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NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga, libro in uscita il 1 giugno

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga, Prologo di Pino Cacucci – Odoya Edizioni (Bologna, 2015), pp. 412.

NarcoGuerra è un testo giornalistico e narrativo sul Messico e sulla guerra ai cartelli della droga, dichiarata nel 2006 dall’allora presidente Felipe Calderón.

Il bilancio: 100.000 morti, 26.000 desaparecidos, 281.000 rifugiati. A tre anni dall’insediamento di Enrique Peña Nieto la situazione non è sostanzialmente cambiata, ma il discorso ufficiale ha provato a nascondere la violenza, i vuoti di potere e la strategia di militarizzazione del territorio. Ma l’uso della forza occulta debolezza, non dà i risultati sperati.

La notte del 26 settembre 2014, a Iguala, nello stato del Guerrero, quarantatré studenti della scuola normale di Ayotzinapa vengono sequestrati dalla polizia, controllata dal sindaco e dai narco-boss locali, e poi consegnati a dei narcotrafficanti. Desaparecidos. Polizia e narcos collusi: la norma in tante città messicane. La notizia rimbalza, l’indignazione è globale. La piazza grida. Giustizia! Che lo stato ammetta le sue responsabilità. Si riaccendono i riflettori sulla NarcoGuerra, sulle violazioni ai diritti umani, sulla guerra alle droghe come strumento di controllo sociale e delle risorse. La malavita rimane capace di gestire patti e infiltrazioni con la politica e la sua forza sono i mercati internazionali di marijuana, oppiacei, cocaina, droghe sintetiche, armi e persone.

Per capire questa situazione, manifestazione locale di fenomeni globali, il libro esplora la storia e l’attualità dei cartelli, dei boss e del narcotraffico, la war on drugs statunitense, gli elementi della narco-cultura come il culto alla Santa Muerte, i narco-blog e la musica dei narcocorridos, i meccanismi della “fabbrica dei colpevoli”, coi casi della francese Florence Cassez e il prof. indigeno Alberto Patishtán, e l’evoluzione dei movimenti sociali: quello per la Pace del poeta Javier Sicilia, la “primavera messicana” YoSoy132, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, Ayotzinapa, Atenco, Oaxaca, e le autodefensas armate.

I pezzi di questo puzzle messicano sono reportage, interviste, cronache e analisi con una visione critica di quanto vissuto negli ultimi anni in Messico e in altri paesi latinoamericani.

Un narco-glossario finale e una serie di mappe esplicative accompagnano il lettore nel viaggio.

Autore

Fabrizio Lorusso è giornalista freelance, traduttore e professore di storia e politica dell’America Latina alle università UNAM e Iberoamericana di Città del Messico, dove vive da tredici anni. Ha pubblicato i saggi-reportage: La fame di Haiti (con Romina Vinci, 2015) e Santa Muerte. Patrona dell’Umanità (2013), i racconti per le collettanee: Nessuna più. 40 scrittori contro il femminicidio (Elliot, 2013), Re/search Milano. Mappa di una città a pezzi (2015), Pan del Alma (2014) e Sorci Verdi. Storie di ordinario leghismo (2011).

Collabora con vari media tra cui l’inserto Semanal del quotidiano La Jornada, la rivista messicana Variopinto, Il Reportage e Radio Popolare. E’ blogger di Huffington Post e redattore della web-zine Carmilla.

Blog dell’autore: LamericaLatina.Net

Pino Cacucci è un celebre scrittore, sceneggiatore e traduttore. Ha viaggiato molto in America Latina e soprattutto in Messico, dove ha abitato per lunghi periodi. Nel 1992 e nel 1997 ha vinto per ben due volte il prestigioso premio “Pluma de Plata Mexicana” per il miglior reportage straniero sul Messico. È autore di oltre venti romanzi e di molti racconti di viaggio quasi sempre legati al Messico (tra cui Tina, Puerto Escondido, San Isidro Futból, La polvere del Messico, In ogni caso nessun rimorso, Mahahual e l’ultimo uscito Quelli del san Patricio), pubblicati prevalentemente da Feltrinelli.

Articolo Tratto da GlobalProject.Info

Evo e Dilma o il Washington Consensus (W.C.)?

Domenica il Brasile voterà tra due modelli di società ed economia, mentre la Bolivia ha già scelto il presidente cocalero Evo Morales

washingtonconsensus

La sigla W.C. in inglese non è una provocazione e, anche se profondamente allusiva, indica il Washington Consensus, cioè il “consenso” sul top ten delle misure di politica economica (e quindi sociale), pensate per i paesi in via di sviluppo, che si basa sull’agenda neoliberista definita negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso e si formalizza nel 1989, come lista di raccomandazioni, per mano dell’economista John Williamson. Prima del W.C. c’era il P.B. o Plan Baker, formulato nel 1985 dal Segretario del Tesoro americano James Baker per combattere la crisi internazionale provocata dall’esplosione del debito e l’insolvenza di numerosi paesi latinoamericani. Faccio notare che se oggi al posto di “latinoamericani” scriviamo “mediterranei”, il discorso fila liscio uguale e così via, ad libitum, con tutte le sostituzioni geografiche e regionali che ci vengono in mente.

W.C.

Il W.C. era (ed è) un programma che prevedeva la riduzione del ruolo dello stato nell’economia, le liberalizzazioni, le privatizzazioni, l’apertura agli investimenti esteri, il controllo della spesa pubblica, in genere equivalente a tagli nello stato sociale o drastiche “razionalizzazioni” del welfare, l’annullamento del deficit di bilancio, la deregulation (dei settori economici e soprattutto del lavoro) e la protezione della proprietà (privata) e che è stato adottato, più o meno fedelmente, da decine di governi del mondo su “consiglio”, o meglio, sotto pressione o ricatto, del Fondo Monetario Internazionale, del governo statunitense e del suo Dipartimento del Tesoro, della Banca Mondiale, tra gli altri, e in Europa della famosa troika economica: FMI, BCE, Commissione dell’Unione Europea.

Quindi il piano era stato pensato da illustri menti e istituzioni, fondamentalmente statunitensi, per essere applicato nei paesi “indisciplinati”, “in ritardo”, emergenti, in via di sviluppo e simili, ma è finito per diventare un sacro verbo globale, astorico e universalmente valido, in base al quale giudicare la bontà di riforme e sistemi, di economie e società, di monete e coscienze. Ma la medicina neoliberale, specialmente nelle sue versioni più integraliste, non ha funzionato, non ha sortito gli effetti promessi, non ha ravvivato la crescita né generato sviluppo. Ha, piuttosto, esacerbato i problemi del capitalismo tanto nei paesi industrializzati quanto negli altri.

In America Latina, in opposizione alle soluzioni preconfezionate dal Nord del mondo, negli anni 2000 diversi governi, all’interno di quella che è stata definita “ondata progressista”, hanno palliato, modificato, ridisegnato e, in alcuni casi, stravolto i diktat politico-economici della “saggezza economica convenzionale”, ottenendo eccellenti risultati in termini sociali e macroeconomici, nonostante le critiche dei money doctors e dei tecnocrati ortodossi, nonché di gran parte dei mass media internazionali.

