)

“La guerra alle droghe” nasce negli USA nel 1971 durante la presidenza di Richard Nixon, quando s’inasprisce la politica di criminalizzazione e mano dura applicata internamente e all’estero. Le Americhe si tingono di rosso, gli omicidi s’impennano, il continente diventa il più violento del mondo, soprattutto a sud. Quando, dopo il 1989, cadono l’Unione Sovietica e gli altri regimi a economia pianificata, gli Stati Uniti modificano il loro discorso. La guerra contro le droghe ritorna in auge, il pericolo non sono più i “comunisti” ma i “terroristi” o i “narco-terroristi”, a seconda dei casi, e trionfa la retorica anti-droghe e anti-terrorismo come asse di legittimazione degli interventi militari e delle ingerenze politiche internazionali americane.

Nel nuovo millennio, a sud del Rio Bravo, la narcoguerra che l’ex presidente Calderón (2006-2012) ha lasciato in eredità al suo successore, Peña Nieto, ha creato in pochi anni una nuova mappa del crimine in Messico, con un quadro più frammentato in cui, però, predominano due grandi gruppi delinquenziali: il cartello di Sinaloa, che pare addirittura essersi rafforzato e che comunque ha uno dei suoi leader storici, El Mayo Zambada, in libertà, e gli Zetas, egemonici nel corridoio che collega il Guatemala al Tamaulipas e al Texas orientale passando per gli stati di Veracruz, Tabasco e Chiapas.

Gli Zetas sopravvivono, nonostante il presunto abbattimento del loro capo storico, Heriberto Lazcano, e l’arresto del suo vice e rivale Miguel Treviño Morales, alias “Z-40”, nel 2013. Il 4 marzo 2015 l’esercito e la polizia federale hanno arrestato anche il boss “Z-42”, Oscar Omar Treviño Morales, che era rimasto a capo dell’organizzazione. Su di lui gli USA avevano messo una taglia di 5 miliardi di dollari. L’ennesima cattura di uno dei leader degli Zetas è arrivata proprio durante la visita di stato del presidente Enrique Peña Nieto in Gran Bretagna all’inizio di marzo di quest’anno. Un tempismo efficace. A volte basterebbe studiare l’agenda politica internazionale del presidente per riuscire a prevedere la cattura di un trafficante importante.

Anche “La Tuta”, nome di battaglia del capo del cartello dei Caballeros Templarios, Servando Gómez, è caduto nelle mani della polizia giustamente alla vigilia del viaggio di Peña, il 27 febbraio 2014. Il vecchio cártel de Tijuana dei fratelli Arellano Félix e i Caballeros Templarios nel Michoacán sono ancora operativi, nonostante la cattura dei loro principali leader storici, mentre il gruppo dei Beltrán Leyva ha perso influenza, pur mantenendosi in affari nella zona del Pacifico, o s’è frammentato, soprattutto nel Guerrero, dove sono nate nove bande diverse dalla scissione del cartello originario.

L’aumento della domanda internazionale di stupefacenti negli ultimi sette o otto anni, malgrado la discesa della popolarità della cocaina nel mercato americano, ha aperto spazi per la nascita e, in alcuni casi, per la rapida estinzione di nuovi gruppi criminali. Le sanguinose diatribe tra i cartelli e la spettacolarizzazione inusitata della violenza non sono stati dei deterrenti per gruppi come il Jalisco Nueva Generación, di cui fanno parte i Mata-Zetas (“Ammazza-Zetas”) e che oggi sperimenta una crescita senza precedenti, l’Independiente de Acapulco, la Familia Michoacana, i Los Rojos, i Guerreros Unidos, i Caballeros Templarios (“Cavalieri Templari”), la Mano con Ojos (“Mano con gli occhi”), la Resistencia e quello del Pacífico Sur. Quest’ultimo rappresenta una scissione in seno al dominante cartello di Sinaloa per la guerra scatenata oltre sette anni fa al suo interno tra il clan dei fratelli Beltrán Leyva e i fedeli del “Chapo” Guzmán e compagni. Una situazione esplosiva e complicata cui alcuni gruppi di cittadini fanno fronte imbracciando le armi.

Messi di fronte alle assenze e connivenze statali, alcune comunità, in particolare nelle regioni più arretrate e in balia della violenza come il Guerrero, l’Oaxaca, il Chiapas e il Michoacán, si sono sollevate in armi. Hanno impugnato i fucili, o meglio i mitragliatori ak-47 e le bombe a mano, per formare gruppi di autodifesa e polizie comunitarie che lottano per quel poco che gli resta da difendere, cioè la vita e la sicurezza delle loro famiglie, e per proteggersi dalle angherie dei narcos. In alcuni casi, però, gli stessi membri della criminalità organizzata si confondono tra gli autodenfensas.

autodefensasAd esempio, il gruppo criminale dei Caballeros Templarios, nel Michoacán, è nato nel 2010 da una scissione della Familia Michoacana e, dopo essersi guadagnato un relativo consenso nella popolazione locale per aver cacciato gli Zetas dalla regione, ha cominciato a esercitare un potere più spietato e sanguinario dei suoi predecessori. La situazione è complessa e instabile. I gruppi di autodifesa, nati in gran parte dopo il febbraio 2013, sono numerosi ed eterogenei: ci sono organizzazioni popolari più genuine e preesistenti, vicine alla tradizione dell’autonomia indigena e delle polizie comunitarie previste dalla Costituzione, come quella di Cherán nel Michoacán, e organizzazioni più recenti, come le autodefensas di Tepalcatepec sorte il 24 febbraio 2013 e smobilizzate un anno dopo, che provano a riempire i vuoti lasciati dal governo. Ma ci sono anche gruppi che rischiano di avvicinarsi sempre più al modello paramilitare colombiano, finanziati almeno in parte da imprenditori locali e tollerati dallo stato, e poi altri che sono stati accusati di avere vincoli e infiltrazioni con narcotrafficanti di regioni limitrofe.

Centomila morti legati alla narcoguerra, ventiseimila desaparecidos e duecentottantamila rifugiati, ossia persone obbligate ad abbandonare la loro casa per via del conflitto, hanno fatto raggiungere al capitolo messicano della guerra mondiale contro le droghe, lanciata dagli Usa oltre quarant’anni or sono e riproposta ciclicamente, le proporzioni di una tragedia umanitaria senza precedenti. Ciononostante, non ci sono segnali di cambiamento nella strategia. Buona parte della stampa messicana, che segue a ruota la propaganda ufficiale, si dedica a creare distrazioni di massa per occultare la realtà.

Nei primi mesi del ritorno al potere del PRI, nel 2013, i messaggi confusi e contraddittori sulla creazione di una gendarmeria nazionale e l’avvio dell’Agenzia per le Indagini criminali (Agencia Federal de Investigación) all’interno della Procura generale della Repubblica (PGR) non lasciavano intravedere nessuna novità. Nel 2014 la gendarmeria è stata finalmente creata, ma di fatto non c’è stato un impatto sostanziale nella narcoguerra. Per affrontare la sfida rivolta allo stato dai gruppi di autodifesa, invece, è stato nominato un commissario per la sicurezza del Michoacán, Alfredo Castillo. Nei primi mesi del 2014 Castillo ha provato a controllare la situazione, senza troppo successo.

