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Messico: Florence Cassez resta in prigione

Di Fabrizio LorussoSu Carmilla abbiamo trattato in dettaglio il caso di Florence Cassez, cittadina francese condannata a 60 anni di carcere in Messico per rapimento che, per ora, resterà in prigione (cronologia I parte  II parte), dopo che i magistrati della Corte Suprema messicana hanno bocciato il 21 marzo il ricorso per la revisione del suo appello. L’avvocato Agustín Acosta aveva appellato alla Corte, che di solito s’esprime su questioni costituzionali, un anno fa. La settimana scorsa il giudice Zaldivar della prima sala della Corte, specializzata in materia penale, aveva presentato una proposta che chiedeva la libertà della francese per le violazioni al principio del giusto processo e il mancato rispetto dei diritti consolari da parte delle autorità al momento della cattura. I voti dei giudici sono stati due a favore e tre contro. Nello specifico si trattava di approvare o rifiutare la revisione dell’appello che nel 2011 Florence aveva perso in un tribunale ordinario. In quell’occasione il nazionalismo francese e il messicano si scontrarono duramente fino ad arrivare alla cancellazione dell’anno del Messico in Francia, un evento culturale importantissimo. Oggi, in piena campagna elettorale oltralpe e all’inizio di quella messicana (ufficialmente il primo aprile), la situazione non è cambiata e non c’erano le condizioni per una decisione serena della Corte. Il caso, comunque, non è chiuso.

Rivediamo in sintesi gli eventi. La francese fu arrestata l’8 dicembre 2005 con il suo ex fidanzato Israel Vallarta, accusato di essere il capo della banda di rapitori Los Zodiaco a Città del Messico e tuttora in attesa di giudizio. I due restarono isolati e detenuti illegalmente per 24 ore. Lui veniva torturato per confessare e lei restava in una camionetta in attesa della liberazione, ignara di quello che l’attendeva.

Il 9 dicembre gli ostaggi e i presunti delinquenti furono costretti dalla polizia a creare una messinscena della cattura per compiacere le TV nazionali e la propaganda governativa, bisognosa di mostrare risultati al paese contro uno dei crimini più sentiti dalla società e in costante crescita: il sequestro di persona.

L’allora responsabile della polizia AFI (una specie di FBI azteca), Genaro García Luna, dovette riconoscere il montaggio pochi mesi dopo, quando Cassez lo accusò in diretta TV. Ciononostante dal 2006 García Luna è Ministro della Sicurezza nel governo conservatore di Felipe Calderón e artefice della guerra al narcotraffico che ha causato 60.000 morti.

Nel 2009 arrivò la sentenza definitiva contro la francese, ma l’impianto probatorio fu alterato dagli abusi delle autorità dalla cattura in poi. Molte piste credibili furono ignorate e ci si concentrò sull’incriminazione di una straniera, dal potenziale mediatico enorme, e legata a Vallarta. Ingredienti esplosivi per i media, per l’opinione pubblica alla loro mercé e per la politica che piano piano s’è infiltrata, ha manipolato, ha distorto realtà, prove e procedure per arrivare a un risultato: la colpevolezza di Florence Cassez.

Mercoledì scorso la Corte ha riconosciuto queste gravi violazioni, ma non ha ritenuto che la libertà immediata fosse la decisione adatta. Quindi la giudice Olga Sánchez, che ha votato a favore della libertà per Florence insieme a Zaldivar, redigerà un nuovo progetto di revisione che sarà votato nei prossimi mesi e potrebbe aprire a una futura revisione del processo depurato degli elementi “inquinati”. Sarebbe una “terza via” tra la conferma della sentenza di condanna e la libertà assoluta che forse farebbe contenti tutti gli attori politici e sociali coinvolti. La sfida per il Messico è epocale e forse è un aspetto poco compreso, almeno fino a poche settimane fa, anche qui oltreoceano. Si sta per definire se il paese riesce a fissare dei paletti etici e giuridici chiari e se riesce a spezzare il circolo vizioso e gli stereotipi che lo dipingono come “eternamente adolescente”, con istituzioni, persone, regole, stili di vita che “non vogliono crescere”, per cui con l’inganno si va avanti, sempre e comunque.

L’opinione pubblica è divisa tra il “castigo ad ogni costo e con ogni mezzo”, sotteso alla strategia anti-narcos attuale, e la “giustizia”, il rispetto dello stato di diritto per cui la presunzione d’innocenza cade solo dopo un processo completamente regolare. Per capirci di più, riprendo e amplio alcune parte dell’intervento pubblicato sul mio blog qualche giorno fa.
La posta in gioco non era quella di stabilire l’innocenza o no (e se non si riesce a farlo con processi regolari vige la presunzione d’innocenza quindi Florence, se il processo prima o poi sarà annullato o da rifare, tornerebbe a essere pienamente innocente o “presunta innocente”). Qui si tratta di un processo palesemente viziato all’origine e anche nelle fasi successive.

Se la Corte avesse deciso per la libertà di Florence o per il rifacimento del processo eliminando le prove manipolate (tra cui includo alcune testimonianze degli ostaggi che in altre sentenze del 2011 che hanno scagionato presunti membri della stessa banda non sono state considerate come prove valide, secondo quanto rivelato dalla giornalista francese Leonore Mahieux proprio in questi giorni), avrebbe stabilito un principio di giustizia più deciso e chiaro: la polizia e il potere non possono fare quel che vogliono (sembra scontato ma non lo è, mai), violando diritti e procedure, garanzie individuali e collettive con la scusa della guerra al narcotraffico o dell’emergenza rapimenti o di qualunque “priorità”, vera o fittizia, che venga creata in quel momento. Probabilmente lo farà in un’altra sessione, con un altro progetto di revisione dell’appello e – speculo – dopo le elezioni presidenziali del primo luglio.
Ma questa decisione avrebbe sfidato il potere politico e una parte dell’opinione pubblica, ancora influenzata dalla falsa contrapposizione Messico-Francia e da nazionalismi inventati che contrappongono i due paesi, ma che non c’entrano nulla con il caso in sé.

