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NarcoGuerra su Libera Radio – Radio Città del Capo

logo-liberaradio1(Da Libera Radio LINK) Si intitola NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga, fresca pubblicazione delle edizioni Odoya di Bologna, e il suo autore, Fabrizio Lorusso è giornalista freelance e professore universitario a Città del Messico, dove vive da tredici anni. Collabora con numerose riviste e testate messicane e italiane ed è redattore della web-zine Carmilla. Il libro inizia con il bilancio di un lungo e complicato conflitto che, solo dal 2006 al 2014, ha causato 100.000 morti e 26.000 desaparecidos.

Radio_citta_del_capoParte da queste cifre, questo mosaico di cronache e narrazioni, interviste e reportage, ma poi, come ci racconta lo stesso autore “parla di tanti casi che compongono il complesso puzzle della narcoguerra messicana. Ai numeri più crudi – dice – è normale aggiungere anzi, dettagliare cronache e casi concreti per capire quanto sta accadendo”. Il capitolo zero, la ferita impossibile da rimarginare da cui parte la narrazione di Lorusso è la notte del 26 settembre 2014.

A Iguala, nello stato del Guerrero, 43 studenti della scuola normale di Ayotzinapa vengono sequestrati dalla polizia, controllata dal sindaco e dai narco-boss locali, e poi consegnati a dei narcotrafficanti. Desaparecidos. Polizia e narcos collusi: la norma in tante città messicane. La notizia sfonda gli argini del silenzio, l’indignazione è globale.

Una parte del paese si mobilita, i genitori dei ragazzi non accettano le versioni ufficiali, la piazze di tutto il mondo pretendono che lo stato ammetta le sue responsabilità. Si riaccendono così i riflettori “sulla narcoguerra, sulle violazioni dei diritti umani, sulla guerra alle droghe come strumento di controllo sociale e delle risorse”, spiega ancora Lorusso. Un caso che tocca tutti gli aspetti di questa guerra al narcotraffico e i punti più sensibili della società messicana.

Info e Presentazioni NARCOGUERRA LINK

Narco-Business e NarcoGuerra: mercati e dinamiche globali della droga

 Hoja de coca

E’ appena uscito un prezioso libro di giornalismo narrativo, NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga di Fabrizio Lorusso (Ed. Odoya, 2015): reportage, interviste, cronache e analisi con una visione critica di quanto vissuto negli ultimi anni in Messico e in altri paesi latinoamericani. Per gentile concessione dell’editore, ne presentiamo un estratto. Qui si può leggere l’introduzione, qui il risvolto di copertina con una sintesi e la nota biografica dell’autore, qui l’indice e il Prologo di Pino Cacucci, qui il calendario delle presentazioni in Italia. Leggi di seguito l’estratto dal libro: Narco-Business e NarcoGuerra: mercati e dinamiche globali della droga – Dal blog La Poesía e lo Spirito

Al contadino colombiano medio un ettaro piantato a coca rende fino a 15 volte di più rispetto a uno a caffè, mentre, risalendo la filiera, i rendimenti schizzano verso l’alto, arricchendo gli operatori delle fasi terminali. Le politiche aperturiste applicate dagli anni Ottanta e Novanta in poi in America Latina, in particolare i trattati di libero commercio siglati con gli Stati Uniti, l’Unione Europea e la Cina in condizioni di asimmetria, hanno favorito solo alcuni settori dell’economia, mentre hanno penalizzato le masse di piccoli agricoltori che, quindi, hanno trovato nella coca, nell’oppio e nella marijuana delle alternative di sopravvivenza. Sbarcano il lunario, ma di certo non nuotano nell’oro. L’accademico francese Ibán de Rementería, esperto in droghe, sviluppo alternativo e sicurezza, fornisce delle cifre al riguardo riferite ai cocaleros che piantavano e vendevano foglie di coca alla fine degli anni Novanta.

A livello aggregato migliaia di contadini e i compratori locali dei derivati della foglia ottenevano l’1% di quanto pagato dai consumatori finali. Pochi cartelli del contrabbando internazionale di stupefacenti si tenevano il 13%. I traders e i dealers, importatori e distributori all’ingrosso nei ricchi mercati di consumo, che non sono moltissimi ma sono più numerosi dei cartelli, si prendevano il 27%. Infine migliaia di pusher partecipavano ai guadagni tenendosi il 57% del valore finale della cocaina e i sequestri delle autorità spiegavano il resto. Questa struttura non è cambiata, si è anzi polarizzata. Studi più recenti dell’Organizzazione degli Stati Americani stimano in due terzi del totale il valore che resta alla fine della filiera.

Dunque è a livello di microtraffico nel paese consumatore che si redistribuiscono i redditi del mercato della coca, mentre i contadini dei paesi produttori restano esclusi dai grandi affari, secondo i meccanismi tradizionali della divisione internazionale del lavoro tra produttori di materie prime, intermediari e venditori.

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)Nel nuovo millennio i cartelli messicani hanno sottratto fette saporite della narco-torta globale ai colombiani, hanno creato un contro-stato, o meglio uno stato-cooptato o catturato, nei loro bastioni territoriali e nei corridoi “biologici” che permettono loro di commerciare e prosperare. Sono diventati impresari, intermediari, esperti di logistica e distributori efficienti. Hanno espanso la produzione di quello che si poteva: il Messico occupa il terzo posto al mondo nella coltivazione di papaveri (amapola o adormidera in spagnolo) dietro ad altri esportatori di oppiacei come l’Afghanistan e il Myanmar (Birmania), e il primo posto dell’emisfero occidentale nell’elaborazione di metanfetamine e droghe sintetiche. Difatti la meth proveniente dai laboratori messicani, ben diffusi nello stato del Michoacán, monopolizza il mercato statunitense e permette ai cartelli di sostituire la cocaina, che si trova in una fase di stanca.

La celebre mota, ossia la marijuana messicana, egemonizza il mercato usa dagli anni Sessanta e l’estensione dei terreni seminati con la verde s’è man- tenuta sopra i 10.000 ettari. Il cartello di Sinaloa controlla almeno 650.000 chilometri quadrati di territorio nel Triangulo Dorado, tra gli stati del Sinaloa, del Durango e del Chihuahua.

Il Messico e il Venezuela, due paesi di transito degli stupefacenti in viaggio verso gli Stati Uniti e l’Europa, hanno vissuto un’escalation di violenza, così come il Brasile, Paese di destinazione e di transito allo stesso tempo. I loro tassi di omicidio nel 2012, misurati per 100.000 abitanti, sono di 23, 56 e 22 rispettivamente e costituiscono i valori più alti in Latino America a eccezione della regione centroamericana, che arriva a 41, e della Colombia, con 30. Il consumo di cocaina ha livelli di prevalenza maggiori in Argentina o in Cile che negli Stati Uniti e ci sono più di sette milioni e mezzo di persone in Sud America che consumano, in totale, il 19% della coca del mondo. A livello mondiale, la Gran Bretagna è la più addicted alla coca, mentre l’Australia predilige l’ecstasy. Nei paesi del Cono Sud si trovano gli sbocchi in uscita dal continente per attraversare l’Atlantico e arrivare al Vecchio Continente. La foglia di coca, già trasformata in cocaina, passa in Africa via terra oppure la circumnaviga e giunge nel Mediterraneo passando per il Canale di Suez. Secondo dati ONU, nel 2009 oltre 101 tonnellate di droga sono state consumate in America Latina e Caraibi contro le 21 dell’Africa e le 14 dell’Asia.

2. ULTIME Locandina del film sui narcos El Infierno di  Luis Estrada

L’ormai storica crociata antidroga degli Usa è da sempre orientata a esportare la guerra all’estero, per esempio in Messico e in Colombia, e a bloccare la produzione, agendo dal lato dell’offerta. Invece non si occupa di combattere la domanda in casa propria. Questa politica, e la retorica paternalista a essa collegata, ebbe il suo primo grande exploit con il presidente Ronald Reagan. Poi ha ripreso vigore durante l’amministrazione di Bill Clinton, dal 1992 al 2000, grazie all’inaugurazione del Plan Colombia, un piano antinarcotici e di sradicamento delle coltivazioni tramite aiuti militari ed economici che fu firmato da Clinton e dall’allora presidente colombiano Andrés Pastrana.