Sul Brasile: stampa e corruzione

A tal proposito durante la campagna per il primo turno elettorale in Brasile del 5 ottobre mi sono capitati tra le mani due reportage tendenziosissimi, sorprendenti in quanto pubblicati da una rivista tradizionalmente di sinistra e molto seguita in Messico: Proceso. Il giornalista, Andrés Carvas, negli unici due articoli presenti sul numero 1978 (28 settembre 2014) del settimanale, cita ripetutamente come fonte la famosa rivista Veja, tra le più reazionarie e mistificanti del paese sudamericano. Carvas traccia un commuovente e apologetico profilo di Marina Silva, la “figlia nera delle Amazzoni” e presunta “rottamatrice della vecchia politica”, basandosi molto sull’emotività e poco sui fatti per descrivere il percorso della candidata last minute del conservatore PSB (Partido socialista brasiliano), scelta dopo la morte, lo scorso 13 agosto, del precedente candidato Eduardo Campos in un incidente aereo. I reportage sottolineano poi il tremendo livello di corruzione della classe dirigente brasiliana e questo è un punto importante da evidenziare, senz’ombra di dubbio: la compravendita di voti in parlamento e la scarsa trasparenza del finanziamenti ai partiti, con in testa lo scandalo del mensalão (mensilità), scoppiato nel 2005 ma ancora attuale, e la corruzione legata all’impresa petrolifera statale Petrobras, hanno minato le basi del progetto costruito dal PT. Nell’edizione 1981 della rivista Carvas sposa totalmente la visione del PSDB (Partito Social-Democrazia Brasile) e del suo ex presidente Fernando Henrique Cardoso che ha dichiarato che i votanti del PT e di Dilma sono degli “ignoranti”. Un’illazione di berlusconiana memoria se sostituiamo “ignoranti” con “coglioni”. A partire da un’affermazione simile costruisce un pezzo contro il presunto assistenzialismo dei governi progressisti brasiliani criticando il programma di sostegno alle famiglie più povere chiamato Bolsa Familia che Lula e Dilma hanno esteso ma non hanno creato. L’iniziatore del programma fu infatti lo stesso Cardoso negli anni ’90.

Dilma Aecio MarinaI dati più attendibili sulla corruzione e i processi aperti contro parlamentari, al di là degli scandali mediatici, parlano di un problema etico, dai risvolti anche penali, che coinvolge tutti i partiti. Per i delitti elettorali, tra il 2000 e il 2007 (unico periodo disponibile), il PT si colloca al numero 10 del ranking con dieci parlamentari (2,9% del totale) sospesi dal Tribunale Elettorale, mentre i primi tre partiti, che raccolgono il 67% dei casi, sono nell’ordine i DEM (Democrátas), PMDB (Partito Mov. Demo. Brasile) e PSDB. Per i reati penali e civili, inclusa la corruzione, nel settembre 2013 il panorama dei primi partiti della lista era il seguente: PMDB – 11 senatori e 42 deputati sotto processo; PSDB – 5 e 15; PT – 4 e 26; PR (Partito della Repubblica) – 4 e 14; DEM – 1 e 9. Le indagini in totale erano 542 per 224 parlamentari di tutto lo spettro politico. Insomma, si tratti del PT o di altri partiti della coalizione di governo o dell’opposizione, la situazione è generalizzata, il che non toglie di certo gravità a una situazione che interessa un terzo degli eletti.

Ad ogni modo l’ascesa messianica e provvidenziale dell’evangelica Marina pareva aver spostato l’ago della bilancia in favore delle destre. Invece, contro i pronostici che prevedevano un pareggio tecnico tra Dilma Roussef, del PT (Partito dei lavoratori), e Marina, il 5 ottobre quest’ultima è stata sconfitta (21,32% dei voti) alle urne. Al ballottaggio del 26 ottobre ci saranno, dunque, Aécio Neves (33,55%), del conservatore PSDB (Partito socialdemocratico brasiliano), e Dilma (41,59%). La sua coalizione ha conservato la maggioranza alla camera e al senato in un parlamento che, però, è più frammentato (28 partiti alla camera e 16 al senato e, rispetto al 2010, più seggi per quelli più piccoli) (mappa dei risultati). La vittoria finale dell’ex guerrigliera è in bilico perché il fronte anti-Dilma e anti-PT mette insieme sezioni trasversali del mondo politico e dell’opinione pubblica e non è facile prevedere dove andranno a parare i voti presi da Marina al primo turno. La maggior parte di questi, ma non tutti, dovrebbero confluire su Aécio Neves. Il voto di protesta e del cambiamento, sintetizzato in slogan semplici ed efficaci come “Fora PT”, è diventato il cavallo di battaglia dell’opposizione e sta facendo dimenticare gli scandali in cui il candidato Aécio è coinvolto. E’ indagato per la costruzione di un aeroporto superfluo, utilizzato praticamente come scalo privato dalla sua famiglia, nella città di Claudio (stato di Minas Gerais). L’aerostazione, inoltre, si trova proprio sul terreno espropriato allo zio del candidato alla presidenza durante il suo mandato come governatore della regione (2003-2010), a soli 6 km da una delle sue proprietà. S’investiga anche sulla possibilità che l’aeroporto sia stato utilizzato come scalo di rifornimento di un elicottero carico di cocaina poco prima che, alle 14:17 del 24 novembre 2013, il pilota di un elicottero con 445 kg di coca a bordo venisse catturato in fragrante in un aeroporto vicino.

E la Bolivia di Evo…

In Bolivia, Evo Morales, che era da mesi il candidato alla presidenza favorito in tutti i sondaggi contro il democristiano Jorge Quiroga e Samuel Jorge Doria Medina della Unidad Democrática, governerà per i prossimi 5 anni, avendo ottenuto al primo turno il 61% dei voti e un’ampia maggioranza in parlamento lo scorso 12 ottobre. Si avvia quindi al suo terzo periodo da presidente.

Visitai il paese andino nel 2005, prima che il MAS (Movimento al Socialismo) di Evo Morales arrivasse al potere, e poi di nuovo a inizio 2013, dopo 8 anni di governo del presidentecocalero. Malgrado la povertà che, seppur in diminuzione, tocca circa la metà dei boliviani, progressi del paese andino, la migliore organizzazione e distribuzione delle risorse e l’estensione dei diritti sociali (salute, pensione, educazione) sono visibili e concreti. Il paese cresce ininterrottamente da 10 anni, più che nei precedenti 30, ha ridotto il debito esterno, la povertà estrema (dal 38% al 20%) e la disuguaglianza (indice Gini in diminuzione del 3,5% annuo da almeno un lustro), ha aumentato le riserve internazionali e le risorse sono state destinate alla salute, alle classi e ai settori della popolazione più deboli e alle infrastrutture. L’inflazione è stabile sotto al 5% e le riserve monetario sono tra le più alte al mondo se rapportate al pIL (48%).