Di fatto le autodefensas spuntavano come funghi e prendevano il controllo di un comune dopo l’altro per “ripulire” l’intera zona dai narcos. Nel marzo 2014 Manuel Mondragón, responsabile della sicurezza nazionale dipendente dal ministero degli Interni, è stato sostituito da Monte Alejandro Rubido, vecchio lupo di mare gradito a tutti i partiti. Il progetto della gendarmeria è stato ridimensionato e non si parla più di centomila uomini ben addestrati, ma solo di un corpo d’élite di cinquemila unità. Le priorità, come sempre, sono dettate dalla congiuntura, dalla successione e ripetizione di crisi di sicurezza e governabilità come l’impennata dei sequestri di persona e delle estorsioni negli ultimi mesi o la perdita di controllo in territori del Centro-Nord.

A livello ufficiale prevale una strategia fatta di silenzi e disinformazione mentre le forze armate continuano a svolgere le loro operazioni sul territorio come prima. La copertura dei media s’è allontanata progressivamente dalle tematiche vincolate alla (in)sicurezza. Il gigantismo burocratico e il caos amministrativo interessano da dentro il ministero degli Interni, la Secretaría de Gobernación, da quando alle dipendenze del ministro a essa preposto, Miguel Ángel Osorio Chong, s’è aggiunto anche il vecchio ministero della Pubblica Sicurezza (Secretaría de Seguridad Pública, SSP). Dopo cinque mesi di governo, nell’aprile 2013, il ministro Osorio Chong dipingeva nelle sue dichiarazioni un Paese presumibilmente più sicuro, con una discesa del 17% degli omicidi associati alla criminalità organizzata e un 25% in meno di denunce per sequestro di persona. Ma la realtà era un’altra. I dati sui sequestri di persona e sulle estorsioni erano in aumento, un 27,5% in più dopo 8 mesi di governo.

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)

Il Consiglio cittadino per la Sicurezza pubblica e la giustizia penale, associazione della società civile, ha denunciato l’aumento dei rapimenti nel 2013, anche senza considerare tutti quei delitti che non vengono denunciati, e i sequestri di migranti che arrivano alla cifra di 23.000 all’anno. L’allarme lanciato dalla ONG è preoccupante ed è in linea anche con le analisi del settimanale di Tijuana Zeta che, incrociando i dati di varie fonti ufficiali per contrastare la propaganda governativa, ha calcolato 13.775 assassinii riconducibili alla criminalità organizzata nei primi otto mesi di governo. In dicembre la cifra superava quota 17.000 e a febbraio 2014 il conteggio arrivava a 23.640 morti. In ottobre, dopo i primi ventitré mesi d’amministrazione Peña, la cifra superava le 42.000 unità. Quindi, nel 2011, penultimo anno del presidente Felipe Calderón, gli omicidi furono 24.068, nel 2012 furono 20.571 e nel 2013 20.156, secondo la ricerca di Zeta. Il tasso ogni centomila abitanti è passato da 8 a 24 in quattro anni, dal 2007 al 2011. Il 13% di questi omicidi si concentra nello stato più violento del Messico, l’Estado de México, il distretto amministrativo che circonda la capitale. I dati del maggio 2015 parlano anche di una cifra accumulata di 26mila desaparecidos e 281mila rifugiati interni per il conflitto.

Nell’ottobre di due anni fa la direttrice per la Sicurezza dell’OAS (Organizzazione degli Stati Americani), Paulina Duarte, ha sottolineato il potenziale di «minaccia per la stabilità e la qualità delle democrazie in questa regione» che è rappresentato dal crimine organizzato in America Latina, e infatti «si nota quanto siano vulnerabili le istituzioni e l’incapacità dello stato di mitigarlo». Duarte ha evidenziato come non si tratti di un semplice problema di presenza armata, quanto di natura politica ed economica, visto che ci sono cartelli che dominano interi territori e svolgono le funzioni dell’autorità fiscale e di polizia, sviluppando poteri alternativi a quelli statali e un’economia illecita integrata. Il caso degli studenti desaparecidos di Ayotzinapa ha inoltre evidenziato la collusione o completa sovrapposizione di alcune strutture dello stato messicano e della polizia con la criminalità organizzata.

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La NarcoGuerra divide in due il Messico, il Paese dei cartelli della droga

Federal police stand next to a bullet riddled and burned car after a criminal gang ambushed a police convoy near the town of Soyatlan, near Puerto Vallarta, Mexico, Monday, April 6, 2015. According to the Jalisco state prosecutors office, at least 15 state policed officers were killed and five others wounded, the single deadliest attack on Mexican police in recent memory. (ANSA/AP Photo)

Federal police stand next to a bullet riddled and burned car after a criminal gang ambushed a police convoy near the town of Soyatlan, near Puerto Vallarta, Mexico, Monday, April 6, 2015. According to the Jalisco state prosecutors office, at least 15 state policed officers were killed and five others wounded, the single deadliest attack on Mexican police in recent memory. (ANSA/AP Photo)

Che cosa significa NarcoGuerra? Perché ormai si associa questa parola, gravida di immagini inquietanti, al Messico? La guerra alle droghe e ai cartelli del traffico internazionale di stupefacenti risale a vari decenni or sono, all’inizio degli anni ’70, per la precisione, quando l’allora presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, decise di applicare una politica di mano dura e di combattere una war on drugs, posizionando le droghe come il “nemico numero uno” da eliminare. Nixon e Calderón avevano in comune una visione messianica della “guerra giusta”, “costi quel costi”, che con il pretesto e la pretesa di sconfiggere militarmente la presunta piaga delle droghe e del narcotraffico, in gran parte causata da legislazioni proibizioniste e altamente punitive negli Usa e nel resto del mondo, hanno condotto una guerra alla stessa popolazione che dichiaravano di voler proteggere.

Il Messico della NarcoGuerra, un conflitto armato che continua ancora oggi e che ha provocato oltre 100mila morti e 27mila desaparecidos in meno di 9 anni, è sia quello dei narcos e delle gang, dei femminicidi e dei desaparecidos di Ayotzinapa, che poi sono solo la punta dell’iceberg di un problema enorme, sia quello dei movimenti sociali e cittadini di resistenza e denuncia che costituiscono la parte più sana e reattiva della società di fronte a una crisi umanitaria senza precedenti.

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Il bilancio negativo non è fatto solo dai morti, dai desaparecidos, dai 281.000 rifugiati, ma anche dai danni per l’intera società, per il suo tessuto di relazioni sempre più sfaldato, e per la democrazia imperfetta e incipiente che stenta a decollare in terra azteca. A tre anni dall’insediamento di Enrique Peña Nieto la situazione non è sostanzialmente cambiata, ma il discorso ufficiale ha provato a nascondere la violenza, i vuoti di potere e la strategia di militarizzazione del territorio. L’uso della forza occulta debolezze, non dà i risultati sperati.

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La notte del 26 settembre 2014, a Iguala, nello stato del Guerrero, quarantatré studenti della scuola normale di Ayotzinapa vengono sequestrati dalla polizia, controllata dal sindaco e dai narco-boss locali, e poi consegnati a dei narcotrafficanti. Desaparecidos. Polizia e narcos collusi: la norma in tante città messicane. La notizia rimbalza, l’indignazione è globale. La piazza grida. Giustizia! Che lo Stato ammetta le sue responsabilità. Si riaccendono i riflettori sulla NarcoGuerra, sulle violazioni ai diritti umani, sulla guerra alle droghe come strumento di controllo sociale e delle risorse. La malavita rimane capace di gestire patti e infiltrazioni con la politica e la sua forza sono i mercati internazionali di marijuana, oppiacei, cocaina, droghe sintetiche, armi e persone.