Si sarebbe messo in scacco il Ministro Garcia Luna, che presto verrà denunciato per gli abusi commessi dagli avvocati francesi di Cassez, lo stesso presidente e tutta la loro strategia di lotta alla criminalità organizzata, basata sulla repressione militare, sull’attacco ai cartelli di narcos, senza alternative sociali, lavorative e comunitarie per la popolazione che o emigra o delinque o vive in povertà in certe zone. Anche la giornalista messicana Carmen Aristegui nel suo programma radio MVS Noticias ha cominciato a chiedersi se Garcia Luna non debba per lo meno dimettersi. Un giudice della Suprema Corte, Pardo, ha chiesto, senza fare nomi, che i responsabili vengano indagati mentre alcuni famosi penalisti hanno esplicitamente parlato del Ministro.

Quando sei vittima di un delitto in Messico, spesso lo sei tre volte: una, per il delitto stesso; due, per colpa delle autorità che spesso ti trattano come un delinquente o come un colpevole se denunci; tre, quando i processi, i testimoni e le prove sono corrotte si degenera verso la cosiddetta “fabbrica dei colpevoli” pur d’incriminare qualcuno, quindi molti innocenti finiscono dietro le sbarre e i veri colpevoli restano fuori, con il pericolo per le vittime che ne deriva. E se poi i veri colpevoli sono in qualche modo collusi con l’autorità o protetti dai poteri forti, ecco che si complica ancor di più la situazione delle “3 volte vittime”.
Una decisione della Corte favorevole a Cassez in quest’epoca pre-elettorale sarebbe rischiosa, forse anche per questo è prevalsa una linea attendista.
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La candidata del PAN (Partido Accion Nacional, di destra, da cui proviene il presidente Felipe Calderon) alle comunali di Città del Messico, un bastione delle sinistre, è Isabel Miranda de Wallace, un’attivista sociale che lotta contro i sequestri di persona, amica del presidente, di Garcia Luna e di altri personaggi legati al caso Cassez, che dal 2005 s’oppone alla liberazione di Florence e difende le vittime di quel caso a spada tratta e in modo evidentemente interessato. Invece il PRD, partito di sinistra al governo della capitale, s’è mantenuto, anche se cautamente, dalla parte del giudice Zaldivar.

Le battaglie di Wallace, che le sono valse la candidatura, si legano alla strategia presidenziale di militarizzazione e della mano dura, alla giustizia e al castigo ottenuti e rivendicati ad ogni costo e con ogni mezzo, per cui si sostiene che il processo è stato regolare e, nel frattempo, si sfrutta la situazione attuale per intervenire, tornando prepotentemente sui media, con una buona campagna elettorale gratuita. C’è una scarsissima attenzione a cosa succede dopo un’operazione di polizia o dopo la cattura dei presunti colpevoli, quindi allo stato di diritto, ai diritti umani, alla giustizia, ai processi, al carcere, insomma a tutto quello più serve per definirsi un paese democratico minimamente civile.

Il caso Cassez è diventato emblematico per la giustizia messicana: è possibile arrestare 1000 delinquenti (presunti), ma se poi si fabbricano i colpevoli, non si sanno processare, non si sanno fare le indagini o non ci sono i mezzi e le competenze sufficienti, oppure si corrompono i PM e i giudici, si fanno pressioni politiche, si lasciano in libertà i veri criminali, c’è corruzione a tutti i livelli, beh, ma a cosa serve usare i militari e la guerra e fare show televisivi con catture e sequestri di carichi di droga? Ad ogni modo non cambia nulla e l’insicurezza, altra faccia dell’impunità che sfiora il 98% in Messico, resta lì. I veri carnefici sono fuori, i falsi colpevoli, a volte, restano dentro anni e decenni.

La decisione che ci si aspettava e che è stata rinviata dalla Corte dovrebbe costituire una svolta per uscire da questo stato di incertezza giuridica e istituzionale, da questo incubo che, a parte Florence Cassez, coinvolge anche migliaia di cittadini imprigionati che non hanno nemmeno la possibilità e le risorse per protestare e portare il proprio caso fino alla Suprema Corte o sui giornali. Un incubo in cui è possibile corrompere, burlarsi dell’opinione pubblica, scherzare sempre, rubare ma sorridendo, ingannare la legge e tutto per fare i propri interessi e passare indenni, anzi essere promossi, fare carriera e aumentare il proprio potere (e quindi la capacità di fare i propri comodi). Credo che anche in Italia ne sappiamo qualcosa.

Aggiornamenti e sintesi in spagnolo:

Decisione della Corte e reazioni
http://www.sinembargo.mx/21-03-2012/187068
http://www.sinembargo.mx/21-03-2012/186912
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/002n1pol

La Procura non si cura dei diritti degli imputati
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/005n2pol

Circo mediatico
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/003n1pol
Giustizia impresentabile
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/opinion/002a1edi

Suprema Corte invita il presidente a non intromettersi
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/005n1pol

Il Messico al bivio: Florence Cassez

Il Messico sta vivendo un momento storico. Le elezioni presidenziali si terranno tra meno di 4 mesi e i giochi sono cominciati tra i tre principali candidati: Enrique Peña Nieto dell’ex partito egemonico al potere durante 70 anni (il PRI=Partido revolucionario institucional); Andres Manuel Lopez Obrador, delle sinistre PRD (Partido revolucion democratica) con PT (Partido del trabajo, del lavoro!) e Convergencia; Josefina Vazquez Mota, del PAN (Partido accion nacional), partito di destra al potere attualmente e da 11 anni con i presidenti Vicente Fox fino al 2006 e Felipe Calderon ancora per qualche mese).

Ma c’è un altro elemento molto importante per la vita politica e sociale messicana, soprattutto per definire la situazione della sua giustizia, spesso questionabile e , e del suo stato di diritto.

Credo sia un momento epocale per definire se il paese prova a stabilire dei paletti etici e giuridici chiari e se riesce a spezzare il circolo vizioso e gli stereotipi che lo dipingono como una nazione “eternamente adolescente”, con istituzioni, persone, regole, stili di vita che “non vogliono crescere”. La posta in gioco è alta: vediamo perché.

Florence Cassez è una cittadina francese in carcere per sequestro di persona e delinquenza organizzata (arrestata insieme al suo ex ragazzo, Israel Vallarta, che non è ancora stato processato dopo 6 anni), sentenziata in ultimo grado di giudizio a 60 anni di prigione. E’ però anche la vittima comprovata di un montaggio TV in cui si riprodusse, nel dicembre 2005, la sua cattura, con gli ostaggi, la polizia e i giornalisti che si prestarono a questa farsa incredibile viziando tutto il processo successivo e anche il pensiero dell’opinione pubblica. Tutti hanno fatto gli attori per ricostruire ex novo la scena del delitto e far vedere come il governo stava compiendo il suo dovere.