Il piano d’ingerenza usa in Colombia restò operativo anche durante la gestione di Bush Jr. Uno dei risultati più noti è che la coca viene ora coltivata in Perù e in Bolivia, ma continua a entrare negli Stati Uniti. Inoltre, le vittime della guerra alla droga rimangono a sud del Rio Bravo, sotto il confine tra l’America ricca e quella latina. Le prigioni statunitensi si sono riempite di detenuti per crimini contro la salute e ospitano circa il 25% della popolazione carceraria mondiale. Imparata la lezione? Non tanto. Dal 2008 è attiva l’Iniziativa o Piano Merida, un accordo tra Messico, Stati Uniti e paesi centroamericani, che coinvolge anche i caraibici Haiti e Repubblica Dominicana, simile al Plan Colombia: consegna di fondi liberati dal Congresso usa, formazione di personale e fornitura di attrezzature in cambio di una politica di mano dura che eviti grane in territorio statunitense. Un affare pieno per i fabbricanti di armi made in usa. Calderón e George Bush sottoscrissero l’accordo nel marzo 2007 con l’intenzione di sostenere l’offensiva militare messicana contro i cartelli. Fino al 2012 il Congresso americano aveva approvato fondi per un miliardo e novecento milioni di dollari. Un miliardo e cento milioni di questi è stato effettivamente erogato, e s’aggiunge ad altri 229 milioni autorizzati nel 2013.

La cattura del capo dei capi dei narcos messicani Joaquín Guzmán Loera, alias “El Chapo”, rappresenta un caso emblematico: il governo annuncia la vittoria della narcoguerra ma in realtà nulla cambia. Il boss è stato arrestato da un gruppo scelto di militari della marina all’alba di sabato 22 febbraio 2014 mentre dormiva in un hotel di Mazatlán, località marittima della costa pacifica. Gli opinionisti sono d’accordo sul valore simbolico dell’arresto, così come sul fatto che poco cambierà nello scenario e negli equilibri del narcotraffico. L’operazione, realizzata in collaborazione con l’americana dea, è stata pulita, nessun colpo è stato sparato per catturare il re della droga messicano che dirigeva l’organizzazione più potente delle Americhe e probabilmente del mondo, il cartello di Sinaloa.

Edgardo Buscaglia, autore del saggio Vuoti di potere in Messico, parla di quattro tipi di controlli assenti in Messico, senza i quali non è possibile combattere la criminalità organizzata: i controlli giudiziari, patrimoniali, della corruzione e sociali, pensati sia a livello nazionale che internazionale. Buscaglia denuncia fortemente il preoccupante livello d’insicurezza e l’insufficiente rispetto dei diritti umani nel Paese. Questa situazione lo porta a parlare di uno “stato fallito” che rischia di trasformarsi addirittura in uno “stato mafioso”, cioè uno stato incapace di adempiere le proprie funzioni ma anche infiltrato e colluso con le mafie. Uno stato che fallisce e diventa “narco-stato”, in quanto si trova alla ricerca di una “pax mafiosa” e di compromessi deteriori più che di un recupero del controllo e degli spazi di potere perduti. La costruzione iconica del Chapo Guzmán come “capo dei capi”, sul podio della storia criminale insieme ad Al Capone e Pablo Escobar, si chiude, per ora, con la fine del suo regno, ma non dei suoi affari o delle sue protezioni, e con la richiesta di estradizione che presto arriverà dagli usa. Ma il Messico vuole prima processare il suo capo che, secondo alcuni, potrebbe anche diventare un collaboratore di giustizia e scoperchiare il vaso di Pandora dei patti stato-mafia e dei favori di cui ha beneficiato nella sua lunga narco-carriera.

Le regole del narco-business non coincidono con quelle che vigono nell’economia formale, ma esistono somiglianze. Prezzi e quantità, retribuzioni e vendite, negoziazioni e logistica rispettano parzialmente i meccanismi di mercato e c’è bisogno di una gestione manageriale degli stakeholder, quelli che la teoria aziendale chiama “portatori d’interesse”. Oltre le teorie del mercato e dell’impresa, però, restano la violenza endemica, l’interazione corrotta con il sistema di protezione e gli apparati burocratici, politici e di polizia. E restano pure le sinergie con altri affari illeciti che hanno caratterizzato il modello criminale di gruppi come gli Zetas e la Familia Michoacana, oggi sostituita dai Caballeros Templarios, in Messico negli ultimi dieci anni, e che hanno permesso loro di rimpinguare notevolmente le entrate del narcotraffico. Hanno saputo creare un cocktail criminale esplosivo.

Ormai il modello criminale diversificato coinvolge tutti i cartelli messicani, visto che la coca o la mota da sole non bastano più per tutti e gli accessi ai mercati esteri, specialmente lungo la frontiera di 3000 chilometri con gli usa, sono sempre più risicati. La produzione complessiva di cocaina è diminuita del 26% tra il 2007 e il 2012, compensata però dagli stimolanti anfetaminici. Il numero di sostanze psicoattive non regolate sul mercato mondiale ha raggiunto la cifra di 348 ed è raddoppiato tra il 2009 e il 2013. Quelle controllate sono invece solo 234.

Il mercato europeo della cocaina, in gran parte importata dal Perù e dalla Bolivia, è piuttosto stabile, con Spagna, Italia e Regno Unito che accorpano il 60% del consumo. Il totale vale più di 33 milioni di dollari, secondo le cifre del World Drug Report (ONU), e ormai contende il primo posto agli usa, il cui consumo è sceso del 40% tra il 2006 e il 2012. Questo Paese rappresenta il 36% del mercato complessivo ed è rifornito al 95% dall’esportazione colombiana che passa dagli intermediari messicani.

Percorsi dei traffici mondiali (droghe, oro, armi,  persone, preziosi, e altri contrabbandi)

La relativa stasi di alcuni mercati è compensata da una crescita della cocaina in altre zone come l’Oceania, il Sud America, l’Africa, l’Europa orientale e l’Asia. Considerando i paesi singolarmente, spicca il Brasile che è ormai al secondo posto nel consumo di cocaina e derivati. Il destino dei paesi di transito è quello di sperimentare un caduta nei prezzi della merce e una segmentazione maggiore del mercato: alta qualità per chi ha più potere d’acquisto e pessimi sottoprodotti, cioè crack e basuco, ai poveri e miserabili.

I consumatori di eroina, per cui i mercati più lucrativi sono l’Europa centrale e occidentale, sono diminuiti da 1,4 a 1,1 milioni dal 2007 al 2011, ma nel 2013 la sua produzione mondiale è aumentata rispetto al biennio precedente. Anche le droghe sintetiche hanno aumentato la loro diffusione. In fondo i consumi non diminuiscono, si spostano: gli utilizzatori di una o più “droghe illecite” tra i 15 e i 64 anni costituiscono stabilmente il 5% della popolazione mondiale e sono 27 milioni le persone che registrano “problemi” di abuso di droga, secondo la UNODC. Le coltivazioni di oppio, scese del 20% tra il 2009 e il 2012, sono tornate ai livelli originari.