La NarcoGuerra parte dal Messico, ma è globale come lo sono i mercati delle droghe, delle armi, delle persone e di tutto quello che, spinto dalla globalizzazione e dalle politiche di apertura economica, dal Messico deve transitare. E deve farlo passando dalla più lunga frontiera tra un Paese “in via di sviluppo”, piegato da povertà e disuguaglianze sociali, e un Paese “ricco”, potenza mondiale decadente che, però, resta il mercato più grande della Terra anche per le droghe.

Lo scrittore Pino Cacucci parla di due paesi:

“Esistono due Messico. Perché qualsiasi viaggiatore, viandante o lieto turista affascinato dalla sua incommensurabile bellezza, può tranquillamente attraversarne migliaia di chilometri senza mai percepire un clima di violenza sanguinaria. Eppure… esiste anche l’altro Messico, quello che Fabrizio Lorusso sviscera nei suoi reportage, nei suoi approfondimenti giornalistici, nei racconti di vita quotidiana. E lo fa con esemplare giornalismo narrativo, che attualmente è l’unica fonte di informazione attendibile”.

Il Messico resta diviso in due. Non solo tra un Paese turistico e accogliente, tra i migliori al mondo per le sue bellezze e attrazioni, e un Paese di disuguaglianze e abusi, ma anche tra un Paese che pare soccombere ai narcos e alla connivenza tra la politica e la malavita e uno che, invece, si ribella, fa sentire la propria voce e prova a costruire alternative. La storia di questi anni affonda le sue radici nel Novecento, secolo dominato dalle speranze tradite della Revolucion del 1910-17 e il dominio di un partito egemonico e autoritario (il PRI, attualmente di nuovo al governo), e si proietta nelle incertezze del futuro chiedendo a gran voce, ancora una volta, giustizia. Per chi fosse interessato segnalo iniziative, testi e presentazioni relative a “NarcoGuerra” sul portale L’America Latina.

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#Messico #Ayotzinapa: contro il dolore, la rabbia e la speranza (Evento il 6 novembre)

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Approfitto per invitarvi all’incontro su questi temi a Padova il 6 novembre, presso Ca’Sana, in via SS. Fabiano e Sebastiano 13, ore 21). Articolo di Giovanna Gasparello.

L’ondata di proteste contro l’eccidio di 50 giovani studenti universitari perpetrata un mese fa nella città di Iguala, Guerrero, non accenna a fermarsi ma, con il passare dei giorni, cresce sia nelle dimensioni che nella radicalità delle rivendicazioni avanzate. L’esigenza principale è la presentazione con vita dei 43 studenti dell’Universitá per maestri rurali di Ayotzinapa, nello stato del Guerrero, sequestrati e desaparecidos dalla polizia della cittá di Iguala in collusione con il cartello del narcotraffico locale lo scorso 26 settembre, quando sono anche state uccise sei persone (di cui tre sudenti) dalla stessa polizia.

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Dopo la rinuncia del governatore dello stato, Angel Aguirre, e la nomina di Rogelio Ortega al suo posto, i genitori ed i compagni degli studenti sequestrati denunciano che il cambio di facciata a livello politico non cambia minimamente la situazione di stallo delle indagini. Nonostante le proteste popolari e gli appelli diplomatici delle Nazioni Unite, della Commissione Interamericana per i Diritti Umani, del Parlamento Europeo e degli Stati Uniti, le istituzioni giudiziare hanno dimostrato un’estrema inefficenza ed un cinico disinteresse durante le indagini, lasciando fuggire i mandanti della strage, ostruendo il lavoro dei periti indipendenti, e limitandosi a cercare i corpi nei cimiteri clandestini, mentre sono gli stessi familiari che strenuamente continuano le ricerche capillari e coordinano le attività di centinaia di persone civili, giunte in carovane da molte regioni del Guerrero ed anche da altri stati che percorrono la zona da cima a fondo alla ricerca dei giovani. Durante le ricerche sono state scoperte più di cento fosse clandestine, ricolme di cadaveri smembrati o carbonizzati, nella zona circostante Iguala. Cinicamente, le autorità si sono limitate a dire che i corpi non sarebbero quelli diegli studenti, la qual cosa solleva una domanda ancora più inquietante: e allora, di chi sono? Chi sono tutti quei morti? E comunque, dove sono gli studenti?
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Sembrerebbe che l’ennemsimo, barbaro crimine abbia fatto esplodere la grande pentola a pressione che è diventato il Messico negli ultimi dieci anni. Le recenti dichiarazioni del Procuratore Generale cercano di vincolare gli studenti ai gruppi di narcotrafficanti, con l’intenzione di applicare ancora una volta il perverso meccanismo che trasforma la vittima in criminale rendendola complice del crimine che ha subito, e sollevando così le autorità dall’obbligo morale della ricerca di verità (“alla fin fine, è stato un regolamento di conti, erano tutti criminali, non vale la pena cercare la giustizia”, sarebbe il messaggio). Tali dichiarazioni hanno esasperato l’enormità del dolore dei familiari, dei giovani studenti, e di milioni di persone vissute per anni nella morsa della paura e dell’indifferenza.
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Sembra che la spirale del terrore si sia finalmente interrotta. La paura, poderoso meccanismo di controllo, è stata accompagnata nel corso degli anni da una progressiva normalizzazione della violenza: all’oggi, i ritrovamenti di decine di corpi decapitati, smembrati, torturati, non provocano più l’indignazione pubblica. E dunque si assiste ad un progressivo aumento dell’atrocità della violenza: come un chiaro ed agghiacciante messaggio intimidatorio, uno dei giovani uccisi è stato ritrovato con il viso spellato e senza occhi, barbarie che rimette a quelle perpetrate dai kaibiles (paramilitari) nel Guatemala degli anni ottanta, o alle assurde torture inflitte agli indigeni massacrati ad Acteal, Chiapas, nel 1997.
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Lo stato del Guerrero si trova in una situazione di effervescenza che da decenni non si viveva nel paese. Il palazzo del governo è ridotto in cenere, decine di municipi (l’equivalente dei Comuni italiani), tra cui quello di Acapulco, sono occupati da giorni. Nella giornata del 26 ottobre, ad un mese dai fatti, sono state bloccate la maggior parte delle vie di comunicazione in tutto lo stato. La determinazione delle organizzazioni (sindacati di maestri, movimenti studenteschi, ma anche organizzazioni contadine) ha portato ad un aumento della radicalizzazione nelle proteste e nelle rivendicazioni. Lo sforzo di unificare la lotta è evidente nella costituzione dell’Assemblea Nazionale Popolare, che rivendica la presentazione in vita dei 43 studenti sequestrati, ma anche l’occupazione di tutti i municipi dello stato e annuncia uno sciopero generale nazionale di 72 ore il 29, 30 e 31 ottobre. Molte università, nello stato ed in tutto il Messico, hanno già aderito allo sciopero; altre sono ferme da diversi giorni.
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Il grido di dolore che sta scuotendo il Messico si è alzato lentamente, iniziando come un lamento ed un sussurro di indignazione e crescendo di intensità giorno dopo giorno, alimentandosi delle proteste che non scemano e che spingono a manifestare ogni giorno nuove città, nuove organizzazioni, nuove identità collettive. Piccole e grandi manifestazioni, sit-in, blocchi stradali, costellano quotidianamente la geografia nazionale in grandi città e piccoli paesi. La solidarietà e le mobilitazioni che si susseguono anche all’estero, dagli altrettanto lacerati paesi centroamericani alle capitali europee, dall’Argentina agli Stati Uniti, infondono forza al nascente movimento messicano.
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Dopo anni di dominio politico e culturale costruito sulla base della paura e della violenza di Stato, dopo 150 mila morti e 50 mila persone scomparse –frutto dell’aberrante “lotta al narcotraffico” dichiarata dal governo messicano nel 2006-, dopo migliaia di migranti morti sulle strade, sui binari, nel deserto, nelle periferie, dopo migliaia di persone sfollate ed avvelenate come conseguenza della devastazione ambientale, dopo decenni di una politica sociale ed economica senza scrupoli che si è inginocchiata di fronte ai dettami economici neoliberisti –gli stessi che propugnano l’inevitabilità dei “danni collaterali”- che hanno smembrato e svenduto il paese, asservito ai grandi “business” legali e illegali, il Messico è riuscito a liberare il proprio grido di dolore.
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Negli anni scorsi, iniziative politiche ambiziose avevano cercato di creare movimenti di opinione e mobilitazioni che denunciassero la violenza imposta dallo stato come forma di governo, la sospensione dei diritti civili, e la necessità di un movimento forte a livello nazionale: esempi ne sono la Otra Campaña Zapatista, il Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad, il movimiento # Yo Soy 132. Ma finora non si era verificato un movimento spontaneo, cittadino nel senso profondo della parola, così vasto e potenzialmente radicale come quello che sta crescendo in queste settimane.
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Il grido di dolore ed il grido di rabbia, il grido di amore per il proprio paese e per la vita che sembra non avere oramai che un valore irrisorio, si è levato, in modo spontaneo e necessario, proprio da coloro che sono più colpiti dalla violenza vissuta ed imposta, dalla mancanza di speranze per un futuro degno: i giovani, troppo spesso criminalizzati solo per essere tali, nel mirino delle forze di sicurezza perchè sempre “possibili delinquenti”, o dei cartelli del narcotraffico perchè possibili sicari o spacciatori da reclutare, stigmatizzati per la voglia di essere diversi e colpevolizzati della crisi di opportunità che li attanaglia. E così il movimento per Ayotzinapa ha coinvoloto, in prima battuta, centinaia di università in tutto il paese, mobilitando anche le scuole “d’elite” e quelle che erano sempre rimaste al margine di ogni mobilitazione. E’ un’intera generazione, quella dei ventenni, che sta riempiendo le strade e le piazze del Messico, e che sta lottando contro il dolore.
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Mentre vent’anni fa, nel 1994, il “Ya Basta!” degli indigeni zapatisti ha scosso la società reclamando dignità e mostrando il cammino verso un’utopia necessaria, e poi costruendola, il grido che si leva nel 2014 ci riporta tristemente indietro agli anni settanta (“Vivos se los llevaron, vivos los queremos” è lo slogan ricorrente) ma trasmette anche la determinazione di lottare per difendere quella dignità della vita umana insegnata dagli zapatisti, e che ora è violentata sistematicamente. Il grido che scuote il Messico è dunque un grido di dolore, ma è soprattutto un grido di rabbia, contro il dolore e pieno di speranza.