Tutto il processo è stato irregolare in numerosi aspetti, non solo a causa del depistaggio mediatico iniziale: uso della tortura e dell’estorsione, assenza di prove salvo le testimonianze, spesso contraddittorie e più volte rettificate in corrispondenza di vicende esterne, da parte di tre ostaggi-testimoni, infine pressioni politiche indebite. Insomma non è vero che Florence è colpevole oltre ogni ragionevole dubbio, nonostante le sentenze.

Il caso è molto complicato (leggi qui la nota uscita su L’Unità e qui la cronologia completa del caso), ma quel che è certo è che in questi anni s’è violata palesemente la presunzione di innocenza della francese, oltre a non rispettare, in una fase iniziale almeno, i suoi diritti come straniera, da una parte, e come residente in questo paese, dall’altra.

E’ un caso messicano di “fabbrica dei colpevoli”, (e me ne sono convinto lentamente ma in modo deciso, analizzando e ricercando) un termine tristemente noto a queste latitudini dato che la giustizia semplicemente non funziona, non molto spesso almeno. Mercoledì prossimo, il 21, la Suprema Corte di giustizia messicana, che funziona da giudice costituzionale, deve decidere se rimettere in libertà Florence Cassez annullando le sentenze contro di lei e ristabilendo la sua presunzione di innocenza per le violazioni fatte dall’autorità (a vari livelli) al principio costituzionale del giusto processo.

Le radio e le TV ne parlano tutti i giorni, il caso ha avuto negli anni (soprattutto dopo la sentenza definitiva del 2009) un’enorme risonanza internazionale ma anche tante strumentalizzazionipolitiche da parte di due presidenti, Calderon e Nicolas Sarkozy (entrambi in periodo elettorale nei loro paesi), da parte degli attori sociali locali che difendono le vittime dei delitti e dei rapimenti nello specifico e da parte dei giornalisti di tanti paesi. Ormai anche la stampa conservatrice, che prima era avversa alla liberazione di Cassez, ha cambiato le sue opinioni in proposito.

Come mai? La posta in gioco non è stabilire l’innocenza o no (e se non si riesce a farlo con processi regolari vige la presunzione d’innocenza quindi Florence, se il processo viene annullato, tornerebbe a essere pienamente innocente). Si tratta di cancellare un processo palesemente viziato all’origine e anche nelle fasi successive.

Se la Corte decidesse in questo senso, stabilirebbe un principio di giustizia più deciso e chiaro: la polizia e il potere non possono fare quel che vogliono (sembra scontato ma non lo è, mai),violando diritti e procedure, garanzie individuali e collettive con la scusa della guerra al narcotraffico o dell’emergenza rapimenti o di qualunque “priorità”, vera o fittizia, che venga creata in quel momento.

Siffatta decisione sfiderebbe il potere politico e una parte dell’opinione pubblica, ancora influenzata dalla falsa contrapposizione Messico-Francia e da nazionalismi inventati che contrappongono i due paesi, ma che non c’entrano nulla con il caso in séMetterebbe in scacco il Ministro Garcia Luna, lo stesso presidente e tutta la loro strategia di lotta alla criminalità organizzata, basata sulla repressione militare, sull’attacco ai cartelli di narcos, senza alternative sociali, lavorative e comunitarie per la popolazione che o emigra o delinque o vive in povertà in certe zone. C’è  una scarsa attenzione a cosa succede dopo l’operazione di polizia o dopo la cattura dei presunti colpevoli, quindi allo stato di diritto, ai diritti umani, alla giustizia, ai processi, al carcere, insomma a tutto quello più serve per essere un paese democratico minimamente civile.

Il caso Cassez è diventato emblematico per la giustizia messicana: è possibile arrestare 1000 delinquenti (presunti), ma se poi si fabbricano la metà dei colpevoli, non si sanno processare, non si sanno fare le indagini, si corrompono i PM e i giudici, si fanno pressioni politiche, si lasciano in libertà i veri criminali, c’è corruzione a tutti i livelli, beh, ma a cosa serve usare i militari e la guerra e fare show televisivi con catture e sequestri di carichi di droga? Ad ogni modo non cambia nulla e l’insicurezza, altra faccia dell’impunità, resta. I veri carnefici sono fuori, i falsi colpevoli, a volte, restano dentro anni e decenni, e le vittime sono vittime due volte.

Aspettiamo la decisione della Corte per vedere se si esce da questo stato di incertezza giuridica e istituzionale, da questo incubo che, a parte Florence, coinvolge anche migliaia di cittadini imprigionati che non hanno nemmeno la possibilità e le risorse per protestare e portare il proprio caso fino alla Suprema Corte o in TV. Un incubo in cui è possibile corrompere, burlarsi dell’opinione pubblica, scherzare sempre, rubare ma sorridendo, ingannare la legge e tutto per fare i propri interessi e passare indenni, anzi essere promossi e aumentare il proprio potere (e quindi la capacità di fare i propri comodi) come quando a scuola si va avanti solo copiando.