“México’s Moment” (“Il momento del Messico”) aveva titolato trionfalmente The Economist nel novembre del 2012, a pochi giorni dall’insediamento del neoeletto presidente Enrique Peña Nieto. Non so se la rivista americana intendesse alludere al momento degli psicotropici messicani o all’ascesa dei narcos di Sinaloa e degli Zetas nell’olimpo delle big corporations globali. Le storie e le avventure dei boss, di quelli in vita e di quelli deceduti, rivivono in Messico nei narcocorridos, un sottogenere musicale dei vecchi corridos, ossia canzoni che al ritmo della fisarmonica, già dall’epoca della Revolución del 1910, cantavano le gesta dei capi rivoluzionari come Francisco Villa ed Emiliano Zapata e dei primi contrabbandieri di fine XIX secolo. La differenza fondamentale è che oggi le gesta sono quelle dei capi-mafia come “Don Neto”, Caro Quintero, “El Chapo” Guzmán, Félix Gallardo, Pedro Díaz Parada, Manuel Salcido “El Cochiloco”, Amado Carrillo “El señor de los cielos”, “El Mayo” Zambada, Heriberto Lazcano, alias “El Lazca”…

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NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga, Prologo di Pino Cacucci, Odoya Edizioni (Bologna, 2015), pp. 412.

NarcoGuerra è un testo giornalistico e narrativo sul Messico e sulla guerra ai cartelli della droga, dichiarata nel 2006 dall’allora presidente Felipe Calderón.

Il bilancio: 100.000 morti, 26.000 desaparecidos, 281.000 rifugiati. A tre anni dall’insediamento di Enrique Peña Nieto la situazione non è sostanzialmente cambiata, ma il discorso ufficiale ha provato a nascondere la violenza, i vuoti di potere e la strategia di militarizzazione del territorio. Ma l’uso della forza occulta debolezza, non dà i risultati sperati.

La notte del 26 settembre 2014, a Iguala, nello stato del Guerrero, quarantatré studenti della scuola normale di Ayotzinapa vengono sequestrati dalla polizia, controllata dal sindaco e dai narco-boss locali, e poi consegnati a dei narcotrafficanti. Desaparecidos. Polizia e narcos collusi: la norma in tante città messicane. La notizia rimbalza, l’indignazione è globale. La piazza grida. Giustizia! Che lo stato ammetta le sue responsabilità. Si riaccendono i riflettori sulla NarcoGuerra, sulle violazioni ai diritti umani, sulla guerra alle droghe come strumento di controllo sociale e delle risorse. La malavita rimane capace di gestire patti e infiltrazioni con la politica e la sua forza sono i mercati internazionali di marijuana, oppiacei, cocaina, droghe sintetiche, armi e persone.

Per capire questa situazione, manifestazione locale di fenomeni globali, il libro esplora la storia e l’attualità dei cartelli, dei boss e del narcotraffico, la war on drugs statunitense, gli elementi della narco-cultura come il culto alla Santa Muerte, i narco-blog e la musica dei narcocorridos, i meccanismi della “fabbrica dei colpevoli”, coi casi della francese Florence Cassez e il prof. indigeno Alberto Patishtán, e l’evoluzione dei movimenti sociali: quello per la Pace del poeta Javier Sicilia, la “primavera messicana” YoSoy132, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, Ayotzinapa, Atenco, Oaxaca, e le autodefensas armate.

I pezzi di questo puzzle messicano sono reportage, interviste, cronache e analisi con una visione critica di quanto vissuto negli ultimi anni in Messico e in altri paesi latinoamericani.

Un narco-glossario finale e una serie di mappe esplicative accompagnano il lettore nel viaggio.

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L’autore

Fabrizio Lorusso è giornalista freelance, traduttore e professore di storia e politica dell’America Latina alle università UNAM e Iberoamericana di Città del Messico, dove vive da tredici anni. Ha pubblicato i saggi-reportage: La fame di Haiti (con Romina Vinci, 2015) e Santa Muerte. Patrona dell’Umanità (2013), i racconti per le collettanee: Nessuna più. 40 scrittori contro il femminicidio (Elliot, 2013), Re/search Milano. Mappa di una città a pezzi (2015), Pan del Alma (2014) e Sorci Verdi. Storie di ordinario leghismo (2011).

Collabora con vari media tra cui l’inserto Semanal del quotidiano La Jornada, la rivista messicana Variopinto, Il Reportage e Radio Popolare. E’ blogger di Huffington Post e redattore della web-zine Carmilla.

Blog dell’autore: LamericaLatina.Net

NarcoGuerra, il Libro: Prologo di Pino Cacucci

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)[Prologo del libro di Fabrizio Lorusso, NarcoGuerra. cronache del Messico dei cartelli della droga, Odoya, Bologna, 2015, pp. 416, € 20 (€ 15 Sito Web Odoya)] – Prologo di Pino Cacucci

Secondo un vecchio detto che i messicani amano ripetere, “como México no hay dos”. Per molti versi è vero, che il Messico è unico e irripetibile. Ma la realtà odierna dimostra purtroppo che il paese è anche schizofrenicamente sdoppiato: esistono due Messico. Perché qualsiasi viaggiatore, viandante o lieto turista affascinato dalla sua incommensurabile bellezza, può tranquillamente attraversarne migliaia di chilometri senza mai percepire un clima di violenza sanguinaria. Eppure… esiste anche l’altro Messico, quello che Fabrizio Lorusso sviscera nei suoi reportage, nei suoi approfondimenti giornalistici, nei racconti di vita quotidiana. E lo fa con esemplare giornalismo narrativo, che attualmente è l’unica fonte di informazione attendibile, non essendo schiava di una gabbia ristretta di “battute” né di censure, o meglio di autocensure, perché tutti, quando scriviamo per una certa testata, abbiamo in mente che questa ha un preciso proprietario e quindi certi limiti ce li mettiamo da soli, prima ancora che vengano imposti. Ovviamente, il giornalismo narrativo non può che trovare spazio in un libro, che poi faticherà non poco a trovare uno spazio nell’editoria. Oppure – come è il caso di alcuni di questi scritti – lo spazio se lo prendono su internet, l’universo che ci illude di essere liberi di esprimere qualsiasi opinione: peccato che, siamo sinceri, finiamo per leggerci l’un l’altro, cioè tra quanti una certa sensibilità già ce l’hanno, senza scalfire la cosiddetta “informazione di massa”, che altro non è se non disinformazione massificata.

Esiste, dunque, anche l’altro Messico, dei corpi appesi ai cavalcavia, delle teste mozzate e infilate sui pali, dell’orrore che ormai viene acriticamente ascritto ai “narcos” quando nessuno capisce più se siano effettivamente i ben armati e ben entrenados Zetas (in maggioranza ex militari di reparti speciali e mercenari centro e sudamericani con master in centri di addestramento di Usa e Israele), o se si tratti di squadroni della morte, milizie di latifondisti, regolamenti di conti d’ogni sorta, ed eliminazione spiccia di oppositori sociali.

E questa è anche la mia schizofrenia, perché…

Il Messico è dove torno ogni anno per qualche mese e dove vorrei concludere i miei giorni, e se, dopo averci vissuto per anni tanto tempo fa, continuo questo incessante andirivieni, forse è per un inconfessabile timore dell’abitudine: ovunque vivi per troppo tempo, finisci per vederne solo i difetti e non più i pregi. Io vado e vengo perché, come un vampiro, continuo a succhiarne gli aspetti migliori. Troppo comodo, lo so. Ma è così. Amo talmente il Messico, da impedirmi di trasformarlo in una consuetudine, in una routine quotidiana che ne assopirebbe le emozioni: è un po’ come con le droghe, l’assuefazione ti priva di rinnovare la sensazione inebriante della prima volta. Meglio rinnovare la crisi di astinenza – chiamiamola struggente nostalgia – che assuefarsi, svilendo quel miscuglio di energie rinnovate e sensazioni ineguagliabili che mi dà ogni volta che ci torno. Se non tornassi ma rimanessi per “sempre”, temo che l’abitudine spegnerebbe tutto.

Odoya Bandiera messicana coca proiettiliE chiarisco: la semplificazione di “pregi e difetti” è improponibile, proprio perché semplifica l’immane complessità della situazione. Difetti: non si può relegare a questo vocabolo l’orrore dei morti ammazzati. Pregi: quei milioni di messicani che in ogni istante ti dimostrano quanto siano diversi dall’orrore, con la loro sensibilità, creatività, ribellione, resistenza… dignità. La cronaca, purtroppo, privilegia gli orribili e trascura i dignitosi.