Giovanna Gasparello, antropologa, Universidad Autonoma Metropolitana, Cittá del Messico
http://www.yabasta.it/spip.php?article1890

La strage degli studenti in Messico: Narco-Stato e Narco-Politica

di Fabrizio Lorusso – CarmillaOnLine

Marcha Ayotzinapa 8 oct 179 (Small)Il Messico si sta trasformando in un’immensa fossa comune. Dal dicembre 2012, mese d’inizio del periodo presidenziale di Enrique Peña Nieto, a oggi ne sono state trovate 246, a cui pochi giorni fa se ne sono aggiunte altre sei. Sono le fosse clandestine della città di Iguala, nello stato meridionale del Guerrero. Tra sabato 4 ottobre e domenica 5 l’esercito, che ha cordonato la zona, ne ha estratto 28 cadaveri: irriconoscibili, bruciati, calcinati, abbandonati. E’ probabile che si tratti dei corpi interrati di decine di studenti della scuola normale di Ayotzinapa, comune che si trova a circa 120 km da Iguala. Infatti, dal fine settimana precedente, 43 normalisti risultano ufficialmente desaparecidos. “Desaparecido” non significa semplicemente scomparso o irreperibile, significa che c’è di mezzo lo stato.

Vuol dire che l’autorità, connivente con bande criminali o gruppi paramilitari, per omissione o per partecipazione attiva, è coinvolta nel sequestro di persone e nella loro eliminazione. Niente più tracce, i desaparecidos non possono essere dichiarati ufficialmente morti, ma, di fatto, non esistono più. I familiari li cercano, chiedono giustizia alle stesse autorità che li hanno fatti sparire. Oppure si rivolgono ai mass media e a istituzioni che in Messico sono sempre più spesso una farsa, una facciata che nasconde altri interessi e altre logiche, occulte e delinquenziali. E nelle conferenze stampa, senza paura, dicono: “Non è stata la criminalità organizzata, ma lo stato messicano”.

La strage di #Iguala #Ayotzinapa

Marcha Ayotzinapa 8 oct 149 (Small)La sera di venerdì 26 settembre un gruppo di giovani alunni della scuola normale di Ayotzinapa si dirige a Iguala per botear, cioè racimolare soldi. Hanno tutti tra i 17 e i 20 anni. Vogliono raccogliere fondi per partecipare al tradizionale corteo del 2 ottobre a Città del Messico in ricordo della strage  di stato del 1968, quando l’esercito uccise oltre 300 studenti e manifestanti in Plaza Tlatelolco. I normalisti decidono di occupare tre autobus. I conducenti li lasciano fare, ci sono abituati. Sono le sette e mezza, fa buio. Fuori dall’autostazione, però, ad attenderli c’è un commando armato di poliziotti. Fanno fuoco senza preavviso. Sparano per uccidere, non solo per intimidire. Hanno l’uniforme della polizia del comune di Iguala e sono gli uomini del sindaco José Luis Abarca Velázquez e del direttore della polizia locale Felipe Flores, entrambi latitanti da più di una settimana. Ma i pistoleri poliziotti non restano soli a lungo, presto sono raggiunti da un manipolo di altri energumeni in tenuta antisommossa. Il fuoco delle armi cessa per un po’, ma l’attacco è stato brutale, indignante e irrazionale.

La persecuzione continua. Partono altri spari. Muoiono tre studenti, altri 25 restano feriti, uno in stato di morte cerebrale. Per salvarsi bisogna nascondersi, buttarsi sotto gli autobus. Non muoverti, se no gli sbirri ti seccano. Alcuni cercano di scappare, scendono dai bus, il formicaio esplode nell’oscurità. Gli uomini in divisa caricano decine di studenti sulle loro camionette e li portano via. Pare che l’esercito, la polizia federale e quella statale abbiano scelto di non intervenire. Lasciar stare.