Due video-interviste di analisi per chi parla lo spagnolo: PARTE 1PARTE 2

Ministero Messicano della Pubblica Insicurezza


I due articoli che presento di seguito sono stati pubblicati con alcune modifiche sul quotidiano L’Unità del 15 e del 19 febbraio scorsi e sono legati da un filo rosso (sangue), la figura del controverso Ministro della Pubblica Sicurezza messicano (SSP=Secretaría de Seguridad Pública) ed ex direttore della Agencia Federal de Investigaciones o AFI (una specie di FBI messicana), Genaro García Luna. I due testi non hanno la pretesa di esaurire i casi e le storie cui sono stati dedicati interi libri e reportage estesi in tutto il mondo. Il primo tratta la fuga dal carcere del narco-boss del cartello di Sinaloa, Joaquín “El Chapo” Guzmán il più potente e ricco del pianeta, nel 2001 grazie alla connivenza delle autorità. Si danno alcuni spunti utili anche per capire meglio i tragici fatti di questi giorni: la fuga di 30 detenuti, probabilmente appartenenti al cartello di narcos degli Zetas, dalla prigione di Apodaca della città settentrionale di Monterrey resa possibile dalla corruzione dei secondini del reclusorio e dalla mattanza provocata da questi per coprire i fuggiaschi. Risultato: la morte di 44 prigionieri del cartello rivale, quello del Golfo. Per far scappare 30 Zetas, le autorità, i secondini corrotti, la polizia, i narcos provocano una mega rissa che fa morire altri 44 uomini. Donne, famiglie, bambini e amici fuori dal reclusorio chiedono oggi giustizia, informazioni, notizie ma forse non le otterranno mai. Torniamo a Garcia Luna. E’ uno degli artefici della strategia di Felipe Calderón, il presidente, che sostanzialmente consiste nella militarizzazione di mezzo paese e nellaguerra al narcotraffico che, secondo alcune fonti, ha ormai provocato 60mila morti dal 2007 ad oggi. Altri “artefici” della narcoguerra, i ministri degli interni Juan Camilo Mouriño e Francisco Blake Mora, sono deceduti in seguito a due misteriosi incidenti con i loro “elicotteri di Stato” nel 2008 e nel 2011 rispettivamente. Sopra potete vedere la promo-foto de “El Equipo” (La Squadra), una serie TV che è stata commissionata dal Ministero della Sicurezza alla compagnia TeleVisa nel 2010 per ripulire l’immagine della polizia e oliare i meccanismi della propaganda, ma dopo la terza puntata è stata sospesa. Spesso, ed è quanto successo con la francese Florence Cassez (nel secondo articolo), le storie di alcuni casi giudiziari sono così surreali da superare qualunque fiction televisiva.

IL CAPO DEI CAPI

Il narcotrafficante messicano Joaquín Guzmán Loera, 54 anni, noto come El Chapo, ha festeggiato in gennaio una ricorrenza speciale, forse più importante del suo compleanno: la fuga dal carcere di massima sicurezza di Puente Grande, nello stato settentrionale di Jalisco, avvenuta il 19 gennaio 2001.

In prigione Guzmán godeva di privilegi d’ogni tipo, poteva fare festini con prostitute, droga e bevande alcoliche e integrava generosamente la busta paga dei funzionari del penitenziario con migliaia di dollari. Non fu quindi difficile per lui nascondersi in un carrello della lavanderia ed evadere mentre i dirigenti dell’istituto chiudevano un occhio o due, accecati dalla corruzione e dal potere del boss.

Da quel momento il leader del Cartello di Sinaloa, operante nelle regioni bagnate dal Pacifico messicano, ha conosciuto una vera e propria rinascita e un’enorme espansione dei suoi affari. Sembrava spacciato, imprigionato dal 1993, ma in pochi anni è entrato nella lista delle persone più influenti del pianeta secondo la rivista Forbes che stima la sua fortuna in un miliardo di dollari. La sua organizzazione controlla il 65% del mercato statunitense di cocaina e droghe sintetiche.

Dopo la morte di Bin Laden la DEA, l’agenzia antidroga USA, lo considera il criminale più pericoloso al mondo, più potente del mitico colombiano Pablo Escobar negli anni ottanta, e ha fissato una taglia di 50 milioni di dollari.

In 8 anni di prigione il capo ha tessuto relazioni fondamentali che, una volta tornato in libertà, ha trasformato in alleanze strategiche. E’ riuscito a consolidare una federazione di cartelli della droga con ramificazioni in Colombia, Europa e USA grazie all’associazione con i boss Ismael “El Mayo” Zambada e Juan José Esparragoza, El Azul. La loro influenza s’è estesa nell’ultimo decennio da 5 a 17 stati del Messico e ha superato quella del cartello degli Zetas, formato da ex militari e particolarmente attivo dal Nord-Est del paese al Guatemala.

Il figlio de El Mayo, “Vicentillo”, in carcere in attesa di giudizio per narcotraffico negli Stati Uniti, ha rivelato attraverso i suoi avvocati difensori il patto segreto della DEA, il dipartimento antidroga americano, e il Chapo secondo cui dal 1998 il Cartello di Sinaloa avrebbe goduto di un buon grado d’immunità negli USA in cambio di informazioni sui cartelli rivali.

Dal 2006, ultimo anno di presidenza del conservatore Vicente Fox, l’organizzazione del Chapo s’è consolidata a scapito dei rivali del Cartello di Tijuana, del Golfo e di Ciudad Juárez che, pur non scomparendo, si sono dovuti piegare di fronte alla supremazia della federazione di Sinaloa e all’avanzata di oltre 20.000 soldati messi in campo dal successore e compagno di partito di Fox, l’attuale presidente Felipe Calderón.

Nel contesto attuale della “guerra al narcotraffico”, con l’esplosione della violenza, oltre 50.000 morti in 5 anni e 16.000 desaparecidos, la giornalista messicana Anabel Hernández ha rivelato nelle sue inchieste le complicità tra narcos e politici. Infatti, nonostante gli spot in radio e TV annuncino una “lotta senza distinzioni”, condotta dalle autorità contro i narcos, sono sempre più numerose le voci che, invece, denunciano la relativa “preferenza” governativa per il gruppo del Chapo.

Le reti di connivenza, impunità e corruzione vedrebbero coinvolti direttamente gli alti ranghi della polizia e persino il braccio destro del presidente, il controverso Ministro della Sicurezza Genaro García Luna, indicato come il massimo referente di Joaquín Guzmán e il “Mayo” Zambada nel cuore dello Stato.

In vista delle elezioni parlamentari e presidenziali del luglio prossimo, un’eventuale cattura di Guzmán potrebbe rappresentare l’ultima speranza d’invertire il calo nei consensi del partito di Calderón, Acción Nacional, e di puntellare al fotofinish la sua controversa strategia di sicurezza nazionale.

FLORENCE CASSEZ

Florence Cassez è una cittadina francese, reclusa in una prigione di Città del Messico dal dicembre 2005 e condannata a 60 anni per sequestro di persona. La sua storia è poco nota in Italia, ma da anni polarizza l’opinione pubblica in Francia e in Messico, due paesi che vivono un momento di fortissima tensione diplomatica e politica.