Evo-Morales-e1324943221587-655x416La partecipazione popolare alle elezioni del 2009, le prime dopo l’approvazione della nuova costituzione che prevede la possibilità di rielezione per il “Presidente dello Stato Plurinazionale” e il meccanismo del ballottaggio, fu altissima, del 95%, e Morales conseguì il 60% delle preferenze, vincendo al primo turno. C’è chi tira fuori la parola “populismo” o parla di nuovi “regimi autoritari”, ostili al mercato e alle imprese, per creare spauracchi per gli investitori stranieri e, anche se questi in realtà stanno facendo comunque grossi affari in America Latina, la retorica fa presa, almeno nei mass media. La stragrande maggioranza dei partiti delle sinistre socialdemocratiche europee, ormai incapaci di fare autocritica e guardare con occhi diversi al continente latinoamericano, spesso seguono a ruota il mainstream(dis)informativo che, con un tono che spesso suona razzista e un discorso che sprofonda nella superficialità, rende folclorici e stereotipati interi paesi del Sudamerica, i loro rappresentanti ed esperimenti politici, e infine i loro progressi economici, politici e sociali.

Le tanto temute espropriazioni boliviane, vituperate per anni dalla stampa mondiale, hanno senza dubbio aumentato il controllo dello stato nell’economia, ma si sono concentrate nei settori veramente strategici come le telecomunicazioni, lo sfruttamento delle risorse naturali e l’energia, in cui soprattutto sono state rinegoziate le concessioni. Restano aperte molte questioni: dal narcotraffico alla giustizia, dalle relazioni più tese con paesi vicini come il Brasile e il Cile agli sprechi e i nepotismi nell’azienda energetica statale YPFB. D’altro canto il controllo dell’inflazione e un trattamento “diplomatico” delle élite proprietarie, autonomiste e conservatrici della regione di Santa Cruz hanno permesso a Evo di mantenere un buon livello di governabilità: nel panorama delle sinistre latinoamericane è stato descritto come un personaggio dalla retorica “chavista”, legata a quella del defunto ex presidente venezuelano Hugo Chávez, e una prassi “lulista”, cioè più moderata, vicina a quella dell’ex presidente brasiliano Lula da Silva e fondata su politiche di redistribuzione della ricchezza e stabilità macroeconomica. Si tratta comunque di una sinistra di governo, di un modello più sociale ma pragmatico, con estensione della democrazia, della partecipazione e dei diritti, un sistema non rivoluzionario, anche se di rottura rispetto al neoliberismo ortodosso.

Modelli economico-sociali latinoamericani

Tanto a Evo Morales come a Lula e a Dilma Rousseff sono piovute critiche da destra, essendo stati accusati di essere dei sinistroidi populisti, assistenzialisti e anti-mercato, e da sinistra. In questo caso le accuse si scagliano contro questi leader troppo “socialdemocratici” o “vicini al capitale”, giudicati neoliberisti e autoritari, anche rispetto alla loro stessa storia politica e ai loro partiti di riferimento. In effetti, tanto nelle grandi città come nelle campagne, il persistere delle condizioni di esclusione, derivate dall’intersezione tra l’emarginazione di classe, demografica, geografica, di genere e quella etnico-razziale, così come da uno sviluppo in parte basato sulle grandi opere infrastrutturali e una “modernizzazione” a tappe forzate, ha portato i movimenti sociali alla protesta, non solo nel 2013 e 2014 in Brasile durante la Confederation Cup e il mondiale, ma già da molti anni e in tanti altri territori di quel paese e dell’intera America Latina.

Sebbene le contraddizioni strutturali del sistema, a volte chiamato capitalismo periferico o capitalismo postmoderno, riemergano e generino scontento, rispetto all’integralismo del Washington Consensus, le politiche economiche e sociali di Dilma ed Evo, ma soprattutto i loro risultati concreti, si differenziano, soprattutto se comparate con quelle dei loro predecessori e dei loro rivali nelle recenti giornate elettorali. Sono numerose le etichette, più o meno note e azzeccate, che hanno provato a classificare il modello: neo-sviluppismo (“desarrollismo”) o social-sviluppismo, socialdemocratico, neokeynesiano, neoliberale dal volto sociale, capitalismo includente e delle pari opportunità, socialismo del secolo XXI (anche se questa definizione è stata applicata soprattutto al Venezuela di Chavéz, che la coniò, alla Bolivia e all’Ecuador). In un’intervista recente a MVS Noticias (Messico) il presidente uruguayano José Mujica, per esempio, ha paragonato il Frente Amplio, la sua coalizione politica, con il PT brasiliano per ispirazione e politica economica. C’è un po’ di verità e di capacità esplicativa in ciascuna di queste descrizioni. Però da sole non riescono a riassumere la complessità di intere società, economie e ideologie e, quindi, vengono utilizzate di volta in volta per sottolineare, esaltare o denigrare alcuni aspetti delle esperienze politiche latinoamericane piuttosto che altri, per far risaltare semanticamente, ma anche ideologicamente, alcuni contenuti rispetto ad altri.

consenso washingtonCirca 40 milioni di persone, il 20% della popolazione, sono uscite dalla povertà in Brasile in un decennio grazie all’espansione delle politiche sociali, a partire dal primo governo Lula (2002-2006), e a una congiuntura economica particolarmente favorevole che è stata sfruttata per redistribuire reddito verso le classi più povere. D’altro canto il governo è stato criticato aspramente per gli sprechi e la corruzione legati ai mondiali e per l’aumento del costo della vita. Ciononostante la “recessione tecnica” di quest’anno, con un PIL fermo o leggermente in discesa, non aiuta Dilma Rousseff. Inoltre l’universalizzazione dei diritti sociali e del welfare e la fine delle discriminazioni razziali e di classe, tratti dominanti del sistema, paiono ancora lontani dalle agende politiche.

Le proteste del 2013 e 2014 hanno evidenziato anche il malcontento della classe media. Una parte di questa, che deve proprio ai governi petistas la sua crescita e prosperità e che oggi sembra preoccuparsi più del conto in banca, dei biglietti aerei e della carta di credito che dell’ampliamento dei diritti sociali e civili, è scesa in piazza “per la prima volta” per lanciare slogan “né di destra né di sinistra” contro i partiti, il governo, l’inflazione, la corruzione e le spese dei Mondiali, ma ha finito per fare il gioco delle forze più reazionarie, nel senso che ha sovrastato lo sforzo dei movimenti sociali organizzati che, in realtà, ben prima avevano acceso la miccia o s’erano scollati dal PT, seppur da una prospettiva diversa e più coerente, essendo portatori di rivendicazioni, programmi e visioni del mondo differenti, che non vedono novità sostanziali nel “nuovo” modello di sviluppo brasiliano.