Intanto sopraggiungono altri soggetti con armi di alto calibro, narcotrafficanti del cartello dei Guerreros Unidos, una delle tante sigle che descrivono il terrore della narcoguerra e la decomposizione del corpo sociale in molte regioni del paese. Non contenti, i poliziotti, in combutta con i narcos, si spostano fuori città, pattugliano la strada statale che collega Ayotzinapa a Iguala e fermano un pullman di una squadra di calcio locale, los avispones. Assaltano anche quello, pensando che sia il mezzo su cui gli studenti stanno facendo ritorno a casa. Bisogna sparare, bersagliare senza tregua. E ora sono in tanti, narcos e narco-poliziotti, insieme, probabilmente per ordine de “El Chucky”, un boss locale, e del sindaco Abarca.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 234 (Small)Ammazzano un calciatore degli avispones, un ragazzo di quattordici anni che si chiamava David Josué García Evangelista. I proiettili volano ovunque, sono schegge di follia e forano la carrozzeria di un taxi che, sventurato, stava passando di lì. Perdono la vita sia il conducente dell’auto sia una passeggera, la signora Blanca Montiel. Il caso, la mala suerte si fa muerte. Poche ore dopo in città compare il cadavere dello studente Julio Cesar Mondragón, martoriato. Gli hanno scorticato completamente la faccia e gli hanno tolto gli occhi, secondo l’usanza dei narcos. La macabra immagine, anche se repulsiva, diventa virale nelle reti sociali. E si diffondono globalmente anche le testimonianze dirette dell’orrore che stanno rendendo i sopravvissuti.

Le reazioni alla mattanza

Dopo il week end del massacro a Iguala i compagni della normale di Ayotzinapa e i familiari delle vittime e dei desaparecidos si organizzano, reclamano, tornano sul luogo della strage e indicono una manifestazione nazionale per l’8 ottobre a Città del Messico per chiedere le dimissioni del governatore statale, Ángel Aguirre, la “restituzione con vita” dei desaparecidos e giustizia per le vittime della mattanza.

Cresce la pressione mediatica e popolare per ottenere giustizia. Arrivano i primi arresti. 22 poliziotti al soldo delle mafie locali e 8 narcotrafficanti sono imprigionati e la Procura Generale della Repubblica comincia a occuparsi del caso. Alcuni degli arrestati confessano i crimini commessi e parlano di almeno 17 studenti rapiti e giustiziati. Indicano la posizione esatta di tre fosse clandestine in cui sarebbero stati interrati. L’esercito e la gendarmeria commissariano l’intera regione e blindano le fosse comuni che non sono tre, sono sei. La morte si moltiplica. I corpi recuperati sono 28, non 17. I desaparecidos, però, sono 43.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 020 (Small)I numeri non tornano. I familiari non si fidano, chiedono l’invio di medici forensi argentini, specialisti imparziali e qualificati. Ci vorrà tempo per avere certezze, se mai ce ne saranno. I risultati dell’esame dell’ADN tarderanno ad arrivare almeno due settimane. Nel frattempo, il 7 ottobre, seicento agenti delle polizie comunitarie della regione della Costa Chica, appartenenti alla UPOEG (Unione dei Popoli Organizzati dello Stato del Guerrero), hanno fatto il loro ingresso a Iguala per cercare “vivi o morti” e “casa per casa” i 43 studenti scomparsi. Altri gruppi della polizia comunitaria di Tixla, autonoma rispetto alle autorità statali, hanno scritto su twitter: “Con la nostra attività di sicurezza stiamo proteggendo la Normale di #Ayotzinapa“.

Dov’è finito il sindaco del PRD (Partido de la Revolución Democrática, di centro-sinistra) José Luis Abarca? E sua moglie, anche lei irreperibile? E cosa fa il governatore dello stato, il “progressista”, anche lui del PRD, Ángel Aguirre? Pare che lui conoscesse molto bene la situazione già da tempo. Il loro partito ha scelto di espellere il sindaco e sostenere il governatore per non perdere quote di potere in quella regione. Abarca ha chiesto 30 giorni di permesso e poi è sparito. Ora è ricercato dalla giustizia e vituperato dall’opinione pubblica nazionale. Aguirre, che non ha potuto impedire la strage né ha bloccato la concessione permesso richiesto dal sindaco prima di scappare, cerca di difendere l’indifendibile e, per ora, non presenta le sue dimissioni. Anzi, scambia abbracci e si fa la foto con Carlos Navarrete, nuovo segretario generale del PRD eletto domenica 5 ottobre.

Narco-Politica

La gravità della situazione è palese, anche perché è nota da anni e non s’è fatto nulla per denunciarla ed evitare la sua degenerazione violenta. José Luis Abarca, sindaco di Iguala al soldo dei narco-cartelli, ha un passato inquietante alle spalle, ma è riuscito comunque a diventare primo cittadino e a piazzare sua moglie, María Pineda, come capo delle politiche sociali municipali, cioè dell’ufficio del DIF (Desarrollo Integral de la Familia), e prossima candidata sindaco. Il giorno della strage la signora Pineda doveva presentare la relazione dei lavori svolti come funzionaria pubblica e, temendo un’eventuale incursione dei normalisti nell’evento, avrebbe richiesto al marito di “mettere in sicurezza” la zona.

Abarca avrebbe quindi lanciato l’operazione contro gli studenti con la collaborazione piena del capo della polizia municipale, suo cugino Felipe Flores. Costui era già noto per aver “clonato” pattuglie della polizia col fine di realizzare “lavoretti speciali” e per i suoi abusi d’autorità. La moglie del sindaco è sorella di Jorge Alberto e Mario Pineda Villa, noti anche come “El borrado” e “El MP”, due operatori del cartello dei Beltrán Leyva morti assassinati. Salomón Pineda, un altro fratello, sta con i Guerreros Unidos dal giugno 2013. In uno degli stati più poveri del Messico, Abarca e consorte prendono, tra stipendi e compensazioni, 20mila euro al mese che pesano direttamente sulle casse comunali.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 175 (Small)“Mi concederò il piacere di ammazzarti”, avrebbe detto nel 2013 il sindaco Abarca ad Arturo Hernández Cardona, della Unidad Popular di Guerrero, prima di ucciderlo, secondo quanto racconta un testimone di questo delitto per cui Abarca non è stato condannato, ma che è depositato in un fascicolo giudiziale.

Il 30 maggio 2013 otto persone scomparvero a Iguala. Erano attivisti, membri della Unidad Popular, un gruppo politico vicino al PRD. Tre di loro sono stati ritrovati, morti, in fosse comuni. La camionetta su cui viaggiavano venne rinvenuta nel deposito comunale degli autoveicoli di Iguala. Human Rights Watch, Amnisty Internacional e l’Ufficio a Washington per gli Affari Latinoamericani chiesero invano alle autorità federali di chiarire il caso, essendoci il fondato sospetto di un’implicazione delle autorità locali. Cinque attivisti sono tuttora desaparecidos.

I sicari con l’uniforme della polizia e quelli in borghese lavorano per lo stesso cartello, quello dei Guerreros Unidos che è in lotta con Los Rojos per il controllo degli accessi allatierra caliente, la zona calda tra lo costa e la sierra in cui prosperano le coltivazioni di marijuana e fioriscono i papaveri da oppio, che qui si chiamano amapola o adormidera. Le bande rivali sono nate dalla scissione organizzazione dei fratelli Beltrán Leyva, ormai agonizzante. Il 2 ottobre, mentre 50mila persone sfilavano per le strade della capitale per non far sbiadire la memoria di una strage, a Queretaro veniva arrestato l’ultimo dei fratelli latitanti, Hector Beltrán Leyva, alias “El H”, un altro figlio delle montagne dello stato del Sinaloa. “El H” era diventato un imprenditore rispettato. Originario della Corleone messicana, la famigerata Badiraguato, e antico alleato dell’ex jefe de jefes, Joaquín “El Chapo” Guzmán, che sta in prigione dal febbraio scorso, s’era costruito una reputazione rispettabile, onorata. Ma già da tempo il gruppo dei Beltrán s’era diviso in cellule cancerogene e impazzite secondo il cosiddetto effetto cucaracha: scarafaggi in fuga, un esodo di massa per non essere calpestati.