Da entrambe le sponde dell’Atlantico il “caso Cassez” è diventato emblematico per i mass media per cui anche personaggi in vista come Alain Delon e Carla Bruni, politici come il presidente Nicolas Sarkozy e attivisti come la franco-colombiana Ingrid Betancourt la sostengono.

Tutto inizia il 9 dicembre 2005 con un montaggio televisivo. Le due principali reti nazionali, Tv Azteca e TeleVisa, trasmettono in diretta la scena di una cattura: due presunti rapitori della banda “Los Zodiaco” di Città del Messico, sorpresi in una casupola del ranch “Las Chinitas”, sono arrestati da uomini dell’Agenzia Federale per le Indagini o AFI, una specie di FBI messicana, e tre ostaggi sono liberati in diretta.

Florence è ripresa mentre giace a terra, semicoperta da un lenzuolo, e risponde alle domande dei cronisti: “non ne sapevo nulla, non ho niente a che vedere”. Lei e il suo ex ragazzo, il locatario del ranch Israel Vallarta, diventano subito per milioni di telespettatori i responsabili di uno dei crimini più odiati e in crescita nella società messicana: il rapimento.

Sia i media che la polizia, con il suo capo García Luna, oggi Ministro della Sicurezza nel governo del conservatore Felipe Calderón, mettono a segno un colpo propagandistico diventando i “paladini della giustizia”.

Gli ostaggi, Cristina Ríos e suo figlio Christian, sono interrogati subito dopo la liberazione e non rivelano la presenza di una donna tra i criminali. Florence Cassez dichiara di essere stata fermata e rinchiusa in una jeep per quasi 24 ore prima di essere condotta con la forza sul luogo della messinscena. Invece Vallarta è torturato e obbligato a dichiararsi colpevole.

Il terzo ostaggio, Ezequiel Elizalde, rende una testimonianza in cui menziona alcuni tratti riconducibili alla francese, come i capelli o il tono della voce, ma senza riconoscerla. Nei mesi seguenti le incoerenze nelle sue dichiarazioni aumentano facendo pensare a una manipolazione esterna.

Nel febbraio 2006 Florence Cassez riesce a intervenire in un programma TV e dalla prigione grida la sua innocenza spiegando come la sua cattura e la liberazione degli ostaggi siano state parte di un montaggio. García Luna, ospite della trasmissione, è sbeffeggiato in diretta.

A pochi giorni dall’intervento pubblico di Cassez, gli ostaggi vengono richiamati varie volte negli uffici della polizia, poi si trasferiscono negli Stati Uniti e da lì cambiano le loro deposizioni incriminando direttamente la francese.

Solo in base a queste testimonianze nel 2008 Cassez è condannata a 96 anni di prigione e nel 2009 in appello ottiene “uno sconto” a 60. Per puntellare mediaticamente una sentenza discutibile, David Orozco, un altro presunto membro dei Los Zodiaco, accusa Cassez di esserne il capo, ma poi ritratta e si scopre che la polizia l’aveva torturato.

Dopo la sentenza in primo grado Sarkozy, chiamato in causa dalla famiglia Cassez e alcuni media francesi, ha fatto di questo caaso un cavallo di battaglia per conquistare consensi in patria, anche se in terra azteca i suoi interventi hanno provocato tensioni nazionalistiche e scontri diplomatici a ripetizione.

Il processo e le sentenze sono viziate da abusi, montaggi, torture, manipolazioni e falsi clamorosi, ma nulla è stato fatto per correggere la situazione. In quanto rappresentativo di una realtà vissuta da migliaia di messicani in carcere e nei tribunali, il caso Cassez mette in discussione l’intero sistema di giustizia e la strategia di “guerra al narcotraffico” del presidente Calderón che s’è affidato all’esercito e al controverso ministro Garcia Luna, collegato al Cartello di narcos di Sinaloa secondo molte indagini giornalistiche recenti.

Il 2011 doveva essere “l’anno del Messico in Francia”, un’iniziativa ricca di eventi culturali spalmati sui dodici mesi: Sarkozy aveva deciso di dedicarlo alla Cassez innestando la reazione feroce del governo messicano che in marzo ha cancellato tutte le attività previste da lì in avanti.

Cassez è ora in attesa di una sentenza della Corte Suprema che potrebbe liberarla, se si stabilisse la violazione del principio costituzionale del “giusto processo”, oppure confermare la pena detentiva. In questo caso resterebbero solo opzioni politiche o ricorsi internazionali alle Corte de L’Aia e alla Interamericana per i Diritti dell’Uomo.

Per una parte dell’opinione pubblica Florence resta una “spietata rapitrice”. Molti conoscitori del caso, giornalisti e giuristi, invece, la vedono oggi come una vittima della “fabbrica dei colpevoli”, una macchina burocratica e politica che muove le trame della giustizia messicana, inefficiente ma sempre bisognosa di capri espiatori e risultati da mostrare in un contesto di insicurezza e impunità generalizzate. [Fabrizio Lorusso @Carmilla]

Leggi la cronologia completa del caso su Carmilla: Parte I - Parte II

La Santa Muerte a Radio 3 Rai – Pagina 3

Spiegazione e lettura dall’articolo “Quei dieci milioni di devoti di Santa Muerte”, di Fabrizio Lorusso, L’Unità, p. 42-43 – Sezione cultura del 2 febbraio 2012, all’interno del programma radiofonico Pagina 3 di Radio3. Trasmissione completa: http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-891f5cbc-be1…

Pagina Santa Muerte: http://lamericalatina.net/la-santa-muerte/

CREDITS: a cura di Gianfranco Rossi, in regia Piero Pugliese, in redazione Isabella Carbone

 

Le iene vs Cesare Battisti: l’intervista

Dialogo chiarificatore di 10 minuti de Le Iene con Cesare Battisti dal Brasile, giovedì 2 febbraio 2012, da Le Iene Italia 1.