Numeri per economisti

Riporto alcuni dati interessanti, raccolti in una serie di presentazioni organizzate dall’UNAM (Universidad Nacional Autónoma de México), in cui i relatori hanno mostrato i risultati dei due governi Lula (2002-2006-2010) e di Dilma Roussef (2010-2014) e li hanno comparati con quelli degli esecutivi di destra precedenti: José Sarney del PDMB-Partido do Movimento Democratico Brasileiro (1985-1990), Fernando Collor del PRN-Partido da Reconstrução Nacional (1990-1992), Itamar Franco del PRN (1992-1994), e in particolare Fernando Henrique Cardoso del PSDB (1995-2002). I sondaggi preelettorali mostrano una situazione di grande incertezza, con un pareggio tecnico tra Dilma e Aécio. Potrebbe essere la fine di un ciclo durato 12 anni e vale quindi la pena fare un bilancio.

Tra il 2002 e il 2013 la disoccupazione urbana è scesa dal 12,2% al 5,4%, il salario minimo reale è cresciuto del 75%, i beneficiari della previdenza sociale sono passati da 18,9 milioni di persone a 27 e il numero netto di persone con contratti formali di lavoro è aumentato di 20 milioni. Nei sette anni del governo Cardoso si sono creati 627mila posti di lavoro all’anno. La spesa sociale pubblica è cresciuta dal 12,7% del PIL al 16,8% e l’indice di Gini, che misura la disuguaglianza, è migliorato, scendendo da 0,59 a 0,53. La povertà è diminuita dal 34,4% al 15,9%, mentre quella estrema è passata dal 15% al 5,2%.

neoliberalismoIl Prodotto Interno Lordo per capita è passato da 3.100 a 9.828 dollari e l’economia brasiliana è saltata dal 14esimo posto al 7° nel mondo. Le riserve internazionali si sono decuplicate (da 37 a 375,8 miliardi di dollari), gli investimenti esteri diretti sono passati da 16,6 a 64 miliardi di dollari. L’attenzione al settore educativo s’è moltiplicata con l’inaugurazione e il rafforzamento dei programmi ProUni, Pronatec e Scienza senza frontiere. Il governo Cardoso non ha creato né università federali né scuole tecniche, mentre negli ultimi 12 anni ne sono state fondate rispettivamente diciotto e duecento quattordici e gli studenti universitari sono aumentati da 583mila a un milione e 87mila. La tanto temuta inflazione che Lula e Dilma avrebbero generato in realtà è sempre stata contenuta, tra il 4% e il 6%, e in aumento nel 2014 con un valore del 6,6%.

Il periodo e le medie qui considerate si sviluppano in tre fasi: 2003-2006, “enfasi nella stabilizzazione”; 2008-2012, “misure anticicliche e rafforzamento del modello”; 2012-2014, “frenata”, pressioni di mercato e mediatiche. La tenuta del modello, la sua eventuale radicalizzazione, continuazione o diluizione dipendono dai risultati del ballottaggio del 26 ottobre e, in caso di vittoria di Dilma Roussef, dalla volontà politica di consolidare il progetto del PT, magari tornando indietro alle origini del partito e alle prime fasi dei governi di Lula, ma soprattutto dall’agibilità e tenuta della variopinta e frammentata alleanza parlamentare che la dovrebbe sostenere. A livello internazionale la proposta di Neves punta tutto sull’avvicinamento con Stati Uniti e Europa e sull’accantonamento dei progetti integrazionisti latinoamericani, dal Mercosur alla Unasur e la Celac, che sono stati, invece, i pilastri della politica estera dei governi petistas, insieme alla costruzione di una relazione più simmetrica e paritaria con il Nord del mondo. In caso di vittoria, Dilma dovrà affrontare una situazione più difficile che in passato, non solo a livello economico e sociale, ma anche politico, data la tendenza più conservatrice e qualunquista del legislativo: un’alleanza costruita nuovamente intorno al PT potrebbe ottenere la maggioranza in parlamento, nonostante la caduta del partito di riferimento da 88 a 70 deputati su un totale di 513, però dovrà fare i conti con l’avanzata dei legislatori evangelici, dei rappresentanti dei proprietari terrieri e degli apologeti del razzismo, dell’omofobia e della discriminazione che s’è registrata al primo turno. In caso di vittoria del progetto neoliberale puro di Aécio Neves, non ci sarebbe una maggioranza chiara di governo ma aumenterebbero i margini di negoziazione con questi settori retrogradi e intransigenti.

di: Fabrizio Lorusso – @CarmillaOnLine

Brasil: ¿Dilma Rousseff o el Washinton Consensus?

dilma aecio

(Fabrizio Lorusso – Revista Variopinto al día) Este domingo 26 de octubre poco más de 115 millones de votantes brasileños van a elegir al presidente de su país para los próximos 4 años. La actual mandataria, Dilma Rousseff, postulada por el PT (Partido dos Trabalhadores, de izquierda) busca la reelección frente a Aécio Neves, del centroderechista PSDB (Partido de la Socialdemocracia Brasileña). En la primera vuelta Dilma ganó con el 41.59% de los votos mientras que Aécio obtuvo el 33.55% y espera capitalizar buena parte de los sufragios de la tercera candidata, la evangélica ambientalista Marina Silva, que obtuvo el resultado del 21% con el centrista Partido Socialista Brasileño (PSB). El voto está muy dividido para el balotaje y los sondeos de opinión proyectan un empate técnico, aun si Rousseff va recuperando terreno y se ha puesto en la cima de las preferencias en la última semana.

Se trata de un duelo entre dos modelos socioeconómicos y, sobre todo, entre dos visiones del mundo: el desarrollismo con inclusión social y redistribución de la riqueza del PT, parecido al modelo uruguayo del presidente Mujica, contra el retorno al neoliberalismo más ortodoxo y a la filosofía del Washington Consensus del PSDB.

El “consenso” y sus opositores

 ¿Qué es el Washington Consensus (WC) o “consenso de Washington” en español? Representa el top ten de las medidas de política económica (y social) que se basa en la agenda neoliberal, definida a finales de los años 1970 y formalizada en 1989 con la lista de recomendaciones del economista John Williamson. Se trata de un programa para reducir el papel del Estado en la economía y sanar las cuentas públicas de los países, básicamente a través de privatizaciones, liberalizaciones, apertura a la inversión extranjera, control del gasto público (con recortes al estado social y a los impuestos), la protección de la propiedad privada, entre otras. La implementación global, especialmente evidente en América Latina, de esta agenda ha sido impulsada, a veces forzada, por instituciones como el FMI, el Banco Mundial, el Dep.to del Tesoro y el gobierno de EEUU, el Banco Central Europeo y la Comisión de la Unión Europea y se fundó en la “sabiduría convencional” de la economía neoclásica, del privatismo y de la fe absoluta en el mercado.