Ed eccoli qui che giustiziano studenti insieme ai poliziotti che, a loro volta, aspirano a posizioni migliori all’interno dell’organizzazione criminale, sempre più confusa con quella statale, e s’occupano della compravendita di protezione e di droga. L’eroina tira di più in questo periodo e Iguala è una porta d’accesso importante, una plaza di snodo. L’eroina bianca del Guerrero è un prodotto che non ha niente da invidiare, per qualità e purezza, a quella proveniente dall’Afghanistan. Anche per questo la regione è la più violenta del Messico da un anno e mezzo a questa parte e ha spodestato in testa alla classifica della morte altri stati in disfacimento come il Michoacan, il Tamaulipas, Sonora, il Sinaloa, Chihuahua, l’Estado de México e Veracruz.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 292 (Small)I responsabili del massacro di Iguala

I poliziotti detenuti accusano Francisco Salgado, uno dei loro capi, finito anche lui in manette, di avere ordinato loro di intercettare gli studenti fuori dalla stazione degli autobus. Invece l’ordine di sequestrarli e assassinarli sarebbe arrivato dal boss mafioso El Chucky. Chucky, come il personaggio del film horror “La bambola assassina” di Tom Holland. Il procuratore di Guerrero, Iñaki Blanco, ritiene che il principale responsabile della mattanza e della desaparición dei 43 normalisti sia il sindaco Abarca che “è venuto meno al suo dovere, oltre ad aver commesso vari illeciti”. Il procuratore parla solo di “omissioni”, promuoverà accuse per “violazioni alle garanzie della popolazione” e la revocazione della sua immunità, ma dal suo discorso non si capisce chi sarebbero tutti i responsabili né come saranno identificati e processati.

Chi ha ordinato ai (narco)poliziotti di fermare i normalisti e di sparare? Com’è possibile che il sindaco e il capo della polizia e delle forze di sicurezza locali, Felipe Flores, siano riusciti a fuggire? Perché i due, ma anche l’esercito e le forze federali, hanno lasciato gli studenti alla mercé della violenza? Perché la polizia prende ordini dai narcos e, anzi, fa parte del cartello dei Guerreros Unidos? Com’è possibile che tutto questo sia tragicamente così normale in Messico? Come mai nessuno l’ha impedito, se già da anni si era a conoscenza della situazione?

Infatti, ci sono prove del fatto che, almeno dal 2013, il governo federale e il PRD hanno chiuso entrambi gli occhi di fronte all’evidenza: José Luis Abarca e sua moglie María Pineda avevano chiari vincoli col narcotraffico e con la morte di un militante come Arturo Hernández Cardona. Ma già dal 2009, quando il presidente era Felipe Calderón, del conservatore Partido Acción Nacional (PAN), la Procura Generale della Repubblica aveva reso pubbliche la relazioni della signora Pineda e dei suoi fratelli con il cartello dei Beltrán Leyva. La polizia di Iguala era in mano ai narcos e sono tantissime le realtà locali in Messico ove predomina questa situazione.

L’esperto internazionale di sicurezza e narcotraffico, il prof. Edgardo Buscaglia, ha parlato di Peña Nieto e di Calderón come figure simili tra loro, come coordinatori del patto d’impunità e della perdita di controllo politico nazionale: “Sono cambiate le facce, ma hanno lo stesso ruolo”.  Perciò, ha segnalato l’accademico, bisogna cominciare dal presidente per trovare i responsabili. Mentre la comunità internazionale “fa come se non stesse accadendo nulla”, nel paese “il denaro zittisce le coscienze collettive” e, secondo Buscaglia, “il sistema giungerà a una crisi e ci sarà una sollevazione sociale in cui si fermerà il paese e soprattutto il sistema economico”.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 129 (Small)Le scuole normali messicane

Resta il fato che sparuti gruppi di studenti, seppur combattivi, di un’istituzione rurale non sono pericolosi trafficanti né rappresentano minacce sistemiche. Perché annichilarli? Forse la storia ci aiuta a ipotizzare delle risposte. Le scuole normali messicane, nate negli anni ’20 e impulsate dal presidente Lázaro Cárdenas negli anni ’30 come baluardi del progetto di educación socialista per il popolo e le zone rurali del paese, sono considerate oggi dalla classe politica tecnocratica come un pericoloso e anacronistico retaggio del passato. Un’appendice inutile da estirpare per entrare appieno nella globalizzazione.

Di fatto i governi neoliberali, dai presidenti Miguel de la Madrid (1982-1988) e Carlos Salinas (1988-1994) in poi, hanno costantemente attaccato e minacciato la sopravvivenza del sistema scolastico delle normali che, ciononostante, ha saputo resistere. La funzione sociale di questi centri educativi è sempre stata fondamentale perché è consistita nell’istruire le classi sociali più deboli e sfruttate, specialmente i contadini e gli abitanti delle campagne, affinché potessero difendersi dai soprusi dei latifondisti e dei politici locali, secondo un chiaro progetto politico-educativo di emancipazione e ribellione allo status quo. L’alfabetizzazione della popolazione rurale e la formazione di maestri coscienti socialmente sembra essersi trasformata in un’anomalia per tanti settori benpensanti, politici e metropolitani.

Anche per questo gli studenti delle normali, in quanto portatori di modelli di lotta e di formazione antitetici rispetto a quelli delle élite locali e nazionali e dei cacicchi della narco-agricoltura e della narco-politica, sono già stati vittime in passato della barbarie e della repressione. Nel dicembre 2011 la polizia ne uccise due proprio di Ayotzinapa durante lo sgombero di un blocco stradale e di una manifestazione. Una violenza smisurata venne impiegata dalla Polizia Federale nel 2007 per reprimere gli alunni di quella stessa cittadina che avevano bloccato il passaggio in un casello della turistica Autostrada del Sole tra Acapulco e Città del Messico. Nel 2008 i loro compagni della normale di Tiripetío, nel Michoacán, furono trattati come membri di pericolose gang e, in seguito a una giornata di proteste e scontri con la polizia, 133 di loro finirono in manette.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 008 (Small)Tradizione stragista

La criminalizzazione dei normalisti va inquadrata anche nel più esteso processo di criminalizzazione della protesta sociale che incalza con l’approvazione di misure repressive, come la “Ley Bala”, che prevede l’uso delle armi in alcuni casi nei cortei da parte della polizia, con l’inasprimento delle pene per delitti contro la proprietà privata e l’ampliamento surreale delle fattispecie legate ai reati di terrorismo e di attacco alla pace pubblica. Tutti contenitori pronti per fabbricare colpevoli e delitti fast track. Il caso di Mario González, studente attivista arrestato ingiustamente il 2 ottobre 2013 e condannato, senza prove e con un processo ridicolo, a 5 anni e 9 mesi di reclusione, sta lì a ricordarcelo.