Vecchia Intervista del 19/03/2007: video.mediaset.it/video/iene/puntata_interviste/14740/intervista-a-cesare-battisti.html

Dubbi e Domande. Link: carmillaonline.com/archives/cat_il_caso_battisti.html

 

Italia y la caída de Berlusconi – Jornada Semanal

Fabrizio Lorusso - http://www.jornada.unam.mx/2012/02/05/sem-fabrizio.html 

Roma, otoño de 2011, frío en el palacio, calor en las plazas. El Caimán, un apodo del ex Jefe de Gobierno italiano, Silvio Berlusconi, acuñado por el cineasta Nanni Moretti, se ahogó en un charco de escándalos y desmanes, tras casi veinte años en la escena. Hace falta citar las palabras del que muchos definieron como el “dueño de Italia”, patriarca de la economía y de la política. El Cavaliere, hoy sin más corceles y con su séquito diezmado, pareció elegir, por ahora, una salida del poder, tras caer de su silla dorada.

“Ya presenté mi renuncia al cargo de primer ministro. Lo hice por mi sentido de responsabilidad y del Estado, para evitarle a Italia otro ataque de la especulación financiera, lo hice sin haber perdido jamás el voto de confianza del Parlamento. Es más, hemos tenido muchas veces un voto favorable y mayoritario de las dos Cámaras y todavía contamos con esa mayoría. Permítanme decirlo, fue triste ver que un gesto responsable y, permítanme, generoso, como es la renuncia, haya sido recibido con chiflidos e insultos. Sin embargo, como contrapartida de los centenares de manifestantes que ayer estaban en las plazas, hay millones de italianos quienes saben que hicimos con conciencia todo lo posible para defender a nuestras familias y empresas de la crisis global que afectó a todos los países avanzados, no sólo al nuestro. De todos modos, agradezco a los italianos por su cariño y fuerza que nos dieron para lograr muchos de los objetivos que nos habíamos planteado, ya desde 1994, cuando anuncié mi entrada en escena. Ese día cambió la historia de Italia. Nunca he faltado a ese credo político que pronuncié. Fue y es una declaración de amor para Italia. Dije ‘Italia es el país que amo, aquí tengo mis raíces, esperanzas y horizontes, aquí aprendí de mi padre y de la vida el oficio del empresario, aquí aprendí la pasión por la libertad’, no cambiaría ni una coma de esas palabras.”

Así habló Berlusconi, tras dimitir de primer ministro, el pasado 12 de noviembre. En realidad, sí cambió una que otra coma de esas palabras: Italia ya se ha vuelto “un país de mierda” del que se irá pronto, según sus conversaciones telefónicas del julio de 2011, intervenidas por los jueces y, luego, publicadas. Tanto sus seguidores como los opositores vislumbraron ya el cierre de un ciclo de diecisiete años: una época larga, en el centro de la vida política, social, económica e, inclusive, mundana y oscura de Italia. En el palacio del Quirinale, sede de la Presidencia, el Premier –un cargo de primus inter pares según la Constitución, pero de primus super pares, superior a la ley, según la interpretación berlusconiana de la misma Carta– entregó oficialmente su renuncia al presidente de la República, Giorgio Napolitano. Mientras tanto, la plaza se llenaba de ciudadanos, al grito de “payaso”, “a la cárcel”, y aplaudiendo por la quizás definitiva liberación de una pesadilla mediático-política que, en los ochenta, fue un sueño de éxito, aunque marcado por claroscuros sobre los orígenes de su “fortuna”; en los noventa, un experimento político populista y, finalmente, una comedia ridícula y dañina en la última década.

“A los que festejaron por mi supuesta salida de la escena, quiero decir con claridad que a partir de mañana redoblaré mi compromiso en el Parlamento y en todas las instituciones para renovar a Italia. Viva Italia, viva la libertad.” Pese a esta amenaza final, durante horas en las calles ondearon las banderas tricolores y se destaparon botellas de spumante para festejar la retirada de el Caimán. Sin embargo, la efervescencia del momento dejaría pronto espacio a la angustia. En 2011, la tasa de desempleo juvenil fue del treinta por ciento y, aunque la tasa general fue del 8.4 por ciento, siguen las inequidades: el diez por ciento de la población detenta casi el cincuenta por ciento de la riqueza. El gasto público italiano es casi igual al de los otros países de la Unión (50.5 por ciento del PIB) y su recaudación fiscal algo superior (46 por ciento frente al 44 por ciento), pero Italia derrocha más dinero, hay graves problemas éticos y financieros ligados a la evasión fiscal, a la corrupción, a las mafias y a los delitos de cuello blanco. Además, la economía no ha crecido. ElPIB subió un 0.87 por ciento promedio en los últimos quince años y sólo el 0.2 por ciento en 2001-2010. Esta década perdida dejó una deuda excepcional, equivalente a 120 por ciento del PIB italiano, la octava del mundo y segunda de la zona euro después de Grecia, que registró un 144 por ciento. Sin embargo, la gran diferencia es que Italia representa la tercera economía europea, con un tamaño poblacional como el de Francia y el Reino Unido, por lo que no podría quebrar o dejar de pagar deudas sin arrastrar al abismo a toda la UE, a la mayoría de sus socios en el mundo y al Euro.


Cartel de periferiadesign

La recesión de 2009 y 2010 –que Berlusconi negó rotundamente durante meses, pero que hasta hoy sigue surtiendo sus efectos nefastos– terminó de matar al liderazgo de el Caimán, ya golpeado por escándalos judiciales (juicios por corrupción, fraude fiscal, abuso de autoridad y explotación de la prostitución de menores), políticos (compraventa de votos en el Congreso, cooptación de diputados, aprobación de leyes ajustadas para él mismo llamadas ad personam, conflicto de sus intereses particulares con cargos públicos) y morales (no relevantes penalmente, pero sí para la ética pública del “buen gobernante”). Me refiero a frases pronunciadas públicamente, de mal gusto, misóginas y mesiánicas. “Yo soy el Señor, hay algo divino en ser elegido por la gente” y “Ustedes tienen que volverse misioneros, apóstoles, les explicaré el Evangelio según Forza Italia y según Silvio”, en 1994 y 1995 respectivamente. Hay otras recientes, de 2010: “A las mujeres desempleadas: búsquense a un chico adinerado” y “más vale ser apasionados por las chicas hermosas que gay”, y una de 2006: “Tengo demasiado aprecio hacia la inteligencia de los italianos para creer que hay tantos pendejos que voten contra su propio interés.” Es sólo una escueta selección.