En América Latina, en oposición a las soluciones preconcebidas y las sangrías financieras que la región vivió entre 1982 y los primeros años 2000, se han planteado modelos distintos, dentro de la que se ha llamado “ola progresista” de gobiernos de izquierda. En Brasil, con los mandatarios del PT Ignacio Lula da Silva (2002-2010) y Dilma Rousseff (2010-2014), hubo un ejemplo claro de diferenciación, con respecto de otros gobiernos de Latinoamérica, de la vulgata neoliberal imperante y, finalmente, de las experiencias de Brasil en los noventa con Fernando Henrique Cardoso del PSDB, Fernando Collor e Itamar Franco del PRN (Partido Reconstrucción Nacional).

 Medios y elecciones en Brasil

 La cobertura mediática que se dio de estas elecciones ha sido despistante y tendenciosa, marcada por las protestas de 2013 y 2014 y el mundial de futbol, pero poco atenta al rumbo del país en el mediano plazo y a los logros de los 12 años del PT en el gobierno. En este sentido, quisiera destacar algunas cifras y mencionar un ejemplo de la mistificación periodística sobre Brasil.

En el semanario Proceso, inesperadamente, los únicos reportajes de las últimas 3 semanas (ediciones 1978 y 1981) son los de Andrés Carvas quien cita con frecuencia la revista brasileña Veja, entre las más reaccionarias de ese país, luego traza un perfil apologético y acrítico de la ex candidata Marina Silva y, finalmente, no analiza en su conjunto el grave fenómeno de la corrupción sino que hace hincapié sólo en los escándalos más famosos que involucran al PT: la compraventa de votos en el congreso conocida como mensalão y las investigaciones sobre Petrobras, compañía energética nacional.

En otro artículo, totalmente favorable al PSDB, menciona la frase del ex presidente Fernando Henrique Cardoso (del PSDB) según el cual quienes voten para Dilma serían unos ignorantes y de allí pasa a criticar un sistema definido como asistencial, basado en el programa popular de la Bolsa Familia, un subsidio para los hogares más pobres que tuvo mucho éxito en Brasil y, entre muchas otras medidas, ayudó a sacar de la pobreza unas 40 millones de personas (el 20% de la población total). El PT se encargó de ampliar el alcance de este programa pero, quien primero implementó este tipo de apoyo, de hecho, fue Fernando Henrique Cardoso, así que este llamado “asistencialismo” nació antes del primer gobierno de Lula.

 La corrupción y otros problemas

Los datos sobre corrupción y juicios abiertos contra parlamentarios, más allá de los escándalos mediáticos, hablan de un problema ético y penal que involucra a todos los partidos. Para delitos electorales, entre 2000 y 2007, único periodo disponible, el PT se sitúa en el lugar 10 en el ranking mientras que los partidos con más faltas son los DEM (Demócratas), el PMDB (Partido Mov. Demo. Brasileño) y el PSDB.

Para los delitos penales y civiles, incluyendo la corrupción, en septiembre de 2013 la lista de los procesos abiertos para congresistas era la siguiente: PMDB – 11 senadores y 42 diputados enjuiciados; PSDB – 5 y 15; PT – 4 y 26; PR (Partito de la República) – 4 y 14; DEM – 1 y 9.

Los procesos abiertos en total eran 542 en contra de 224 parlamentarios de todos los partidos. La situación es grave, hace falta denunciarla, pero no involucra principal o solamente al partido principal de la coalición que gobernó Brasil recientemente.

La mayoría parlamentaria que apoyaría un nuevo gobierno de Rousseff se mantuvo, tras la primera vuelta, pero resultó más débil y fragmentada. Aun así, existen discretas posibilidades de mantener la gobernabilidad, lo cual no es cierto en caso de victoria de Neves. Poco se habla de los problemas éticos y legales que, en cambio, involucran al candidato derechista quien es investigado por la construcción de un aeropuerto superfluo con dinero público en la ciudad de Claudio, estado de Minas Gerais, que habría sido utilizado básicamente como una aeropista privada. Construido sobre un terreno expropiado al tío del candidato durante el mandato de Aécio como gobernador del estado (2003-2010), este aeropuerto, aún sin permisos oficiales para operar, está en el centro de otro escándalo porque existe la posibilidad, que se está investigando, de que haya sido usado como escala para un helicóptero cargado con 445 Kg de cocaína el 24 de noviembre de 2013.

 Resultados de los últimos gobiernos brasileños

En un seminario organizado en la UNAM hace unas tres semanas, se comentaron y desglosaron datos interesantes (oficiales) para trazar un balance de los últimos 3 gobiernos en Brasil (Lula da Silva, 2002-2006-2010; Dilma Roussef, 2010-14), comparados con los ejecutivos neoliberales de José Sarney del PDMB-Partido do Movimento Democrático Brasileiro (1985-1990), de Fernando Collor del PRN-Partido da Reconstrução Nacional (1990-1992), Itamar Franco del PRN (1992-1994), y especialmente de Fernando Henrique Cardoso del PSDB (1995-2002).

Entre 2002 y 2013 el desempleo urbano bajó del 12,2% al 5,4%, el salario mínimo real creció del 75%, los beneficiarios de la previdencia social pasaron de 18,9 millones a 27 millones y el número neto de personas con contratos formales de trabajo aumento de unos 20 millones. En los 7 años del gobierno Cardoso, en cambio, se crearon 627mil puestos de trabajo al año. El gasto social público, sello de un gobierno más keynesiano en la economía y más redistribuidor de la renta (no necesariamente “asistencial” como algunos han afirmado), creció del 12,7% del PIB al 16,8% y el índice de Gini, medición de la desigualdad, mejoró de 0,59 a 0,53. La pobreza bajó del 34,4% al 15,9%, la extrema pasó del 15% al 5,2%.

EL Producto Interior Bruto (PIB) per cápita pasó de 3,100 a 9,828 dólares, y la economía brasileña pasó del lugar 14 al séptimo por tamaño absoluto en el mundo. Las reservas internacionales se multiplicaron por 10 (de 37 a 375,8 billones de dólares), las inversiones extranjeras directas pasaron de 16,6 a 64 billones de dólares. Aumentó la atención al sistema educativo con la inauguración de programas como ProUni, Pronatec y Ciencia sin fronteras. Cardoso no había creado ninguna universidad federal, ni escuelas técnicas, mientras que en los últimos 12 años se fundaron respectivamente 18 de las primeras y 214 de las segundas. Los estudiantes universitarios crecieron de 583mila a un millón y 87mil. La “muy temida” inflación que Lula y Dilma habrían generado, en realidad, siempre ha estado bajo control, entre el 4% y el 6%, y aumentó en 2014 al 6,6%, una tasa no elevada.