Ma la “tradizione stragista” e di omissioni dello stato messicano è purtroppo molto più lunga e persistente. Basti ricordare alcuni nomi e alcune date, solo pochi esempi tra centinaia che si potrebbero menzionare: 2 ottobre 1968, Tlatelolco; 11 giugno 1971, “Los halcones”; anni ’70 e ‘80, guerra sucia; 1995, Aguas Blancas, Guerrero; 1997, Acteal, Chiapas; 2006, Atenco y Oaxaca; 2008 y 2014, Tlatlaya; 2010 e 2011, i due massacri di migranti a San Fernando, Tamaulipas; 2014, caracol zapatista de La Realidad, Chiapas; 2014, Iguala; 2006-2014, NarcoGuerra, 100mila morti, 27mila desaparecidos…

La OAS (Organization of American States), Human Rights Watch, la ONU, la CIDH (Corte Interamericana dei Diritti Umani) si sono unite al coro internazionale di voci critiche contro il governo messicano. La notizia delle fosse comuni e della mattanza di Iguala sta cominciando a circolare nei media di tutto il mondo e si erge a simbolo dell’inettitudine, dell’impunità e della corruzione. In pochi giorni è crollata la propaganda ufficiale che presentava un paese pacificato e sulla via dello sviluppo indefinito.

“Estamos moviendo a México”

Marcha Ayotzinapa 8 oct 225 (Small)Gli spot governativi presentano un Messico che si muove, che sta sconfiggendo i narcos e che, grazie alla panacea delle “riforme strutturali”, in primis quella energetica, ma anche quelle della scuola, del lavoro, della giustizia e delle telecomunicazioni, si starebbe avviando a entrare nel club delle nazioni che contano: una retorica, quella delle riforme necessarie e provvidenziali, che suona molto familiare anche in Europa e in Italia e che, in terra azteca, copia pedantemente quella dei presidenti degli anni ottanta e novanta, in particolare di Carlos Salinas de Gortari. Dopo la firma del NAFTA (Trattato di Libero Commercio dell’America del Nord) con USA e Canada, Salinas preconizzava l’ingresso del Messico nel cosiddetto primo mondo. Invece alla fine del suo mandato nel 1994 l’insurrezione dell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) in Chiapas, l’effetto Tequila, la svalutazione, indici di povertà insultanti e la fine dell’egemonia politica del PRI (Partido Revolucionario Institucional, al potere durante 71 anni nel Novecento) attendevano al bivio il nuovo presidente, Ernesto Zedillo (1994-2000).

Oggi Peña Nieto, anche lui del PRI, dopo aver approvato le riforme costituzionali e della legislazione secondaria in fretta e furia, cerca di vendere il paese agli investitori stranieri, mostrando al mondo come pregi gli aspetti più laceranti del sottosviluppo: precarietà e flessibilità del lavoro; salari da fame per una manodopera mediamente qualificata, non sindacalizzata e ricattabile; movimenti sociali anestetizzati; un welfare non universale, discriminante e carente; riforme educative dequalificanti per professori e alunni ma “efficientiste”; stato di diritto “flessibile”, cioè accondiscendente con i forti e spietato coi deboli.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 276 (Small)Il presidente annuncia lo sforzo del Messico per consolidare l’Alleanza del Pacifico, un’area commerciale sul modello del NAFTA per i paesi americani affacciati sull’Oceano Pacifico, e la prossima partecipazione di personale militare e civile alle “missioni di pace dell’ONU”come quella ad Haiti, la missione dei caschi blu chiamata MINUSTAH, che pochi onori e tante grane ha portato al paese caraibico e agli eserciti latinoamericani, per esempio il brasiliano, l’uruguaiano e il venezuelano, che vi partecipano attivamente.

Questa politica da “potenza regionale”, però, deve fare i conti con la cruda realtà. L’inserto Semanal del quotidiano La Jornada del 5 ottobre ha pubblicato un box con un piccolo promemoria: dal dicembre 2012 al gennaio 2014 ci sono stati 23.640 morti legati al narco-conflitto interno, 1700 esecuzioni al mese, con Guerrero che registra, da solo, un saldo di 2.457 assassinii, secondo quanto  riferisce la rivista Zeta in base all’analisi dei dati ufficiali. Nel 2011 Fidel López García, consulente dell’ONU intervistato dalla rivista Proceso (28/XI/2011), aveva parlato di un milione e seicentomila persone obbligate a lasciare la loro regione d’origine per via della guerra. Anche per questo il Messico rischia di trasformarsi in un’immensa fossa comune (e impune).

Ayo foto corteo lungoPost Scriptum. Il corteo.

“¿Por qué, por qué, por qué nos asesinan? ¡26 de septiembre, no se olvida!” (“Perché, perché, perché ci assassinano? Il 26 settembre non si dimentica”).  E’ stato il grido di oltre 60 piazze del Messico e decine in tutto il mondo nel pomeriggio dell’8 ottobre 2014.

“Gli studenti sono vittime di omicidi extragiudiziari, si sequestrano e si fanno sparire non solo studenti ma anche attivisti sociali e quelli che vanno contro il governo […] è una presa in giro verso il nostro dolore, non sappiamo perché fanno questo teatrino politico”. Così ha espresso la sua rabbia Omar García, compagno degli studenti uccisi, in conferenza stampa. L’esercito, che nei tartassanti spot governativi viene ritratto come un’istituzione integra, fatta di salvatori della patria e protettori dei più deboli, ha vessato gli studenti di Ayotzinapa che portavano con loro un compagno ferito:

“Ci hanno accusato di essere entrati in case private, gli abbiamo chiesto di aiutare uno dei nostri compagni e i militari han detto che ce l’eravamo cercata. Lo abbiamo portato noi all’ospedale generale ed è stato lì a dissanguarsi per due ore. L’esercito stava a guardare e non ci hanno aiutato”, continua Omar. “Il governo statale sapeva quello che stavamo facendo, non eravamo in attività di protesta ma accademiche ed è dagli anni ’50 che occupiamo gli autobus e la polizia se li viene riprendere, ma non deve aggredirci a mitragliate”.

Il normalista ha infine parlato del governatore Aguirre: “Il nostro governatore ha ammazzato 13 dirigenti di Guerrero e due compagni nostri nel 2011 e per nostra disgrazia questi sono rimasti nell’oblio. La Commissione Nazionale dei Diritti Umani, cha aveva emesso un monito, non ha più seguito la cosa e il caso è rimasto impune, chi ha ucciso è rimasto libero”.

Perseo Quiroz, direttore di Amnisty in Messico, ha spiegato che non serve a nulla che il presidente Peña si rammarichi pubblicamente dei fatti di Iguala perché “questi incubavano tutte le condizioni perché succedessero, non sono fatti isolati […] lo stato messicano colloca la tematica dei diritti umani in terza o quarta posizione e per questa mancanza di azioni accadono come a Iguala”.

Ayo Polizia comunitaria a AyotzinapaAnche il Dottor Mireles, leader del movimento degli autodefensas del Michoacán e incarcerato dal luglio 2014, ha mandato unmessaggio dal carcere solidarizzando con i normalisti di Iguala. Il suo comunicato è importante perché sottolinea il doppio discorso e le ambiguità del governo: da una parte la connivenza narcos-autorità-polizia è la chiave di un massacro di studenti nel Guerrero, per cui i vari livelli del governo sono immischiati e responsabili; dall’altra si mostra una falsa disponibilità al dialogo con gli studenti del politecnico (Istituto Politecnico Nazionale, IPN) che hanno occupato l’università due settimane fa per chiedere la deroga del regolamento, da poco approvato alla chetichella dalle autorità dell’ateneo, che attenta contro i principi dell’educazione pubblica e dell’università. Nonostante le dimissioni della rettrice dell’IPN e l’intimidazione derivata dal caso Ayotzinapa, la protesta studentesca continua, chiede la concessione dell’autonomia all’ateneo (cosa già acquisita da tantissime università del paese) e mette in evidenza la scarsa volontà di dialogo dell’esecutivo.