Leggendo i coraggiosi scritti di Fabrizio Lorusso (coraggiosi per il semplice e spietato fatto che lui, lì, ci vive e si espone alle eventuali conseguenze) riconosco me stesso come ero trent’anni fa: lodevole donchisciotte che, penna – o tastiera – in resta, affronta i mulini a vento dei todopoderosos di sempre, di ieri e di oggi… E in fin dei conti, oggi, mi appare come un’illusione, il tentativo di informare gli altri sulla realtà, perché la sensazione è che tutti (be’, quasi tutti) se ne freghino, della realtà. Quindi, è un’utopia. Ma cosa saremmo, senza illusioni e utopie?

Nada más que amibas. Saremmo parassiti intestinali, tanto per restare sul campo messicano. Miserabili parassiti assuefatti a una realtà ingiusta e insopportabile. È per questo, che abbiamo bisogno di illusioni e utopie. Persino dell’illusione che, scrivendo, informando, potremmo rendere meno feroce e nefasto questo mondo in cui viviamo. Che è anche l’unico che abbiamo. Da CarmillaOnLine

Leggi l’introduzione del libro: QUI 

Risvolto/Riassunto del libro+Bio: QUI 

Presentazioni del libro e pagina NarcoGuerra: QUI

Scarica PDF Indice + Intro + Prologo del libro: QUI

NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga, libro in uscita il 1 giugno

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga, Prologo di Pino Cacucci – Odoya Edizioni (Bologna, 2015), pp. 412.

NarcoGuerra è un testo giornalistico e narrativo sul Messico e sulla guerra ai cartelli della droga, dichiarata nel 2006 dall’allora presidente Felipe Calderón.

Il bilancio: 100.000 morti, 26.000 desaparecidos, 281.000 rifugiati. A tre anni dall’insediamento di Enrique Peña Nieto la situazione non è sostanzialmente cambiata, ma il discorso ufficiale ha provato a nascondere la violenza, i vuoti di potere e la strategia di militarizzazione del territorio. Ma l’uso della forza occulta debolezza, non dà i risultati sperati.

La notte del 26 settembre 2014, a Iguala, nello stato del Guerrero, quarantatré studenti della scuola normale di Ayotzinapa vengono sequestrati dalla polizia, controllata dal sindaco e dai narco-boss locali, e poi consegnati a dei narcotrafficanti. Desaparecidos. Polizia e narcos collusi: la norma in tante città messicane. La notizia rimbalza, l’indignazione è globale. La piazza grida. Giustizia! Che lo stato ammetta le sue responsabilità. Si riaccendono i riflettori sulla NarcoGuerra, sulle violazioni ai diritti umani, sulla guerra alle droghe come strumento di controllo sociale e delle risorse. La malavita rimane capace di gestire patti e infiltrazioni con la politica e la sua forza sono i mercati internazionali di marijuana, oppiacei, cocaina, droghe sintetiche, armi e persone.

Per capire questa situazione, manifestazione locale di fenomeni globali, il libro esplora la storia e l’attualità dei cartelli, dei boss e del narcotraffico, la war on drugs statunitense, gli elementi della narco-cultura come il culto alla Santa Muerte, i narco-blog e la musica dei narcocorridos, i meccanismi della “fabbrica dei colpevoli”, coi casi della francese Florence Cassez e il prof. indigeno Alberto Patishtán, e l’evoluzione dei movimenti sociali: quello per la Pace del poeta Javier Sicilia, la “primavera messicana” YoSoy132, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, Ayotzinapa, Atenco, Oaxaca, e le autodefensas armate.

I pezzi di questo puzzle messicano sono reportage, interviste, cronache e analisi con una visione critica di quanto vissuto negli ultimi anni in Messico e in altri paesi latinoamericani.

Un narco-glossario finale e una serie di mappe esplicative accompagnano il lettore nel viaggio.

Autore

Fabrizio Lorusso è giornalista freelance, traduttore e professore di storia e politica dell’America Latina alle università UNAM e Iberoamericana di Città del Messico, dove vive da tredici anni. Ha pubblicato i saggi-reportage: La fame di Haiti (con Romina Vinci, 2015) e Santa Muerte. Patrona dell’Umanità (2013), i racconti per le collettanee: Nessuna più. 40 scrittori contro il femminicidio (Elliot, 2013), Re/search Milano. Mappa di una città a pezzi (2015), Pan del Alma (2014) e Sorci Verdi. Storie di ordinario leghismo (2011).

Collabora con vari media tra cui l’inserto Semanal del quotidiano La Jornada, la rivista messicana Variopinto, Il Reportage e Radio Popolare. E’ blogger di Huffington Post e redattore della web-zine Carmilla.

Blog dell’autore: LamericaLatina.Net

Pino Cacucci è un celebre scrittore, sceneggiatore e traduttore. Ha viaggiato molto in America Latina e soprattutto in Messico, dove ha abitato per lunghi periodi. Nel 1992 e nel 1997 ha vinto per ben due volte il prestigioso premio “Pluma de Plata Mexicana” per il miglior reportage straniero sul Messico. È autore di oltre venti romanzi e di molti racconti di viaggio quasi sempre legati al Messico (tra cui Tina, Puerto Escondido, San Isidro Futból, La polvere del Messico, In ogni caso nessun rimorso, Mahahual e l’ultimo uscito Quelli del san Patricio), pubblicati prevalentemente da Feltrinelli.

Articolo Tratto da GlobalProject.Info

Evo e Dilma o il Washington Consensus (W.C.)?

Domenica il Brasile voterà tra due modelli di società ed economia, mentre la Bolivia ha già scelto il presidente cocalero Evo Morales

washingtonconsensus

La sigla W.C. in inglese non è una provocazione e, anche se profondamente allusiva, indica il Washington Consensus, cioè il “consenso” sul top ten delle misure di politica economica (e quindi sociale), pensate per i paesi in via di sviluppo, che si basa sull’agenda neoliberista definita negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso e si formalizza nel 1989, come lista di raccomandazioni, per mano dell’economista John Williamson. Prima del W.C. c’era il P.B. o Plan Baker, formulato nel 1985 dal Segretario del Tesoro americano James Baker per combattere la crisi internazionale provocata dall’esplosione del debito e l’insolvenza di numerosi paesi latinoamericani. Faccio notare che se oggi al posto di “latinoamericani” scriviamo “mediterranei”, il discorso fila liscio uguale e così via, ad libitum, con tutte le sostituzioni geografiche e regionali che ci vengono in mente.

W.C.

Il W.C. era (ed è) un programma che prevedeva la riduzione del ruolo dello stato nell’economia, le liberalizzazioni, le privatizzazioni, l’apertura agli investimenti esteri, il controllo della spesa pubblica, in genere equivalente a tagli nello stato sociale o drastiche “razionalizzazioni” del welfare, l’annullamento del deficit di bilancio, la deregulation (dei settori economici e soprattutto del lavoro) e la protezione della proprietà (privata) e che è stato adottato, più o meno fedelmente, da decine di governi del mondo su “consiglio”, o meglio, sotto pressione o ricatto, del Fondo Monetario Internazionale, del governo statunitense e del suo Dipartimento del Tesoro, della Banca Mondiale, tra gli altri, e in Europa della famosa troika economica: FMI, BCE, Commissione dell’Unione Europea.

Quindi il piano era stato pensato da illustri menti e istituzioni, fondamentalmente statunitensi, per essere applicato nei paesi “indisciplinati”, “in ritardo”, emergenti, in via di sviluppo e simili, ma è finito per diventare un sacro verbo globale, astorico e universalmente valido, in base al quale giudicare la bontà di riforme e sistemi, di economie e società, di monete e coscienze. Ma la medicina neoliberale, specialmente nelle sue versioni più integraliste, non ha funzionato, non ha sortito gli effetti promessi, non ha ravvivato la crescita né generato sviluppo. Ha, piuttosto, esacerbato i problemi del capitalismo tanto nei paesi industrializzati quanto negli altri.