Hoy, la erosión de la credibilidad internacional del sistema-país es evidente. Las leyes pro Berlusconi son incontables: despenalización de la falsificación de balances, condonaciones para evasores fiscales, reducción de términos para la prescripción de varios crímenes, unos decretos salva-Rete4, una de sus televisoras que opera ilegalmente, y tres intentos de crear fueros especiales para altos cargos (incluyendo siempre el de primer ministro), todos declarados ilegítimos por la Corte Constitucional.

Por todo ello, las deudas italianas pesan más. Su monto comenzó a subir vertiginosamente hace treinta años, durante los gobiernos despilfarradores de los demócratas cristianos y su aliado, el socialista Bettino Craxi, quien también fue el referente político del Berlusconi empresario en los ochenta. De la construcción (Edilnord y residenciales Milán 2 y 3 para los VIP) al futbol (equipo del Milán), de las tiendas departamentales (Grupo Standa-Rinascente) a los seguros (Mediolanum), del cine (Medusa Film-Blockbuster Italia) a la Tele (Mediaset) y las editoriales (Grupos Mondadori-Einaudi-Grijalbo), el business man milanés da el gran brinco a la política en 1993. Lo hace para suplir la desaparición de sus aliados en Roma, es decir, de los partidos y personajes sacudidos por las investigaciones de los fiscales de Milán, conocidas como Operación Manos Limpias contra los sobornos. Y lo hace también para protegerse de las tenazas de la justicia que se estaban acercando peligrosamente al núcleo de sus intereses. Así, se resignifica la expresión “conflicto de intereses” para Italia, al juntarse en un mando único el poder político y el económico con todos los perjuicios a la democracia que ello conlleva.

Durante los gobiernos de la coalición de centro-derecha, sobre todo en 2001-2006 y 2008-2011, la ONG Freedom House descalificó a Italia en su informe anual sobre libertad de prensa, al bajarla de país libre a semilibre a causa de “la posibilidad del Premier para influir en la TV pública con un conflicto de intereses entre los más claros del mundo”, lo que hace del bel paese un caso “anómalo en la región por las interferencias gubernamentales, sobre todo para cubrir los escándalos de su presidente”. Y el Caimán responde, en 2006: “La prensa extranjera normalmente es de izquierda y nos presenta de manera distinta de lo que es la realidad.” Hay más: el año pasado el índice sobre percepción de la corrupción fue de los peores en Europa. En fin, parece haberse cumplido una parte sustancial del Plan de Renovación Nacional, antidemocrático y subversivo, que sostuviera la logia P2 de la Masonería de la que Berlusconi era integrante con la matrícula 1816.


En Roma, diciembre de 2009. Foto: Alessandro Di Meo

Tengo treinta y cuatro años. En 1994 tenía diecisiete, es decir la mitad, cuando el hombre que ya estaba entre los más ricos del país y ostentaba el título de Cavaliere del Lavoro, que otorga el Estado a distinguidos empresarios, optó por la “carrera política”. En abril ganó las elecciones, apoyado por una alianza entre partido-empresa Forza Italia, fundado el año anterior, el postfascista Alleanza Nazionale, liderado por Gianfranco Fini, y la formación secesionista y racista de la Liga Norte para la Independencia de la Padania, dominada, hoy como entonces, por el rudo caudillo norteño Umberto Bossi.

Para los que lógicamente no saben qué es la Padania, una nota: según la Lega, se refiere al norte del país, la zona más próspera, que debe su nombre a la llanura padana. Es un territorio difuminado de Turín a Venecia, de Milán a Parma, y sus confines son cambiantes, conforme van variando sus consensos electorales. Se ideó una patria nueva para un supuesto pueblo “céltico, padano y norteño”, distinto del italiano, según los líderes del partido, quienes suelen gritar “la tenemos dura” y “Roma ladrona, la Lega no perdona”, pero no desprecian los cargos en el Parlamento con sede en la capital nacional. Sin duda es posible afirmar que PadaniaIs a State of Mind: o sea, un invento ideológico de una agrupación populista que cosecha votos valiéndose de la xenofobia, el folclor, la repartición de cuotas de poder y el miedo al otro, sea el sureño o el “extracomunitario”. Si bien a nivel nacional jamás ha rebasado el ocho por ciento de las preferencias, en algunas regiones septentrionales mantiene sus feudos con consenso de entre el quince y el veintiocho por ciento. De cualquier forma, en un sistema parlamentario fragmentado como el italiano, son cifras que determinan la sobrevivencia y las líneas políticas de un gobierno.

Ni nueve meses duró el primer ejecutivo de Berlusconi por los berrinches de su aliado Bossi, así que fue reemplazado por Lamberto Dini con un gabinete técnico, es decir, formado por tecnócratas y no por exponentes de partidos. Su naturaleza bipartisan –derecha e izquierda juntos– es, en realidad, necesaria para proteger a los partidos y sus líderes del enorme costo político que ciertas medidas muy impopulares, normalmente de recorte del gasto y aumento de la recaudación, tienen para ellos.

De 1996 a 2001 los gobiernos de Romano Prodi y Massimo D’Alema, de centro-izquierda, lograron el ingreso de Italia en la moneda europea, pero no quisieron frenar al Caimán quien, por una serie de negociaciones políticas, pudo mantener su poder mediático intacto, junto con el conflicto de intereses, para ganar las elecciones de 2001. Los “progresistas” habían perdido la oportunidad de cambiar el statu quoque desgraciadamente persiste hasta la actualidad. El comienzo del segundo mandato de Berlusconi es recordado por la represión contra los manifestantes en Génova durante la cumbre del G8 y por la consiguiente muerte de Carlo Giuliani, el 20 de julio de 2001. Se quiso dar un golpe duro mas no mortal a los movimientos sociales y antagonistas que allí se juntaron, en ese entonces como hoy, indignados y globales, para seguir la pista para “otro mundo posible” trazada desde la insurrección de Seattle en 1999.


Milán, febrero de 2011 Foto: Luca Bruno

Dieciséis años después del ejecutivo de Dini, la historia se repite: en sólo diecisiete días, tras el fin del cuarto gabinete de Berlusconi en noviembre de 2011, el presidente Napolitano nombra al nuevo premier: el economista y ex comisario europeo a la competencia, Mario Monti, quien presenta a las cámaras una ley financiera de emergencia, “lágrimas y sangre”. Entonces se instala un ejecutivo de “responsabilidad nacional”, técnico, con Monti ejerciendo también como secretario de Economía para “salvar a Italia”. Lo votan todos los partidos excepto la Lega, que queda como única fuerza de oposición en el Congreso para tratar de recuperar los consensos perdidos por su apoyo al Caimán, vigente hasta hace poco, en vista de las elecciones a celebrarse en 2012 o 2013. El plan de austeridad de Monti– recortes e impuestos por 20 billones de euros –representa, junto a la anterior ley financiera de Berlusconi (54.5 billones), el reajuste financiero más imponente de la historia italiana.