Estos resultados hablan de un enfoque incluyente que ha ampliado el mercado interno y ha tratado de transformar el crecimiento y la coyuntura favorable en desarrollo y, aun considerando que los gobiernospetistas desde luego son criticables y han sido contestados bajo muchos puntos de vista legítimos por los movimientos sociales organizados, no cabe duda, no obstante, de que representan un modelo distinto y una visión de la economía y de la sociedad más inclusivo y exitoso que el neoliberal del Washington Consensus. En el balotaje del domingo los brasileños tendrán que decidir entre dos modelos que, en efecto, ya se han puesto a prueba en el pasado, y entre los resultados que han arrojado.  @FabrizioLorusso

Oggi Tocca A Me

Oggi tocca a me libroIn quest’ultimo giorno (per ora…) di pubblicazioni de l’Unità scrivo un post breve che forse resterà qui on line solo 12 ore o poco più. Mentre scorro i comunicati dei giornalisti, sinceri, arrabbiati, preoccupati e delusi, e osservo da lontano i giochini della politica che cercano di affondare questo giornale, magari per riviverlo come un non-morto tra qualche settimana e recuperarne il brand, magari rendendolo uno strumento politico più flessibile e comunque low cost (beh, ricordiamo che c’è sempre la Crisi, la Globalizzazione, la discesa della carta stampata e tutto il resto, no?), non posso non segnalare un ultimo libro, un romanzo, secondo me un imprescindibile, e auspicare una svolta positiva per i lavoratori del quotidiano.

E parlo di questo romanzo perché ha a che vedere con la lotta, con la dignità, coi valori ed è bello: Oggi tocca a me (Eris, 2014) di Juri Di Molfetta racconta una storia e una valle, la Val di Susa, di quelle che cambiano le persone, che fanno incazzare e pensare, agire e riflettere senza mai perdere il ritmo. Di quelle che partono dall’abbandono e da un’apatica periferia, priva di senso e piena di rancori, e arrivano alla coscienza individuale e a quella collettiva, all’adrenalina e al significato della lotta, alla ribellione contro le ingiustizie. Con la prefazione di Luca Abbà e le splendide illustrazioni di Erika Bertoli Oggi tocca a me. Una guerra tra bande, questo il titolo completo, merita di essere letto, pianto, copiato, commentato e diffuso perché contiene i movimenti, ma anche la stampa malandrina e bugiarda, contiene l’Italia di questi anni (e oltre), da Genova a Chiomonte, contiene gli abusi e le domande giuste per affrontarli, per superarli e rilanciare. Eccone la trama, tratta dal sito della casa editrice/associazione culturale Eris:

“Un fratello non si lascia nella merda. E questo il Teppa lo sa. Per questo accetta l’aiuto da uno come Benza. Ma per un fratello si fa di tutto, anche vendere coca per tirare su i soldi per l’avvocato. Ma le cose vanno storte, c’è sempre un ostacolo per quelli come lui. Uno sbirro lo frega ma il Teppa sa dov’è, deve solo trovarlo tra migliaia di altre persone. Val di Susa: 3 luglio 2011, una delle più grandi manifestazioni No Tav degli ultimi anni. Inizia la ricerca. Teppa non è solo, con lui ci sono Giamaica e Panza. Sono più di tre amici, sono un branco, se parte uno partono tutti. Funziona così per chi ha sedici anni e vive nelle case popolari di un quartiere di periferia, tra bisogni frustrati e cassonetti della carta incendiati per noia.

Ci sono così tanti agenti che Teppa non li aveva mai visti neanche allo stadio, come trovare un ago in un pagliaio, ma il destino non lo lascia solo, anche altri lo aiuteranno, ognuno con una storia, voglia di rivalsa e un personale senso di giustizia. Una spirale di eventi li porterà a essere tutti nello stesso posto nello stesso momento per pareggiare i propri conti, passati e presenti, perché la vita è come un ristorante, se vuoi davvero uscire devi passare dalla cassa e se hai consumato più di quello che ti potevi permettere nessuno ti fa sconti. Il problema è solo tuo”.

Per ora dico “adiós” o meglio “hasta luego” e “até” ai 20 o 30 lettori del LatinoAmericaExpress, ci vediamo tra Città del Messico e Puntarenas, a la próxima… Qui il book trailer del libro che spacca:

8 libri per l’estate e oltre

8 libri estate 2014

Nel boschetto della mia fantasia ci sono 8 storie che s’incrociano meravigliosamente e altrettanti libri che vorrei consigliare. E’ una specie di percorso di lettura a ostacoli ma anche godereccio. Le Sultane (Elliot edizioni) della scrittrice Marilù Oliva sono tre bolognesi over 70 e si chiamano Wilma, Mafalda e Nunzia. Non ballano la salsa come la Guerrera, protagonista della precedente trilogia noir di Marilù, ma, secondo me, starebbero bene a passeggiare per le Avenidas di Montevideo accanto a José “Pepe” Mújica. L’ex guerrigliero, attuale presidente dell’Uruguay, è raccontato come mai prima da un saggio dei giornalisti Nadia Angelucci e Gianni Tarquini, edito da Nova Delphi. Il Presidente Impossible ha una prefazione di Erri De Luca e lotta gomito a gomito con Juri Di Molfetta…

Cioè con l’autore che ha scritto Oggi tocca a me. Una guerra per bande (Eris Ed.), un romanzo ambientato in Val di Susa e impreziosito dalla prefazione di Luca Abbà (No Tav) e le splendide illustrazioni di Erika Bertoli. Parlando di storie, lotte e narrativa il filo rosso porta all’accecante Sole dell’Avvenire di Valerio Evangelisti (Mondadori), romanzo storico, epico e imprescindibile uscito a fine 2013. In attesa del seguito che sarà in libreria tra qualche mese penso sia valido associare le vicende romagnole di fine ‘800 in esso narrate ad alcune lotte odierne, per esempio quella dei facchini a Bologna. Il loro sciopero è al centro di un libro-inchiesta di Fulvio Massarelli, Scarichiamo i Padroni, edito da Agenzia X di Milano e basato sulle voci in presa diretta dei lavoratori e dei militanti del Crash di Bologna oltre che su una serie di “Documenti della lotta nel settore della logistica 2013-2014 a Bologna” riportato in appendice.

E infine Messico. Agenzia X ha da poco pubblicato 20zln. Vent’anni di zapatismo e liberazione, raccolta di testi sinceri e militanti “abajo y a la izquierda”, a cura di Andrea Cegna e Alberto “Abo” di Monte. Ho divorato le sue pagine che ripercorrono la storia recente dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) attraverso lo sguardo dei movimenti e collettivi italiani, messicani e globali che hanno accompagnato negli ultimi 20 anni la lotta zapatista dalla Selva Lacandona del Chiapas fino a Città del Messico e ai vari Sud e Nord della Terra. E’ il primo libro in Italia che racconta a fondo l’esperienza delle Escuelitas Zapatistas del 2013-2014, un esperimento collettivo di trasmissione delle pratiche e dei saperi in territorio zapatista che ha coinvolto oltre 6mila attivisti di tutto il mondo. Ma per capire più a fondo la storia dell’EZLN e degli indigeni del Chiapas è necessario approfondire e senza dubbio il testo migliore per farlo è Siamo Ancora Qui di Alessandro Ammetto, edito da Red Star Press.