In America Latina, in opposizione alle soluzioni preconfezionate dal Nord del mondo, negli anni 2000 diversi governi, all’interno di quella che è stata definita “ondata progressista”, hanno palliato, modificato, ridisegnato e, in alcuni casi, stravolto i diktat politico-economici della “saggezza economica convenzionale”, ottenendo eccellenti risultati in termini sociali e macroeconomici, nonostante le critiche dei money doctors e dei tecnocrati ortodossi, nonché di gran parte dei mass media internazionali.

Sul Brasile: stampa e corruzione

A tal proposito durante la campagna per il primo turno elettorale in Brasile del 5 ottobre mi sono capitati tra le mani due reportage tendenziosissimi, sorprendenti in quanto pubblicati da una rivista tradizionalmente di sinistra e molto seguita in Messico: Proceso. Il giornalista, Andrés Carvas, negli unici due articoli presenti sul numero 1978 (28 settembre 2014) del settimanale, cita ripetutamente come fonte la famosa rivista Veja, tra le più reazionarie e mistificanti del paese sudamericano. Carvas traccia un commuovente e apologetico profilo di Marina Silva, la “figlia nera delle Amazzoni” e presunta “rottamatrice della vecchia politica”, basandosi molto sull’emotività e poco sui fatti per descrivere il percorso della candidata last minute del conservatore PSB (Partido socialista brasiliano), scelta dopo la morte, lo scorso 13 agosto, del precedente candidato Eduardo Campos in un incidente aereo. I reportage sottolineano poi il tremendo livello di corruzione della classe dirigente brasiliana e questo è un punto importante da evidenziare, senz’ombra di dubbio: la compravendita di voti in parlamento e la scarsa trasparenza del finanziamenti ai partiti, con in testa lo scandalo del mensalão (mensilità), scoppiato nel 2005 ma ancora attuale, e la corruzione legata all’impresa petrolifera statale Petrobras, hanno minato le basi del progetto costruito dal PT. Nell’edizione 1981 della rivista Carvas sposa totalmente la visione del PSDB (Partito Social-Democrazia Brasile) e del suo ex presidente Fernando Henrique Cardoso che ha dichiarato che i votanti del PT e di Dilma sono degli “ignoranti”. Un’illazione di berlusconiana memoria se sostituiamo “ignoranti” con “coglioni”. A partire da un’affermazione simile costruisce un pezzo contro il presunto assistenzialismo dei governi progressisti brasiliani criticando il programma di sostegno alle famiglie più povere chiamato Bolsa Familia che Lula e Dilma hanno esteso ma non hanno creato. L’iniziatore del programma fu infatti lo stesso Cardoso negli anni ’90.

Dilma Aecio MarinaI dati più attendibili sulla corruzione e i processi aperti contro parlamentari, al di là degli scandali mediatici, parlano di un problema etico, dai risvolti anche penali, che coinvolge tutti i partiti. Per i delitti elettorali, tra il 2000 e il 2007 (unico periodo disponibile), il PT si colloca al numero 10 del ranking con dieci parlamentari (2,9% del totale) sospesi dal Tribunale Elettorale, mentre i primi tre partiti, che raccolgono il 67% dei casi, sono nell’ordine i DEM (Democrátas), PMDB (Partito Mov. Demo. Brasile) e PSDB. Per i reati penali e civili, inclusa la corruzione, nel settembre 2013 il panorama dei primi partiti della lista era il seguente: PMDB – 11 senatori e 42 deputati sotto processo; PSDB – 5 e 15; PT – 4 e 26; PR (Partito della Repubblica) – 4 e 14; DEM – 1 e 9. Le indagini in totale erano 542 per 224 parlamentari di tutto lo spettro politico. Insomma, si tratti del PT o di altri partiti della coalizione di governo o dell’opposizione, la situazione è generalizzata, il che non toglie di certo gravità a una situazione che interessa un terzo degli eletti.

Ad ogni modo l’ascesa messianica e provvidenziale dell’evangelica Marina pareva aver spostato l’ago della bilancia in favore delle destre. Invece, contro i pronostici che prevedevano un pareggio tecnico tra Dilma Roussef, del PT (Partito dei lavoratori), e Marina, il 5 ottobre quest’ultima è stata sconfitta (21,32% dei voti) alle urne. Al ballottaggio del 26 ottobre ci saranno, dunque, Aécio Neves (33,55%), del conservatore PSDB (Partito socialdemocratico brasiliano), e Dilma (41,59%). La sua coalizione ha conservato la maggioranza alla camera e al senato in un parlamento che, però, è più frammentato (28 partiti alla camera e 16 al senato e, rispetto al 2010, più seggi per quelli più piccoli) (mappa dei risultati). La vittoria finale dell’ex guerrigliera è in bilico perché il fronte anti-Dilma e anti-PT mette insieme sezioni trasversali del mondo politico e dell’opinione pubblica e non è facile prevedere dove andranno a parare i voti presi da Marina al primo turno. La maggior parte di questi, ma non tutti, dovrebbero confluire su Aécio Neves. Il voto di protesta e del cambiamento, sintetizzato in slogan semplici ed efficaci come “Fora PT”, è diventato il cavallo di battaglia dell’opposizione e sta facendo dimenticare gli scandali in cui il candidato Aécio è coinvolto. E’ indagato per la costruzione di un aeroporto superfluo, utilizzato praticamente come scalo privato dalla sua famiglia, nella città di Claudio (stato di Minas Gerais). L’aerostazione, inoltre, si trova proprio sul terreno espropriato allo zio del candidato alla presidenza durante il suo mandato come governatore della regione (2003-2010), a soli 6 km da una delle sue proprietà. S’investiga anche sulla possibilità che l’aeroporto sia stato utilizzato come scalo di rifornimento di un elicottero carico di cocaina poco prima che, alle 14:17 del 24 novembre 2013, il pilota di un elicottero con 445 kg di coca a bordo venisse catturato in fragrante in un aeroporto vicino.

E la Bolivia di Evo…

In Bolivia, Evo Morales, che era da mesi il candidato alla presidenza favorito in tutti i sondaggi contro il democristiano Jorge Quiroga e Samuel Jorge Doria Medina della Unidad Democrática, governerà per i prossimi 5 anni, avendo ottenuto al primo turno il 61% dei voti e un’ampia maggioranza in parlamento lo scorso 12 ottobre. Si avvia quindi al suo terzo periodo da presidente.

Visitai il paese andino nel 2005, prima che il MAS (Movimento al Socialismo) di Evo Morales arrivasse al potere, e poi di nuovo a inizio 2013, dopo 8 anni di governo del presidentecocalero. Malgrado la povertà che, seppur in diminuzione, tocca circa la metà dei boliviani, progressi del paese andino, la migliore organizzazione e distribuzione delle risorse e l’estensione dei diritti sociali (salute, pensione, educazione) sono visibili e concreti. Il paese cresce ininterrottamente da 10 anni, più che nei precedenti 30, ha ridotto il debito esterno, la povertà estrema (dal 38% al 20%) e la disuguaglianza (indice Gini in diminuzione del 3,5% annuo da almeno un lustro), ha aumentato le riserve internazionali e le risorse sono state destinate alla salute, alle classi e ai settori della popolazione più deboli e alle infrastrutture. L’inflazione è stabile sotto al 5% e le riserve monetario sono tra le più alte al mondo se rapportate al pIL (48%).

Evo-Morales-e1324943221587-655x416La partecipazione popolare alle elezioni del 2009, le prime dopo l’approvazione della nuova costituzione che prevede la possibilità di rielezione per il “Presidente dello Stato Plurinazionale” e il meccanismo del ballottaggio, fu altissima, del 95%, e Morales conseguì il 60% delle preferenze, vincendo al primo turno. C’è chi tira fuori la parola “populismo” o parla di nuovi “regimi autoritari”, ostili al mercato e alle imprese, per creare spauracchi per gli investitori stranieri e, anche se questi in realtà stanno facendo comunque grossi affari in America Latina, la retorica fa presa, almeno nei mass media. La stragrande maggioranza dei partiti delle sinistre socialdemocratiche europee, ormai incapaci di fare autocritica e guardare con occhi diversi al continente latinoamericano, spesso seguono a ruota il mainstream(dis)informativo che, con un tono che spesso suona razzista e un discorso che sprofonda nella superficialità, rende folclorici e stereotipati interi paesi del Sudamerica, i loro rappresentanti ed esperimenti politici, e infine i loro progressi economici, politici e sociali.