En 1994, cuando participé en la autogestión y ocupación de mi escuela contra los recortes presupuestarios del gobierno, siendo parte de un movimiento estudiantil que cambiaría mi vida, nunca imaginé que el Caimán duraría tanto en el poder y que sobre él escribiría en 2012. Tampoco pensé, cuando entré a estudiar en la Universidad Bocconi de Milán, que su director, el otoñal profesor Mario Monti, sería, en el futuro, el rector del destino de Italia, justo después del mismo Berlusconi. Irónicos destinos.

Un secreto del éxito de Berlusconi sería de índole cultural y antropológica, ya que él parece reunir varios estereotipos, quizá los más bajos, del italiano promedio. Todos los clichés son máscaras de carnaval, caricaturas exageradas, pero finalmente existen: el futbol, opio de los pueblos modernos; la pinta del trovador con mandolín y los chistes del falso latin lover, la televisión y la burla como reinas, la familia y lamamma como ideales, engañados en la práctica; el machismo y la parranda, la fama elevada a ideología nacional, la leyenda del self made man, tramposo pero exitoso, y el orgullo presumido por ser o haber sido (¿él mismo?, ¿o el país?) el centro de la historia de Occidente. Si bien la mayoría de los italianos no se identifican en este conjunto de “creencias” y clichés, éstos se usan como palancas que conforman estrategias políticas ganadoras.

Sus palabras lo confirman: “Pese a las acusaciones infamantes que la oposición lanza en contra del gobierno, nadie en Europa ha hecho tanto y con resultados tan brillantes”, en 2011, y “Mussolini jamás mató a nadie: a los opositores los mandaba de vacaciones al exilio”, en 2003. Para presentar su himno personal “Menos mal que Silvio está”: “Tengo un complejo de superioridad, así que digo ‘menos mal que Silvio está’, nadie hubiese podido hacer mejor que nosotros”, en 2002. Y recuerden, “el Premier no puede mentir, por definición.” (2006.)


Roma, febrero de 2011

Pese a los clichés, en Italia hubo fenómenos parecidos a los de otras “democracias industriales maduras”: la política hecha espectáculo, la desconfianza popular hacia el sistema y los gobernantes, la crisis del Estado de bienestar, la derrota del salario-trabajo, las utilidades empresariales, el envejecimiento poblacional e institucional, la abdicación de la ética y de la crítica, incluso en la prensa, a favor de la búsqueda de prebendas. Quienes capitalizaran mejor estos factores ganaban, y Berlusconi lo ha hecho a su manera, proponiéndose como continuador de la tradición demócrata cristiana con pinta de liberal y paternalismo absolutista.

El populismo, la maña mediática de Sarkozy y los escándalos de Chirac en Francia, no fueron tan distintos de los de Berlusconi, así como la necedad y las frases celebres de G. W. Bush o de Aznar en España. Pero hay especificidades más marcadas en Italia, por factores como el corporativismo económico, herencia del fascismo, la cultura de la recomendación en detrimento del mérito, las televisoras públicas controladas por los partidos de gobierno y las privadas por el Caimán. La polarización social, incluso dentro de las familias y entre generaciones (los papás protegidos con el viejo sistema frente a los hijos precarios de la globalización), creció. Lo mismo pasó entre los opositores y los partidarios de Berlusconi. Éste aprovechó el vacío que dejó la desaparición de los viejos partidos, así que muchos italianos no lo votaron por una locura colectiva (en los noventa y después), sino que creyeron en una opción que llenaba un hueco en el momento justo y que supo presentarse como creíble. Una izquierda dividida y unas leyes electorales poco equilibradas completaron la obra.


Foto: Der Wanderer

Por otro lado, el suministro lento del berlusconismo al pueblo italiano ha creado más indiferencia, pero también sus anticuerpos, el antiberlusconismo y la reacción de varios sectores: el periodismo, la sociedad civil, la universidad, los movimientos sociales, culturales, políticos, de mujeres y trabajadores, de escritores y actores, los migrantes y excluidos, los precarios y los estudiantes. Un tipo de antiberlusconismo vive de la contraposición, sin ideas propias y creativas, y quizás vaya perdiendo su razón de ser, conforme el caudillo se retire y nos demos cuenta de que los problemas quedan y no dependen sólo de él. Por mucho tiempo la izquierda parlamentaria y sus referentes en la sociedad tuvieron esta postura, aunque ahora parecen despertar. En cambio, por parte de los movimientos, desde los más autónomos e “indignados” hasta los “integrados”, pero críticos y militantes, se propusieron diagnósticos y soluciones distintas a los problemas del país. Las plazas y la gente han estado cada vez más participativas. Quizás ya no sea una minoría y algo se esté moviendo en las demás fuerzas progresistas dentro y, sobre todo, fuera de los palacios del poder. Así fue con el movimiento por el sí en los referendos populares del 12 de junio contra las centrales nucleares, y por el agua pública que registró una aplastante victoria. Las alternativas existen, pero son retos por encarar con reflexiones duras sobre nosotros mismos. 

Messico e Pace: En los zapatos del Otro – Nelle scarpe degli Altri

Iniziativa del Movimento per la Pace insieme agli artisti del Messico – Video diffusione totale! – LINK

México D.F., 31 de enero de 2012 (Cencos).- Con un espectáculo de hora y media, el colectivo El Grito Más Fuerte, en conjunto con el Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad, realizaron el lanzamiento de la Campaña “En Los Zapatos del Otro”, que tiene el propósito de aumentar la sesibilidad que tenemos los y las mexicanas frente a la emergencia nacional que se enfrenta en el país debido al incremento de la violencia.

Campaña ponte En Los Zapatos del Otro, iniciativa del Colectivo El Grito Más Fuerte, dicho colectivo se une al Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad.

DA: http://movimientoporlapaz.mx/