E’ “Una storia indigena del Chiapas e dell’EZLN” che spiega a fondo il Messico, la sua politica e la sua storia, e si concentra sugli ultimi trent’anni, anche se fa incursioni doverose sulle epoche  della dominazione spagnola e del Messico indipendente dopo il 1821. Un saggio e un racconto vissuto in prima persona dall’autore, soprattutto nelle parti più attuali che descrivono tutte le fasi e le evoluzioni nella costruzione dell’autonomia zapatista. Dulcis in fundo, resto in Messico, per la precisione a Mahahual, dove Pino Cacucci, reduce dalla Seconda Edizione Festival Cruzando Fronteras sulle spiagge dei Caraibi ci porta più a sud di Tulum e poco a nord del confine col Belize. A un’ora di macchina da Chetumal e dalla splendida laguna Bacalar, Pino ci racconta le storie dei personaggi dimenticati dello Yucatan con Mahahual. Un paraíso no reciclable. Historias, leyendas, anécdotas de Quintana Roo (Mahahual. Un paradiso non riciclabile. Storie, leggende, aneddoti del Quintana Roo, stato occidentale della penisola dello Yucatan, da Cancún a Chetumal e al Belize). Il romanzo è edito in Messico dalla Fundación Mahahual e in Italia da Feltrinelli.

 

Sinistre euro-latinoamericane: intervista a Donato Di Santo

Izquierda Democratica 021

Intervista a Donato di Santo (nella foto a sinistra), ex sottosegretario agli Esteri con delega per l’America Latina nel secondo governo Prodi 2006-2008 ed ex responsabile America Latina del PCI, Congresso Izquierda Democrática (“Sinistra democratica”), Città del Messico, 29 aprile 2014. Di Fabrizio Lorusso

Che insegnamenti possiamo trarre dalle esperienze politiche latinoamericane dell’ultimo decennio?

Secondo me dovremmo sviluppare ad ampliare le nostre relazioni sia politiche che istituzionali con l’America latina perché la presenza storica italiana in America Latina, se non si nutre di un approfondimento e soprattutto di un aggiornamento rispetto a quello che sta succedendo, il rischio poi è di limitarsi soltanto ai luoghi comuni e alle notizie, diciamo così, più appetibili, magari per ragioni di cronaca più o meno nera, o non si di quale colore. Quindi di solito non si vede quello che effettivamente, nel bene e nel male, sta succedendo nella realtà e si è presi alla sprovvista quando si viene a sapere, per esempio, che il PIL della Bolivia cresce al 6% in media e allora qualcuno dice: “Ma che succede?”. Oppure si viene a sapere che in Messico ci sono più di 1500 imprese italiane e tanti altri esempi che si potrebbero fare. Questa è una prima base per ipotizzare una risposta.

Poi, nel merito, questo serve non soltanto per conoscere, ma anche per farci conoscere. L’Italia sarebbe un ottimo partner per moltissimi di questi paesi che cercano un accompagnamento economico non più, come dire, di carattere subalterno, come avveniva fino a qualche decennio fa, e non solo per vendere le materie prime. Anche perché a un certo punto la Cina non comprerà più solo, per esempio, la soia oppure altre materie prime e loro si rendono sempre più conto che se non si costruisce anche una struttura produttiva nazionale, mentre vendono materie prime e fanno PIL sulla base di questo, a un certo punto cascherà l’asino. E quale partner migliore per costruire una struttura produttiva soprattutto legata al mondo della piccola e media impresa se non un paese che ha tutta l’esperienza di questa tipo d’impresa e che ha quella tecnologia intermedia e che non ne è geloso, che può fornire anche un apporto e conoscenza tecnologica. Quindi questo sicuramente è il massimo per queste realtà. Tutti questi contatti, compresi quelli più politici, potrebbero andare nella direzione di sviluppare quel famoso sistema paese che, se funzionasse come nel caso di altri paesi europei, potremmo dire di essere molto più “ben messi”.

Parlando delle delle sinistre latinoamericane, divise tra quelle di governo e di opposizione e presenti qui in quest’incontro internazionale, che spunti possono arrivare per la realtà italiana?

Sicuramente ci sono spunti perché, per esempio, se noi avessimo studiato una ventina d’anni fa meglio il Brasile e non ci fossimo limitati al Carnevale e poco più, avremmo potuto, in qualche modo, essere più attrezzati. Perché quello che è successo in Italia con Berlusconi è successo prima con Marihno, il padrone della rete TV Globo. Solo che lui era così potente che non s’è dovuto presentare in prima persona e ha presentato, piuttosto, il presidente Collor de Mello. Poi con Collor è andata com’è andata e s’è sviluppata un’altra dinamica. In molti di questi paesi stanno succedendo delle cose che parlano anche alla sinistra italiana. Cioè, la Nueva Concertacion cilena è un’esperienza interessantissima che dice cose anche all’Italia. Il Frente Ampliouruguaiano, un’aggregazione di forze diversissime che vanno dal centro all’estrema sinistra che da 40 anni stanno tutte sotto lo stesso ombrello. Parlano, dialogano, litigano, ma l’ombrello sta sempre aperto e copre tutti quanti. Diciamo poco? Non sarebbe questa un’esperienza interessante almeno da conoscere per una realtà italiana in cui ogni volta che cerchiamo di costruire qualcosa ne combiniamo più di Bertoldo? E così via, gli esempi sarebbero tanti…

Un’altra cosa che politicamente è un veicolo sicuramente d’intercambio proprio di esperienza politica sono i poteri locali. Come in Italia la forza della sinistra nasce nei poteri locali, quindi le grandi città, le regioni, eccetera, e poi pian pianino si trasferisce anche a livello nazionale, c’è stato un periodo in America Latina, tra venti e dieci anni fa, in cui non c’erano ancora tutti questi governi, alcuni definibili di sinistra, di centro-sinistra o altri che personalmente definisco “populisti”. Comunque non c’era tutta questa variopinta realtà dei governi latinoamericani. Prima erano tutti governi di destra e centro-destra, pur essendo già finita la stagione delle dittature militari, però in quel periodo successe che le sinistre latinoamericane, mentre cominciavano a rinnovarsi, iniziarono a capire che il potere locale era un luogo dove sviluppare le proprie capacità. Perciò si creò questa situazione: la maggior parte della popolazione era governata dalle forze di sinistra nei poteri locali e in nessun paese, o forse solo uno, queste erano al governo. Città come Buenos Aires, Rosario, Porto Alegre, San Paolo, Santos, Bogotà, Caracas, Asunción, che cominciò per prima, Città del Messico, Managua, San Salvador, e altri dipartimenti, regioni e comuni minori erano governati dalle sinistre. Quindi queste esperienze sono certamente momenti di forte dialogo. A quest’incontro c’era, ieri, il sindaco di Città del Messico e oggi c’è Antonio Navarro Wolff che, prima, è stato un capo guerrigliero, ma fino a pochi mesi fa è stato governatore di uno stato colombiano, quello di Nariño. E così via, cioè si potrebbe fare un elenco infinito della capacità che ha avuto la sinistra latinoamericana di partire dal potere locale per poi costruire, nelle forme più diverse, livelli di governo nazionale.