Le tanto temute espropriazioni boliviane, vituperate per anni dalla stampa mondiale, hanno senza dubbio aumentato il controllo dello stato nell’economia, ma si sono concentrate nei settori veramente strategici come le telecomunicazioni, lo sfruttamento delle risorse naturali e l’energia, in cui soprattutto sono state rinegoziate le concessioni. Restano aperte molte questioni: dal narcotraffico alla giustizia, dalle relazioni più tese con paesi vicini come il Brasile e il Cile agli sprechi e i nepotismi nell’azienda energetica statale YPFB. D’altro canto il controllo dell’inflazione e un trattamento “diplomatico” delle élite proprietarie, autonomiste e conservatrici della regione di Santa Cruz hanno permesso a Evo di mantenere un buon livello di governabilità: nel panorama delle sinistre latinoamericane è stato descritto come un personaggio dalla retorica “chavista”, legata a quella del defunto ex presidente venezuelano Hugo Chávez, e una prassi “lulista”, cioè più moderata, vicina a quella dell’ex presidente brasiliano Lula da Silva e fondata su politiche di redistribuzione della ricchezza e stabilità macroeconomica. Si tratta comunque di una sinistra di governo, di un modello più sociale ma pragmatico, con estensione della democrazia, della partecipazione e dei diritti, un sistema non rivoluzionario, anche se di rottura rispetto al neoliberismo ortodosso.

Modelli economico-sociali latinoamericani

Tanto a Evo Morales come a Lula e a Dilma Rousseff sono piovute critiche da destra, essendo stati accusati di essere dei sinistroidi populisti, assistenzialisti e anti-mercato, e da sinistra. In questo caso le accuse si scagliano contro questi leader troppo “socialdemocratici” o “vicini al capitale”, giudicati neoliberisti e autoritari, anche rispetto alla loro stessa storia politica e ai loro partiti di riferimento. In effetti, tanto nelle grandi città come nelle campagne, il persistere delle condizioni di esclusione, derivate dall’intersezione tra l’emarginazione di classe, demografica, geografica, di genere e quella etnico-razziale, così come da uno sviluppo in parte basato sulle grandi opere infrastrutturali e una “modernizzazione” a tappe forzate, ha portato i movimenti sociali alla protesta, non solo nel 2013 e 2014 in Brasile durante la Confederation Cup e il mondiale, ma già da molti anni e in tanti altri territori di quel paese e dell’intera America Latina.

Sebbene le contraddizioni strutturali del sistema, a volte chiamato capitalismo periferico o capitalismo postmoderno, riemergano e generino scontento, rispetto all’integralismo del Washington Consensus, le politiche economiche e sociali di Dilma ed Evo, ma soprattutto i loro risultati concreti, si differenziano, soprattutto se comparate con quelle dei loro predecessori e dei loro rivali nelle recenti giornate elettorali. Sono numerose le etichette, più o meno note e azzeccate, che hanno provato a classificare il modello: neo-sviluppismo (“desarrollismo”) o social-sviluppismo, socialdemocratico, neokeynesiano, neoliberale dal volto sociale, capitalismo includente e delle pari opportunità, socialismo del secolo XXI (anche se questa definizione è stata applicata soprattutto al Venezuela di Chavéz, che la coniò, alla Bolivia e all’Ecuador). In un’intervista recente a MVS Noticias (Messico) il presidente uruguayano José Mujica, per esempio, ha paragonato il Frente Amplio, la sua coalizione politica, con il PT brasiliano per ispirazione e politica economica. C’è un po’ di verità e di capacità esplicativa in ciascuna di queste descrizioni. Però da sole non riescono a riassumere la complessità di intere società, economie e ideologie e, quindi, vengono utilizzate di volta in volta per sottolineare, esaltare o denigrare alcuni aspetti delle esperienze politiche latinoamericane piuttosto che altri, per far risaltare semanticamente, ma anche ideologicamente, alcuni contenuti rispetto ad altri.

consenso washingtonCirca 40 milioni di persone, il 20% della popolazione, sono uscite dalla povertà in Brasile in un decennio grazie all’espansione delle politiche sociali, a partire dal primo governo Lula (2002-2006), e a una congiuntura economica particolarmente favorevole che è stata sfruttata per redistribuire reddito verso le classi più povere. D’altro canto il governo è stato criticato aspramente per gli sprechi e la corruzione legati ai mondiali e per l’aumento del costo della vita. Ciononostante la “recessione tecnica” di quest’anno, con un PIL fermo o leggermente in discesa, non aiuta Dilma Rousseff. Inoltre l’universalizzazione dei diritti sociali e del welfare e la fine delle discriminazioni razziali e di classe, tratti dominanti del sistema, paiono ancora lontani dalle agende politiche.

Le proteste del 2013 e 2014 hanno evidenziato anche il malcontento della classe media. Una parte di questa, che deve proprio ai governi petistas la sua crescita e prosperità e che oggi sembra preoccuparsi più del conto in banca, dei biglietti aerei e della carta di credito che dell’ampliamento dei diritti sociali e civili, è scesa in piazza “per la prima volta” per lanciare slogan “né di destra né di sinistra” contro i partiti, il governo, l’inflazione, la corruzione e le spese dei Mondiali, ma ha finito per fare il gioco delle forze più reazionarie, nel senso che ha sovrastato lo sforzo dei movimenti sociali organizzati che, in realtà, ben prima avevano acceso la miccia o s’erano scollati dal PT, seppur da una prospettiva diversa e più coerente, essendo portatori di rivendicazioni, programmi e visioni del mondo differenti, che non vedono novità sostanziali nel “nuovo” modello di sviluppo brasiliano.

Numeri per economisti

Riporto alcuni dati interessanti, raccolti in una serie di presentazioni organizzate dall’UNAM (Universidad Nacional Autónoma de México), in cui i relatori hanno mostrato i risultati dei due governi Lula (2002-2006-2010) e di Dilma Roussef (2010-2014) e li hanno comparati con quelli degli esecutivi di destra precedenti: José Sarney del PDMB-Partido do Movimento Democratico Brasileiro (1985-1990), Fernando Collor del PRN-Partido da Reconstrução Nacional (1990-1992), Itamar Franco del PRN (1992-1994), e in particolare Fernando Henrique Cardoso del PSDB (1995-2002). I sondaggi preelettorali mostrano una situazione di grande incertezza, con un pareggio tecnico tra Dilma e Aécio. Potrebbe essere la fine di un ciclo durato 12 anni e vale quindi la pena fare un bilancio.

Tra il 2002 e il 2013 la disoccupazione urbana è scesa dal 12,2% al 5,4%, il salario minimo reale è cresciuto del 75%, i beneficiari della previdenza sociale sono passati da 18,9 milioni di persone a 27 e il numero netto di persone con contratti formali di lavoro è aumentato di 20 milioni. Nei sette anni del governo Cardoso si sono creati 627mila posti di lavoro all’anno. La spesa sociale pubblica è cresciuta dal 12,7% del PIL al 16,8% e l’indice di Gini, che misura la disuguaglianza, è migliorato, scendendo da 0,59 a 0,53. La povertà è diminuita dal 34,4% al 15,9%, mentre quella estrema è passata dal 15% al 5,2%.

neoliberalismoIl Prodotto Interno Lordo per capita è passato da 3.100 a 9.828 dollari e l’economia brasiliana è saltata dal 14esimo posto al 7° nel mondo. Le riserve internazionali si sono decuplicate (da 37 a 375,8 miliardi di dollari), gli investimenti esteri diretti sono passati da 16,6 a 64 miliardi di dollari. L’attenzione al settore educativo s’è moltiplicata con l’inaugurazione e il rafforzamento dei programmi ProUni, Pronatec e Scienza senza frontiere. Il governo Cardoso non ha creato né università federali né scuole tecniche, mentre negli ultimi 12 anni ne sono state fondate rispettivamente diciotto e duecento quattordici e gli studenti universitari sono aumentati da 583mila a un milione e 87mila. La tanto temuta inflazione che Lula e Dilma avrebbero generato in realtà è sempre stata contenuta, tra il 4% e il 6%, e in aumento nel 2014 con un valore del 6,6%.