A San Cristobal de las Casas, nel Chiapas, gli zapatisti hanno proclamato la loro adesione alle iniziative di protesta di questa giornata e in migliaia hanno realizzato con una marcia silenziosa alle cinque del pomeriggio.

L’EPR (Esercito Popolare Rivoluzionario) ha emesso un comunicato in cui ha definito il massacro come un “atto di repressione e di politica criminale di uno stato militare di polizia”.

Il sindacato dissidente degli insegnanti, la CNTE (Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación), era presente alle manifestazioni che sono state convocate in decine di città messicane e presso i consolati messicani in oltre dieci paesi d’Europa e delle Americhe. La Coordinadora ha anche dichiarato lo sciopero indefinito nello stato del Guerrero. Nella capitale dello stato, Chilpancingo, hanno marciato oltre 10mila dimostranti.

A Città del Messico abbiamo assistito a una manifestazione imponente, non solo per il numero dei manifestanti, comunque alto per un giorno lavorativo e stimato tra le 70mila e le 100mila persone, quanto soprattutto per la diversità e il forte coinvolgimento delle persone nel corteo. Hanno risposto alla convocazione dei familiari delle vittime e degli studenti scomparsi centinaia di organizzazioni della società civile, tra cui il Movimento per la Pace e l’FPDT (Frente de los Pueblos en Defensa de la Tierra di Atenco), che sono scese in piazza con lo slogan “Ayotzinapa, Tod@s a las calles” mentre su Twitter e Facebook gli hashtag di riferimento erano  #AyotzinapaSomosTodos e #CompartimosElDolor, condividiamo il dolore.

Ayotzinapa resiste cartelloNel Messico della narcoguerra le mattanze si ripetono ogni settimana, da anni, e così pure si riproducono le dinamiche criminali che distruggono il tessuto sociale e la convivenza civile. Solo che ultimamente non se ne parla quasi più. I mass media internazionali e buona parte di quelli messicani hanno semplicemente smesso d’interessarsi della questione, seguendo le indicazioni dell’Esecutivo.

La strage di Iguala e il caso Ayotzinapa stanno facendo breccia nella cortina di fumo e silenzio alzata dal nuovo governo e dai mezzi di comunicazione perché mostrano in modo contundente, crudele e diretto la collusione della polizia, dei militari e delle autorità politiche a tutti i livelli con la delinquenza organizzata. Sono i sintomi della graduale metamorfosi dello stato in “stato fallito” e “narco-stato”. Disseppelliscono il marciume nascosto nella terra, nelle sue fosse e nelle coscienze, nei palazzi e nelle procure. Smascherano la violenza istituzionale contro il dissenso politico e sociale, aprono le vene della narco-politica ed evidenziano omertà e complicità del potere locale, regionale e nazionale. Per questo Iguala e le sue vittime fanno ancora più male.

[Questo testo fa parte del progetto NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga]

P.S. Mentre stavo per pubblicare quest’articolo, il governo messicano, attaccato da tutti fronti per la strage di Iguala e i desaparecidos di Ayotzinapa, ha annunciato la cattura di Vicente Carrillo, capo del cartello di Juárez. Un altro colpo a effetto al momento giusto per distrarre l’opinione pubblica, ricevere i complimenti della DEA (Drug Enforcement Administration) e provare a smorzare gli effetti dell’indignazione mondiale. A che serve catturare un boss importante se continuano comunque le mattanze come a Iguala e tutto resta come prima?

Galleria fotografica della manifestazione a Città del Messico: LINK

Video Cori e Sequenze del Corteo: LINK

Reseña de Zetas. La franquicia criminal de Ricardo Ravelo

La organización del crimen

Fabrizio Lorusso – Jornada Semanal 08/06/14


Zetas. La franquicia criminal,
Ricardo Ravelo,
Ediciones B,
México, 2013.


En el sexenio de Felipe Calderón se consolidaron dos organizaciones del narcotráfico en México: el Cártel de Sinaloa y los Zetas, que han propagado geográficamente sus operaciones a más de cincuenta y de treinta naciones, respectivamente.

A esta expansión territorial sin precedentes ha correspondido una gradual diversificación de las actividades delictivas que, en el caso de los Zetas, incluyen ya unas veinticuatro tipologías de crímenes. El tráfico de estupefacientes ya no es el negocio principal, pues de Guatemala a Veracruz, de la frontera chica a Yucatán, este grupo se dedica al secuestro, al cobro del derecho de piso, al robo de gasolina, al tráfico de armas y personas, al contrabando, a la piratería y a la trata.

El periodista Ricardo Ravelo nos lleva a las entrañas del universo Zeta, una “franquicia criminal” que ha replicado su modelo delincuencial y de business capilarmente, propiciando la reproducción de células criminales que ostentan su propia “marca Z” y difunden el terror, sellado con la última letra del alfabeto. En sus orígenes, los Zetas fueron efectivos de élite del Ejército Mexicano que, en los años noventa, desertaron y formaron el brazo armado del cártel del Golfo, liderado por Osiel Cárdenas. Después de la extradición del capo a Estados Unidos, en 2007, empezaron a independizarse. El autor nos relata hechos, tramas y motivos de esta fase y de la sucesiva guerra que protagonizaron estos grupos, antes aliados, sobre todo en Tamaulipas, Nuevo León y Veracruz.

Ravelo, quien actualmente dirige la revista Variopinto, fue reportero para Proceso durante doce años y es autor de siete libros sobre el crimen organizado, el narcotráfico y la (in)seguridad en México, entre los cuales destacan NarcoMex. Historia e historia de una guerra (Vintage Books, 2011), Los narcoabogados (Grijalbo, 2006) y Osiel. Vida y tragedia de un capo (Grijalbo, 2008).

En el prólogo, el experto de narcotráfico y seguridad Edgardo Buscaglia cita los puntos de fuerza de los cárteles mexicanos: sus estructuras organizacionales y dimensiones, sus brazos armados y sus franquicias económicas criminales. Esto les da ventajas “competitivas” frente al Estado y a la economía legal, y les permite llenar todos los vacíos de poder, prefigurando así los rasgos de un Estado fallido que va convirtiéndose en Estado mafioso, al estilo de Rusia.

Ravelo aterriza estos conceptos en la realidad cotidiana. En este libro de periodismo narrativo hay reportajes que pintan cuadros vívidos e impactantes de la historia del grupo delictivo más sanguinario del país y de sus recientes hazañas criminales. Al mismo tiempo se indican connivencias y responsabilidades políticas a todos los niveles, de modo que la crítica a las complicidades u omisiones de la autoridad pasa por los escándalos de los narcogobernadores, así como por la renuencia del Estado a combatir el músculo financiero de los cárteles. Frente a este panorama, descrito con una narración que cautiva, el autor trata de desentrañar los misterios sobre la muerte de Heriberto Lazcano el Lazca, cuyo cadáver fue “más rápido que la policía” y desapareció, y las dudas sobre la captura “tersa”, quizás pactada, de Miguel Ángel Treviño Morales, el Z-40. Lo cierto es que, como queda claro tras la lectura de este libro, cada cabeza cortada vuelve a brotar, y los Zetas y sus franquicias siguen allí.