Che ne pensi di quest’incontro sulle sinistre democratiche in America Latina e nel mondo qui a Città del Messico?

Mi ha colpito molto quest’esperienza, quest’incontro, perché pensavo a una cosa più tradizionale in cui gli esponenti di sinistra si parlano fra loro e ok, va anche bene, ma appunto pensavo a qualcosa di più scontato. Mi devo ricredere e personalmente penso che i centri di ricerca, alcuni legati al PRD [Partido Revolución Democrática, messicano] che hanno organizzato l’evento hanno centrato nel segno. Poi ci sono sempre piccole smagliature o cose che si possono discutere e vale sempre per tutti. Però, è importante il fatto di avere aperto un dialogo con alcune delle più importanti personalità intellettuali del Messico come Henrique Krauze, che apertamente si definisce liberale, e come altri che non so come si definiscono, ma di certo non sono organicamente legati alla sinistra e ancora meno alla destra. Ormai sono 25-30 anni che bazzico questi paesi e posso dire che è la prima volta, per quel che mi risulta, che in sede politica e non in un salotto o in una conferenza intellettuale c’è questo confronto, questo dialogo molto rispettoso, aperto, vero e autentico. Per me è stata questa la cifra di tutto l’evento.

S’è parlato oggi di almeno due politiche “sensibili”, quasi dei tabù in Italia: legalizzazione o regolazione delle droghe, coppie di fatto e matrimoni gay. C’è qualcosa da imparare?

Beh, di Americhe Latine ce ne sono tante, però possiamo dire che in generale loro erano più “economicisti” di noi e ora stanno riuscendo ad affrontare anche cose che, tra l’altro in società in parte ancora maschiliste, parlano al futuro e a quelle che sono le contraddizioni, i diritti, le esigenze e le problematiche verso la costruzione di un futuro, non guardando il passato. Quindi c’è questa capacità di guardare al tema della povertà e dell’ingiustizia e di trattarlo non più solo in termini “economicisti” ma anche in termini di diritti civili. La mia reazione da cittadino, visto che non si tratta qui di essere “esperti” di qualcosa, è auspicare che anche da noi possa succedere lo stesso.

Partendo dall’America Latina e dal tentativo di costruire diritti e stato sociale, che sfide vedi in Italia e in Europa per le sinistre?

Da semplice elettore o militante penso che debba ricominciare a prevalere la politica, quindi dobbiamo uscire da questa “tenaglia” europea per cui parlare di Europa sembra essere come parlare di un funerale o di qualche “costrizione fisica”. Dunque bisogna riprendere a costruire l’idea di un’Europa federale. Dobbiamo andare nella direzione di un’Europa che inizia ad avere una struttura federale e degli organismi di governo europei, quindi non solo la moneta, ma proprio una vera Federal Reserve europea, dei sindacati più integrati o un esercito, eccetera. Non possono più essere solo obiettivi nazionali perché ok, tagliamo gli F35 e va benissimo, ma poi? Cosa succede nel resto d’Europa? Sto dicendo delle banalità, ma è solo per fare degli esempi di massima sulla direzione da prendere e su temi fondamentali, come quelli dell’Europa sociale e dell’unità continentale.

Vedi anche: intervista a Francesca d’Ulisse (Dipartimento esteri PD-Responsabile per l’America Latina), Congresso Izquierda Democrática (“Sinistra democratica”), Città del Messico, 29 aprile 2014.  [Link all’intervista]

Amianto, una giornata per le vittime e una storia operaia

amianto alberto prunetti

Il 28 aprile è la giornata mondiale dedicata alle vittime dell’amianto, un mix di minerali le cui fibre sono dei killer silenziosi e subdoli. L’incubo dell’asbestosi e del mesotelioma dura da decenni e continua ancora per migliaia di operai ed ex operai, visto che in Italia i picchi di mortalità sono previsti tra il 2015 e il 2020. Da oltre vent’anni, anzi da solo 20 anni, la produzione di amianto e alcuni derivati come l’Eternit è proibita in Europa, ma in altri paesi, come il Messico o il Brasile, ma anche in Africa, Asia e nel resto dell’America Latina, tranne in Cile, Argentina e Uruguay, il business assassino dell’Eternit va ancora a gonfie vele, non sono mai state fatte bonifiche di edifici e territori e il tema dell’amianto è inesistente, sotterrato dal potere internazionale del fibrocemento.

E intanto lo svizzero Stephen Schmidheiny, l’ex dirigente dell’azienda Eternit condannato a 16 anni di prigione in primo grado e poi a 18 dalla Corte d’Appello di Torino nel 2013 per “disastro ambientale doloso permanente” e “omissione volontaria di cautele antinfortunistiche”, resta in libertà e, proprio nei paesi latinoamericani in cui l’amianto continua e continuerà a fare vittime innocenti, mette al sicuro il patrimonio in fondazioni (AVINA per esempio), trust (come VIVA) e attività “filantropiche”, riciclandosi come difensore dello sviluppo sostenibile e “guru” della responsabilità sociale d’impresa.

L’amianto è entrato in un libro poco più di un anno fa. Ci è entrata una vita operaia, con le gioie e le fatiche di un padre e di una famiglia, con la rabbia e l’ironia e la storia di un figlio. C’è entrato il lavoro, l’Italia che cresceva, l’industria che diventa sinonimo di progresso e ammazza più di 1000 persone all’anno. Dopo l’uscita a fine 2012 con Agenzia X viene ripubblicato ora il romanzo di Alberto Prunetti“Amianto, una storia operaia” da Edizioni Alegre.

Dal 7 maggio sarà disponibile con un dialogo finale tra l’autore, Wu Ming 1 e Girolamo de Michele. Lo scrittore Valerio Evangelisti su CarmillaOnLine lo descrisse così: “Avete tra le mani un libro terribile e bellissimo. Detto questo, ci sarebbe poco da aggiungere. Ogni lettore noterà da sé la verità della mia constatazione. Ciò che scriverò sotto il giudizio iniziale è dunque, in certa misura, superfluo. Dolore, divertimento, pena, riflessione, compartecipazione. Quanti testi moderni riescono a suscitare una tale gamma di sentimenti? Eppure ho provato tutto ciò leggendo la storia narrata da Alberto Prunetti. Una nuvola di sensazioni alternanti e contrapposte, quali solo uno scrittore vero riesce a condensare”.

La recensione s’intitola “A fronte alta, malgrado tutto” ed è così che è vissuto Renato, padre di Alberto e protagonista di questa storia operaia, di classe e di famiglia che ora è di tutti grazie a un ottimo romanzo. L’ho letto e riletto da solo, con mio padre e insieme ai miei alunni di lingua-cultura italiana a Città del Messico, anche loro tristi, allibiti, incazzati, coinvolti e, a tratti, divertiti come lo ero io, perché il racconto di Alberto suscita tutto questo, allo stesso tempo accarezza e scuote la memoria.