Il periodo e le medie qui considerate si sviluppano in tre fasi: 2003-2006, “enfasi nella stabilizzazione”; 2008-2012, “misure anticicliche e rafforzamento del modello”; 2012-2014, “frenata”, pressioni di mercato e mediatiche. La tenuta del modello, la sua eventuale radicalizzazione, continuazione o diluizione dipendono dai risultati del ballottaggio del 26 ottobre e, in caso di vittoria di Dilma Roussef, dalla volontà politica di consolidare il progetto del PT, magari tornando indietro alle origini del partito e alle prime fasi dei governi di Lula, ma soprattutto dall’agibilità e tenuta della variopinta e frammentata alleanza parlamentare che la dovrebbe sostenere. A livello internazionale la proposta di Neves punta tutto sull’avvicinamento con Stati Uniti e Europa e sull’accantonamento dei progetti integrazionisti latinoamericani, dal Mercosur alla Unasur e la Celac, che sono stati, invece, i pilastri della politica estera dei governi petistas, insieme alla costruzione di una relazione più simmetrica e paritaria con il Nord del mondo. In caso di vittoria, Dilma dovrà affrontare una situazione più difficile che in passato, non solo a livello economico e sociale, ma anche politico, data la tendenza più conservatrice e qualunquista del legislativo: un’alleanza costruita nuovamente intorno al PT potrebbe ottenere la maggioranza in parlamento, nonostante la caduta del partito di riferimento da 88 a 70 deputati su un totale di 513, però dovrà fare i conti con l’avanzata dei legislatori evangelici, dei rappresentanti dei proprietari terrieri e degli apologeti del razzismo, dell’omofobia e della discriminazione che s’è registrata al primo turno. In caso di vittoria del progetto neoliberale puro di Aécio Neves, non ci sarebbe una maggioranza chiara di governo ma aumenterebbero i margini di negoziazione con questi settori retrogradi e intransigenti.

di: Fabrizio Lorusso – @CarmillaOnLine

Brasil: ¿Dilma Rousseff o el Washinton Consensus?

dilma aecio

(Fabrizio Lorusso – Revista Variopinto al día) Este domingo 26 de octubre poco más de 115 millones de votantes brasileños van a elegir al presidente de su país para los próximos 4 años. La actual mandataria, Dilma Rousseff, postulada por el PT (Partido dos Trabalhadores, de izquierda) busca la reelección frente a Aécio Neves, del centroderechista PSDB (Partido de la Socialdemocracia Brasileña). En la primera vuelta Dilma ganó con el 41.59% de los votos mientras que Aécio obtuvo el 33.55% y espera capitalizar buena parte de los sufragios de la tercera candidata, la evangélica ambientalista Marina Silva, que obtuvo el resultado del 21% con el centrista Partido Socialista Brasileño (PSB). El voto está muy dividido para el balotaje y los sondeos de opinión proyectan un empate técnico, aun si Rousseff va recuperando terreno y se ha puesto en la cima de las preferencias en la última semana.

Se trata de un duelo entre dos modelos socioeconómicos y, sobre todo, entre dos visiones del mundo: el desarrollismo con inclusión social y redistribución de la riqueza del PT, parecido al modelo uruguayo del presidente Mujica, contra el retorno al neoliberalismo más ortodoxo y a la filosofía del Washington Consensus del PSDB.

El “consenso” y sus opositores

 ¿Qué es el Washington Consensus (WC) o “consenso de Washington” en español? Representa el top ten de las medidas de política económica (y social) que se basa en la agenda neoliberal, definida a finales de los años 1970 y formalizada en 1989 con la lista de recomendaciones del economista John Williamson. Se trata de un programa para reducir el papel del Estado en la economía y sanar las cuentas públicas de los países, básicamente a través de privatizaciones, liberalizaciones, apertura a la inversión extranjera, control del gasto público (con recortes al estado social y a los impuestos), la protección de la propiedad privada, entre otras. La implementación global, especialmente evidente en América Latina, de esta agenda ha sido impulsada, a veces forzada, por instituciones como el FMI, el Banco Mundial, el Dep.to del Tesoro y el gobierno de EEUU, el Banco Central Europeo y la Comisión de la Unión Europea y se fundó en la “sabiduría convencional” de la economía neoclásica, del privatismo y de la fe absoluta en el mercado.

En América Latina, en oposición a las soluciones preconcebidas y las sangrías financieras que la región vivió entre 1982 y los primeros años 2000, se han planteado modelos distintos, dentro de la que se ha llamado “ola progresista” de gobiernos de izquierda. En Brasil, con los mandatarios del PT Ignacio Lula da Silva (2002-2010) y Dilma Rousseff (2010-2014), hubo un ejemplo claro de diferenciación, con respecto de otros gobiernos de Latinoamérica, de la vulgata neoliberal imperante y, finalmente, de las experiencias de Brasil en los noventa con Fernando Henrique Cardoso del PSDB, Fernando Collor e Itamar Franco del PRN (Partido Reconstrucción Nacional).

 Medios y elecciones en Brasil

 La cobertura mediática que se dio de estas elecciones ha sido despistante y tendenciosa, marcada por las protestas de 2013 y 2014 y el mundial de futbol, pero poco atenta al rumbo del país en el mediano plazo y a los logros de los 12 años del PT en el gobierno. En este sentido, quisiera destacar algunas cifras y mencionar un ejemplo de la mistificación periodística sobre Brasil.

En el semanario Proceso, inesperadamente, los únicos reportajes de las últimas 3 semanas (ediciones 1978 y 1981) son los de Andrés Carvas quien cita con frecuencia la revista brasileña Veja, entre las más reaccionarias de ese país, luego traza un perfil apologético y acrítico de la ex candidata Marina Silva y, finalmente, no analiza en su conjunto el grave fenómeno de la corrupción sino que hace hincapié sólo en los escándalos más famosos que involucran al PT: la compraventa de votos en el congreso conocida como mensalão y las investigaciones sobre Petrobras, compañía energética nacional.

En otro artículo, totalmente favorable al PSDB, menciona la frase del ex presidente Fernando Henrique Cardoso (del PSDB) según el cual quienes voten para Dilma serían unos ignorantes y de allí pasa a criticar un sistema definido como asistencial, basado en el programa popular de la Bolsa Familia, un subsidio para los hogares más pobres que tuvo mucho éxito en Brasil y, entre muchas otras medidas, ayudó a sacar de la pobreza unas 40 millones de personas (el 20% de la población total). El PT se encargó de ampliar el alcance de este programa pero, quien primero implementó este tipo de apoyo, de hecho, fue Fernando Henrique Cardoso, así que este llamado “asistencialismo” nació antes del primer gobierno de Lula.

 La corrupción y otros problemas

Los datos sobre corrupción y juicios abiertos contra parlamentarios, más allá de los escándalos mediáticos, hablan de un problema ético y penal que involucra a todos los partidos. Para delitos electorales, entre 2000 y 2007, único periodo disponible, el PT se sitúa en el lugar 10 en el ranking mientras que los partidos con más faltas son los DEM (Demócratas), el PMDB (Partido Mov. Demo. Brasileño) y el PSDB.

Para los delitos penales y civiles, incluyendo la corrupción, en septiembre de 2013 la lista de los procesos abiertos para congresistas era la siguiente: PMDB – 11 senadores y 42 diputados enjuiciados; PSDB – 5 y 15; PT – 4 y 26; PR (Partito de la República) – 4 y 14; DEM – 1 y 9.

Los procesos abiertos en total eran 542 en contra de 224 parlamentarios de todos los partidos. La situación es grave, hace falta denunciarla, pero no involucra principal o solamente al partido principal de la coalición que gobernó Brasil recientemente.

La mayoría parlamentaria que apoyaría un nuevo gobierno de Rousseff se mantuvo, tras la primera vuelta, pero resultó más débil y fragmentada. Aun así, existen discretas posibilidades de mantener la gobernabilidad, lo cual no es cierto en caso de victoria de Neves. Poco se habla de los problemas éticos y legales que, en cambio, involucran al candidato derechista quien es investigado por la construcción de un aeropuerto superfluo con dinero público en la ciudad de Claudio, estado de Minas Gerais, que habría sido utilizado básicamente como una aeropista privada. Construido sobre un terreno expropiado al tío del candidato durante el mandato de Aécio como gobernador del estado (2003-2010), este aeropuerto, aún sin permisos oficiales para operar, está en el centro de otro escándalo porque existe la posibilidad, que se está investigando, de que haya sido usado como escala para un helicóptero cargado con 445 Kg de cocaína el 24 de noviembre de 2013.

 Resultados de los últimos gobiernos brasileños

En un seminario organizado en la UNAM hace unas tres semanas, se comentaron y desglosaron datos interesantes (oficiales) para trazar un balance de los últimos 3 gobiernos en Brasil (Lula da Silva, 2002-2006-2010; Dilma Roussef, 2010-14), comparados con los ejecutivos neoliberales de José Sarney del PDMB-Partido do Movimento Democrático Brasileiro (1985-1990), de Fernando Collor del PRN-Partido da Reconstrução Nacional (1990-1992), Itamar Franco del PRN (1992-1994), y especialmente de Fernando Henrique Cardoso del PSDB (1995-2002).

Entre 2002 y 2013 el desempleo urbano bajó del 12,2% al 5,4%, el salario mínimo real creció del 75%, los beneficiarios de la previdencia social pasaron de 18,9 millones a 27 millones y el número neto de personas con contratos formales de trabajo aumento de unos 20 millones. En los 7 años del gobierno Cardoso, en cambio, se crearon 627mil puestos de trabajo al año. El gasto social público, sello de un gobierno más keynesiano en la economía y más redistribuidor de la renta (no necesariamente “asistencial” como algunos han afirmado), creció del 12,7% del PIB al 16,8% y el índice de Gini, medición de la desigualdad, mejoró de 0,59 a 0,53. La pobreza bajó del 34,4% al 15,9%, la extrema pasó del 15% al 5,2%.

EL Producto Interior Bruto (PIB) per cápita pasó de 3,100 a 9,828 dólares, y la economía brasileña pasó del lugar 14 al séptimo por tamaño absoluto en el mundo. Las reservas internacionales se multiplicaron por 10 (de 37 a 375,8 billones de dólares), las inversiones extranjeras directas pasaron de 16,6 a 64 billones de dólares. Aumentó la atención al sistema educativo con la inauguración de programas como ProUni, Pronatec y Ciencia sin fronteras. Cardoso no había creado ninguna universidad federal, ni escuelas técnicas, mientras que en los últimos 12 años se fundaron respectivamente 18 de las primeras y 214 de las segundas. Los estudiantes universitarios crecieron de 583mila a un millón y 87mil. La “muy temida” inflación que Lula y Dilma habrían generado, en realidad, siempre ha estado bajo control, entre el 4% y el 6%, y aumentó en 2014 al 6,6%, una tasa no elevada.

Estos resultados hablan de un enfoque incluyente que ha ampliado el mercado interno y ha tratado de transformar el crecimiento y la coyuntura favorable en desarrollo y, aun considerando que los gobiernospetistas desde luego son criticables y han sido contestados bajo muchos puntos de vista legítimos por los movimientos sociales organizados, no cabe duda, no obstante, de que representan un modelo distinto y una visión de la economía y de la sociedad más inclusivo y exitoso que el neoliberal del Washington Consensus. En el balotaje del domingo los brasileños tendrán que decidir entre dos modelos que, en efecto, ya se han puesto a prueba en el pasado, y entre los resultados que han arrojado.  @FabrizioLorusso

Oggi Tocca A Me

Oggi tocca a me libroIn quest’ultimo giorno (per ora…) di pubblicazioni de l’Unità scrivo un post breve che forse resterà qui on line solo 12 ore o poco più. Mentre scorro i comunicati dei giornalisti, sinceri, arrabbiati, preoccupati e delusi, e osservo da lontano i giochini della politica che cercano di affondare questo giornale, magari per riviverlo come un non-morto tra qualche settimana e recuperarne il brand, magari rendendolo uno strumento politico più flessibile e comunque low cost (beh, ricordiamo che c’è sempre la Crisi, la Globalizzazione, la discesa della carta stampata e tutto il resto, no?), non posso non segnalare un ultimo libro, un romanzo, secondo me un imprescindibile, e auspicare una svolta positiva per i lavoratori del quotidiano.

E parlo di questo romanzo perché ha a che vedere con la lotta, con la dignità, coi valori ed è bello: Oggi tocca a me (Eris, 2014) di Juri Di Molfetta racconta una storia e una valle, la Val di Susa, di quelle che cambiano le persone, che fanno incazzare e pensare, agire e riflettere senza mai perdere il ritmo. Di quelle che partono dall’abbandono e da un’apatica periferia, priva di senso e piena di rancori, e arrivano alla coscienza individuale e a quella collettiva, all’adrenalina e al significato della lotta, alla ribellione contro le ingiustizie. Con la prefazione di Luca Abbà e le splendide illustrazioni di Erika Bertoli Oggi tocca a me. Una guerra tra bande, questo il titolo completo, merita di essere letto, pianto, copiato, commentato e diffuso perché contiene i movimenti, ma anche la stampa malandrina e bugiarda, contiene l’Italia di questi anni (e oltre), da Genova a Chiomonte, contiene gli abusi e le domande giuste per affrontarli, per superarli e rilanciare. Eccone la trama, tratta dal sito della casa editrice/associazione culturale Eris:

“Un fratello non si lascia nella merda. E questo il Teppa lo sa. Per questo accetta l’aiuto da uno come Benza. Ma per un fratello si fa di tutto, anche vendere coca per tirare su i soldi per l’avvocato. Ma le cose vanno storte, c’è sempre un ostacolo per quelli come lui. Uno sbirro lo frega ma il Teppa sa dov’è, deve solo trovarlo tra migliaia di altre persone. Val di Susa: 3 luglio 2011, una delle più grandi manifestazioni No Tav degli ultimi anni. Inizia la ricerca. Teppa non è solo, con lui ci sono Giamaica e Panza. Sono più di tre amici, sono un branco, se parte uno partono tutti. Funziona così per chi ha sedici anni e vive nelle case popolari di un quartiere di periferia, tra bisogni frustrati e cassonetti della carta incendiati per noia.

Ci sono così tanti agenti che Teppa non li aveva mai visti neanche allo stadio, come trovare un ago in un pagliaio, ma il destino non lo lascia solo, anche altri lo aiuteranno, ognuno con una storia, voglia di rivalsa e un personale senso di giustizia. Una spirale di eventi li porterà a essere tutti nello stesso posto nello stesso momento per pareggiare i propri conti, passati e presenti, perché la vita è come un ristorante, se vuoi davvero uscire devi passare dalla cassa e se hai consumato più di quello che ti potevi permettere nessuno ti fa sconti. Il problema è solo tuo”.

Per ora dico “adiós” o meglio “hasta luego” e “até” ai 20 o 30 lettori del LatinoAmericaExpress, ci vediamo tra Città del Messico e Puntarenas, a la próxima… Qui il book trailer del libro che spacca: