VIAGGIO MESSICO – COLOMBIA NOVEMBRE 2002 – MARZO 2003
NOTA UNO – FABRIZIO, DAL MESSICO AL GUATEMALA
Cari amici miei !
Vi lascio un breve resoconto dei primi giorni di viaggio. Dovrei scrivere molto di più ma il compito risulta difficile e il tempo sembra volare via, così cerco di spiegare a grandi linee dove sono e quello che succede riservandomi per dopo la riorganizzazione degli eventi per stendere l’opera magna…
Allora…
Sabato 21 Dicembre 2002 – Città del Messico (Colonia del Valle – Delegaciòn Benito Juarez – sur)
Dopo una frenetica mattinata vado a casa di Sara e inizio a registrarmi delle cassettine dai vari CD che ho e, dopo mangiato, ci si prepara a partire. Alle 16.30, taxi messicano, il solito maggiolino bianco verde che, purtroppo, è in via d’estinzione perché la Volkswagen ha deciso di sospenderne la produzione anche in Messico; arriviamo fino alla terminal Oriente e ritiriamo i biglietti già pagati con carta di credito due giorni prima…Non siamo riusciti a trovare posti con lo sconto studente del 50%, ma in fondo non era fondamentale…(aiuto!).
File e lotte atroci per consegnare i bagagli in tempo (siamo in altissima stagione perché è il sabato che da inizio alle vacanze di Natale). Alle 18.45 parte l’autobus e ci spariamo la classica pellicola da camion, la storia di una festa di fine anno in un college americano. La traversata, con destinazione finale Tuxla Gutierrez in Chiapas e poi la frontiera col Guatemala, è lunga e alle 4 del mattino il conducente propone una pausa forzata di mezz’ora in un ristorante fuori dal tempo e dal mondo…A poche ore dalla sosta il ricordo è già sfumato: musica fortissima, clientela chiassosa e numerosa, viaggiatori da ogni parte della Repubblica e arredamento antiquato su toni giallastri sbiaditi riavvicinano il ristorante al pauroso saloon del film di Tarantino “Dal tramonto all’alba”.
Domenica 22 dicembre – Arrivo a Huehuetenango de Guatemala
Alle 8 ci propinano un’altro film meraviglioso con G.Hackman…un film sulla guerra in Bosnia che mostra l’eroismo di un solo soldato americano nel contesto di improbabili operazioni NATO; con questa proiezione l’unilateralismo hollywoodiano corona il suo sogno di manipolazione intellettuale piena. Arriviamo alle 10 del mattino, con solo un’ora e mezza di Ritardo, a Tuxla, la capitale del Chiapas, e per poco non perdiamo la coincidenza per la frontiera, ovvero per Ciudad Cuathemoc (vi invito a cercare tutte le città sulla cartina!). Il primo tratto con il nuovo autobus è terribile visto che fame e mal di testa ci mettono davvero alla prova, dopo una notte insonne e con le immagini dei giovani americani del college catodico ancora nel cervello.
Stanchi si arriva alla frontiera e Sara, la mia compagnamica messicana che assume i diversi ruoli a intervalli vertiginosamente irregolari, è tutta emozionata perché, a parte quando era piccola, non ha mai attraversato la frontiera del suo immenso paese.
Non paghiamo nulla né in Messico né in Guatemala, ma in cambio veniamo assaliti da un’orda di distinti e grassocci signori, i cosiddetti coyotes, con mazzette di pesos e quetzales nelle sporche mani: questi gentiluomini rappresentano l’unica forma di cambiare i nostri pesos a un tasso vagamente adulterato, 100 pesos per 70 quetzales (moneta del Guate). Obbligati accettiamo e guadagniamo 5 quetzales in più negoziando insieme a Marta e Arnao, due catalani conosciuti sul pullman e durante il pranzo consumato in una pausa del viaggio in autobus.
In Guatemala (a La Mesilla) si notano già le differenze, che già conoscevo da viaggi precedenti in zona, nell’ambiente circostante, nelle strade e negli autobus, sicuramente più malandati e prossimi alla rottamazione spontanea rispetto al fiorente Messico…
Passando dal Messico agli altri paesi sempre più a sud ci si sente quasi come quando si giunge a Citta’ del Messico dall’Europa, ossia si cambia di “mondo” e si entra in periferia.
Arriviamo in quattro a sera a “Huehue” (Huehuetenango), punto da cui si raggiungono quasi tutte le destinazioni del Guatemala, una specie di scalo. Ceniamo tutti insieme e poi ci stabiliamo all’Hotel Gobernador per circa 3,5 euro a testa.
Lunedì 23 dicembre 2002 – Da Huehuetenango a Todos Santos
Salutiamo gli spagnoli (va beh catalani…) e prendiamo l’autobus cittadino per la terminale dei trasporti regionali. Da mezzogiorno alle due aspettiamo in una cantina bevendo le nostre due prime Gallo, birretta chiara leggera, nel palato più caricata della Corona, orgoglio e tradizione del Guatemala, come recita l’etichetta col gallo che canta.
La centrale dei bus è una vera merda! Indescrivibile anzi. Dall’alto la struttura delle vie che la compongono sarebbe una specie di doppia v, una W tutta storta e color ocra. Una lunga spianata in terra battuta, polveriera infestata da smog denso e fumi di cucina in cui enormi dinosauri a benzina (o a petrolio grezzo?) lottano per poter uscire ed iniziare il cosiddetto “servizio di trasporto collettivo”.
Un confuso mercato, negozi, venditori ambulanti e abusivi, ristoranti, ripostigli maleodoranti con
scritto “biglietteria”, parcheggi semivuoti e angustie vie d’uscita formano la “central camionera”. Strettoie e viette sono intasate da camion obsoleti, rombanti e chiacchieroni che dialogano rumorosi con colpi di clacson intervallati da fastidiose e inquinanti sgasate che affumicano questo spaventoso crocevia di miserabili destini…
Raggiunto il paesino indigeno di montagna chiamato Todos Santos decidiamo di fermarci solo una notte lì e ripartire il mattino dopo per Huehue e poi Panajachel, sul lago Atitlan. El pueblo de Todos Santos si raggiunge in bus dopo due ore e mezza di scalata incespicata tra sentieri e panorami quasi alpini anche se l’intorno appare più povero e desolante. L’Hotel Casa Familiar ci tratta bene e ci da di che saziarci; quindi passiamo un paio d’ore alla scuola di lingue Proyecto Linguistico partecipando a una mini conferenza in cui una signora, appartenente ad una popolazione maya della Cordillera de los Cuchumatanes, ci racconta la sua esperienza di donna maltrattata e le tradizioni nuove ed antiche del suo popolo tra machismo, religione originaria e povertà materiale.
Martedì 24 dicembre – Panajachel
Non ho molto tempo per scrivere: Autobus alle 6 del mattino per Huehue e poi per il lago Atitlan…Arrivati qui per passare il Natale decentemente, incontriamo ancora gli spagnoli e sta sera ci mangiamo un paio di pasticcini alla mota, altresì canapa indiana, e ceniamo bene.
Alla prossima
NOTA DUE – DAL GUATEMALA A EL SALVADOR
Di nuovo qui, non ho avuto occasioni utili per scrivere e ora mi rimangono pochi minuti prima della chiusura…mi trovo a Copan, Honduras, da un’ora o due, ma torniamo pure un po’ indietro.
24 dicembre 2002 – Lago de Atitlan- Panajachel
Ero rimasto alla cena programmata coi due catalani…In effetti abbiamo cenato davvero bene e ci siamo divertiti fino alle 23.00. Quello che ha rovinato tutto è stato il dessert ai dolcetti di marijuana…Erano troppo pesanti e nel giro di mezz’ora hanno dispiegato i loro effetti. In un’ora l’allegria si è trasformata in nervosismo e tensione quasi incontrollabile, soprattutto per Sara. Siamo stati nell’hotel degli spagnoli e poi abbiamo cercato di tornare al nostro sfidando le orde di petardi natalizi che i bambini maledetti sparavano ad altezza d’uomo. Con la testa completamente invasa dagli effetti nefasti della digestione delle foglie di mota ci siamo riposati un po’ ma Sara era talmente tesa che ha voluto ritornare dagli spagnoli a notte fonda e questi, dopo un paio d’ore, ci hanno gentilmente ricacciato a casa nostra, per così dire. Nessuno per la strada, alcuni bambini con petardi che a noi poveri allucinati sembravano bombe a mano, la tensione nervosa che ci faceva tremare e la scortesia degli spagnoli, fuori di senno anche loro, hanno rovinato una notte iniziata bene.
Ci siamo pentiti e l’effetto era forte davvero, tanto che il giorno seguente non eravamo certo le persone più lucide della terra e temevamo di rimanere storditi a vita. Sembra esagerato però la novità della situazione ci ha spiazzato per un po’!
Mercoledì 25 dicembre (Panajachel-Guatemala)
Per tutto il giorno sento un forte mal di testa e un effetto di ebbrezza costante che già verso sera si riduce. Mangiamo abbondantemente per smaltire meglio i dolcetti della notte prima i quali, probabilmente, contenevano varie altre sostanze che il cuoco, un ragazzo venditore incontrato nei pressi del lago, aveva evitato di includere nell’esposizione della sua ricetta. Decidiamo di riposare per quasi tutta la giornata. Verso le tre del pomeriggio cerco una farmacia aperta e verso sera ci sottoponiamo a una visita medica. L’esperienza é nuova per me visto che non mi é mai capitato di aver bisogno del parere di un medico viaggiando nel terzo mondo; la consulta si é rivelata positiva e tranquillizzante e il dottore stesso conosceva bene gli effetti di numerose droghe che aveva provato in gioventù e, quindi, ha saputo rincuorarci e prescriverci integratori di liquidi e sali. Come un buon padre ci ha dissuasi dal ripetere l’esperienza ricordandoci i numerosi casi di violenza verificatisi a danno dei turisti durante le notti brave del pueblo…
Giovedì 26 dicembre – Santiago de Atitlàn
Verso le 10.30 saliamo su una barca che fa il giro del Lago de Atitlan e scendiamo a Santiago de Atitlan in cerca di artigianato in legno a prezzi stracciati: in effetti negoziamo molto e ci portiamo a casa diversi pezzi davvero carini. Entriamo anche in una chiesa durante la messa e sulle pareti ci colpiscono le decine di statue in legno rappresentanti dei santi cristiani vestiti con abiti tipici e coloratissimi che, si dice, vengano confezionati e cambiati ogni anno.
Alle 15.00, dopo un pranzo a base di spaghetti, saltiamo sul bus diretto per la famigerata Guatemala City. Il compagno del conducente grida a squarciagola guate, guate! Qui vanno di moda le abbreviazioni dei nomi di città che in italiano suonano strane: guate, cicci, pana, cima, ueue e cosí via
ORE 19.00: arrivo a Guatemala City, e la musica cambia.
Il bus ci lascia alla periferia sud in mezzo a una strada e il conducente subito ci raccomanda cautela. È già buio pesto e la gente cammina veloce e a testa bassa per tornare tosto tosto a casa propria. Fermiamo subito un taxi bianco che sembra regolare anche se non possiamo esserne molto sicuri. La città ha 2 milioni di abitanti (neanche tanti direte…) e rappresenta il più grande agglomerato urbano del Centro America. Simile a Mexico City, la descriverei come una sua versione sbiadita e decadente, pericolosa alla vista e più fredda, meno accogliente della capitale messicana.
Ci tocca camminare con gli zaini ben farciti in cerca di un hotel più o meno vicino al centro che, nelle capitali latinoamericane, non è mai la zona più sicura o ben conservata: in questo caso sembra proprio uno dei quartieri dissestati di Città del Messico, con cancelli e catene di protezione nei pochi negozi ancora aperti e negli hotel. É un reticolo di Avenidas (che corrono da nord a sud) e Calles (da ovest a est), un gigantesco castrum romano. Dopo 4 alberghi, consigliati dalla guida, ci sentiamo sconsolati e per fortuna capitiamo in uno decente, cioè senza gli odiati scarafaggi. O cucarachas, nel bagno. L’hotel “El Viajero” ci convince anche se risulta piuttosto caro (7 dollari a testa, sembra poco ma in Guatemala non lo é): è pulito, tutto bianco tanto che sembra una clinica.
Cena chiaramente nell’hotel con pollo e dolcetti del supermercato. Si racconta, anche se la fonte sono i consierge degli hotel più cari e concorrenti quindi va presa con beneficio d’inventario, che gli alloggi troppo economici siano spesso preda di emigranti abusivi di El Salvador che cercano un tetto per dormire o un turista da spogliare, al gusto.
Le vie di sera si popolano di mendicanti, o meglio solo loro sembrano rimanere in giro, e le auto sfrecciano in piste libere senza controllo.
Venerdì 27 dicembre – Città del Guatemala e frontiera El Salvador
Verso le 7.30 vado solo a fare un giro di ricognizione fino alla piazza centrale e vivo il risveglio della città, degli androni oscuri che si fanno mercato e degli ambulanti coi loro poveri carretti. Ritorno all’hotel e colazione con Sara che intanto ha terminato le lunghe operazioni di preparazione: visitiamo il centro e finiamo un rullino intero per rubare testimonianze di vita quotidiana e scorci di palazzi cadenti, discorso a parte per la cattedrale e il Palazzo Nazionale, in buone condizioni.
Nel palazzo valgono la pena i murali rappresentanti la storia dell’invasione spagnola e il Quetzal, volatile simbolo del Guatemala. La Ceiba è l’albero tipico ed era usato dai Maya per fabbricare le canoe e con i frutti ricavavano una specie di cotone per i materassi.
Nel palazzo nazionale é in corso uno spettacolo per ricordare gli importanti accordi di pace del 29 dicembre 1996 i quali posero fine a una guerra civile sanguinosissima (oltre 200 000 morti) durata 36 anni. La manifestazione é davvero al limite dello squallore e in totale, funzionari e guardie comprese, vi prendono parte una cinquantina di persone.
Cerchiamo per tutta la mattina un settimanale, chiamato El Regional, segnalato dalla guida e scritto in Maya e Spagnolo ma dobbiamo rinunciare: qui vendono solamente alcuni quotidiani di pessima qualitá che sicuramente assomigliano più a cronaca vera che al corriere della sera. Le principali testate del Guatemala sono infatti paragonabili al Diario Grafico del Messico o ad una versione scandalosa e violenta di un qualche tabloid inglese stile Sunday Mirror.
Con un passaggio datoci da una camionetta arriviamo al quartiere-stazione dei bus che é abbastanza convulso e pericoloso. Senza nemmeno camminare veniamo chiamati da un “promotore” che ci invita a salire sul collegamento per Santa Ana-San Salvador con passaggio di frontiera senza cambio: perfetto! Saliamo e otteniamo pure lo sconto da 60 a 50 Quetzales, meno di 5 Dollari.
Arrivo a Santa Ana, El Salvador, via frontiera Valle Nuevo alle ore 18.30 circa…Taxi all’hotel Livingston e cena in una taverna o comedor con insetti pure lì…
Un po’ schifati, piantiamo la cena a metà e trottiamo di fretta all’albergo perché dopo le 19 anche qui, come a Guatemala City, tira una brutta aria davvero e le raccomandazioni della gente a non spingersi oltre la zona dell’albergo ci fanno desistere da un’improbabile gita esplorativa
A presto!…appena posso continuo, intanto anticipo ai mail readers che ora sono a Copán Ruinas in Honduras: abbiamo visto il nord e l’ovest di El Salvador…nell’ordine, per gli appassionati di geopgrafia e cartine…
Guatemala City, Valle nuevo…Santa Ana…Lago di Coatepeque (El Congo)…San Salvador…Suchitoto…La Palma…El Poy….Copan…oggi andiamo a San Pedro Sula al nord…poi sul caribe verso Tela e le isole di La Ceiba.
NOTA TRE – EL SALVADOR
Continuo con le copiose note di viaggio…spero di non rompere troppo le palle…
Sul sito www.48ore.com trovate il racconto…
Per Gigi…io pensavo a un titolo così, semplice: Messico – Bogotá con la Sirena (che sarebbe la Sara, la mia ragazza messicana)..il mio nome preferisco sia Il Fabris..grazie ciao
28 dicembre sabato (Santa Ana-El Salvador)
Dalle otto del mattino giriamo in centro a Santa Ana e non è nulla di eccezionale, una cittadina coloniale con essenziali strutture e un’aria di povertà respirata tra vicoli e calles. Notevole il teatro, costruito a inizio novecento, che incanta Sara visto che lei studia recitazione. Visitiamo la scuola d’arte che è in fase di restauro e il maestro di pittura ci mostra la cantina e le celle in cui, durante la guerra civile, venivano torturati i prigionieri delle FMLN, ossia la sinistra estrema che alzò il popolo in armi.
Fuggiamo da Santa Ana che è ancora mattina e con gli zaini io e la Sara affrontiamo il mercato brulicante che, guarda un po’, è allo stesso tempo la stazione dei bus: la tattica consiste nell’inseguire il tuo autobus lungo la via ammaccando passanti e schivando bancarelle e, come previsto, prendiamo quello sbagliato. Accortici dell’errore scendiamo poco dopo e saltiamo sulla “corriera 220″: destinazione il Lago di Coatepeque e il Cerro Verde (un parco nazionale sul vulcano Itzalco), via El Congo.
Tutto tranquillo, a parte le tonnellate di polvere che salgono dalla strada attraverso i finestrini sempre ben aperti della corriera: l’inalazione di sabbie regionali a temperature tropicali costituisce una specie di cura termale locale, tutti ci dicono che lo starnuto frequente, il mal di testa e le lacrime sono lo scotto da pagare per la salute di cui godremo a fine viaggio…
Scendiamo giusto di fronte alla casa de huespedes Amacuilco (presente sulla Lonely) e l’ambiente è davvero accogliente: gestione familiare con pranzetti assicurati, accesso diretto al lago attraverso palizzate in legno e spazi relax con amache, infine una stanza da quattro tutta per noi due a 4 dollari a testa…la moneta di El Salvador, il Colon, quasi non esiste più, sostituita un anno fa dal temuto ed austero dollaro USA, sgradito tanto alla popolazione quanto al turista che, un po’ come si dice sia successo durante i mesi di passaggio all’Euro nella nostra Italia, si vede arrotondare al rialzo prezzi e tassi di cambio ogni cinque minuti. Inoltre El Salvador è decisamente più caro dei suoi vicini…
Comunque finiamo la giornata con un giro in barca nel lago Coatepeque, specchio d’acqua molto pittoresco e di forma circolare, in quanto nato dal riempimento di un vulcano spento, che l’anno scorso ha ospitato le competizioni nelle discipline acquatiche dei giochi del Caribe.
La sera scorre amabile provando le birre locali e collezionandone le relative etichette in una gara all’ultima cerveza tra me e Sara: per questa sera scivolano giù una Suprema, una Golden e una Pilsener, discrete e gelate.
La notte é ventosa e fredda sopra il lago ed anche nella nostra stanzina, la quale è equipaggiata con un sistema di raffreddamento ad aria basato sull’interazione random di spifferi ed infiltrazioni raggelanti.
La padrona, Sandra, é ospitale e gentile ed è un piacere chiacchierare con lei sulla vita nelle campagne, sul passaggio al dollaro e sulla gita per il giorno seguente al parco nazionale più importante del suo contraddittorio paese.
29 dicembre domenica – Dintorni Lago de Coatepeque
Sveglia presto, stretching e aerobica con la maestra di ginnastica Sara, poi nuotata al lago ed infine colazione in zona amache. Prendiamo due autobus diversi per raggiungere il Cerro Verde, cioè l’antico vulcano che domina il lago dal lato opposto a quello in cui siamo alloggiati…
Una guida turistica ci mostra, in un percorso nel bosco di circa un’ora, il vecchio vulcano Cerro Verde, spento da 25000 anni, il Santa Anna, ancora attivo, e per finire il più imponente, chiamato Itzalco e che sfiora i 2000 metri. Abbigliamento predisposto per l’escursione: tuta nera e camicetta PRODEST, sì! Proprio la divisa estiva dei custodi-receptionist della nota ditta calabro-milanese di sorveglianza con la quale ho avuto una breve, ma intensa a livello di ore settimanali lavorate, esperienza di lavoro subordinato, vicenda miseramente terminata giusto un giorno prima della scadenza del periodo di prova dato che ero prossimo alla trasvolata in Messico per svernare. Sulla via del ritorno chiediamo un passaggio a una coppia di trentenni della capitale che, oltre a portarci fino al nostro camping, ci offre per l’indomani la loro compagnia per visitare la città di San Salvador. Per la sera ci tocca il lavaggio della roba e ci godiamo le ultime birre al tramonto accompagnate dalle favelle con un paio di backpackers brasiliane.
30 dicembre lunedì – San Salvador, la capitale
Altra alzataccia alle 6.30 circa e regolamento di conti (senza lupare) con la dueña del camping. Conseguiamo un altro passaggio fino a El Congo, la stazione intermedia dove passano i diretti per la capitale: il conducente del pick-up ci racconta fiero la storia dei suoi figli emigrati in Cile, Spagna (Malaga) e Germania. Tutti e tre hanno studiato all’università del Salvador e sicuramente rappresentano la faccia meno comune dell’emigrazione verso i paesi industrializzati, dei casi di relativo successo e adattamento grazie agli studi ed anche alla fortuna per essere sfuggiti alla miseria o alla disoccupazione.
Alle 11 siamo alla terminale occidentale di San Salvador e attendiamo Nuria, la ragazza conosciuta il giorno prima al parco nazionale: la ragazza non tarda e ci porta incalzante in un centro commerciale che, secondo lei, rappresenterebbe un aspetto interessante e decisivo della cultura cittadina. Le facciamo capire gentilmente che non abbiamo intenzione di scattare foto agli addobbi natalizi di Mc Donalds, come lei con innocenza continuava a suggerire, e, quindi, programmiamo un pranzo tipico e una gita breve al centro prima di partire di nuovo.
Andiamo a casa sua a raccogliere l’adorata mamma e otteniamo l’accesso alla stanza del Presepio, molto variegato e ricco di personaggi indigeni, e dei babbi natale parlanti in scala uno a uno che dialogano sul divano.
Finalmente a mangiare: insalata di repollo a strisce, zuppa di gallina (con fegato, uovo e parti dell’animale dentro, tutta da scoprire!), acqua d’insalata con ananas e lattuga, formaggio locale bianco con semi di lorote (una pianta), petto di gallina con collo incorporato e arrayan, acqua saporita con l’omonimo e saporito frutto inside.
Tipica è la pupuseria, simile alla taqueria messicana, ma specializzata nella pupusa, una tortilla molto alta e spessa ripiena di formaggio o fagioli.
Dopo pranzo proviamo l’esperienza del peggior centro città mai visto in vita mia: claustrofobico, spasmodico e affollato, dilaniato dai terremoti degli ultimi 30 anni, decadenti gli edifici e chiuse molte attività e negozi, nubi di smog nero ovunque, mercato abusivo a un lato della cattedrale, decine di poliziotti armati fino ai denti a fronteggiare un esercito di poveri, mendicanti, infermi e nullatenenti, alcune case semi abbandonate e bruciate, povertà e bruttura aleggiano all’angolo delle strade e negli incroci invasi da un traffico semaforicamente sregolato. I monumenti, come il palazzo nazionale, il teatro e la cattedrale centrale, appena restaurata fuori e dentro con affreschi e disegni di scarso gusto, non sono aperti e sono assediati da venditori ambulanti carichi di ingiurie e battutacce in offerta speciale. Nuria, la nostra pavida accompagnatrice, è in stato d’allerta permanente e si sta letteralmente cagando sotto mentre noi, più disinvolti e prendendo le precauzioni basilari del caso, abbiamo voglia di visitare e capire un po’ più a fondo quella realtà drammatica da villaggio medievale nel mondo globale. Comunque, dopo poco più di un’ora, ci facciamo accompagnare alla stazione orientale e prendiamo il bus per il centro nord, destino città di Suchitoto.
Alle cinque siamo nella poco ridente cittadina lacustre e il bus ci porta a richiesta fino all’hotel Casa de los Mestizos che offre una stanza sudicia per ben 5 dollari a testa (direi più della norma). Ci adattiamo ed andiamo a esplorare il sentiero per il lago o embalse Cerro Grande. I panorami e gli scorci meritano le numerose foto che dedichiamo loro, c’entusiasmano i panorami oscillanti tra l’alpino e il tropicale verso l’imbrunire e le capanne degli abitanti vicini alla costa. Cena all’hotel, birrette e due parole con una coppia di danesi in viaggio anche loro nella regione. Loro ci consigliano di passare il capodanno nell’alberghetto anziché proseguire verso il confine già l’indomani, avvertimento che decidiamo di non seguire.
31 dicembre mercoledì pinche fin de año
Suchitoto-San Francisco sul lago- Amayo svincolo stradale- La Palma
Suchitoto non attira molto la nostra attenzione e preferiamo spostarci verso il confine perché il dollaro e il paese iniziano stancarci. Da segnalare le vie del centro e i panorami del lago che si aprono in fondo ad esse, alla fine della strada c’e’ già l’orizzonte.
Un bambinetto incontrato sul sentiero che scende fino alla riva del lago ci raccomanda una barchetta, probabilmente guidata da suo fratello, e, per qualche spicciolo in più rispetto al prezzo della sola traversata da parte a parte, contrattiamo con lo stesso traghettatore, che si improvvisa guida turistica, un tour di un’ora sul lago con visita alla nota isola degli uccelli. Lì scorgiamo le meraviglie nascoste della flora e della fauna lagunari (piante imponenti, ninfe ed alberi senza foglie stipati di volatili). L’impegno profuso per scattare alcune foto succulente, sempre in competizione con Sara per cercare gli scorci migliori, non ci impedisce di godere del grande senso di libertà che ci regala la visione del lago, le cui coste sono disabitate e sornione. Sbarchiamo quindi a San Francisco sul lago dove aspettiamo un altro bus per il villaggio di confine La Palma: nella piazza principale il calore è amplificato dalla solitudine e dall’abbandono desertico tutt’intorno, ma per fortuna una signora ci accoglie nella sua fresca dimora e ci lascia usare il suo bagno. Anche suo figlio e’ emigrante e vive negli USA arrangiandosi e mandando a casa una vitale rimessa in denaro, {e il destino di moltissimi centro americani che sperano nel sogno americano (suonerà familiare a molti italiani) e che lassù non se la passano per niente bene. La signora é molto gentile e quasi quasi mi tratterrei a parlare ancora…Ci raccontano della recente epidemia di dengue, una febbre simile alla malaria, quasi incurabile nella sua forma emorragica e debellabile solo se si presenta in forma classica, che ha ucciso una sessantina di bambini e due adulti nella regione. Ci parlano della guerra che qui al nord è stata fatale a molti abitanti visto che le forze di occupazione rivoluzionarie hanno mantenuto questo territorio sotto la loro, non sempre proba, autorità per una decina d’anni.
Inoltre la signora si lamenta degli arrotondamenti che il cambio di moneta ha implicato, dato che molti commercianti se ne sono approfittati…ricorda qualcosa?
Arriviamo, provati e insabbiati, al villaggio di La Palma, dopo un paio d’ore di salite e discese in arrampicata con il tipico scuola-bus della Blue Bird. Il cammino al villaggio s’estendeva per sentieri polverosi ed angusti tra le gole e le strettoie delle montagne verdi con chiazze giallastre per la scarsità di piogge nella stagione secca.
A proposito, qui tutti pensano sia estate perché non piove e dicono che l’inverno è in agosto, nonostante il cambio effettivo e reale di stagione (rispetto al nord del mondo) avvenga solo al sud dell’equatore…
Il paese é caratteristico e deludente perciò, visto che il buon umore non accompagna né me né Sara, passiamo placidamente il capodanno in uno dei quattro hotel, tutti praticamente vuoti, trovati sulla via centrale che spacca in due il villaggio montano, ci prepariamo uno spuntino di sandwich con contorno di birre e patatine che divoriamo stremati.
Cercherò di essere più succinto!! promesso…aspetto notizie
NOTA QUATTRO – DA EL SALVADOR A HONDURAS
Nuovo anno, nuove note…e spero anche nuove battute migliori…
Qualcosa su El Salvador…
La gente non é ostile ma la sensazione generale, nelle aree urbane e popolate, è quella di trovarsi in terra nemica.
Culto estremo del Salvatore, Gesù, pubblicizzato da fanatici e invasati sui bus e per le strade.
Allo stesso modo si adorano gli USA e spuntano spesso bandiere.
Non molto turistico, ha prezzi più alti del Guatemala e il cambio di moneta sembra aver influito.
Armi e protezioni sono molto più diffusi che in Messico così come le polveri e i petardi per sfogarsi e festeggiare eventi (pericolosi ammassi di fuochi artificiali nei mercati!).
La campagna é più rilassante e ospitale, piccole oasi immerse nella natura sono i paesini ed i villaggi, nonostante si notino le conseguenze della guerriglia degli anni ottanta e dei fenomeni di migrazione di massa verso Stati Uniti ed Europa degli anni novanta: campagne e piccoli centri abitati quasi privi di popolazione attiva, restano molti più anziani, bambini e donne gravide.
L’autobus….
Sono tutti dei vecchi School-Bus canadesi o statunitensi marchiati Canadian Blue Bird, i quali, nel loro paese d’origine, non riuscirebbero a passare una revisione nemmeno con il meno zelante e più pigro dei meccanici autorizzati. Hanno bandierine americane e scritte in francese e inglese. L’amichetto del conducente, detto chalàn in slang messicano, grida come un ossesso ad ogni presunta fermata, cioè qualunque punto della carreggiata in cui si possano raccogliere più di due o tre persone; s’incarica inoltre della riscossione dei soldi del passaggio una volta che tutti i “clienti” si siano seduti ed accomodati a gruppi di tre su un sedile per una persona e mezza . Il costo dei trasporti è in genere irrisorio, sempre meno di 1,5 euro anche per spostamenti superiori alle due ore. Le persone e il mezzo sono spesso maleodoranti e l’aria entra abbondante dai finestrini sempre completamente aperti ed incastrati. I conducenti azzardano manovre e sorpassi veramente improbabili, ma in compenso ti fanno scendere dove vuoi e anche per fare la pipì in mezzo alla campagna.
Alcuni hanno delle cordicelle, disposte in alto sul tetto o sopra i finestrini lungo tutta l’estensione del mezzo, che devi tirare per prenotare la fermata e sono adornati con uno stile personalizzato sebbene vi siano tratti comuni su tutti i mezzi: casse e stereo in dotazione, adesivi dal volgare al religioso fanatico, oggetti sparsi sul cruscotto (pasta lustrascarpe, spazzolini, occhiali e sporcizia).
La filosofia del Blue Bird (trascrizioni da placche di metallo e adesivi): Gesu’ Cristo vive. Gesu’ e’ signore, Gesu’ presto viene. Se sei di fretta svegliati in orario oppure fottiti.
Luci colorate e lucette intermittenti, elenco fermate e tariffe relative appiccicato con lo scotch a mo di menù di un ristorante squallido; e poi strobo, adesivi, slogan, parolacce, bandiere, fili e cavetti pendenti…
1 gennaio mercoledì (?) – Rumbo alle rovine di Copàn
Bus per la frontiera con Honduras a El Poy: 2 dollari il passaggio e poi cambiamo un po’ di monete locali. le Lempiras a 16,5 per dollaro.
Ci aspetta una traversata di varie ore fino alle rovine Maya di Copán nell’omonimo villaggio situato vicino al confine tra Guatemala e Honduras, proprio nel cuore della regione. Chiediamo un passaggio ad una famiglia pigiata in una camionetta e, dopo una breve consultazione interna, ci viene offerto uno spazio dignitoso nella parte posteriore, un portabagagli adattato a corriera di prima classe. Luis, David, Ilda, Victoria, Yanira e il giovane Tomas vanno esattamente a Copán Ruinas e passiamo cinque ore contenti con loro. Sono due famiglie di evangelisti di San Salvador, la loro è una setta cristiana in forte crescita in centro america, ed il pastore alla guida della jeep è un entusiasta lettore di poesie religiose e barzellette sconce. La compagnia è davvero speciale e allegra: il pastore non smette di raccontare barzellette sugli honduregni, sulla vita e sull’amore, intonano canti e ci invitano a cantare canzoni popolari dei nostri paesi ed anche l’inno nazionale: dopo il tormentone mondiale e visto che amo cantare non rifiuto di certo, anche se devo ammettere che Sara conosceva meglio l’inno messicano di quanto io non sapessi quello italiano. Il percorso è pesante e lungo ma i panorami, migliori rispetto a quelli del nord di El Salvador, riposano almeno la vista. Ogni integrante la famiglia evangelista allargata che ci ospita nel loro mistico e sconquassato mezzo di trasporto, ci insegna qualcosa della loro teologia e del culto speciale che hanno verso Cristo, della non esistenza del Purgatorio, di come il sangue di Gesù abbia in realtà già dato la salvezza all’uomo eccetera.
Alle tre del pomeriggio ci lasciano alle rovine, dopo averci regalato una cassetta di musica evangelica patetica ma divertente, e da lì proseguiamo arricchiti fino all’hotel Clasico Copán a due blocchi dal centro dell’accogliente e pulito paesino (poco più di 6 dollari per due). Tutto é molto turistico e accogliente e ci voleva proprio dopo la desolazione di El Salvador: i prezzi sono concorrenziali, cioè tendono all’equilibrio e al ribasso, sebbene la cittadina sia turistica e abbondino i visi nordici e i capelli chiari.
Cena coi soliti fagioli, uova e formaggio bianco e poi a letto.
2 gennaio giovedì – Rovine di Copàn Honduras
Usciamo e mangiamo presto per goderci al meglio le rovine più importanti del centro america dopo quelle di Tikal in Guatemala. Il complesso é imponente anche se il Messico offre numerose rovine decisamente più impressionanti e ben conservate di queste, comunque finalmente un po’ di archeologia ci voleva e le ore passano tranquille tra il campo di juego de pelota, le colonne dedicate alle divinità e la meravigliosa escalera de geroglificos che narra di tutte le dinastie dominanti di Copán.
Visitiamo il museo che riproduce le varie steli raffiguranti la simbologia religiosa e i re Maya.
Infine giro alle sepulturas, cioè un quartiere residenziale di oltre 1000 anni fa con case alte e basse, rispettivamente di ricchi e poveri. Si chiamano sepolture perché giusto lì sotto le case tutti erano seppelliti.
Alle 16.00 lasciamo Copan per il nord, città di San Pedro Sula: bus con musica evangelica a palla, salsa e cumbia con temi religiosi.
Da La Entrada, circa a metà strada, cambiamo mezzo ed il viaggio, affrontato verso sera quando fa buio, é paralizzante e spaventoso: il conducente guida velocissimo, sfreccia sulla Carretera Occidental priva d’illuminazione, supera biciclette in contromano e autoarticolati come fossero moscerini sul suo cammino, prende le curve larghe e poi le strozza col suo ScuolaBus come se avesse tra le mani una mini nuova, scampanata e ribassata. Incurante dei passeggeri, tiene le luci interne completamente spente affogandoci nel buio della sua repressa follia omicida. Quando sorpassa, spesso si dimentica di accendere i fari anabbaglianti e il resto della strada lo percorre a luci spente o solo con quelle di posizione; non bisogna essere degli acuti ingegneri della motorizzazione civile per rendersi conto dell’inettitudine e pericolosità del pilota.
San Pedro é la capitale centroamericana dell’AIDS perché un terzo dei malati dell’Honduras risiede qui e questo risulta essere il paese dell’istmo più colpito da tale malattia, detta SIDA in spagnolo. Non ci sono problemi comunque…Hotel Terraza un po’ caro, non usciamo di sera perché siamo stanchi e di nuovo l’aspetto della città davvero non incoraggia.
3 gennaio venerdì – San Pedro Sula e poi verso il centro al lago Yojoa
Fino alle 11, giro in centro: perdiamo un sacco di tempo per riscattare la mia carta di credito incastrata in un bancomat, piove e alle 13.30, dopo due ora di attesa vicino alla stazione dei bus, ci muoviamo con le nostre cose al lago di Yojoa. Le stazioni dei bus di numerose città dell’America Centrale sono disperse in varie sedi a seconda della destinazione e della compagnia che si sceglie e le informazione in proposito non sono chiare, quindi bisogna studiare la guida e saper porre le domande alle persone giuste.
Dopo un cambio nel pomeriggio giungiamo a Peña Blanca, hotel Agua Azul, piuttosto caro (20 dollari) ma affacciato sul lago e immerso nel verde.
Il cielo minaccia pioggia e ce la caviamo con dei passaggi per arrivare all’hotel e poi dormire.
4 gennaio sabato – Cascate di Pulapamzak
Esco presto per cercare di scorgere dei volatili sugli alberi circostanti, ma la sorte non accompagna né me né un inglese che da mezz’ora ci stava provando. Quindi in mattinata io e Sara ci avviamo alle cascate di Pulapamzak dopo un’ottima colazione coi soliti fagioli, uova, tortillas e formaggio caprino. Meno di due dollari per entrare e poi un ragazzo ci fa da guida e ci offre un tour avventura per raggiungere le grotte maya scavate dietro la cascata: accettiamo ignari del pericolo. La cascata è alta circa 45 metri, si presenta impressionante, immersa com’è nella vegetazione tropicale ed occultata dai suoi stessi spruzzi che si addensano in fitte nubi biancastre fino ad oltre 40 metri di distanza dall’epicentro. Ieri ha piovuto molto e il sentiero, già umido in quanto sponda del fiume e prossimo alla cascata, s’è riempito di fango. La guida ci raccomanda di lasciare zaini e vestiti all’inizio del cammino. Io continuo incurante, fiero della mia giacca impermeabile Spalding che si rivelerà presto inutile e più che permeabile all’intensificarsi della brezza, anzi tempesta, di spruzzi. Il passaggio alla prima grotta dal fianco sinistro (guardando la cascata di fronte) non è difficile ma lì ci rendiamo conto che è meglio lasciare giù lo zaino e Sara rimane saggiamente in costume da bagno. Io indosso solamente un paio di jeans e una polo corta, un ricordo del Festival Cervantino anno 2000 di Guanajuato, Messico. Siamo ormai completamente fradici ma il significato di tale aggettivo ci sarà svelato in tutta la sua umidità solamente dopo aver raggiunto la seconda grotta, proprio dietro al largo e poderoso getto centrale d’acqua: si tratta in pratica di attraversare la cascata nel mezzo passeggiando, o meglio arrancando e scivolando, su pietroni e scogli. Questi si trovano a un buon mezzo metro di profondità e sono quindi poco visibili. Inoltre gli spruzzi d’acqua si fanno intensissimi, almeno quanto durante una storica guerra di gavettoni al mare d’estate: le goccioline punzecchiano gli occhi da ogni direzione, disorientano e tolgono il respiro. Il campo visivo si trasforma nel parabrezza di uno degli scassati SchoolBus che solcano il paese durante la stagione delle piogge. Acqua in ogni dove, doccia completa e i cinque sensi in affanno primordiale; in aggiunta la guida inizia ad urlare dall’alto di uno scoglio sfidando la forza del flusso d’acqua in caduta da oltre 40 metri.
Nella caverna dietro al centro della cascata altre persone aspettano e tutti insieme partecipiamo della comune esaltazione. Il rumore dell’acqua è impressionante e non lascia spazio alle parole e alle spiegazioni. Solo sguardi, risate e grida liberatorie. Il ragazzo che ci accompagna si riprende e ci conduce a una terza ed ultima cavità veramente angusta. Entriamo di fatto in un tunnel in salita fino ad una piccola conca protetta. Rifocillati dalla breve pausa, torniamo alla prima grotta con un giro più breve passando di nuovo sotto al terribile getto centrale: il tipo va pèr primo, Sara seconda e infine io. Ho un momento di sincera emozione (paura) quando cado deciso da uno scoglio in una pozza d’acqua ancora in prossimità del getto più forte. Per fortuna mi aggrappo a una roccia e risalgo senza problemi o quasi: infatti l’indesiderata nuotatina da il colpo di grazia alla mia macchina fotografica che gelosamente conservavo nella tasca interna dello sciagurato impermeabile blu marine. Finalmente usciamo dalla “zona a rischio cadute” e costeggiamo nuovamente il sentiero fangoso. Risaliamo per una scalinata in pietra che, sebbene umidiccia e scivolosa, sembra ormai una qualsiasi mulattiera bruciata dal sole rispetto al percorso appena superato. Non c’è sole e il freddo non tarda a farsi sentire.
Raggiungiamo l’hotel con 2 corriere diverse e, preparate le borse, riesco anche a tagliarmi profondamente il mignolo destro con un coltellino svizzero traditore piegatosi all’improvviso: non duole molto però mi impressiono un po’ per la profondità della ferita…
Prepariamo di fretta le nostre vettovaglie e usciamo di soppiatto dal nostro bungalow all’interno del parco dell’hotel e con indifferenza scappiamo senza pagare il conto, ben salato, di una notte in camera doppia. Abbiamo la fortuna di non essere visti e di beccare le due coincidenze per tornare a San Pedro immediatamente.
In serata raggiungiamo Tela, località marina del Caribe. Hotel Presidente a 150 Lempiras (meno di 10 euro).
NOTA CINQUE – SEMPRE HONDURAS
HONDUTEL-TELEFONOS DE HONDURAS (ovvero il sistema più alienante creato dall’uomo per comunicare al mondo le sue frustrazioni).
All’entrata degli uffici della compagnia dei telefoni dell’Honduras alcuni messaggi pubblicitari: “Regala un sorriso ai tuoi negli USA, chiama a carico del ricevente”…bel regalo direi!
In giro non ci sono telefoni pubblici e la gente e costretta ad affollarsi nel “centro-servizi” Hondutel: un ufficio arredato in stile burocratico, con operatrici molto più burocratiche affette da letargia sintomatica. Ti metti in fila allo sportello UNO in questa specie di maleodorante ufficio postale e, dopo aver ivi ordinato la tua chiamata locale, a cellulare o internazionale, vai a fare la coda anche allo sportello DUE, vale a dire la cassa.
Dopo di che, ti siedi nella sala d’aspetto ad uopo predisposta mentre l’operatrice del numero UNO compone con calma, ma comunque sempre dopo aver trangugiato un boccone dello spuntino che nasconde sotto il tavolino, la sequenza di cifre da te richiesta da uno dei suoi due o tre telefoni, giallastri e gracchianti come canarini modificati di palude.
Aspetti, aspetti e magari inutilmente perché il numero desiderato può essere occupato e nessuno ti avvisa con solerzia nell’oscura sala d’aspetto. Tutta la procedura risulta molto macchinosa e il risultato (o output del processo), se il Dio delle telecomunicazioni ti assiste, è semplicemente poter parlare per telefono.
Le ultime fasi sono le più concitate e divertenti: il ragazzo dello sportello TRE è l’addetto ai suoni, in pratica ha davanti a sé un microfono e annuncia agli utenti in attesa il numero di cabina in cui devono entrare. Il problema è che l’acustica dell’ufficio non è esattamente quella di un anfiteatro greco e, nonostante i lodevoli sforzi d’impostazione vocale del tipo, lo sforzo per comprendere ciò che dice è enorme, sarebbe meglio quindi montare degli schermi che trasmettano il movimento delle sue labbra quando annuncia numero di cabina e persona in linea.
Infine appollaiata dietro a un cattedrone stile scuola elementare c’è la quarta operatrice la quale, indifferente, chiude la tragica filiera produttiva fordista svolgendo il mestiere più inutile a abbietto: trascrivere una ad una tutte le informazioni che compaiono sulla copia della ricevuta già compilata a suo tempo dalla cassiera con frenetico zelo.
Su di un quadernone a righe e colonne nere la sventurata, inconsapevole della vacuità della sua mansione, oltre che della vita, annota in stampatello i numeri di telefono, i dati del chiamante e del ricevente e persino la ora in cui è avvenuta la comunicazione.
Con molta cura provvede a sporcare d’inchiostro tutte le celle della sua matrice, emette ripetutamente dei gemiti voluttuosi ed un ghigno di soddisfazione umanizza il suo volto laborioso ed arcigno.
Basta. Grazie.
Anche l’Honduras, come il Guatemala, mi sembra essere regno di Pepsi e non di Coca Cola. La musica evangelica diffonde la parola di Cristo Nostro Signore ovunque. Fioriscono i servizi per i connazionali emigrati negli USA. I prezzi sono più bassi che in El Salvador…
5 Gennaio – Tela – Honduras – costa nord-ovest
La macchina fotografica sembra persa nonostante si sia asciugata anche internamente. Secondo una farmacista di Tela, il mio dito mignolo ferito, che intanto è raddoppiato in larghezza, si può ancora recuperare. Que bueno!- esclamo- ma, in cerca di emozioni, voglio chiedere informazioni all’ospedale pubblico e quindi mi avvio lì con Sara, tanto per rendermi conto di come funziona il sistema sanitario nazionale. L’edificio sembra una casa di campagna semi-abbandonata, è gratuito e affollato. Alle emergenze c’è un nugolo di gente, soprattutto anziani e mamme con bambini dalle pelli pustolose e i visi contriti, forse malati di dengue. L’ambiente è poco salubre e la sala d’aspetto non è nient’altro che un corridoio all’aperto e se piove c’è di sicuro acqua per tutti i pazienti. Mi faccio vedere il dito da una dottoressa di passaggio mentre usciamo allibiti; rapidamente mi da un’occhiata e mi dice che ormai sarebbe tardi per mettere i punti e che non ce ne era un gran bisogno; è sufficiente curarsi con delle garze e il mercurocromo.
Proviamo la birra nazionale “Salva Vida” e poi nel pomeriggio visitiamo il pittoresco e misero villaggio Garifuna Triunfo de la Cruz. La comunità garifuna discende dagli schiavi africani deportati sulle isole del Caribe dagli inglesi nel secolo XVIII. Sono presenti coi loro villaggi reggaeggianti e le loro tradizioni, contaminate dalle lingue inglese e spagnola e dall’influenza cattolica, su tutta la costa del Caribe centroamericano. Sara si fa fare le treccine e poi di ritorno a Tela centro. La ragazza che lavora sulla chioma di Sara sembra disperata e maltrattata palesemente la usa figlioletta che appena può camminare e, quando le chiediamo il perché di quei “metodi educativi”, ce la offre addirittura in vendita come fosse una merce di scambio. Dice che non ha nessun interesse a crescerla in condizioni di vita miserabili e, soprattutto, non crede di amarla, non ha un padre e preferirebbe non averla concepita, tanto che poi arriva anche a regalarcela…
Il cielo è cupo e, a tratti durante la giornata, una pioggerella fastidiosa accompagna i nostri passi stanchi e pesanti: incombe sulla regione la stagione delle piogge. A letto presto.
6 Gennaio Lunedì
A metà mattinata azzardiamo una visita nelle vicinanze alla laguna Mico e ai villaggi garifuna di Miami e Tornabè però l’impresa è sfortunata: pioggia a catinelle, strade impraticabili e tristezza generale ci costringono a tornare indietro senza aver combinato nulla. I paesini circostanti si trasformano in campi fangosi in cui camionette e corriere faticano a percorrere pochi metri in pianura. Una volta a Tela ci dedichiamo a un’economica cura del corpo nella casa di un’estetista-massaggiatrice la quale ci riveste di una pelle nuova con una sauna e una maschera defoliante al grano e miele per 3-4 dollari a testa.
Ore 14.35: bus per il porto caraibico di La Ceiba. Arrivati lì, scegliamo l’hotel Mar Azul e ceniamo da Burger King perché siamo davvero stufi dei fagioli e si sopporta volentieri un hamburger di questi tempi. Anche qui a La Ceiba il tempo é malvagio e di spiagge bianche e assolate in questa stagione non se ne vede la traccia.
7 gennaio martedì – La Ceiba e Trujillo
Ci svegliamo con un’idea: visitiamo il parco nazionale Pico Bonito? L’implacabile ed umida realtà è che piove a dirotto da ore. Sembra un’inezia, ma non esiste un sistema di drenaggio delle acque, le strade sono completamente allagate anche sui marciapiedi, non si riescono a percorrere più di 10 metri senza sprofondare fino alle caviglie. Inoltre non smette di piovere, anzi, ci si mettono anche gli spruzzi delle vetture e le colonne d’acqua che scrosciano giù dai tetti, ricordando le cascate di Pulapamzak. Attraversiamo alcuni dei neo-corsi d’acqua coprendoci parzialmente con un ombrellone prestatoci dall’albergo e ci fermiamo per il desayuno in un ristorante con buffet nella piazza centrale. Addio al progetto del parco nazionale, torniamo a prendere le nostre cose e poi un taxi, negoziato insieme a un altro cliente dell’albergo, fino alla stazione dei bus in direzione Trujillo, cittadina ancora più a est sulla stessa costa. Il giornale riporterà in questi giorni la notizia di inondazioni a La Ceiba e in tutta la regione della Mosquitia, o Moskito Coast, zona così denominata per la presenza di colonie zanzare piuttosto folte, malariche e aggressive.
In questa settimana, esattamente da San Pedro Sula, abbiamo iniziato per precauzione il trattamento antimalarico con Clorochina 150 mg.
Pomeriggio: arrivo alla triste città di Trujillo, dove Cristoforo Colombo sbarcò nel 1502 durante la sua quarta e ultima missione nel nuovo continente. Inoltre il paese, al pari di La Ceiba, è stato sotto l’influenza inglese ed olandese per secoli grazie alle bande di pirati che depredavano da qui i galeoni spagnoli pieni d’oro e argento messicani. Forse nella stagione buona il pueblo ci riserverebbe molte attrazioni e svaghi mentre ora, ancora fresco il ricordo delle furiose incursioni dell’uragano Mitch del ’98, e con il grigio cielo costantemente adirato, non crediamo sia saggio fermarsi troppo.
Alla una di notte prendiamo il bus per la capitale Tegucigalpa o Tegu Tegu come urlano gli strilloni dell’autobus…sono 9 ore di viaggio verso sud-est.
8 gennaio mercoledì – La capitale Tegucigalpa
Il centro della città si presenta accogliente ed ordinato, molte le opzioni per dormire e mangiare e abbastanza sicura di sera. Andiamo all’Iberia per 4 dollari a testa. Dedichiamo la giornata a internet, a lavare la roba sporca, cioè tutta, a mangiare decentemente, pranziamo nostalgici in un ristorante messicano, e a cercare una macchina fotografica nuova per me. Compro per 90 Euro una buona macchina con rullino APS, lente da 40mm e zoom. La sera seguente, visti i prezzi dei rullini speciali che ci vogliono e le difficoltà di reperimento degli stessi, cambierò la super-camera per una economica ma più pratica e budget-oriented…
9 gennaio giovedì – Tegucigalpa e dintorni
Sveglia alle 6.00 per andare al parco nazionale La Tigra nei dintorni della capitale con la corriera per “l’Hatillo”. Ricca colazione improvvisata con pane, banane, latte e pizza avanzata del giorno prima. Il bus ci lascia a 20 minuti di cammino dal parco e dopo una salita realmente mozzafiato possiamo entrare, chiedere una mappa e scegliere un percorso di circa due ore di cammino in montagna. Si parte da un’altitudine di 1850 metri fino a pressappoco 2200 metri. I sentieri che decidiamo di seguire sono ben battuti e chiari nel bosco, il primo in salita si chiama “La Esperanza”, il secondo “Bosque Nublado” per un totale di 3700 metri con ritorno al punto di partenza, la entrata di Jutiapa.
Siamo subito immersi in una foresta tropicale a 2000 metri, fittissima, coi suoi colori verde e marrone in tutte le tonalità immaginabili e sul sentiero fangoso un tappeto di foglie. L’umidità e le nuvole basse che velano il bosco e accarezzano il fianco della montagna creano un’atmosfera magica da fiaba. Ad ogni metro scopriamo funghi rari azzurri, rossi, gialli e marroni, grandi e minuscoli. S’inciampa volentieri in arbusti neri e sottili, riconosco le familiari piante di felce ma tutto il resto è fuori dalle mie adolescenziali esperienze di esplorazioni della Alpi della Valtellina. Alcune indicazioni sui saggi e maestosi encinos indicano la loro veneranda età di 150 anni e lo sguardo si perde in alto cercando di scorgere i loro ultimi rami che sfidano il cielo.
Il clima è fresco e il cielo nuvoloso, una nebbia di nuvolette basse scorre sul monte e permea tutta la foresta. Il vento spira aritmicamente generando un sibilo di flauto che si aggiunge come solista alle mille voci del bosco. Ondeggiano i rami più alti della meravigliosa costruzione che è la foresta e le loro foglie concedono una pioggerella fresca e sottile che innaffia generosamente le piante più basse e bisognose.
Verso l’una scendiamo provati alla fermata dei bus che sembrano non passare mai: stranamente qui il clima torna torrido e soleggiato, niente a che vedere con la frescura e le nubi della foresta distante solo poche centinaia di metri. Stufi di attendere facciamo del retro di una camionetta di passaggio la nostra barca fino alla capitale.
Così per caso, noto il prezzo di un pacchetto di Marlboro prima di tornare all’albergo e dormire, 16 L, cioè un Euro circa: sono ancora più economiche che in Messico dove costano tra uno e cinquanta e due Euro.
10 gennaio venerdì – Da Tegu al confine col Nigaragua e Leon
Ore 5.30…Mi alzo e mi riprendo con una doccia gelata.
Ore 7.45…Io e Sara…Bus per la frontiera con il Nicaragua a Guasaule. Si prende nel Mercado Zonal Belem, esattamente nel quartiere che la guida indica come poco raccomandabile, anzi pericoloso e da evitare anche di giorno. A me pare in realtà un buon mercato, sicuro e persino pulito, molto diverso dai tianguis – mercati integrati a stazioni a cielo aperto – delle altre infime capitali.
Ore 12.30…Frontiera: fronteggiamo un vero e proprio assalto di bici-taxi risciò in cerca di turisti da portare all’ufficio migración e poi l’attacco dei coyotes, gli scaltri operatori cambia-valuta che, quanto a vivacità mentale nei calcoli matematici, nulla devono invidiare a onorevoli menti come Gini o Fermat. Mi sono previamente preparato con calcoli sui probabili tassi di cambio che avrei potuto spuntare e, quindi, lotto strenuamente per un cambio Lempiras-Cordobas quantomeno decente e non da strozzini. Ottengo 770 Cordobas per 960 Lempiras (rispetto alle 740-750 offerte inizialmente da un coyote) grazie alla calcolatrice che lo stesso cambiavalute mi presta e facendogli una spiegazione di quale deve essere, secondo la mia modesta opinione, il cambio giusto attraverso l’uso reiterato dei cross-rate, delle Lempiras prima e dei Cordobas poi, con il dollaro USA…
Insomma se li incasini un po’ la strategia può funzionare, magari non alla prima traversata di frontiera ma poi…
Ore 16.30…In taxi al centro della città coloniale di León. Rimbalzati da due alberghi, pieno il primo e carissimo il secondo, troviamo asilo nell’Hostal Clinica per 100 Cordobas, circa 3 dollari a testa. L’ambiente è familiare e internazionale, molti pappagallini in giro e padrona ospitale. Giriamo in paese e conosciamo all’ostello Via Via due catalani (ancora!) di nome Marta e Alex che, oltre ad essere avvezzi alla sperimentazione di sostanze stupefacenti naturali e non, stanno passando un anno tra viaggi e attività di cooperazione allo sviluppo in Centro America. Ci consigliano itinerari interessanti per Costa Rica, nella zona a sud di Puerto Limon sull’Atlantico, e Panama.
Ore 18.30…Al teatro municipale per assistere allo spettacolo gratuito di un pianista e di alcuni cantanti lirici. Carino però fame e stanchezza ci attanagliano e ci distraggono un poco nel finale.
Cediamo ad un piatto di pasta più caro del normale, ma stiamo sempre parlando di meno di 4-5 Euro, nel ristorante di fronte al teatro. La città pulsa più di tutte le precedenti per la sua vita notturna, molti i locali aperti, la gente per la strada anche dopo le 22.00 senza preoccupazioni.
Notte…All’ostello suggeriamo il nome “Posada Sirena” che piace molto alla padrona che sta rinnovando tutto (cercatelo se venite qui!). Conosciamo due simpatici ragazzi di Como, esperti viaggiatori in vacanza (Michele e Maurizio, sui siti Internet dei quali si troverà questo diario) e mi fa piacere sentire un po’ d’italiano dopo alcune settimane.
11 gennaio sabato – Leon Viejo – Lago di Managua
Destinazione di oggi, Leon Viejo, il sito archeologico della vecchia città di Leon che, fondata dagli spagnoli nel 1524 su un precedente sito dei Maya Chorotecas (originari del Chiapas), si affacciava sul lago di Managua e fu distrutta dal vulcano Momotombo. C’è ben poco da vedere ma vale la pena davvero il panorama del vulcano che si specchia sul lago.
Ci uniamo ad un nordamericano (Owen) e a una canadese (Erika) nell’escursione e poi nel pomeriggio per visitare il museo dedicato al più grande poeta nicaraguense e, con Neruda, esponente tra i più autorevoli e influenti della poesia ispanoamericana, Ruben Darío.
Quindi una sosta di ben tre ore in Internet per lasciare agli amici una testimonianza!!
Cena e birre a fiumi con la canadese e l’americano Owen conosciuti la mattina…poi a letto…di notte mi ammalo di raffreddore per colpa del disgraziato ventilatore della stanza puntato sul mio collo.
12 gennaio domenica – Leon viejo, Managua e Granada
Considerazioni generali: i bancomat emettono Dollari USA e Cordobas a scelta. Il ricordo della canicola agostana di Milano non è più lontano, il clima è tornato torrido dopo i boschi freddi e le coste piovose dell’Honduras. Il Nicaragua è davvero accogliente e in buono stato nonostante il suo prodotto pro-capite sia il minore in questa regione, forse il PIL non la racconta sempre giusta…
Colazione e taxi fino alla terminale dove ormai non ci aspetta più la canadese con cui avevamo un appuntamento (siamo in ritardo). Partiamo per Managua con il collettivo espresso e arriviamo in un’ora e mezza. Ho l’idea di barattare una corsa di un’ora con un tassista, di fatto noleggiando il taxi, per visitare tutto il centro monumentale della città vecchia e i monumenti più importante: il giro risulta un po’ denso ma ben riuscito e più che sufficiente. Dice la guida che Managua è la città più inospitale e difficile per orientarsi in Centro America, non mi sembra proprio, anzi è quasi carina, almeno ad un primo acchito. In realtà il tassista alludeva ai grossi problemi di orientamento e caos nell’area urbana che la ricostruzione selvaggia, in seguito al disastroso terremoto del 1972, e la crescita demografica inattesa hanno aggravato senza rimedio. In un’ora e mezza visitiamo: la riva del lago di Managua, il modernissimo Palacio Nacional, il Monumento a Ruben Dario, il nuovo Teatro Ruben Dario, la Piazza Giovanni Paolo 2 (!), il Monumento a Sandino e la collina panoramica Loma de Tiscapa, la nuova cattedrale, la Statua del Soldato in cui l’iscrizione recita “lavoratori e contadini insieme fino alla fine”. Il pezzo forte è la cattedrale vecchia, del 1929, in stile neoclassico, fu danneggiata da due terremoti nel 1931 e nel 1973. E’ ora abbandonata e vi si accede come fosse un museo solo durante la settimana. Visto che è domenica il quartiere appare desolato e la chiesa decadente crea tutt’intorno un’atmosfera romantica e nostalgica, evocando un passato fiorente e perduto come un malinconico dipinto di Caspar David Friedrich. Con il suo grigiore, le sue croci spezzate, ma anche con la sua maestosa navata centrale, ora abitata dai piccioni, l’imponente facciata piangente sembra quasi una rovina archeologica consumata dai secoli.
Arbusti e piantacce selvatiche assillano la base della costruzione dando un’immagine lampante dell’affascinante abbandono patito da questa cattedrale sfiorita precocemente. E’ un cimitero della fede, tempio senza più porte né finestre che lo proteggano dalle grida dei mercanti, edificato praticamente in mezzo al deserto della periferia, dato che sul retro solo si estende un vasto campo incolto circondato da una baraccopoli.
Da Managua a Masaya, famoso centro artigianale. Facciamo incetta di pezzi semplici d’artigianato locale, tra i più belli che ricordo, paragonabili all’artigianato fiorente dei mercati del Guatemala. Mascherine di fango e ceramica, mele smaltate in legno, coppette colorate per la salsa, tazze ben rifinite e bamboline sataniche di paglia…
In serata arriviamo a Granada che sarà la nostra casa per un paio di giorni…Hostal Cocibolca, stanze da 10 e 12 dollari per due persone…
Tutto è molto turistico ma la città coloniale, la più preziosa e rinomata della regione dopo Antigua de Guatemala, merita davvero una pausa assorta e mi riporta con le sensazioni ed i ricordi ai fiorenti centri arabo-spagnoli dell’Andalusia.
A presto!!
NOTA SEI – NICARAGUA SUD
13 gennaio – domenica
La punteggiatura in questa tastiera costaricense non funziona. Torniamo al Nicaragua.
A Granada ci aspetta una gita al Parco Nazionale Vulcano Masaya: ingaggiamo una guida all’entrata insieme ad un ragazzone inglese di nome Marcus e dall’aspetto e dai modi bonari. La visita guidata include l’escursione alla “Cueva de los murcielagos”, ossia la grotta vulcanica dei pipistrelli. Ci addentriamo nel tunnel e numerosi pipistrelli incrociano il raggio delle nostre torce. Scendiamo fino ad una ventina di metri di profondità e poi la caverna di pura roccia vulcanica continua in piano fino al tempio dei Chorotecas, vale a dire uno spazio semicircolare di notevoli dimensioni a circa 1500 metri dall’entrata. La grotta, abitata da gruppi indigeni devoti al culto del vulcano e usata anche per cerimonie religiose, e’ capiente e fresca riserva d’acqua per gli alberi con le radici più coraggiose le quali spuntano dalle pareti e dalla volta in cerca di nutrimento. Usciti dalla cavità sotterranea scaliamo il vulcano vero e proprio lungo un sentiero agibile e ben tracciato: dalla punta più alta ammiriamo la laguna di Masaya e il vulcano Mombacho a sud est, il lago di Managua e il vulcano Momotombo con la vecchia Leon a nord ovest…
Dopo un po’ di riposo proseguiamo, sempre in tre, fino al fortino di Coyotepe, situato a dieci minuti di cammino dalla Statale Granada-Masaya. Pausa pranzo e poi all’attacco del forte con entusiasmo, calante a causa della salita…La fortezza, costruita nel 1893, fu usata dal partito conservatore nel primo novecento per difendere Masaya e Granada dagli attacchi delle forze liberali appoggiate dagli americani. Dagli anni trenta e’ stata la prigione in cui la dinastia dominante dei Somoza relegava gli oppositori sandinisti. Dopo la vittoria di quest’ultimi nel ’79 esponenti del passato regime furono ripagati con la stessa moneta e imprigionati qui…ora l’edificio e’ semi abbandonato ed inquietante, oltre a offrire un altro panorama di mezzo Nicaragua.
Incontriamo in serata Michele e Maurizio (gli italiani conosciuti a Leon che risiedono nel nostro ostello) e usciamo a cena anche con Marcus tra litri di birra Toña e Victoria e il “piatto tipico nicaraguense”: una cozzaglia di tutti i tipi di carne fritta, manzo, salsicce e maiale, accompagnata da verdurine tagliate a pezzettini (carote, cetriolini, zucchine, pomodori, fagiolini e lattuga) con l’aggiunta speciale di fagioli in crema bianca, formaggio fritto e uova soda.
Due “piatti unici” in cinque e siamo pieni.
14 gennaio martedì
Litigo un po’ con Sara ed evito, grazie ad un inseguimento in strada, che ritorni addirittura a Managua per prendere un aereo per Città del Messico come era nelle sue ferme intenzioni.
Destinazione di oggi…Isola di Omepete nel lago del Nicaragua. Da Rivas, costa sud, parte un traghetto scassato alle 13.00.
Il Ferry Boat è rudimentale e fluttuante: passo l’ora peggiore degli ultimi anni per il mio fisico instabile, paragonabile solo al disgraziato capodanno in montagna per il nuovo millennio, in cui il terribile mix alcolico di vodka liscia, vino e birra, unito alle temperature polari mi avevano ridotto a uno straccio d’uomo alle soglie del coma etilico e della congestione, ma tralascio i dettagli.
Sara, appollaiata con una francese sulla prua dell’imbarcazione, si diverte ad aspettare le onde e ad assecondarne il movimento con saltini coordinati; io la raggiungo e scatto qualche foto, ma dopo 20 minuti torno sottocoperta, mi siedo e mi preparo ad agonizzare. L’imbarcazione s’impenna impietosa, oscilla implacabile a destra e a manca e, inarcandosi, imbarca secchiate d’acqua gelata. Le interiora rimbalzano come palline da ping-pong e nulla può fermare il conato di vomito, già preannunciato da una salivazione incessante, repentina e copiosa.
Mi sporgo da un finestrino e mi libero in un paio di turni dell’ostile carico d’acqua e bile che tormentava il mio stomaco a digiuno. Comincia intanto l’immancabile mal di testa a braccetto con una sudorazione da maratoneta. In cabina spira un maestrale rinfrescante che nasce grazie ai finestroni privi di vetri e dalle ampie aperture che conducono al piano superiore: come risultato i miei abiti appiccicaticci e la mia fronte grondante, che pietosamente scrollo e accarezzo con la mano sinistra, non tardano a seccarsi gelandomi la pelle intorpidita. La tortura dura fino alle due con fasi alterne più o meno esacerbate e sofferte.
Ci fermiamo a Moyogalpa, Isla de Omepete. In hotel cerchiamo una camera con Oskar, un simpatico idraulico svizzero conosciuto sul bus da Granada a Rivas. Visitiamo al tramonto la Punta Jesus Maria, una splendida spiaggia a punta insinuata per un centinaio di metri nelle acque del lago più esteso dell’America Centrale, la quale ci ritempra con il suo panorama meraviglioso e il cielo arancione dopo che il sole si ritira dietro al lago e alle montagne all’orizzonte.
Lo svizzero propone anche una corsetta di mezz’ora in nottata, accettiamo e dopo cena cadiamo in letargo.
NOTA SETTE – LAGO DE NICARAGUA E POI COSTA RICA
15 gennaio mercoledì – Isola di Omepete
Alle 7.10 corriamo tutti e tre al molo dove ci aspetta una guida per un tour scalata al vulcano più alto, tra i due che formano l’isola. Non ha una vettura per portarci ai piedi del vulcano Concepcion, come avevamo capito noi, e quindi cominciamo a questionare il prezzo di 5 dollari a persona visto che la funzione della guida per camminare lungo un sentiero ci sembra piuttosto limitata e, inoltre, il costo delle corriere fino all’inizio del cammino non e’ incluso…Scocciato il ragazzo se ne va e noi saliamo soli sul bus. Siamo ancora stanchi per le fatiche e le vicissitudini del giorno prima e ci trasciniamo per un paio d’ore fino a metà della scalata inizialmente prevista, la quale ci avrebbe portati a 1000 metri di altitudine. Sara non si sente molto bene e io sono stanco, quindi noi due scendiamo fino a Moyogalpa e lo svizzero continua.
Passeggiamo in discesa con calma e ci godiamo gli scorci di panorama lacustre. Scopriamo gli Urracas, volatili esotici dal piumaggio blu o verdissimo come le foglie; le lucertole, decorate come tappeti persiani, fuggono percependo i nostri passi sulle rocce vulcaniche rosse e nere mentre alcune scimmiette ragno saltano sui rami molti metri più in su e ci seguono dall’alto.
L’ultima nota naturistica riguarda l’attività di alcuni veri e propri spazzini svolta da alcuni scarabei dalla corazza color nero metallizzato. In pratica costoro s’inseriscono nelle margherite, intese non come i fiori, ma nelle pagnotte fresche di sterco equino che costellano il sentiero, scavano dei buchi e con le loro zampette formano delle palline d’escremento più grandi di loro. Quindi si avviano alla loro tana per nutrire la famiglia con le loro sudate polpettine di cacca, sfere perfette come un biglione per le quali lottano strenuamente coi loro simili e su cui rotolano e camminano gioiosamente per spingerle avanti, salvo poi ricadere all’indietro ed esserne tristemente travolti. Con il loro affanno da minatori e scavatori sembrano dei cercatori d’oro attratti dalle ricchezze del sottosuolo e da un’effimera gloria terrena.
Tornati a valle e mangiato il miglior pesce alla griglia della mia vita, una Reyna del Lago enorme, aspettiamo Oskar che ritorna in serata dal vulcano, sporco e privatissimo senza aver potuto apprezzare gran che dalla cima del vulcano che crede di aver raggiunto.
L’autostop sull’isola è la regola.
16 gennaio giovedì – Isola di Omepete
Alle nove io, Sara e Oskar saliamo su una jeep per un tour di otto ore sull’isola: visitiamo la Laguna del Charco Verde, l’insenatura del tesoro del pirata, una diga e una sorgente d’acqua, la Finca Magdalena, la quasi caraibica Playa Santo Domingo e i petroglificos, rocce vulcaniche scolpite come totem.
Nessuna grande meraviglia ma molte perline naturali nascoste direi. Nota curiosa: alla Finca Magdalena incontriamo molti dei personaggi già conosciuti durante il viaggio, gli immancabili e storici Maurizio e Michele, i comaschi di Leon e Granada in viaggio con alcuni lettori dei loro siti internet, ma soprattutto i due giovani sposi danesi che avevamo lasciato il 30 dicembre a Sochitoto, El Salvador, e che ci volevano convincere a passare il capodanno lì anziché a La Palma come abbiamo invece fatto!!Sono ancora in viaggio anche loro!
In serata diamo l’addio al nostro compagno, noto idraulico svizzero in cerca di un’identità perduta…Ci facciamo lasciare al molo di Altagracia da cui parte un Ferry per San Carlos, vicino alla frontiera col Costa Rica.
La vita sull’isola e’ un po’ miserabile per coloro che non traggono vantaggio dal turismo: le strade non asfaltate sono polverosissime e causano malattie agli abitanti che sono per lo più pastori di vacche, maiali e galline denutriti e sfruttati. Omepete vuol dire isola dei due vulcani e la vita degli abitanti è legata ai due vulcani e per nulla al mondo lascerebbero la loro terra in caso d’eruzione.
Dalle 19.00 alle 5.30 del giorno dopo in battello per il trasporto di merci e persone sul lago del Nicaragua.
Prendo una pastiglia contro il malessere da barca.
Entriamo con fatica e caricatissimi, con gli zaini e le borse con le cibarie per resistere durante la traversata notturna del lago. Dissuado Sara dal tentare il viaggetto di 10 ore seduta al piano superiore che è all’aperto. Il piano chiuso, però, è anche il più affollato e maleodorante visto che oltre 100 persone sono stipate e ammassate sulla grandi panchine da chiesa in legno massiccio disposte ai due lati dello stanzone. Anche negli spazi remoti e residuali di questa stiva, ovvero nel corridoio, all’entrata dei cessi e verso le scale d’accesso al secondo piano, vi sono esseri umani dormienti appollaiati.
Una puzza di pesce putrefatto riesce quasi a coprire l’odore di fondo, un misto d’essenza al sudore e fragranza d’umanità profonda, mentre i fumi tossici del cucinotto bar infestano le prime file di questo tempio sacrificale. Prendiamo posto nella penultima fila, pronti per la proiezione di uno snuff movie di cui siamo allo stesso tempo ignari interpreti e spettatori schifati.
La traversata è lunga e diventa fondamentale lottare per uno spazio vitale sulle maledette panche; ne conquistiamo una a metà sebbene il confine ovest sia marcato, al suolo, dai resti di un rigurgito recente che arresta la nostra avanzata: va bene così, c’è abbastanza posto.
Cerchiamo di addormentarci sul duro legno ma riusciremo nell’impresa solo quando, poco più tardi o forse ore più tardi non saprei, si libereranno due posti e potremo sdraiarci.
La lunga notte sul lago fluisce lenta e il mio dormiveglia è tormentato dalla visione onirica dei passeggeri morti soffocati nei precedenti trasbordi. Intanto un discreto signore, zozzo come il peccato, s’accomoda per terra supino, tentando di dormire proprio accanto al vomito in posizione perpendicolare rispetto alle file di panchine; così ci chiediamo, senza poter trovare una risposta logica, perché mai da un momento all’altro uno deve andarsi a fare la pennichella per terra sotto le gambe di tutti e adagiarsi spontaneamente accanto alla sporcizia accumulata di ben tre file di panchine, quando comunque abbondavano nicchie sicuramente migliori di quella.
17 gennaio venerdì – Confine col Costa Rica e La Fortuna
Breve sosta per riposare e fare una doccia in un hotel e poi risolviamo le pratiche migratorie e attraversiamo in un fuoribordo il confine col Costa Rica lungo il fiume San Juan. Sbarchiamo a Los Chiles: si nota sin dall’inizio la differenza nelle strade più pulite, nei numerosi cestini, nella pulizia delle case imbiancate e ordinatamente disposte, nelle insegne delle banche aggiustate e funzionanti, nei negozi ben tenuti…
Bus per Firenze (bueno, Florencia come la chiamano da queste parti)!! E poi alla Fortuna, ai piedi del rinomato Volcan Arenal. La moneta è il Colon che si cambia a 380 per un Dollaro, sembra quasi di tornare alla vecchia lira coi prezzi espressi con molti zeri e in migliaia…
In serata a La Fortuna un promotore ci porta a un hotel che costa 5 dollari a testa. In pratica affittiamo un appartamentino fornito di tutto e contrattiamo un paio di tour per il giorno dopo. Il turismo nordamericano è molto sviluppato da queste parti e dobbiamo un po’ scendere a compromessi scegliendo dei giri preconfezionati che però, in mancanza di trasporti locali e valide alternative, sono spesso l’unica costosa possibilità…
La cittadina e’ pulita e piena di turisti, non ci sono sbarre ai negozi e protezioni per le case; le villette a schiera sono il tipo architettonico più diffuso, sono pulite e ben dipinte con colori vivaci, Dappertutto s’accettano carte di credito e fioriscono i servizi ai turisti.
Siamo un po’ in una gringolandia dorata e sicura visto che il Costa Rica si dice sia lo Stato più tranquillo del mondo latino, la “Svizzera dei Carabi”, essendo addirittura privo dell’esercito effettivo.
Il paese è diventato meta del turismo internazionale negli ultimi 15 anni e, nonostante la deforestazione selvaggia sia stata un problema grave, le aree protette, la varietà biologica e le aree vulcaniche sono stati oggetto di provvedimenti che le valorizzano a livello ambientale e turistico. L’età media del turista, se si escludono le zone del Pacifico per i surfisti, è più alta e le sue esigenze più standardizzate e sofisticate; le avventure proposte dalle promozioni dei tour operator sono preconfezionate e plastificate con Dollari fumanti però la natura di questi luoghi rimane unica e bisogna adattarsi scegliendo i pacchetti più convenienti senza farsi accecare dai volantini promozionali più eclatanti.
La gente è vestita bene, ordinata e affabile nei modi.
I bus sono straordinariamente puliti e comodi, senza adesivi né crocifissi, non personalizzati e senza musica. L’amico del conducente vende bibite fresche e spuntini, la guida è prudente e poco emozionante, che palle…
Non ci sono più le PULPERIE, i negozietti alimentari del Nicaragua, ma le SODERIE, o semplicemente le SODA, cioè dei ristorantini.
Ultima nota critica, non sull’accogliente Costa Rica, ma sulla RAI INTERNATIONAL che a volte ho potuto vedere in vari hotel con TV via cavo: ma che razza d’immagine trasmettono dell’Italia in questa parte del mondo? Programmi obsoleti, dibattiti scadenti con la Pivetti che ci dice la sua sul Signore degli Anelli, film degli anni cinquanta sconosciuti, noiosi show in differita.…Nulla a che vedere con la più decente TV5 francese e non sono esterofilo, non sono un appassionato della scatola parlante però sarebbe più saggio sospendere il servizio.
NOTA OTTO – COSTA RICA
Allora, io sto viaggiando libero nello spirito con la mia bella sirena messicana, lontano da tutto e da tutti in un continente difficile e affascinante com’è l’America Latina, cerco di staccarmi dall’atmosfera milanese e cosa mi arriva? Un mail squallido della Bocconi con l’invito a una serata di festa, come la chiamano loro, oh ma stiamo scherzando? E dice: Caro Collega la invitiamo…Scusate, ma collega di chi?? Caro collega, ma fammi il piacere…
ve la metto qui con commenti miei in parentesi tondeggianti:
Caro collega,
un sincero augurio di buon inizio! (ma inizio de che, della vita vera??)
Ho il piacere di comunicarti che la Convention 2003 della nostra Associazione Laureati si terrà sabato 22 marzo; riceverai prossimamente, via e-mail (ah, ricordarsi di bloccare l’indirizzo e-mail anti junk o spam…), l’invito con il programma dettagliato e il form di iscrizione. (grazie mille ma non potrò esserci…)
La serata, caratterizzata da una particolare atmosfera di festa (menomale!), rappresenta per Alub (si per Alub ma non per me…) la più attesa occasione di ritrovo annuale e comprende un aperitivo (classico milanese…), la cena di gala, la cerimonia di premiazione del Bocconiano dell’anno (immagino il piacere di conoscerlo…) e un dopocena di danze (di valzer o che?) con musica dal vivo.
Potrai naturalmente estendere l’invito a quanti più colleghi possibile (Primo: gli amici io non li chiamo colleghi. Secondo: noto che c’è un tentativo di creare un certo spirito di socializzazione ma siamo un po’ scarsini…) e a chi desideri (grazie tante).
La Convention, che vedrà come sempre la partecipazione del Rettore (non vedo l’ora di vederlo qua a Puntarenas…), del Consigliere Delegato e del Presidente di Alub (molto bene, bella cricca…), sarà preceduta, in mattinata, da un convegno sulle più attuali tematiche del mondo del lavoro (tanto non ci casco…) rivolto a tutti i bocconiani e dalla consegna delle medaglie d’oro ai migliori laureati delle ultime sessioni. (Se mi pagate il biglietto da San José ma quasi quasi ci vengo allora…)
Se vorrai conoscere più approfonditamente gli obiettivi e le iniziative di Alub, potrai visitare le nostre pagine web all’indirizzo www.alub.uni-bocconi.it (no per ora no, magari un prossimo anno…).
Nella speranza che anche tu possa essere dei nostri alla Convention, sono a tua (grazie per la confidenza e per il tu, ma si da del tu ai colleghi adesso? Non sia mai, atrevida…) disposizione per qualsiasi approfondimento (e-mail mittente o tel 02-5836.XXXX) e ti invio ancora un caro (…mmmh…va bene va bene…) augurio di Buon Anno, per Alub Chiara Leonardi…(dai Chiara bella, molla tutto e ci troviamo a Cancun…Passo e chiudo).
18 gennaio sabato – Volcan Arenal
Alle 9.00 passano a prenderci per il tour a cavallo e al maneggio scegliamo i ronzini e ci uniamo ad una coppia di fidanzati toscani. La passeggiata dura un’ora e mezza tra sentieri, distese erbose e fiumi da guadare immersi nel bosco tropicale e poi si sale lungo un pendio dal quale apprezziamo una vista completa dell’attivissimo Volcan Arenal, principale e spaventosa attrazione della regione.
Entriamo a piedi nella riserva ecologica Cascata Fortuna. Un salto d’acqua spettacolare ma non impressionante, molto più interessante è la fitta vegetazione che riveste tutte le pareti della gola in cui si getta il corso d’acqua.
Alle due siamo già all’hotel per preparaci alla seconda escursione, questa volta si tratta di una camminata di un paio d’ore sulle colline intorno al vulcano.
Ci viene a prendere un pulmino con a bordo un francese, un greco, un paio di americani e la guida locale. Camminiamo nella foresta in avvicinamento al vulcano dal lato opposto al paesello de La Fortuna in cui dormiamo. Da questa parte si scorgono le fumarole bianche emesse dai flussi di lava sempre presenti sui fianchi scoscesi del vulcano, attivo e fumante soprattutto dopo la tragica eruzione del 1968 in cui persero la vita 80 persone.
Con il suo binocolo professionale la guida ci mostra alcuni splendidi esemplari di falco bianco, dei tucani dal becco colorato, i colibrì e le scimmiete araña, le quali sono solite scacciare i turisti con sottili pioggerelle di pipì dall’alto dei rami del Pilon e della Ceiba, i veri imperatori di questo bosque lluvioso. A metà strada in questa foresta che sembra un dipinto di Rousseau, ci fermiamo per lasciar passare alcuni serpentelli e la guida ci mostra il suo album fotografico personale che contiene testimonianze uniche delle eruzioni dal ’68 al ’98, oltre alla prova inconfutabile delle due folli, ed illegali, scalate intraprese dal tipo fino alla vetta del vulcano.
Proseguiamo fino al punto d’osservazione in attesa del tramonto.
L’oscurità ci permette di osservare alcuni flussi rossi di lava e i boati del vulcano suscitano emozioni ancestrali. Purtroppo una nube sta scendendo dalla cima alla base del vulcano e quindi l’osservazione della lava dura poco.
Alle 18.15 entriamo alle “Termae Baldi”, delle piscine con acqua vulcanica da trenta a sessanta gradi. Le immersioni sono molto rilassanti e piacevoli anche se l’ambiente è nettamente snob ed anglosassone…Un paio di cocktail alla frutta, un Martini e si va via.
In serata mi dedico alla preparazione di una carbonara per cinque persone, cioè io, Sara, Francois, un francese in gruppo con noi al vulcano, Elise e Magdalene, una belga e una svedese conosciute alle terme che stanno facendo lo scambio, tipo ERASMUS, nella capitale San Josè. Nota di Marketing: molto nota, non solo sugli scaffali dei supermercati del Costa Rica, è la Pasta Roma, di dubbia provenienza italiana, ma comunque abbastanza decente per la realizzazione di primi basilari e semplici.
19 gennaio domenica – Riserva Naturale Monteverde
ORE 8.30 A La Fortuna piove a dirotto. Bus per Tilaran e poi per Monteverde, una riserva naturale molto visitata e consigliata dalla guida.
Il cammino è caracollante e Sara si marea molto; arrivati a Santa Elena di Monteverde, andiamo a riposare…O meglio lei riposa e io preparo una pasta crema e prosciutto, con insalata di secondo, nella fornitissima cucina dell’ostello Camino Verde in cui decidiamo di stare per 5 dollari a testa senza aver troppo cercato…
Il villaggio si compone di solo tre o quattro viette che convergono in quella centrale in cui si trova il nostro ostello. Praticamente obbligati, contrattiamo un tour per passeggiare nella foresta pluviale che qui prende il nome di Bosque Nublado, come quello del parco nazionale La Tigra visitato in Honduras…
Le foreste tropicali dal lato del Pacifico si distinguono in Humid Forest a livello del mare o di colline basse, Rain Forest, fino ai 1000-1400 metri, per esempio quella del Volcan Arenal, e infine Cloudy Forest, alle altitudini più elevate si caratterizzano per temperatura medio-fredde e nubi che circondano la montagna. Più si sale più la vegetazione si infittisce e non vi sono spazi vuoti né sul sentiero né verso l’alto per poter scorgere un angolino di cielo blu.
20 gennaio lunedì – In natura
Camionetta alle 8.00 per la Reserva Ecologica Santa Elena. Io e Sara camminiamo per un paio d’ore tra liane e vegetazione intricatissima anche se il sentiero e’ molto facile e ben battuto per il turismo di massa. Il clima é piovoso e fresco tra i ponti, sospesi a notevole altezza per apprezzare dall’alto la struttura della foresta e le cime degli alberi più imponenti.
Alle 12 siamo già di ritorno in paese e pranziamo con un “Casado”, il piatto unico di carne costaricense accompagnata da riso, pasta al tonno, picadillo di patate e carotine, fagioli, pane…
Il clima del villaggio è molto particolare con le sue raffiche di vento a quasi 100 km-orari che disperdono, senza farle cadere al suolo, le gocce di una costante pioggia sottilissima e fastidiosa. Visto che praticamente non ci sono nuvole, nascono e spariscono arcobaleni ogni due minuti.
Alle 14.45 decidiamo di lasciare la remota cittadina per Punta Arenas, porto del Pacifico, crocevia per raggiungere la penisola di Nicoya.
Il bus odora di pulito…l’avventura vera qui è davvero un ricordo, è una cartolina sbiadita di un vulcano con la scritta “WELCOME TO COSTA RICA”.
Imperdibile la vista che dall’autobus si apprezza delle colline intorno al Lago Arenal, tra arcobaleni e nubi in movimento. La superficie dell’acqua in lontananza sembra splendere di luce propria per il riflesso del sole.
A Punta Arenas ci assettiamo nel Bar-Hotel El Padrino per oltre 7 dollari a testa (un mezzo salasso).
Cena con un banana split e un po’ d’internet per inviare le note di viaggio e conciliare il sonno. Ah si, cantiamo a un karaoke latino per un’ora e mezza visto che il bar con musica e’ proprio accanto alla nostra pensione ed il volume altissimo non ci avrebbe comunque permesso un sonno profondo e immediato, tanto vale cantarci sopra…
Sara non si stanca mai di collezionare e ricercare fotografie di simboli marini, in particolare di sirene: è divertente scoprire che queste fatate creature, metà pesce metà donna, sono rappresentate nei luoghi più impensati, sugli autobus, nei bar, su porte di case abbandonate; a volte danno il nome a degli ostelli o a dei ristoranti di pesce, altre invece si trovano tatuate sulla spalla di qualche marinaio romantico oppure cristallizzate in statuette d’argento, dipinte su un adesivo o, molto molto raramente, sono personificate in una ragazza sognatrice e bellissima che vuole nuotare lontano lontano, senza respirare mai, tanto da poter stare sola e sfuggire alle grinfie della polveriera azteca più grande e popolosa del mondo.
Domani a mezzogiorno ci aspetta il traghetto per Montezuma, spiaggia del Pacifico sulla penisola di Nicoya.
NOTA NOVE – COSTA RICA – PACIFICO E SAN JOSE’
I nostri spostamenti per gli affezionati della mappa geografica fino alla data del primo febbraio: Tegucigalpa (Honduras)- Leon (Nicaragua)-Masaya-Managua-Granada-Isola di Omepete-San Carlos-Los chiles (Costa Rica)— La Fortuna—Monteverde–Puntarenas-Montezuma-Puntarenas- San José capitale—Puerto Limon e Cahuita (Caribe)- Puerto Viejo- Manzanillo–Sixaola frontiera con Panama—Bocas del Toro—Panama City domani mattina (ma abbiamo anticipato troppo…).
Martedì 21 gennaio Trentaduesimo giorno di viaggio ma sembrano il doppio
Da Puntarenas alla penisnula de Nycoya
Sveglia, doccia, colazione, internet e gita di salute a una clinica per chiedere come vanno le macchioline rosse sulle mani di Sara, se ne era accorta da giorni e per me non erano nulla di grave però lei cominciava a preoccuparsi, e il mio mignolo restaurato.
A metà mattina, passaggio fino al molo in macchina e battello per Montezuma. Molto notevole il panorama del mare, azzurrissimo e splendente coi riflessi del sole (non si tratta della pubblicità di un detersivo), con numerosi gabbiani che volano vicinissimi alla barca e si lasciano fotografare con piacere in cambio di alcune patatine al formaggio e chile piccante.
Dal primo porto sulla penisola di Nicoya, prendiamo una connessione via terra per il pueblo di Montezuma dove arriviamo verso le 16 e scegliamo l’Hotel Montezuma per rimanere in tema.
Il paesino si snoda su un paio di via disposte a T, è molto piccolo, brulicante e super turistico: frequentato da surfisti falliti, gente di mezza età e giovani nordamericani in cerca di una vacanza economica nella località formicaio della falsa avventura. Topi da spiaggia, okley a profusione, sorrisetti stampati su denti freschi di pulizia, i menù standard only in english please, qualche tavola da surf e, per finire, alcuni nostalgici, ma furbi, accampati con le loro tende sulla spiaggia. Questo, oltre ad una spiaggia carina ed un mare non irresistibile, offre Montezuma ed in più le due favolose stradine invase da alberghetti, ristorantini, tour operator e boutiques di artigianato spicciolo e vestiti euro-americani per le giovani californiane che vengono proprio qui a conoscere la dura e vera realtà ibero americana.
Quasi tutte le attivita’ sono gestite da stranieri sulla trentina, con forte presenza italiana, emigrati qui in cerca della pura vida come dicono loro…
Dopo il mare, due birre Imperial, una splendida e succulenta quiche lorraine per cena, e poi a dormire relativamente presto. Consiglierei ai futuri viaggiatori di rimanere a Barcelò, un villaggio a metà strada tra il molo del ferry boat e Montezuma…
Mercoledì 22 gennaio – Mare, Peninsula de Nicoya
Decidiamo di rilassarci un giorno a Montezuma ma di non esplorare oltre la Penisola di Nicoya perché tutti le località, secondo quanto dice la Lonely e secondo le opinioni raccolti tra la gente comune, sembrano essere come questa e non abbiamo il tempo di cercare un “paradiso perduto” che forse non esiste…
Passeggiamo in spiaggia, facciamo un paio di bagni, leggiamo per tre ore in un ristorante francese in attesa di un’altra quiche per pranzo, quella di oggi non è buona come quella di ieri forse perché avevamo meno fame. Ne approfittiamo anche per lavare tutta la roba sporca in lavanderia e assaggiare altre birre locali come la chiara Pilsen: las cervezas dell’America Centrale si assomigliano molto, sono leggere, dissetanti e si sposano bene con l’ambiente caraibico, o del Pacifico secondo i gusti, e con le temperature calde, non mancano mai le bottiglie da consumarsi al gelo.
Giovedì 23 gennaio – San José
Bus per Paquera (scritte sul bus: Gesù vive…cercalo!…il culto di Gesu’ sembra quello di Jim Morrison da questa parti) alle 8.10; segue battello per Puntarenas con coincidenza per la capitale San José…Alle due siamo a San José e in taxi cerchiamo un hotel decente e centrale dove alloggiare.
Ci installiamo prima nell’hotel Avenida Dos ma poi, subito dopo, cambiamo, non senza opposizione verbale e fisica del padrone, per l’hotel che sta a lato, cioè il Washington: stesso prezzo di 10.5 $ ma camere e bagni nettamente superiori e accoglienti con TV via cavo, nella sala comune, per inalarsi un po’ di RAI per me e Azteca 7 per Sara con fare nostalgico.
Andiamo subito in esplorazione dell’Avenida Central, girano molte voci sulla pericolosità di questa capitale, soprattutto nei dintorni del Mercado Central, e di notte, ma a me sembra molto più tranquilla delle altre, in linea con il resto del paese, spagnola nel carattere e con un centro storico pedonale pieno di gente.
Tutto il pomeriggio andiamo in cerca di rappresentazioni teatrali da vedere in questi giorni e finalmente scegliamo l’opera di un colombiano, tale Lucio Barahona, che presenta Divorciadas, evangelistas y vegetarianas, una commedia recitata da tre superbe ed esperte attrici in cui il ritmo sostenuto e le battute pungenti disegnano il profilo tipico di tre amiche dalle storie molto diverse, ma con problemi analoghi.
Venerdì 24 gennaio – Rumbo al Caribe
Facciamo un giro alla Facoltà dell’Università Nazionale del Costa Rica dal mattino presto fino alle 11.00 per avere informazioni sulle scuole d’arte drammatica perché Sara ha una mezza idea di iscriversi e addirittura trasferirsi qui: purtroppo il sogno dura poco poiché l’assistenza a studenti stranieri è nulla ed è impossibile iscriversi senza risiedere nel paese.
In tarda mattinata ci aspettano il Museo del Jade, una pietra da cui per secoli le popolazioni native del Messico e del Centro America hanno ricavato splendidi monili ed artefatti, e una mostra fotografica di un francese e di un guatemalteco.
Nel pomeriggio visitiamo il Teatro Nacional e compriamo un biglietto da 5 Colones ormai in disuso che costituisce una specie di rarità monetaria locale per collezionisti.
Esploriamo il famigerato e temuto Mercado Central che nulla di pericoloso suggerisce, anzi è piuttosto pulito, tanto da spingerci a mangiare una specie di Tostada al formaggio in un ristorante.
Verso sera ci fermiamo al Café del Teatro “La Comedia” per cenare con brioche salate ed un té in attesa dell’opera “Volvio’ una noche”, la storia di una madre morta che ancora dice la sua circa le scelte matrimoniali del figlio.
Sabato 25 gennaio – San José, dintorni…
Programmiamo una gita al Parque Nacional Volcan Poas per vedere il famoso cratere del vulcano e la laguna a lato. Arriviamo sul posto quasi emozionati, ma il tempo impietoso, freddissimo per l’altitudine e piovoso non ci lascia vedere nulla del cratere e il sentiero per la laguna e’ chiuso; non ci resta che rivedere due volte il documentario che proiettano in una saletta un po’ più calda e comprare qualche cartolina in attesa della navetta.
Il bus ritorna in città alle 16.00 e dalla stazione ci dirigiamo di nuovo al Mercado Central dove il giorno prima avevo comprato un paio di scarpe nuove da calcetto per poter proseguire il viaggio con dignità, visto che le mie care vecchie Puma di Barcellona risultavano ormai bucate e inservibili.
Torno nello stesso negozio con l’intenzione di cambiare il numero 41 comprato ieri con un più comodo 42, ma non c’è niente da fare, mi appello alle leggi sulla tutela del consumatore (chissà se esistono da queste parti) , alzo la voce ma non mi vogliono cambiare la scarpa perché la suola non e’ abbastanza pulita. Propongo di pagare una differenza per il disturbo o di lavare meglio la suola ma niente. Mi tocca chiamare tre poliziotti incontrati per caso fuori dal negozio e denunciare il gestore del negozio per mancata emissione di ricevuta e fattura, neanche avessi comprato in Montenapoleone…Nemmeno a questo punto mi cambiano le scarpe ma almeno e’ stato un episodio divertente e in effetti ora, ripensandoci su dopo qualche giorno, devo dire che il 41 s’e’ adattato bene al piede e posso marciare correttamente; comunque continuiamo.
Ore 20.00: al teatro “La Mascara”, opera “Apartamento de soltero”, scritta, diretta e recitata dal proprietario del teatro che non è esattamente un Dario Fo. Otto personaggi, amici di un single sulla cinquantina, entrano in successione sulla scena, cioè nel suo appartamento, alternando volgari battibecchi a scontate gags con il plauso del pubblico ilare e contento. Trovate comiche banali e per di più ripetute fino alla noia per tutta la durata della funzione, un insulto “machista” ai gay, agli evangelici, ai travestiti e alle donne in un turpiloquio che vuole far ridere ma davvero non ci riesce. Continue allusioni sessuali, esplicite simulazioni, volgarità gratuite e risse improvvisate animano gli otto disgraziati lungo una trama senza né capo né coda.
Domenica 26 gennaio – Il Caribe costaricense
In taxi fino alla terminal del Caribe per il bus delle 10.00 a Cahuita via Puerto Limon, costi di trasporto bassi.
Le stazioni sono simili a quelle messicane, anche più pulite ed efficienti direi…Riusciamo pure a vincere uno Snoopy con orologio e cronometro in una macchinetta in cui butti dentro dieci monete per estrarre dei pupazzi: a Sara lo Snoopy, peccato che non fosse una sirena, e a me l’orologio, tutti contenti.
Dopo circa 4 ore io e Sarita scendiamo a Cahuita, un villaggio caraibico con la vita dai ritmi rallentati, con popolazione nera prevalente. Si parlano inglese e spagnolo correntemente, l’impressione è che la gente di qui viva tristemente di pesca e turismo e che sia discriminata e isolata dal resto del paese. Non si trova l’allegria di alcune comunità Garifuna del Guatemala per esempio (penso a Livingston). Nel 2000 due giovani americane furono uccise in circostanze poco chiare e, sebbene il paesino sia considerato sicuro, l’accaduto crea un alone di mistero e leggera inquietudine sulla vita di questa comunità. Le strade non sono asfaltate e sono un po’ fangose dato che ha appena smesso di piovere. Le spiagge semmideserte, l’oceano increspato ed il cielo ancora nuvoloso si prendono a braccetto in un continuum cromatico che modella tutte le tonalita’ del grigio.
Incontriamo Elise, la belga incontrata alle terme del Volcan Arenal una settimana prima, e ci consiglia le “Cabine di Tito” per dormire. Dopo alcuni tentativi nelle accomodations del centro, ci dirigiamo verso la playa nord ovest per cercare questo “Tito delle cabine”, ma la ricerca è interrotta da un personaggio locale, una specie di denutrito vecchio pescatore dalla barba bianca e spinosa, il quale ci convince a seguirlo per dare un’occhiata alle stanze che affitta per la cifra competitiva di 5$ a testa.
Gli diciamo subito che vogliamo farci un’idea di vari hotel per poi decidere.
Con passo stanco ci conduce alle sue stanze che, nonostante siano economiche e pulite, non ci con- vincono e quindi dico al vecchio che preferisco chiedere in un paio d’altri posti mentre Sara rimane lì ad aspettarmi. Alle mie parole il nero inizia ad alterarsi e ci intima di non sfiorare il letto, di non sederci e spostare la nostra roba appoggiata accanto al letto medesimo.
Giusto ad un centinaio di metri trovo un posto con camere decenti, padrona simpatica in vena di sconti e ambiente accogliente e, quindi, torno da Sara riferendo…
Il vecchio ci segue nella stanza in cui avevamo lasciato gli zaini ed alzando la voce ci minaccia irato e bavoso. Con occhi insanguinati da una rabbia canina che indemonia il suo misero cranio vuoto e lo acceca, ancor più di quanto non faccia la visiera del suo ridicolo berretto, ci ordina di sistemare letto e lenzuola che già erano perfettamente in ordine.
Grida e muove le mani il miserabile, sproloquia senza motivo e bestemmia nel suo maldestro inglese (e menomale che è la sua prima lingua!) spaventando Sara che però riesce ad uscire con uno zaino mentre io rispondo al disgraziato alzando la voce e facendogli notare con sarcasmo che il suo fottuto letto è già a posto.
Minaccia di chiamare la polizia suscitando in me una risata spontanea ed anche un po’ di preoccupazione per il suo stato mentale instabile e balordo.
Sempre più nero si piazza davanti alla porta con tutta la sua mediocrità e mi tocca spintonarlo per uscire di lì mentre agita le mani minaccioso e ci segue fin quasi all’altro hotel imprecando in inglese e in spagnolo. La sua voce di protesta si placa presto e sprofonda con lui nel fango delle sue stanze vuote.
Pomeriggio e Sera: giro in paese, comida riso con gamberi e polipo, cena leggera e a nanna.
NOTA DIECI – DOPO COSTA RICA C’E’ PANAMA
Caribe-Cahuita Costa Rica…
Un caso imprenditoriale da trattare a parte riguarda le celeberrime docce Lorenzetti.
Non so dove nasca l’idea imprenditoriale del signor Lorenzetti e nemmeno so se sia italiano o maltese l’inventore delle docce elettriche più pericolose e inutili dell’America Centrale.
Numerosissimi hotel dal Guatemala a Panama vantano prezzi bassi, acqua calda e doccia elettrica. Ogni volta noi entriamo fiduciosi, apriamo la porta del bagno, accendiamo la luce e poi “NO!”, è una LORENZETTI, acqua fredda garantita. In pratica questa azienda, forse italiana, commercializza o fabbrica una specie di depuratore con tre tastini con le posizioni O-I-II il quale si attacca al tubo dell’acqua della doccia e, non so come, deve scaldare l’acqua.
Ammetto che un paio di volte abbiamo goduto di cinque minuti di acqua tiepida o caldina, ma per il resto la delusione è stata grande. Il problema è che a volte, spero per difetti nell’uso o nell’istallazione, piccole scariche elettriche creano un campo nell’ambiente doccia e, con il flusso d’acqua che scende, l’effetto non è gradevole. Vogliamo ad ogni modo augurare molta fortuna al signor Lorenzetti, ai turisti e agli albergatori.
Tutti i racconti sul sito www.48ore.com
Continuo con l’eterna narrazione, vi prego di tenere duro e stampare…
Lunedì 27 gennaio Cahuita-Costa Rica
Finalmente una sveglia naturale, senza allarme e orario prefissato per un bus. Noleggiamo due biciclette da passeggio per visitare il Parque Nacional Punta Cahuita che si snoda lungo un sentiero nella foresta umida, costeggia il mare e per poi perdersi sovente nella spiaggia.
Sono oltre 7 km per un cammino a tratti molto fangoso e impraticabile con le bici. La mia non ha i freni sul manubrio e per rallentare la marcia bisogna far girare i pedali all’indietro, cosa poco agevole e rischiosa in discesa o in presenza di tronchi e radici sul sentiero.
La vegetazione è splendida ed il clima ideale, nuvoloso, non troppo caldo e senza pioggia.
Usciamo dal parco e percorriamo altri 10 km fino a Puerto Viejo de Talamanca, paesino più grande e turistico di Cahuita con spiagge decisamente più interessanti.
Dopo un pranzo tipico con petto di pollo alla caribeña e picadillo di cavolfiore con riso, Sara vuole fermarsi mezz’ora al Café Internet e io la seguo.
Intanto si fa tardi e quando partiamo in bicicletta per Cahuita il tramonto è vicino…
Il nostro villaggio si trova a più di 18 km, la strada provinciale a due corsie è scarsamente illuminata e transitata da autocarri e pullman. Pedaliamo decisi finché c’è luce ma ben presto la nostra sicurezza lascia il posto al timore per le auto che sopraggiungono, per i buchi nella strada, per i rumori della giungla o dei fiumiciattoli invisibili a lato della carreggiata…
Il rischio di cadere o di essere investiti si fa sempre più concreto quando il giorno cede definitivamente al buio e, per lunghi tratti, né lampioni né illuminazioni private rischiarano il cammino impervio. Dopo un paio di chilometri di navigazione in uno spazio oscuro propongo a Sara di camminare ed accostarci al ciglio ogni volta che si scorgono i fari di un veicolo: procediamo così più lentamente ma sicuri, inoltre non possono mancare più di 3-4 km al paese. Ci spaventa un po’ l’eventualità di un assalto da parte di animali imprecisati ma soprattutto di esseri umani!
Dopo un’ora circa scorgiamo lo svincolo per Cahuita e, ai nostri occhi ormai abituatisi all’oscurità, le deboli luci arancioni degli infrequenti lampioni posti nei dintorni del centro abitato, sembrano ora raggi di sole in un mezzogiorno d’estate.
Torniamo alla nostra abitazione e parliamo per ore prima di addormentarci.
Martedì 28 gennaio – Relax vicino alla frontiera
Prendiamo un bus alle 7.00 per il villaggio Manzanillo, una spiaggia meno frequentata prossima alla frontiera con Panama. Giornata Pura Vida dedicata al ristoro delle membra e dello spirito: colazione e dalle 10 in spiaggia perché comincia ad uscire un po’ di sole tentatore. Il clima va migliorando, risplende l’azzurro dell’oceano e la spiaggia deserta ci invita ad una passeggiata e ad un paio di bagni.
Alle 15 prnazo abbondante con vista sul mar del Caribe, un piatto di pesce “pardo” fresco e nutriente. Poi nel pomeriggio pennichella, doccia e massaggi per riabilitare la mia schiena scottata.
In serata un’altra passeggiata al fresco, cena leggera, sigaretta e birretta Rock Ice per conciliare il sonno.
Ci fermiamo 10 minuti ad osservare una messa evangelica in un capannone e questo assomiglia più ad un rito di una setta di invasati e fanatici che a una normale cerimonia religiosa: alcuni si prostrano disordinatamente nei vari angoli del salone, altri piangono sulle panchine mentre una ragazza canta stonata dei salmi inneggianti al poder de Jesus e alla salvezza dell’uomo. Vi sono adulti e bambini che si muovono liberamente nella stanza dominata da un altare centrale dietro al quale un disperato ma convinto confratello grida frasi al cielo con gli occhi chiusi e, a tratti, fa da seconda voce alla cantante di turno. Lo stato d’estasi collettiva viene esasperato dalle enormi casse amplificate e dal microfono in cui le mezze soprano del momento sputano le loro note sacre. Usciamo frastornati e andiamo dritti a dormire.
La popolazione del villaggio è formata prevalentemente da neri, emigrati dalla Giamaica e da altre isole del Caribe per sfuggire alla schiavitù imposta nei territori d’influenza britannica. Si parla un inglese caraibico così contaminato da difetti grammaticali e di pronuncia da sconfinare in una categoria linguistica più vicina al dialetto.
Anche il loro spagnolo, privo di una base scolastica, è stentato ma più comprensibile, inoltre alcuni locali conservano le antiche parlate africane tradizionali.
L’istruzione ed i servizi di base arrivano stanchi e insufficienti in questi remoti angoli del paese e questa forma d’abbandono rinforza l’immagine di una secolare e viva emarginazione razziale.
Come ultima nota, lo spagnolo dei costaricensi, e dei neri segnatamente, mi ricorda un misto tra l’accento americano e il calabrese spinto nel suono delle -r e delle -t che si sporcano in una specie di -c come quando dicono “purtctroppo” o simili.
Mercoledì 29 gennaio – Sconfinare a Panama
Sara si sveglia per prima, segnalo il miracolo.
Saltiamo sul primo bus per Puerto Viejo e poi coincidenza alle 9.45 per la frontiera di Sixaola.
Alle 13.40, terminate le pratiche migratorie, ci uniamo a due messicane cresciute e residenti negli States per un pacchetto “taxi al porto di Almirante + taxi marino celere a Bocas del Toro-Panama” = 9 dollari…Volevamo prendere il trasporto pubblico ma l’assalto dei tassisti e dei tour operators da strada è stato fatale e opprimente al punto da farci cedere alla comodità.
La cittadina di Bocas del Toro, che da anche il nome all’arcipelago di Bocas del Toro e all’intera provincia, si trova nell’isola principale delle sei che chiudono la Laguna de Chiriquì, sul Caribe panamense.
Hotel La Concha, altra nota: Sara si accorge di aver finito i soldi e che presto dovrà ritornare a forza in Messico con un necessario prestito da parte mia.
Per la prima volta in Centro America spostiamo in avanti di un’ora le lancette dell’orologio e la differenza con l’Italia non è più di sette ore ma di sei.
La moneta in uso è il Dollaro americano, ma circolano ancora monete del Balboa, la moneta nazionale che dagli anni quaranta convive col biglietto verde al cambio esatto e fisso di 1:1.
Il pueblo è davvero accogliente e sicuro, l’equilibrio sempre precario tra turismo di massa e strutture tradizionali è ben gestito; non si ha l’impressione di visitare un mondo fittizio o artificiale e nel contempo ci si sente a proprio agio per l’ambiente e i servizi offerti.
In serata Sara è molto triste per il prospettato ritorno anticipato in Messico; impraticabile il ritorno da qui troveremo un volo più facilmente dalla Città di Panama.
In serata svariate birre per prendere sonno al Barco Hundido, un locale sul mare con molta, molta atmosfera…
Giovedì 30 gennaio – Arcipelago di Bocas del Toro, Panama
Contrattiamo un tour per 15 dollari con una simpatica coppia, marito e moglie, di Panama City…E’ il metodo decisamente più veloce, e forse l’unico per conoscere le attrazioni dell’arcipelago: i delfini, l’isola del corallo in cui facciamo snorkeling, senza vedere molto per la verità, la Playa dell’isola Bastimento, spettacolare con un mare giocherellone ed innocuo, il villaggio di Bastimento per mangiare pesce e calamari fritti.
Alle 18, tornati a Bocas, ci lanciamo in un giro con una bici noleggiata per esplorare il paesino e fotografare il tramonto da prospettive interessanti…
Incontriamo un paio d’italiani che, come molti da queste parti, viaggiano con calma cercando di vendere collane, bracciali e anelli artigianali.
Venerdì 31 gennaio
Sveglia dolce, colazione con hot cakes che Sara prepara nella cucina dell’albergo con ingredienti comprati al super…senza respiro.
Un giro in bici per un’ora sulle spiaggette nei dintorni di Bocas del Toro.
Internet fino alle 14:00.
16:30 Taxi-marino fino ad Almirante e poi taxi terrestre, un pick up 4X4, fino al bus per David, Panama centro e snodo per proseguire fino alla capitale in nottata.
Arrivati alla presunta stazione dei bus, anche se io vedo solo un baraccone semi abbandonato a lato della carreggiata, il tassista ci dice cha abbiamo perso l’autobus e dopo un secondo e mezzo si lancia all’impazzata, con due bimbetti esaltati seduti davanti accanto a lui, in una corsa folle sulla statale a due corsie in direzione della città di David. Corre come un ossesso, derapa, supera tutto e tutti senza limiti. Brucia anche il mini bus che ci ha lasciato piantati e gli si para davanti sgommando in curva bloccandolo in una manovra da assaltatore di diligenze. Si gira e dice “servìti”…E così saliamo sul mini bus ed entriamo in un altro mondo fatto di ragamuffin a palla e zuzzurelloni di colore che in teoria, stanno lavorando per aiutare il conducente, ma in pratica si dedicano ad incitarlo al sorpasso dei veicoli lenti, che apostrofano con il termine “caffettiera”, nonostante la doppia linea continua ben dipinta sulla carreggiata e, a manovra avvenuta, si sporgono dal finestrino a fare le linguacce e sventolare stracci bianchi all’aria. L’atmosfera rimane comunque rilassata e divertente ma la guida tra le montagne è dolorosa per stomaci e cervelli. Ci sorbiamo a ripetizione i radiofonici successi ragga come “give me your mango” e “i want u to play with my dinghidin” suonati dall’irriverente autoradio…
Verso le 20.30 il conducente si ferma, ci sveglia e ci pianta su una strada provinciale perché si è accorto che un bus azzurro diretto a Panama City si è fermato, non si sa per quale motivo, sul lato opposto. Paghiamo sette dollari e saliamo su diretti alla capitale.
1 febbraio 2003 A Panama City
Il bus per la moderna capitale di Panama arriva alle quattro del mattino e, saltati su di un taxi praticamente addormentati e vulnerabilissimi, facciamo un giro della zona bella vista-exposicion che è piena di hotel mediamente cari ma infine, grazie all’aiuto del gentilissimo tassista che addirittura scende dal suo mezzo e personalmente negozia con i receptionist degli alberghi, ci stabiliamo per 12 dollari in camera doppia al Residencial Volcan che ci concede anche di non pagare la notte ancora in corso visto che sono le 5 a.m.
Dormiamo fino alle otto e con un po’ di tristezza nel cuore io e Sara ci avviamo all’agenzia ISIC per comprare il suo biglietto aereo per Città del Messico, 354 dollari sola andata, volo di tre ore e mezza con la compagnia panamense Copa Airlines, volo 220 in partenza alle 10.25 ore locale, giorno 2 febbraio.
Giriamo un po’ di negozi in una convenientissima zona mercato vicina all’albergo e al centro della città nuova (in cui Sara compra sandali e giacca di jeans come ultimi desideri…) e carichiamo le macchine fotografiche con rullini freschi per catturare il decadentismo panoramico del Casco Antiguo della città. Il centro vecchio ricorda in certi punta i quartieri spagnoli di Napoli o Bari vecchia per le vie angustie, gli edifici scrostati e, all’apparenza, abbandonati, per gli androni coi bambini che giocano, per le piazzette semi deserte e le occhiate di sbieco della gente, per la tranquillità surreale ed esplosiva del quartiere e per l’affascinante passato coloniale di quelle strade. Decidiamo di visitare il centro vecchio in taxi e poi ci dedichiamo ad una passeggiata al Parque Natural Metropolitano in cui scaliamo una piccola collina per apprezzare il panorama della baia sul Pacifico e dei grattacieli in stile americano di Panama City la nuova.
Visitiamo di nuovo un paio di vie del mercato popolare nella zona del centro nuovo vicino al nostro hotel…Infine eccoci qui in internet a raccontare la nostra storia mentre il sole cala lentamente.
NOTA UNDICI – DA PANAMA A COLOMBIA – DARIEN GAP
2 febbraio Panama City
In mattinata ultimo giro massacrante al mercato che offre prezzi economicissimi per vestiario e scarpe soprattutto. Più tardi visitiamo l’area del Canale di Panama che ci delude un po’: l’esclusa de Miraflores, il punto migliore d’osservazione, assomiglia al naviglio grande e le prime navi passeranno solo alle tre del pomeriggio. Guardiamo una volta il documentario proiettato nella hall del museo e apprendiamo la travagliata storia della costruzione del canale dal tentativo dei francesi, fallito con la morte di 22.000 operai nell’ottocento, alla riuscita finale degli americani nel 1914. L’area del canale lungo tutto l’istmo è stata territorio statunitense praticamente fino al primo gennaio 2000, giorno in cui Panama ne ha riconquistato il pieno controllo in base a un trattato firmato da Carter nel 1977.
La storia e le vicende politiche di Panama sono più interessanti della visita al Canale. Saliamo su un’altro taxi per la città Panama La Vieja, cioè ciò che rimane, a 10 km dalla città nuova, dell’antica capitale costruita dagli spagnoli nel 1519 e distrutta dal pirata inglese Drake un paio di secoli dopo. Impressionante la cattedrale di cui si conserva il campanile, simbolo della città decaduta.
Scattiamo foto anche al Puente de Las Americas che porta dritto dritto alla carretera Interamericana o Numero Uno. Questa arteria continentale parte dall’Alaska e corre giù fino al Cile per oltre 17.000 km di lunghezza ma, proprio nella temuta provincia panamense del Darien, s’interrompe per lasciare spazio alla terra di nessuno, la frontiera con la Colombia chiamata Darien Gap. Per motivi politici legati al narcotraffico e alla guerriglia Panama non ha mai permesso la costruzione del tratto di strada mancante che, in mancanza di controlli militari strettissimi e accordi tra i due paesi, diventerebbe probabilmente uno snodo per l’immigrazione irregolare, il commercio di cocaina e la delinquenza.
Quattro giorni fa nei pressi del villaggio di Paya sono stati uccisi tre indios da un gruppo di paramilitari colombiani sconfinati in territorio panamense.
In questo tratto di giungla è impossibile orientarsi senza l’aiuto di guide locali e, negli ultimi anni, la possibilità di raggiungere la Colombia via terra è diventata più teorica che pratica.
Un’altra opzione proponibile è via mare partendo dall’ameno ed estremo Puerto Obaldia (cittadina sul Mar del Caribe, priva di strade, a sua volta raggiungibile in aereo da Panama City o attraverso lunghi trasbordi su pescherecci e bettoline colombiane, cariche anche di droga, o su traghetti in servizio ordinario, sospesi per lunghi periodi dell’anno, in partenza da Colon, da El Porvenir o da La Palma, alcuni scali sul Caribe). Questo porto è prossimo alla frontiera colombiana e, attraverso i villaggi di Sapzurro, Capurganà, Acandì, raggiungibili solo con pericolose traversate via mare, e infine Turbo, l’unico porto del Golfo di Urubà con collegamenti anche via terra al resto della Repubblica, si arriva a Cartagena, la prima vera e propria città turistica e relativamente tranquilla
La strada più sicura, ma anche la più cara e ordinaria, è con l’aeroplano da Panama City a Cartagena de Indias in Colombia (costa circa 150 Dollari solo andata).
Spiego a Sara le varie alternative e mi consiglia di prendere l’aereo diretto a Cartagena ma mi riservo ancora la possibilità di lasciare Panama via mare, dopo aver raccolto le informazioni necessarie.
Nel pomeriggio passeggiamo di nuovo nell’area del mercato e con tristezza torniamo all’hotel sapendo che l’ultimo giorno di viaggio è arrivato e ripercorrendo con la memoria le tappe più divertenti e difficili di questo mese e mezzo passato insieme, tra litigi violenti e riconciliazioni allo stile latino…Penso all’incertezza del nostro futuro come coppia (ma in fondo cosa può definirsi certo in questo continente, dove todo es posible?) e mi piacerebbe sapere quello che succederà tra di noi nel giro di un mese o due, ma il sonno prevale su tutto dopo la cena con Pizza e batido de chocolate o frappé.
3 febbraio martedì – GIORNO 45 DI VIAGGIO
Ci svegliamo presto perché l’aereo per Città del Messico aspetta Sarita alle 10.25 e l’emozione e la tensione non la fanno dormire molto. In taxi all’aeroporto e poi la triste separazione…
La mia prima giornata da viaggiatore solitario è davvero intensa e propizia la risoluzione dei miei dubbi sulla continuazione del viaggio a sud verso la Colombia: mi trasferisco con tutta la mia roba all’unico ostello internazionale della città, il Voyager, situato in una zona comoda e moderna, El Cangrejo, piena di servizi e agenzie.
Guadalupe, la cordiale padrona dell’ostello, mi propone uno scambio, vantaggiosissimo per me: mi da una guida Lonely Planet del 1998 completa sulla Colombia in cambio di un qualsiasi libro e io le cedo volentieri “Il Buio” di Dacia Maraini, edizione omaggio con il Corriere, che mi trascino dietro dal Messico senza averne potuto leggere una pagina.
Poi chiamo un po’ di agenzie di viaggio per farmi un’idea dei prezzi e delle condizioni per arrivare alla frontiera colombiana di Puerto Obaldia e proseguire via mare da quella parte del Caribe fino a Turbo e Cartagena. L’operatore di Aerotaxi/Ansa si rifiuta di darmi l’ora del volo per telefono dicendomi che non importa dato che ad ogni modo questa è variabilissima, al che preferisco affidarmi alla Aviatour che ha un volo giornaliero fissato più o meno alle ore 12.00.
Visto che sono in giro e costa solo 8$ faccio una tessera CTS/ISIC usando la mia tessera falsificata dell’università ITAM di città del Messico per dimostrare il mio status di estudiante de tempo completo…Spero di usarla prima o poi, magari per qualche museo o per il ritorno in Messico o chissà…
Quindi nel pomeriggio cerco senza successo l’ufficio del turismo, compro un paio di mappe del Centro America, risalenti agli anni settanta, e visito il monumento a Balboa scattando le ultime foto al noto conquistatore spagnolo della zona.
Poi compro il biglietto per il giorno seguente alle 12.00 con Aviatour (46.20 $ sola andata) e ritorno all’ostello per recuperare la mia roba alla lavanderia, mangiare una pasta che ho intenzione di preparare nella cucina dell’ostello e leggere tutto il possibile sulla regione di frontiera…Spero anche di trovare qualcuno che segue il mio stesso cammino per non andare solo, ma non mi sembra facile al momento qui.
Serata calma all’ostello, un paio di birre e cena di spaghettini al burro con un compañero tedesco incontrato per caso e interessato al mio tentativo di attraversamento della frontiera colombiana.
NOTA DODICI – COLOMBIA PRIMA
PANAMA-COLOMBIA Superati anche i 48 GIORNI di viaggio…dal sito www.48ore.com .
4 FEBBRAIO 2003 MARTEDI’
Mi sveglio alle 5.30 un po’ nervoso e timoroso per la traversata che mi aspetta nei prossimi tre o quattro giorni secondo le fonti raccolte. Cerco conforto nella musica, compagna di sempre grazie al walkman che mi porto dietro con alcune vecchie cassette dei Subsonica, di Tozzi e Carmen Consoli. Sara mi manca già molto e le scrivo una e-mail.
Verso le 8.00 all’ostello ci si può servire un misero desayuno continental, quindi leggo e cerco altre informazioni più fresche sui giornali colombiani in internet mentre perfino il tedesco mi rincuora sottolineando gli aspetti positivi e la concreta fattibilità della “missione Darién costiero”.
Prelevo ben 250 dollari di riserva e vado all’aeroporto locale di Allbrook con un paio d’ore d’anticipo. Al check-in mettono sulla bilancia elettronica prima i bagagli e poi anche me! Non so se per colpa del mio zainone o per il mio modico peso di 126.5 libbre mi tocca pagare un sovrapprezzo inatteso di oltre 6 dollari. Sono l’unico turista straniero nello scalo, moltissimi gli indios diretti all’arcipelago di San Blas.
Alle 12.30 parte il volo su di un aeroplanino con elica unica centrale. Capienza: una quindicina di persone sedute strette. Mi faccio dare preziose informazioni e rassicurazioni da un agente della dogana di Puerto Obaldia, l’ultima città dalla parte di Panama e destinazione finale del mio volo. Tra i passeggeri riconosco e saluto le due messicane-americane che avevamo conosciuto alla frontiera del CostaRica nel taxi per le isolette di Bocas del Toro…
Capisco presto che la traghettata aerea prevede un paio di atterraggi intermedi che sarebbe pretenzioso chiamare scali e, in effetti, dopo 45 minuti scendiamo in quattro e ci spostiamo su un’altro mezzo più simile a un velivolo micro-machine.
Il primo era pilotato da due aviatori mentre questo, molto più rustico (mancano solo le galline), è guidato da uno scorbutico fumatore accanito di mezza età, il quale tra coño, culo e mierda sembra voler imprecare più come uno spagnolo che come un panamense.
Il cambio di mezzo avviene a 200 metri dal mare in un prato con una pista di decollo appena visibile. La sensazione che si prova volando su queste caffettiere con elica rotante ricorda una passeggiata a piedi nudi sugli scogli o la guida di una vecchia cinquecento su uno sterrato, in pratica ogni leggera oscillazione ed ogni movimento si percepiscono diretti e pungenti. I vuoti d’aria frequenti schiaffeggiano lo stomaco mentre atterraggi e decolli tra frenate al limite del burrone e cambi di marcia repentini, mettono i nervi a dura prova. Sorvoliamo il meraviglioso arcipelago di San Blas e, siccome voliamo bassi, si possono distinguere gli agglomerati densissimi di capanne degli indigeni kuna, i quali rubano alla vegetazione tropicale questi fazzoletti di terra dispersi nel mare.
Alle 14 siamo a Puerto Obaldia, Panama. Pratiche migratorie e controlli antidroga molto puntigliosi anche se non sulla persona, solo nelle borse.
Alle 16.15 la polizia ci indirizza verso una imbarcazione a motore, siamo quattro passeggeri e un traghettatore di anime perse. Ricevo molti consigli da Carlos Alberto, un colombiano che vive nella regione e sale spesso su queste barchette per raggiungere Capurganà, uno dei primi porti colombiani.
Ci si immerge fino al ginocchio per salire su, si caricano gli zaini e si parte.
Il mare è mosso e minaccia la piccola lancia a motore, di solo sette metri di lunghezza, con onde poderose che la fanno rimbalzare e scodare in modo impressionante.Inizio a sentire concretamente una certa paura e non proferisco parola mantenendomi in stato di allerta. Forse l’abitudine e l’esperienza aiutano a reprimere l’emotività e il timore, però in questo caso la percezione personale che ho del pericolo mi sembra chiara e lucida: poco dopo la partenza sbalzi e oscillazioni si fanno più forti e sulla costa ormai lontana si vedono solamente scogli ed onde altissime che vi si rompono contro violentemente. Ciò equivale a zero speranze di salvezza nuotando verso terra nel caso in cui la bagnarola si ribalti all’improvviso, come a volte e’ successo…Tutti sembrano tranquilli ma io, non nascondendo la mia inquietudine, preferisco stringere bene al petto la giacca salvagente e distrarmi pensando alle cose belle della vita, alle raccomandazioni della mamma, al passato, alla Sara e, addirittura!, che forse il lavoro non e’ poi tanto male per quanto ordinario sia.
Passato il porto intermedio di Sapzurro dopo oltre 20 minuti di magone, il mare s’addolcisce un po’ e la tensione scema completamente allo scorgere le case ed il molo di Capurganà affollato di abitanti locali in festosa attesa. Altra perquisizione e poi in un hotel a 5 dollari due notti.
Il villaggio è tranquillo, ospitale e gradevole; ogni giorno parte una barca per Turbo alle 7.00, da lì si può raggiungere Cartagena che è la prima destinazione turistica del viaggio in Colombia.
Aspetto il tramonto scrivendo il mio caro diario di viaggio, cenando e leggendo la guida di fronte al mare. Tardo molto a prendere sonno per la musica che invade il paese di sera.
5 FEB Mercoledì – Gita a Sapzurro
Alle 6.00 a.m. mi sveglio all’improvviso per il canto dei galli. Contemporaneamente si spegne il ventilatore da solo: dalle sei del mattino alle quattro del pomeriggio staccano l’elettricità in tutta la zona per risparmiare energia o per mancanza.
Colazione da Alvaro, ristorante sulla spiaggia. Molte chiacchiere col padrone che mi fa molte domande sulle località che ho visitato in America e sull’Europa: lui spera che l’EURO soppianti il biglietto verde come moneta forte internazionalmente perché non ne può più di dover metter via solo Dollari per cercare d’emigrare…
In spiaggia fino alle 11.00 e poi chiedo al ragazzo dell’alberghetto in cui ho dormito come arrivare a Sapzurro camminando e lui mi raccomanda una giuida locale che alloggia nello stesso hotel.
QUESTA GUIDA E’ IL PERSONAGGIO DEL GIORNO.ALLE 12 PARTIAMO. Lui si chiama “el ombre”. L’uomo, di colore, avrà almeno una cinquantina d’anni, alto 1.50, i capelli corti brizzolati come i suoi baffetti e la sua barbetta accennata sul mento a formare un timido pizzetto. Cammina scalzo coi suoi piedini di cuoio che sono più scuri, sporchi e levigati del resto del corpo. Canotta e pantaloncini su polpacci tonici e delineati da ciclista, un passo celere ed uno sguardo da matto simpatico che non sa di esserlo completano la sua figura.
Attacco discorso chiedendogli “Come si chiama?” e lui secco ”eeel ombre”. Al che storco un poco la bocca nella mia solita smorfia dubbiosa e proseguo taciturno, anche perché il vecchio leprotto comincia a trottare sulle pendici del monte senza sosta e velocemente.
La scarpinata in salita è dura, il cuore accelera e la mia t-shirt di Guanajuato gronda di sudore. Lo spettacolo della natura è comunque impareggiabile, attraversiamo la vegetazione della foresta tropicale umida che chiude ad arco il sentiero stretto e ripido proteggendoci dal sole.
Ci fermiamo a metà strada per una pausa sul punto più alto del monte: a sud la baia di Capurganà e a nord Sapzurro, il nostro obbiettivo finale. Scatto un paio di foto ma sicuramente sono venute mosse perché “el ombre” grugnisce, mi strattona e mi mette fretta per paura che la polizia ci stia sorvegliando da sotto con un binocolo…
Ora ci aspetta la discesa e nel frattempo cominciamo a discutere del compenso dovuto per l’escursione guidata.
Per giustificare il prezzo un po’ alto di 5$, da lui praticamente imposto, il grande “uomo” parte in quarta con un soliloquio teatrale e ininterrotto “Vede – esordisce – di me ci si deve fidare perché sì, anche i bambinetti del paese la portano qui, ma non conoscono la strada e all’improvviso si perdono – pausa per respirare – l’altra settimana una coppia condotta da un bimbo s’è trovata a vagare sulla collina, poi son tornati al villaggio pieni di spine poverini – ridacchiando – eh si eh, con el hombre non c’e’ pericolo perché ci si deve fidare…qui tutti mi conoscono e coi militari in giro, se lei va solo, insomma..”. Ad ogni biforcazione del sentiero maestro lo provoco chiedendogli: “Ma hoombre scusi, non sarà giù per di qua eh?? È proprio sicuro sicuro?”. Al che mi ripete la storia dei bambini e dei turisti che si perdono e poi il lupo cattivo se li mangia.
E di nuovo ricomincia implacabile: “Vede, vede, non dico bugie, la salita è pesante davvero, il cammino è lungo e poi – prosegue con tono servile – io la aspetto, la aspetto sì, se vuole fare il bagno, poi mangia e dopo torniamo insieme, io l’aspetto lì finché vuole…mi dia abbastanza da mangiare bene a Sapzurro pure io…12.000, no 14.000, cioè di solito è dai 4 ai 6 Dollari però meglio se me li da in pesos…non c’è problema son qua per proteggerla perché mi conoscono…ha visto no, quel soldato di prima, senza di me, insomma lei è turista…“.
Pur di farlo smettere gli dico che va tutto bene e che faremo i conti meglio più tardi perché tra Dollari, Pesos, sentieri, bambini satanici, turisti sbranati, storielle assurde e allusioni comincio a inquietarmi.
Arrivati in paese l’uomo saluta tutti ma al posto di un “buenos dias, hola” lui grida “el hooombre” oppure una variante “buenoelhommbre” e tutti gli rispondono sul tema “hola hooombre, que tal el hombre, està el hooombre”.
Dopo un bagno e un pardo alla plancia el hombre mi si avvicina quatto quatto, si siede e con tono pacato sussurra dandomi del tu: “Vedi, quei signori là con cui stavo parlando, uno dei due dice che…- riprende – bene, dice che…- sempre più sottovoce – mi può mettere via un calamaro così domani me lo mangio…Ah, che buono sai cos’è vero?”.
Gli rispondo affermativamente e lui continua: “Beh, volevo chiederti quello che avevamo pattuito per pagarmi il calamaro così lo prenoto di sicuro, domani lo vengo a prendere che buono”. Gli offro 5 Dollari e storce la bocca cominciando a sbuffare, quindi gli allungo l’equivalente, anzi un po’ meno secondo il cambio ufficiale, in Pesos colombiani (sono 13.000!) e sorride soddisfatto e felice per il calamaro che di certo già intravede in un fumetto sopra la sua testa.
Dopo 10 minuti si riavvicina e con umiltà estrema mi chiede se possiamo fermarci almeno per un’altra ora visto che un altro “amico suo” gli ha promesso una crema per i suoi piedi malconci (e deve essere davvero miracolosa visto il loro pessimo stato!), ma deve procurarsela su una delle navi ancorate nella baia.
Comunque, in questo paese di militari imbestialiti e vigili col binocolo, pronti, secondo i racconti dell’hombre a sparare ai turisti che scattano una foto dalla distanza, non se ne vede neanche l’ombra, solo ci sono alcune signore che si sfidano al gioco dell’oca nei pressi del molo…
Aspettiamo, aspettiamo e, siccome quasi si fa sera e ho già letto quasi tutta la guida, intimo al hombre di cercare con rinnovata solerzia il suo benefattore della crema che s’è perso in mare, sembra…Alle 5 p.m. dobbiamo andare per davvero anche senza la crema e dopo poco più di un’ora siamo già a Capurganà per goderci la brezza serale.
NOTA TREDICI – CARTAGENA DE INDIAS
Giovedì 6 Febbraio – Colombia seconda
Sveglia presto, attesa per il fuoribordo che va a Turbo da Capurganà.
Salgo con una ventina di persone di un’imbarcazione non molto più grande di quella di due giorni fa alla frontiera e, di fatto, l’esperienza è di nuovo pesante e simile alla precedente, anche se il panico muore a metà strada perché si entra in una specie di laguna.
A Turbo, un porto rumoroso e caotico, faccio la conoscenza di Don Simon, un austriaco proprietario di una fattoria che, sposatosi con una colombiana, vive commercializzando quel che lui chiama el oro blanco…Penso subito alla cocaina ma lui mi spiega che si tratta del ganado, cioè il bestiame.
12.10: jeep per Monteria in taxi colectivo per 20000 pesos, quasi 7 Dollari.
17.00: altro taxi colectivo da Monteria a Cartagena, poi alle 21.00 passate, ancora taxi, questa volta privato, fino al centro di Cartagena, Casa Viena, un ostello gestito da Hans l’austriaco, famoso tra i backpackers…
Venerdì 7 febbraio – Giro in città
Non riesco a dormire bene già da un po’ di giorni e la mancanza di Sara si fa sentire perché dopo 45 e più giorni di convivenza completa in viaggio è difficile riabituarsi a viaggiare solo.
Alla oficina de migracion non mi vogliono fare il timbro d’ingresso sul passaporto e mi suggeriscono di richiedere via posta a Bogotà un esonero dalla multa che vorrebbero applicarmi. Discuto un po’ con il capo dell’ufficio spiegandogli che fino a ora non ho incontrato nessuna migrazione per poter registrare correttamente la mia entrata e ho solo un timbro (che si rivelerà decisivo per evitare la multa in seguito) del console colombiano alla frontiera panamense che certifica la mia entrata in buona fede in attesa di registrazione definitiva. Non vuole sentire ragioni e quindi gli dico che andrò a chiedere direttamente a Bogotà perché non posso stare giorni bloccato a Cartagena in attesa di una risposta da Bogotà; si vedrà, per ora rimango mezzo irregolare.
In quel che resta del mattino visito la fortezza spagnola de Brajas, un gioiello di architettura militare, e il Convento sul Cerro de Popa che domina la città offrendo un ottimo panorama.
Nel pomeriggio esco a scoprire la cittadella vecchia o “amurallada” che è molto suggestiva, di certo la migliore vista fino ad ora. Nel tardo pomeriggio mi si avvicina un disgraziato sporco con un vetro in mano a mo’ di coltello e mi chiede “gentilmente” monete per mangiare, lo ignoro ma mentre mi segue mi accorgo del vetro che usa come minaccia e gli mollo giù un po’ di monete…Mi segue ancora, ma gli dico di non rompere le palle perché, nonostante il suo vetro, pare mezzo moribondo; comunque nulla di grave.
Tornato all’ostello mi sposto in cucina a mangiare un panino col formaggio ma il signor “Amado”, una specie di amabile pittore decaduto ed ex-alcolizzato, in istanza a tempo indeterminato nell’ostello, mi offre un brodo di pesce, un secondo di verdure e della frutta esotica sconosciuta (tomate de arbol, maracuja, uchuva).
In serata scambio due chiacchiere con la gente nell’ostello tra cui un parigino con cui mi metto d’accordo per andare al Vulcano di Fango l’indomani.
La serata prende una piega interessante quando, dopo un paio di birre in un locale, io e Nicolas il parigino usciamo e incontriamo due amici suoi, un israeliano e un neo-zelandese, che a loro volta s’uniscono a tre colombiane molto simpatiche. Stiamo fino a tardi in una birreria e poi a casa loro a parlare fin quasi al mattino seguente.
Sabato 8 febbraio – Dintorni di Cartagena, Vulcano di fango
Anche ieri sera non ho dormito molto; sul presto lascio le scarpe da calcetto comprate in Costa Rica da un calzolaio affinché cerchi di dar loro un po’ di forma e allargarle. I miei piedi sono davvero provati dopo le gitarelle e le camminatine degli ultimi quattro giorni.
Verso le 10.30 io e il francese Nicolas usciamo per visitare il Volcan de Lodo “el totumo”, il più grande al mondo nel suo genere: è un vulcano in miniatura che eruttando non emette lava ma un fango denso ritenuto benefico per la pelle.
Nel rumorosissimo mercato Bazurto di Cartagena troviamo il bus extra-urbano per Galerazamba, scendiamo alla Lomita Arena e poi in moto taxi fino al cratere.
Saliamo i gradini ricavati sul pendio del mini vulcano che è formato interamente da fango solidificato per un’altezza di 20 metri. Il cratere è come una grossa vasca da bagno grigia ripiena di tiepido fango sotterraneo.
Dicono che abbia proprietà purificatrici e salutari per pelle e capelli, ma la parte più interessante dell’esperienza consiste piuttosto nel dondolarsi e perdere la sensazione della gravità e del peso corporeo. I polmoni fungono da galleggianti e le bolle di gas e fango che dalle profondità della terra emergono in superficie regalano perfetti massaggi per piedi e schiena, emettendo aromi sulfurei tipo fialetta puzzolente.
Usciamo per lavarci nella laguna aiutati da due rumorose signore del posto che gridano, scalpitano e ci gettano energicamente acqua dappertutto con dei secchiellini. Quella che si occupa della mia pulizia mi suggerisce testualmente di “lasciar passar bene l’acqua giù nel costume e sciacquare l’uccello”. In breve rimaniamo pure nudi come bimbi al mare perché le audaci lavatrici vogliono ripulirci anche il costume. Dopo il lavaggio aspettiamo il taxi-moto in un bar con un paio di birre Aguilas.
17.00…all’ostello Nicolas esce con altri per vedere la puesta del sol, anzidetta tramonto, al convento sopraelevato, io preferisco una doccia e poi uscire per cercare un negozio di antichità e articoli marini in legno e plastica in cui ho visto una statua di sirena bellissima.
Verso le sei vado a casa delle ragazze colombiane conosciute il giorno prima dove, per la sera, abbiamo organizzato una cena italiana, con cheff italiano, a base di pasta panna e prosciutto (che molti scambiano per carbonara). Ceniamo verso le 21.30 in nove persone e poi ci si ritira presto sconfitti dalla giornata pesante…
Domenica 9 febbraio – Playa Blanca de Cartagena
Gita a “Playa Blanca”, una spiaggia caraibica bianca, per l’appunto, a 20 km sud da Cartagena.
Partiamo sul presto io, Nicolas (Fra), Nu Fa (Israele), Laura (Canada) e un neozelandese di colore dal nome veramente difficile…
Compriamo dei viveri e cambiamo un paio di bus per Pasacaballo e poi anche una barchetta…
Camminiamo in spiaggia fino alle capanne di Gilbert, un francese famoso tra i viaggiatori che ci da consigli sui prezzi dei servizi offerti in spiaggia, dai massaggi allo snorkeling.
Mi lancio sullo snorkeling prima che si alzi il vento forte del pomeriggio ma dopo oltre 200 metri al largo mi accorgo che il vento in effetti si è già alzato, si vede ben poco della barriera corallina sui fondali e la corrente non mi lascia tornare a riva! Nuoto, nuoto ma sembro non muovermi mai e comincio a farmi vedere a riva e a chiamare una barca di passaggio prima che il fiato si esaurisca del tutto ma niente…
Faccio un ultimo sforzo cercando di spingere ulteriormente fino ad arrivare alla zona poco profonda senza correnti e restituisco maschera e boccale al proprietario.
Il padre di famiglia che me li ha affittati cerca di vendermi un po’ di “farina” proponendosi come spacciatore di fatto, mentre la moglie e la figlioletta innocente giocano accanto alla sua amaca facendo finta di niente e anzi sperando che il padre concluda qualche affare. Felice di non essere affogato, lo saluto con un sorriso sornione ancora provato per la nuotata e mi dileguo. La spiaggia di sabbia bianca è molto bella, ampia e lunga, costeggiata da palme e capanne in legno e paglia. Purtroppo risulta molto affollata in questo pomeriggio di domenica. Bisogna inoltre resistere strenuamente agli assalti di venditori, massaggiatrici e scafisti che propongono i loro servizi a prezzi super maggiorati ma negoziabili.
Pennichella e, verso sera, passeggiata di rito per vedere il tramonto e raccogliere conchiglie prima della cena servita da Gilbert. Ora la spiaggia cambia volto, ormai deserta e suggestiva s’addormenta con i colori tenui del tramonto e lo sciabordio del mare rimane il padrone incontrastato dei suoni della notte.
Finalmente una bella dormita in amaca.
Lunedì 10 febbraio – Rotta a Santa Marta
Alle 7.00 a.m. scendo giù fresco e ristorato dall’amaca, pago il buon Gilbert, saluto i compagni dell’ostello e il francese e mi avvio in camminata al villaggio Santa Ana. Son due ore a piedi, rilassanti di prima mattina con l’aria ancora fresca…Poi l’immancabile colectivo, barca e bus fino a Cartagena dove, nell’ostello, recupero tutta la mia roba, saldo il conto cumulato di 28.000 pesos e riparto per Santa Marta, prossima destinazione ancora più vicina al confine col Venezuela.
La passeggiata a stomaco vuoto di prima mattina ritempra spirito e corpo tanto che sia la stanchezza che la fame cadono in letargo.
Mi rifornisco d’acqua, di rullini e alla centrale dei bus mi basta uno spuntino di patatine al formaggio…
Fino alle 17.00 me la passo in un bus con aria condizionata e comodo abbastanza per dormire, poi cerco l’hotel Casa Familiar per alloggiare a circa due Dollari a notte nel dormitorio che però, essendo vuoto, è come fosse la mia stanza privata.
Un po’ di internet e poi, dopo cena, chiedo ad alcune persone in giro negli altri ostelli se hanno intenzione di fare il tour alle rovine archeologiche della Ciudad Perdida già domani o mercoledì. Rifiuto le solite offerte di cocaina spacciata in strada da un venditore ambulante di caffè, il quale vuole anche darmene un sorso in nome dell’amicizia…D’accordo sull’amicizia, ma chi lo beve il suo caffè stordisci turisti!
Sembra che fino a venerdì nessuna guida o albergo del paese abbia persone sufficienti per dare il tour alla città perduta. Preferirei non aspettare tanto e quindi deciderò il da farsi tra oggi e domani. Il problema è che il tour è interessante ma si ben sei giorni di cammino andata e ritorno alle rovine; di solito in circa 120 Dollari di tariffa includono tutto, cioè la guida autorizzata, cibo, amache e accessi vari ai territori e alle rovine; inoltre non vi sono altri modi per visitare il sito. Vedremo, dipende solo dai tempi di viaggio.
ALCUNE CONSIDERAZIONI BREVI
Qui sembrano amare molto Israele, molti sono i viaggiatori di quel paese e negli hotel spesso le scritte sono in inglese ed ebreo.
Le donne vengono importunate con insistenza, le chiamano “mamasita, guapa” gridando per strada e le seguono…Niente a che vedere con la relativa buona educazione dei panamensi o castaricensi.
Tipiche sono le arepas cioè delle maxi tortillas di farina di mais fatte a forma di piatto o a palla.
Sul Caribe la maggior parte della gente è di colore o mulatta, quasi non si vedono bianchi.
I bus, dopo l’austerità dell’ultima parte del centro america, ritornano colorati e sono una variante del Blue Bird o scuola bus, decorati con tendine colorate, adesivi, musica eccetera. Sui vetri anteriori ritornano a caratteri cubitali, spesso in stile hip-hop, le indicazioni delle località di partenza e di arrivo; in più, un paio di nomi di donne stampati sotto sono la regola…
Molti negozi hanno il nome ambiguo di Drogas Colombia, Drogas la rebaja o La colombiana che qui suona più strano che in altri paesi…
Dicono sempre “a la orden”, agli ordini più di quanto noi diciamo prego…
NOTA QUATTORDICI – SITO DELLA CIUDAD PERDIDA
Martedì 11 febbraio – Santa Marta Colombia del nord-est
Mattina di comunicazioni: scrivo il diario, parlo con Sara in Messico e coi miei in Italia, la nonna Elisa addirittura mi chiama all’ostello perché non la sento da più di tre mesi!
Decido di orientare la giornata con un’escursione alla vicina spiaggia di Taganga, località esatta Playa Grande: chiusa in una baia paradisiaca e protetta dalle perturbazioni è ideale per nuotare e rilassarsi osservando i fondali. Il solito “pardo alla griglia” e poi torno camminando alla fermata dei collettivi per Santa Marta.
Una volta lì esploro la Avenida 5, cioè la via del commercio e del mercato perché mi tocca comprare un’altra macchina fotografica. La seconda, comprata in Honduras, ha scattato la sua ultima foto a Taganga e non ha più forza per tirare la pellicola anche con le pile nuove, maledetta.
Compro una Kodak manuale con una lente buona da 35mm per 14 dollari e rientro verso l’ostello Casa Familiar.
Sulla via del ritorno vengo adocchiato da una “massaggiatrice” che per strada mi segue e mi chiede di dove sono e come mi chiamo con simpatia, poi dice se questa sera la voglio portare a passeggiare e, dulcis in fundo, mi domanda palesemente se ho voglia di fottere perché lei lo fa veramente bene! Sono tantissime in questa cittadina le putas en la calle che stanno fuori dagli hotel, soprattutto in certe strade mal frequentate, a vendersi. La maggior parte sono reduci da matrimoni violenti o non riescono a trovare altro lavoro o altro modo di sopravvivere alle vicissitudini familiari. Rifiuto gentilmente l’offerta e, proprio fuori dalla mia casa de huespedes, incontro la guida Omar, conosciuta lunedì, che mi stava cercando per propormi, inaspettatamente, il tour alla Ciudad Perdida a partire già da domani e per 4-5 giorni anziché 6. Mi chiede un po’ di più (circa 140 US $ al posto di 120), ma la proposta rimane buona dato che potrei così vedere le rovine e guadagnare un paio di giorni almeno.
Dopo cena, un po’ emozionato e di fretta preparo lo zaino piccolo acquistato nella zona mercato di Panama City, aggiusto i lacci delle scarpe di San José in Costa Rica e metto via anche il sacco a pelo, i sandali e i repellenti per le zanzare come raccomandato da Omar.
Mercoledì 12 febbraio-Primo giorno Città Perduta
Alzataccia alle 5.30, inutile perché la guida che aspettavo alle 6.00 alla posada, cioè l’albergo, ritarda più di due ore e si giustifica dicendo che non riusciva a farsi dare il permesso ufficiale per portarmi alle rovine.
La Città Perduta si nasconde nella giungla della Sierra Nevada de Santa Marta a 1200 metri d’altitudine in una zona controllata e protetta dai paramilitari delle Autodefensas Unidas de Colombia o AUC, i quali spesso richiedono speciali permessi ai gruppi di turisti che settimanalmente affrontano il cammino; inoltre solamente nove guide in tutta la Colombia sono ufficialmente autorizzate a portare i turisti fin su alle rovine di questo insediamento primitivo, anticamente abitato dai Tayronas o Kogis.
Finalmente alle 8.30 passa un chiva, un tipo di bus collettivo piccolo, largo e instabile decorato esternamente con disegni e dipinti; mi portano lentamente fino a Mamey o Machete, il pueblo dove comincia la marcia e dove io e Omar la guida salutiamo il gruppo di turisti che sta scendendo dalle rovine dopo i sei giorni sulle montagna.
Abbiamo già perso la mattina, cominciamo a camminare verso mezzogiorno e un quarto, l’ora più calda, ed il mio zaino, che inizialmente mi era sembrato piuttosto leggero ed equilibrato, comincia a pesare e a scodare già dopo la prima ora di cammino. La salita è dura ma intervalliamo con qualche pausa, un bagno rinfrescante in una conca d’acqua dolce e alcune parti di sentiero in piano.
La natura è selvaggia, la pista poco battuta e la guida mi fa notare, prima da lontano, poi da molto vicino, le coltivazioni di cocaina e le piantine esili con le loro foglioline verde acceso.
Dopo un’ora e mezza di cammino ci fermiamo per una merenda improvvisata nella capanna di un vecchio contadino, proprietario di una cinquantina d’ettari di terra nei dintorni. L’interno della capanna, costruita in legno e paglia, è un prezioso gioiello d’antiquariato rustico e la zuppa che bolle sul focolare in pietra, l’oscurità, gli utensili, il silenzio e l’isolamento dell’abitato rimandano all’immaginario fiabesco medievale. Ci viene offerta un’ottima cioccolata ricavata dal raccolto di cacao nei campi circostanti. Per chi fosse interessato la finca, cioè la fattoria composta da casa e terreno, è in vendita per dieci- dodicimila Euro circa.
Proseguiamo senza problemi, a parte un po’ di fiatone e molto sudore, sempre più frequentemente si notano porzioni di montagna disboscate e bruciate le quali, mi spiega Omar, sono state scelte per trapiantare i cespugli di coca, una volta che questi abbiano attecchito stabilmente in un terreno più sicuro e ben concimato, nel quale devono completare la prima fase della loro crescita in 6-8 mesi.
L’ultima ora di cammina, su un totale di quasi quattro, è quasi interamente in discesa e in piano fino al rifugio in cui appenderemo le amache per dormire.
Bisogna notare che Omar, con il suo fisico robusto e tarchiato, sta caricando sulle spalle le provviste e gli oggetti necessari per i quattro giorni dimostrando una forma sicuramente fuori dal comune!
Verso le 5 p.m. s’arriva al rifugio della prima notte e ci si beve un caffè e una zuppa preparati da una giovane “signora” che vive lì con la sua famiglia allargata (marito, figlia e cugini credo…).
Mentre Omar cucina la cena faccio in tempo a perdere ben tre partite a biliardo con il padrone di casa. Non si deve pensare che la presenza del biliardo sia indicativa di benessere ed agiate condizioni di vita in questa casa: il biliardo risale senza dubbio agli anni settanta ed è l’unico oggetto, insieme ad una vecchissima radio a Galena, che ricordi la modernità in questo angolo di mondo.
Sono solo le 18.30 ma tutt’intorno è già buio pesto. Dobbiamo accendere una candela per scorgere, nel piatto che abbiamo sotto gli occhi, le cosce di pollo in salsa con riso e insalata che divoriamo affamati.
Mangio a sazietà e di nuovo scrivo, pervaso da una sensazione di tranquillità malinconica, una mesta quiete alleggerita dal sonno incipiente. La storia sembra finita questa sera, l’universo è una candela accesa su di una tavola sospesa nell’immenso buio silente della foresta. Alcune lucciole lampeggiano per un istante al di là del tavolo, adempiono il loro compito e si spengono come stelle impaurite al sopraggiungere del giorno.
Breve Storia Di Omar, la “guida turistica”: mi dice che mai ha lasciato il paese di Santa Marta tranne quando, per un paio di mesi, lo minacciavano di morte avendolo scambiato per l’assassino di un litigioso contadino della zona. Lui è fuggito al nord per due mesi, ma poi ha risolto la situazione grazie ai suoi agganci forti con i paramilitari della zona che, a loro volta, sono i difensori delle coltivazioni pregiate dei “signorotti locali”. La sua attività di guida, sostiene, non gli permette di vivere e non ci sono molti lavori da fare quindi, povero lui, deve spacciare marijuana, coca, eroina e financo droghe sintetiche, di tutto un po’ insomma. Un suo amico italiano, persona fidata e sicura che conosce direttamente, lavora ed è intermediario di Pablo Escobar che, sempre secondo la sua versione, non è morto nel 1993 per mano della polizia colombiana ma, sotto falsa identità, risiede nel nord Italia e ancora gestisce degli affarucci. Il morto in realtà sarebbe una specie di sosia.
Mi dice che nella zona ci sono oltre 7000 soldati paramilitari a difesa degli interessi privati di questi commercianti di droga, banane, caffè e yuca, un legume simile alla patata impiegato da tempi immemorabili in molte ricette, soprattutto in brodini e consommè. Ah, mi ha dato pure i nome dei proprietari della zona: Adam Bedolle e Alfredo Pineada, uno scoop!
Giovedì 13 febbraio – Secondo giorno di scalata – Le rovine
Alle 6.20 ci si sveglia alle prime luci dell’alba; la notte in amaca è trascorsa senza problemi a parte il freddo che, a partire dalle prime ore del mattino, mi ha fatto svegliare alla ricerca del prezioso sacco a pelo.
Districatomi tra le maglie della rete antizanzare montata sull’amaca, scendo giù e noto che Omar sta già preparando la colazione: cioccolata calda, uova strapazzate con cipolla e pomodoro.
Pare una persona gentile e collaboratrice, mi chiama sempre “amigo” e fino ad ora è sempre stato di buon umore e relativamente di compagnia.
Mancano 14 km all’entrata della Città Perduta (e poi sono altri due per visitarla): si prospetta una marcia storica dato che dobbiamo tagliare un giorno di salita rispetto alla marcia dei gruppi ordinari; di solito s’arriva alle rovine il terzo giorno, noi dovremmo raggiungerle questo pomeriggio.
Il rifugio in cui siamo dista 6 km da Mamey e si chiama Honduras, il secondo rifugio si trova ad altri 6 km e si chiama Teyuna: le rovine stanno ad 8 km da questo e si snodano per 2 km in gradinate e terrazze.
Camminiamo senza problemi fino al secondo rifugio Teyuna: il sentiero in questa parte è una traccia visibile, larga e facilmente percorribile anche se prevalentemente al sole, visto che buona parte del bosco circostante è stata bruciata o tagliata indiscriminatamente. Dopo una lunga serie di bananeti e campi bruciati, attraversiamo delle brulle collinette, superiamo alcuni modesti e interessantissimi villaggi di indigeni Kogi e un paio d’abitazioni non tradizionali e più moderne.
Visto che è ancora presto e le forze non mancano, continuiamo ancora per gli otto km che ci separano dalla scalinata che marca l’ingresso alle rovine.
Si tratta del ramo più lungo del sentiero e di certo è il più intenso con alcuni punti più difficili che a mio parere sono quattro.
A pochi minuti dal rifugio Teyuna si deve camminare per un po’ accostati alla parete interna della montagna che da su uno strapiombo e sul fiume: qui è recentemente caduto un israeliano che non è morto per puro caso.
Poi bisogna salire, uno alla volta, su una specie di funicolare artigianale e rudimentale per attraversare il fiume dall’alto ma qui l’importante è non guardare in basso e mantenersi in equilibrio al centro delle assi di legno che costituiscono il pavimento di questo instabile “ascensore”.
Un terzo punto, non pericoloso quanto fastidioso, è il passaggio, ripetuto otto volte, del fiume Buromoteque e i tratti di sentiero che lo costeggiano, ricavati in gran parte su pietre scivolose (ma dipende anche dalle scarpe, io ho su un paio da calcetto con suola liscia, adios…).
Infine ci sono i primi 1250 gradini che portano alla prima terrazza della Città Perduta e che formano una scalinata ripidissima: il problema sta nella discesa in cui è facile scivolare, in un capitombolo inarrestabile, a causa dell’umidità e del muschio rigoglioso sulle rocce. Queste sono dei blocchi intagliati irregolarmente e sovrapposti a formare una gradinata impressionante che, partendo dalla sponda destra del fiume, sale vertiginosamente per oltre 300 metri in altitudine e sparisce nell’oscurità della foresta pluviale. La scalata è pesante però indimenticabile e suggestiva; inoltre già da molte ore non s’incontra anima viva nel cammino e le nuvole basse che calano dalla cima del monte creano un’atmosfera misteriosa e ancestrale. Un alone di timore reverenziale circonda lo spazio cerimoniale situato al centro del piccolo altopiano che si raggiunge dopo la prima serie di gradini. La spianata è sovrastata da alcuni imponenti esemplari di taguas dal tronco altissimo che si perde nelle nubi.
Una seconda faticosa scalinata, più ampia, sicura e suddivisa in tre corsie, una per lo sciamano e due per il seguito, conduce ad un altro altopiano più esteso su cui poggiano i resti della casa dello sciamano, del suo pensatoio e la statua del dio Rana, simbolo della fertilità della donna.
Non molto rimane della Città originaria, ciò che di fatto si vede sono le terrazas de vivienda, cioè delle basi circolari sopraelevate in pietra su cui venivano costruite le abitazioni in legno e paglia e che erano collegate tra loro da piccole scalinate. Questi collegamenti ci permettono di scendere e spostarci da una terrazza all’altra apprezzando la struttura da varie angolazioni: vista dall’alto la Ciudad Perdida può apparire come una successione di piccole piste d’atterraggio per elicotteri.
Rendiamo omaggio e saluti alla famiglia indigena che presidia le rovine e che vive in una casa abbastanza moderna a circa 100 metri dal centro cerimoniale antico. Quindi ci congediamo, forse troppo frettolosamente dopo due ore scarse, visto che il giorno seguente vorremmo già essere di ritorno a Santa Marta tagliando addirittura un altro giorno rispetto ai piani e risolvendo il tour in due notti e tre giornate anziché sei.
Sono le 15.30 e dobbiamo tentare di raggiungere il rifugio Teyuna a 8 km di distanza in meno di tre ore (il tempo stimato normalmente è di 5 ore), cioè prima che faccia buio. Partiamo decisi anche se dentro mi sento un po’ preoccupato per la fretta eccessiva che, su proposta di Omar, ho voluto dare al percorso guidato. In montagna, e in questa stagione in particolare, l’oscurità vince il giorno piuttosto rapidamente e presto, inoltre comincia a piovigginare ed io dispero perché ci aspettano gli otto guadi del fiume, i pendii scoscesi, le pietre scivolose e la “funicolare della morte” prima di vedere il rifugio. Consci del problema oscurità trottiamo velocissimi in salita e in discesa, sento che le gambe non reggono più come qualche ora prima ed i piedi risentono dei chilometri instancabilmente mietuti durante le 24 ore precedenti. Omar marcia dritto senza guardarsi mai indietro, io tengo gli occhi fissi sul sentiero che si fa sempre più scuro e offuscato, soprattutto all’interno della foresta.
La pioggia cade sottile e incessante rendendo il terreno fangoso e sdrucciolevole mentre i lastroni di roccia bagnata diventano piste di pattinaggio sul ghiaccio per le mie scarpette lisce.
Omar avanza lesto senza troppe preoccupazioni anche se pure lui inciampa spesso e scivola su alcuni tronchi traditori. Nella parte iniziale, ancora sulla scalinata delle rovine, rallento moltissimo perché è concreto il rischio di un ruzzolone fatale e diretto fin giù al fiume, visti il muschio e l’acqua sui gradini.
Guado il fiume otto volte senza togliermi nemmeno le scarpe per non perdere tempo e cerco di concentrarmi molto su come mettere bene i piedi sulle rocce del sentiero per non scivolare.
Arrivati alla funicolare non si vede quasi nulla e qualche lacrimuccia di disperazione scende spontanea sulle mie gote; come durante la traversata col mare grosso alla frontiera Panama-Colombia, i ricordi della famiglia, del passato e le riflessioni sulla vita si ammucchiano sul precipizio della mia cesura mentale.
Mi ripiglio rapidamente e con cautela mi spingo da solo sulla funicolare e tiro la corda fino ad arrivare all’altra sponda del fiume, poi aiuto Omar a fare lo stesso.
Manca solo l’ultimo punto, il dirupo in cui è caduto l’israeliano, e qui ho bisogno di procedere mano nella mano con la guida perché sono ormai quasi le sette di sera e non si vede più a un palmo dal naso. Procedo deciso anche se un po’ teso siccome per passare ci si deve aggrappare ad alcune radici in sequenza e mi sento peggio di uno impreparato alla discussione di laurea.
Finalmente poco dopo avvistiamo la grande tettoia del rifugio in cui ceniamo, dopo aver acceso il fuoco a fatica per l’umidità, e passiamo la notte.
Sono stanchissimo, i piedi e le gambe mi fanno molto male per colpa degli sciagurati 24 chilometri che ci e mi sono imposto di percorrere tutti in un giorno.
Venerdì 14 febbraio-Terzo giorno, ritorno dalla Città Perduta
Mi sveglio dolorante e le gambe reagiscono a fatica all’ordine di alzarsi in piedi e scendere dall’amaca. Sono comunque tranquillo e mi rincuora il fatto che mancano sì 12 km, ma non presentano di certo i pericoli degli ultimi dieci di del giorno prima.
Per tutta la mattina camminiamo, Omar con passo sicuro, io stentato e zoppo per via delle dita dei piedi ferite e arrossate ed anche, in minor parte, per la stanchezza muscolare di quadricipiti e polpacci.
Verso le 10.30 passiamo il primo rifugio Honduras con la famiglia sempre lì a nulla tessere e da qui le mie gambe cominciano a cedere allo sforzo ancora più dei piedi. Continuo lentamente, la schiena fatica sotto il peso dello zaino e Omar mi deve aspettare ogni quarto d’ora. Quasi moribondo e rassegnato a lasciarmi seccare dal sole sul sentiero, in preda ai soliti pensieri filosofici e sentimentali, lontano da tutto e da tutti mi tocca sputare per trottare di più quando Omar mi ricorda che, probabilmente, dopo mezzogiorno o l’una non ci sono più mezzi di trasporto da Mamey a Santa Marta e si deve camminare fino a un altro villaggio!
Gli dico che per Dio vada avanti lui e fermi un maledetto collettivo o un mulo o un locale perché non riesco quasi a camminare, figuriamoci ad accelerare.
Poco prima di separarci lo sento gridare dallo spavento :“ Cuidado amigo!!” e spiccare il volo in un salto di un paio di metri. Gli chiedo che cos’ha e mi fa vedere un serpente velenosissimo ancora vivo al centro del sentiero a pochi metri da entrambi. Il povero rettile sta lì tranquillo a godersi l’ombra del bosco, ma di certo costituisce un pericolo da eliminare, quindi Omar tira fuori il bastone e lo percuote a morte. Non usa il machete, dice, perché lo utilizza spesso come coltello da cucina e preferisce non sporcarlo con il veleno e il sangue del serpente.
Verso l’una arrivo stremato ma felice a Mamey, dove Omar, che mi precede, non è però riuscito a trovare un mezzo di trasporto valido per Santa Marta. Ci tocca camminare e sconfortato mi avvio senza protestare, con inerzia. Ormai disinteressato e menefreghista, attraverso con le scarpe un fiumiciattolo e poi guizzo di gioia perché scorgo il chiva che ci aveva portato su due giorni prima. Carica un gruppo di turisti che partono oggi con il tour, sono un po’ in ritardo quindi per noi è perfetto e ci caricano su.
Mi portano all’hotel dove sorridente saluto il signor Fabio, il padrone, e mi faccio una doccia decente.
Decido di riposare questa notte all’ostello e m’inzuppo le gambe di Lasonil per arginare i danni.
Sonno pesante dalle 19.30.
NOTA QUINDICI – VERSO LE CITTA’, SANTA FE DE BOGOTA’
Sabato 15 febbraio
Mi alzo dopo una bella dormita con le gambe ancora doloranti e i piedi color aragosta ma riesco a camminare bene già dopo qualche minuto.
Ritirata la roba pulita in lavanderia, restituisco i pantaloni che un cliente dell’ostello, il signor Ricardo, mi aveva prestato ieri per poter lavare tutti i miei.
Sul giornale El Tiempo compiono tutti i dettagli degli attentati perpetrati dalle FARC la mattina del 14 a Neiva, a Bogotà nel frequentatissimo club El Nogal e anche nella stessa Santa Marta in cui mi trovo.
Dalle 11.00 alle 15.00 mi riposo sulla spiaggia di Taganga e poi alle 17.00 sono in partenza per Santa Fe de Bogotà con un biglietto scontato da 50.000 Pesos, ottenuto grazie alle raccomandazioni del signor Fabio, il proprietario-papà dell’hotel Casa Familiar.
Son 16 ore di viaggio comode con trasmissione catodica di Virus Letale. Unico inconveniente il calore e la molestia di due bambinetti ammucchiati nel posto a sedere accanto al mio. Il più vicino non smette di tossire febbrilmente tanto che devo convincere la madre a farlo spostare.
Domenica 16 febbraio – La capitale della Colombia
Non siamo ancora arrivati nonostante siano passate più di 16 ore, il bus s’arrampica lento sulle cordigliere andine che proteggono ad est la capitale.
Verso le nove del mattino inizia l’odissea del conducente che ogni cinque minuti deve scendere a riempire d’acqua l’impianto di raffreddamento che è saltato insieme al radiatore e alle dieci e mezza si dichiara sconfitto annunciando il nostro imminente trasbordo su un autobus di passaggio.
Dopo le 11.00 del mattino il clima di Bogotà è ancora fresco e ventilato vista l’altitudine di oltre 2600 metri che fa della metropoli la terza capitale più alta del mondo dopo La Paz in Bolivia e Quito in Ecuador.
Raggiungo con un collettivo il raccomandato ostello PLATYPUS- il bradipo- dove occupo un letto nel dormitorio per circa tre dollari e cinquanta.
La città sembra riposare in questa domenica sorniona e l’unica opzione per pranzare sembra essere un ottimo vegetariano in cui prendo tempo per decidere il da farsi. Chiamo Maria, una delle ragazze conosciute col francese a Cartagena, e ci mettiamo d’accordo per uscire a conoscere il centro storico verso le 15.30…Passeggiamo tranquilli un paio d’ore e poi andiamo a casa sua per mangiarci una pasta ai quattro formaggi che risulta orribile e pesantissima…A volte anche i grandi cuochi hanno una giornata storta…
Il centro di domenica pullula di vagabondi anche se la presenza della polizia a presidio è costante, almeno durante il giorno. Le strade sono decenti e ordinate soprattutto avvicinandosi alla zona nord, dove vive Maria, in cui prevalgono le villette a schiera e i condomini lussuosi.
Il sistema dei bus MILENIO è simile a una specie di metropolitana sopraelevata con corsie preferenziali, fermate chiuse cui si accede con carta magnetica prepagata e autobus nuovi della VOLVO chiamati MarcoPolo e simili ai filobus 90-91 di Milano.
La numerazione delle strade è un po’ matta, come del resto nelle altre città della Colombia: le vie da nord a sud si chiamano Carreras e quelle in direzione est-ovest Calles. Un indirizzo comune può essere Carrera 18-n 24-11, vale a dire che il posto si trova sulla Carrera 18 più o meno all’altezza dell’incrocio con la Calle 24 dalla quale, per la precisione, è distante 11 numeri civici o metri circa…
Il centro, dopo gli attentati degli ultimi giorni, è militarizzato e non si possono scattare foto al palazzo presidenziale.
Interessante e caratteristico il quartiere della Candelaria o degli artisti con le sue casette coloniali colorate e i suoi vitali bar e botteghe.
Torno in serata al dormitorio dove cado in un sonno profondo. Episodio divertente verso l’alba quando la tedesca, addormentata al secondo piano del letto a castello accanto al mio, esplode in uno scatto d’ira gridando al signore che russa come un porco da ore sotto di lei: “Shh !! Basta !!”. E poi la voce di un altro ragazzo dalla parte opposta del dormitorio: “What?What?”. E lei di nuovo saltando giù dal letto con scatto felino: “Non ce la faccio più cazzo, la deve smettere di russare!”. Dopo di che se ne va stizzita dieci minuti e poi torna a dormire mentre il signore del piano di sotto ceca di non respirare per non infastidire l’intero quartiere.
Lunedì 17 febbraio – Giro di Bogotà
Mi avvio di buon ora agli uffici della migrazione e controllo i prezzi di alcuni voli per il Messico in un paio di agenzie del centro (siamo sui 500 dollari sola andata,ahi!).
Con una lettera formale e ben strutturata richiedo l’esenzione dalla multa di oltre 60 dollari per non aver ancora ricevuto il timbro di registrazione della mia entrata in Colombia: spiego alla signorina che mi riceve e che trascrive fedelmente che non ho avuto davvero la possibilità di “convalidare con timbro” il passaporto alla frontiera perché tra Panama e Colombia non c’è frontiera…E’ un po’ la terra di nessuno e semplicemente non vi sono uffici! A giovedì mattina per la risposta del comitato…
Tornato in zona ostello prenoto un biglietto aereo con la LACSA de Costa Rica da Bogotà a Città del Messico per 454 dollari sola andata per il giorno 24 febbraio. Non pago (no cancelo, come dicono qui) perché la operatrice mi raccomanda di cambiare Pesos in dollari anziché pagare in Pesos direttamente, procedura macchinosa ma conveniente.
Pranzo una bandeja paisa, cioè il solito piattone di carne, riso, fagioli, insalata e patacones di banana, fatta a strisce fritte, con zuppa a parte e subisco le inquietudini atmosferiche che bagnano la città con improvvisi scrosci di pioggia e raffiche gelate.
Prelevo i soldi per il biglietto e al momento di cambiare i Pesos in dollari al cambio di 2750 per un dollaro, entro in un’altra agenzia per curiosità e scopro che quella dell’ISIC non è poi così conveniente: in quest’altra agenzia il biglietto costa 420 dollari e arriva in Messico già all’una del pomeriggio e non di sera come l’altra; con COPA, la linea panamense con scalo a Panama City, volerei sempre il 24 febbraio (per la tratta da Panama al Messico si tratta dello stesso volo che aveva preso Sara il 2 febbraio per tornare a casa).
Alle 21.00, squattrinato e mezzo addormentato, sono alla stazione dei pullman in attesa di un collegamento notturno per Medellin. Ho lasciato lo zaino grande all’ostello in custodia e viaggio molto leggero con il necessaire per un paio di giorni solamente.
Quando entro nel salone centrale circolare simile ad una borsa valori, ove si affacciano le biglietterie di tutte le compagnie di trasporti, sono assalito da voci ammiccanti, sirene adulatrici e muse del viaggiatore che cercano di convincermi a salire sul loro stupendo bus. “Vieni, vieni…italiano…vieni abbiamo i sedili reclinabili, dove? A medellin??…Aria condizionata, tutto climatizzato e TV…vieni il nostro è un super diretto”. Muovo i primi passi nel sogno del passeggero e domando ad alcuni di questi promotori-bigliettai tempi e costi del tragitto Bogotà-Medellin. Comincia quindi una specie di asta pubblica per accaparrarsi il mio voto: da 30-35000 pesos la Rapido-Tolima cala fino a 25.000 e mi convince ad accettare. I sedili reclinabili non sono per nulla reclinabili, di colore rosso marcio e maleodoranti. Le tendine rosse, la tappezzeria sul soffitto rossa, gialla, blu e arancione a striscioline insieme all’illuminazione di lucette rosse sul pavimento mi introducono in una specie di hall di un motel per coppiette spiantate.
Inconvenienti del bus: partiamo con 45 minuti di ritardo per aspettare che tutti i posti si occupino, le casse acustiche e il televisore non funzionano, il conducente fuma e passeggia nervosamente per il corridoio senza proferire parola per più di mezz’ora e fa caldo…
Bilancio del viaggio: tre ore di ritardo con trasbordo finale su un altro bus a un’ora da Medellin, 3-4 soste forzate e snervanti duranti la notte per disfunzioni del rumoroso motore del mezzo e, infine, due vacche investite e uccise nel cammino nonostante l’improbabile e terrificante sgommata tentata dal conducente per frenare la marcia (povere bestie lui e le giumente rimaste distese sul selciato).
Per fortuna si libera presto un posto accanto al mio e riesco a dormire rannicchiato in posizione fetale per alcune preziose ore.
Lungo tutto il cammino s’incontrano pattuglie della polizia nazionale e distaccamenti dell’esercito che controllano veicoli e passeggeri: da quando sono in Colombia sono stato sottoposto in media ad almeno una perquisizione al giorno!
Alle 8.30 del mattino ci tocca anche il trasbordo su una altro bus per Medellin in viaggio da oltre dodici ore…Comprendo più tardi che i ritardi sono dovuti anche alla chiusura di un’arteria stradale importante tra le due metropoli durante la notte, fatto che certo non giustifica questi macellai della compagnia “Rapido” Tolima…
NOTA SEDICI – MEDELLIN
Medellin, Colombia – Martedì 18 febbraio
Dopo il viaggio allucinante nel bus notturno alle 10.00 a.m. scendo felice e stanco e provo il metrò di cui i Paisà, vale a dire gli abitanti di Medellin, vanno fieri. Scendo alla fermata SuramericanA dopo un cambio per cercare l’ostello Palm Tree, raccomandatomi a Bogotà dall’ostello Platypus, una specie di gemellato. M’installo nel dormitorio e incontro Laura, la canadese conosciuta a Cartagena e a Playa Blanca, e anche Cecilia, una colombiana conosciuta di sfuggita nell’ostello di Bogotà poco tempo prima! La Colombia è un paese immenso ma ci si ritrova fin troppo spesso, le “rute” battute sono più o meno simili per tutti.
Formalizzo in una banca l’acquisto di una sirena di fibra plastica dipinta in acrilico, altezza un metro e settantacinque che sarà il mio regalo per Sara una volta tornato in Messico. Sono uno stupido, romantico ed esagerato, ma a volte mi piace colpire con la mia pazzia ed emozionare in modo insolito, vedremo, forse è già una causa persa ma ci si prova…
Nel pomeriggio passeggio per il centro di Medellin dove la città coloniale è praticamente sparita, a parte alcune chiese conservate, per lasciare posto alla modernità, sintetizzata dalla nuovissima metropolitana e dai numerosi grattacieli, e alle affascinanti statue di Botero come la superba “Gorda”. La cattedrale, dicono, è la seconda chiesa in mattoni rossi più grande del mondo. Dopo tanto camminare mi sembra sano e giusto tagliarmi un po’ i capelli in un parrucchiere del centro commerciale “La Villa”, tanto per aggiustare un po’ la mia immagine selvaggia e consumata di viaggiatore; il fatto è che comincio a temere le varie dogane, i controlli all’aeroporto e lo scontro che mi attende con la migrazione per non pagare la multa, quindi l’immagine può anche contare qualcosa. Cerco anche di prevedere quali magliette polo conservare pulite per queste prossime occasioni.
Altro punto da notare: è la prima volta che vado dal parrucchiere all’estero, un po’ per mancanza di denaro, forse di tempo, confidenza ed anche di crescita in densità capillare, festeggiamo.
Torno verso le quattro all’ostello per scrivere la Nota 14 e riposare un po’. Verso sera vedo un tempo della Copa Libertadores, partita tra Racing di Buenos Aires e Universitario di Lima, in compagnia di un accanitissimo tifoso argentino. Con una commuovente pizza surgelata suggello la fine del giorno eterno cominciato a Bogotà e spentosi in un dormitorio di Medellin ovest.
La città appare come costruita di soli mattoni rossi, il centro è moderno e caotico mentre il metrò è semplicemente il tempio della decenza e della pulizia oltre che il monumento all’ordine civico e alla tranquillità scandita da musica classica e richiami all’ordine della polizia metropolitana. E’ una specie di metropolitana leggera di superficie che si snoda su due linee da nord a sud e dal centro verso ovest. Inaugurato nel 1998 rappresenta il vanto dei cittadini e i messaggi scritti nelle carrozze ne sottolineano l’importanza per la qualità della vita, per il tempo che le famiglie possono recuperare e per gli ideali di convivenza civile che l’uso del metrò ispira nel pieno rispetto delle regole: in pratica un angolino di Svizzera nella confusione da terzo mondo che impera al di fuori. Da alcune fermate si scorgono baraccopoli di mattoni arrampicate sulle periferiche colline e gli scorci panoramici aprono una breccia su di una povertà e una ricchezza che convivono nello stesso spazio visivo. Il clima è simile a quello di Città del Messico tanto che anche qui si parla di città dell’eterna primavera e si vede chiaramente l’immancabile sottile cappa di smog.
Mercoledì 19 febbraio – Giro a Medellìn e ritorno a Bogotà in nottata
Dopo una meritata dormita di mezza giornata circa, mi sparo una camminata al Cerro Nutibara, una collina panoramica con parco in cui passo la mattina godendomi un tiepido sole.
Dopo oltre un’ora solo nel parco mi sento come fossi tornato indietro nel tempo, a Milano, in una giornata quieta di un maggio qualunque in cui il sole comincia a scottare e io scrivo poesie e canzoni…All’improvviso non mi sento più in un altro paese, Medellin pare lontanissima, non più spagnolo tutt’intorno ma il silenzio di tutte le lingue, quiete e natura sorniona; ora m’infilo le scarpe, scendo dalla collinetta, salgo sulla mia bici e torno a casa dove mio papà sta friggendo i gamberetti per la salsa e mia mamma apparecchia per me e per un amico. Con l’acquolina in bocca pregusto già il sugo di gamberi e comincio a pedalare forte per la fame tagliando Viale Certosa in cinque minuti netti…
Confesso che in questo momento ho nostalgia di casa e non solo per l’aspetto culinario o perché è mezzogiorno. Passa un venditore di paletas, cioè ghiaccioli, con il suo carretto: “Quiere paletas, helados?”. “No gracias”, mi sveglio e mi avvio al Museo de Antioquia con un forte retrogusto sfumato di pasta e vino in compagnia.
Il museo è meraviglioso e mi ricorda la vecchia Europa perché, oltre alle opere di Botero vi sono alcune salette di contemporanei, che ho già visto in musei del vecchio continente; vi sono anche autori americani: lavori di Roberto Matta (proprio quello che Franca Rame tiene nel suo studio in cui ho lavorato!), Frank Stella, Rauschemberg, Katz e altri. Interessanti a Medellin i murales di Pedro Nel Gomez, il principale esponente del muralismo colombiano.
Pranzo in zona ostello, poi piove e mi fermo nella sala comune a vedere qualche partita di coppa campioni: Manchester-Juve 2-1 (Ahi!) e Real-Borussia 2-1…Cena con pasta ai cavolfiori e poi di nuovo alla stazione dei bus per un altro viaggio notturno di ritorno a Bogotà. Questa volta scelgo una delle migliori compagnie, la Expreso Bolivariano, per evitare di veder insanguinare la statale con i cadaveri di giumente e passanti.
M’addormento sulla corriera durante la proiezione del film “Limite verticale”.
20 febbraio giovedì - Di nuovo Bogotà
Dalla stazione dei bus di Bogotà volo alle 7.30 all’ufficio della migrazione per lottare con la burocrazia ed evitare la multa: dopo un’oretta mi rivelano l’esito della domanda che avevo inoltrato ed è più che positivo. Multa evitata e addirittura un permesso prolungato di 60 giorni da oggi per viaggiare nel paese senza costi aggiuntivi.
Sarebbe perfetto, comunque lunedì ho il mio volo per il Messico quindi la soddisfazione è più che altro morale. In mattinata recupero le mie cose al Platypus e m’installo nel dormitorio come al solito.
Visito il Museo dell’Oro, il migliore al mondo nel suo genere e dotato di un’incomparabile collezione di monili e artigianato precolombiano nel prezioso metallo. Molte le spiegazioni e riassunti istruttivi sulle culture indigene colombiane dei secoli prima della conquista. Ho raccolto alcune frasi e proverbi misteriosi e interessanti che parlano delle filosofie e delle credenze di questi popoli, del loro culto dell’oro e degli animali sacri: tra queste popolazioni spiccano i Tayrona o Kogi, quelli della Ciudad Perdida della Sierra de Santa Marta…
“…il sole era un omino brutto, mal fatto, e gli chiesero: tu vuoi essere come il padre del mondo? E lui disse di si, e lo vestirono di oro puro, zaino d’oro, cappello d’oro, tutto d’oro. Lo soffiarono e quando s’alzò finì la notte…”
“…si metteva (lo sciamano) la maschera, si tramutava in giaguaro e così poteva percepire le cose in un altro modo, come le vede il giaguaro (simbolo della potenza maschile in contrapposizione alla rana, fertilità femminile)…”
“…il sole è un uomo con maschera d’oro, da questa escono raggi e questi raggi fanno in modo che le semine fioriscano e che tutto cresca; il sole va sopra il cielo…due sciamani lo portano sulle spalle…”
“…il pipistrello rappresenta il sole nero, sole sotterraneo delle tenebre. Nacque da una relazione incestuosa tra Mulkuexe, prima di essere inviato al cielo, e suo figlio Enduskama, trasformato in donna da Sintana…”
“…il nostro modo di vivere non è duro come la pietra, è come la vista penetrante in un cristallo che trapassa. Così sono i nostri fratelli e così sono i nostri figli. La stabilità di una colonna portante non perdura, però la bontà del calore del sole rimane poiché conserviamo il suo cristallo nel nostro essere…”
Uscito dal mistico museo, passeggio per un’ora nel quartiere degli artisti, la Candelaria,, scalo in funicolare il Cerro de Monserrate, da cui si apprezza il panorama di Bogotà e passo la fine del pomeriggio con un ragazzo e una ragazza di Medellin…
Verso sera compro tre libri sull’Unione Europea in una libreria del centro e mi ritiro verso le 22.00 all’ostello dopo una charla con uno svizzero simpatico in viaggio per un mese in Colombia (per la seconda volta!).
NOTA DICIASSETTE – VILLA DE LEYVA E L’INCENDIO
Venerdì 21 febbraio – Bogotà e Villa de Leyva
La colazione a Bogotà oggi è superba, per un Euro e trenta: sette fettine di pane con burro e marmellata, un bicchiere di succo d’arancia, una tazza di latte fresco al cioccolato, una generosa fetta di delicato formaggio locale e due uova strapazzate con cipolle e pomodori, ristorante pulitissimo con musica classica di sottofondo e Le monde diplomatique a disposizione sul tavolo.
Rapido giro al museo della numismatica bogotano e poi Donacion Botero: numerose opere dell’artista colombiano oltre alla sua collezione privata donata al museo…Da leccarsi i baffi: dipinti e sculture di Renoir, Corot, Toulouse Lautrec, Pisarro, Sisley, Monet, Bonnard, Chagalle, Dalì, Degas, Marini, Greco, Braque, Picasso, De Chirico e altri della banda.
Tornato all’ostello preparo lo zaino piccolo per il fine settimana a Villa de Leyva, una cittadina coloniale a tre o quattro ore dalla capitale, destinazione preferita della Bogotà bene e centro provinciale dalla stupenda architettura e atmosfera.
Maria, la ragazza conosciuta a Cartagena, mi ha invitato con tre suoi amici a passare il fine settimana in una finca, cioè una casa di campagna con proprietà adiacente, proprio a Villa de Leyva.
Verso le 14.30 ci si trova a casa sua e si parte: io, Maria, Javier, Catalina e Andres. Sono dei veri personaggi i suoi amici: Javier e Andres sono due artisti in crisi esistenziale, pittore e fotografo, anche se le due categorie risultano limitate per definirli, hanno vissuto più all’estero che in Colombia mentre Catalina è una rampante studente di psicologia appassionata di fotografia. O meglio, ama farsi fotografare. Infatti, verso metà strada, Andres il biondo e Catalina scendono dalla macchina, ed io li accompagno curioso, per scattare delle foto…Andres indica un albero cavo in cui Catalina entra e fin qui sembra tutto normale. Dopo poco la psicologa comincia a spogliarsi e rimane in mutande perché l’idea della foto è quella di immaginare la nascita della donna dall’interno dell’albero. Un ristretto gruppo di persone che erano nei pressi dell’albero si avvicinano ridendo o scrutano timidamente da lontano. Andres scatta senza pietà e, una volta rivestitasi l’impavida Catalina, rientriamo in macchina. Andres osserva la macchina fotografica ed esclama: “Cazzo, non c’era il rullino dentro…Ahi no! E adesso…Catalina sta a te, la rifacciamo?”. Chiaramente la ragazza non vuole scendere e spogliarsi di nuovo, quindi con l’amaro in bocca si riparte per Villa.
Intanto io e Andres, per la quota maggioritaria, ci facciam fuori un’orribile bottiglia di vodka liscia mentre Maria, che è un po’ malata, dormicchia affianco a me sul sedile posteriore. Arrivati a Villa, Io e Andres scendiamo a parlare e a bere un paio di birre con delle sue amiche nella Plaza Mayor della cittadina e verso le 18.30 gli altri ci raggiungono in macchina e ci portano alla casa di Maria, poco fuori dal paese alle pendici delle montagne che proteggono l’intero centro abitato.
In serata Andres cucina una pasta strana ma eccellente: spaghetti ai broccoli e acciughe con panna; da bere, solamente Ron cubano con coca.
Ormai in balia dell’alcolica allegria, io e Andres scendiamo in paese a piedi e ci uniamo a un gruppo di amici e conoscenti in riunione nella splendida Plaza Mayor. Il rum non manca e il mio stomaco comincia a protestare ardendo pesantemente. Comunque la serata è tranquilla e allegra, il gruppo s’infoltisce e arrivano una chitarra e un’armonica a bocca. Verso mezzanotte ci trasferiamo a casa di un’amica di Andres, Camilla, la quale ci offre un letto per la notte visto che il biondo non è in grado di tornare fino a casa di Maria sulle sue gambe. Mentre io e lui prendiamo sonno, i reduci, cioè tre ragazze di Villa de Leyva, si guardano un film d’arte di genere schiettamente erotico…
Sabato 22 febbraio – Visita all’Infiernito e incendio
Alle 7.30 ci si sveglia in casa di Camilla e convinco Andres a tornare a casa di Maria per vedere che vogliono fare in giornata e riposare lì dopo la colazione. Appena usciamo ci accorgiamo che il paese è invaso dal fumo anche se la visibilità è ancora buona e quasi non si comprende il motivo di tale perturbazione: all’improvviso ci ricordiamo che la sera prima dalla strada avevamo scorto un incendio sulla montagna e quindi leghiamo i due eventi con quella prontezza sagace, tipica di chi risente dei postumi del dopo sbornia.
In mattinata passeggio con Maria per il delizioso centro cittadino e al mercato.
Nel pomeriggio io, Andres, Catalina e Javier andiamo in macchina alla scoperta dei dintorni: visitiamo El pozo de la Vieja, una sorgente d’acqua, e poi El Infiernito, un piccolo archeologico dei Muisca. Loro bevono l’ultima bottiglia di rum mentre io, con la tristezza nel cuore, preferisco declinare l’invito reiterato a ulteriori sorsate, essendo ancora sensibile all’odore e al sapore alcolico dopo la notte brava. I panorami sono stupendi e la vegetazione si presenta rarefatta con clima secco semi desertico. La nube di fumo appare da lontano sempre più minacciosa e in rapida espansione sopra l’intero centro abitato.
Alle 18.30 si cena carne alla griglia con contorno di patate salate e salsa messicana guacamole a base di avocado, cipolle e pomodori. Il vento s’è alzato imperioso e con il buio appaiono chiaramente le fiamme, nascoste durante il giorno, che avanzano verso la cittadina precedute da fumo denso e cenere sottile.
Appena terminata la nostra grigliata, lo zio di Maria entra con la sua jeep nel giardino e ci avvisa del pericolo consigliandoci di evacuare poiché la zona è considerata ad alto rischio d’incendio. La popolazione è stata messa in allerta e ci si sta mobilitando per prestare aiuto in qualunque modo possibile. La corrente elettrica è stata tagliata e risulta difficile persino raccogliere di fretta tutte le nostre cose nell’abitazione e caricare la macchina. Fuggiamo verso la piazza centrale incontrando file di gente che lascia le proprie case camminando sul sentiero.
Una volta in centro, io e Maria ci diamo da fare per aiutare mentre gli altri tre rimangono in macchina a riposare un po’, atterriti e ancora storditi dalla sbornia pomeridiana.
Per circa un’ora bussiamo di casa in casa e per i negozi nei pressi della piazza chiedendo secchi, acqua, bottiglie di coca cola, stracci bagnati, lenzuola, guanti, maschere protettive, pale e machetes, cioè tutti gli strumenti e le vivande necessari ai gruppi di volontari che da ore cercano di bloccare la corsa del fuoco giù dal pendio.
Per almeno altre due ore continuiamo la raccolta del materiale su di un pick-up e insieme ad altri due ragazzi e a una madre-coraggio del posto che sbraita nel megafono per attirare l’attenzione.
Ci spingiamo fino alla periferia di Villa de Leyva e riempiamo la camionetta di borse e secchi d’acqua un paio di volte. Depositiamo gli oggetti recuperati porta a porta in una specie di centro di raccolta ove pompieri e volontari si organizzano e uniscono i loro sforzi per combattere il fuoco. Svuotiamo il veicolo dell’ultimo carico nella zona nord della cittadina, relativamente vicina alla finca di Maria e presso il celebre hotel Mesopotamia. Da lì ci addentriamo col pick up su per un sentiero per portare acqua e viveri alle persone impegnate alla base del monte. Attraversiamo alcuni prati ed un boschetto avvicinandoci al fronte caldo dell’incendio. A questo punto ci dicono che dobbiamo continuare a piedi portando a mano i secchi pieni di borse d’acqua e di bottiglie fino a raggiungere il gruppo prossimo alle fiamme, le quali appaiono alte e frastagliate già da qualche decina di metri di distanza.
Io e Maria ci uniamo ad altri sette, otto volontari, per scelta o per destino, e seguiamo un sentierino illuminato dal fuoco che rumoreggia fragoroso poco più sopra e che guadagna lentamente terreno sospinto a valle da una brezza costante.
Sentiamo delle voci che ci chiamano e proseguiamo fino a pochissimi metri dal fronte ardente che avanza proprio verso di noi: il quadro è apocalittico poiché le fiamme sembrano veramente incontrollabili e i volontari che, fino a poco prima, stavano lavorando lì fuggono da tutte le parti disordinatamente e, oramai, non cercano più di spegnere e controllare le altissime lingue di fuoco.
I ragazzi che camminano davanti a noi ci gridano di mollare giù i secchi e correre al più presto verso la parte alta della collina arrampicandosi dalla parte sinistra del sentiero, visto che il fuoco arriva da destra. Tutt’intorno sono grida, gente che scappa, un vento di fumo denso e caldo accompagnato da schegge di legno ardenti che appiccano e propagano l’incendio precedendo, come avamposti, il fronte principale.
La mascherina che abbiamo in dotazione non fa altro che aumentare la percezione del calore sul viso e, a tratti, conviene togliersela per non soffocare ulteriormente. Cominciamo una caotica e rapida ritirata inseguendo gli altri volontari su per la collina girando intorno all’unica casa della zona ma, circa a metà della salita, ci accorgiamo che di fronte a noi e dal lato sinistro del sentiero, il fuoco sta scendendo e ben presto raggiungerà e divorerà da ambo i lati la casetta che abbiamo cercato di aggirare, serrandola in una forbice ardente e proseguendo poi lungo il sentiero a destra, a sinistra e in centro.
Maria e un colombiano che l’accompagna da vicino mi chiamano da una ventina di metri di distanza indicandomi il sentiero da cui siamo venuti e consigliandomi di tornare indietro perché non si può continuare a risalire da nessun lato.
Il fuoco incalza e corriamo per ritornare alla camionetta che dovrebbe essere ancora lì ad aspettarci. Getto finalmente a terra il secchio d’acqua che, tenace e speranzoso nella sua eventuale utilità, avevo continuato a tenere in mano, infine raggiungo Maria e il colombiano correndo a più non posso. Procediamo incerti inciampando su pietre e arbusti, ma già dopo un paio di minuti il fuoco non minaccia più le nostre spalle da vicino e riusciamo a ritrovare la strada buona per la jeep.
Tornati nella piazza centrale del paese, affumicati e stanchi ritroviamo gli altri tre amici di Maria semi addormentati nel loro Pointer Volswagen i quali sono in procinto di mollare tutto e cercare un hotel in un’altra città a qualche chilometro. Io e Maria siamo davvero poco propensi a lasciare Villa de Leyva in piena notte visto il pericolo paramilitari nella regione; sembra inoltre che suo zio ci possa ospitare o che si possa ritornare verso casa sua perché il fuoco si sta allontanando. Dopo una consulta ci separiamo dal gruppetto assonnato nell’automobile con un po’ di freddezza e rincuoro una Maria piuttosto alterata dicendole di non prendersela a male se i suoi amici hanno trattato tutta la vicenda con indifferenza.
E’ ormai l’una e mezza e ci troviamo soli io e Maria a battere le mani livide e sporche sull’enorme porta in legno che chiude il villino di suo zio ma non otteniamo risposta. Ci muoviamo quindi verso la finca da cui tutto è cominciato e a metà strada ci fermiamo all’entrata del sentiero che porta al fronte caldo dell’incendio ove un crocchio di locali osserva l’avanzare delle fiamme verso le case circostanti e attende impaziente l’arrivo di unità di pompieri, richiamate dalla capitale e attrezzate per evitare la tragedia. Intanto gira la voce che il sindaco di Villa, ormai da qualche ora, si sia addormentato ubriaco in una nota sala da biliardo della cittadina; inoltre, le comari in osservazione dell’incendio sbuffano e accusano la massima autorità locale di essersi mosso in ritardo, di essere un completo perdente al gioco e in amore e non aver mobilitato gli aiuti dalla capitale in tempo, magari dal giorno prima visto che il fuoco si vedeva già piuttosto bene nei dintorni di Villa.
Maria ha un po’ paura di ritornare a casa, ci sediamo quindi a osservare la montagna ardente fino alle quattro e mezza del mattino, ora in cui finalmente gli sforzi congiunti dei pompieri e della polizia nazionale riescono a controllare la discesa delle fiamme ed anche il nocciolo duro dei curiosi ritorna a casa per il meritato riposo.
Torniamo quindi alla sua villa di campagna, ancora priva d’elettricità e ci prepariamo una specie di cenetta-colazione rapida a base di succulento formaggio francese ed olive nere snocciolate. Ci addormentiamo lentamente e, nonostante la stanchezza, il nostro sonno non attecchisce ma, al contrario viene anzitempo turbato dal timore che ci causa una luce rossa sempre più intensa, proveniente dalla cima della montagna e in lenta discesa verso la casa: per stare più tranquilli ci tocca monitorare il fuoco dalla distanza ogni quaranta minuti circa. Il pericolo rimane comunque lontano e confidiamo negli sforzi dei pompieri e nel sicuro arrivo degli elicotteri-cisterna con le prime luci del giorno, quindi nel giro d’un paio d’ore.
Ci stiamo quasi per addormentare di nuovo, quando udiamo un sinistro vociare proveniente da una camera vicino alla nostra e ci avviciniamo guardinghi per capire chi sia o di che si tratti: è lo zio di Maria, proprio quello che ci era venuto a consigliare l’evacuazione che, con una voce dalle tinte alcoliche, bofonchia alcune parole informandoci della sua presenza e rassicurandoci sulle sue intenzioni di continuare nel sonno profondo in cui era caduto per effetto del rum trangugiato la notte precedente.
Maria ipotizza addirittura che il furbo parente si sia infiltrato nella casa in tenera compagnia e che abbia spinto fortemente per la nostra evacuazione proprio per avere a disposizione l’alcova e consumare una notte d’amore realmente infuocato!
Andiamo a dormire tranquilli e divertiti per l’ultimo episodio della lunga giornata!
NOTA DICIOTTO – BOGOTA’ – CITTA’ DEL MESSICO, DI NUOVO CON LA SIRENA!
Domenica 23 febbraio – Ultimo giorno in Colombia
Io e Maria ci alziamo presto, lo zio della notte brava si sveglia poco dopo, verso le nove. Ci godiamo il sole e la colazione senza l’opprimente incombere del fumo ormai lontano. Gli elicotteri della protezione civile planano nei paraggi e scaricano le loro cisterne d’acqua sulle ultime radure ardenti. Preparo le mie cose e poi Maria mi accompagna in paese: dal centro si vedono chiaramente i segni dell’incendio che ha lasciato la montagna completamente spoglia ed incenerita.
Provo a prelevare dal cajero automatico ma mi sputa solamente 10.000 pesos, poco più di tre dollari. Comincio a preoccuparmi visibilmente poiché devo affrontare ancora diverse spesucce, tra cui almeno tre pasti essenziali, prima di partire e l’unico messaggio del BancomaT non lascia molte speranze: el saldo de su cuenta se ha agotado, finito.
Mi chiedo se si tratti di un errore o di un difetto della banca locale ma non ci sono altre spiegazioni, sono finiti i soldi. Faccio un breve conto tra Dollari e Pesos rimasti nelle mie tasche e decido di prendere un bus per Tunja e poi da lì tornare a Bogotà, magari dopo aver cambiato alcuni dollari. Maria non ha praticamente soldi da prestarmi e quindi mi devo arrangiare da solo. Purtroppo per mancanza di fondi rinuncio a visitare la meravigliosa cattedrale di Zipaquirà, una chiesa completamente di sale che può contenere fino a 4000 persone.
Una volta a Tunja provo a prelevare, ma di nuovo l’impietoso ATM mi nega i suoi favori e nemmeno in un negozio mi riesce di pagare con carta di credito. Mi tocca cambiare dollari in un negozio di scarpe, l’unico disposto alla transazione, al misero tasso di 2650 pesos per un biglietto verde. Ne cambio dodici conservandone 25 per pagare l’indomani i diritti migratori all’aeroporto.
Nel tardo pomeriggio sono a Bogotà e all’ostello hanno un pacco per me: da Cartagena è arrivato, giusto in tempo, uno scatolone imbottito di 1.80 metri per 60 cm con dentro una sirena di fibra plastica dipinta! E’ il mio regalino per Sara. E’ una pazzia ma mi piace l’idea di complicarmi la vita e stupire obbedendo all’istinto. Inoltre la situazione diventa veramente interessante perché, pagato il conto dell’ostello e un pranzo a base di pollo consumato con lo svizzero conosciuto giorni addietro, di certo non mi rimangono i soldi per la multa di 150$ che potrebbero infliggermi domani per eccesso di carico: non si tratta del peso perché la sirena è una signorina leggera di appena 13 kg, il problema sono, piuttosto, le dimensioni del pacco. Inoltre la statua dell’incantevole creatura marina è vuota all’interno e potrebbe insospettire gli agenti della dogana, ma meglio non preoccuparsi.
Ho giusto i Pesos sufficienti per pagare un taxi fino a casa di Maria, che si era gentilmente offerta di ospitarmi per l’ultima notte di viaggio, e per pagarne un altro domani mattina alle quattro.
Arrivo da Maria con i miei zaini stracolmi di esperienze e ricordi accumulati soprattutto in quest’ultimo tumultuoso mese tra Panama e Colombia. Dall’ascensore emerge imponente anche lo scatolone con la sirena, trasportato fin qui dall’ostello grazie alla pazienza di un tassista disponibile.
La madre di Maria è malata, quindi ci cuciniamo una pasta al sugo con formaggio fuso che terminiamo in due. Siamo ancora provati per il fine settimana dinamico e per le 5-6 ore di bus, attraverso la sierra che circonda Bogotà, che, in momenti diversi della giornata, abbiamo affrontato per tornare alla capitale.
Chiamo a carico casa mia all’una di notte, ora italiana, affinché i miei provvedano alla ricostituzione dei miei fondi o controllino che cosa è successo al più presto perché sono nella merda! Il rischio concreto che non possa lasciare la Colombia se qualcosa va storto o costa più del previsto.
Tira un’aria di malinconia nella silenziosa cucina di Maria ed aleggiano dubbi ed inquietudine sui discorsi di fine serata che ci accompagnano a dormire per poche ore.
Durante il viaggio ho raccolto i titoli di molte canzoni che si ascoltavano sugli autobus, nei bar, nei ristoranti, per la strada oppure semplicemente quelle che Sara canticchiava di più; una classifica delle songs più suonate durante le nostre peregrinazioni americane potrebbe essere la seguente. Qualche pezzo pop: Thalia (No me enseñaste), Tranzas (Un nuevo amor), Juanes (A dios le pido), Manà (Vivir sin aire), La Faktoria (Todavìa)…
Un po’ di cumbia: Los angeles azules (Como te voy a olvidar), Lucero (varie), Pilar Montenegro (Quitame a ese hombre)…
Salsa e Bachata: La India (Seduceme), Diablos Locos (Gotas de lluvia), Ventura (Obsesion Bachata), Exito 2000 (Hoja en blanco-vuela vuela), Huracanada (Garrote)…
Alcune rockeras: Cristian Castro (No podràs-azul), Inspector (Amargo adios), Jaguares (Te lo pido por favor)…
Infine un paio di Tex-Mex: Limite (Hay capacito) e Selena (Como la flor)…
Lunedì 24 febbraio – Partenza per Città del Messico
Sveglia triste e sonnolenta alle 3.45 visto che il check-in è previsto alle 5.00 a.m. Saluto Maria caldamente e la ringrazio per tutto, per l’ospitalità e per esserci conosciuti. Chiamiamo un radio taxi e alle 4.15 son già avviato verso l’ultimo terminal, questa volta aerea, che mi riporterà alla mia seconda casa, a Città del Messico. E’ previsto uno scalo a Panama dato che la compagnia è la Copa Airline di Panama.
Pago il tassista che mi aiuta a scortare fin dentro lo scalo la mia imponente e indifesa sirena che timidamente si nasconde dentro al suo cartone marrone con la scritta fragil, con cuidado.
Tristezza, incertezza, paura e gioia si confondono nella mia mente ottenebrata dalla stanchezza e dal frenetico succedersi degli eventi e delle sensazioni che ancora non hanno lasciato spazio alla riflessione o al riposo.
Le hostess del check-in s’affollano curiose intorno allo schermo del computer che proietta le forme e i colori della mia bella sirena grazie ai raggi-x.
Le fanno una bella radiografia e, accertatisi che sia tutto in ordine, mi dispensano anche dalla multa affascinate dalla temerarietà e dall’originalità del regalo, o magari convinte dalle numerose telefonate infrasettimanali che l’agenzia aveva fatto per spiegare la questione sirena. Per miracolo riesco a pagare con carta di credito le tasse aeroportuali messicane che, a mia insaputa, non erano incluse nel biglietto, sebbene poco dopo mi accorga che non posso ancora prelevare.
Dopo aver utilizzato tutte le mie riserve monetarie in Pesos colombiani e aver finito anche gli ultimi biglietti-ricordo che volevo conservare, mi tocca letteralmente chiedere l’elemosina ad altri turisti per racimolare un paio di dollari e raggiungere i 28 (non 25!) necessari per pagare la migrazione. Un gruppo di ragazzi colombiani in partenza prende a cuore la mia causa e raccoglie i tremila Pesos che mi mancano per realizzare il mio “sogno messicano” e imbarcarmi sull’aereo della speranza…
Non mi perdo nei dettagli del primo volo…Alle 9.30 chiamo i miei dallo scalo di Panama e mi dicono che la banca avrà bisogno di un paio di giorni per aggiustare le cose visto che non sono finiti tutti i soldi, ma semplicemente il saldo mensile! Arrivando in Messico l’ultima speranza che mi rimane per raggiungere almeno casa mia nella colonia San Angel sta in Sara, che spero venga a prendermi all’aeroporto Benito Juarez del Distrito Federal.
Sul volo Panama-Mexico DF, mi scolo cinque cuba libre con ghiaccio e un whiskey scadente insieme a due medici Nicaraguensi intenzionati a trasferirsi in Messico alcuni anni per specializzarsi. La sbornia colossale placa le mie inquietudini e attutisce l’impatto emozionale dell’ennesimo ritorno in terra azteca: mi rilasso dolcemente senza urtare minimamente il mio stomaco, pronto a reagire e ad assimilare come mai prima.
Mi sento più forte moralmente, però questa forza si concretizza in dubbi ed incertezze profondi per il futuro, soprattutto per il lavoro, per Sara, per come mi sentirò a tornare e a vivere in Messico, per gli amici ed anche per la salute…insomma tutto.
Sceso dall’aereo, la sirena inscatolata e il mio zaino sono praticamente i primi bagagli a uscire dal rullo trasportatore (ebbene sì, c’è qualcuno a cui capita davvero, un po’ come vincere la lotteria) e non esito a caricare un carrellino e volare verso la porta della dogana. Sbuco infine all’uscita dei voli internazionali dove poco dopo spunta Sara che mi aspetta preoccupata. Credo sia inquieta perché vede l’enorme scatola in cui c’è la sirena e percepisce che il regalo che le sto per fare è sproporzionato e si sente probabilmente in colpa perché ormai il nostro viaggio è un ricordo lontano e forse non sente più molto nei confronti…Comunque io il regalo glielo do comunque e me ne frego, oddio non proprio però…
Fuori dall’aeroporto scartiamo il pacco e, nello stupore e curiosità generali dei tassisti, spunta la sirena dallo sguardo triste e severo: Sara dimostra una gioia fredda e rituale, come mi aspettavo, ma rimane comunque emozionata e contenta del cimelio che da Cartagena de Indias le ho portato via Santa Fe de Bogotà, attraverso vicissitudini e peripezie d’ogni genere.
Prendiamo un taxi e discutiamo senza slancio con un tono che ormai non rivela più la complice confidenza degli innamorati, ma piuttosto una distanza formale ed una noiosa variazione sul tema di argomenti banali e scontate considerazioni. Passo da casa sua alcuni minuti, la accompagno a sbrigare delle faccende e poi al barrio colonial di Coyoacan ci separiamo a tempo indeterminato, visto che ora lei sembra essere davvero molto impegnata tra scuola di teatro e lavori che la aiuteranno a pagare il debito che ha contratto con me, tra le altre cose…
A parte questi dettagli economici, mi rimane una certa malinconia e tristezza e quasi vorrei tornare a Bogotà, stare con Maria e i suoi amici per un po’, scappare ancora o magari vivere lì per ricominciare e non stare male, per dimenticare una storia intensa e contraddittoria vissuta prima e durante il viaggio.
Quasi 70 giorni in una regione dimenticata dalla politica e da Dio, dall’Italia e dai suoi stessi abitanti, stretta tra due oceani che la spingono a partorire il sud america dopo un travaglio di povertà e infiniti risorgimenti frustrati. Genti meravigliose costrette ai margini dalla potenza nordamericana, dalla colonizzazione europea, dal sottosviluppo e dalla corruzione. Genti fantasiose e forti, sembrano aver dimenticato l’antico orgoglio dei loro antenati, ma invece sanno continuare e crescere ad ogni tramonto sul lago del Nicaragua, ad ogni esplosione del Volcan Arenal, ad ogni grido di pace levato dalla Plaza Mayor della Ciudad de Guatemala, ad ogni passaggio di Salvadoregni alla frontiera con il Messico e con gli USA, ad ogni baracca Kuna che spunta sulle isolette di San Blas, ad ogni Botero, ad ogni Ruben Dario che nasce e ad ogni uragano che spegne, solo per un po’, la luce e i riflessi dei Caraibi.
Bogotà-Buenos Aires
Diario di viaggio NOVEMBRE 2005 – FEBBRAIO 2006
Ciao a tutti…! (anche a quelli che non mi ricordano)
Vi mando come promesso gli aggiornamenti del mio viaggio dal Messico a Bogotà (Colombia) (via aerea) e da là a Buenos Aires per terra (almeno questo e’ l’idea…in teoria (ma chiedo conferma ai “gestori” dei siti, il tutto andrà a finire su www.viaggiareliberi.it e www.48ore.com/ Dico “senza la sirena” perche` l’ultimo diario (del viaggio in America Centrale) si chiamava “Messico-Bogota’ con la sirena” che poi era una mia amica messicana che a 18 anni era scappata con me per due mesi, finanziata dallo zio ricco nella semi-indifferenza dei genitori in crisi matrimoniale…ma era un’altra storia.
Nota Uno – Messico Bogotà senza sirena
3 novembre 2005
Cominciamo dal viaggio in aereo. Partenza con Copa Airline, Messico-Panamà-Santa Fe de Bogotà in circa 5 ore e mezza. Arrivo al Benito Juarez di Citta’ del
Messico in preda alla frettolosa disattenzione delle partenze preparate dove, pero’, manca sempre qualcosa. Ma non manca niente. Anzi. Alcolici gratis in aereo già previsti per superare l’impatto emozionale.
Il mezzo aereo oscilla come mai nella seconda tratta, la piu’ breve da Panama City alla Colombia. Quindi mi pare logico inaugurare il bar con due cuba libre con Ron Antillano e un succo. Bevo con calma. Troppa, dato che quando annunciano l’atterraggio mi manca ancora un bicchiere e mi tocca ingurgitare il cocktail alla goccia.
Passata la dogana senza problemi (avevo paura per i miei risotti alla milanese ma credo che qui abbiano ben altre gatte da pelare) all’uscita mi aspettano la mia amica Maria con una sua collega di lavoro e il suo “galan” (fidanzato segreto diciamo).
Sono ancora nella capitale colombiana dopo due anni e mezzo di assenza. Questa volta sara’ diverso perchè sarò ospite a casa di un’amica (Maria) e non piu’ uno sperduto backpacker senza quattrini come nel 2003.
Arriviamo in taxi in una specie di reggia con patio centrale e stanze grandissime tutt’intorno. Nel suo giardino fino alla settimana scorsa viveva un Lama, il simpatico animale sputatore, ma purtroppo e’ stato regalato alla vicina.
Clima gelido verso le 21. Quattro coperte d’obbligo nel mio letto che sta in un soppalco ricavato nella stanza di Maria. Maria e’ in gran forma, tralascio i dettagli questa volta, ed e’ molto contenta del suo lavoro alla ONU, sezione “desarrollo humano”. (per chi ha letto l’altro diario, Maria e’ l’amica conosciuta a Cartagena e con la quale ho vissuto la nottata del “famosissimo” incendio a Villa de Leyva nel febbraio del 2003).
Alle 23 a dormire-
4 novembre
Maria va al lavoro ed io conosco il suo coinquilino, un “San Francischese” chiamato Bob. Ci spartiamo il Caffè Mauro che preparo con la caffettierina che mi
sono portato via. Prelevo al cajero i primi 200 000 pesos colombiani (valgono piu’ o meno come le vecchie lire sui 2000-2200 pesos per un dollaro).
Le strade della citta’ che corrono da nord a sud sono le Carreras (o KRA) mentre da est a ovest si chiamano calles (CL ci elle…). Esempio:
Indirizzo di Maria ( ma avvisatela prima di andare=) KRA 1 9-44 (chi lo capisce, la raggiunge).
Dopo l’uscita mattutina al bar e al bancomat con Bob, m’ascolto sull’amaca di Maria (che mi ha dato le chiavi di casa) un paio di CD dei SIDESTEPPERs, gruppo colombiano di salsa fusion, quasi lounge a tratti. Poi Bob mi presenta un amico inglese e una colombiana, Marta, con cui andiamo a pranzare in un vegetariano (ci costa 2 dollari e mezzo). provo l’acqua di Badoa (un frutto strano tra i mille e duecento che non conosco qui. In effetti la Colombia e’ uno dei tre
quattro paesi con maggiore diversita’ ecologica). Mi ricordo che il ristorante era lo stesso in cui avevo mangiato due anni fa, vicinissimo all’ostello Platypus, un riferimento per molti girovaghi.
Prendo su anche un giornale, El tiempo, l’unico periodico nazionale un po’ serio. Stacca l’alleanza tra Maradona e il leader cocalero-indigeno boliviano in funzione anti statunitense e anti-ALCA a Buenos Aires…
Dopo pranzo, camminata digerente verso il museo Botero, con la collezione di opere sue e di altri maestri europei e americani. (entrata gratis oggi).
Verso sera esco a fare la spesa per allietare Maria con una cena degna di una regina, ma non trovo molti ingredienti. Inoltre la prima impressione e’ che nel quartiere in cui stiamo (la candelaria, zona centrale e boemia), verso sera, le strade pullulino di vagabondi e gente frettolosa (e facendosa). La strada della casa e’ piuttosto isolata e si trova alla fine di una salita che, all’altezza di oltre 2600 metri, pesa davvero nonostante la buona volontà.
Per rompere un po’ la tensione decido di fare amicizia con la gente del quartiere. Punto di riferimento, il negozietto della siora Graciela, una anziana commerciante dell’angolo tra la KRA 1 e la calle 9. Mi siedo fuori dal negozio sul ciglio della strada.
E’ gia’ buio e vicino a me c’e’ un signore con un sacco pieno di roba e uno Scarabeo con le istruzioni in inglese. Lui cerca di capire le regole del gioco senza successo, quindi gli offro un aiuto. Facciamo una mano di esempio e poi scatta la prima ronda di birre (intanto era arrivato suo zio vestito in giacca e cravatta e mezzo avvinazzato). Ci beviamo una “Costeña” a testa e poi un’altra. Fa già molto freddo e la birra ghiacciata non aiuta. Scopro di avere conosciuto una specie di “Caudillo” del quartiere che ha le mani in pasta dappertutto. Infatti, giungono a lui svariati personaggi nel giro di un’oretta. Gli chiedono soldi, prendono la sua borsa, gli chiedono in prestito cose e salutano con rispetto lo zio sempre piu’ ubriaco e assente. Io rifiuto con gentilezza le offerte del boss (Marco Antonio) che mi vuole portare a fare dei tour strani nelle case della Candelaria e compro da sua moglie, che era sopraggiunta, un numero della lotteria locale.
Di sera cucino a maria una pasta al sugo mentre immaginiamo i programmi per l’indomani. S’accende il fuoco e si parla di tutto e di tutti. Scopriamo intanto una radio che sara’ la costante del viaggio colombiano, Radio Candela 102.00 FM, solo salsa 24 ore…cosi’ si ragiona.
Maria mi racconta di alcuni casi che hanno trattato alla ONU di Bogota’. Non si tratta di leggende metropolitane.
Un tipo ha conosciuto una ragazza bellissima dai tratti orientali durante una nottata in discoteca.
Ritrovato il giorno dopo in un appartamento con due tagli profondi sulla schiena. Senza reni. Un altro senza occhi. Non vorrei scandalizzare il gentile pubblico però sono casi reali.
A parte i casi però, la città sembra vivibile e abbastanza sicura se si prendono le giuste precuazioni(magari anke di piu’). Quando fa buio, puo’ capitare spesso che un paio di strani tipi ti seguano. Puo’ essere che ti gridino qualcosa e chiedano soldi.
Non importa se a due strade da lì c’e’ una postazione militare o dei gruppi d’assalto, tanto quelli non si muovono salvo che scoppi una bomba. Meglio passargli
delle monete in tutta tranquillita’. Non e’ un furto, magari sembra piu’ un imposta per la protezione o per il passaggio. Vista così, basta non spaventarsi e non prendersela a male. La citta’ e’ vibrantissima, postmoderna, contraddittoria, affascinante e sensuale come gli sguardi delle colombiane tra l’impaurito e il provocatorio.
Bene!…spero di non avere molestato…Alla prossima!
ciao Fabrizio
Bogotà-Quartiere candelaria al mattino
Bogotà-Palacio de gobierno
Nota Due – Bogota’ notte e giorno
5 NOVEMBRE – SABATO (Santa Fe de Bogotà)
Sveglia naturale con la luce alle 7.45. Vado con Maria al mercato della zona nel quartiere “Egipto”, anche questo famigerato e rispettato. provo la Granadilla, un frutto tipo il melograno con una poltiglia bavosa e dolce che avvolge i semi.Buono buono!
Verso le 11 andiamo alla Carrera 10, zona di mercado simile all’Eje central di citta’ del Messico chiamata San Severino. Vale la pena. Compro della mini-casse
acustiche da collegare al lettore MP3 quando voglio sentire la musica in Plein Air…
Provo anche un tipo di pane colombiano ripieno di formaggio fuso chiamato Pan de Bono.
Maria mi ha assicurato che l’acqua corrente di Bogota’ e’ una delle migliori del mondo ma, dopo oltre due giorni di esperimento, rinuncio alla prova in preda a
certi leggeri squilibri digestivi. inizio a comprare bottiglie d’acqua come un forsennato per ripulirmi.
Comunque non e’ grave e verso sera, dopo un pomeriggio di chiacchiere aperte e un po’ di sole in giardino (il suo giardino sembra un piccolo ippodromo con fontane per l’abbeveraggio e collinette), mi posso gia’ dedicare all’apertura solenne della bottiglia di lemoncello che ho trafugato dalla riserva del papà di un amico milanese, ex compagno di liceo (grazie Dario!).
Verso le nove e mezza ci lanciamo a casa di un’amica di Maria, Elizabeth, e la’ ci aspettano gia’ una sua collega, Sonia, e un’amica, Adriana. Questa ci racconta della sua esperienza pomeridiana: una limpia, pulizia effettuata dallo sciamano per liberarti da spiriti maligni o sensazioni perverse. Ci racconta come lui l’abbia condotta a casa sua e come tutto fosse rilassante in una ebbrezza di sfumature porpora sulle pareti, il pavimento ed il soffitto. Magico!
“Sto veramente meglio ora”,! l’importante e’ crederci” sussurravano gli sguardi perduti delle altre tre…Pero bueno…
Ci finiamo un cartone (non una bottiglia purtroppo) di vino rosso e usciamo in allegria (per il vino e per la storia dello sciamano porporoso).
Scopro che i postumi della sbronza si dicono “el guayabo” e non Cruda come in messico (forse e’ una premonizione per la mattina seguente).
Si va a un locale di son cubano (salsero mezzo romantico sprecato) con banda dal vivo (Adriana vuole contrattarla per il matrimonio di sua cugina credo).
Suonano bene ma solo un’ora, il tempo di due o tre birre. Mi va di ballare un po’ con tutte visto che sono un solo uomo al ballo con quattro donne e gli altri che le invitano nel locale quasi non si reggono in piedi per il tasso alcolico!
La serata e’ bella e verso le due si torna a casa in taxi (rigorosamente).
Avrei dovuto bere con criterio. Come diceva il capo onorario del club alcolisti del Bar Bocconi (Si’, anche la’ ci sono bevitori seri come in tutte le universita’…) non e’ cosa buona e giusta mischiare, scendere di gradazione e sorsare golosamente anche il vino incartonato. Ma son cose che e’ facile dire da sobri, meglio sciacquare. In piu’ ho la scusante di avere bevuto per rimuovere (attutire mediante l’alcol) il mal di stomaco dovuto all’acqua del rubinetto.
A letto verso le 3:26.
6 NOVEMBRE DOMENICA
Sveglia verso le 9:30. Vorrei imparare a dormire fino e come Dio comanda.
Doccia con lavaggio vestiti incorporato. Verso le 10.30 esco con Maria a comprare degli sgabelli in legno che avevamo visto al mercado de la calle 10.
meno di 10 dollari l’uno, regalati dico io. Li portiamo a piedi come croci al supermercato e poi lungo la china che porta alla casa di Yema, la sua collega e superiore della ONU. A casa di Yema ci sono due colombiani, Oscar e Freddy, e, sorpresa, una splendida compatriota milanese e italiana di nome Caterina (emigrata in Colombia gia’ da un po’ per un master). Il pranzo di Yema e’ pregiatissimo: formaggi e prosciutti catalani e baschi, 2 paste fatte da Caterina (zafferano e panna + una al sugo), salsa rossa preparata da Maria, olive nere, torroni, cioccolati veri e caffè sincerissimi nel gelato.
Tra creme al whiskey e birre parliamo tutti e sei di cose leggere nel pomeriggio: sesso, religione, amore, politica, guerra, studio, vita, tradimento (della patria e della fidanzata) emigrazione ballo vino cucina . . .
Verso sera, dopo le 9, io Maria e Oscar andiamo a casa di Maria (che e’ anche la mia per ora) e da li’ partiamo per un bar con pista da ballo. una ex drogheria adattata dal nome Escobar y Rosas.
Li’ ci sono innumerevoli amici di Maria e tante buone cose da bere. Sono provato ma il posto merita davvero e al piano di sotto gia’ si balla.
Musica sopraffina. Funky (Commodores, prince, Queen, Jamiro, jacksons…), latin house, Revival house, garage con pizzicchi di R&B ben mixato. Non male per meno di 10000 pesos (5 dollari). Molto undergound il piano di sotto con pareti di mattoni e sbarre di metallo (quelle che sostengono il cemento armato) che
fuoriescono dal soffitto. Colonna centrale con specchio anni 70, consolle e minibar sui due piani.
Tutto molto elementare e naturale, senza pretese ma molto ambiente. Balliamo fino alle 3, ora della chiusura. Maria invita i 15 amici suoi che rimangono a casa. Camminiamo tutti insieme quasi scortati da un gruppo di militari preoccupati per l’ordine pubblico…Arriviamo a casa dopo una tremenda salita (sono piu’ di sei ore che non ci sediamo) lungo la calle 9. Mi stendo nel patio e lancio la moda perche’ tutti sono stremati e si siedono per terra, sugli sgabelli nuovi e sull’amaca. Alcuni ballano in sala, altri finiscono una bottiglia di ron colombiano (di medellin per l’esattezza) e altri quasi si addormentano.
Maria sembra preoccupata perche’ c’e’ un infiltrato piuttosto strano. Un tipo di colore muscoloso che nessuno conosce e che non parla con nessuno. Beve il
ron e sta li’ seduto su una poltroncina senza battere ciglio. Alcuni gli fanno domande ma lui risponde con un accento incomprensibili e a bassissima voce. Guardo Maria e provo a parlare con il tipo che si chiama Alexander ed e’ un imbucato poco ordinario…
Io e un ragazzo appena arrivato in bus da Medellin alla festa gli chiediamo da dove viene o che fa nella vita.
Ci dice che e’ appena stato deportato dagli Stati Uniti (da Boston), paese in cui viveva con sua moglie e due figlie, perche’ gli hanno trovato un pacchetto di coca dal valore di 20-30 mila dollari in valigia.
Maria e’ preoccupata perche’ quando parla con lui, questi gli fa domande a raffica sulla casa, su quante persone ci vivono e che abitudini hanno. Io gli dico che vivo la’ fisso e aspetto un amico in questi giorni. Quindi in totale saremo in tre ragazzi e una ragazza a vivere in casa per vari mesi. Lui crede alla storia ma continua con le domande. Svio e scivolo sul personale. Mi racconta di posti a Bogota’ pieni di donne facili (prostitute) e mi invita ad andare con lui ora o settimana prossima. Un po’ cinicamente gli chiedo di sua moglie a Boston e mi dice che probabilmente lei si stara’ facendo una quantita’ di uomini impressionante e che quindi non importa. Quando lei lo viene a trovare la cosa importante sono i figli e loro due stanno sempre bene insieme…
Mi fa vedere dei tatuaggi da carcerato sul braccio e addirittura vuole fare delle foto con la digitale insieme a me ed altri lì intorno.Il tipo di Medellin furbamente molla il discorso mentre io sono stanchissimo e non riesco piu’ a seguire cio’ che il personaggio cerca di dire o proporre. Parla spesso in inglese bofunchiato (pieno di nigger, man e fuckin’) e quando passa allo spagnolo si comprende ancora meno.
Quando tutti se ne vanno Maria s’inquieta perche’ il tipo sembra non capire e vuole rimanere a bere. Mi scrocca tre sigarette in 15 minuti e rimane li’. Gli ultimi ospiti se ne vanno, al che lo invito a uscire che la festa e’ finita. Se ne va stizzito ma vuole l’indirizzo della casa e il numero mio per portarmi alla famosa discoteca-casino settimana prossima. Mi invento un numero sul momento, gli dico che non conosco l’indirizzo esatto e gli indico la via del ritorno. Fuori si gela e costui e’ in maglietta, gli occhi rossissimi e il passo saltellante. Maria spera che non si faccia piu’ rivedere. Yo tambièn.
Settimana scorsa l’americano che vive da Maria e’ stato informalmente obbligato a dare 10 dollari a uno che si spacciava per vicino di casa povero e continuava a bussare e disturbare a casa di Maria, dicendo che lui era povero e loro ricchi, ergo gli dovevano dei soldi per stare li’. Tanti vivono alla giornata minacciando o chiedendo.
A dormire alle 7:00 a.m.
Ciao alla prossima!
Birre colombiane
Nota Tre – Citta’ del Sale e piu’
Ciao, continuo con le notine di viaggio dall’ostello di Cali e dal Cafè internet dell’Avenida sesta angolo 17 norte…
7 NOVEMBRE – Lunedì bogotano…
Si dorme qualche ora. Come sempre la luce m’impedisce un sonno profondo quindi gia’ alle 11.30 sono attivo e ho voglia di fare il minestrone proprio come una
casalinga inquieta la domenica mattina. Va beh, esco a prendere frutta e parlo un po’ con la siora graciela del negozietto all’angolo e gli appiccico una cartolina di Roma (monumento a Vittorio Emanuele) su uno scaffale così come ricordo. Lei sembra apprezzare stupita. Manca una pentola grande da Maria quindi chiedo aiuto alla signora che mi manda dal marito di una pittrice a chiederla. Entro in casa e il ragazzo, gentilissimo, mi fa scegliere un pentolone adatto all’opera. Mi fa vedere un po’ di quadri della moglie che si ispira abbastanza a Modigliani.
La giornata scorre tranquilla mentre riposiamo e degustiamo la zuppa di verdure che e’ venuta bene e ci sfama per pranzo e per cena.
Si fa in giro al Cafè del Museo Botero e all’internet per scaricare le foto dalla macchina digitale alla memory stick.
Tarantola
8 NOVEMBRE – Martedì a Zipaquirà, poi cena d’addio
Risveglio timido. Ore 7.00.
Colazione con Maria e camminata mattutina fino alla calle 19. lei va al lavor e io alla stazione degli autobus dove compro due biglietti: il primo per Zipaquira’ oggi; il secondo per Cali, già nel sud del paese per mercoledi’.
Parto alle 9.00 per Zipaquirà. Musica a palla della Radio Candela sul bus, salsa e vallenato per due ore.
Becco una versione salsera di Piccola e Fragile dopo la quale preferisco sentire i subsonica in cuffia col lettore MP3 pur rinunciando al folclore musicale del posto.
Zipaquirà e’ la citta del sale per le immense riserve saline che si trovano nelle montagne intorno al pesino. Qui c’e’ una cattedrale di sale scavata nella montagna che si puo’ visitare entrando da un lato di una mina importante. La piazza centrale e’ spettacolare, i balconi dei palazzi signorili mozzafiatto e l’atmosfera vibrante e solare. Scatto foto alla gente, i lustrascarpe, i perdigiorno, i bambini e gli anziani del villaggio raccolti agli angoli della piazza e dinnanzi alla cattedrale barocca, sobria e color de la tierra.
Scalo la collina del Rotari Club del paese e in cima c’e’ un mirador che domina tutta la vallata, la cittadina e la salina principale.
MUSE(ANDO) Meno di 5 dollari includono la visita guidata di un’ora alla cattedrale di sale. Entriamo in 5 in questo tunnel scurissimo e percorriamo circa un
chilometro sotte terra (oltre 30 metri di profondita’) e la guida ci illustra tutte le stanze. In ognuna c’e’ una croce enorme di sale e calcare con degli altari o dei santi scolpiti che simboleggiano le tappe della passione di Cristo. Infine la navata centrale immensa che puo’ ospitare fino a 5000 persone e’ sovrastata da una croce che da lontano sembra cilindrica mentre in realta’ e’ una croce scavata a vuoto nella parete che crea una illusione ottica molto speciale. Spero che le foto della mia macchina Canon (normale) non vengano scure come quelle della digitale che ho appena scaricato con certa delusione…
All’uscita compro un piccolo opuscolo illustrativo e mangio tre tipi di pane locale (el pan de bono di nuovo e il “pan de yuca”, una specie di tubero comune
in tutto il Sudamerica).
Cattedrale di Zipaquirà, dintorni di Bogota’
PERIFERIE…
Verso le 15.30 sono gia’ di ritorno nella capitale e chiedo all’autista dell’autobus di lasciarmi in una zona comoda per tornare alla candelaria. Peccato che
di Candelarie ce ne siano due. Una nel centro, dove io vivo, e un’altra periferica arroccata sulle montagne che, per chi conosce citta’ del Messico per esempio,
non e’ sempre la zona piu’ sopraffina… Sbarco quindi nella candelaria, quella brutta, e una ragazza mi consiglia caldamente di prendere un bus per tornare in centro il piu’ presto possibile. Potrei anche sembrare colombiano qui, ma lo zaino nike e le macchine fotografiche, che irrimediabilmente vorrei tirare fuori per captare queste nicchie di esclusione urbana, mi tradiscono.Provo a fare una foto con la digitale ma si scarica al primo tentativo. La strada non e’ asfaltata, c’e’ un san bernardo grasso e sporco che cerca “il suo osso” in un cumulo d’immondizia. Due vagabondi gli fregano il meglio del pranzo. Un fuoco mezzo spento emana un fumo pungente e diffuso. Vari meccanici sono indaffarati a smontare un minibus sul marciapiede ed altri passanti aspettano il microbus per il centro insieme a me. Dietro di me s’alza una collina invasa dal cemento di casette pericolanti senza nessun servizio ne’ connessione con la modernita’.Insomma, un quadretto da sogno.
Torno in centro, a casa e poi da Maria nel suo ufficio nel nord della citta’. Sulla strada ospito una ragazza sotto il mio ombrello visto che piove e bisogna essere gentili. Parliamo del piu’ e del meno per 10 minuti di strada e ed il suo intercalare e’ curioso perche’ include molti “si, si señor” ripetuti all’eccesso piu’ di quanto un bresciano o un toscano possano ripetere una bestemmia in una conversazione sulla locale squadra di calcio.
Maria mi porta a bere coi suoi colleghi della ONU (dopo avermi fatto vedere gli uffici con panorama sulla urbe che avevo appena attraversato dal sud al nord estremo) e poi la invito a cenare (solo io e lei) nelle vicinanze, zona rosa. Ceniamo delle deliziose tostadas fatte con le banane fritte (patacones de platano) su cui mettono pezzi di pollo e formaggio fuso con salsa nicaraguense di pomodoro rosso.
Prendiamo anche dei filetti di carne assetati di sangue e li pucciamo avidamente nella salsa di prezzemolo della casa. Dolce al cocco (pai de coco) con gelato. Pregio.
Torniamo in taxi a casa velati da un alito indinstiguibile di tristezza e stanchezza, due sorelle che si giustificano a vicenda. Mi sono un po’ abituato alla sua presenza e alla vita quotidiana che quasi quasi rimarrei qui. Glielo sussurro scherzando e si ride un po’. Invece no, domani si parte. Hay que dormir.
Giornata lunga come la mail.
Hot Dog
9 NOVEMBRE – Viaggio a Cali
Alle 7 parte il bus per Cali. Sveglia a las cinco y media. Saluto Maria con tristezza ma so che ci rivedremo. Mi distraggo chiacchierando col tassista e sull’autobus per Cali cerco anche di recuperare il sonno visto che ho a disposizione due posti.
L’Espresso Bolivariano e’ roprio un bel pezzo d’autobus, con TV e bagno. Costa sui 20 dollari e ci mette 9-10 ore raggiungere la terza citta’ colombiana che ha circa 1 800 000 abitanti, e’ una delle capitali della salsa a livello continentale, ha le piu’ belle donne del paese (secondo i bogotani) e un clima tropicale.
Pausa pranzo alle 11 in un restaurante di transito.
“Mingitorio” affollattissimo tipo stadio Azteca durante la partita Americas-Chivas o giu’ di li’. Il bagno praticamente e’ una parete dove si orina guardando negli occhi il vicino. Trucido.
Al ristorante prendo un pollo sicuramente affetto da febbre Aviaria e lo lascio dopo averlo spellato con poche intenzioni. Mi concentro quindi sullo stopposo
contorno di banane e patate fritte.
Mi lamento due volte con il conducente pèr la musica altissima. Lui risponde gentilmente e abbassa. 10 minuti dopo mette su un film ancora piu’ alto, ni modo. Due ore di violenza con moralina finale e trionfo dei valori americani piu’ sfumati e imprecisati possibili nella profonda amazzonia brasiliana. Bullshit.Comunque ci si fanno delle risate.
Alle 5 di pomeriggio sono a Cali e il taxi mi porta all’Ostello Iguana, gestito da degli svizzeri e un tedesco. Scendo in mezzo alla stradina dell’ostello due ragazzi nordici (lo svizzero URS e il tedesco Robb) stanno gridando circondati da una selva di medio borgesi colombiani e da un guardiano del Fitness Club che si trova giusto di fronte all’ostello. Il gurdiano minaccia di scuoiare il tedesco con il machete che ha li’ nascosto (ed e’ vero) e il tedesco, alto almeno il doppio di questo, gli chiede dove e quando. Lo svizzero cerca di recuperare con frasi diplomatica la ormai deteriorata relazione di vicinato, elemento tanto importante nelle relazioni sociali cittadine in Amèrica Latina…
Beh, in pratica il tedesco stava difendendo un ragazzino di strada che, secondo il guardiano del club, avrebbe rubato una bici e stava rischiando d’essere linciato dal guardiano stesso e altri avventori del simpatico snob fitness crap.
Dopo un’ora il guardiano affilava il suo machete sulle scale del club ma le acque s’erano calmate.
URS si scusa e mi offre una birra come accoglienza nell’ostello. Intanto io faccio 4 chicchiere con Marc, un altro svizzero da mesi in giro per l’America del
Sud. Suona alla radio una canzone di salsa ben strana:”…era un amor higiènico…la la la…sin problemas de virus…lalala…era un amor diferente…”.
Esco a fare un giro. La via sesta e’ l’obiettivo a portata di mano. Piena di ristoranti, discoteche e bar rappresenta il centro della vita notturna per i caleños. Entro al ristorante “Il Balocco” per provare qualche piatto misto italo-colombiano ma desisto dopo avere ucciso uno scarafaggio che gironzolava perduto sul menu’ tra la pasta a la boloñesa e le arepas con arroz…
Meglio prendere piu’ avanti un sandwich da portar via.
All’ostello cucino anche un risottino alla milanese (giallo) e vedo insieme a un belga e un messicano (Vicente) la fine della partita dei Pumas di Citta’ del Messico con i brasiliani del Corinthios (vince Pumas 3-1 ¡Universidad!). Il belga offre un ron di Medellin a tutti e non rinuncio ai due bicchierini di benvenuto nemmeno io.
Finito il match conosco Francesco, un italiano immigrato qua in Colombia che e’ socio di una disegnatrice di moda colombiana con cui e’ pure stato per un periodo, giustamente. Lui e’ molto amico di uno dei gestori, il tedesco che rischiava di essere macellato nel pomeriggio. Andiamo tutti e tre felicemente a fumare una canna in lavanderia. QUA LE VENDE IL “PAPER BOY”, che e’ un signore che passa al mattino e grida I NOMI DEI GIORNALI e poi ci mette dentro anche un trombone gia’ fatto a richiesta (prezzo 1000 pesos, mezzo dollarre scarso).
Prima di andare dormire bevo un succo d’arancio da Francesco che vive a una via e conosco la sua compañera de trabajo, la stilista (credo anche modella) Marìa—
Nottata con mal di testa e zanzare assassine. Per fortuna salvo la nottata con l’Autan e tanta buona volonta’.
Ciao a presto! Fab
Nota Quattro – Cali, Colombia matta
10 NOVEMBRE - Hostal de Cali, Ciudad…
Mi sveglio col mal di gola atavico. E tossico. Vado in giro tutta la mattina con il Messicano-Statunitense Vicente. Praticamente ha lo doppia nazionalita’, cioe’
messicana-americana ed e’un degno rappresentante della cultura chicana che sta conformando tutta una zona di frontiera tra gli Stati Uniti e il Messico (3000 km di frontiera lungo il Rio bravo dove lo spagnolo vince sull’inglese ma il dollaro vince sul peso).C’e’ chi, come il poco acuto samuel huntington, ha sostenuto che
i messicani vogliono riprendersi con l’emigrazione le terre che furono loro strappate (con compravendite, guerre e annessioni) negli anni 30 e 40 dell’ottocento dagli Stati Uniti, animati dal fervore espansionista del loro Destino Manifesto.Evitando considerazioni razziste, la cultura chicana sta consolidando una identita’ particolare distinta da quella puramente anglosassone e da quella messicana d’origine:
religione cattolica e pragmatismo, etica del lavoro e rispetto della collettivita’ e della famiglia, cucina
tex-mex e bilinguismo sono solo alcune delle apportazioni che stati come Clifornia e Texas stanno vivendo nonostante i Terminator e i Rangers non muoiano mai ad Hollywood e dintorni.
Bene, la citta’ e’ calda, tropicale, umida, amichevole e piacevole. I colombiani sono cosi’ salvo certe inclinazioni al disordine e alla violenza istituzionalizzata che ne amplificano il fascino quasi surrealista, tanto nel carattere come nelle situazioni che vivono e fanno vivere a chi spizzica la loro cultura per qualche settimana.
Andiamo in un centro commerciale, il CIPI CIAPI, a rifarci un po’ gli occhi e cercare il caricatore di batteria per le mie pile del lettore mp3 e delle scarpe per Vicente, insuccesso su tutti i fronti.
Giriamo quindi nel centro storico sempre a piedi. La piazza centrale affollata con bellissime palme piu’ alte del normale e sottilissime. Niente di particolarmente notevole salvo la chiesa monastero della Merced e quella di San Francisco, molto vicine tra loro. Compro della frutta per strada e assaporo la varieta’ tropicale nel suo splendore per solo un dollarino meritato. Il calore ci mette alla prova e quindi si torna verso l’Hostal Iguana.
POMERIGGIO. Conosco un australiano, che poi e’ quello che dorme nella camerata da tre letti in cui sto io, facendogli da traduttore dopo che ci ha messo quasi 10 minuti per chiedere alla ragazza della reception il prezzo delle pagine stampata al PC. Mi dice che sta male e decido di accompagnarlo a una clinica vicina perche’ possa interagire coi dottori in spagnolo. Mi spiega che ha molto catarro e lo dimostra sputandone certe quantita’ imprecisate lungo il cammino. Spero non mi attacchi nulla visto che anke la mia situazione sta risultando ogni giorno piu’ precaria per gli sbalzi di temperatura e l’afa. Gia’ ho iniziato a prendere uno sciroppo dal sapore orribile contro le infezioni della gola ma mi sto assuefacendo progressivamente e quasi mi piace.
Le cliniche private funzionano col sistema americano e, anche se sono le migliori in certi casi, non convincono Christopher (l’australiano) visto il deposito di 100 dollari che chiedono a priori. Si torna in ostello dove conosco LUZ MARINA, una perla colombiana di venti anni che e’ arrivata col suo ragazzo israeliano all’ostello. Lavora in un ristorante italiano a Cartagenas de India, grida quando parla e si muove con poca leggiadria ma sensualita’ da vendere.
NOCHE BUENA (la prima)
Cali e’ bella per la rumba. Las noches “bacanas y Cheveres”. Nessuna discoteca fa pagare l’ingresso. Non tanto per i musei quanto per la sua vitalita’ ed il
festival di salsa piu’ importante del Sudamerica verso meta’ dicembre. Ma anche prima si balla e si esce.
Usciamo quindi in una avenida sesta un po’ spenta e finiamo nell’unico locale disco un po’ pieno (gente superiore ai 30). Io, Luz Marina, Vicente (messicano),
Chris (belga), Chris (australiano), Marc (svizzero) ci lanciamo con la salsa, il reggaeton e il locale Vallenato (un genere tropiacale particolare tra la cumbia e la salsa).
Luz Maria mi racconta la sua triste storia senza problemi durante la serata. Sua madre l’aveva praticamente abbandonata a se stessa verso i 12-13 anni. La sorella aveva gravi problemi e le ha chiesto di prostituirsi una volta con un signore per aiutare a risolverli. Luz aveva 15 anni allora e per 4 anni ha continuato ad andare a letto con gente come lavoro. E’ una ragazza sensibilissima e aperta, e’ avventata e innocente quasi all’estremo.Vive di eccessi nel bene e nel male credo. Dice che non hai mai risparmiato un soldo e che ha sempre dato tutto alla madre e alla sorella. I ragazzi “seri” che ha potuto conoscere l’hanno tradita con qualche amica. Sembra una invenzione letteraria (vedasi l’ultimo libro di Garcia Marquez, Memorias de mis putas tristes), ma giuro che il suo tono non era affatto scherzoso e in Colombia (ma non solo) si sentono abbastanza storie di questo tipo. Solo che questa la sto conoscendo direttamente e davvero non so che dire. Lei ha scoperto cosi’ “l’amore” finche’ un italiano con il ristorante ha deciso di aiutarla e di darle il lavoro a Cartagena.
Poi ha conosciuto il suo ragazzo attuale, un israeliano che viene spesso in Colombia e la porta in giro per il paese. E’ un po’ matta questa ragazza, beve tantissimo e balla come una diva anche le canzoni piu’ banali.
Verso sera si torna all’ostello e arriva tutta la banda. Dalla una e mezza per un paio d’ore Luz Marina obbliga tutti a bere sorsate assassine di Ron de Medellin puro finche’ non fa piazza pulita. Uno ad uno gli “ospiti” si ritirano e lei rimane con un gringo.
Io m’addormento sull’amaca nella sala comune e un’oretta dopo mi accomodo nel mio letto ancora con il tormento delle zanzare.
Viaggiatori di Cali
Ragazza di Cali con viaggiatore provato
Chiese di Cali
Cali- Palazzo del governo
VENERDI’ 11 NOVEMBRE – Gite sfumate – Nottate impreviste…
Da qui la gita in giornata piu’ rinomata sarebbe quella di San Cipriano. E poi eventualmente continuare verso Bonaventura. San cipriano e’ a meta’ strada tra Calia e Bonaventura che si trova sulla costa pacifica ed e’ un buon punto di partenza per le spiagge del sud del Choco’. Dicono che non ci sia piu’ pericolo in queste zone.
San cipriano e’ un villaggio carino la cui attrazione e’ il percorso in una specie di treno rudimentale azionato da braccia umane. Nessuno dei frequentatori dell’ostello visitera’ San Cipriano, almeno che io sappia. Troppo ron forse e poi una pioggerella poco propizia per una gita all’aperto. Meglio preparare una pasta al sugo in colletta e pensare alla serata oltre che a recuperare le forze e la salute sempre barcollante.
NOTTE LUNGA
Dalle 19 alle 22.30 si sta tutti nella stanza di Luz Marina che, gia’ mezza ubriaca, serve Cuba Libre senza moderarsi. Beviamo mentre una coppia un po’ stanca e
un gruppo di svedesi si appollaiano nel giardino e rifiutano le offerte di socialita’ che luz martina rivolge loro con solerzia e gestualita’ incomprensibili. Mi metto il mio jeans rotto e la maglietta mezze maniche nera dell’Heineken, porta fortuna. Intanto arrivano due colombiane, amiche di Magdaline, una specie di fidanzata di Daniel, tedesco in visita all’ostello. Questa Magdaline era gia’ stata vista la’ due mesi prima insieme ad un altro turista da Marc lo svizzero…caso strano ma nulla di male.
Le due amiche sono un po’ timide ma vestite da serata grande. Si chiamano Elizabeth e Leslie. Usciamo con due taxi pieni e una macchina delle colombiani tipo
gita scolastica. Destinazione il Chango’, zona sud, periferia. L’entrata e’ gratis e il posto promette bene. La folla giunge presto e la musica latina riempie i nostri cuori e le nostre coppe. Mi butto sulla birra per non eccedere e ballo molto con Luz Marina. A turno tutti parlano con tutti e anche io conosco finalmente la bella Leslie. E’ alta un metro e settanta, pella trigueña (cioe’ scura), molto contundente, lienamenti indigeni ed occhi un po’ a mandorla. Molto carina, mi fa sentire davvero timido all’inizio. Parliamo tranquillamente e all’uscita rimaniamo in macchina assieme, io, leslie, elizabeth (alla guida), l’australiano Chris e il belga Chris.
Appuntamento al Forum o al Praga, a nord, vicino all’ostello.
Le ragazze ci propongono di andare a mangiare ma il belga decide di tornare in hotel una volta arrivati in zona. Noi continuiamo a parlare anche se Chris non spiccica una parola di spagnolo. Davvero e’ un personaggio curioso ma simpatico e amichevole.
Mangiamo qualcosina ma e’ ora di smicciare perche’ il fast food inizia a puzzare di fritto. Usciamo e cerchiamo le discoteche in cui avevamo un appuntamento. Intanto Leslie si stringe a me dicendo di essere un po’ stanca.
Forse sono gia’ le 2 o le 3 ma non importa.
Parcheggiamo di fronte all’ostello e, con efferata spontaneita’, i due di fronte a noi cominciano a baciarsi appassionatamente. Io e Leslie ci guardiamo come complici di un furto e cominciamo a cercarci lentamente. Dopo dieci minuti ci interrompe la polizia in tenuta d’assalto e controlla i documenti. Allora Elizabeth propone di andare tutti insieme ad un Hotel nelle vicinanze e affittare due camere. Decidiamo di andare e passiamo la notte la’ in tutta tranquillita’.
Leslie e’ colombiana ma e’ venuta su (molto) in Ecuador, paese che ha dovuto lasciare circa tre ani fa. E’ molto dolce e allo stesso tempo sicura di se, giocosa, cosi’ bambina e anche donna matura con un figlio di 5 anni (Joel) che ama e da cui e’ amata. Mi sembra perfetta, dai suoi occhi eternamente castani, al suo colore caffe’ indelebile e vicino.
Alle 9 usciamo tutti e quattro dall’hotel, un posto carino e confortevole. Emmi sento felicemente strano.
Io e leslie facciamo battute sulla situazione che a tratti e’ un po’ imbarazzante, ma che subito diventa normale grazie all’arma dell’ironia e la spensieratezza. Ci passiamo i numeri e tutti a nanna per davvero.
Ciao a dopo, Fabrizio (ora sono a Popayan, per la cronaca).
Nota Cinque – Cali ancora per poco
12 NOVEMBRE – POST
Prima di rimettermi a dormire dopo la nottata passo a vedere che succede nell’ostello…sono solo le nove ma quasi tutti sono gia’ (o ancora) svegli dalla notte
precedente. Saluto e vedo che dice Luz Marina, la quale mi accoglie alquanto adirata. Anzi, incazzata.
Le chiedo perche’ e mi dice che l’ho piantata in asso.
Mi scuso regalandole un soleluna di ceramica di quelli che vendono a coyoacan, citta’ del messico. E’ contenta e inizia a raccontarmi di come vanno le cose
con il suo ragazzo e mi obbliga a bere un altro sorso di ron con la forza (e ne ha da vendere). Non era la colazione che mi aspettavo ma dopo una bella chiacchierata ci salutiamo, le spengo la luce e me ne vado a dormire.
Verso le 4 del pomeriggio arriva in bicicletta un sessantenne tedesco con un cappellino di gore tex in testa e polpacci marmorei. Ci racconta che arriva da Los Angeles, città che lo ha adottato molti anni fa.
Ultima tappa, solo 130 km. E noi li’ stanchi per una tazzata di ron e un po’ di clima tropicale. Diventa subito l’idolo dell’ostello. Sciacquo dopo un quarto d’ora perche’ ho un appuntamento con Leslie alle 17.30.
18.00. centro commerciale El Palmeto. Enorme, nulla da visitare salvo i soliti franching globali e le decorazioni di Natale. Leslie sembra tardare, gia oltre la canonica mezz’ora messicana o mediterranea.
Un tipo, anche lui in attesa di una sua amica, mi propone di berci una birra alla faccia loro e mi suggerisce di adottare lo stile colombiano che ha successo. Cioe’, se ti fanno aspettare, falle aspettare anche tu e di piu’. Io leggo un chiaro occhio per occhio, dente per dente che non mi piace molto.
Poco dopo arriva Leslie (per fortuna senza tacchi) e ci sediamo al Gran Steak dove i Cortes Argentinos valgono la pena per un pugno di 7 dolari.
Andiamo al famoso mirador della citta’, una escursione irrinunciabile di sera. Panorama completo, coppie rilassate sui prati, pagliacci, teatranti di strada, signore con birre e stuzzichini, musicanti occasionali in una atmosfera quasi estiva da riviera. La notte calorosa scorre piacevole in avvicinamenti intensi.
Leslie mi racconta molto di se e dei suoi trascorsi in Ecuador dove piu’ l’economia familiare fioriva e piu’ sbocciavano nuovi problemi. Gelosie locali in contesti
poverissimi ruggivano contro i nuovi arricchiti commercianti di fagioli e si scagliavano contro la sua famiglia. Quasi moriva la quindicenne Leslie nella sua villa di provincia mentre il padre e il fratello erano assenti. Il padre, comunque innocente, la vendica e deve riparare in un’altra citta’ (la madre da anni non viveva con loro). La’ le cose riprendono anche meglio di prima ma un fratello disperato iniziava un commercio illecito. E ancora problemi. Per le colpe del fratello tutta la famiglia viene accusata e ci vanno di mezzo anche Leslie e suo figlio di un anno e mezzo d’eta’. Il padre e il fratello finiscono in galera. Quest’ultimo ci rimane mentre il padre riesce a uscire visto che non ha commesso nessun reato anche se i loro beni sono pregiudicati e li stanno ancora recuperando. Leslie e il suo ex marito tornano nella nativa Cali, citta’ dove io mi trovo.
13 NOVEMBRE – DOMENICA DEGLI ADDII
Bene, non volevo entrare troppo nei dettagli difficile e piu’ personali della vicenda che e’ stata un caso pubblico in Equador all’inizio del nuovo millennio.
Ci godiamo una colazione con huevos pericos (alla colombiana, cioe’ strapazzati con pomodoro), succhi tropicali e brioche.
Verso le 13.15 sono all’ostello. E’ il compleanno dello svizzero Marc. Si va a mangiare un Sancocho (cioe’ una meravigliosa zuppa di gallina locale) compreso in un menu’ di comida corriete a soli 3500 pesos (1.6 dollari).
Serata di festeggiamenti all’ostello con ron e torta per Marc, e’ anche il giorno dell’addio dato che tutti i protagonisti della settimana loca qua a Cali se ne stanno per andare o hanno appena lasciato la citta’.
Arriva anche Leslie per un po’ e poi viviamo l’ultima avventura del week end lungo (e’ domenica ma anche domani sara’ vacanza per il ponte: in Colombia tendono a fare vacanze i Lunedi’ anziche’ in settimana e cosi’ organizzano tutti ponti e le vacanze).
Il figlio di Leslie dormira’ a casa sua questa sera dopo un giorno dalla nonna. Leslie non lo aveva previsto ma mi chiede se voglio rimanere la’ una volta che lui si sia addormentato. Le dico che non c’e’ problema per me ma che forse e’ un po’ rischioso. I vicini potrebbero vedere e lei stessa mi dice che in pratica non invita mai nessuno. Alle 22.30 ci lasciamo e lei passa a prendere il figlio. Io aspetto la chiamata all’ostello. Quando sono quasi addormentato Leslie mi chiama e mi dice l’indirizzo in cui aspettare. Vado in taxi la’, una zona piuttosto popolare. Aspetto in una stazione di servizio. Vedo la sua macchina e salto su. Mi nascondo sotto il cruscotto tappato da un sacco di patate e da una elegante giacchetta azzurrina. Entriamo senza che il custode della unita’ abitazionale mi possa scorgere.
Siamo in una via circolare di villette a schiera e la sua e’ la quarantaseiesima. Mi fa vedere con orgoglio la sua casetta a due piani e poi entriamo di soppiatto nella camera da letto dove rimaniamo fino alle 4 del mattino. Poi BUM, sveglia brusca nel mezzo del sonno REM e di un sogno. E’ Joel, suo figlio, che vuole assolutamente dormire con la madre e sta bussando alla morte. Lei mi scuote e mi dice di fare presto, recupero la mia camicia bianca della Prodest Milano e mi imbosco nel bagno attiguo alla camera. Aspetto seduto sulla tazza riprendendo volentieri il sogno lasciato a meta’ e poco dopo, non appena sento il segnale di Leslie, fuggo in punta di piedi fuori dal bagno e dalla camera mentre il pargolo sonnecchia girato dalla parte opposta. Emozione e sonno si mischiano e nel frattempo Leslie mi porge tutti i vestiti poco a poco. Aspetto nella stanza del figlio, mi vesto e ricevo la consolazione di Leslie per il sonno interrotto. Le dico che ero preparato e che ad ogni modo sarei dovuto uscire alle sei comunque dato che abbiamo pianificato una partenza spaccasonno per Popayan con Chris l’australiano folle e Marc lo svizzero. Ci salutiamo sapendo che sara’ un addio ma anche che, come sempre si dice, todo es posible.
Un beso y a presto, Fabrizio.
Nota Sei – Popayan la citta’ bianca
15 NOVEMBRE – Da Cali a Popayan
Dopo 5 ore di sonno all’ostello e’ ora di ripartire altrimenti Cali non ti molla piu’. Marc e’ pronto, Chris dorme e io inizio a prepararmi. Esco un attimo dall’ostello e soffio via l’immancabile cucaracha (scarafaggio) appollaiata sulla linea della porta d’ingresso con un poderoso calcio di rigore in controsole. Tak, parabola e vola via libera.
Paghiamo il conto. Per me sono 76000 pesos (sui 35 dollari) per 5 notti, 5 birre, una sprite, un paio d’ore d’internet e stop).
Prendiamo un taxi in strada, economico e abbastanza sicuro. Almeno, pare che qui nessuno si preoccupi per i taxi come in Messico.
Ore 11.00. Prendiamo un Mini bus per Popayan a 3 dollari e mezzo. Due neri tipo caribeñi alla guida.
Uno scende ad ogni semaforo per gridare “Popayan, Popayan” convincere la gente a salire su che e’ una bella gita. La cosa incredibile e’ che ci riesce.
Scende a un semaforo e si perde per 5 minuti. Torna con due coppie che passavano di li’. Presto il bus e’ pieno e si viaggia senza interruzioni su una strada panoramica durante due ore e mezza. Faccio foto dal finestrino che e’ una meraviglia: panorami di campagna e cittadini.
L’australiano Chris conosce al volo la sua vicina di posto, sempre senza poter spiccicare una frase compiuta in spagnolo. Le parla, o ci prova, per una decina di minuti, le scatta una foto e addirittura le chiede il numero di telefono per eventuali uscite future. Io e Marc ce la ridiamo apprezzando il coraggio.
Chris viaggia con un lama finto simile a un peluche, tutto peloso e con la faccina interrogativa. L’ha comprato in Peru’ ed e’ la creatura piu’ ridicola forgiata dal lavoro umano. Ciononostante tutti gli scattano foto e dicono di volerlo comprare una volta in Perú, io compreso.
POPAYAN LA CITTA’ BIANCA
Arrivati a Popayan chiediamo gia’ informazioni alla central de autobuses a proposito delle connessioni per San Agustin, sito archeologico spettacolare, e Pasto.
non si puo’ andare da San Agustin a Pasto direttamente, bisognera’ sempre passare per Popayan come snodo.
Andiamo diretti alla Casa Familiar turistica della carrea 5 con calle 3 su consiglio della guida. Costa 10000 pesos per persona (meno di 5 dollari) e l’ambiente e piu’ spartano rispetto all’ostello di Cali. Un po’ piu’ di promiscuita’, meno spazi per la socialita’, acqua calda ma bagni piccoli. Comunuque e’ una buona opzione.Ubicazione perfetta.
Nel pomeriggio visitiamo la cittadina coloniale, tutta bianca. Le case sono rigorosamente bianche, salvo qualche chiesa gialla o color ocra, mentre i tetti di mattoni marroni sporgono da ogni costruzione formando dei corridoi continui in tutto il centro citta’ i quali proteggono il viaggiatore completamente dalla pioggia.
Valgono la pena i balconi, l’architettura in generale e le splendide piazzette che si aprono di fronte alle numerose chiesette disseminate a sorpresa nelle calles e carreras del centro. Molto bella la vista risalendo dalla piazza centrale (dove spicca il complesso della cattedrale del secolo XIX ricostruita, come meta’ della citta’, dopo il terremoto del 1983) per la calle 5 su su fino alla Ermita, una chiesetta presidiata da almeno 20-25 militari, e poi ancora un po’ piu’ su fino alla Chiesa di Belen con panorami quasi toscani sui tetti del paesino.
In realta’ ogni angolo e’ presidiato da militari con funzioni di polizia. C’e’ anche toccata la solita perquisizione con le mani al muro e le spiegazioni sul perche’ della nostra visita e la nostra provenienza. Meglio non arrabbiarsi e collaborare. i militari hanno in media anche meno di vent’anni e nemmeno sanno di si trova il tuo paese, quindi hanno a volte un certo rispetto reverenziale nei confronti dello straniero e piu’ che altro vogliono conoscerti per spezzare la noia durante 5 minuti.
La citta’ si puo’ esplorare in due-tre ore a piedi che, visto il clima fresco, si trasformano in una piacevole passeggiata. Da notare anche i patii, i cortili interni e le statue dei libertadores sparse nelle piazzette. Di notte le case e i monumenti sono illuminate superbamente e scaldano l’atmosfera generale. Ci sono ristorantini aperti fino alla prima serata che offrono la comida corriente o alla carta.
Dopo cena (al cinese perche’ avevamo molta fame) ci lanciamo in un taxi e gli chiediamo di portarci a un locale o bar con musica. Arriviamo all’Alambique
affianco alla stazione degli autobus. E’ quasi vuoto ma bastano 4 ragazze accompagnate da alcuni cugini per animare le danze. L’australiano si lancia subito anche
se non sa ballare. E’ davvero l’assassino della timidezza. Passiamo una bella serata di salsa e reggaeton con il gruppo di colombiani. Le ragazze hanno solo 16 anni ma sono amichevoli e hanno voglia di ballare e bere una birra. I cugini ci offrono della Aguardiente, una specie di grappa all’anice che sembra piu’ un Contreau. Muy bien. Stremati torniamo all’hotel familiar alle 2:00.
Una nota sulle guide turistiche. Quasi tutti hanno la Lonely Planet del sud america, edizione 2002 come la mia o la 5a edizione nuova. Anche la Fottprint sembra
buona. Purtroppo le guide generano un modello di viaggio piuttosto uniforme tra i backpackers. Ad ogni modo sono molto utili ma solo se unite a delle buone
chicchierate con la gente del posto e gli altri viaggiatori, alla visita di siti internet e lettura di opuscoli oltre che a un po’ d’istinto e buon senso personale…
Bueno, hasta mañana…
Popayan-Catedral
Popayan centro-Lama
Popayan
Nota Sette – Pueblos del sur: Silvia y San Agustìn
Siamo al 15 NOVEMBRE – Rumbo a Silvia
Martedi’ con intenzioni. Succo e caffè. Download delle foto gia`alle sette del mattino. Con la digitale e’ praticissimo e si trovano sempre i cafè internet, almeno per ora.
Alle 9.30 siamo tutti e tre alla stazione degli autobus per andare a Silvia, a 60km da Popayan. E’ un villaggio con un bellissimo mercato proprio il martedi’. Tutti i gruppi indigeni della regione convergono qui per il mercato e quasi non ci sono turisti. Le comunita’ di Guambianos, originarie della Bolivia da dove furono portati come schiavi fino alla Colombia, scendono in citta’ per vendere verdura, frutta e artigianato con i loro vestiti tipici: un poncho viola-blu, un cappello a cilindro nero o grigio e scarponi da montagna. Il colpo d’occhio sulla piazza della cattedrale e’ spettacolare, invasa com’e’ da orde di commercianti e viaggiatori andini.
Il cuore del mercato brulica di gente e bancarelle con patate, oltre 10 tipi diversi, frutta e tessuti. Ci dedichiamo a comprare una merenda di frutta e succhi anche per potere avvicinarsi e chicchierare un po’ con i commercianti, cercando di scattare qualche foto nel frattempo; la pratica e’ comunque poco gradita.
Mangiamo in un ottimo ristorantino che serve la Bandeja paisa, cioe’ il piatto unico con sopa e pane a parte.
I Guanabianos salutano in un modo molto peculiare nella loro lingua. Non dicono buongiorno o buonasera a seconda del momento della giornata, piuttosto il loro saluto si basa sul tempo atmosferico o l’attivita’ che uno sta realizzando. Per esempio, qualcosa del tipo “Buon sole o buona nebbia”, “Buon lavoro o buon
raccolto”, o magari “che le piacciano le nuvole oggi”.
Alle 14.30 minibus per popayan. Un paio d’ore di viaggio e poi a cena fuori verso sera con due ragazzi inglesi amici di Christofer che sono venuti a cercarlo al nostro ostello. Umore grigio nero e birre.
Ci fermiamo dopo mangiato nel posto piu’ incredibile del pueblo. Una “discoteca”, cioe’ dove si suonano dischi in vinile degli anni 60. Si chiama il Sotareño
ed e’ gestito da un anziano signore con evidenti gusti retro’. Tutto in legno, pareti decorate in ogni angolo, ambiente caldo e musica scelta dalla collezione personale del proprietario esposta su degli scaffali in fondo. Solo classici latinoamericani e stranieri degli anni 40-50 e 60. Ci sono due angolini con tendini e panchina per le coppie ed il bagno degli uomini consiste di una sola parete piastrellata. Da non perdere, calle 8 Kra 5.
L’attualita’ colombiana ci parla della sfida diplomatica tra Chàvez (venezuela) e Fox (mèxico), della negoziazione del Tratado de libre comercio tra Stati Uniti e Paesi andini e dell’approvazione della legge che permette la rielezione del presidente, provvedimento pensato ad hoc per il mandatario attuale, Alvaro Uribe.
I gruppi paramilitari sono in fase di riconversione alla vita civile e progressivo smantellamento. I soldati para vengono madati in alcuni centri di accolgienza, uno anche nella capitale. 2 italiani sono morti. Uno recentemente vicino a Cartagena e l’altro, morto in settembre, e’ stato ritrovato in una fossa presso Bogota’…tanto per la cronaca, avevano qualche commercio in ballo.
Silvia-Plaza central
Silvia-Mercato, patate
MERCOLEDI’ 16 NOV – A San Agustìn
Mattina convulsa ma infine partemnza per San Agustìn, sede di un parco archeologico famosissimo. Io e Chris salutiamo lo svizzero Marc che riparte per Pasto e poi Quito. In teoria lo rivedro’ laggiu’ tra una settimana o poco meno.
Viaggiamo con la Cootranshuila per una decina di dollari. Sono minimo sei ore in strade sterrate di montagna.
Mi siedo vicino al finestrino in previsione dei panorami da captare con la digitale o la Canon normale. In effetti sono sarò deluso. dopo la prima mezz’ora, inizia una serie di viste mozzafiato su scarpate, campagne e cascatelle. Il percorso e’ lungo e lo sterrato non perdona: botte, sbandate, lentezza e tanta voglia d’arrivare. Il conducente fa un paio di pause per le necessita’ basilari e una per il pranzo.
Il panorama comunque allevia le pene del turista.
Nel frattempo leggo El tiempo dove c’e’ la foto di una Miss Colombia in ottima forma, e’ la cugina di Shakira.
Il bus ci lascia a 5 km dal centro e li’ aspettiamo una bella mezz’ora il passaggio di un collettivo o di qualunque altro mezzo disposto a portarci fino a su.
Alle 5 siamo gia’ all’ufficio turistico di San Agustìn dove ci vengono illustrati tutti i tour disponibili.
In praitca sono due: uno in jeep piu’ lungo dal costo di 25000 pesos (sempre che si raggruppino almeno 5-6 persone) e uno a piedi e a cavallo sui 30000 (14
dollari) a persona. Come sempre le informazioni sono un po’ vaghe per venire incontro alle aspettative de visitatore…
Andiamo diretti all’Hotel El Jardìn che sta li’ a due blocchi dalla via principale. Questa e’ rumorosa e al mattino presto i taxi ti svegliano a colpi di clacson
e gli strilloni gridano le destinazioni Popayan e Pitalito…
L’hotel e’ vuoto quando arriviamo ma ci piace ed e’ economico, sui 4-5 dollari. Abbiamo una camera e un bagno nostro con acqua quasi calda. Non so ancora
perche’ ma spesse volte Chris accoglie le gentili signore che ci illustrano i benefici dei loro alberghi con una sonora scoreggia. Forse ha qualche problema che non voglio approfondire o semplicemente sente una certa soddisfazione nella liberazione pubblica del suo giogo intestinale. Va beh.
Riposiamo e dopo cena ci lanciamo nell’unico locale con degli esseri viventi dentro. La cittadina vive nella via principale che collega la piazza alle fermate degli autobus e taxi e i locali principale per bere e mangiare sono uno a pochi metri dall’altro.
Saliamo al piano di sopra di un ristorante dover un jube box fa la serata. Balliamo con delle universitarie che sono a San Agustin per un “lavoro sul campo”. Quando vanno via parliamo un po’ con un gruppo di inglesi che avevamo intravisto alla stazione degli autobus e all’ostello-hotel di Popayan.
GIOVEDI’ 17 NOVEMBRE – Rovine a cavallo e scottature
Oggi prendiamo il tour per le rovine di San Agustine il relativo parco archeologico. Alle 8 siamo in piazza, colazione con biscotti e acqua. Nutriente! La guida che troviamo nei pressi dell’ufficio turistico ci scorta fino al cortile dove tengono i cavalli. Mi tocca un ronzino grigiastro chiamato Moro. La guida si chiama Libardo e ha una sorella che vive a Milano dove s’e’ spposato con un compaesano mio. Felicidades…
Il tour prevede circa 4 ore a cavallo. Le gambe vengono desensibilizzate e la schiena messa a dura prova. Il sole ci brucia, meno a me e molto piu’ all’australiano. E’ piacevole risentire il sole sulla pelle e respirare la montagna profondamente. Giriamo tre siti a qualche chilometro l’uno dall’altro.
Fondamentalmente ciascuno ha alcune sculture risalenti al 3000 ac e fino al 1400 dc, ben conservate e protette. Figure animali e umane si alternano a sculture colossali e case di pietra. Le foto si sprecano.
Vediamo i siti de la Chaquira, el Tablòn, el Purutal e la Pelota. Infine verso primo pomeriggio arriviamo all’entrata del parco archeologico che si percorre a piedi in tre ore.
Una coca e un po’ di foto con i bambini in gita scolastica.
L’entrata e’ meno di tre dollari. C’e’ un piccolo museo di antropologia all’entrata dove io e Chris facciamo foto molto idiote. Una in un sarcofago, per fortuna non visti dai guardiani, e un’altra dando da mangiare delle patatine a una statua di scimmia alta un paio di metri.
Il giardino o parco archeologico si divide in 4 sezioni, las mesitas A, B, C e D. La ultima e’ in realta’ la piu’ vicina al muse mentre per le altre e’ prevista una scarpinata un po’ in salita ma comunque piacevole in vialetti alberati.
La stradina che bisogna seguire sembra corrispondere a quella del mago di OZ e le tre mesitas piu’ l’altopiano finale comensano realmente la fatica. Le sculture colossali e le tombe che via via s’incontrano sono delle perle precolombiane forse simili a quelle Olmeche ma peculiari e divertenti (le forme dei visi e i soggetti sono strane in questo senso).
Alle 4 siamo in paese stremati e scottati. Cerchiamo da mangiare. Sul cammino del ritorno conosciamo una inglese che per caso si trova nel nostro stesso hotel.
E’ in viaggio da quasi due anni ed e’ gia’ passata in parti dell’Asia, in Australia, Nuova Zelanda e Sud America. Liz, cosi’ si chiama, non deve amare molto la sua terra piovosa perche’ e’ stata gia’ 10 anni in irlanda e 2 in svizzera prima di questo giretto intercontinentale che si sta concedendo.
Serata al cafe’ internet e forse birra al bar di ieri.
Domani partiro’ prestissimo per Pasto dove una amica colombiana, che studiava il mio stesso master in Messico, mi ospitera’. A Pasto c’e’ un allarme per il volcano Galeana che si sta riativando proprio in questi gioprni. I paesi vicini sono stati evaquati e forse anche la mia amica con la sua famiglia andranno via per il fine settimana. Comunque mi ha detto che mi lascia le chiavi di tutta la casa dal custode. Penso che abbiamo una grande casa indipendente. Mi ha anche invitato alla loro “finca” fuori citta’ che e’ piu’ sicura. Puo’ essere che sabato li vada a trovare perche’ non vorrei essere troppo invadente da solo a casa loro senza nessuno…
Ciao, un beso, Fabrizio
Scultura nel Parco di San Agustin
Una mesa nel parco di San Agustin
Strada per San Agustin (Colombia sud)
Rovine di San Agustin
Mago di Oz-San Agustin sito
Nota Nove – Quito e dintorni luminosi
MARTEDI’ 22 NOV – DA OTAVALO BONITO A QUITO LINDO
Sveglia non so quando ma presto. Esco dal loculo e “colaziono” al ristorante colombiano della calle Sucre. Decido di mandare in Messico un po’ di roba
perche’ lo zaino e’ strapieno dopo gli acquisti di ieri al mercato. Chiedo un po’ e, dopo essermi procurato una scatola e una copia del passaporte, oltre a 35 dollari e pazienza, vado alla posta locale e mando 4,6 chili in Messico (includendo un maglione un pantalone che mi sembrano inutili per il resto del viaggio).
In questi giorni e’ iniziato un nuovo ciclo del viaggio. Mentalmente perche’ ho cambiato paese, sono rimasto senza compagni o compagne di viaggio e ho alleggerito la borsa dei primi ricordi e del peso inutile. Ho lavato la roba sporca, mi sono riposato e nutrito in questi ultimi 3-4 giorni e mi avvicino al mese di viaggio, indi, un nuovo ciclo anche nell’umore.
Smiccio dall’hotel e alle 10.20 sono sul bus per Quito che arrivera’ in meno di due ore. La stazione e’ uno spiazzo in terra battuta dominato da una costruzione
che emana un forte odore di ganja. All’entrata c’e’ una bancarella di DVD in lingua locale (il “pagayi” credo) e CD pirata che inonda di musica tipica l’ambiente circostante con le vibrazioni del gruppo “Poder Negro”…
Nel mezzo due enormi pompe di benzina con la scritta “Petroworld”.
L’assistente di bordo grida fortissimo “A quito, a Quito” manco stesse andando a fuoco il bus e tira su gente fino ad esaurimento posti nel giro di mezz’ora.
Il costo e’ minimo, solo 2 dollari.
Sull’autobus una nota curiosa. E’ la prima volta che vedo appesi ad ogni sedile dei sacchettini di plastica tipo aereo. Penso subito all’eventualita’ di una strada tanto tortuosa da stimolare il vomito. Ma forse sono solo dei cestini.
Il BusMovie di oggi e’ un VCD pirata americano, come sempre…
Taxi dalla stazione di quito per 3.50 $ e dritto all’ostello Centro del Mundo, il solito della guida.
Mi hanno dato dati allarmanti sulla Nuova Quito e il quartiere Mariscal dove si trovano quasi tutti gli ostelli stile europeo. Si parla del 50% degli ospiti derubati durante la notte nelle vicinanze secondo voci e notizie ricevute in Colombia da altri backpacker. In realta’ basta stare un po’ attenti, usare i taxi, uscire in gruppo e, se soli, con una quantita’ di denaro in riserva da consegnare al gentile rapinatore che, di solito, non va oltre ma, in caso di scarso raccolto, puo’ passare alla violenza fisica. Fino ad ora il quartiere mi e’ sembrato molto piu’ sicuro di quanto essere preannunciato e nulla di paragonabile a Bogota’ o la periferia di Citta’ del Messico.
Bien. L’ostello e’ molto gringo. Inglese lingua prevalente e tour turistici proposti a raffica e senza soluzione di continuita’ sui dei pannelloni all’ingresso, nel bagno, nelle stanze e nei corridoi.
L’ambiente e’ comunque amichevole ed economico in camerata da 4.5 o 7.8 $ a notte.
Mi lancio subito in centro (ciudad vieja). Tante sorprese e piazze stupende. A partire dalla Plaza Independencia che e’ la principale con la cattedrale e i palazzi ammnistrativi. Si gira tutto a piedi fino alla Santo Domingo, alla Piazza del Teatro, sovrastato dall’immancabile stata del libertador Simon Bolívar, e infine la San Francisco. Tutte hanno la loro chiesetta bianca ed edifici coloniali conservati tutt’intorno.
In genere si vedono le montagne che circondano la citta’ e che le danno l’aspetto di un paesino nonostante il suo milione e ottocentomila abitanti.
Interruzione dell’idillio: rutto incredibile e sonoro della vicina nel cyber cafe’…va beh.
Nella plaza central (Independencia) conosco il capo dell’Intelligence della polizia cittadina che sta controllando i gruppi di controllo per la manifestazione contro il TLC e il presidnte in carica, Alfredo Palacio. Costui e’ giunto al potere nel mese di aprile quando il suo predecessore, colonello Lucio Gutierrez e’ stato delegittimato e si e’ dimesso prima d’essere anche incarcerato per vari reati come corruzione e delitti contro il popolo…e pensare che Lucio era stato eletto proprio per volonta’ popolare e come rappresentante dei movimenti indigeni dell’Ecuador.
Il capo dell’Intelligence mi presenta due avvenenti tipe della costa e ci scattiamo foto insieme come fidanzatini a quattro fino a che non arriva il ragazzo di una di loro e la festa in giardino finisce bruscamente. Meglio continuare col giro e scattare foto ai monumenti e alla manifestazione che intanto e’ arrivata all’acme. Circa un migliaio di persone gridando e gioendo sotto il Palacio Nacional. Il palazzo e’ stipato di generali e militari comuni che osservano, ridacchiano e ascoltano in relativo silenzio le voci dei megafoni e dei colorati gruppi studenteschi contro il Trattato di Libero Commercio che i paesi andini stanno per firmare con gli Stati
Uniti. Faccio tante foto che sembrano bene accette nel corteo. Anzi i gruppi rivaleggiano per farsele scattare dai pochi stranieri presenti.
Tutto tranquillo comunque. I militari scherzano e accettano anche una foto di gruppo con me in mezzo.
Maglietta mia: Hecho 100% en CU (citta’ universitaria del DF). Tuta loro: tipo lagunari d’assalto.
C’e’ anche un classico lenzuolone del CHE degli studenti dell’universita’ autonoma. Rimango un’oretta e mezza e poi giu’ cinque blocchi fino alla basilica del Voto nacional, gotica e incastonata in mezzo alle case.
La chiesa vale la pena per la vista dall’alto di tutta la citta’ e il rosone di mosaici.
C’e’ tanta Italia nell’aria qui. FIAT ad ogni angolo (le Uno ancora), centri per le chiamate internazionali in Spagna e Italia supereconomici, tantissime storie di cugine, parenti vari e amici che lavorano da noi e i soliti ristoranti. Anche tra i soldati ne conosco uno con il fratello a Vigevano.
I musei che meritano di piu’, a mio parere, non sono quelli del centro, che hanno collezioni di arte coloniale, ma quelli della citta’ nuova con arte indigena e collezioni autoctone. I trasporti funzionano bene e sono facili, soprattutto se ci si muove con la ECOVIA (e’ come il Transmilenio di Bogota’ o il nuovo Metrobus di Citta’ del messico, un bus con corsie preferenziali ed entrate come il metro’ di superficie).
Alle sei torno in ostello e mi dicono che ha chiamato Marc, lo svizzero conosciuto a Cali, che e’ ospite da un amico tedesco qui a Quito. L’ostello e’ tranquillo
e c’e’ gente alla TV, videodipendenti irrudicibili.
Trovo la’ Brona e una sua amica, due irlandesi con cui avevo scambiato due chiacchiere nella chiesa del voto nacional nel pomeriggio.
Ci son vari inglesi poco comunicativi, una tedesca che invece lo e’ ed anche un tipo quarantenne di San Francisco che e’ quello che piu’ ha da raccontare.
Finisco la ultima riserva di risotti pronti con uno ai funghi porcini. Una birra Pilsener d’accompagnamento.
Alle 21 esco con Damiano, un italiano che e’ arrivato alla sua ultima sera a Quito dopo 4 mesi di stage alla ferrero qui e altri tre a Buenos Aires. Mi presenta i
suoi amici locali e italiani coi quali prendiamo un quebab e fumiamo l’arguiler in un locale scarsamente latino. Il tabacco alla mela mi fa un effetto spaventoso e il mal di testa ammazza la serata che era inziata bene nelle relazioni sociali. Verso le 23 sono cotto e non ho neanche voglia di parlare. Poco dopo usciamo e vado a dormire. Credo che l’altitudine di 2850 metri abbia influito non poco. Ci si stanca di piu’ e le droghe hanno un effetto dirompente anche se sono leggere come il tabacco.
L’ostello che ho scelto va bene per la vita sociale ma non e’ l’ideale per godersi un buon riposo. Inoltre, Annita, un’inglese inquieta e attraente come un citofono, dorme nel letto a castello sopra di me e dalle sei del mattino circa (testata gia’ su due giorni) parte con la russata torrenziale con toni gravi e litigiosi.
Altro rutto della vicina di PC, forse ha un disturbo serio e non dovrei rimarcarlo addirittura nella nota di viaggio. Che indelicato.
MERCOLE 23 NOV – QUITO ANCORA MA IN RELAX
Oggi questioni burocratiche come colazione, raccolta info per dei tour, chiamate internazionali e intenet.
Arriva lo svizzero Mark a prendermi all’ostello e sbrighiamo ste faccende insieme. Poi lui va a una agenzia di viaggi e io m’informo sui voli per un eventuale fine settimana di revival in Colombia nella bella Cali…
Pomeriggio al parque El Ejido, carino ma senza pretese. Buono per prendere il sole e riposare un po’ dopo pranzo. Le giornate e il clima sono splendidi anche se di notte ha fatto fresco e ho valutato l’opportunita’ di dormire coi calzoni e i calzini.
L’ostello e’ pieno di regole proposte per dei tour. Le regole:
Lune-Mercole e Venerdi’. TV spenta dopo le 7.
Obbligatoria la RUM & COKE NIGHT, in cui la casa offre 12 litri di RUM con coca per tutti.
RECORD ASSOLUTO: 27 bottiglie consumate il primo luglio 2005.
Vietato il consumo di droghe: ricordate che ci sono almeno 100 turisti nelle carceri del paese per droga.
Se sai gia’ quante notte starai, sconto 10%.
I TOUR quotati: Mindo cloud forest, foresta pluviale per 2 giorni a 28 dollari.
Giungla Cuyabeño 4 gg. a 140$. Vulcano cotopaxi e relativo ghiacciaio uno o due giorni per 30 o 40 US $.
Ci sono tantissime proposte ma credo ormai, dopo qualche gioprno, che la meta’ siano degli abbagli esagerati che il vero viaggiatore deve sapere identificare se no rimane 15 giorni a Quito e spende un pacco di soldi, cosa che ai gestori fa solo piacere. Meglio chiedere a gente quindi e farsi una idea precisa, soprattutto se poi si vedranno altri paesi che hanno le stesse cose e considerando anche che molti tour partono da citta’ di provincia e non tutto si deve fare dalla capitale.
Curioso il menu’ del Quebec offerto dalla casa:
Patatine fritte alla francese con formaggio. O Formaggio fuso. O Patatine con salsa alla bolognese sopra…ma il Quebec dove sta??
Meglio mangiare fuori a solo uno e cinquanta, menu’ completi a colazione pranzo cena. Io ho portato la caffettierina per due e un caffe’ Mauro, quindi parto sempre con quello quando sono in ostelli che non hanno bibite locali da provare.
Trucco per le docce con l’apparecchietto elettrico che scalda da sopra: non aprire l’acqua al massimo se no non scalda bene ed risulta fredda…meglio a meta’
cosi’ si scalda tutto il flusso d’acqua.
Io e Mark abbiamo contrattato per domani un tour in bicicletta sul vulcano attivo piu’ alto del mondo, il Cotopaxi, con il BIKING DUTCHMAN, il tour operator per biciclette piu’ esperto della zona che per 45$ ti da le guide migliori, una jeep che ti segue e delle mountain bike leggere e in ottime condizioni con tutta l’attrezzatura di protezione.
Nel pome, dopo il parco, vedo la mostra di disegni e lito sull’America esotica alla casa della cultura, a tre-4 fermate di ecovia dall’ostello e dietro al parco “el ejido”. Non faccio in tempo ad entrare negli altri musei, primo quello del Banco Central, che ci sono nella Casa della Cultura. Sara’ per un altro giorno.
Cena con GREGORY in un ristorante familiare qui dietro. Lui ha 40 anni ma sembra piu’ giovane, e’ di San Francisco, simpatico e in viaggio per 6 mesi dopo
essersi lasciato con la sua lei e aver preso una pausa sostanziale dal suo lavoro di tecnico ambientale ed ecologista. Conosciamo due ragazzi del Sudafrica che
giocano a basket e calcio in selezioni ecuadoriane.
Mischiamo francese, inglese e spagnolo e ci si diverte un po’ per i rispettivi accenti (soprattutto i loro!).
SERATA. RUM NIGHT. Non bevo tanto perche’ la sveglia per il tour e’ fissata alle 6. Ambiente molto americano e un paio di canadesi stupidissime attrazione della serata con la loro musica boy band e pop non ballabile…Una olandese simpatica, bisessuale e ubriaca minaccia le canadesi con toccate di culo e frasi provocanti. Queste non stanno al gioco e propongono l’uscita collettiva tipo gita in 20 persone. Le discoteche della zona sono tutte piuttosto snob, musica latina solo a sprazzi, cover all’ingresso, file, gringos non illuminati e buttafuori, quasi Milano insomma. Amo molto la festa, ma oggi meglio dormire davvero.
GIOVEDI’ 25 NOVEMBRE – COTOPAXI, VULCANO DI LUCE
Ore 7.00. Fuori dal negozietto del Dutch Man, c’e’ gia’ la camionetta con le bici e una macchina in piu’.
Siamo 10 persone, compreso Marc e il suo amico Christian, piu’ la guida e un assistente. Esaltazione collettiva per la bella giornata. La guida Fernando dice che e’ il clima ideale. In effetti gia’ dalla strada vediamo il Cotopaxi con il suo ghiacciaio scintillante circondato da altri vulcani e montagne della zona, chiarissimi.
Scarpe da ginnastica o da trekking, jeans o pantaloni di tela, maglietta, maglione e giacca a vento sono raccomandati. Nulla di speciale. Ci si ferma in alcuni punti per fare foto e dopo 2 ore e mezza arriviamo all’entrata del parco nazionale Cotopaxi, 10 dollarini sonanti. Ci alterniamo sul tetto della jeep per fare foto ai panorami spettacolari e aperti mentre ci avviciniamo alle pendici del vulcano e poi su fino a 4700 metri, dove comincia il ghiacciaio. Si raccomndavano anche gli occhiali da sole, che non ho, e la crema protettiva, che invece mi faccio prestare per non dire che la scrocco un po’ da tutti.
Il gruppo decide di fare un esercizio extra prima della discesa in bicicletta. Salire fino al rifugio che sembra vicino ma, in realta’, e’ una ora di cammino in salita. manca l’ossigeno e il passo di tutti ne’ lentissimo e pesante. Altro che riscaldamento, fa un freddo ma si suda allo stesso tempo. Gia’ finito un rullino da 36 piu’ un centinaio di foto con la digitale. Il ghiacciaio brilla di luce propria ed e’ vicinissimo ora. Valeva la pena nonostante i principi di crampo, il fiato gelato e il cuore accelerato da innamoramento folle a prima vista.
Dopo un’ora e mezza siamo di nuovo giu’ tutti e pronti per i 27 km di bici, prevalentemente in discesa, lungo la strada sterrata che porta all’uscita nord del parco, opposta a quella da cui siamo entrati.
Mi mantengo nel gruppo senza eccessi di velocita’ e frenate. Comunque e’ bello scendere i primi 8 km in botta e l’attrezzatura, composta di caschi, ginocchiere, paragomiti e guanti, crea un’atmosfera competitiva da discesa libera. Alla UNA pausa pranzo, cibo casereccio preparato dalla famiglia di fernando, la guida ciclista.
Insomma, pedaliamo ancora, sempre piu’ in piano fino alle 4 piu’ o meno. Poi ancora jeep per tornare. Tutti bruciati in viso e soddisfattissimi dell’esperienza.
Saluto anche Marc, (sara’ l’ultima volta??), e il suo amico tedesco dopo esserci passati la mail.
I miei occhi bruciano e compro un collirio in attesa dell’oscurita’ notturna che sara’ per loro come una sbronza rilassante e riposante.
Vado a letto prestissimo dopo una grande cena al ristorante di ieri e una doccia calda. Si dorme male, c’e’ casino e l’inglese russona entra spesso in stanza. In effetti sono solo le otto e mezza e questa volta non le posso dare torto…
Prima di dormire scrivo un piccolo BOX SALUTE in preda ai pensieri sull’igiene…Inizio a prender il Complejo-B, a base di vitamine e contro le punture degli insetti. E’ un repellente naturale utile nella jungla e in spiaggia. consiglio di usare dei saponi antibatterici buoni anziche’ quelli normali…e il cloro, poco, nei lavaggi dei vestiti. Un francese amico mio, alcuni anni fa, si era riempito di macchie ovunque e temeva il peggio in Guatemala. Aveva i vestiti e gli asciugamani semplicemente sporchi.
Lavati si’, ma ancora sporchi. Due sertimane fa mi trovavo nei pressi di una influenza virale e con le pastiglie di vitamina C e aspirine o efferalgan me la sono cavata (senza antibiotici). Confesso anche che uso le ciabatte in doccia e mi lavo le mani spesso ma forse sto banalizzando un po’. Due o tre ore di internet consecutive di prima mattina fanno male a tutti, povero.
Ciao, Fab, a presto!
Nota Dieci – Sub (o Sud) Emisferica
VENERDI’ 26 NOVEMBRE ? – QUITO CITTA’
Mi mancano da vedere il teleferico che va su una montagna vicina a Quito, el panecillo (una collina con vista sulla citta’) e il Museo casa de la cultura.
Oggi faro’ in tempo a vedere solo quest’ultimo che e’ a sole due fernmate di bus Ecovia dall’ostello.
Piccolo ma ben allestito con la storia dell’Ecuador precolombiano nella parte di antropologia e poi opere coloniali fino al secolo XIX. Merita la visita a un dollaro per gli studenti di qualunque razza e religione.
Alle 15.e 30 ho appuntamento fuori dall’ostello Centro del Mundo con Lesly, la principessa colombiana conosciuta a Cali che ha deciso di venirmi a trovare visto che ha meta’ della sua famiglia qui a Quito e puo’ lasciare suo figlio alla madre mentre noi esploriamo un po’ il loro bel paese…
(A partire dalle 14.15) Sono leggermente emozionato e smozzo l’attesa sistemando il mio zaino nervosamente, passeggiando nei corridoi dell’ostello e trincando
acqua di una delle infinite succursali locali della Coca Cola Company. Baci e abbracci all’arrivo di Lesly e poi giu’ all’hotel che con autorita’ e rigore morale ho scelto per noi: il Calama 2, giusto a 100 metri dall’ostello. Sgancio il biglietto da 10 all’oste e poi ci sistemiamo in stanza con calore e dignita’.
Cena special sempre nella Quito-new town: provo la Chicha (bibita indigena leggermente alcolica ed euforica a base di mais), il Seco de Chivo (capretto in salsa), il LLapingacho (una specie di polpetta di npatate schicciata a mo’ di frittatina)…mi manca il Cuy (una specie di ratto che mangiano da queste parte) ma sara’ per la prossima.
ore 21.35. All’hotel con circospezione.
SABATO 26 NOVEMBRE – DI NUOVO CON SIRENA MA NELL’EMISFERO SUD!
Colazione nel cafe’ internet piu’ gringo della zona, pensato per “fare sentire a proprio agio il turista che non e’ pratico della lingua e i costumi locali”, uguale=standardizzazione dei gusti e dei prezzi. In TAXI alla terminal di Quito, saltiamo sul primo bus per Riobamba seguendo i consigli di un amico viaggiatore e spettatore in Messico. Riobamba non si caratterizza per l’eccesso ecclettico delle meraviglie architettoniche o paesaggistiche ma e’ la prima fermata del favolso treno che va alla Narzi del Diablo (naso o narice del diavolo), un canyon migliore del GraN Canyon, quello famoso.
Comuque il treno parte solo la domenica, il mercoledi’ e il venerdi’ e in realta’ non lo sapevamo. Per fortuna, in questo caso si potrebbe anche usare l’eufemismo “culo” ma questo e’ un diario serio, arriviamo a Riobamba proprio sabato alle 15 dopo circa quattro ore di viaggio in autobus. Sul mezzo di trasporto, in buone condizioni, siamo bombardati da pubblicita’ culinarie di venditori ambulanti e cediamo alla proposta del “Queso de hoja”, formaggio di foglia, con pane di “Axuya”. Il formaggio e’ spettacolare, molto simile al formaggio di Oaxaca messicano ma piu’ salato e avvolto in una foglia gigante (di “Achera”) tutta da scoprire.
Ci lanciamo all’hotel oasis, suggerito dalla Lonely Planet, e la signora ci fa lo sconto da 16 a 14 dollari per la notte in un Residence da sogno pensato soprattutto per le coppie. Entriamo in stanza attraversando un giardino da Alice nel paese delle meraviglie, con sculturine e fontane a forma di oca e, in un angolo, un lama bianco e grigio con la faccia perturbata e pronto a sputare ai clienti anticipatici.
Completano il giardino botanico, che e’ un’area comune, due pappagalli rosso e blu (come li ho soprannominati) che ci salutano con un Hola a schioppo e un Papasito a seguire. La stanza matrimoniale comprende anche bagno con acqua calda (Doccia Lorenzetti, il solito marchingegno elettrico pericolosissimo disposto all’uscita del tubo dell’acqua e che s’accende con la scintilla appena giri la manopola dell’acqua calda) e cucina. Il letto a baldacchino con zanzariera e coperte azzurrine e rosa fa pensare alla luna di miele di Babbo Natale ma va bene, eccoce.
C’e’ una festa di paese in centro. Bancarelle e mercatini dall’hotel alla stazione dei treni. Passiamo per la piazza della cattedrale e per alcuni giardinetti ma il mio occhio cade piuttosto sui palazzi decadenti e sulle vie rumorose e sporche di li’ a pochi isolati.
Il biglietto per il treno “piu’ difficile del mondo” come dice il cartello costa 11 dollari a testa, si compra alla unica stazione dei treni che tutti conoscono in centro ed e’ meglio se accompagnato dall’affitto di un paio di cuscini per le natiche dato che il viaggio si fara’ sul tetto per piu’ di 5 ore.
Serata in hotel con preparazione di una pasta afrodisiaca caricata di cipolla e tonno per deliziare anche i palati colombiani piu’ sofisticati…
FINALMENTE HO SCONFINATO NELL’EMISFERO SUD !
DOMENICA 27 NOVEMBRE – TRENO AD ALAUDI E NARICE DEL DIAVOLO
Alzataccia alle 5 ma con emozioni ed aspettative pucciate nel freddo mattutino. Volevo la pasta per colazione ma alle 5 non ce l’ho fatta, perdo colpi. Al fisso di 1$ per il taxi, arriviamo in stazione (dei treni !, quasi inaudito in America Latina) ed e’ gia’ lotta per i posti dalla parte destra sul tetto del treno. Dicono che questo sia il lato migliore per godersi i panorami ma in fondo anche da sinistra non sarebbe stato male. Devono addirittura aggiungere un’altra carrozza in extremis perche’ ci sono tanti passeggeri oggi.
Salgo su con Lesly e ci tocca un buon posto verso l’inizio del treno. C’e’ esaltazione nell’aria e tanti capelli biondi. Cosi’ tanti nordici che sembra di stare sul trenino Tirano – Saint Moritz (svizzera italiana). Tutti hanno i cuscini anche per la schiena, sarebbe impensabile il viaggio senza…
Il treno e’ stipato verso le 7 7:30 e pronto a partire! Compro all’ultimo momento dei cappellini di lana (belli anche come ricordo) e una sciarpa di lana di Alpahaca. Tiro fuori anche il sacco a pelo per Lesly che, abituata al clima caldo – umido, sta svenendo dal freddo. Il treno marcia lentamente pero’ per le prime due ore e’ necessario coprirsi come in inverno da noi se non di piu’. Tutti sono super equipaggiati ma le sciarpe e i caffe’ ustionanti distribuiti degli ambulanti vanno a ruba.
Digitali e videocamere spiegate e sirena d’inizio, direzione Alausi’ e Canyon Narice del Diavolo…Appena partiti ed e’ gia’ passione. Mal di gola latente in lento progresso…
Lecca lecca e dolci vari in vendita sul treno. Tutti ne tirano almeno uno ai bambini che di volta in volta salutano gioiosamente il passaggio del treno fumante e
affumicante (soprattutto nel primo vagone). Sembra una festa quando passiamo noi. Le macchine fotografiche sorridono ai passanti e ai campi coltivati.
I vulcani e le montagne brillano con il primo sole che non stenta a riscaldare anime e corpi fiaccati dal vento intruso.
Passiamo dal clima subpolare al subtropicale verso meta’ viaggio, dopo le 9:30. Si fanno 5 pause in totale per mangiare qualcosa e scaricare nelle stazioni intermedie fino alla ultima di Alausi’. Da li’ si riparte un’altra ora fino a scendere in una gola profondissima costeggiata da montagne secche, steppe desertiche, mine abbandonate e stazioni fantasma giu’ giu’ nel Canyon Narice del Diavolo.
Tutte in bikini e tutti camicia aperta per baciare il sole allo zenith che piu’ alto non si puo’ (siamo praticamente sull’equatore).
Verso l’una e venti siamo di ritorno ad Alausi’ dove ci sono connessioni per Quito, Cuenca e Guayaquil.
Prendiamo per Guayaquil, sulla costa sud ovest, e la mia salute continua ad essere provata dal mal di stomaco, forse per colpa di qualche succo allungato
con acqua poco fortunata.
Sul bus per guayaquil, molto panoramico ma per tre ore su strada sterrata, concludo il ciclo di malattia. 5 ore di sole e vento sul treno piu’ 3 ore di sabbia
masticata sull’autobus a 25-30 gradi non giovano.
Cerco di bere e riposare consolato da Lesly.
In vendita sul bus delle “empanadas calientes de queso” che, come dice il venditore “se non ti bruciano la mano me le puoi restituire”!
ORE 19
A Guayaquil ci lanciamo in taxi all’hotel California ispirati dal nome ma e’ troppo caro e la zona sembra pericolosa. Poco piu’ in la’, nella centrale Plaza Centenario, ci sono tanti altri piccoli alberghi abbordabili.Andiamo, sempre in taxi, all’hotel Centenario e per 13 dollari con acqua calda e letto matrimoniale siamo soddisfatti. In piu’ la zona e’ perfetta. Centrale e con tutto il necessario…
Ceniamo fuori e faccio scattare il piano di cura d’emergenza leggera. Cioe’, un pillola di vitamina C piu’ un efferalgan 500 accompagnati e sciolti in fiumi d’acqua che fanno bene per la diarrea. Ci aggiungo anche un pizzico di sciroppo per la gola, oltre a continuare con il Complesso di vitamina B antizanzare iniziato qualche gioprno fa. Un po’ piu’ di sonno puo’ completare la soluzione per il quadro clinico indicato…
Ciao, alla prossima!
Nota Undici – Costa, Ruta del Sol
LUNEDI’ 28 NOV – DA GUAYAQUIL A SALINAS (SPIAGGE CEMENTIFICATE)
LUNGOMARE
Salute in miglioramento per entrambi dopo il treno al sole e le altre 5 ore di bus a Guayaquil. Finalmente calore ed aria di mare! Camminiamo lungo la “chic”
avenida 9 de octubre che collega il Nuovo Malecon 2000 (la banchina o lungomare) con il Parque Centenario. E’ tutto vivace e vagamente soleggiato.
Dal lungo mare si apprezza un braccio di spiaggia per nulla confortante, anzi morto. Mangrovie e acqua stagnante. Pero’ il Malecon 2000 merita una passeggiata fino alla Ballen e poi di nuovo verso dentro per vedere la cattedrale.
IGUANE !!
Nella Piazza Bolivar, spettacolo: almeno cinquanta iguane libere di girrare tra i praticelli e gli alberi del parco. Foto libere mentre mangiano l’insalata.
Unica nota: attenzione ai rami! Da li’ pendono iguane che a volte cadono a peso morto a terra (o sulla testa degli sventurati) oppure, ed e’ piu’ frequente, rilasciano un flusso corposo di liquidi verso i passanti.
Lesly e’ entusiasta anche per gli scoiattoli e le tartarughe che fanno dimenticare la bella facciata della cattedrale che fa da sfondo.
Chiamo a casa in Italia, economico davvero, solo 20 c di dollaro al minuto. Nel primo pomeriggio ritiriamo i vestiti che avevamo lasciato in lavanderia e dopo
pranzo prendiamo il bus per Salinas, una cittadina marittima non presente sulla guida ma conosciutissima in Ecuador (ci e’ appena andato anche il presidente
Alfredo Palacio per riposare in attesa dell’approvazione della sua proposta di assemblea costituente…).
Iniziamo quindi la Ruta del Sol, cioe’ la costa tra Guayaquil e Esmeraldas nel nord. E’ gia’ sera quando arriviamo e l’autobus ci lascia nel centro vecchio di quella che scopriamo essere una citta’ abbastnza grande e con hotel alti, una specie di Acapulco piccolina per dare l’idea. Nel centro vecchio va bene, prezzi abbordabili con camere decenti piu’ TV e acqua semicalda, come al solito. L’Oro del Mar costa 15$ ma non possiamo cercare di meglio adesso…
Continuo la super cura Vitamine + Efferalgan 500. Il lungomare verso sera e’ poco frequentato in bassa stagione e di lunedi’ ma i ristorantini di pesce sono ancora aperti e fanno a gara per avere qualche cliente.
CENA E ZANZE
Proviamo una Corvina (un pesce di mare) in salsa di gamberi e i gamberi alla griglia, spaziali. In camera da letto facciamo la lotta con le zanzare che non ci mollano un attimo, sono rapide e accanite piu’ di quelle milanesi. Mali estremi, estremi rimedi. AUTAN a palate. Non serve,sembrano gradirlo e berselo come noi
abbiamo fatto con la cena di pesce.
MARTEDI’ 29 NOV – DA SALINAS A MONTAÑITAS (SPIAGGIA SURFISTI)
Pochi turisti e stormi di venditori ambulanti in spiaggia di mattina. Propongono tour in barca, acqua scooter o semplicemente vendono statuine e altri oggettini vari. Troppi davvero per quei 10 o 20 turisti che ci sono.
E’ nuvoloso e siamo sui 25 gradi mentre Milano e’ innevata e bloccata. Lesly e’ contenta del posto, io anche ma mi ricorda troppo le spiagge di cemento del
Messico, tipo Acapulco o Vallarta che sono carine ma non hanno il vero sapore del Pacifico, quello delle spiagge vergini con poche costruzioni a ridosso della
spiaggia dove puoi mangiare in riva al mare e osservare i pescatori che, al posto dei tour, ti propongono l’acquisto di un etto di ganja a 5 dollari o giu’ di li’. Non e’ che sia un gran fumatore ma insomma l’atmosfera quella deve essere.
Ci lanciamo sul moto scooter d’acqua che nessuno dei due ha mai provato. 30 minuti (che si trasformano in 40) di scorribande marine con vista a dei curiosi volatili accucciati su una boa di cemento con tutte le zampe pittate di celeste.
Il punto forte della cittadina sono i ristoranti e ne approffittiamo. Al Marmier ancora una corvina intera fritta con “patacones” di banana e insalatina di cipolle piu’, per Lesly, un Encocado, cioe’ frutti di mare vari cucinati in acqua di cocco con un gamberone e aragostino inclusi.
Alle 5 decidiamo di muoverci a Montañitas. Si prende un bus locale a Libertad-Santa Elena e poi su fino a Montañitas con la connessione. Arriviamo in totale alle 19. L’autobus ci dona allegria e ilarita’ come sempre: addobbi funerari alle finestre appannate da chili di sporco e polvere pregressa. Musica romantica (Eros, Grignani, Los buquis de Mexico, Joan sebastian, ecc…) a palla nonostante le lamentele di una signora che i tre aiutanti del conducente, in netta maggioranza, accusano di “amreggiata”. Uno degli aiutanti regala biscottini fatti in casa a tutti e poi cerca di vendere il pacchetto. Sono buoni e cedo con piacere.
Sbarchiamo a Montañitas centro. E’ un posto frikkettone di surfisti come tanti ve ne sono sul pacifico, ma e’ una sosta tranquilla nel pieno della civilizzazione anglosassone che forse puo’ essere gradita per le coppie di passaggio o per “ripulirsi” un attimo dopo le spiagge vergini del nord.
Le quattro strade che costituiscono il centro del villaggio sono illuminate e le costruzioni in legno e mattoni invitano i numerosi turisti con messaggi in inglese. Tantissime le possibilita’ per dormire, mangiare e fare dei tour o dei corsi di surf.
L’ambiente e’ accogliente comunque. Ci sono i sempreverdi australiani e tedeschi super bruciati a petto nudo e alcuni americani discutendo con la lonely planet.
Tutti i cartelli sono in inglese ed eventualmente in spagnolo. Alcuni surfisti ecuatoriani suonano i bonghi fino a tarda ora all’entrata di un paio di ostelli provocando dei sicuri incubi ancestrali agli avventori piu’ stanchi che vorrebbero dormire.
Vadiamo qualche posto e poi scegliamo l’Hostal Casa Blanca. Stanze con pareti tappezzate in legno, rete anti zanzare e bagno privato a 5$.
Non e’ ancora troppo tardi ed andiamo a fare un giro spiaggia e poi al locale “La fogata” la cui attrazione e’ appunto un fuco in mezzo al cortile aperto e sabbioso che termina con il bar e la consolle. Siamo solo io e Lesly ma ci fermiamo un paio d’ore bevendo 4 litri di birra Pilsener e ballando al suono dell’ottimo reggae e reggaeton che stanno suonando.
MERCOLEDI’ 30 NOV – MONTAÑITAS
Sveglia calma alle 11.15. Lesly coi postumi; io, coi rasta e l’intenzione di fare un corso per percussionisti viaggiatori professionali. Gli effetti dei bonghi notturni che hanno irradiato note candenti fino su in stanza per buona parte della notte.
La spiaggia e’ ampia ma non troppo lunga. E’ gia’ piena di surfisti verso le 12 ma ci sono ancora tanti spazi per i visitatori “normali”. Anche se il clima e’ fresco ci lanciamo in mare a un’ora dalla colazione ed il bagno ci riattiva magnificamente. Le nuvole non fanno passare i raggi del sole che sarebbero fortissimi e perpendicolarissimi a queste latitudini.
Nulla da segnalare. Pochi venditori e tranquillita’ almeno in spiaggia. Torniamo per pranzo e cena al Puablo Franchising. In hotel prendiamo un vecchio Forza 4 nella ludoteca, un paio di te’ e giochiamo a poker con i miei dadi. In serata mi faccio preparare una tisana contro il mal diu gola che, gia’ so, tornera’ impetuoso tra le 24 e l’una, puntuale come un bus sudamericano.
GIOVEDI’ 1 DICEMBRE – ALLA SPIAGGIA DI MANTA
Colazione fruttosa. Alle 11 e 15, bus per lo snodo di Jipiljapa e da li’ connssione immediata in corsa per Manta, una citta’ abbastanza grande che ha delle spiagge carine e sta a 4 ore da Montañita verso Nord.
Viaggio un po’ pesante, bus pieno. Il sole ci fa sperare in un’abbronzatura che ancora stenta ad evidenziarsi sulla pelle.
Cio facciamo portare in taxi alla spiaggia El Murcielago a 2 km dal centro. Li’ prendiamo una camera nel primo residence che troviamo e che e’ un po’ piu’ caro (sui 25-30 $) rispetto ai precedenti ma molto piu’ confortevole. La spiaggia in se’ risulta bella ma sempre di cemento. Mi spiego. La spiaggia di sabbia e’ spaziosa ma assomiglia a quelle italiane per le strutture che ha intorno. Ristoranti e chioschi, hotel e case a poche decine di metri dal mare.
Mangiamo riso con frutti di mare e gamberi. Non male!
Camminiamo in spiaggia fino al tramonto e pensiamo che in fondo non vale la pena l’esplorazione del centro della citta’ di Manta e del suo lungomare dove dovremmo arrivare in taxi. Siamo stanchi ed e’ meglio fare un giro nel quartiere, un po’ isolato e con tinte di pericolosita’ a dire il vero, e poi riposare al residence “Yari Mari” dove alloggiamo. Fuori e’ tranquillo, non ci sono ne’ tamburi ne’ manifestazioni artistiche e pirotecniche per il patrono. Facciamo anche una fuga al Supermercato per comprare le riserve per il lungo viaggio di domani che ci portera’ a Quito, ultima destinazione del viaggio mio e di Lesly in Ecuador. Li’ ci sara’ l’addio. Io proseguiro’ subito a Baños, nel centro del paese, e lei in Colombia lunedi’.
Nota Dodici – Dalla costa a Baños
VENERDI’ 2 DICEMBRE – AUTOBUS E AUTOBUS
Che dire. Ci svegliamo alle 6.15 e ci facciamo un caffe’ Mauro con la caffettiera che mi sto portando in giro. Ci mangiamo anche i Baci Perugina che inaspettatamente abbiamo trovato ieri al super. Lelsy non li aveva mai provati mentre io erano almeno sei mesi che non li assaporavo, quindi festa. Colazione
dell’Hotel, inclusa nel prezzo, e in volata alla stazione degli autobus della compagnia Reina del Camino che offre diretti a Quito in 9 ore per 9 dollari. Sono autobus comodi e con TV. Ci sorbiamo 2 film messicani divertenti ma un po’ retro’ con la suora “india Maria” e il comico Cantinflas. Poi il solito Van Damme, la storia dei gemelli separati alla nascita che si rivedono a Hong Kong dopo 25 anni e vendicano la morte dei genitori. Lesly sta male, forse per il film, e si riposa su un paio di sedili vuoti.
Si fanno due o tre pause per smezzare le 9 interminabili opre su strada sterrata per meta’. Nel bagno del ristorante dove ci fermiamo a pranzare sento il conducente del nostro bus lamentarsi perche’ “qualcuno ha cagato nel cesso della vettura e ora si e’ otturato del tutto, ma come si fa, cazzo”…tradotto piu’ o meno cosi’ suonava.
Io e Lesly siamo tristi verso fine viaggio. E’ giunto il momento della definitiva separazione dopo una settimana di viaggio insieme. Cade la lacrima quando
fermiamo due taxi in contemporanea, ci salutiamo e ci lanciamo in due direzioni diverse. Non so se ci rivedremo mai. Il traffico questa sera e’ spaventoso ed inoltre il conducente dfell’autobus non aveva avvisato i passeggeri che la fermata finale sarebbe stata nella stazione privata della compagnia e non in quella generale. Cosi’ ognuno si deve arrangiare coi taxi per tornare alla stazione principale o dove deve andare insomma.
Il tassista che mi la sorte mi assegna viaggia come un forsennato ma in 5 minuto evita traffico e semafori e mi porta alla stazione dove prendero l’autobus per
Baños che parte un’ora dopo, alle 20:05.
Sono stanchissimo e triste. Ricomincio a viaggiare solo dopo tanto tempo e, soprattutto, senza Lesly.
Sull’autobus per Baños mi addormento a tratti e butto via uno Yogurt scaduto che avevo appena comprato, segno nefasto…
Scendo a Baños alle 23.00 circa in preda ad allucinazioni mistiche e almeno otto sogni lasciati a meta’ sull’autobus. In uno c’era un albero con delle anime e le persone coglievano i suoi frutti come pere scegliendo il loro carattere ed infine il loro destino. io ne prendevo una e mi svegliavo. Freddo allucinante per l’aria del finestrino che non si chiude.
Esco a pieno carico di zaini e cerco l’hostal Millenium consigliatomi da un amico italiano (che vive in Messico!). Non lo trovo e chiedo a una coppia mista, lui dell’Ecuador e lei di Parigi. Lui e’ del posto ma non conosce l’hotel, in compenso mi porta in centro dove ne trovo uno aperto e con stanze a 8 dollari l’una, piu’ cara della media cittadina ma buona opzione dopo 16-17 ore di autobus. Mi vedo 15 minuti di Amores Perros in TV e crollo.
SABATO 3 DICEMBRE – BAÑOS e DINTORNI D’ACQUA
Alcune scoperte.
La citta’ e’ sicura e la vita notturna s’anima nelle vie vicino al centro. La stazione degli autobus e’ vicina al centro. Preferisco cambiare hotel e spostarmi all’ Hotel Grace che si trova a 2 isolati e ha quasi le stesse cose ma a 5 dollari con sconto.
Inoltre mi danno la stanza all’ultimo piano con un terrazzone di fronte e relativa vista su una delle piazzette principali con parco annesso. Internet costa 2 dollari all’ora ovunque, prezzo cartellizzato a piu’ del doppio della media nazionale. La cittadina e’ piena di servizi e tour operator ed e’ uno dei punti migliori per iniziare esplorazioni nella jungla primaria e secondaria (profonda e un po’ meno profonda diciamo…).
Giro un po’ in paese e mi propongono un tour comune da fare in una giornata. Accetto a 7 dollari una passeggiata in Chiva (il bus tipico delle ande) per 7 cascate e le vallate nei dintorni di bagni. Il tour e’ divertente dall’alto della chiva da dove si godono i panorami migliori e le foto si sprecano…Ci sono solo ecuatoriani in questo tour e la cosa mi fa piacere dopo tanti posti frequentati da stranieri. Una passeggita nel bosco di un’oretta e il passaggio in funicolare vicino alla cascata “Manta de la novia” completano il giro dalle 11 alle 3. Giusto in tempo per il pranzo. mi sento un po’ solo, devo confessare.
Ma la citta’ ti accoglie molto bene e comincio a pensare che sia una localita’ fortunata. O meglio, sono capitato senza volere nel giorno della festa del paese che celebra i suoi 61 anni di cantonizzazione.
Non ha a che vedere con la religione ma con l’autonomia concessa al comune 61 anni fa. E’ la festa piu’ grande dell’anno, il 3 dicembre.
Mi fermo 2 ore ad ammirare e fotografare il corteo di carri e ballerini di Baños e di tutto l’Ecuador. Sono tantissimi e coloratissimi, accolti da centinaia di persone in festa lungo le strade del centro. Non potevo trovare migliore distrazione oggi. Verso le 17 arrivo vicino all’Hotel e decido di sgattaiolare dentro per riposare un attimo e cambiarmi. Chiaramente i carri con la loro musica e la banda militare si sentono fino a su. Scopro che dalla terrazza vengono delle ottime foto della festa e ne approfitto un po’ prima di andare a mangiare e vedere che succede di sera.
Scarico le foto di oggi della digitale e superiamo i 230 Megabyte.
Incontro ancora la coppia Francop-Ecuatoriano e lui, alla mia timida domanda sui tour migliori per vedere la giungla, si lancia in un pippone di 20 minuti su tutte le bellezza nascoste del suo paese, della Bolivia e anche del Messico, nonostante io gli abbia detto che vivo li’ da quasi 4 anni. Mi svincolo e chiedo a dei tour operato se domani, domenica, partono dei tour. Nessuno. Aspettare lunedi’.
In paese la festa si concentra verso i due palchi allestiti fuori dalla cattedrale e in una via poco distante. Balli e bande ad animare il pubblico tranquillo. Le vie con le discoteche si riempiono di quindicenni ma le zone vicino ai palchi attraggono maggiormente gli adulti e i turisti stranieri. Mi fermo al concerto di salsa un paio d’ore (inclusa la cena al ristorante messicano, che nostalgia!).
Una tedesca matta e bravissima si porta via il CD del gruppo di merengue dopo aver vinto contro due morenite di Guayaquil, incredibile. Dopo il concorso fumo una sigarettina “farolito” e vado a dormire.
DOMENICA 4 DICEMBRE – BAÑOS, ATTESA DEL TOUR
Oggi giornata di preparazione per il tour di 3 giorni nella foresta amazzonica al quale mi sono associato in mattinata. Costa 100 dollari tutto compreso, letti, cibo e guida. Compro fazzoletti, una torcia tascabile, la crema anti sole, il repellente per le zanzare, dei boxer (ma non c’entrano con la jungla), le pile per le macchine fotografiche.
Per curiosita’ mi sono informato sulle possibilita’ di attraversare la frontiera col Peru’ via fiume per arrivare a Iquitos. Si puo’ ma e’ costosissimo. 3500 dollari da Baños e 500$ da Coca, nel nord. Da Baños ci si mettono almeno 2 settimane attraverso il fiume Moronas a passando per la citta’ ecuatoriana di Macas.
Ci sono problemi con gli uffici della migrazione (non presenti nell’Amazzonia) e che obbligano chi esce da li’ a passare prima dalla costa vicino a Guayaquil ( a
machala’) per ottenere il timbro d’uscita. Poi si torna a Baños, Macasa, Puerto Moronas e da la’ barca per 5 giorni (la barca si affitta a 1000 dollari!!).
Poi 10 giorni in peru’ di navigazione fino a Iquitos. Possibile ma troppi giorni e caro per me. Andava organizzato meglio.
Ad ogni modo io penso di uscire per terra quindi…nada.
Prendo il sole un paio d’ore e poi piove. Infine la giornata di preparazione finisce con una tappa al Cafe’ internet e alla lavanderia. A presto, domani si parte per il tour!
Nota Tredici – Giungla e piante allucinogene (?)
LUNEDI’ 5 DICEMBRE - JUNGLE TOUR: GIUNGLA SECONDARIA
Amo la sveglia col gallo che canta. Ore 6:00.
Mattinata piena. Riassunto: Colazione al solito caffé col formaggio buono, acquisto in strada di un paio di occhiali da sole da 4 soldi (o dollari diciamo), internet rapido, attesa all’agenzia RAINFORESTUR, arrivo dei partecipanti. In tre faranno rafting e bici. In tre no, solamente in jeep fino al rifugio e una camminata previa nella giungla in attesa degli sportivi. Io sono tra i mosci e stanchi e preferisco non fare rafting per evitare troppi sforzi visto che ho udito i sussurri della febbre durante la notte.
CHI???
Siamo in 6 quindi. IO o YÓ che dir si voglia (milanese reietto), CELINE (francese trentuenenne in viaggio per 14 mesi, sposata in Francia chiama il marito tre volte a settimana ma ha deciso che troppo lavoro non faceva per lei e quindi meglio partire, rompiballe ma non diteglielo), DUE JESSICHE assortite (canadesi, studentessse 22enni, chiare come le nuvole, simpatiche ma un po’ freddine emozionalmente), MARCUS, nordamericano (statunitense per la precisione texano, vestito da Indiana Jones, con macchina usa e getta per le foto e una bandana con cappello verde militare appiccicato ai lobi, tranquillo e in pace col mondo),
ROLAND, un tedesco di Stoccarda in viaggio per sole due settimane da Zero a Trenta gradi diretto.
HOLA VIDA RESERVA ECOLOGICA
Varie tappe ed infine al camping di sotto (che e’ quello dove si mangia). C’e’ anche un camping di sopra, a 15 minuti in salita al 40%, dove dormiremo e ceneremo per due notti e tre giorni a 100 dollari guida turistica locale e zanzare comprese.
La riserva in cui siamo si chiama Hola Vida e funge anche da Hotel, per la cronaca.
La guida si chiama Juanjosé ed é un ragazzo ecuatoriano simpatico e alla mano che conosce molto delle piante e gli animali della giu8ngla. Lavora qui da piu’ di tre anni e si fa un paio di tour alla settimana con cibo sano e camminate (sfacchinate) tutti i giorni.
Bueno. Io e le due canadesi pranziamo con un piatto vegetariano al camping e poi Juanjosé ci accompagna di sopra in una scalatina mozzafiato dopo mangiato,
digestiva con cautela.
Facciamo un giro di un’ora nelle vicinanze ma già immersi nella vegetazione e nel sottofondo di rumori e odori della giungla. Giù al fiume (e meno male che ci
siamo arrivati interi visti certi passaggi scivolosi in discesa)Juanjosè ci insegna alcune pietre con delle minuscole parti d’oro che a me sembrano piu’ che altro
macchie di pennarello scolorite e poi ci applica una maschera di fango deliziosa e ripulente per le pelli screpolate del viaggiatore.
PIANTE
Vediamo anche, tra le altre, la pianta “Sangue del drago”, che e’ un albero dalla cui corteccia sgorga un denso liquido di colore rosso bordeaux simile al sangue e che si usa un po’ per tutto, dalla cicatrizzazione delle ferite al dei dolori mestruali.
Se si sfrega il “sangue del drago” si crea una crema bianca completamente differente alla resina precedente la quale s’usa come sapone per curare l’acne.
NECESSAIRE
Attrezzatura: fondamentali gli stivaloni da pescatore forniti dall’agenzia perche’ un terzo dei sentieri e’ fangoso oppure si devono attraversare fiumiciattoli piu’ o meno profondi. Calze lunghe? sarebbe bello averle. Pantaloncini, costume o pantaloni lunghi inseriti nello stivale: al gusto. Maglietta e zaino con acqua, macchina fotografica, fazzoletti e cose personali. Meglio se non troppo pieno perché a volte l’equilibrio puo’ scappare e lasciarci dondolare sull’orlo del precipizio…
RAFTING ACROBATICO
Si torna quindi al campo dove pococ dopo arrivano gli altri tre sciamannati, evidentemente provati dalla sessione di rafting con due noti delinquenti sportivi della regione. Gli hanno fatto addirittura sovrapporre in corsa i due gommoni su cui viaggiavano due gruppi diversi e li han fatti andare per un po’ tutti quanti su questa piramide di gommoni in bilico sulle rapide del Rio Pastaza.
La fine del pomeriggio e’ ancora lontana. Un’altra ora di cammino, incredibile e stancante, fino a una cascata con pozza d’acqua adatta per nuoticchiare e lavarsi. Il getto della cascata e’ un massaggiatore d’urto naturale ed efficace. Grida di gioia e di dolore si mischiano ai richiami delle scimmie in lontananza.
Di ritorno al camping ci si conosce meglio e si cena tutti insieme anche con un gruppo di austriaci quarantenni (sono cinque) in vacanza fai da te. A letto alle nove. Dormita ricca. Per ora zero punture di insetti e tantissima informazione visiva e naturalistica da smaltire nel sonno. Sogno la citta’ nella solita fase REM, ma solo per poco. Il sottofondo musicale della foresta e’ la migliore ninna nanna.
PIANTE ALLUCINOGENE? – Chiedo a Juanjose’ informazioni sulla famosa pianta amazzonica chiamata Ayagusca, quella che mi era stata offerta per strada in
Colombia, a San Agustin, da una famigerato sciamano che voleva condurci a una cerimonia privata poco raccomandabile. Juan mi dice che e’ possibile trovarla, farla preparare durante il pomeriggio da una famiglia indigena e bere l’infuso di Ayaguasca di sera, sempre che io sia deciso a farlo. La francese e’ incuriosita ma decide di no. io gli dico di sí e che mi piacerebbe provare visto che mi sento in una fase riflessiva della mia vita e che anche in Messico ho potuto sperimentare dei viaggi introspettivi ecc……..
Vedremo domani.
MARTEDI’ 6 DICEMBRE - GIUNGLA PRIMARIA
Dormita secca. Ci aspetta il giro in canoa e poi la camminata di 5 ore nella giungla fino a una cascata nascosta. Colazione con frutta e cioccolata, poi formiche al limone (quelle che vivono dentro ai rami di una pianta tropicale) e osservazione della carinissime formichine con la fogliolina verde. Le stesse che si trovano in America Centrale e nelle foreste pluviali.
La gita in canoa e’ rilassante ed intervallata da un paio di nuotate nelle zone con poca corrente, approfitto dopo tanto tempo che non nuoto. Pranzo al campo e di nuovo nella foresta. Punto culminante, la cascata nascosta tra le pareti rocciose e la fitta vegetazione a cui si arriva dopo aver abbandonato gli zaini su una spiaggetta vicina e solo a nuoto…Io e Roland, il tedesco, ci lanciamo a nuoto con solo una mano per poter arrivare alla cascata con la macchina fotografica accuratamente imboscata in 5 strati di sacchetti di plastica. Fatto, foto riuscite e ancora un po’ di nuoto e doccia d’urto sotto il getto di oltre 30 metri.
Sulla via del ritorno Celine rimane radicalmente impantanata nel fango e perde uno stivale, scena comica per noi, melodrammatica per lei.
In serata, dopo le 19, inizio a cucinare una pasta al sugo coi peperoni insieme a Juan Jose’ su richiesta di Celine, francese buongustaia che teme la eccessiva
cottura degli spaghetti tipica di queste parti e preferisce che ci sia la supervisione di un italiano.
Non dico che sia garanzia pero’ almeno non si mangera’ la colla come sempre. Io aspetto l’infusone di Ayaguasca, la pianta allucinogena che va presa a stomaco vuoto. Aspettiamo fino alle 20 mentre gli altri mangiano la pasta succulenta. L’infusione non arriva. Sara’ successo qualcosa nel processo o semplicemente la famiglia indigena non ha avuto voglia o tempo di prepararla. Rimango deluso ma anche felice perche’ posso mangiare la pasta. La pianta mi avrebbe portato, secondo quanto dice Juanjose’. a “vedere” il passato il presente il futuro. Mi avrebbe fatto venire voglia di andare al bagno costantemente, magari di scappare oppure avrebbe prodotto delle visioni di animali o eventi perduti nella memoria. Sarebbe stato interessante o magari drammatico ma niente di fatto.
Alla prossima, non ho fretta.
MERCOLEDI’ 7 DIC - COMUNITA’ QUECHUA E RITORNO IN CITTA’
Oggi e’ prevista la visita a una famiglia Quechua che vive nei pressi della giungla per capire il suo stile di vitae la fabbricazione della ceramica. E’ la parte piu’ inutile e deludente del tour. La famiglia non e’ affatto “indigena”. Si’ parlano il quechua ma ormai l’uso dello spagnolo e’ prevalente anche in famiglia.
La loro casa, una palafitta di legno e terra, e sporca e piena di birre. Diciamo che vogliono piu’ che altro vendere qualche bracciale e dei pezzi di ceramica e la
visita non ha nulla di particolare o “etnico”. Molto meglio calarsi nei mercati settimanali in alcuni centri come Otavalo o Silvia, in colombia, oppure attendere il Peru’ o qualche altra opportunita’ nella giungla del Cuyabeno, al nord.
Per lo meno vediamo tante piante. Come in un supermercato anche nella giungla ci sono prodotti di tutti i tipi. Muschio come carta igienica, Pranzo collettivo al campo in attesa della jeep che ci riportera’ indietro. Intanto si aprono dei bei discorsi sull’amore e sul tradimento, le differenze tra europei e latini, soprattutto ecuatoriani. Qui, infatti, avere molte donne non e’ sanzionato socialmente, anzi, c’e’ un rinforzo sociale e, dopo aver compiuto la funzione sociale necessaria che
consiste nel matrimonio e nei figli, l’uomo (ma anche la donna) si concedono tutti gli sfizi possibili. Non sono un moralista ma vedo tantissime famiglie disperse
o unite dagli interessi materiali-economici e non piu’ da quelli “morali” e affettivi.
Nel tardo pome ritorniamo tutti in citta’, a Baños…Fissiamo un appuntamento per le 7 a cena.
Marcus decide di rimanere nel mio stesso hotel che sta a un isolato dall’agenzia e poi domani abbiamo il piano comune di andare a Cuenca di mattina.
La serata e’ tranquilla, ceniamo al messicano con Juan jose’, incontrato per strada casualmente. Manca la francese Celine. Il servizio e’ lentissimo e facciamo
in tempo a bere tutte le birre e i vini richiesti a stomaco vuoto prima dell’arrivo del cibo. Stato d’ebbrezza diffuso. Finiamo la serata io, juanjose’, il tedesco Rolando e l’americano Marcus come gli eroi di una barzelletta in cerca di un Karaoke che non c’e’. Si unisce una ecuatoriana amica di Juanjose’ e andiamo al biliardo. Cafe’ Macombo, popolare tra gli stranieri. Due birre ancora, un po’ di discussione sulle regole internazionali del pool e poi a nanna.
Nota Quattordici – Cuenca la bella e filosofia spicciola
GIOVEDI’ 8 DIC – A CUENCA, SUD DELL’Ecuador
Sveglia maleducata con allarme a 110 decibel. Oltre al solito gallo del vicino. Marcus e’ sveglio anche lui.
Ci prepariamo alla partenza dopo la colazione. Marcus impacca un’infinita’ di vestiti e aggeggi mentre io compro un giornale giu’ in strada e mi rifornisco
d’acqua “Tesalia”.
Cerco di prelevare qualche dollarino in piu’ e, come spesso succede, alcune banche sono incompatibili con la mia e dei messaggi scoraggianti appaiono sullo
schermo appannato del bancomat denunciandomi per frode fiscale o furto di carta…
Dalle 10 e 30 alle 11 viaggiamo a Riobamba, poi da la’ un altro autobus per Cuenca nel sud dell’Ecuador.
L’osservazione continua dei panorami porta me e Marcus a lanciarci in dissertazioni difficili. Il significato del viaggio come novita’ e cambiamento elevati a
regola di vita.
LA SOCIETA DEI VIAGGIATORI…IDENTITA’ COLLETTIVA E NAZIONE…
E’ accelerazione dei ritmi e degli eventi al massimo del gas. Se in Messico la vita sembra scorrere piu’ intensa e veloce che in Italia, allora il viaggio e’
l’estremizzazione del tempo. La misurazione dei secondi e’ la stessa ormai ovunque sulla Terra ma la forma di vivere gli stessi secondi e gli stessi minuti e’ ancora un fattore culturale e contingente quasi. In fondo non si ha la medesima percezione del tempo ovunque ed il movimento, il cambiamento non dipendono solo dal fatto di essere stranieri in terri americana, bensi’ dalle societa’ cosi’ differenti in cui ci s’immerge all’improvviso. Siamo calati in una speciale societa’ itinerarnte ed indefinita che, ciononostante, ha una identita’ propria: e’ la “societa’ dei viaggiatori”, una nazione multietnica con le sue reti, i suoi miti, le sue abitudini, i suoi manuali, i suoi codici ed ideologie compartite. Basta volerne fare parte, esserne coscienti e trasmettere questa coscienza agli altri viaggiatori nel caso in cui non
abbiano ben chiaro il concetto. Anche il vacanziere del fine settimana potrebbe al limite fare parte della societa’ dei viaggiatori ma purtroppo il tempo e l’incapacita’ di staccare dalla vita quotidiana, oppure il fatto che mai ne ha fatto parte concretamente in precedenza, sono ostacoli grandi alla sua identificazione come parte di questa nazione molto speciale. Una societa’ che esiste e si vede.
(PS: non ho assunto droghe…gia’ da un bel po’ vi assicuro).
La enorme intensita’ degli eventi e del tempo vissuto fa si’ che i ricordi invecchino presto, proprio come quando finiva il liceo a giugno e l’estate rapidamente
accelerava tutto.
A volte ci si chiede, ma come si fa a vivere piu’ a lungo? Se il tempo e’ quello della media ISTAT uguale per tutti, come?…beh se gli stessi giorni li acceleriamo e li intesifichiamo, almeno potremo forse avere la percezione o l’illusione di riempirli di piu’. Come farlo e’ un’esperienza personale che passa dalla realizzazione dei propri obiettivi ed aspirazioni ma, in fondo, l’adesione convinta alla societa’ dei viaggiatori per qualche tempo, o tutta la vita!, e’ una soluzione che funziona, chiedetelo ai cittadini della nazione in viaggio.
Si puo’ fare scorrere la vita diversamente anche se e’ piu’ facile farlo fuori dal proprio contesto dove non vi sono troppe opposizioni al cambio di ritmo ma anzi,
ci sono spinte positive e che vanno nella stessa direzione che cerchiamo di rinforzare.
LA MEDICINA CONTRO L’AIDS??
Verso fine percorse sale sull’autobus un personaggio agghiacciante cotonatissimo e pettinato con olio di ricino tipo cantante di Flamenco. Si piazza un microfonino alla Britney Spears in concerto sulla bocca che non produce suono alcuno ma gli regala un’aria da star. Apre un quaderno e duna borsa con il
campionario di medicine magiche per ogni malattia conosciuta e non. Prima pagina del quaderno aperto per farlo vedere alla gente (in media cinquantenni di
classe medio-bassa ed etnia indigena): Foto ravvicinata di un pene con catetere inserito e funzionante! Si’, perche’, come dice il buon uomo, “sapete tutti che i flussi notturni di pipi’ e i problemi della prostata sono gravi con la vecchiaia”.
Poi fa vedere un articolo dove si dichiara che un tedesco e’ riuscito a sviluppare il virus contro l’AIDS una volta che l’HIV s’e’ messo in azione…Pero’, continua, “bisogna comunque stare attenti perche’la cura non esiste ancora, quello era un caso fortuito. Soprattutto se avete relazioni anali ancora peggio…”. E continua imperterrito nella sua orribile opera di convinzione con la piu’ grande serie di stronzate mai udite nell’emisfero meridionale: foto di una rettoscopia e prodotti contro l’impotenza; foto di tumori e spiegazioni sommarie circa l’alimentazione corretta per evitarli; parla anche dell’Italia per fare il simpatico con me farsi vedere amichevole e non solo business-man (al che, io mi tocco le palle ed il ferro del mio portachiavi in simultanea azione di rigetto; poi gli dico che, senza dubbio, le sue riviste sono interessanti ed originali con spiccato sarcasmo che il tipo non puo’ recepire,per quanto e’ accecato dalla sua strumentale esterofilia).
Dopo lo sketch in diretta con me e Marcus, prende a favellare dell’obesita’ che non lascia vedere il pisello alla gente grassa. Le persone lo seguono perche’ dopo 5 ore di autobus un po’ di sana informazione fa sempre bene. Il colmo: consiglia ai vecchietti presenti di usare lo sperma umano contro le rughe. Se nessuno gli tira in faccia un gavettone di pipi’ e’ perche’ il ragazzone cotonato ci sa fare.
Parla rapido e le sue battutacce lasciano il tempo che trovano. Ultima scena del teatrino: il venditore mima l’atto di defecare ed emette gemiti di sforzo consigliando l’uso di una medicina contro la diarrea e, subito dopo, una contro l’eiaculazione precoce…”che si’, se poi si ripete spesso, la donna vi mette le corna ed ha ragione..eh eh eh…”. Mio Dio, salvateci. Qualcuno si muove a pieta’ e gli compra degli infusi e delle scatoline magiche multiuso con ogni tipo di pastiglia all’interno.
Io preferisco lanciarmi in una negoziazione con l’aiutante del conducente che sta suonando un CD nel lettore che mi aggrada. Reggaton, tutte le canzoni piu’ ascoltate dalla Colombia ad oggi durante il viaggio. Lo voglio. Ci mettiamo d’accordo per tre dollari, visto che il CD e’ suo ed e’ una compilation con il meglio dei suoi CD novi.
CUENCA CITTA’
Vale. Alle 5 siamo a Cuenca, una magnifica citta’, la terza dell’Ecuador per abitanti, con un sapore coloniale, belle piazze grandi ed angoli speciali sul lungo-fiume e nel centro storico, sicuro e al servizio del cittadino.
Ostello Verde Limon sulla via Juan Jaramillo, ci accoglie una francesina bella e brava che ci lascia la doppia con bagno in condivisione (acqua calda) a 6 dollari a testa. Ambiente accogliente da ostello internazionale ma NON atmosfera gringa o sputtanata, per dirla com’e’. A pranzo asciugo Marcus con le menate sulla mia tesi, ma in fondo era stato lui a chiedere per primo. Essendo statunitense di origine messicana e’ interessato alle relazioni USA-America Latina, sulle quali ho cercato di inventare una simpatica elucubrazione teorica nell’ultimo anno e mezzo di duro studio “tequilero”.
VENERDI’ 9 DIC – CUENCA
Colazione molto leggera inclusa nel prezzo. Conosciamo Ken, canadese in viaggio da 3-4 anni, Anna, tedesca scapola dall’aria triste ed intelligente, Nadia, svizzera chiara chiara. Ci scambiamo le marmellate ed alcune esperienze. Anna ci raccomanda di stare attenti alle distrazioni di alcuni temibili passanti che
cercano di derubarti tagliandoti lo zaino o spillandoti i soldi da qualche anfratto.
MATTINA
Esplorazione del fiume e del centro di Cuenca in una splendida giornata di sole in cui Marcus sembra turbato dalla sua storia d’amore messa in stand by nel
lontano Texas. Le piccole rovine Inca (le prime della mia vita!) ed il lungofiume valgono la pena. Ancora di piu’ il centro storico, il mercato di San francisco,
molto popolare, e la chiesetta di Todos Santos. Infine la cattedrale nuova e la vecchia, una di fronte all’altra ma senza sfida. Il parco centrale “Calderon” e’ pieno di gente, ragazzini della scuola media suonano dei tamburi solenni e gli anziani boccheggiano all’ombra in cerca di posti liberi sulle panchine disputate.
La citta’ e’ opulenta e rilassante, a misura d’uomo e con poco traffico anche se gode delle strutture di una citta’ grande con oltre mezzo milione di abitanti.
Scatto una decina di foto anche ai balconi. Poi una bellissima (secondo me) a una chiesa con un aereo che sembra franarle addosso, vicinissimo. Se ne vedono
tanti perche’ l’aereoporto deve essere proprio dietro la chiesa, magari in oratorio.
GIORNATA
Un paio di poliziotti-soldati mi tengono fermo 15 minuti chiedendomi dell’Italia. E quanto costa partire, e come ci trattate, e quanto si guadagna, e come mai tu non stai la’, e perche’ vieni in Ecuador…peso.
Nel pomeriggio grande shopping. Una cartina del Sudamerica, qualche CD vuoto per le foto e un porta CD da 24. Accompagno Marcus a un’agenzia di viaggi ma me ne vado dopo mezz’ora perche’ non capisco cosa voglia chiedere esattamente e nemmeno le ragazze dell’agenzia capiscono bene le sue intenzioni. In effetti Marcus mi confida che, nonostante la laurea in ingegneria, ha sempre avuto grossi problemi nel prendere decisioni e nell’organizzarsi…ci si vede dopo all’ostello. Io mi svacco all’Internet ed in serata si va a prendere una pizza al Vigna, ristorante italiano buono sulla via dell’ostello. provo la birra locale CLAUSEN. Non male ma gli amanti della Guinness in America Latina hanno vita difficile, comunque non sono uno di quelli.
Prima di dormire, Marcus mi confida la sua situazione complicata con la ragazza che praticamente e’ gia’ una ex. Non sa se andarla a trovare in Texas per Natale e cosi’ riallacciare i contatti. Lei non puo’ venire in Ecuador per le vacanze quindi spetta a lui. E’ molto triste e cerco di consolarlo e fargli apprezzare lo stato delle cose, il suo viaggio attuale e le giornate che sta passando eccetera…meglio dormire no?
SABATO DIECI DIC – CUENCA II
Preparo il Caffe Mauro speciale per farlo provare a Marcus che apprezza. Poi parlo un’ora con la francese che lavora li’ a soli 95 cents all’ora e, quindi, sta
cercando alunni per le lezioni di francese. Mi parla di come e’ sbarcata in Ecuador e perche’ ci e’ rimasta: amore evasione calore Cuenca novita’.
Incredibilmente io e Marcus incontriamo nella piazza centrale la francese Celine, quella del Jungle Tour di Baños che non si era presentata all’appuntamernto
serale con i reduci della giungla.
LA CUCARACHA !
Mangiamo al cinese. A meta’ del secondo piatto sfilo uno scarafaggio da una fogliolina d’insalata in salsa di soia. Cazzo! Celine entra in panico, Marcus accenna
il suo solito sorriso autistico ed io non so che dire.
Ma ci pensa Celine con il suo accento cileno.
“Signora! Ma non e’ possibile, ormai questo ci fa schifo, non possiamo andare oltre, non mangiamo piu’”.
La siora vole almeno i soldi della zuppa, il primo piatto, e dell’acqua ma vuole in totale piu’ di quanto costi l’intero menu’ che abbiamo preso perche’ calcola i prezzi separatamente. Ridiamo, lasciamo un dollaro a testa sul tavolo ed usciamo ancora affamati e con l’immagine dell’insetto in salamoia stampata nella retina…
Nel pomeriggio vediamo un fim con due ragazze inglesi dell’ostello: “Mary full of grace”, USA-Colombia, dell’anno scorso credo. Merita. E merita anche il locale un po’ fashion in cui passiamo la serata io, Marcus e Celine. Un paio di Cuba libre all’EUCALIPTUS ed ottima internazionale sulla via Gran Colombia, dietro la cattedrale nuova. Abbiamo troppo sonno e ci perdiamo la salsa dal vivo dopo le 23.30…
Nota Quindici – Sconfino in Perú
DOMENICA 11 DIC – 23 ORE DI BUS E FRONTIERE
Mi alzo alle 7 e saluto tutti verso le otto. Abbraccio Marcus e gli dico che e’ stato divertente viaggiare un po’ insieme e magari ci si vede verso ilo sud del Peru’ piu’ avanti. Prendo il taxi alla stazione dei bus con Anne e ci salutiamo velocemente. Ognuno per la sua strada come si dice.
Posso attraversare la frontiera per il Peru’verso nord, a Macara’, passando da Loja e Vilcabamba, due citta’ coloniali carine e circondati da colline panoramiche. il problema e’ il tempo. Molte piu’ ore di autobus e probabilmente una fermata obbligata per la notte. Panorami migliori e frontiera piu’ sicura.
Oppure posso scendere fino alla costa per 4 ore, a Machala’. Da la ‘ prendere un autobus per il peru’, a Tumbes o Piura…se prendo il diretto della compagnia
CIFA, questo mi aspetta mentre realizzo le pratiche dell’ufficio migrazione mentre quelli locali arrivano solo alla frontiera a poi da li’ ti abbandonano in una selva umana fatta di mercati, coyotes che cambiano i dollari e procacciatori di affari illeciti…Meglio prendere l’autobus diretto che parte da Machala’, costa dell’Ecuador, alle 14.45.
Scelgo la via breve (4 ore fino a Machala’ su un bus affollato di signore e bambini urlanti) ed una volta a Machala’ cerco un posto per pranzare e un sarto per
aggiustare lo zainetto. Risolvo e salto sull’autobus per il Peru’. Da qui saranno circa 8 ore interrotte dalle pratiche doganali e migratorie verso la meta’ e poi da un’ora inutile in una dogana persa in mezzo al deserto. Il panorama e’ interessante ma triste. Case poverissime e baraccopoli enormi di legno e paglia.
Strade non pavimentate, eccetto la principale su cui marciamo, e poi una lieta sorpresa: appare il mare sulla destra e riesco a vedere la famosa spiaggia di
Macaro (credo), vicino a Piura. Arriviamo a piura alle 22. Ricarico di bibite e cioccolato. Biglietto per Trujillo, la prima citta’ grande ed interessante.
Partenza alle 22.50, arrivo sei-sette ore dopo. Bella nottata rifocillante. Avro’ dormito due ore vicino a un balenottero sudato e ringhiante. bus ITZZA, senza
bagno a 20 soles, circa 6-7 dollari. Alla frontiera mi avevano dato 80 soles per 25 dollari, ma il cambio ufficiale e’ 3.30 o 3.40 soles per un dollaro…
LUNEDI’ 12 DICEMBRE – ARRIVO A TRUJILLO, HOTEL MARCIO
Sbarco all’Hotel Lima in taxi. Buoi pesto in citta’, zero persone in giro, clima minaccioso. La Lonely Planet cita l’hotel Lima come il piu’ economico ma con
l’aspetto di una vera prigione. Parlo con quello che credo sia il padrone e che arriva dopo 10 minuti di calci tirati alla porta principale da me e il tassista in vena di riscaldamento pugilistico contro il portone appunto.
HOTEL LIMA – EX PRIGIONE?
La camera costa 15 soles, 4-5 dollari con latrina personale in camera. Gli dico che non vorrei pagare la notte in corso, anche se sono solo le 5 e 40, e che rimango solo se mi fa pagare a partire dalla prossima.
Mi dice di si’ distrattamente. Dormo un paio d’ore e verso le 9 metto il becco fuori dalla stanza e scatto delle foto alla carcere in cui mi trovo. I bagni comuni, che usero’ solo in serata quando perdero’ i diritti sulla mia camera, sono allucinanti. Tutti sporchissimi e pieni di residui. L’asse del cesso e’ incastonata nel muro di cemento, quindi e’ fissa, come una turca rialzata. Ottimo sincretismo. Il padrone, quello vero, sveglia i clienti a sonore scatarrate lanciate nel corridoio lunghissimo e spettrale anche di giorno. Le porte e le finestrelle quadrate delle stanze stanno una di fronte all’altra e sono squallidamente dipinte con colori scuri ed asettici.
In compenso la stanza sembra pulita. Salvo alcuni capelli di donna sulle coperte fresche di cadavere e il solito scarafaggio da ammazzare prima di farsi la doccia.
Io mi faccio quattro risate e penso che in fondo e’ giusto e sempre bello vedere posti alternativi e diversi, basta stare attenti alla salute e non toccare
niente come al museo.
Esco a scoprire Trujillo. Carina ma niente di speciale. Va bene come pausa pewr una giornata. Le compagnie di autobus sono sparse in citta’. Contratto un tour per il pomeriggio e mi faccio dire dove si trovano le agenzie delle cooperative di trasporto.
Vado in una decente, la LINEA. 40 soles, 2 dollari, per andare a Huaraz, in montagna, sulla Cordillera Blanca centrale del Peru’.
La camionetta del tour parte alle 14.30 dopo aver aspettato che acquistassi almeno un sandwich di pollo per pranzo. Per dieci dollari si fa davvero un bel giro: Rovine pre-Inca di Chan Chan e la Huaca esmeralda, le migliori del nord, il museo del sito archeologico e la spiaggia di Huanchaco per concludere. La guida e’ una ragazza simpatica coi parenti a Milano e dintorni. Siamo una decina e la giornata scorre piacevolmente sotto un sole velato.
Molto belle le rovine in mezzo a una zona simile al deserto.
Verso le sette sono in citta’ e vado a cenare con una turista trentacinquenne (o forse piu’) di Singapore che pero’ non ha quasi soldi e vuole solo posti da Epatite D dopo che abbiamo camminato per mezz’ora. Non ho molto tempo perche’ il mio autobus e’ alle nove, allora la convinco ad andare in una caffetteria popolare ma pulita. Lei gentilmente mi accompagna e dice che preferisce aspettare prima di ordinare per vedere com’e’ la mia insalata di frutta. Io mangio con gusto e passione un chilo di frutta sana con yogurt miele granola e sapore con un succo di papaya. Lei guarda, non la vuole nemmeno provare e, nonostante si possano ordinare altri piatti di carne a prezzi davvero accetabili, lei esita e sta a digiuno. Si scusa e dice che trovera’ qualcosa dopo.
Chissa’…Intanto parlo un bel po’ con la cameriera simpaticissima. Alle 19 e 30 torno all’hotel carcere e da li’ saluto il padrone con poco slancio per poi andare in taxi alla stazione di LINEA BUS. La citta’ sembra in festa ma il tassista mi spiega che e’ normale anche se e’ lunedi’. Intanto sfiora due macchine e due passanti come se niente fosse. Guidano proprio male qui. Nettamente peggio che in Ecuador.
L’autobus e’ comodo (sono 9 ore fino a Huaraz, in montagna) e trasmettono il film drammatico “Eye of the tiger” per fare addormentare i clienti con la violenza
dei C-movie americani.
Dormo tanto tanto ma male male male.
MARTEDI’ 13 – HUARAZ E TOUR CHAVIN (ROVINE & NATURA)
Alle 6 e 15 mi attendono alla stazione la padrona di un hotel del centro, non sulla lonely planet, e il suo scagnozzo promotore turistico che distribuisce
bigliettini da visita agli stranieri intontiti.
Accetto subito e andiamo a piedi. 10 soles per la camera su al 4o piano, in terrazza con bagno in condivisione con un’altra stanza solamente. Preso.
Doccia calda elettrica Lorenzetti, accensione con scossa da brivido assicurata. Probabilita’ di morte stimata: 50%, neanche tanto.
Scendo alle nove ruzzolando dalle scale per 5 gradini e mi faccio un po’ male al gomito destro e al suo corrispondente e sbadato polpaccio.
Bell’inizio. Accanto all’entrata dell’hotel c’e’ un’agenzia di viaggi i cui operatori stanno giocando a MONOPOLI e mi propongono subito un tour che prendo al
volo per i soliti 10 dollari con guida e ritorno in giornata.
Chiedo loro di prenotarmi gia’ da ora un Bus buono per Lima (la compagnia Movitour a 45 soles per 7 ore di viaggio) per partire di notte dopodomani e arrivare a Lima di mattina presto.
Parto subito per il tour a stomaco vuoto e con il cervello insonne e mezzo spento. Faccio solo in tempo a recuperare un cioccolato e delle patatine avanzati la sera prima. L’aria di montagna mi rianima un po’ e sono contento ed in vena di conoscere nuove persone.
In effetti siamo piu’ di dieci e lego un po’ con una peruviana di Lima, una belga che ha lavorato a Lima 3 mesi e torna a casa tra una settimana e una tedesca allegra.
Passiamo tante ore nella camionetta tra andata e ritorno ma i panorami meritano davvero. prima fermata alla Laguna Querococha, tipo lago alpino. Siamo a 4500
metri circa. Freschino ma se esce il sole sono cacchi.
Scendiamo a pranzare in un villaggio di questa bella valle di 180 km che si chiama “Callejon de Huaylas”.
Provo la trota fritta locale e le patete alla Huizcaina.
Le rovine di Chavin, altra civilizzazione pre-incaica, sono il punto centrale e ci rimaniamo con la guida un paio d’ore tragicamente sotto una pioggerella incessante che uccide varie macchine fotografiche. Il sito merito con i suoi labirinti sotterranei, la piazza quadrata cerimoniale e le colossali “teste inchiodate” incastrate nelle pareti esterne. Ritorno a Huaraz sonnolento e soddisfatto.
Faccio un giro in centro per capire dove si trova l’hotel in cui sto, l’imperial, e poi scopro un ristorante italiano abbordabile, IL PICCOLO. Ho mangiato abbastanza peruviano ed ecuatoriano e voglio concedermi gli spaghetti al pesto. Ottima scelta. per la prima volta gli spaghetti sono fatti bene e il pesto e’ vero!! Piango di gioia. A letto nella ghiacciaia dell’ultimo piano.
Nota Sedici – Dalle montagne a Lima
MERCOLE 14 DIC – LAGUNA E VILLAGGI
Ancora tour a 30 soles (meno di 9 dollari). Ma stavolta faccio colazione, un succo d’arancia puro di fronte all’hotel e un menu’ continentale in una caffetteria della via principale.
Capito vicino a una peruviana del nord in vacanmza per qualche giorno, Elga, che e’ giornalista locale di un quotidiano nazionale.
La prima fermata e’ a Carhuaz, paesino pittoresco con i gelati migliori della regione e del Peru’, secondo le guide. In effetti sono buoni rispetto alla media che, ahime’, proprio alta non e’ da queste parti.
Saro’ provinciale ma ancora non mi stacco dal ricordo del gelato perfetto del “Massimo del gelato” a MIlano.
Ma e’ un’altra cosa.
Qui le donne indossano un cappello con cintura rosa, se sono scapole, e una celeste, se sposate.
La guida ci spiega la preparazione della Pachamanca, un piatto tipico andino di verdure e tuberi cotti su pietre bollenti e poi coperto da altre pietre che sono
infine interrate. Siamo nel mezzo delle due cordigliere che fomano la valle: la bianca, innevata, ma a cui gli esperti danno meno di 10 anni di vita, e la nera, che la scherma dai venti caldi della costa semidesertica.
Passiamo poi alla citta’ di Yungay, sepolta da un tragico terremoto con valanga dal ghiacciaio annessa che nel 1970 travolse oltre 25000 persone. Della citta’ vecchia, rimangono Oggi solo il cimitero con una statua colossale di un Cristo bianco con le braccia aperte, 4 palme e un paio di relitti di autobus sfracellati.
La laguna di LLanganuco merita la visita con le sue acque turchese e le cibarie in vendita all’entrata (carne di Cuy, una specie di porcellino d’India simile a un ratto, patate, formaggi salati peruviani e pannocchie al vapore) !
Sulla via del ritorno pausa pranzo mantre Elga mi spiega quali sono i partiti politici del Peru’ visto che siamo all’inizio della campagna elettorale 2006 in mezzo a candidati nazionalisti senza programma, vecchi partiti con solide basi (come l’APRA) ed alleanze di centro destra piu’ o meno liberali.
Io ed Elga socializziamo con una coppia argentino-peruviana residente a Roma. In quattro proviamo il te’ di Coca, con maiuscola perche’ e’ una pianta sacra,e ci sfamiamo con solo delle creme di verdure a un dollaro l’una. bueno y barato.
Scopriamo anche di essere tutti nello stesso hotel.
Dopo una doccia esco con Elga a prendere delle birre che consumiamo in due ristorantini diversi e poi cedo ancora al fascino degli spaghetti al sugo al Piccolo,
il ristorante di ieri.
GIOVEDI’ 15 DIC – LIMA CAPITALE CON SIRENE
Il viaggio da Huaraz a Lima dura 7 ore in un autobus reggia in cui non riesco a dormire molto nonostante i comfort e i due piani in cui si snoda il parco sedili.
Lima e’ divisa in tanti quartieri piuttosto distanti tra loro, quasi come Citta’ del Messico. Decido di stare nel Miraflores, forse quello piu’ sicuro e frequentato dai viaggiatori. Il Friend Hostal e’ una buona base. Arrivo la’ in taxi a 4 dollari e sveglio i la coppia di peruviani che lo hanno in gestione. Mi propongono un letto in camerata che costa 15 soles ed accetto, anche se preferisco aspettare prima di entrare subito a dormire dato che l’odore della stanza e’ ripugnante, essendo la ora di punta del sonno per le ben 6 persone installate la’. Preferisco aspettare sul divano il nuovo giorno la cui alba gia’ s’intravede dalle finestrelle del bagno. Dormo sul divano del corridoio comune fino alle 8 quando una bionda sgualcitissima esce dalla camerata e si reca in bagno. A quel punto aspetto che esca e mi faccio la
prima doccia della giornata per svegliarmi un po’.
La colazione e’ inclusa nel prezzo e, anche se iniziero’ a pagare dalla prossima notte, posso mangiare insieme agli altri e conosco un po’ di persone. Isabel, una danese, Amy, australiana, Nancy, una ragazza di New york, e Sarah, californiana col gatto in camera, sono al tavolo. Si parla del piu’ e del meno, del viaggio e del tempo, della vita quotidiana che non lo e’ mai in Sudamerica.
Io Amy ed Isabel e Nancy andiamo in centro in autobus: un’ora di urbanita’ e sbarco in Piazza San Martin. Non e’ difficile arrivare ed il percorso e’ parte del
divertimento, tutto a 1 sol. Dalla San Martin, dove scattiamo le dovute foto, passiamo alla PLaza de Armas attraverso una via pedonale dove ti offrono dagli euro
all’erba ben confenzionata e profumata, eventualmente al posto del vecchio Arbre Magique per la macchina (nel mio casi motorino).
Dopo altre foto nella piazza centrale e dopo essermi semi scottato la capocchia per il sole matto, entriamo nel convento francescano (Chiesa di San Francisco) che ospita un museo e, attrazione principale, un labirinto di catacombe.
Da la’ ci lanciamo ad assaggiare un paio di vini in uno stand allestito vicino al fiume, a pochi isolati dalla Plaza de Armas. Buco nello stomaco e fame immediata per tutti e 4. Camminiamo mezz’ora in una folla selvaggia che s’infittisce quanto piu’ c’avviciniamo alla zona cinese dove spopolano i ristoranti economici di Chifa, cibo cinese e peruano massivo. I rapporti del Peru’ con Cina e Giappone sono molto intensi vista la proiezione del paese verso il Pacifico e i flussi migratori reciproci. Quindi China Town e’ un bordello enorme. E quindi mi piace.
Tra tutte le mie compagne di gita di oggi, Amy e’ la piu’ simpatica e viene dalla Tasmania. Ha 24 anni, laureata e lavora negli ospedali come, non mi chiedete la traduzione. Dopo pranzo lei va a trovare degli amici di famiglia che non consoce e noi torniamo indietro con un microbus che non consociamo verso un
quartiere ancora ignoto. Esploriamo il commerciale Miraflores con avidita’ e poi rimango solo con la danese che, siccome andra’ in Messico tra un giorno, vuole sapere tutto di tutto.
Scendiamo nella spiaggia di Miraflores che sta a dieci minuuti dall’ostello in fondo ad una drammatica scalinata a zig zag dalla rocca verso la strada e poi
la spiaggia. Bello il tramonto.
Di sera trovo Amy all’ostello e decidiamo di uscire a bere delle birre e cenare. C’e’ molta intesa e dopo i racconti dei suoi, e dei miei, ultimi 4 mesi di viaggio nelle Americhe, ceniamo nella zona dei ristoranti in cui arriviamo a piedi in 10 minuti. Poi prendiamo due birre al ristorante e con spirito estivo, in peru’ in effetti e’ l’inizio dell’estate, vediamo se e’ possibile andare in spiaggia. Peccato che questa non sia ne’ Pietra Ligure ne’ Puerto Escondido, quindi niente spiaggia, sembra pericolosa. Meglio delle verdi collinette che sembrano essere state messe li’ proprio per consolare le coppiette che hanno paura di stare sole in una spiaggia solitaria di notte.
Ci sediamo sul prato a bere, la luna e’ piena e la spiaggia lontana manda almeno qualche suono marino.
Siamo praticamente in un parco con gente anche di sera contornato da una via trafficata e un centro commerciale, ma e’ un bel posto. Parliamo senza sosta
(tanto che inizio anche a capire l’accento inglese australiano) finche’ alla fine cediamo, ci sdraiamo e ci coccoliamo per un’ora prima di tornare all’ostello.
Arrivati la’ la camerata si e’ un po’ svuotata ma rimangono la danese e una olandese addormentate.
Qualcuna russa. Sgattaiolamo in un letto solo con innocenza da gioco adolescenziale. Pero’ piu’ sul tardi conviene ritornare nei ranghi e ognuno al suo posto
senno’ domani al risveglio sono guai.
VENERDI’ 16 DICEMBRE – LIMA CON UNA SOLA SIRENA
Oggi io ed Amy andiamo al mercato dell’artigianato. 15 minuti di risalita verso nord in direzione centro lungo la avenida Larco e siamo in mezzo ai venditori
che ci trattano come star con il tappeto rosso per convincerci a comprare o solo sfiorare il loro negozio. Arriviamo fino quasi all’ultimo mercato (sono vari edifici di cemento con negozi dentro) che Amy ha visto qualche giorno fa. C’e’ di tutto: tessuti, peluche di Lama, ceramiche, bracciali e tantissime sculture, oggetti vari originali, stupidaggini e pezzi d’arte. Prezzi negoziabili. Ci stabiliamo in un negozio che ha un po’ tutto per comprare di piu’ da uno solo e fargli fare degli sconti. Esageriamo forse.
Io saccheggio oltre 10 chili di roba, ma bellissima.
Anche Amy non scherza, ma sta sui 5 chili, dieta. Dopo pranzo le duplico un CD di reggaeton al Cybercafe’ e di nuovo giu’ in spiaggia a riposare e fare foto ai
tipi del parapendio che si lanciano giu’ dai palazzi.
Mandarini a merenda. Serata romantica non all’ostello.
Unico problema e’ che dobbiamo ritornare in ostello a dormire. Ceniamo dopo mezzanotte. Torniamo alla base e poi alzataccia alle 3 am perche’ Amy deve prendere l’aereo per Santiago dove passera’ tutte le feste con una parte cilena della sua famiglia che nemmeno e’ originaria della Tasmania ma di tante parti
dell’emisfero sud…Ci salutiamo un po’ tristi ma con voglia di provare a rivederci.
SABATO 17 DIC – BUROCRATICAMENTE
Oggi niente di speciale. Ho spedito in Messico 15 chili di borsa etnica impaccata in 100 grammi di scotch e patina di plastica.
Ho scritto ad Amy rispondendole. Mi ha scritto prima lei infatti! Dall’areoporto si e’ ricordata di aver scordato il cellulare in camera e mi ha chiesto di
custodirlo.
L’ostello e’ rimasto quasi completamente vuoto. In mano mia , di un peruviano con gli occhi rossissimi e il naso (e il cervello)rotto per un incidente che ha
avuto con la tavola da surf e un australiano spocchioso dall’occhio spento di chi poco capisce.
Povero me.
COGLIONATE SERALI
L’invio postale mi costa mezza mattina e mezzo pomeriggio oltre a 75 dollari americani insanguinati.
Sono contento per le belle cose che mi sono successe in questi due giorni a Lima. Oggi e’ riflessione e relax, oltre alla solita dose di world wide web in
cala. Di sera mi preparo dei decentissimi spaghetti al pomo e chiacchiero coi due ospiti, australoperuviani. L’austaliano si vanta delle sue prestazioni sessuali in uno spagnolo accennato. Il peruviano lo segue a ruota nella sua marea di idiozie mentre io consumo silenzioso gli spaghetti e annuisco con sarcasmo osservando anche i tagliolini con pezzi di pancetta bruciata che l’australiano ha cucinato al peruviano.
Il peruviano, che vive in svizzera ed e’ qui in vacanza, accusa l’australiano di essere disonesto nella sua gara per sfiancare piu’ femmine perche’ lui, poverino, ha solo 20 giorni mentre l’australiano ha sei mesi davanti e ha gia’ viaggiato per altri sei.
Inoltre ora il peruviano appare sfigurato, rosso in faccia e nelle pupille, con il naso gonfio e la parlata rallentata…Indubbio vantaggio dell’oceanico ma, “eh, come si fa a resistere. 5 volte al giorno con una tipa e dopo un po’ basta, come faro’..?” dice l’australiano delirante e piu’ solo che mai. Sono seri i due, non ridono e non fanno battute.
Gli chiedo che ne pensa della Colombia, come gli e’ sembrata e mi risponde che aveva 4 fidanzate a Medellin…gli dico bravo, ma sei sicuro? proprio 4, non saranno state 3 o 5…
Pensavo che la specie dei contabballe seri, cioe’ quelli che credono alle loro storie e le rendono in qualche modo credibili (ma che poi non combinano mai
nulla e si vede), si fosse estinta verso la fine delle scuole superiori o all’universita’, ma sono stato troppo innocente. Saluto e vado a dormire.
Nota Diciasette – Da Lima al deserto e NASCA
DOMENICA 17 DICEMBRE – ULTIMO A LIMA
DUE MUSEI
Giornata musei. Il primo e’ il Larco Herrera, zona san Isisdro, verso centro-ovest, in fondo alla avenida Javier Prado, da vedere in meno di due ore ma
interessantissimo. Pezzi di archeologia pre-inca ed inca, un enorme deposito che sembra un immenso negozio in cui perdere la testa ed infine la sala appartata di
ceramiche erotiche davvero belle!
Il Museo de la Nación lo vedo in tre ore. E’ il museo principale, di antropologia e archeologia, con 4 livelli e altrettante sale con le quattro fasi in cui s’e’ divisa la storia precolombiana della regione andina centrale. Chiaramente merita e costa meno di un dollaro per studenti. E’ dall’altra parte dell’Avenida Javier prado rispetto al Larco Herrera…
TARDE Y NOCHE RELAX
Va beh. So che tutta sta roba la dice anche la guida turistica ma per una volta volevo fare il serio e serioso. Nel pomeriggio sono in ostello a finire la pasta di ieri e a comprare gli ingredienti (tonno) per quella di stasera che pre-assaporo. Mi prenoto la TV per l’incontro Pumas de la UNAM (MESSICO!) contro Boca Junior de Buenos Aires sta sera alle 19:30, finale coppa Nissan Sudamericana (che non e’ la “libertadores”). Maradona mascotte del Boca permanente pagato per gridare in faccia alla telecamera e dare commenti tecnici. Esco per comprare magari dei libri a Miraflores ma finisco per prendere degli auricolari nuovi della sony che quelli vecchi sono fatti.
In serata la partita non e’ emozionante e poi i PUMASW, la squadra della mi universita’, perdono.
Quindi parlo ed offro la pasta, un po’ salata oggi, a Kim, una sud coreana in pausa dall’universita’ per un annetto. E’ proprio simpatica e parla inglese perche’ lo spagnolo lo sta imparando. Ci lasciamo la mail e ci lasciamo la mail nella camerata in cui siamo solo noi due, praticamente una stanza privata…
LUNEDI 19 DIC – DA LIMA SI VA A ICA E PISCO,RUMBO AL SUD
Alzata di vele a poppa alle 6 e qualcosa. IN taxi alla centrale dei bus di Olmeño e Soyua, quelli che vanno al sud. Quest’ultima ha piu’ uscite ed economiche, 3
ore e mezza a 17 soles (5,5 dollarini) per la citta’ di Pisco, famosa per il Pisco Sour, un cocktail fatto con una grappa locale (il PIsco appunto), l’albume dell’uovo e limone.
Entro con acqua e giornale alla mano come al solito e parte subito un film con Steven Seagal piu’ che sessantenne, ridicolo e impacciato.
TROPPO TURISMO. ANTI LONELY PLANET ?
Alle 11 e 44 sono nel centro della citta’ di PIsco alla agenzia PARACAS OVERLAND. Mi consigliano di provare oggi l’escursione nel deserto in jeep a ICA e
domani prendere due tour di seguito per la Reserva Natural Paracas e le Isole Ballestas. Accetto per un totale di 28 dollari. Qua trattare in moneta locale diventa sempre piu’ raro. Mi sto iniziando a stancare un po’ dei tour e le cose organizzate.Cercano di estrarti l’eccedente che i paesi del nord a loro volta riestraggono a livello macro dal sud…
So che quando si vuole andare piu’ rapidamente e’ utile ricorrere all’agenzia ma loro se ne approfittano abbastanza e da poco hanno iniziato a usare le stesse
nostre armi, cioe’ la guida Lonely Planet eletta a tragico testo legittimatore. Mi spiego. E’ gia’ la seconda o terza persona, operatore di agenzia, che tira fuori la lonely planet dal cassetto dicendomi che QUI c’e’ scritto che il tour e’ buono e che i prezzi sono questi qua…In piu’ mi chiedono se io ce l’ho e, se dico si’, ecco fatto, l’operatore ha ragione, e’ onesto e non ti sta fregando. Malditos.
Comunuque non mi faccio intortare. Prendo i due tour al minimo possibile e non mi faccio convincere a comprare gia’ oggi e da Pisco i tour successivi o biglietti di autobus…infatti il tipo mi propone un autobus per domani da Pisco a Ica diretto a “soli”, come dice lui, 17 dollari per tre ore di cammino. Gli dico che ho pagato tanto in bus di lusso per 9 ore di viaggio e mi dice che pero’ questo e’ piu’ comodo.
Declino e gli dico che non attacca. Tre ore di viaggio le faccio anche su una camionetta aperta.
HOTEL “”EDEN”"
Il tour a ICA vale davvero la pena. Lascio le cose al vicino Hotel Eden, quasi in piazza, dove ho una camera senza bagno. Nel bagno comune si e’ in buona
compagnia: zanzare e spioncini nel caso in cui qualcuno passi la’ fuori. A 5 dollari scarsi come la pulizia delle lenzuola. Per fortuna la stanza e’ grande e non opprime l’anima in pena.
DESERT SNOWBOARDING
Vado a ICA con un bus locale, prendo un Taxi-Ape piaggio e scivolo al villaggio di HUACACHINA,al ristorante CAPASI, dove mi aspettano per il tour nel
deserto. Partiamo su una jeep aperta, una “Boggie”, con un gruppo di inglesi in viaggio organizzato tipo avventure nel mondo. Siamo in due macchine. Il giro di
un’ora circa e’ indescrivibile, bello davvero tra i salti sulla sabbia, le discese di oltre 300 metri giu’ dalle dune e le derapate acrobatiche. Non c’e’ un sole forte ma gli occhiali servono comunque e sono in dotazione. Ci si riempie un po’ di sabbia ma e’ piacevole. Parte centrale: fare snowboard giu’ da delle dune sempre piu’ alte. C’e’ chi scende in piedi ma alcune discese sono troppo ed e’ meglio lanciarsi giu’ di petto sulla tavola. Io non ho mai sciato ne’ fatto snow ma piu’ o meno mi mantengo in equilibrio e con gli inglesi piu’ rotoloni si scherza e ci si lancia di piu’.
Visitiamo anche un’oasi nel deserto (che assomiglia all’immagine che ho del Sahara…) e poi arriviamo dietro al villaggio che scopriamo essere un’oasi anche
lui visto dall’alto.
Torno a ICA e poi a PISCO soddisfatto dell’esperienza e dei panorami sconfinati (dopo una birra).
A PISCO il pesce e’ divino. A 5 dollari scarsissimi mangio nua montagna di Ceviche, l’insalata di mare con i molluschi e i pesci a pezzetti cotti in acqua di
limone con salsa piccantina sopra. Conosco una famiglia al tavolo vicino e ci godiamo il pranzo.
Scrivo in internet fino ad esaurimento pile vicino a un folle fanatico dei videogiochi che mi obbliga a chiedergli d’abbassare pur nella mia immensa
tolleranza dei vezzi altrui…
MARTEDI’ 20 – ISOLE BALLESTAS, RISERVA NATURALE E POI A NAZCA
Giorno intenso. Alle 6.10 in doccia con le zanzare arrapate di sangue. Gli do picche e le scaccio con le ciabatte imbevute d’acqua. E’ una lotta alla cieca
perche’ gli occhi mi si aprono realmente dopo la colazione e l’uscita del sole molto potente. Lascio il cesso in uno stato terminale. Porto la protezione solare per la barca ed esco coi pantoloncini-costume rossi della Decathlon, poverino.
La barca continene una ventina di persone. Il tour dura due ore e passa per le isolette e i faraglioni dove si estrae il GUANO, gli escrementi sedimentati degli uccelli, numerosissimi qui, che hanno fatto la fortuna del peru’ come esportatore di fertilizzanti durante un secolo. Vediamo grotte popolate da centinaia di leoni marini e uccelli, gabbiani, pellicani e granchi strani. Merita davvero. I faraglioni ricordano Capri ma piu’ rustico e con un forte odorino acre di GUANO (=cacca). Ma quale paese e’ stato tanto ingegnoso da costruire le sue fortune e sfortune sulla merda?
I delfini saltano felici e si contendono le foto del gruppo coi leoni marini in calore o in lotta per la supremazia delle spiaggette e gli scogli vicini.
Torniamo alla Bahia de Paracas e al porto dove faccio amicizia con tre romane, anzi una peruviana impiantata a Roma da 20 anni e una romana Doc simpatica con figlia dodicenne. Siamo 4.
SECONDO TOUR – partiamo dopo le 11 e tagliamo la penisola di Parracas fino arrivare dall’altra parte passando per il deserto in autobus. Primo stop alla
CATEDRAL, una scogliera con faraglioni meravigliosa dove il deserto si tuffa in mare e diventa pietra bianca e florida. Poi a pranzo nella spiaggia Las
Lagunillas. Perfetto. Birra, Pisco Sour Cocktail e corvine fritte con contorno di insalata di mare e conchiglie alla parmigiana. Prezzi incomparabili.
Dopo pranzo mi fermo a parlare 5 minuti con una ragazza seduta di fronte a noi che scopro essere Colombiana, di Cali esattamente! Anche se vive a Bogota’. Mi da vari consigli per il viaggio in Peru’. E’ simpatica e disponibile e mi passa la mail per vederci se passo ancora da Bogota’.
Ritorno a Pisco. Saluto le romane con un besito e corro alla stazione dei bus SAKY dopo aver preso lo zaino grande in hotel. Saro’ a NAZCA verso le 21…tre
ore dopo.
OSTELLO FRIEND’S a NASCA
Li’ mi accoglie il promotore turistico Elvis. Un ragazzo di Nazca con un ostello in pratica. mi propone una buona stanza con doccia calda comune, grande e
pulito. Bien, a meno di 5 dollari.
Esco a mangiare (ci sono menu’ a 3 soles, 0.85 dollari!) e poi pago a Elvis il biglietto per il giro in aereo di domani sulle Linee di Nasca, le famose ed enigmatiche linee che disegnano piccoli animali nel terreno in mezzo al deserto. Oscura la loro funzione esatta, s’e’ ipotizzata anche la opzione extraterrestre o qualche significato religioso piu’ probabilmente.
Torno in ostello e c’e’ li’ Elvis con la sua ragazza tedesca, Sebastiano, un ragazzo italiano a Nasca per tre mesi all’anno e poi a Verona il resto dell’anno.
Ci beviamo tre birre e poi verso mezzanotte saliamo in terrazza a fumare qualche prodotto locale naturale al 100% ed anche un po’ shit che Sebastiano ha portato
dall’italia. Arrivo giusto in tempo un amico di Elvis peruviano. Ha appena passato un’ora con tre tedeschi talmente ubriachi e fumati da essersi dimenticati dov’e’ il loro hotel. non hanno la chiave e non ricordavano nulla, caso difficile. Non risolto: forse sono ancora in giro.
L’amico di Elvis e los tesso Elvis iniziano un teatrino di cui faccio un filmato perche’ sono troppo forti. Uno critica l’altro e racconta i dettagli piu’ scabrosi e strano della vita passata dell’amico in un turbolento susseguirsi di realta’ e finzione, fumate e sbevazzate. Io e Sebastiano ci guardiamo e gli ridiamo praticamente in faccia mentre i due si `prendono sempre piu’ per riaffermare la loro versione.
Perdente risulta l’amico di Elvis: dipinto in pratica come un seduttore di minorenni e puttaniere di periferia, oltre che gay.
Storie clue della serata: l’amico di Elvis ci dice che ieri e’ stato con due ragazzi contemporaneamente.
Ridiamo e chiediamo come o perche’, racconta dai.
“Beh…si’…insomma, ho pagato 10 soles per ciascuna”.
Poi Elvis cerca di fargli sorgere una coscienza o un rimorso raccontando a tutti l’altra storia torbida: l’amico l’anno scorso quando aveva 25 o 26 anni ha
preso ad uscire con una ragazzina forse di 12 o 13 per poi sedurla e fare l’amore, diciamo cosi’. Lui l’ha poi ignorata facendola star male ed e’ uscito con
delle altre. Pero’ ahi lui, s’e’ innamorato della infante perdutamente e ripetutamente s’e’ gettato in lacrime sotto la sua finestra accompagnato da orchestrine improvvisate per serenate occasionali. Va beh, stendiamo il classico velo ma col sorriso.
Buonanotte
MERCOLEDI’ 21 - LINEE DI NASCA E VERSO AREQUIPA COL NOTTURNO
Compro un biglietto notturno per Arequipa. I prezzi a Natale aumentano per tutti vertiginosamente. I servizi economici scarseggiano e gli orari anche. Prendo un
Cruz del sur non di lusso a 18 dollari dalle 22.30 alle 7:30 per Arequipa. Ad arequipa sto cercando senza successo di contattare degli amici indiretti di famiglia. Lui e’ il console italiano ad Arequipa e dice che sarebbero felici di ricevermi, speriamo.
PREPARAZIONE
Con una ora e mezza di ritardo partiamo in taxi per l’aereoporto di Nasca dove ci sono gli aerei piccolini per 3 o 5 persone per vedere le famose linee precolombiane di Nasca. Ci viene data una breve spiegazione ed un gruppo parte subito mentre a me tocca aspettare ancora. Sono stanco e a digiuno da
due-tre ore perche’ mi era stato detto un altro orario, cedo all’errore fatale: mangio 4 biscotti che poco dureranno nello stomachino.
VOLO !!
Partiamo per 35 minuti in volo, fa un caldo colossale dentro l’apparecchio ma si resiste. So gia’ che staro’ male e preparo il provvidenziale sacchettino. Resisto
fino alla fine per mezz’ora ma verso l’atterraggio cedo alle spinte ancestrali e libero il giogo del sudore freddo e delle pressioni stomacali. Spero di non essere scabroso nel racconto pero’ come dicevano i latini: Naturalia non turpia sunt. Altro velo pietoso.
Il volo merita anche se le linee non sono cosi’ grandi e distinguibili dall’alto. Con un po’ di attenzione comunque si vedono e sono sicuramente qualcosa di
particolare ma non spettacolare. Va bene farlo una volta e basta per me.
RECUPERO
Torno all’ostello e dormo due ore. Poi doccia e pranzo. Devo recuperare per il viaggio notturno. Sono ancora in cala fino alle 15 ma il cibo mi rimette in
sesto anche se il mal di testa pizzica. 3 Ore di internet per recuperare con le Note di viaggio lasciate indietro che sono quasi un lavoro, diciamo che cosi’ mantengo allenata la mente…In serata previsto film (Kig Kong pirata), cena e partenza per Are.
Ciao Fab.
Nota Diciotto Natalizia-Arequipa & Cusco
GIOVEDI’ 22 DIC – AREQUIPA
Nottata in autobus da Nasca e arrivo alla citta’ coloniale di Arequipa, sempre piu’ a sud. Siamo in montagna ma con clima primaverile. Mollo le cose all’Hostal La Reyna, sulla stessa via dell’attrazione principale della citta’, il Monastero di Santa Catalina. Per 12 soles va bene, c’e’ anche un panorama dalla terrazza sulla citta’ e sul monastero in vista aerea. Mi riposo in terrazza con un po’ di sole nascente ed esco verso le 9 ad iniziare il giro. Ah, colazione (che stranisce un po’ alcuni stranieri non pastaioli) con spaghetti in bianco e parmigiano finto.
Non male.
Entro subito al Monastero di S.ta Catalina (per 8 dollari studente o no che tu sia) dopo aver stortato con uno schiaffo lo specchietto di un taxi che minacciava di investirmi anche se avevo gia’ iniziato l’attraversamento. Confermo i peruviani come i peggiori conducenti d’auto dal Messico in giu’,
maleducati e spocchiosi quando pensano di poter usare l’auto per risolvere il problema demografico.
Comunque il convento e’ grandissimo, labirintico e stupendo. Cortili interni con scorci sui campanili, aranci, pinacoteche, vicoli colorati e fioriti all’interno, stanze e cucine rustiche usate dalle suore decenni e secoli or sono perfettamente conservate, viste panoramiche da un paio di torri e mosaici sotto portici tutti da scoprire.
D’istinto vado a comprare il biglietto per Cusco per questa sera, altra notte in autobus. Sento di dover lasciare Arequipa presto anche senza visitare l’attrazione principale della zona: il Canyon del Colca. Direzione Machu Pichu. Il Peru’ mi piace ma ripeto, ha qualcosa di cosi’ programmato e artificiale che preferisco coglierne l’essenziale e partire verso nuovi lidi. Inoltre ho un mezzo appuntamento con la mia amica australiana in Cile prima che lei parta definitivamente il 10 gennaio.
Smiccio al mezzodi’ e sfocio in Plaza de Armas dove m’intrattengo con due anziani seduti su di una panchina in ombra. Arriva il sole e ci salutiamo.
Passeggio con aria persa ancora un po’ e pranzo in un ristorante vegetariano col menu’ prima di tornare in ostello a riposare. Faccio scorte d’acqua e continuo
con la mini cura anti catarro dopo una notte freddolosa. Quindi pastiglie e vitamina. Mi sarei fermato di piu’ nella accogliente Arequipa se avessi potuto contattare la famiglia del console italiano qui. Il console e’ infatti il cognato di un amico di famiglia di Milano…peccato che siano proprio ora in vacanza a Lima e quindi non li posso salutare.
Sull’autobus Flores Imperial il film IO, Robot, un’americanata piu’ carina del solito Van Damme o Steven Seagal. Dormita pessima e sveglia drammatica alle 5:30.
VENERDI’ 23 DIC – CUSCO, CAPITALE QUECHUA (o INKA)
Hotel Caceres a una via dalla Piazza Centrale. Cusco e’ una capitale mondiale del turismo e il punto di partenza per le rovine del Machu Pichu. La citta’ merita una visita, ma i prezzi sono doppi ed e’ un po’ una Pisa o una Firenze delle ande, quasi finta, fatto che le toglie punti rispetto ad altri punti meno frequentati. Stradine e mercati sono incastonati tra i ghiacciai stupendi e le colline con precarie case di mattoni arrampicate.
MERCATO
Una signora peruviana da 12 anni a Roma mi scorta in alcune vie popolari e negozi per cercare rinforzi per il mio zaino malandato e poi facciamo un giro al
“pericoloso” (ma in realta’ tranquillo) mercato coperto di fronte alla stazione dei treni di San Pedro (da dove partono i trenini per le rovine archeologiche). Il mercato e’ bellissimo, forse la parte piu’ vera della citta’ e vi rimango un’ora e piu’ parlando con la ragazza che prepara i succhi ed i macellai con le teste di maiale e le galline sgozzate e travestite da babbo natale in bella vista sui banconi. Da provare il cioccolato fondente!
Scrivo una mail per dare un appuntamento a Marc e alla sua colombiana, in viaggio con lui da quasi 3 settimane, e scopro che sono gia’ a Cusco e che ci vedremo in Piazza verso le 19 e 30, sotto la Cattedrale.
Intanto io vado in giro a cercare i numeri di una rivista in uscita con La Republica, un quotidiano tabloid nazionale, che si chiama Historia Universal e ha dei buoni riassunti e foto delle civilta’ precolombiane. Insomma una delle mie solite manie o scuse per rompere le palle agli edicolanti e girare la citta’ con qualche finalita’ “superiore”.
Mi svacco in un Cafe’ a leggere e poi incontro Marc e Brigitte. Siamo felici di rivederci dopo Cali, Colombia, e Quito. E’ la terza volta, obiettivo Machu Pichu. Non che sia una grande avventura pero’ e’ bello condividerla con qualcuno! In piu’ dopodomani sara’ Natale anche se a nessuno sembra passare per la testa.
L’ambiente e’ un po’ invernale, fa freddino di sera ma se si viaggia in fondo un giorno vale l’altro.
Conosco un po’ la ragazza di Marc che e’ un tipino simpatico e frizzante. Ci lanciamo a un paio di birre in un bar e ci aggiorniamo rispetto a tutti i viaggi e le cose fatte e viste. Ci uniamo al tavolo vicino per una mezz’ora. UNa svizzera seduta li’ mi fissava e poi mi ha chiesto se ci fossimo gia’ incontrati. Da li’ lo scambio di persone ai tavoli visto che anche loro erano in tre, un altro svizzero e un peruviano.
Sorpresa finale.
Incontro Celine, la francese conosciuta a Cuenca Ecuador, mentre vaga nel bar alla ricerca del menu’ che non c’e’. Ci salutiamo con un abbraccio e ci raccontiamo brevemente delle piccole avventure peruviane. Lei partira’ domani per l’Inka Trail, 4 giorni di cammino con la guida in direzione delle rovine.
Salutiamo e via. Mi addormento soavemente e mi sveglio alle 4.30 in preda a pensieri strani. In pratica penso alla tesi del master e ai nuovi sviluppi maturati in
questi mesi! Maniaco? Scrivo anche 5 o 6 pagine di riassunto per una conferenza a cui mi hanno accettato per il mese di marzo. La mente tira brutti scherzi e a
volte, quando si e’ preoccupati per qualcosa, e’ la notte o il sogno che s’occupano di risvegliarlo.
24 DICEMBRE – ROVINE INCA VICINO A CUSCO
In piazza a Cusco e’ festa grande. Mercato gigante ovunque. Cibo, vestiti, ladruncoli e venditori d’ogni sorta. Oggi qui riuniti. Non solo qui., Anche in tante altre zone piu’ alte e periferiche con bancarelle piu’ assortite e prezzi popolari.
Colazione ricca e incontro con Marc e “consorte”. Compriamo alla stazione in fondo alla principale Avenida del Sol i biglietti per il treno a Machu Pichu. Le opzioni sono poche e preferiamo comunque spezzare il percorso ed il prezzo prendendo prima un bus ad Ollantaytambo, stazione initermedia, e da li’ il biglietto del treno, giusto 40 dollari andata e ritorno! Il treno completo piu’ turistico e’ il “backpacker” a 65 dollari andata e ritorno. Si puo’ anche stare una notte ad Aguascalientes, ultimo avampasto a una ora e mezza a piedi dalle mistiche rovine.
Stiamo un po’ insieme per goderci il mercato ma, come si sa, la confusione estrema puo’ stancare e loro sono all’ultimo giorno di viaggio insieme quindi ci diamo
un onesto appuntamento verso sera.
ROVINE MINORI
Io contratto un tour a una decina di dollari per le 4 rovine minori vicine a Cusco che rappresentavano centri cerimoniali e villaggi dei Quechua, il popolo piu’ volgarmente conosciuto como Inca (che in realta’ erano solo i nobili). Il tour e la guida, questa volta, valgono la pena. Ero troppo provato dai bus notturni e dalle camminate mattutine per giostrarmi in un tour fai da te che e’ comunque possibile. Le agenzie giocano proprio sul fattore fretta. La visita include anche un tempio molto bello: un monastero francescano costruito su un tempio incaico con le fondamenta e le sale antiche ancora in piedi. Fa un freddo dell’ostrega, no sole. Il tour dura dalle 14 alla sera.
CENA
Per la sera di Natale ci organizziamo con Marc e Brigitte per una cena al loro hotel-ostello, la Estrellita. Un posto piu’ alla mano del quasi raffinato Hotel Caceres dove sto io e dove non si conosce quasi nessuno. Vado da loro e li’ c’e’ gia’ una bella compagnia riunita e, sorpresa di nuovo, la tedesca (Erika) conosciuta durante un breve tour nelle montagne della Cordillera Blanca di Huaraz quasi due sttimane fa. Ci salutiamo e ci richiediamo i nomi scherzando.
Taglio le carote e le banane per l’insalata di frutta e verdura. Intanto uno svizzero-italiano prepara il risotto e si inizia a bere un po’ di vino. Ci sono un paio di ragazze olandesi a fine viaggio, Brigitte e Marc chiaramente, ed anche un americano piu’ vari allegati German-Speaking. Una acidissima ragazza israeliana rimprovero impunemente un australiano appena tornato dal mercato ed in crisi perche’ gli hanno rubato i soldi e la carta di credito. Facciamo una colletta e, a fine cena, lo accompagno in vari negozi con cabine telefoniche per annullare la sua scheda. Bel Natale per lui! Alla una sono a letto ma la serata e’ stata carina. AUGURI a tutti!
Nota Diciannove – Machu Pichu
NATALE 2005 – MACHU PICHU
Come dicevo ci sono diversi modi per arrivare alle rovine di Machu Pichu. Ci sono i tour organizzati di 4 giorni lungo l’Inka Trail, una camminata molto bella ma che si puo’ ritrovare in tante regioni dell’America del Sud senza pagare 150 o 200 dollari; poi ci sono i meno “faticosi” tour che includono hotel ad Aguascalientes, il paesino vicino alle rovine, e il treno per arrivare la’.
Meglio comprare il biglietto del treno da soli o per il tragitto completo oppure Da meta’, cioe’ da Ollantaytambo, raggiungibile con un autobus economico con lo stesso panorama del treno. Cosi’ il treno costa 40$ andata e ritorno invece di 65 o 90.
Altra opzione piu’ avventurosa ma che richiede 3 o 4 giorni e’ prendere degli autobus per Santa Maria e poi Santa Teresa con orari e frequenze non garantiti.
Cercare a Santa Teresa un posto per dormire. Da li’ il mattino dopo intraprendere una camminata di 12km ad Aguasclaientes e dormire li’. Poi al mattino seguente
seguire a piedi fino al Machu pichu e fare lo stesso al ritorno. Pochi turisti lo fanno ma forse e’ la via piu’ carina e originale.
Noi optiamo per il treno da Ollantaytambo e dormire ad Aguascalientes per 10 soles (3 dollari).
Il giorno di Natale e’ sornione e soleggiato a Cusco.
Incontro ancora Marc e Brigitte che si stanno dando l’addio. Poi con Marc ci mettiamo d’accordo per vederci nel pomeriggio e a pranzo prima di andare ad
Ollantaytambo in bus dalla Avenida Grau.
L’ITALIANO IN VIAGGIO?
Intanto di mattina mi fermo un’ora e piu’ a parlare e fare colazione con una italiana, Francesca, che mi ha fermato per strada per chiedermi un po’ d’informazioni
sulle rovine. E’ la prima italiana in assoluto che incontro qui in viaggio per piu’ di 2-3 settimane e che, come tanti altri stranieri “del nord”, ha scelto di lasciare il lavoro e viaggiare coio risparmi. Anche lei dice che sono il primo ed e’ felice per la scoperta! In effetti la cultura del viaggio, della vera flessibilita’ linguistica e di vita, non e’ una caratteristica del nostro humus nazionale. Poca mobilita’ e scarsa voglia di lasciare “tutto” sono alcuni tratti che diamo io e Francesca al turista italiano, turista non viaggiatore. Marco Polo e’ lontano.
PARTENZA
Io e Marc siamo contenti di esplorare insieme le rovine piu’ belle (o solo piu’ famose?) d’America.
Magari lui e’ un po’ meno contento perche’ lui ha appena lasciato andare la sua colombiana che si lancera’ in 4 giorni di autobus fino alla bella Cali, ma in fondo “e’ la vita” dice.
Facciamo un giro in un mercato vicino alla stazione dove non ci sono stranieri, solo indigeni e tanti colori in vie semipuzzolenti.
Scambiamo due chiacchiere con dei danesi sull’autobus e poi ad Ollantaytambo ci facciamo due Mate de Coca e un Almuerzo (pranzo) in un cafe’.
Ad Aguascalientes, paesino arroccato sulla riva del fiume Urubamba, c’e’ un’orda di promotori di ostelli ed hotel che s’avventa sulle centinaia di turisti che sbarcano dal trenino transalpino per i turisti. Noi abbordiamo una ragazza che propone 3 dollari per una stanzetta con bagno al Residencial Illampu. Serata con cena, pioggia, birra, giochi in ludoteca e programmi per l’assalto alla citta’ Inka.
26 DICEMBRE LUNEDI’-LA CITTA’ INKA (va bene, Quechua…)
Alzataccia hard core alle 3:30. Camminata sotto la pioggerella imbottiti di maglioncini e con la torcia per la prima ora. E’ ancora buio e camminiamo sulla drammatica scalinata inka per un’ora e mezza per anticipare il bus dei turisti che arrivera’ verso le 6,30 su al Machu Pichu. Ce la facciamo e alle 5.45 siamo gia’ (stanchi) dentro in esplorazione con una mistica nebbia che avvolge le rovine e non ci lascia capire le dimensioni e la magnificenza del sito.
Non posso descrivere tutte le parti delle rovine qui, semplicemente dico che valgono la pena, valgono le camminate e le alzatacce e tutto quanto. Ci si perde dentro tra i vari percorsi inutilmente segnalati, tra i coniglietti selvatici che ammiccano e i lama che pascolano in qualche spazio monumentale, nei templi e nelle terrazze anticamente coltivate ed abitate.
Aspettiamo nella casetta del guardiano, che e’ il punto piu’ alto usato per scattare le foto piu’ tipiche dell’intero complesso, che il sole salga e ci lasci intravedere qualcosa a piu’ di 20 o 30 metri, nulla. Scendiamo un po’ delusi al bar. non si puo’ entrare nel ristorante all’entrata se non si prende il buffet da 24 dollari! Intanto piove e siamo costretti a rifugiarci infreddoliti sotto i tendoni del barettino che offre un te’ a solo il doppio del prezzo. Attendiamo tenaci e la fortuna ci bacia, sole e nuvole aperte verso le tre. Risaliamo su e scattiamo le agognate foto e apprezziamo finalmente i panorama completo delle rovine.
Scendiamo a piedi lungo la strada che il bus percorre normalmente e anche li’ i panorami valgono la pena.
Siamo emozionati e felici come bambini a Natale in effetti. Si dorme con facilita’ dopo una giornata cosi’.
MARTEDI’ 27 DICEMBRE – ADIOS E NUOVI LIDI (PUNO SPIAGGIA A 4000m)
Sveglia take it easy solo alle 4:30 am…
Treno dopo caffe’ in piazza centrale. Autobus da Ollantaytambo al centro di Cusco. Stazione dei bus per prendere biglietti e decidere destini. Elaborazione di
alternative ed infine eccoci sullo stesso autobus per Puno. Marc p`roseguira’ fino al Cile e poi giu’ al distretto dei laghi, praticamente l’inizio della patagonia. Io mi fermo a Puno, entrata del lago Titicaca, il piu’ grande dell’America del Sud ed il piu’ alto al mondo si suppone, circa 4000 metri.
PER PUNO…
Fuori piove ma il film sull’autobus ci fa dimenticare di essere al freddo in montagna. E’ Rat Race, ambientato in New Mexico. Una gara di matti per i soliti due milioni di dollari.
Come s enon bastasse in 6 ore ci propinano anche la Mummia I e II la vendetta. Conosco sul bus un amico di Marc conosciuto a Lima. Si chiama Neil ed e’ irlandese. Ha un accento incomprensibile che mi fa retrocedere di alcuni anni quando ero andato in Irlanda col grande amico Simone e non capivamo quasi un cazzo e lavoravamo come bestie scaricando piatti dalla lavastoviglie e sacchi di pasta dai camion.
A Puno citta’ saluto Marc e spero che ci si incontri ancora. Ci sono tanti progetti che alcuni vagabondi vogliono realizzare, tipo aprire ristoranti ed ostelli in Colombia o esplorare altri parti del mondo e, in generale,prima o poi lo fanno, quindi “vamos a ver”.
Io e Neil ci facciamo guidare dal solito promotore a cui spieghiamo le nostre esigenze di prezzo. Ci va bene per 5 dollari due stanze con bagno in hotel centrale e decente (si chiama Illampu). Io prendo al volo un tour di una giornata intera sul lago Titicaca a 30 soles (8.5 dollari). (Attenzione: una ragazza ha pagato per lo stesso tour 30 dollari, non soles!: si approffittano abbastanza dell’inesperienza o delle percezioni relative dei prezzi dello straniero che arriva. Inoltre partono sempre da un prezzo un po’ piu’ alto, a me avevano offerto 35 o 40 soles all’inizio). Serata con Neil in paese. Solo una cena e un po’ di droga on line, mail e chat per addormentarsi. La citta’ ha solo un ped mall turistico con prezzi triplicati e una piazza centrale un po’ buia e abbandonata. Nulla di che. meglio fermarsi poco. Clima piovoso a dicembre. Di giorno pero’ il sole puo’ bruciare anche le anime piu’ pure.
MERCOLE 28 DICEMBRE – TITICACA O MAR MEDITERRANEO? Grande dilemma…UROS
Ore 7:00-piove e mi tocca aspettare mezz’ora in piu’ all’hotel.Il tour alle Isole degli Uros, una popolazione indigena che vive da secoli su delle isole galleggianti costruite con le canne che crescono nel lago,sembra una visita allo zoo con le isolette e gli indigeni che si prestano a ricevere pochi spiccioli e noccioline monetarie in cambio di foto e artigianato.
Le isole sono comunque molto belle e davvero uniche al mondo. Mi sento rilassato e in pace oggi. Camminiamo tutti emozionati sulle isolette di canne che durano fino a 13 anni e poi sono rimpiazzate da nuove costruzioni che marciscono lentamente.
La popolazione vive di caccia, pesca e turismo.
Favello con una coppia sposata di Napoli e due Salvadoreñi che lavorano alla rieducazione ed integrazione dei bambini e ragazzi colpiti dagli effetti del conflitto terminato negli anni novanta nel loro paese.
Per sicurezza butto giu’ una pastiglia contro il mal di mare ma non serve, il viaggio e’ tranquillo, il lago dorme ma sembra un mare sornione. Azzurro o forse blu, ventoso e soleggiato, alpino e tropicale.
Arriviamo a mezzogiorno alla isola Taquile, una destinazione tipica insieme alla isola di Amaniti.
Siamo in pieno Mediterraneo, Grecia o Sicilia. Oliveti e terrazze. Muretti di mattoni e fango secco, cielo azzurro e mare a specchio cristallino. Molto bella davvero. Mozzafiato anche questa camminata. 30 minuti dai 4000 ai 4300 metri circa, su su fino al centro del paese. La ragazza napoletana mi dice che da noi i panorami sono anche migliori. Rispondo che e’ vero, pero’ qui siamo a 4000 metri, in Sud America e non si tratta di un mare, ma di un lago, fatto che aggiunge per lo meno una certa peculiarita’ a tutta la cosa! I bambini in piazza vogliono solo soldi, soldi e soldi.
Li hanno educati a non parlare e solamente chiedere. Mi nutro coi salvadoreñi e poi torniamo in barca, piano superiore a prendere il sole. Un ragazzo italiano, in vacanza con una famiglia di amici peruviani residenti a Milano, si sente male per l’altezza (il cosidetto SOROCHE)…
Partiamo per Puno ed il tramonto ci regala un cielo inesausto di nubi e messaggi per gli amanti ed i poeti.
Di sera un lacche’ o corvaccio da strada in giacca e cravatta mi adesca e mi promette un menu’ a 3 dollari (che e’ sempre il doppio del normale ) ma in un posto
carino con musica dal vivo. Gli dico che non volevo mangiare tanto ma possiamo andare a vedere. Entro e un gruppo di andini travestiti da pagliacci mi invita a dire la mia nazionalita in mezzo ai tavoli. Gridano e mi fanno gli auguri mentre noto che non c’e’ nemmeno un peruviano in sala e tutti sono oltre i 50 con famiglia. Incastrato, cacchio…Mi siedo ed in effetti il menu’ costa 10 ma non e’ in sconto solo per me come diceva il lacche’ giu’ in strada, e’ per tutti cosi’…Il gruppo continua a gridare nel microfono e suonicchiare dei motivi ringraziando uno per uno i clienti che sorridono senza capire nulla. Mi alzo ed esco, non fa per me.
Cena in trattoria peruviana che piu’ s’addice.
Nota Venti – Bolivia (Copacabana e La Paz)
GIOVEDI’ 29 DICEMBRE – RIMEMBRA COPACABANA
Ennesima sveglia da crisi mistica. Partenza su un pullman stracarico di regali:”ci sono solo gringos, eh eh!”, esclama ridendo di terore il ragazzo spagnolo che viene scortato fino al bus dal responsabile delle relazioni pubbliche del nostro hotel.
FRONTIERA PERU’ BOLIVIA
C’e’ anche l’irlandese Neil, perso da un giorno non so dove ma ritrovato giusto stamane. Dalla strada fangosa sulla sinistra, i ringhi di cani in calore intorno a una preda sessuale presso un marciapiede fangoso innevato d’immondizia putrida, si sentono.
Frontiera simpatica con cambio monete non in strada ma in un ufficio bellino. La sostanza non cambia, tassi di cambio satrapici (esiste la parola?). 2.20 bolivianos per un sol. 7.80 0 7.90 bolivianos per un dollaro. Smazzo i miei 300 soles che mi basteranno, in Bolivia, per un bel po’ dato che li’ i prezzi scendono drammaticamente anche della meta’ rispetto al Peru’.
COPACABANA ma NON IN BRASILE
A Copacabana decido di non prendere nessun hotel e piuttosto mi affretto a visitare il Santuario in stile arabo (per il quale un ufficiale di polizia ci obbligo’ a versare un boliviano obbligatorio quando
facemmo ingresso in citta’ con il bus). Poi compro il biglietto per la barca che salpa alle 13 e 30 per la isola del Sol, sul lago Titicaca boliviano.
Il lago Titicaca e’ l’unico tratto navigabile aperto che rimane alla Bolivia dopo le sconfitte nella guerra del Pacifico contro il Cile che s’approprio’ delle uniche spiagge boliviane nella zona di Arica, nord del Cile, alla fine del secolo XIX…tanto per fare i nostalgici e i revanscisti, a copacabana, i boliviani hanno installato una base della “grande marina boliviana” perche’, come dice un cartello, il mare e’
un nostro diritto e ci appartiene. Dubito che i cileni siamo d’accordo.
CALVARIO
Prima che parta la barca per l’isla del sol, mi arrampico sulla montagna “Calvario” dalla quale ci si suicida per mancanza d’ossigeno altrimenti si possono scattare delle foto stupende del porto e delle
montagne circostanti. Ah dimenticavo, anche di tutto il lago Titicaca nel suo splendore.
ISLA DEL SOL
L’Isola del Sole vale la pena a 15 bolivianos (2 dollari per la barca in pratica). C’e’ chi si ferma li’ a dormire per giorni e si perde nelle passeggiate e biciclettate offerte sull’isola. Io, non so perche’, ho piu’ voglia di andare a La Paz al piu’ presto quindi, avendo lasciato lo zaino in agenzia, penso di farmi una camminata di un’oretta fino al mirador, lassu’ lassu’, e tornare per l’ultimo bus a La Paz, alle 18.30. Cosi’ sara’. Dura piu’ il viaggio in barca (3 ore andata e ritorno) che la visita all’isola ma cosi’ e’ la vita. E poi i panorami dalla barca, cioe’ dal tetto, sono inevitabili e indescrivibili. Faccio amicizia un po’ con due ragazze olandesi in vacanza, una svizzera francese (tanto per rispolverare un po’ i vecchi studi coi corsi di francese del comune di Milano…) e una boliviana con famiglia.
L’Isola e’ carina ma, anche qui, molto turistica e sfruttata. Gente poco amabile direi. Meglio l’isola di taquile nella parte pèruviana per i panorami ed il mare anche se non ho visto la parte nord dell’isola
del sol quindi non si puo’ mai dire…cammino piu’ di mezz’ora con le olandesi ed il cuore corre come un Pendolino in inseguimento dietro a un TGV.
Nel viaggio di ritorno, facciamo anche una piccola pausa a delle mine rovine Inca.
VERSO LA PAZ
Alle 18.30 parte un autobus davvero scasso per La Paz.
Divertentissimo l’inizio. Una straniera si lamenta per aver pagato 5 biglietti al posto di quattro. Non si capisce se ha fumato di piu’ lei o il venditore dei biglietti.
Il mezzo e’ di seconda mano importato dal Brasile giacche’ c’e’ scritto “E Proibido conversar com o motorista”.
Guatemala o Bolivia
La prima impressione e’ che la Bolivia abbia alcune somiglianze con il Guatemala. Per esempio la componente indigena prevalente nella popolazione, lo stato di ritardo e poverta’ accentuato, le banconote vecchie tipo cartastraccia, l’infrastruttura precaria, le strade fangose, le bellezze naturali quasi incontaminate (vedi lago Atitlan e Titicaca) e il turismo comunque in forte crescita.
Porta aperta e motore accesso per 10 minuti, intossicazione assicurata. Ma va cosi’. Ho un’ora guadagnata col fuso orario mischiata all’euforia per essere entrato in un nuovo paese, un nuovo timbrino
sul passaporto! (emozioni adolescenziali, perdon).
Il bus e’ carico e parte pieno di musiche, rumori e litigi.
Vicino a me sale un boliviano che fa la spola tra Copacabana e La Paz. Parliamo abbastanza e alla prima pausa ci facciamo due birre nazionali, pilsener Paceña, buona e leggera.
La pausa di cui parlo e’ da citare. A meta’ strada ci fanno scendere dall’autobus e ci caricano su delle barchette precarie per attraversare un fiume. E il bus? Lo caricano anche lui su di una chiatta albanese e lo traghettano dall’altra parte. Il Caronte della situazione mi spiega che e’ per evitare dei controlli doganali e balle varie. Non capisco bene ma annuisco. Finita la birra siamo gli ultimi a salire su. Una volta a La Paz, io e il boliviano Pascual prendiamo un taxi in cerca del Alojamiento Universo, uno dei primi della Lonely Planet. Sono gia’ le 22 e 30 e non ho voglia di cercare oltre. Il taxi ci mette mezz’ora per arrivare all’indirizzo specificato. Pago in hotel 15 bolivianos (2 dollari) per un letto in camerata e accompagno Pascual a cenare. niente birre e tanto sonno.
Torno in hotel e, visto l’odore insopportabile di fumo in camerata, l’oste (un ragazzo) mi offre a soli 20 Bs (bolivianos) la camera singola. Ho dei malori stomacali e vorrei il bagno vicino, dai, solo per
questa volta…niente da fare. Ci sono da percorrere almeno una ventina di metri nel patio all’aperto che, qui a 3600 metri d’altezza ed in piena stagione delle piogge, non e’ troppo ospitale. Resisto e cerco di dormire. Domani forse cambio posto.
VENERDI’ 30 DIC – LA PAZ CITTA’
Succo rigenerante al mercato, arancia e banana. La citta’ natalizia e montana e’ ricoperta di bancarelle, strapiena di gente per i mercati ovunque , un conglomerato umano con poco ossigeno a 3680 metri.
Lascio 4 kg di roba in lavanderia e scendo verso la via principale per esplorare il resto del centro (gia’ conosco la PLaza Alonso de Mendoza dove “risiedo”).
ALCUNE NOTEVOLI
Molta gente, soprattutto donne indigene, fanno la pipi’ accasciandosi presso un tombino e coprendosi con la gonna.
Tutti sembrano in effervescenza per la vittoria elettorale al primo colpo, senza che il parlamento sia intervenuto, di Evo Morales, il leader sindacale della coca che promette accostarsi alle idee di Hugo Chavez, Venezuela, e Fidel Castro, dal quale e’ stato ricevuto questa settimana a Cuba. Nazionalizzazioni e programma da sinistra vecchio stampo sono alcune promesse che vanno sotto il lñemma di Sovranita’ e Crescita per la Bolivia del futuro. Siamo nel paese piu’ povero del Sudamerica dopo la Guyana.
Alcuni prezzi sono gonfiati per gli stranieri anche qui ma e’ talmente economico tutto che in fondo non si sente la differenza.
Diffidare altamente del famoso Hotel Torino, l’ostello internazionale per eccelenza di La Paz. Prezzi piu’ alti, ambiente artificiale e tour fittizzi proposti ai turisti ignari a prezzi spaventosi. Inoltre quelli
della reception parlano male degli altri hotel e diffamano il quartiere in cui mi trovo io alludendo alla sua pericolosita’ e al consumo di droghe proprio in quelle vie. In realta’ la Plaza de Mendoza e’
vibrante e popolare ma non pericola, anzi e’ uno spaccato di Bolivia molto carino. Certo, la zona e’ piu’ disordinata e sporca rispetto alla Piazza Centrale e la Cattedrale, vicino alle quali si trova il Torino, ma vale la pena.
Anche qui come in Peru’ e Cile, su ogni bus o imbarcazione vengono annotati i dati del passaporto e generalita’ di tutti i passeggeri, meglio portarsi i documenti appresso.
IL GIRO
Scendendo verso la cattedrale si attraversa la via principale che spacca in due il centro di La Paz e si passa dal mercato e dalla chiesa di San Francisco.
Dietro alla chiesa risalendo c’e’ una zona piu’ turistica piena di ostelli di vario tipo, basta vedere la guida o camminare giu’ di li’ per trovare tutto ma con atmosfera un po’ piu’ gringa. C’e’ anche il museo della coca che decido di non vedere.
MONUMENTI
Carina la piazza della Cattedrale con tanta gente e piccioni rapaci. Solite foto. Ci sono i soldati che vigilano la entrata alla tomba di una qualche autorita’. Cammino di nuovo lungo la via principale
che e’ piena di negozi e ristorantini e man mano s’infittisce e si apre in due corsi piu’ grandi e una parte pedonale in mezzo diventando la Avenida del Prado. Ci si addentra nella zona piu’ commerciale e
residenziale al sud della citta’. Qua, pausa desayuno.
Mangio tantissimo, gli faccio anche una foto perche’ non credo alla varieta’ delle pietanze che mi portano per un paio di dollari.
LE VIE
E’ curiosa la struttura delle vie dato che la disposizione sembra essere quella tipica con le “cuadras”, gli isolati quadrati e la serie tipica di parallele e perpendicolari. In realta’ ci sono molti piu’ intrecci e tutte le strade fuori dalla principali sono delle drammatiche salite e discese che ti spingono obliquamente in altre zone o vecindades cosi’ che ti ritrovi spesso da un’altra parte e cammini il doppio, emozionante, soprattutto quando il cuore accelera e respira sotto le costole.
MIRADOR?
Raggiungo la zona miraflores con un taxi senza accorgermi che ero gia’ abbastanza vicino…comunque l’obiettivo e’ il Mirador della citta’ con vista della vallata di La Paz, o meglio del crepaccio in cui s’e’ gettata la fantasia urbana del fondatore spagnolo.
Il Mirador Laikakoto e’ disgraziatamente aperto solo dopo le 16 ed e’ solo la UNa…entro quindi all’ufficio turistico dopo una passeggiata sull’altrettanto panoramico Puente de las Americas dove chicchiero un poco con due polis, poliziotti.
UFFICIO TURISTICO
Il ragazzo dell’ufficio turistico della Avenida Prado e’ davvero efficiente. Chiama la terminal de buses e mi trova orari e prezzi delle compagnie che partono per il Cile il primo gennaio e il due. Inoltre mi indica un altro Mirador, gratuito, raggiungibile con un micro a una via da li’. Volevo vedere il museo dedicato alla principale scultrice boliviana ma e’ chiuso. L’altro museo grande, il Tiwanaku o
archeologico, sembra non valere troppo la pena se si va a vedere il sito che porta il suo stesso nome ed e’ il piu’ importante della Bolivia.
IL CICLISTA MATTO
Nell’ufficio sbarca il personaggio dell’anno, un ragazzo ventinovenne secco secco che parla spagnolo con accento inglese e riconosce la mia maglia di lana da ciclista chiedendomi se vado in bicicletta. La maglia e’ di mio papa’, avra’ almeno 25 anni, rispondo. Attacchiamo bottone e decidiamo di cercare un hotel insieme nella zona dove si trova il mio per dividere i costi e magari organizzarci per il 31. Lui e’ vestito da ciclista standard con cappellino “Colnago” e solamente carica 4 borse laterali sulla bici, questo e’ tutto il suo bagaglio. Camminiamo con la bici fino alla zona San Francisco e da li’ lui inizia a pedalare in contromano in mezzo ai mercati ed il traffico. La gente lo guarda, io scatto foto. Va a passo d’uomo e si diverte come un bambino a ricevere gli insulti dei tassisti e ad appoggiarsi ai finestrini e ai vetri delle macchine che gli tagliano la strada! Sempre in contromano ci perdiamo nelle viette e nelle piazzette. Infine ci spostiamo all’Alojamiento Alexander, sulla via Prando o Pando…a pochi metri dall Hostal Universal.
Scopriremo poi che qui gli “Alojamientos” sono piu’ simili ai Motel che agli Hotel od Ostelli, ma in fondo va bene. L’unico incoveniente e’ che arrivano copie accalorate di boliviani anche alle 4 del mattino e suonano il campanello reclamando il loro angolo di paradiso ma svegliando gli altri avventori.
Agustin, l’inglese ciclista, mi spiega che e’ in viaggio con la bici da 3 anni e mezzo! deve viaggiare ancora un anno. Era postino con laurea in ingegneria a Sheffield. Ora e’ ciclista viaggiatore in America,
Asia e Oceania. Bel salto.Sa bene lo spagnolo perche’ ha lavorato 5 mesi in una officina di bici a Medellin, Colombia. E, logicamente, s’e’ innamorato di quel paese e vorrebbe ritornarci.
Ha le mani costantemente sporche di grasso e un carattere simpatico e schivo allo stesso tempo. Non conosce quasi mai i turisti o gli altri viaggiatori degli “Ostelli” e della Lonely Planet, accampa quasi
sempre ovunque gli capiti e il resto del tempo sta in bici o si riposa in qualche paesino. Un viaggio davvero diverso, gli dico. Finalmente c’e’ qualcuno che non viaggia solo per cancellare i posti dalla
lista e che cerca il contatto con se stesso e con la gente del posto. Gli dico che mi sento una caso intermedio, studioso dei posti ma anche turista in fondo, dato che sono interessato a vedere almeno i
siti e le attrazioni importanti per la vita culturale e la storia dell’America Latina. Nel pome ci dedichiamo a leggere alcuni passaggi della Lonely Planet con una intenzionale vena critica ed ironica per la forma in cui e’ scritta (per lui quell’inglese e’ irritante).
Cena e a dormire. Di notte musiche amene, rumori e campanelli.
SABATO 31 DICEMBRE – Tihuanaku e Capodanno.
Non contento delle sveglie Hard Core dei giorni precedenti, mi sveglio alle 6.00 anche oggi che fa sempre bene. Agustin dorme e non ne vuole sapere delle rovine archeologiche di Tiwanaku, le migliori della Bolivia. Gli daro’ ragione al mio ritorno nel pomeriggio. Ci ho messo 2 ore ad arrivare e due a tornare. Sul collettivo che parte dal cimitero centrale ho aspettato per circa un’ora che si riempisse prima di partire. Poi si e’ seduto vicino a me un ubriacone con il piumino d’oca sporca di sangue e l’opcchio rotto da una rissa notturna.Farfugliava stupidaggini e deliri astrusi circa sua sorella o sua madre, non so. Bravo chi capisce. Tutti i passeggeri, me compreso si spostano.
A meta’ strada, in piena steppa, vuole essere lasciato giu’ ma qui iniziano i problemi perche’ non puo’ pagare e chiede un favore al conducente che, al contrario, non vuole concedere prestiti e si lancia su di lui con spintarelle e verbalizzazioni poco ortodosse. “Tira fuori i cazzo di soldi dalle tasche no?…certca cerca…”. Ma niente. Lo lasciamo giu’ e ripartiamo con un conducente insoddisfatto che, in
America Latina, e’ sempre alquanto pericoloso.
ARCHEOLOGIA
Le rovine costano come il Machu Pichu e, nonostante un paio di musei con ceramiche e steli carine, non offrono molto al turista. Piu’ che altro scavi scavi e scavi. Il prezzo per stranieri, 80 bolivianos, 10 dollari. Per boliviani, circa un dollaro. Ad ogni modo la cultura pre-incaica di Tiwanaku e’ studiata ed importante per gli appassionati o per coloro che vogliono fare la gita fuori porta.
IN TOWN
Torno in citta’ alla una e un quarto. Incontro per strada Agustin con cui avevo un appuntamento. Chiamo il boliviano conosciuto sul bus da Copacabana ma non risponde, credo che saltera’ il suo invito per il matrimonio del cugino. Mangiamo quindi in un ristorante della zona e dalle 3 ripartiamo in esplorazione dei mercati in cerca di un buon caffe’,un lama peluche e di un po’ di macchinine (mi piacciono gli autobus tipo burago ma che riproducono compagnie locali di trasporto su strada). Alle sette siamo di nuovo in hotel dopo aver girato 4 volte nelle stesse vie con intervalli per merende varie e provviste. Io ho anche gia’ comprato un biglietto per il Cile, Arica, frontiera nord, vicino al Peru’. Infatto ho confermato l’appuntamento con Amy per il giorno 3 di gennaio a La Serena, spiaggia a 7 ore al nord di Santiago; a 20 ore di bus da Arica, nel nord. Domani partiro’ con la compagnia Trans Litoral alle 7 da La paz.
IN serata andiamo un po’ in internet e poi in una bellissima bettola o cantina con musica locale e tanti ubriaconi simpatici. Ci sono anche quattro stranieri.
Facciamo un capodanno semplice con birre e racconti.
Una ragazza incazzata rompe un bicchiere sul tavolo dove sta il suo ragazzo. Ma niente di grave.
L’ambiente e’ divertente comunque. Alle 23.30 siamo in strada e poi tazziamo un po’ di vino. Si va a letto presto ma contenti. Niente discoteca o notte matta pero’sicuramente “diversa”.
BUON ANNO!
Nota Ventuno – In Cile (allego Cartina…)
PRIMO DELL’ANNO 2006 – DOMENICA IN BUS
Che dire di oggi. Inizio l’anno con verve e spirito.
Saluto l’inglese che dorme sulla bicicletta e mi avvicino all’appuntamento con Amy, la australiana.
Pomeriggio del 3 gennaio, ci si vede a La Serena, 7 ore al nord di Santiago de Chile, sulla costa. Io sono ad oltre 35 ore di autobus da la’. Ma ho dei giorni e faccio ancora in tempo a visitare qualcosa sul cammino.
STAZIONE BUS di LA PAZ
Oggi i conducenti dell’autobus trans litoral sono ancora a letto. Sono gia’ le 7 e 15 e nessuno vede autobus in stazione. Parlo una mezz’ora con un signore e consorte della regione del Chaco boliviano, piena selva. Conosco anche un altro viagiatore in attesa dello stesso autobus, lo svedese Andres. Si unisce alla discussione, che verte su come s’e’ passata la noche buena del 31 e su cosa si fa nella vita, anche un signore messicano di nome Javier, norteño di Sonora, alto e con l’apparecchio per sentire ed evidenti difficolta congenite di pronuncia delle ss e delle j (jota).
PANORAMI MOZZAFIATO
Saltiamo sul bus con solo 45 minuti di ritardo e un paio di conducenti ripresisi dalla sbornia. La giornata ed i panorami sono stupendi.La frontiera di
Tambo-Putre tra La paz ed Arica (Cile del nord) e’ la piu’ spettacolare che abbia mai visto e passa attraverso due parchi nazionali che si possono visitare anche solo in questo modo. Con un bus ed
alcune fermate agli uffici migrazione e dogane. E’ sufficiente per vedere alcuni tra i panorami migliori della regione.
Il viaggio dura circa 9-10 ore e attraversa le Ande fino alla costa passando attraverso vallate costeggiate da steppe desertiche e, piu’ su, da ghicciai perenni e cordigliere bianche.
PARCO NAZIONALE LAUCA
Alla frontiera cilena la parte culminante, montagna innevata con laguna e poi una successione di laghetti andini e vallate. Molto meglio stare sulla DESTRA DELL’AUTOBUS per potere scattare le foto anche se normalmente ci si ferma e si scende nelle zone migliori che corrispondono alle frontiere. Nella parte cilena abbondano le colline desertiche coperte di sabbia e bassa vegetazione ed infine la sorpresa: una vallata con un fiumiciattolo che e’ una vera oasi verde e coltivata intensivamente in mezzo a montagne alte, secche ed inabitabili.
ARICA
Ridente cittadina di frontiera sulla costa vicinissima al Peru’, Arica si presenta come un agglomerato ordinato e prospero con un carattere pienamente cileno, nonostante tutta la provincia circostante
fosse parte dello repubblica boliviana. Poi la Bolivia perse la guerra del Pacifico alleata con il Peru’ contro il Cile tra il 1879 e il 1883, e fu cosi’ che la provincia di Arica divenne cilena.
In realta’ e’ terra irredente per i boliviani visto che la guerra scoppió per colpa dei cileni che iniziarono a sfruttare energicamente la regione con le loro imprese (comunque) chiamate dal governo
boliviano. Questo non aveva risorse per sfruttarle in quel momento e fu scalzato…La Bolivia ha perso in modo analogo terre in favore del Paraguay e del Brasile e non ha piu’ sbocchi al mare. Una storia simile all’acquisizione statunitense del Texas o della California dal Messico in successive riprese negli anni trenta e quaranta dell’ottocento.
Troviamo uno dei tanti hotel in centro, questo e’ anche sulla lonely planet ma non cambia molto, costa comunque 3500 pesos, 7 dollari. L’ambiente e’ pulito e la receptionista Jenny promettente. Rimaniamo qui e preparo un Caffe’ Mauro, compagno inseparabile. Sono emozionato per il nuovo paese e l’atmosfera amichevole e sicura che sembra regnare tutt’intorno.
Nel tardo pomeriggio incontriamo Andres lo svedese seduto in un bar con una birra e ci uniamo a lui per festeggiare l’arrivo in Cile. Lui vive a Santiago per sviluppare un progetto con una ONG ecologista. Il messicano Javier sembra un po’ rintronato e dopo due o tre settimane di viaggio ancora non ha ricordato i numeri segreti delle sue carte di credito e vive di dollari in riserva. Cerca quindi delle banche li’ intorno mentre converso e bevo con Andres una Cristal, birra nazionale.
In serata compro i biglietti per La Serena, una citta’ della costa a sette ore al nord di Santiago, per 22000 pesos, 44 dollari, tariffa unica. I bus sono cari ma confortevoli e servono la cena e la colazione se fai la notte. Previste 20 ore di viaggio domani sera.
Intanto io e Javier salutiamo Andres che parte per santiago tra un’ora. Alle 23 e 30 siamo in hotel a dormire. Ceniamo una pizza avanzata (di Javier) e due panini mie, sempre avanzati.
COM’e’ IL CILE?
Da notare sul Cile…mah…le ragazze sono molto carine, sicuramente diverse dalle austere boliviane e dalle discrete peruviane. Ma non voglio scadere in generalizzazioni sessiste…Passiamo a raffreddare gli animi con l’economia…si nota il processo di sviluppo basato sulle esportazioni dinamiche (ma non ancora molto industriali) del Cile degli ultimi anni (tanto e tanto rame e degli ottimi vini).
Il paese piu’ neoliberale dell’America (non solo quella latina) con una apertura economica certificata nelle prime 10 del mondo.
I poveri si sono ridotti ma i ricchi sono comunque sempre piu’ ricchi e i poveri, quelli che rimangono che non sono pochi, sono sempre meno abbienti… Siamo in piena campagna presidenziale poer la seconda “vuelta” elettorale del 15 gennaio dove dovrebbe vincere la candidata di sinistra, Michelle Bachelet, la prima donna presidente in Cile, contro Sebastián Piñera…
Le macchine si fermano a far passare i pedoni e chiedono anche scusa se ci sono controversie di qualunque tipo. Bisogna rispettare gli orari degli autobus e, anzi, arrivare 30 minuti prima per i controlli doganali che, in tutto il paese, sono frequenti essendo il Cile una frontiera quasi continua e lunghissima. Tutto e’ realmente abbastanza simile all’Italia centrale e del sud in questa estate cilena.
Spiagge lunghe e locali piu’ o meno grandi sui lungomare in cemento. Clima rilassato e sensazione di sicurezza diffusa.
LUNE GENNAIO 2 – SPIAGGE E PULLMAN
Doccia rapida alle 8.00 nel pulitissimo bagno dell’hotel. Javier dorme ancora e gli dico che ho intenzione di andare in spiaggia dopo la colazione. Mi chiede di aspettare cosi’ mi restituisce i soldi che
mi deve, facciamo colazione insieme e poi lascia le sue cose in lavanderia. Va bene.
Javier esce vestito da scout con pantaloncini grigi senza cintura e maglietta stropicciatissima infilata dentro. Dice “Hola guapa, adonde vas?” a tutte le diciotenne che vede finche’ non lo placo e gli chiedo se sa dove stiamo andando e basta…
Finite le pratiche burocratiche io mi lancio di buon passo a vedere un po’ di spiagge a sud della cittadina, circa 2 o 3 chilometri da fare a piedi.
SPIAGGE
La prima spiaggia, El LAucho, e’ sporca e piccolina. La seconda La Lisera e’ sempre sporca ma piu’ grande. La terza, dove mi fermo, non ha nome ed e’ decente. Quando mi avvicino all’acqua per nuotare scopro che e’ piena di meduse e rocce sul fondale. Niente di fatto.
Mi bagno un po’ ma non mi godo proprio il mare per cosi’ dire… M’asciugo sotto un sole cocente fino alla una e un quarto consolidando la mia abbronzatura perenne ormai.
Saluto una medusa gigante rossiccia che boccheggia sulla spiaggia bruciata dai raggi tropicali quasi come la mia schiena.
POME
Torno in hotel dove approfitto per l’ultima volta della doccia e pranzo in un ristorante vicino. Scrivo in internet un paio d’ore e saluto Javier che ora e’ tranquillo perche’, dopo 3 tentativi falliti, e’
riuscito a trovare e comprare un biglietto per il deserto di Atacama…
AUTOBUS
Salgo sull’autobus per La Serena pieno di speranze e voglia di panorami dal finestrino. Tanto mare e tanto deserto. Sole e montagne. Il bus Marcopolo e’ comodo ed imperiale. Ha due piani e due bagni, c’e’ la hostess o lo stewart a bord e tante televisioni che creano un atmosfera catodica domenicale come direbbero i Subsonica. Attenzione: le luci e l’aria condizionata individuali funzionano, prima volta in Sudamerica. Il posto a sedere e’ semicama e si sta da ddio. Vicino a me un simpatico lavoratore della provincia che quando prala non si capisce una sillaba ma con cui intrattengo discorsi senza senso e concludenti… Tra sera e mattina dopo ben 4 film in serie spietata.
Finalmente dei film non dico belli ma normali, conosciuti almeno. Tipo la casa di cera “The wax house”, Flightplan, con Jodie Foster, e altri su una famiglia irlandese a Boston nel dopoguerra e sulle
storie delinquenziali e una serie di incidenti in una tranquilla cittadina statunitense, stile Tarantino.
BUONANOTTE.
MARTEDI’ 3 GENNAIO…
CHE DIRE…
Arrivo alla SERENA Beach alle 4 circa del pomeriggio ristorato da un viaggio come pochi prima. Esco e chiedo della Calle El Santo 1056, Hostal Familiar, dove Amy (la asutraliana conosciuta a Lima…) dovrebbe essere gia’ arrivata. Infatto e’ cosi’. La sua roba e’ in stanza ed e’ venuta a cercarmi alla stazione dei bus. Esco e la trovo per strada. Baci e abbracci di saluto e poi in camera per raccontarci le ultime avventure (delle ultime 2 settimane circa) e stare un po’ soli. Poi paghiamo (sono 14 dollarini a testa per una camera bella con bagno e uso cucina, TV inutile e letto matrimoniale e servizi vari, ma non colazione).
SPIAGGE
L’hotel e’ veramente carino ma un po’ caro rispetto alla media anche se in Cile i prezzi sono cosi’. Si puo’ trovare qualcosa per 8-9 dollari a testa magari ma non molto meno. In compenso sono sempre posti puliti e sicuri rispetto ad altri paesi. Siamo a meta’ tra il centro storico della cittadina e la zona dei Mall, centri commerciali e zona residenziale. Ci avviamo verso le 6 alla PLaya de la Serena. Qui ci prendiamo una insalata che, nuovo miracaolo, viene servita con Olio d’oliva, sale, pepe’ e aceto come da noi. Sembra una banalita’ ma vi assicuro ne’ per il Messico ne’ per il Sudamerica lo e’. Anzi, molte volte mi hanno guardato come un alieno fighetto quando ho chiesto un olio o un po’ di aceto a parte. Normalmente l’insalata te la servono con un “aderezo”, cioe’ una
salsa iper calorica gia’¡ pronta e, per me, un po’ schifosa. Bene, buona la insalata con l’olio e la birra per buttarla giu’ ancora meglio.
Il mare alto fa il gradasso, il tramonto lo corteggia ma lui non ci sta…La spiaggia e’ larga e lunga e costeggiata dal lungomare piastrellato coi ristoranti e la via delle macchine esternamente. I poliziotti
hanno degli scooter e, normalmente, fanno parte del corpo dei Carabineros, tanto per far notare altre somiglianze con l’italia.
Andata a piedi e ritorno in taxi fino al nostro hotel (che e’ piu’ un bed and breakfasta o casa familiar). I Taxi qui sono cari, quindi da evitare se si puo’.
Nottata con pasta alla carbonara a sorpresa (ingredienti presi al super mega iper store del Mall all’angolo…). Questa zona commerciale in effetti si presenta piu’ vicina alla cultura statunitensi dei grandi centri polifunzionali piantati su una statale o in campagna.
Buonanotte ancora … allego Cartina dei viaggi fatti quest’anno, nel 2003 e il percorso previsto fino a febbraio…ma coime sempre, vamos a ver !
Nota Ventidue – La Serena e Valle del Elqui
MERCOLEDI’ 4 GENNAIO – LA SERENA
Ci svegliamo con una calma spaventosa e certa stanchezza sorniona da estate in riviera senza far nulla. Ci prepariamo addirittura la colazione in hotel prima di uscire verso il vicino centro storico della
Serena che poco di storico in realta’ possiede.
CENTRO
C’e’ la cattedrale, qualche mercatino bonito con degli alcolici locali e dei cioccolotini che diventano la nostra tentazione. Compriamo un vino alla menta ottimo per ammazzare il caffè e le mattine uggiose. I commercianti sono gentili e non aggressivi ed insistenti come in Peru’ o Bolivia. propongono e danno consigli senza obbligarti a comprare o senza emettere prezzi ingannevoli.
Giriamo con calma nei “ped mall” che partono dalla Piazza principale e ci rifugiamo nel primo pomeriggio in un ristorante economico, 1200 pesos (due dollari e mezzo) il menú con la zuppa in piatto profondo e il piatto forte di carne con contorno di riso, patate e insalata.
BETTOLA BELLA
Scoppiamo anche un birra da 750 a testa. Poi un’altra e un’altra accompagnata con un po’ di pane avanzato. La zona in fondo alle vie pedonali e’ vicina al mercato ed e’ piu’ popolare. Nelle sue trattorie e birrerie s’incontrano i personaggi piu’ tipici e interessanti bolliti dal sole. Noi rimaniamo la’ in osservazione per oltre tre ore forzati solo dall’atmosfera deliziosa. Cameriere simpatiche e cordiali, un jube box con tanti successi messicani e internazionali, cibo decente, porte e tavolacci di legno e luminosita’ precaria aprono il quadretto tipico che non sarebbe completo senza i clienti
variopinti. Un signore anziano mezzo cieco si ferma piu’ di un’ora con il suo sigaro e il cappellino da perfetto siciliano.
Un famigerato ingegnere ubriaco si siede con noi e rompe un po’ le scatole scherzosamente dopo avere brindato una decina di volte e averci raccontato che la sua “polola” o fidanzata lo ha mollato e scacciato dall’alcova comune.
Altre figure mangiano e smicciano rapidi verso la siesta sui loro balconi assolati.
Li seguiamo anche nopi verso sera, come sempre sfasati dall’ora di luce in piu’ e dal clima estivo repentino.
Sono gia’ le 8 o le 9, non si sa. In ostello cadiamo addormentati di botto fino al mattino dopo! Nulla da aggiungere. Risveglio non timido.
GIOVEDI’ 5 GENNAIO – DALLA SERENA A VICUÑA ENTROTERRA
Oggi giornata attiva. Colazione in hotel e autobus urbano per il paesino tipico di Coquimbo. E’ una gita gradevole che vale la pena soprattutto per il panorama che si apprezza dalla Croce del Millennio con relatico mirador turistico. In meno di mezz’ora siamo nel centro del paesino a scattare una foto accanto al bassorilievo in rame di Gabriela MIstral e Pablo Neruda (i due premi NObel per la litteratura del Cile) e poi in scalata al Mirador Turistico sulla croce.
La croce del Millennio e’ una struttura alta circa 50 metri la cui vetta si puo’ raggiungere in ascensore per 3 dollari a testa (con splendida foto a bassa risoluzione stampata dallo staff della Croce
gratuitamente con la speranza di venderti anche le cornici e le ampliazioni).
Saliamo e scendiamo. Panorama della spiaggia e delle citta’ limitrofe. Non e’ il migliore del mondo ma vale la pena se si ha una mezza giornata.
Scendiamo in paese per un pranzo a base di Empanadas de Mariscos, cioe’ ai frutti di mare in pratica.
Buonissime. Dessert, da provare le Encocadas, dei dolcetti di cioccolato e cocco deliziosi e sofficini.
SPECIALITA’ E CAFE’ CON GAMBE
Tra l’altro in Cile i gelati sono buoni. Altra verita’ che sembra banale ma fa la differenza rispetto ad altri pesi del Sudamerica.
Da provare anche le Empanadas de Pino y de Mariscos oltre alla zuppa di Poroto con mais e fagioli… Raccomandato anche il Caffe’ con Piernas (ma solo per ragazzi). In pratica (soprattutto a Santiago, vedasi Cafe’ Haiti’) servono i caffe’ e le bibite delle avvenenti ragazze in topless o semplicemente in minigonna. Sembra essere una tradizione antica che provocava scandalo ma che s’e’ mantenuta anche in bar “bene” frequentati da manager e centralissimi…
Nelle stradine ci sono i negozi di alimentari specializzati quasi come in Italia per aspetto e qualita’. Pane da rosicchiare ma poche pizzette buone e focacce.
Stupendo, invernale e riempitivo il Pastel de Choclo a base di mais con nascosta della carne e verdure sul fondo…
VICUÑA
In serata, ancora con luce, siamo di nuovo a La Serena e prendiamo un autobus per Vicuña a 1300 pesos, circa un’ora di strada. Riposiamo a turni sulla spalla dell’altro e poi andiamo in cerca di un hotel a piedi dalla stazione dei bus di Vicuña, un tipico paesino dell’entroterra e della campagna cilena.
Il primo hotel suggerito dalla guida e’ pieno, cosi’ ci rechiamo al secondo,Hostal Michel sulla avenida MIstral che sfocia nella piazza centrale. L’atmosfera e’ davvero amichevole e la via brulica di negozietti invitanti e gente indaffarata ma non stressata. Ci sono i giornalai, i prestinai, i fruttivendoli ecc…
L’hotel e’ davvero spazioso e le stanze si distribuiscono su lunghi corridoi che si collegano intorno a una aplio giardino con amache, barbecue, tavolini, piante di limone e vigne, lavanderia. C’e’ anche un coniglio che, come dice il padrone di origine italiana, s’e’ mangiato tutta l’erba in 3 anni. Stanze con bagno e due letti matrimoniali a 4500 pesos a testa, 9 dollari scarsi. Per lo standard del Cile e’
poco.
Usciamo e cediamo subito all’istinto consumista comprando dei vetri decorati e soffiati artigianalmente in un negozietto del centro. Poi pizzetta al volo con patatine. Si esibiscono su un palco dei writers e dei breakdanbcers con stereo a palla su ritmi hip-hop e basi elettroniche. Amy e’ affascinata perche’ sono davvero bravi e piu’ acrobatici rispettop alla norma e, soprattutto, in australia praticamente non esistono, almeno a Melbourne che e’ la citta’ in cui lei ha studiato l’universita’.
VENERDI’ 6 GENNAIO – VICUÑA, MIRADOR, FABBRICA DEL PISCO
Cos’e’ il Pisco? E’ un nome che ho gia’ incontrato e gustato in Peru’, paese che ne rivendica la denominazione d’origine. In teoria sono loro che hanno inventato il Pisco Sour, mix delizioso a base di
questo alcolico, che si vende a varie gradazioni intorno ai 35 gradi o gia’ preparato in cocktail, ma ai cileni non sembra importare e ne fanno uso. DI fatto su internet escono quasi solo siti cileni se si
ricerca “pisco”.
A Vicuña si puo’ visitare la fabbrica della CAPÉL, fabbrica storica della regione che apre gratuitamente le sue porte e offre un tour guidato e delle prove, sempre gratis. Io ed Amy ci dedichiamo alla
comprensione del processo produttivo e alle foto per una mezz’ora tra impianti din pulitura dell’uva e botti mastodontiche ripiene di pozione. Un paio di prove convincenti e mi porto via 3 bottigliette,il
minimo, a prezzi veramente bassi.
Si torna a piedi in centro e all’hotel per mangiare (pastel de choclo e insalata!), usare internet e riposare un po’. Andiamo anche all’ufficio turistico dietro la torre di legno che domina la piazza centrale
per iscriverci alla visita guidata dell’osservatorio astronomico Mamalluca, a 10 dollari con trasporto incluso. Meglio prenotarsi un giorno prima e, d’estate, prendere un orario oltre le 21 visto che fa
buio tardi ed e’ fondamentale l’oscurita’ per vedere le stelline!
Verso il tramonto decidiamo di camminare 20 minuti per arrivare sul mirador di Vicuña, una montagnetta poco fuori dal centro ma che trasmette, soprattutto a quell’ora, un’immagine di solitudine e tranquillita’ ancestrale. Ci sono panorami carini a 360 gradi, montagne rossicce, tramonto su cielo azzurro e tanti vigneti.
Di sera mangiamo un menu’ in piazza centrale e diamo un’occhiata e una “ascoltata” ai concertini jazz che la candidata presidenziale della sinistra, favorita, offre al popolo in festa. L’atmosfera e’ chiaramente estiva e rilassata.
Si va a dormire prima della mezza.
SABATO 7 GENNAIO – A CAVALLO A PISCO ELQUI
Sta volta la citazione del pisco nel titolo non ha a che vedere con una bevuta di troppo o una fabbrica di alchol ma con una villaggio situato a 45 km da Vicuña e punto centrale della vallata del Elqui. La cittadina e’ appunto Pisco Elqui, obbiettivo della giornata.
Nelle vicinanze si puo’ anche vedere Montegrande, a 4 km da Pisco in direzione di Vicuña. Vale la pena la camminata.
La mattina passa tra lavaggio panni e acquisto ingredienti per la colazione a base di frutta e yogurt e per la cena con pasta al pomodoro e formaggio.
Il pomeriggio a 30 gradi ventilato passa invece per Pisco Elqui. Non c’e’ quasi nulla da vedere in paese ma all’ufficio turistico, che e’ un bungalow pinatato in mezzo alla piazza, ci consigliano una gita a
cavallo con un signore che sta li’ a una via dal centro. Lo vediamo infatti ritornare con due biondine a cavallo bruciate dal sole ma contente.
Contrattiamo un’ora di tour in passeggiata a cavallo fino alla vetta di una collina panoramica per 6 dollari all’ora. Il gestore e scudiero ci fanno da guida e sono cordiali e simpatici. Il panorama merita
e anche un po’ d’esercizio a cavallo ci sta. Nessun galoppo ne’ corse, siamo troppo provati e non vogliamo chiedere oltre.
Dopo una splendida insalata, sempre con olio d’oliva miracoloso e aceto di(vino),saliamo sull’autobus e purtroppo Amy si sente un po’ male, forse per qualcosa che ha mangiato o altri motivi che non spiego…
SERATA
Comunque decidiamo di non andare all’Osservatorio astronomico che non era stato comunque ancora pagato ed invece ci godiamo il paese di sera e la Pasta al Pomo a completamento di una bella giornata. Parliamo anche con “Papa’ e Mamma”, la coppia cilena che vive e cura la vita dell’hotel familiare. C’e’ anche Orieta, una graziosa bimba nipote dei due, super-chiacchierona e in vacanza estiva a cui decidiamo di lasciare in eredita’ un sacchetto di conchiglie bianche, che avevo raccolto ad Arica, ed anche un paio di racchette con palla da tennis da usare in spiaggia (noi,mai usate…). Ritiriamo i panni stesi, ancora un po’ del fedele compagno di viaggi (tristemente…Internet…) e a letto. Abbiamo gia’ in tasca i biglietti per tornare a La Serena e poi diretti a Santiago l’indomani.
DOMENICA 8 GENNAIO – CAMBIAMO IL BIGLIETTO E SPIAGGIA!
Mattina con colazione rapida e fuga da Vicuña per la Serena ad acchiappare la coincidenza per Santiago.
A La Serena il tempo e’ meraviglioso come mai prima.
Non ci siamo ancora goduti un giorno intero di mare e sole insieme.
ERGO. Si resta qua. Paghiamo una piccola multa per cambiare il biglietto e spostiamo la partenza per la sera, ore 23.45. Che fare con le borse e zaini?
Torniamo all’Hotal Familiar dove eravamo stati la settimana scorsa e chiediamo un favore alla signora. Ci lascia una stanza economica a 10 dollari con uso doccia e tutto. Accettiamo e dopo un giretto in centro per rifornirci d’acqua e cibarie, e’ SPIAGGIA. Ci rimaniamo 4 o 5 ore sotto un ombrellone di paglia fissato a meta’ tra il lungomare e la costa. Facciamo il nostro bel bagno (acqua gelida oceanica, da non sottovalutare) e leggiamo i giornali, proprio come i tipici vacanzieri ! Ma e’ bello. Pomeriggio di riposo in hotel e ecena nella zona dei Mall-shopping center al cinese, questo si’, da evitare.
Partiamo quindi alle 23.45, anzi piu’ tardi. Non si dorme proprio bene sull’autobus “Condor” ma ci arrangiamo, sono 7 ore o poco piu’. Se non altro ci danno copertina e cuscino, mancano solo le babbucce.
Peccato che la TV resti accesa, nonopstante proteste, fino almeno alla una o due trasmettendo Sex and The City, versione in spagnolo. Le traduzioni fanno ridere e le voci degli attori sono uno scherzo. A DOMANI.
Nota Ventitre’ – Santiago de Chile, gli inizi
LUNEDI’ 9 GENNAIO – SANTIAGO CAPITALE
Io ed Amy siamo gia’ tristi perche’ sara’, questo, l’ultimo giorno insieme. Mi ricordo la separazione tra il mio amico svizzero, Marc, e la “sua” caleña, Brigitte, a Cusco. Dopo, io e Marc siamo saliti sul
taxi e lui ha detto “bueno, lo siento mucho pero asi’ es…el viaje…no?”. Era triste ma in viaggio. Ed in viaggio spesso la tristezza non ha respiro per piu’ di qualche ora, qualche giorno. Poi lascia spazio al ricordo bellissimo e vivo, al sapore della scrittura, all’attessa delle mail e alla speranza di ogni nuovo giorno sempre alla scoperta di quel “non si sa che”, che puo’ durare una vita.
Scusate, ma oggi ho visitato la casa di Neruda e forse qualche vena poetica e’ sfuggita dalle sue scrivanie.
DISPERATA RICERCA DELL’HOTEL
Vogliamo goderci la giornata ma abbiamo bisogno di una dormitina ulteriore. L’obbiettivo che diamo al tassista sono gli hotel Paris e Londres, vicini alla Plaza de Armas e relativamente economici. Sui 10-13 dollari per una camera singola. Sono pieni. Andiamo all’ostello che offre a 12 dollari una camera in dormitorio. Ambiente freddo all’entrata e strapieno di gringos. Sciacquiamo in botta (o come direbbero i cileni “al tiro”, subito). Giriamo come disperati fino all’Hostal Indiana, famoso tra i viaggiatori d’Israele. Scendo mentre Amy aspetta nel taxi che gia’ marca quasi 6000 pesos (in realta’ non marca perche’ il prezzo si decide contrattando in questi casi).
MISERY NON DEVE MORIRE ALLA PORTA DELL’HOTEL
Mi riceve una signora quasi obesa coi capelli biondi sgualciti e un sorriso da “Misery non deve morire”. Mi chiede subito, al tiro, se sono italiano e mi dice che ha una stanza. Le spiego che io occupero’ la stanza nella giornata e io, solo io, dormiro’ li’ visto che Amy deve andare dai suoi parenti questa sera e poi domani per salutarli e stare con loro l’ultimo giorno. Chiedo quindi alla addormentata e sbadigliosa signora se e’ possibile stare iun stanza in due solo di mattina e pagare comuqnue la singola, magari con un supplemento per il disturbo.Io ed Amy vogliamo evitare
di pagare una doppia per qualche ora in cui lei stara’ la’ con me, questo e’ il punto. La signora cambia faccia e tira fuori la mannaia. Dice che e’ impossibile, che lei non e’ la padrona e che ha gia’
venduto tutto e non gliene frega niente dell’hotel. Poi dice che non ci sono camere e che deve chiedere. Poi dice che ha troppo sonno e possiamo tornare alle 9 (tra due ore!) per parlare con la “signora” che non so se e’ lei in un’altra vita o in un’altra veste o davvero un’altra persona. Io insisto e le chiedo almeno una spiegazione e che posso pagare di piu’ e che ci interessa solo aspettare un paio d’ore prima di andare a visitare la citta’ e poi la mia amica se ne va…Niente da fare,m la demente dice che vorrebbe che l’hotel fallisse e non vuole clienti. Inoltre assicura che verremo trattati malissimo se entriamo…BASTA! la mando affanculo.
HOTEL CARIBE
Passiamo all’hotel Caribe dove la collaboratrice della padrona mi apre e capisce relamente la situazione dopo qualche spiegazione ma senza alterazioni di tono verbale.
CENTRO STORICO
Entriamo pagando il giusto supplemento per la persona addizionale. Da 9 dollari a notte a 12. La stanza e’ chiusa senza finestre ma abbastanza spaziosa ed il bagno e’ esterno ed in comune. Enorme! Dormiamo fino alle 11 e ci alziamo come mummie ubriache pronte per la festa del millennio.
C’e’ un sole candente fuori e ancora tanta stanchezza dentro.
Ma si esce e si fanno foto. Ci scaldiamo con le vie che dall’hotel Caribe portano al centro,. coi palazzi di giustizia e di Relaciones Exteriores (bello il patio del primo e l’entrata con colonne imponenti in
stile neoclassico).
Poi il giro continua nella Plaza de Armas, coi suoi bar e le sue esposizioni, e con l’entrata alla cattedrale (molto bella soprattutto dentro al contrario di altre cattedrali sudamericane piu’ imponenti e belle da fuori). Dalla piazza partono due vie pedonali tutte europee e pieni di negozi e di gente. Qui ci prendiamo un buon gelato “Bravissimo” e ci fermiamo a riposare all’ombra. Intanto compro dal giornalaio il numero nuovo del settimanale Tiempos del Mundo (parla di politica e societa’ di tutta l’America Latina e si vende in quasi tutti paesi americani) e un Le monde diplomatique…
Ancora dritto fino in fondo e si giunge alla via principale della citta’ che, come a La Paz, la taglia in due e prende vari nomi, da O’Higgins a Providencia mentre sale su fino ai quartieri ricchi di Las Condes costeggiando il fiume Mapocho.
Da qui torniamo indietro verso destra per vedere la PLaza de la Libertad, la facciata sud del Palacio de la MOneda (palazzo presidenziale) e poi la facciata nord dalla pulitissima e sorvegliatissima Plaza de la Constitución.
In Piazza si erge una statua commemorativa del Presidente Salvador Allende,lider socialista della Union Popular, suicidatosi (o ucciso) l’11 settembre 1973 dopo l’occupazione violenta del Palazzo da parte dei militari guidati dal generale Augusto Pinochet. Da quel momento cominció una dittatura cruenta sostenuta da una serie di decise politiche economiche pro mercato che diedero alcuni buoni risultati ma ad un costo umano e sociale altissimo. Ma e’ una storia un po’ lunga e complessa diciamo…
ADIOS
Ritorno in hotel ed Amy porepara le sue cose.
L’accompagno in taxi al quartiere nord-est dove vivono i suoi parenti. La zona, Las Condes, e’ altolocata e legata agli affari ed i servizi. In casa non c’e’ nessuno, arriveranno. Usciamo a ci salutiamo sapendo che probabilmente ci si rivedra’ a Milano o magari in Messico ma che probabilmente il contesto e le situazioni che si sono create qui saranno irripetibili. Salto.
L’AMICO RODRIGO DI SANTIAGO
Prendo il metro e chiamo il mio amico Rodrigo. Ci vediamo al Metro Manuel Montt. Locale: Bar Liguria. Ho paura di non riconoscerlo dopo 4 anni e mezzo. Ci siamo conosciuti a Napoli quando ero in giro per il sud Italia con zaino tra parenti (a Bisceglie e Bari), amici (in provincia di Crotone) e infine in quelle che per me erano nuove citta’ da scoprire: Roma e Napoli con dintorni. Eravamo anche con un compare Neozelandese che ora vive a Monaco: da quel viaggio in Europa non e’ piu’ tornato.
Insomma ci siamo sentiti tutti e tre fino ad oggi e finalmente ci si rivede anche.
BORRACHERA PESO
Ci vediamo e iniziamo a raccontare. Fiume ininterrotto dalle 20 alle 22 e poi arrivano due amiche sue al Bar Liguria e si beve in quattro. Il Bar Liguria era una cantinaccia per studenti di sinistra ma ora e’ un posto davvero “in” e piuttosto caro che vale la pena vedere. Dimentichiamo il passato del bar con 5 o 6 energici schops, o tarri di birra. Saluto e torno in taxi all’hotel dove mi aspettano due sorprese poco gradevoli.
UNO: Entro nell’hotel ed ascolto uno strano rumore gia’ dalla porta. La coppia di omuncoli olandesi (non so se siano gay ma lo sembrano) che dormono nella stanza di fronte alla mia ha lasciato la porta aperta e uno dei due russa come mai, dico mai, avevo potuto pensare possibile per un umano. Per di piu’ con la porta aperta in spregio alle regole di convivenza civile. Chiudo la loro porta ed entre in camera mia. Niente da fare il ronco bronco trapana le pareti in legno e bussa alle porte dei timpani. DUE: mi sdraio sul letto e gira. Gira il bus, il letto, i canali, le birre, le due amiche, Amy, Machu Pichu, lo stomaco semivuoto e gli ultimi 5 annnnnnniiiii. Girano. Sono talmente stonato che immagino d’essere chiuso dentro a un bunker e non voglio uscire quindi faccio la pipi’ con estrema
discrezione in una bottiglia d’acqua (vuota). Poi realizzo e corro al bagno a consumare l’atto di rigetto. Vergogna liberatoria. Ma vi assicuro che in confronto ai bronchi intasati dell’olandese quest’episodio non e’ stato nulla, nulla…
M’addormento e metto la sveglia (pazzo!) alle 8:30 perche’ voglio vedere la cerimonia del Cambio della Guardia alle 10 del mattino in piazza della Moneda.
Nota Ventiquattro – Santiago de Chile, la “Nera”
OGGI PERSONAGGIO SPECIALE: LA NERA (la negra en español).
MARTEDI’ 10 GENNAIO – COLLINA “SANTA LUCIA” E LA NERA
CAMBIO DELLA GUARDIA
Ho “la resaca, la cruda, el guyabo ecc…”. Ma mi alzo lo stesso. Vado e mi apro una breccia tra la folla strenuamente barcollando incitandomi da solo.
Raggiungo la transenna verde bottiglia in Plaza della Moneda e mi godo la banda militare che suona Guantanamera e altre. Cambio della guardia sotto il sole. Svengo. No, ma quasi. Mi riempio d’acqua e di succhi e dopo “lo spettacolo” mi faccio un sandwich in paninoteca. Torno all’hotel che saranno le 11 e preparo il mio zainone per portarlo nel pomeriggio a casa di Rodrigo, che ora vive con la madre dopo essere tornato dal suo master in Inghilterra.
LA NERA SASHA
Con la mia fronte perlata canticchio nel cortiletto dell’hotel le parole della canzone che si sente alla radio: Corazón Partido di Alejandro Sanz, Spagna.
Altro non so. Una ragazza di colore abbastanza carina, che avevo notato ieri, canta con me mentre s’affaccia dalla sua stanmza e le dico che e’ una bella canzone.
Mi risponde chiedendomi provenienza e obbiettivi del mio viaggio. Contraccambio e scopro che e’ sudafricana ma ha vissuto in tanti posti (Cile 4 anni, Brasile 4 anni e altri imprecisati).
LEI
Professione ufficiale: ballerina e cantante. Nella sua stanza che non esita a farmi vedere c’e’ una TV, un letto con coperte sue, dei DVD, delle scatole di cartone ammassate con vestiti sopra e altri mobiletti suoi. Sasha, questo il suo nome, mi confessa che vive all’Hotel Caribe da un anno. Ci salutiamo e le dico che, appena finito di impaccare, possiamo andare a mangiare fuori o a fare un giro in centro. Lei sparisce ma verso la una ritorna e le chiedo se, infine, vuole uscire o se ha gia’ fame. Allora mi dice di aspettare che torna subito come se dovesse chiedere il permesso a qualcuno. In effetti il giorno prima l’ho vista baciarsi in strada con un ragazzo che poi e’ andato via con uno zaino in spalla. In seguito lei mi confessa che quello e’ il suo ragazzo ma che ora lui e’ via per una settimana, forse due o forse un mese, chi lo sa…
USCITA CON SASHA
Quando torna sono passati solo 5 minuti. Si cambia tutta davanti a me e non faccio nemmeno in tempo a girarmi dall’altra parte. Si spruzza un profumo appestante e usciamo. Ogni tanto mi parla in inglese e ogni tanto in spagnolo. Entrambi ottimamente parlati ma sempre farfugliatissimi. Ed e’ in questo modo che mi avvicina la bocca all’orecchio e alla guancia strusciandosi e mi dice alcune cose che quasi non capisco tipo :”…non ti preoccupare, ora c’e’ lui…ma sta sera…dopo…vediamo…”. Boh…Usciamo e ci raggiunge un cileno piccoletto in pantaloncini e maglietta, in pratica un ragazzino con l’avambraccio destro ingessato che si presenta ma non mi ricordo il nome, diciamo Juan.
CASA DI MATTI
Entriamo a casa sua, due porte accanto all’hotel. Lei mi dice di non preoccuparmi e lui mi dice di avere studiato “Scienze della prostituzione”, ma no, e’ uno scherzo. Inizio a credere che lui sia una specie di fidanzato magnaccio e lei una prostituta o qualcosa del genere. Mi offrono da bere in casa. Nel corridoio d’ingresso ci sono delle barre di metallo con ruote, degli appendini giganti, di quelli si usano nei negozi di vestiti o in lavanderia.
Sasha inizia pelare patate e condire pomodori mentre Juan esce a comprare vino e birra dopo avermi chiesto un paio di dollari per la colletta. La situazione si normalizza.
VERGINITA’
Sasha mi guarda e mi chiede quanti anni le do. Dico massimo 25 e mi dice che ne ha 37. Giura e spergiura e incita Juana a dare conferme che arrivano prontamente. Mi spiega il suo segreto in inglese.
Vedi…esordisce…ho perso la mia verginita’ solamente ai 25 anni e quindi…quando il ginecologo mi ha visitato la vagina (lei dice “pussy”) per la prima volta era sbalordito da quanta giovinezza si vedeva la’ dentro!”…Faccio un gesto d’approvazione e stupore con la testa.
PRANZO
Andiamo a pranzo insieme. Si alza dal letto il fratello maggiore di Juan. Zombi. Dice Sasha che lei da 4 mesi, da quando sta insieme al ventenne Juan, e’ come la loro mamma e cucina e lava e sgobba. Percio’ ha la autorita’ di sgridarli se dormono troppo (come il fratello grande) ovvero se non lavorano o fanno gli stupidi come Juan (che pero’ ha il braccio rotto e di solito lavora col padre in una zona popolare di Santiago). Il pranzo e’ buono e completo. Sasha grida con accento anglo-africano una serie di parolacce intercalate da “negro” e “concha tu madre” per far mangiare i due bimbi.
LA MADRE SINGLE
All’improvviso irrompe in casa la madre dei due fannulloni. Una quarantacinquenne stanca di lavorare e un po’ grassina. Una buona mamma. Si vede da come parla. I figli subito mi guardano e Sasha
dice:”sai…lei e’ single…e’ sposata ma ora e’ in cerca”. Il tono malizioso e i sorrisini tra i quattro mi fanno pensare che dovrei essere lusingato ma in realta’ mi imbarazzano un po’…ma che, ci devo
provare io con la madre?? A turno mi ripetono di nuovo che lei e’ single tra un discorso e l’altro.
Juan si alza e va aiutare Sasha con le pentole in cucina. Intona un ritornello di un reggaton di Daddy Yankee e Sasha tira fuori la lingua, lo lecca sulla guancia e sculetta dimenandosi e cantando anche lei.
Un po’ di show. Il fratello grande torna a letto.
PER MANO TUTTI INSIEME AL CERRO SANTA LUCIA
Da vedere, il cerro santa Lucia e’ una montagnetta panoramica vicina al centro. Ci andiamo io, Juan e Sasha. Lei, in ciabatta e minigonna viola. I due piccioncini camminano mano nella mano quando lei a un certo punto decide di prendere anche la mia e inizia vantarsi di avere due uomini. Non ci molla per tutta la strada, si fa un trio insomma. Nel frattempo parla con me in inglese del suo passato e sbraita in spagnolo a Juan.
FOTO PLAYBOY
Iniziamo a salire sulla collinetta e a scattare foto con Sasha scatenata: lingua di fuori in ogni posa, sedere appiccicato al bacino del fortunato (io o Juan…) e infine il tocco di femminilita’, una
margherita in bocca o in mezzo ai seni.
CULO ALL’ARIA
Mentre saliamo le scale lei va avanti e noto un piccolo dettaglio con compiaciuta sorpresa. Non porta le mutande. Il sederino nero si vede completamente da sotto. Un americano maturo viene rallentato sui gradini dalla moglie in collera.
SULLA CIMA – DISCESA SENZA DENTIERA
Sasha insulta Juan. Vuole tornare a casa immediatamente e dice che tutto dipende da me. La gente si gira dopo nuove parolacce al vento della dolce Sasha. Aspettiamo un po’ per goderci il panorama
e scendiamo. Intanto Sasha si stacca i denti. Si’, ha una dentiera quasi completa. Dico, e’ una ragazza carina ma ha tanti segreto da scoprire. Infine, rivela di essere in cinta. Ha una panzetta sospetta in
effetti ma potrebbe essere dovuta alle birre o altro. Dice che non e’ ancora sicura perche’ non ha fatto dei test efficaci per la gravidanza ma e’ quasi sicura perche’ da tre mesi non ha il ciclo. Solo che non sa di chi sia.
IN HOTEL
TOrniamo indietro e Juan va a casa sua mentre io e Sasha ci fumiamo due sigarette in camera sua. Lei si avvicina e mi rivela che forse potrei essere il suo terzo fidanzato. Juan e’ uno, e’ giovane e non la potra’ mai mantenere ma e’ quello che a lei piace di piu’ (mi dice che a letto e’ stupendo). Poi c’e’ quello che ho visto ieri pomeriggio che la mantiene da un anno nell’hotel ma se ne va sempre via. Il terzo sarei io ma declino l’offerta.
Alle 17 arriva in macchina Rodrigo e io saluto Sasha e tutto il piccolo mondo di periferia che mi ha fatto conoscere in mezza giornata.
La casa di Rodrigo e’ nella zona della Reyna che, come dice lui, e’ tipica della media borghesia di sinistra. E’ una villetta “a schiera” di due piani con una stanza tutta per me. Mi faccio una doccia e aspetto che Rodrigo torni da una riunione. Quando torna prendiamo un autobus e raggiungiamo degli amici suoi in un bar della zona Providencia. Io bevo pochissimo e partecipo un po’ nel loro dibattito politico.
ELEZIONI PRESIDENZIALI
Qua il 15 ci sono le presidenziali, voto finale tra Bachelet, candidata della sinistra e strafavorita, e Piñera, della destra. In Cile il dibattito politico e’ riuscito a svincolarsi dalla ideologie, s’e’ europeizzato un po’ ed e’ molto piu’ avanzato rispetto ad altre nazioni (come Venezuela, Peru’, Bolivia ed Ecuador) che si divincolano tra estremismi nazionalisti e autarchici o deliri utopici, antimperialismi senza obbiettivi e populismi quasi classici (come negli anni 50).
MERCOLEDI’ 11 GENNAIO – CASA DI NERUDA
Mattina burocratica in agenzie di viaggio per studenti (INTEJ o ISIC) e Copa Airlines per chiedere prezzi e condizioni per eventuali spostamenti del mio volo da Buenos Aires il 3 febbraio. Il metro di Santiago si riconferma come uno dei piu’ puliti ed efficienti del mondo. E’ stato aperto quest’anno. Speriamo che duri cosi’.
Oggi ho visto il Museo Casa di Neruda, chiamata La Chascona (la riccia o scompigliata in cileno) in onore della sua amante e poi sposa Matilde, che vale davvero la pena per appassionati di poesia e non…Mi ha accompagnato Monica, l’amica di Rodrigo conosciuta al Bar liguria la seconda sera. La passione del poeta per il mare si vede dalla forma delle stanze tipo sottomarino, dalle finestre a oblo’ e dai pavimenti in legno volutamente rovinati per riprodurre il rumore della stiva…Ottima la visita guidata inclusa nel prezzo del musue con un ragazzo che sapeva tantissimi anedotti e spiegazioni sulla casa, che era il nido d’amore segreto di Neruda e Matilde. Costruita in una zona industriale per nascondersi meglio, la casa ha lanciato una moda tra gli artisti cileni che hanno trasformato il quartiere oggi conosciuto per i teatri e i locali.
Usciamo soddisfatti e ci cerchiamo un buon gelato fuori zona visto che Monica ha la macchina. Poi torno a casa di Rodrigo verso le 19 e la’ ceniamo con sua madre e andiamo a dormire relativamente presto tutti e tre. Rodrigo esce oggi da una sessione molto hard con la dentista e di sicuro non vuole uscire.
GIOVEDI’ 12 GENNAIO – A VALPARAISO
Come dice il titolo oggi sono emigrato solo a Valparaiso, la citta’ marina preferita dai “santiagueños” a solo 2 ore dalla capitale e famosa per le colline, gli ascensori che le scalano, i panorami, un’altra casa di Neruda e le spiagge della vicina Viña del Mar. Parto dal centro dove oggi termina ufficialmente la campagna elettorale del centro destra di Sebastian Piñera, probabile perdente.
Ci saranno concerti e propaganda piu’ discorso finale incorporato. Bachelet, la rivale socialdemocratica, terra’ il suo “ultimo” discorso a Santiago con la partecipazione di Miguel Bose’ e altri spagnoli per il concerto serale.
La casa di Neruda si trova arrampicata su una delle tante montagnette che sembrano proteggere Valparaiso e chiuderla nella sua baia. Per arrivare su e’ divertente prendere uno dei tanti ascensori, delle simil-ovovie a basso costo che salgono la parte piu’ impegnativa delle colline. Quella piu’ vicina alla piazza centrale, basta chiedere, porta su fino al museo a cielo aperto, un quartiere super
caratteristico con una ventina di graffiti sulle pareti delle case. Ci sono anche opere di Roberto Matta! (che a me piace molto).
Si continua poi per una decina di blocchi in leggera salita sotto il sole cocente e infine la casa. Vale la pena anche questa ma purtroppo ninte guida inclusa. Ti danno un papiro con le spiegazioni per ogni oggetto e quindi tutti vagano per i piani della casa con lo sguardo perso e il naso all’ingiu’. Frequenbti gli scontri frontali e le testate. Pronto soccorso giu’ al piano terra.
All’uscita vado in su una via e prendo la celeberrima Linea O, una specie di circolare che passa su tutte le montagne e scende alle spiagge alla fine del percorso.
Nell’altro senso arriva a Viña del mar. Arrivo al capolinea con fare sornione, salto su ancora e gli dico di lasciarmi alla Playa San Mateo, una spiaggetta piccola piccola e affollata. ma per ora ve bene cosi’.
Scendo la’ e mi stravacco sulla sabbia in boxer. Non ho il costume perche’ nemmeno sapevo o avevo l’intenzione di fare il bagno. Prendo il sole e quando arrivo ai 50 gradi sulla pelle ci provo anche a
fere il bagno. Peccato che l’acqua sia proibitiva, ghiacciata. Ci riprovo e mi si paralizzano i piedi.
Sconfitto.
Opto per un ghiacciolo e mi si avvicina al bara un ragazzo un po’ consumato che attacca bottone mi chiede se voglio un po’ del suo Rum con la pespsi che sto per comprare.
Gli dico di si’ e mi spiega che bisogna fare attenzione ai carabinieri (si’, ci sono anche qui).
Beviamo un po’ e parliamo del nostro passato. Lui dorme in spiaggia. In pratica e’ un senzatetto al momento. ha una famiglia a Santiago ma per l’estate preferisce lasciare la mkadre che non lo caga e
lavorare a Valparaiso in qualche bancarella del mercato. Quindi dorme in spiaggia. Poi mi racconta di Dio e della sua fede evangelica. Gli dico che sono alquanto agnostico e lascia stare. Pero’ poi mi spiega anche che e’ stato in carcere per 4 anni fino a qualche mese fa e che ha solo 22 anni…pesante. Ha cercato di uccidere con un colpo di pistola un ragazzo che importunava la sua polola (fidanzata) anche se, ammette, voleva solo spaventarlo ed e’ partito il colpo. Gli dico che ci sono altri metodi anche piu’ efficaci per spaventare altri pretendenti o mettere a posto le cose senza usare armi…ma sembro troppo un papa’, non e’ vero?
Mi chiede se lo posso invitare a pranzo dopo la spiaggia e gli dici di si’. E’ contentissimo e fa il simpatico. In effetti e’ simpatico e cerca solo di riadattarsi alla societa’ ma ha un cammino lungo davanti con la famiglia che lo rifiuta e lavoretti precari. Ci salutiamo dopo pranzo e torno a Santiago.
Scendo al Metro tendenza Manuel Montt e raggiungo Rodrigo al Restaurante Cabo Frio, dopo un’ora di ricerca. Fino alla una e mezza ci beviamo un paio di birre (va beh, una paio di birre io e alcune in piu’ loro) e torniamo. Domani ho la partenza per l’Argentina di prima mattina. Destinazione Mendoza.
Nota Venticinque – Argentina(ndo)
VENERDI’ 13 – BELLA DATA…
DAL CILE ALL’ARGENTINA
Parto per Mendoza, Argentina, dopo aver salutato Rodrigo ancora ubriaco dopo la serata coi suoi ex compagni dell’uni (avvocati e quasi tutti sposati).
Prendo il Metro e arrivo alle 7.45 alla terminale Universidad de Santiago. Ah, mi ero dimenticato. Per completare la mia collezione ho trovato vicino alla stazione degli autobus un mercato coperto d’artigianato dove vendevano la bandiera del Cile in stoffa!…
Che dire. Ancora stupendi i panorami andini della frontiera. Bisognerebbe organizzare un viaggio o un tour solo da una frontiera all’altra!
A Mendoza faccio un giro in centro e decido di spostarmi in serata con un bus notturno “semi-cama” per Cordoba. lascio quindi lo zaino alla stazione dei bus e prendo una cartina della citta’ all’ufficio
turistico dove gia’ noto l’accento argentino inconfondibile delle operatrici.
FREGATO MA CON INTENZIONE…(?)
Visto che e’ Venrdi’ 13, decido di sfidare la sorte al gioco delle tre carte fuori dealla stazione. C’e’ un gruppo di Argentini che giocano con il classico ragazzo svelto con le carte che le fa girare e prende i soldi per le scommesse e fa fuori il portafoglio degli ingenui. Non mi sento ingenuo ma decido di provare il gioco per capirne il funzionamento, le strategie, i personaggi collaterali che stanno li’
intorno e fanno finta di giocare. Insomma mi faccio fregare quasi 70 dollari in vari turni ma con certa coscienza di quello che sto facendo. Quindi non mi arrabbio ma i soldi persi mi rovinano un po’ la
giornata. So che non si puo’ vincere ma ho voluto provare lo stesso. All’inizio per conoscere e poi per perdere un po’ di piu’. Dopo dieci minuti il ragazzo chiude baracca e lascia tutti con un aria amaramente divertita…Poi incontra i suoi complici e distribuisce favori e mazzette in attesa dei prossimi galli da spennare.
LA PIZZA
Meglio tornare a fare il viagiatore serio. Prendo una pizza a mezzo dollaro credendo si trattasse, a quel prezzo, di un trancio solo. Invece no, e’ enorme! E buona davvero. Compete in sapore con le nostre pizze, ed e’ la prima volta che lo dico in America del Sud. I menu’ fuori dai ristoranti annunciano Pizze, Fugazze, Tagliarini e Ravioli, benvenuti in Italia? Di certo se la meta’ e piu’ dei 38 milioni di argentini ha parenti o discende da italiani qualche somiglianza con il nostro paese c’e’. C’e’ anche una sfilata di Fiat nuove e vecchie che non cessano di suonare il clacson e rumoreggiare. Ma queste son cose che si sanno. Anche la lingua parlata ha chiaramente subito l’influenza italiana. Si dice, non so…salame a una persona. Oppure “guarda que es asi’” e “Salute” tra le tante.
MENDOZA
Forse la citta’ di Mendoza e’ piu’ famosa per i suoi vini, il 70% delle esportazioni vinicole argentine, e per l’entroterra che per citta’. La campagna e’ deliziona ma il centro della citta’ non mi emoziona
piu’ di tanto. Sembra di essere in periferia a Milano in una domenica d’agosto. Poi verso sera le vie pedonali del centro e le 4 piazzette che formano un quadrilatero intorno a quella centrale si riempono di gente e bancarelle. Nessun monumento capta la mia attenzione. Nemmeno la guida Lonely Planet mi aiuta, non che sia un’amica fedele ma insomma alle volte…In questo caso sembra non ci sia nulla d’eccezionale da vedere tranne il relax estivo e le argentine.
UMORE
La pizza del primo pomeriggio mi basta fino alla sera.
E’ di nuovo il primo giorno che passo solo dopo una decina di giorni in buonissime compagnie! Non posso evitare la sensazione di tristezza velata e malinconia mentre passeggio in strade molto simili a quelle del mio quartiere di Milano circondato da Fiat Uno e Seicento. Mi fisso molto sulle macchine, lo so. Ma il nostro “capitalismo” e la nostra industria stanno scomparendo cosi’ rapidamente dal panorama internazionale che ora certe marche italiane all’estero mi ricordano qualcosa di raro ed esotico.
COMPRO BEL LIBRO
Tanto per rimanere in tema socio-politico mi compro a 35 pesos (10 dollari) (ah gia’, 3 pesos argentini valgono un dollaro) l’ultimo libro di Andres Oppenheimer, un politologo e giornalista argentino che scrive per il Miami Herald e conduce programmi TV. Il testo si chiama “Racconti cinesi” e tratta il tema dello sviluppo delle nuove tigri (asiatiche ed europee) in contrasto con quanto accade in America Latina. E’ anche un diario di viaggio sui generis ed anche una raccolta di interviste con molti nuovi e vecchi potenti della terra. Per me rappresenta una delle visioni piu’ lucude della situazione reale e non ideologizzata del continente americano.
Resto in giro fino alle 22 e mezz’ora dopo saltu sul bus per Cordoba dove una cara amica ha appena terminato un periodo di studio di sei mesi. Purtroppo lei non e’ in citta’ perche’ sta viaggiando in
Patagonia. Venerdi’ 13 che continua??
SABATO 14 GENNAIO – A CORDOBA “LA DOTTA”
Cordoba e’ la capitale mondiale della cultura del 2006 ed una delle citta’ piu’ antiche ed istruite dell’intera Argentina e Sudamerica. Ora e’ estate quindi l’attivita’ e’ ridotta e il turismo riempie le file degli alberghi. Faccio fatica a trovare un posto per dormire al momento del mio arrivo a Cordoba, nella calle San Jeronimo che collega il centro alla centrale degli autobus. Provo in 4 hotel della via strisciando per la strada con il mio fardello di oltre 15 chili.
Niente. Forse avrei dovuto provare vicino alla stazione degli autobus dove c’erano tanti piccoli alberghi.
STANZA ALTERNATIVA
Alla fine busso al Residencial Asplenium e mi accolgono nell’ultima singola disponibile all’ultimo piano, in terrazza. Costa 18 pesos, sei dollari. E’ una vera bettola ma la famiglia che gestisce e vive
nell’hotel e’ molto gentile per lo meno.
IL CESSO
Il bagno comune del piano terrazza e’ un cesso. Quasi come quello dell’Hotel Lima a Trujillo, Peru’. C’e’ uno splendido bide’ dell’ottocento coi tubi staccati e le incrostazioni. C’e’ un cesso propriamente detto dove gli escrementi si depositano su una piattaforma prima di essere catapultati giu’ al momento dello scorrimento dell’acqua. Poi finestra con vari pezzi di vetro mancanti, tanto per farsi vedere dai vicini.
LA TERRAZZA DELL’HOTEL
La terrazza e’ l’unione delle officine abbandonate del carpentiere e del meccanico a cielo aperto.
Antitetanica richiesta. Ad accogliermi due signori di circa 40 e 50 anni seduti sulle sedie. Sono gli unici clienti della zona terrazza e restano li’ tuto il giorno quasi (almeno per quello che ho potuto
constatare io).
Ore 11 e 30. Meglio uscire dopo una doccia drammatica con acqua semi tiepida e durante la quale ho fatto l’equilibrista per cercare di non toccare veramente nulla nella “”sala da bagno”".
CENTRO E PRANZO
Vedo il centro. La plaza san martin con la cattedrale.
l’universita’ de Cordoba, gli edifici coloniali dei dontorni e le zone a poche vie dal centro che, anche qui, assomigliano molto a una citta’ mediterranea qualunque e non suggeriscono nessuna atmosfera. Piu’ che altro brulicano di gente (qua sono un milione di persone) che sfocia nelle arterie pedonali del centro coi loro ristoranti e negozi alla moda. Mi fermo in un ristorante a provare la carne di roastbeef argentina.
Degna della sua fama e circondata da una insalata condita con olio, sale ed aceto. Come piace a me.
Noto che l’Argentina fino ad ora e’ un po’ piu’ econmica del Cile, forse piu’ vicina al Messico per quanto riguarda il cibo e gli alberghi…
Conviene entrare in qualche agenzia di viaggio o nell’ufficio turistico se e’ aperto per farsi dare dei volantini sulle attrazioni della regione dato che Cordoba dopo un po’ puo’ annoiare. Soprattuto nelle
famose ore di siesta verso le 14 e fino alle 17 o 18.
Ci sono tante gite simpa da fare in giornata.
A CARLOS PAZ
Decido per una escursione nella vicina Carlos Paz con gli autobus che non partono dalla stazione centrale ma da una piu’ piccola vicinoa al centro.
Arrivo la’ e mangio subito. Cosa c’e’ da vedere?
Il panorama della vallata e del lago che costeggia il paesino. Le vie della cittadina non hanno nulla di particolare ma vanno bene per passeggiare senza troppe pretese artistiche. Tanti negozi e tante ragazze locali e porteñe (di Buenos Aires) pronte a prendere il sole sul lungo lago.
Per apprezzare il panorama si sale a piedi su un monte (un’ora) oppure sul mirador servito dalla AEROSEDIA e dal AEROTRENO. Per quasi 5 dollari vendono il pacchetto completo. La prima e’ uno skilift che ti porta su una montagna.
La seconda, el tren, una fregatura. Spacciano il treno per un’attrazione irrununciabile senza la quale non si puo’ apprezzare il panorama della regione. Falso. Va bene per i bambini ma nessuno lo sa a priori e tutti pagano. Comunque la vista e’ interessante. Nulla di speciale.
Scendo poi al lago dove tate famiglie accampano o pranzano nei ristorantini vicini. Il turismo in questa stagione e’ veramente al top! Gli argentini hanno iniziato a riscoprire il nod del loro paese dopo la
crisi del 2001-2002 visto che hanno perso potere d’acquisto con il peso 1 a 3 con il dollaro (prima era 1 a 1, mantenuto cosi’ artificialmente per alcuni anni). Viaggiano molto in gennaio in Argentina e
snobbano abbastanza la vicina e forse troppo pericolosa (o indigena) Bolivia.
Mi affogo in un gelato e in birra nazionale: la Quilmes cristal sempre splendida sul lungolago.
GO KART
Verso sera c’e’ ancora luce e mi faccio attirare da una competizione di Go Kart (sempre sul lungolago) che costa solo 20 pesos per 15 giri. Siamo in 7 tutti molto agguerriti ed esce una bella gara. Saranno 10 anni che non vado sui go kart e credo sia stata una carriera mancata perche’ giro stupendamente e mi diverto come un bambino sul pony da corsa.
SERA A CORDOBA
Tango in piazza. Vie pedonali piene e con pband di rock in spagnolo che improvvisano concerti dal vivo.
Entro in una trattoria dove si respira la tensione per la partita Boca-River, amichevole estiva tra le due squadre piu’ galardonate dell’Argentina. Mangio le tagliatelle al sugo, ottime aun dollaro e qualcosa, e bevo una Quilmes chiara durante il primo tempo.
L’atmosfera e’ carica e popolare in tutta la via. A fine primo tempo torno all’hotel e dormo nel sacco a pelo in compagnia di zanzare assassine e temperature agostane. Insomma non dormo un cazzo. La partita finira’ 3 a 2 per il Boca ma la rivincita della settimana successiva sara’ un 3 a 0 sonoro per il River. Ben gli sta al Boca che, quando ero a Lima, ha sconfitto i Pumas della UNAM, la mia universita’ in Messico, nella finale della Copa Nissan Sudamericana.
DOMENICA 15 GENNAIO – DINTORNI DI CORDOBA, CALAMUCHITA
Cerchero’ di essere breve visto che sono indietrissimo con e note di viaggio! In effetti a Calumuchita sono ancora in giro da solo e l’ambiente e’ tranquillo da villaggio vacanze. Ci si arriva con un micro per un paio d’ore, da Cordoba, e si passa per una chiusa ed un lago artificiale notevoli ma non troppo spettacolari. L’attrazione del paesino e’ in pratica un fiume balneabile strapieno di gente proveniente dai dintorni e dalla capitale. Io non ho nemmeno il costume. Mi trovo un pezzo di costa tutto mio risalendo il fiume per dieci minuti e mi lancio nell’acqua splendida che e’ un brodo. I boxer
vanno bene per fare il bagno in fondo. Faccio amicizia con una famiglia in gita per il week end e ci beviamo una Quilmes da un litro in allegria.
Ore 17: Piogge torrenziali su clima torrido, fiume in piena, rinfrescante. Mi affretto ad andare alla terminal de buses per tornare a Cordoba prima di essere completamente fradicio. Il bagno nel fiume e’
stato un vero toccasana dato che ho gia’ lasciato l’hotel e non potro’ farmi una doccia fino a domani mattina, quando arrivero’ a Salta, la citta’ piu’ grande delle province del nord (Salta, Tucumán e San
Salvador de Jujui).
Da qui iniziano le attrazioni vere per il viagiatore dopo le deludenti Mendoza e Cordoba.
ORE 22:30 – Bus per Salta.
Sull’autobus conosco il mio vicino, Tsangy, originario del Madascar con nazionalita’ francese. Parliamo in spagnolo e francese come Manu Chau. E come lui ci scambiamo opinioni politiche e sulle droghe. Il solito commenot sarcastico dei francesi quando comincia il solito film violento sull’autobus “oh, tres bien, un bon film de guerre americain….”. Risate.
LUNEDI 16 GENNAIO
Ho dormito e, secondo il mio vicino, ho anche parlato abbastanza durante il sonno. Tutto normale.
Prima di scendere alle 10 am leggo la routard di Tsangy e lui legge la mia Lonely Planet, destinazione accordata: Hostal Terra Oculta, calle Cordoba, Salta (city).
OSTELLO TERRA OCULTA
La sede dell’Ostello in calle Cordoba e’ piena e quindi ci mandano alla succursale a una via da li’.
Anche meglio ma ambiente piu’ spento e sornione.
Prendo a 20 pesos il letto nel dormitorio da sei, coi letti a castello. Scelgo quello sotto mentre Tsangy decide di cercare un camping per i viaggiatori in tenda dato che vuole risparmiare e andare
all’avventura. Dopo un giro all’ufficio turistico che ci riempie di mappe bellissime stabiliamo un puntello per il pomeriggio.
INONDAZIONE
Faccio giusto in tempo a uscire dopo la doccia in ostello che comincia a piovigginare ma niente di preoccupante. Mi vado a tagliare i capelli per sentirmi un uomo nuovo e quando esco piove, ma nulla di grave. Entro in un ristorantino economico e vibrante ed i tuoni spaccano la quiete vespertina. Ora si’, e’ grave. Nel giro di un piatto di tagliarini al sugo la citta’ collassa per le piogge torrenziale e l’acqua comincia ad entrare persino nel ristorante e cio’ vuol dire che il livello supera il marciapiede e due gradini in altezza. Succulenta occasione per il fotografo scaltro. Mi affaccio nin strada dove capito fotograficamente scene di delirio. Quando passa il bus, lentissimo, arriva un’ondata d’acqua sporca condita con smog dentro al ristorante ma me la cavo con un saltino. La gene cammina a piedi nudi diffondendo malattie della pella mentre alcuni sacchi dell’immondizia pascolano seguendo la corrente. Tre auto sono ferme in mezzo alla strada con l’acqua dentro. Un ragazzo argentino, Guillermo, ha una macchina vecchisssima che ha voluto restaurare e scatta anche lui qualche pic. Ne approffittiamo per fare amicizia e scambiare due chicchiere (per due ore!) fino alla fine del temporale. C’e’ tempo anche per due birre.
GIRO IN CENTRO
Finita la pioggia e normalizzatosi il livello delle acque, io e Guillermo usciamo in esplorazione. Lui vive tra Tucuman e Salta ma non conosce bene ne’ una ne’ l’altra. Strano. Visitiamo le vie pedonali del
centro, le chiese di San Francisco (stupenda, giallo-rossa) e la cattedrale e, infine, il mercato dell’artigianato quasi fuori citta’. Decido di fare qui gli ultimissimi acquisti e di mandare a Buenos Aires uno scatolone con tutte le cose che non mi servono e gli ultimi “regalini” e cazzate per alleggerirmi.
SERATA
Tra tutto, si fanno le 21. Saluto Guillermo e torno all’ostello dove Tsangy mi ha cercato piu’ volte e ha lasciato un messaggio in francese maccheronico “Je suis à l’autre auberge en face de nous…”. Chissa’.
Dopo vari spostamenti ci ritroviamo, e’ anche lui al Terra Oculta, sede principale.
Mi racconta che il camping si e’ allagato completamente ed e’ stato evacuato. Prima di cio’, ha dovuto lottare strenuamente per due ore per salvare le sue borse e la tenda. Ha dovuto impaccare tutto e, allo stesso temop, reggere la tenda coi piedi per non farla volare via mentre si allagava lentamente. Bella impresa. Ci meritiamo un piatto di spaghetti e una Birra locale “Salta”. Fatto.
Nota Ventisei – Piu’ a nord, Pueblos Mágicos
MARTEDI’ 17 GENNAIO – SALTA E DINTORNI
Che fare? Rivoluzione. Non tanto. Basta fare una gita fuori porta. Esco dall’ostello principale con il marsigliese,sempre lui, Tsangy (e’ del madagascar ma vive a Marsiglia). Mi dice che siccome e’ di colore ha risentito di un certo razzismo tra gli argentini, soprattutto a Buenos Aires. Invece qui, in un villaggio pre-andino con prevalenza di popolazione indigena vicina alle etnie della Bolivia, si sente
meglio. In effetti gli argentini mantengono ancora un po’ di quel complesso di superiorita’ di un popolo che si considera latino ma discendente per lo piu’ da immigrati (italiani, spagnoli e in generale europei) e che ignora la sua scarsa componente indigena e autoctona. Quindi abbondano le bionde e gli occhi chiari. Anche i tipi mediterranei sono apprezzati e diffusi. ERGO, c’e’ un certo razzismo, a volte mischiato a un interesse, verso i neri, gli indigeni o i brasiliani, per esempio. Ho anche notato che molti argentini dell’universita’ stanno viaggiando nelle province del nord ma non piu’ all’estero come facevano prima della svalutazione del peso e della crisi del 2002. Inoltre non vanno nemmeno in Bolivia, salvo rari casi, ritenuta pericolosa o sempliemente “sporca” e poco accogliente. Non sanno cosa si perdono!
PACCO
Mando un pacco da 18,7 kg a Buenos Aires dalla messaggeria della linea dei bus Veloz, piu’ economica ed efficiente delle poste. Coi kili stiamo esagerando.
Mi auto-rimprovero.
COLLINA SAN BERNARDO
Una delle attrazioni di Salta e’ la vista panoramica dal “Cerro San bernardo” il cui picco si raggiunge con una ovovia simpatica. Foto e sorrisi per tutte le famiglie.
GITA
Io e Tsangy ci lanciamo verso ora di pranzo in una gita fuori porta, San Lorenzo. Un paesino di montagna con un boschetto da esplorare. Niente di che ma ambiente mistico e rilassante oltre all’ottima cucina locale ed i vini come il Michelle Torino di Mendoza. A pranzo splendida pizza e ottima vista che lascio alla fantasia del lettore.
LAS PEÑAS
In serata usciamo io, Tsangy e Sarah, una svizzera 22enne pimpante che parla anche spagnolo (oltre al francese). Quindi altra serata di idiomi misti alla Manu Chau. I locali tipici della zona si chiamano
PEÑAS e sono dei riastoranti con un palco centrale dove ogni sera ci sono spettacoli di folcore, tango, balli e musica dal vivo con interazione dei clienti.
Entriamo nella famosa “La vieja casa” e ci sbaffiamo una tagliata di antipasti e dell’ottima carne argentina degna della sua fama (con vino rosso). Lo spettacolo merita anche se dal piano di sopra non si
vede molto. Ma si sente eccome! Andiamo a letto contenti alla una e mezza.
MERCOLEDI’ 18 GENNAIO – CARNE & DISCO
Questa sera l’ostello organizza la cena con carne e vino per tutti i backpackers, rimango. Rimane anche Tsangy in attesa di notizie dalla sua ragazza francese che e’ in giro per l’Argentina ma piu’ a sud. S’incontreranno di li’ a poco. Sono stati insieme per alcuni mesi in Uruguay dove Tsangy realizzava un field project, o meglio, un programma di volontariato. Ora avevano bisogno di un tempo per stare soli e viaggiare un po’ separati. Quindi stasera festa.
Nel pomeriggio ci organizziamo una gita per ammazzare il tempo. Infatti l’offerta principale di Salta sarebbe ilñ Tren de las Nubes, un giro in treno spettacolare che, ahinoi, non si puo’ fare in questo
periodo perche’ la compagnia tranviaria che operava su quella tratta ha perso la concessione.
Rimane il Canyon di cafayate da vedere ma e’ piu’ vicino a Tucuman che a Salta.
Quindi, con una crisi da aspettative frustrate, ci lanciamo in tranquillita’ al Dique o Lago Cabra Corral dopo un attesa di un’ora in strada per il Bus Numero 5, fantomatico e stizzoso.
IL LAGO
L’autobus ci lascia dopo piu’ di un’ora in un camping a un centinaio di metri da una pozza d’acqua mezza secca che e” un ramo in delirio dell’immensa laguna Cabra Corral. Non c’e’ niente da fare ne’ da vedere qui. Tiro fuori la fionda che ho comprato al mercato dell’artigianato di ieri ma non ci sono nemmeno bersagli nella steppa. Lanciamo sassi nel lago.
Intanto chiediamo in giro ed un auto che funziona come taxi collettivo ci offre un passaggio economico (un dollaro) a 10km da li’, al ponte panoramico.
Arrivati la’ passeggiamo 10 minuti e non di piu’ e osserviamo alcuni lanci di Bunjee Junping giu’ dal ponte che e’ poi l’attrazione piu’ grande dell’intera gita. Pranzo a carne e birre. Ritorno alla fermata
dell’autobus numero 5, famigerato, verso le 6 e a piedi questa volta. Beh, non completamente. Infatti verso la fine prendiamo un passaggio da un camion che trasporta legname, occhio alle schegge.
Gli nautobus locali sono stipati di porteños, argentini di Buenos Aires, che viaggiano spesso in gruppi di 2-3-4 ecc…Il viaggiatore backpacker solitario e’ una bestia rara tra folle di vacanzieri.
Ma l’ambiente e’ allegro, rilassato e abbastanza “alternativo” sebbene gremito.
SERATA CARNE & DISCO
L’ostello organizza un barbecue di carne e insalate ogni mercoledi’ per far socializzare gli avventori. Io e Tsangy arriviamo dopo l’aperitivo previo e a inizio cena. L’atmosfera iniziale e’ un po’ tesa, anzi spenta come le luci del terrazzone in cui si brasano i tagli di carne impreziositi da salsine della nona (volutamente con una -enne come dicono gli argentini ai loro nonni= nono o abuelo).
Si forma un po’ di gruppo tra di noi e due argentini. Si uniscono tre spagnole e i ragazzi che lavorano all’ostello per l’uscita in qualche pub o disco.
Riempiamo due taxi giganti e usciamo dopo una media di mezzo litro di rosso a testa e forse piu’ ma chissa’.
La discoteca e’ carina e sembra appena decollata la serata nonostante siano gia’ quasi le due. Si rimane fino alle 5. Niente piu’.
GIOVEDI’ 19 GENNAIO – OGGI SI’, SI PARTE
Drammatica sveglia alle 8:00. Tsangy mi aspetta gia’ per andare alla stazione dei bus. Lui deve solo comprare un biglietto per andare dove la sua fidanzata finalmente gli ha indicato, io invece inizio la corsa verso nord. Obiettivo finale: Salar de Uyuni, Bolivia, passando per i paesini coloniali e deliziosi della provincia argentina confinante, Jujui (sono quelli raccomandatimi da Francesca, una delle rare italiane sole in viaggio incontrata a Cusco a Natale).
PURCAMARCA, PAESINO DA FAVOLA
In due ore sono a Jujui. Un’ltra ora e mezza e sono Purcamarca, un villaggio senza asfalto distribuito su un paio di arterie minuscole e la piazzetta centrale col mercato di vestiti e artigianato permanente. La chiesetta bianca e’ un gioellino, bijoux…un cane stanco dorme sotto la croce di legno riprodotta in scala uno a uno.
Faccio un giro in centro (cosa che prende non piu’ di 10 minuti) e compro tre cappelli per il sole ricamati con stoffe coloratissime dalle sapienti mani indigene del villaggio preandino, almeno spero.
L’ostello in cui ho lasciato le mie cose e’ in costruzione letteralmente. Costa solo 5 dollari comunque e si trova a 10 metri da dove mi ha lasciato il bus sulla “Avenida principal”.
LA MONTAGNA DAI SETTE COLORI
L’attrazione del paese e’ il Cerro o Montaña dei sette colori con le due passeggiate che permettono di apprezzarla. Uscendo un po’ dal paesino sulla linea tracciata dalla folla turistica si scorge un percorso che s’arrampica sulla montagna di fronte all’agglomerato urbano. Sali sali e sali. Sole e vento a volonta’, piu’ della carne. Piu’ del “mate” (l’erba aromatica amara con cui si fa un te’ che gli argentini bevono costantemente in bagno, sull’autobus, per strada e a letto caricandolo in piccole bocce che sono dei veri pezzi d’arte).
Ebbene. Da sopra si ammira il paesino con la montagna che lo sovrasta e questa sembra spaccata in una specie di canyon che risulta colorato como la bandiera della pace. Blu, rosso, nero, bianco e verdino sono alcuni colori che distinguo in lontananza guardando le strisce verticali immense che sorridono stampate sulla montagna e rivolte verso il “pueblito”.
L’altra camminata da fare e’ quella che gira tutt’intorno alla montagna dei sette colori in un percorso di 3 km. Qui si aprono panorami semi desertici e venti di terra rossa. Interessante all’inizio anche il cimitero del paese con lapidi povere ma colorate e stravaganti.
In serata ceno e vado a dormire stracotto dal sole. Chiacchiero un po’ con due argentini guide turistiche che stanno nella mia stessa camerata d’ostello. Mi danno dei consigli e mi suggeriscono il paesino di Yruya, a tre ore da Humahuaca. Quest’ultima cittadina sta ancora piu’ a nord di dove sono ora ed e’ il centro della Valle con lo stesso nome (oltre all’ultima destinazione prevista per domani).
VENERDI’ 20 GENNAIO – TILCARA E HUMAHUACA, PUEBLOS MAGICOS
Un caffe’ con la mia caffettiera insieme alla signora che gestisce l’ostello. Lei mi offre uno meraviglioso formaggio di capra che no vi dico. Pregio.
Mi carico e, come buon pendolare, salgo sul collettivo delle 8.40 per Tilcara, un altro villaggio magico della vallata. Famoso per le rovine preincaiche di Pucara’ e la splendida vista di tutta la valle. Con estrema calma mi avvio alla passeggiata. L’altezza aumenta e la fatica pure. Ma visitare questa valle significa abituarsi progressivamente e con calma, villaggio dopo villaggio. Quindi salute di ferro e passo agile.
Prima di entrare alle rovine sulla collina c’e’ un divertente Giardinbo Botanico pieno di cactus e con la pietra campana che, se toccata con un sasso, suona come una campana. Non male.
Le rovine meritano davvero e l’atmosfera e’ gioviale al raggiungimento della punta piu’ alta (nulla di faticoso) con il panorama da bersi un litro di mate e rimanere in compagnia di se stessi un paio di giorni.
Per premio giu’ in paese mi faccio una bella insalata condita con olio, sale e aceto. Pensa un po’…
Pomeriggio:Mini bus per Humahuaca, sede delle principali culture indigene preandine della regione.
HUMAHUACA VILLAGE
Piove. Governo ladro? Esco impavido dalla stazione dei bus di Humahuaca e sfido le gocciolone d’acqua. Tre hotel. Entro in tutti e tre e sono pieni. Svolto a destra e vedo un simbolo familiare ma odiato: HI-INTERNATONAL hostelling. Meglio che niente a 20 pesos. C’e’ in stanza un argentino con il quale programmiamo un giro in centro (di li’ a 10 metri) non appena smetta di piovere. Alle due e mezza siamo in giro. La piazza centrale si riempie di artigiani e menestrelli. Le vie del centro sono in pietra e l’odore di pizza aleggia in alcune di esse. Buona per la merenda. Juan, l’argentino, mi aspetta in piazza mentre salgo un centinaio di gradini fino al monumento che domina la cittadina. L’ambiente e’ molto tranquillo e ci sono piu’ servizi, ed anche piu’ strade, rispetto a Purcamarca e Tilcara. Siamo gia’ verso i 3 o 4 mila metri.
Chiediamo alla stazione degli autobus quali sono le opzioni per viaggiare a Yungay domani. Piove e una compagnia ha deciso di chiudere le sue corse. L’altra non ha posti per domani. Io rinuncio e Juan decide di attendere visto che lui ha piu’ tempo.
MUSEO DEL FOLCORE
Andiamo al bel musueo del Folclore, gestito da un personaggio locale, un signore che ha anche studiato un anno in Messico e viveva vicino a dove sto io attualmente!
4 o 5 stanze piene di suppellettili e oggetti vari con la visita guidata dal padrone ci bastano per immergerci nell’atmosfera locale e nella storia dei popoli della Valle che ancora oggi conservano molti
usi e costumi ancestrali.
Al museo conosco una italiana di Vicenza, Marta, che e’ la seconda italiana in viaggio da sola che ho incontrato in tutte le peregrinazioni di quest’inverno. Anche lei mi dice di essersi scontrata con davvero pochi connazionali in giro per l’America Sud.
Usciamo verso le 5 e ci prendiamo un caffe’ anche con Juan. Poi un po’ di sano collegamento a internet e anche una birra.
Marta ci invita alla proiezione di un documentario ma Juana declina. Io accetto volentieri e alle 20.00 in punto siamo seduti sui gradini di un cineforum stipato.
Il documentario testimonia la vigenza delle tradizioni legate all’uso della COPLA, il tamburo che accompagna i canti ritmici dei popoli della Valle. La loro musica e’ stata riconosciuta un patrimonio di suoni di poesia e si studia anche in alcune scuole specializzate giacche’ la vocalizzazione non e’ affatto facile ne’ banale. Il film tratta anche il tema della donna e della famiglia nella cambiante societa’ locale.
Continuiamo la serata con cena e birre nel locale accanto al cinema gestito dalla stessa ONG che ha orgasnizzato il cine forum. Marta va verso il Machu Pichu con calma. Io le confesso di essere a fine viaggio e di voler vedere solamente il Salar de Uyuni, una specie di deserto di sale al sud della Bolivia.
Lo spettacolo dei musicanti locali sul palco del ristorante e’ impressionante! Finita la musica torniamo in centro e ci salutiamo entrambi molto stanchi. A Presto.
Infatti ho gia’ comprato nel pomeriggio un biglietto per La Quiaca cosi’ domani saro’ gia’ alla frontiera.
Ogni sabato pomeriggio (ed anche alcuni giorni della settimana tranne il venerdi’ credo…) parte un treno diretto da Villazon (la citta’ gemella di Laquiaca dal lato boliviano) a Uyuni (Bolivia) e Oruro. Ci sono anche varie altre stazioni intermedie interessanti per chi ha tempo, per esempio Tupiza.
Nota Ventisette – Ancora Bolivia, Salina di Uyuni
SABATO 21 GENNAIO – ATTRAVERSO FRONTIERE
Ore 9 e 40. Bus piuttosto panoramico per La Quiaca, frontiera Argentina-Bolivia. Serie di taxi e attraversamenti con stampe sul passaporto. Prendo un taxi a Villazon, gia’ Bolivia, per la stazione
ferroviaria. Qui siamo a una ora in meno. Il taxi si ferma a meta’ strada sotto la pioggia ruggente senza benzina. Smadonno ma non perdo la calma. Ci saranno ancora biglietti per il treno a Uyuni? Il taxista, molto incoraggiante, dice che forse no. Ricarichiamo e arriviamo alla stazione. Son due boliviani (la moneta intendo). Qua sembra tutto costare come in argentina ma in pesos boliviani il che vuol dire a un terzo del valore. Per esempio un pasto a 4 boliviani costa 4 pesos in argentina (pero il peso vale il triplo!). La notte in Hotel in generale vale 20 BS (2-3 dollari) in Bolivia e 20 pesos in argentina (7 dollari)…ecc…
SPERANZE FERROVIARIE
I biglietti ci sono. Partenza alle 15 e 30. Arrivo previsto sette-otto ore dopo. Benissimo, cosi’ a mezzanotte a letto e domani vado a vedere se parte un tour di 4 giorni in tutta la zona che e’ magnifica
(pensiero ingenuo)
I prezzi variano a seconda della classe, Popular, Salon (intermedia), Ejecutivo. Mi pare che la seconda costasse meno di dieci dollari. Non e’ caro comunque il treno.
Il paesino di Villazon e’ il tipico avamposto di frontiera abbandonato dal governo centrale che vive di cambia-monete, turismo occasionale e stazioni di mezzi di trasporto. Pioggia e fango a piu’ non posso. Internet e pranzo ricco. Lascio lo zaino grande al Check-in.
TRENO FIAT !
Attenzione il treno e’ fabbricato dalla Fiat. C’e’ la TV in sala e proiettano King Kong piratato.
Ogni mezz’ora passa un cameriere con cibarie e bevande varie. Ad ogni stazione una folla urlante di bambinetti armati di cestini riempie i corridoi del treno e della stazione per vendere humitas, tamales e acqua. Il finestrino ha una “tendina” di metallo pesantissima che sale e scende come una ghigliottina tagliente, pericolosissima.
VICINA DI POSTO
Vicino a me la tipica signorona indigena boliviana da 100 chili e odorosa di formaggio. Deve essere gia’ bisnonna e ha il viso simpatico. Mi incarica il suo bastone e lo appoggio al finestrino.
IL CANE ASSOMIGLIA AL PADRONE
Insieme ad altri turisti abbiamo notato una cosa stupida che pero’ al momento e’ risultata anche divertente. Molte signore indigene assomigliano davvero all’animale tipico della regione, il lama, in certi aspetti come l’abbigliamento, l’andatura e le movenze. In effetti si vestono della loro lana e indossano gonne spessissime e giganti che amplificano il loro sedere fino alla dimensione di quello del lama. Il peso e la stanchezza per la rarefatta aria andina le fa camminare (e capita anche a noi) barcollando a destra e sinistra, chinando il capo e tutto molto lentamente. Infine si dice spesso anche da noi che il padrone e l’animale domestico finisono per assomigliarsi notevolmente all’occhio esterno.
Quindi…lama, alpaca e vicuñas a volte sembrano persone, vestite e agghingate coi fiocchetti colorati e viceversa.
LA NOTTE
Dormo in treno. Il treno non arriva a destinazione. Ad ogni fermata ci si sveglia. Tre ore di ritardo. Alle 3 am tutti i turisti a caccia di camere sulla Avenida Principal di uyuni e per fortuna ce ne sono per tutti.
Prendo posizione nel celebre Hotel Avenida.
DOMENICA 22 GENNAIO – TOUR GIORNO 1: SALAR DE UYUNI
Sveglia e doccia con calma dopo le 9 e 30. Tanti turisti in movimento nelle tre vie del paese piene di agenzie a caccia. Lascio 4 chili di roba da lavare alla lavanderia e chiedo in giro se ci sono posti per un tour oggi stesso. L’agenzia Oasis sta aspettando esattamente due turisti. Arriviamo io e, poco dopo, una svedese che ha passato la notte su un bus scassatissimo da La Paz e ha perso la partenza del tour che aveva contrattato da la’. Si unisce a noi.
L’ALLEGRA BANDA PER IL TOUR
Il gruppo (ed e’ l’ultimo del viaggio, sigh): Voitec, polacco che vive a Chicago. Io. Melissa, di Brisbane. John, australiano del nord. Uilva, la svedese. Siamo in cinque e i viene affidata una guida con la sua compagna, due boliviani simpatici, Santos e Bett.
Santos guida un 4×4 spazioso e noi ci distribuiamo dietro su due file di posti. Il tour dura 4 giorni, anche se io avevo capito solo 3 (!), e costa 70 dollari tutto incluso (cibo, alloggio e trasporti).
Bisogna solo pagare l’entrata alla riserva naturale della Laguna Colorada che costa 4 dollari. Siamo entusiasti! Si parla solo inglese visto solo io e le guide, impegnate alla guida dell’auto (scusate il
gioco di parole), parliamo spagnolo. Buona occasione per praticare ancora un po’ l’accento australiano !
TAPPE DI OGGI
Alle 11 e 20 si parte per un paesino fangoso con dell’artigianato che nessuno va a vedere. Molto piu’ interessante uscire dalla vietta in cui siamo abbandonati per 20 minuti e ammirare gli spazi immensi
e bagnati fuori dai confini cittadini. C’e’ un cimitero dei treni che sfioriamo all’uscita da uyuni.
Il Salar de Uyuni. 12000 km quadrati di sale. Il piu’ grande del mondo. Decine di jeep che lo attraversano tagliando lo strato sottile d’acqua che s’e’ formato data la stagione. Altrettanti i turisti inebetiti
dalla bellezza dello spettacolo che si guardano, si fotografano e si amano in questo deserto bianco di sale in blocchi.
Io, Uilma e Melissa saliamo sul tetto del 4×4 col sorriso a 32 denti e scattiamo foto mentre ci addentriamo al centro del Salar a velocita’ moderata.
Chilometri di distese bianche come una laguna incantata ci circondano e ci abbagliano di luce riflessa. C’e’ il sole e la giornata risplende di buoni propositi dopo una vista cosi’. Va beh, smetto coi deliri.
Scendiamo a piedi nudi ed esploriamo i dintorni dell’hotel di sale e del campus costruito per i turisti.
PRANZETTO
Dopo una sessione di foto stupide e pose acrobatiche, in competizione con altri gruppi di turisti, ci sediamo al tavolo pieghevole sistemato da Santos e Bett e mangiamo carne di lama e verdure. Siamo tutti scalzi e contenti sotto il sole.
POME
Torniamo indietro verso Uyuni dove riesco a chiamare in Colombia e mettermi d’accordo con Lesly affinché possa venire a trovarmi per l’ultima settimana di viaggio a Buenos Aires.
Da questo momento in poi perderemo il contatto con la realta’ esterna per almeno tre giorni quindi ho fatto bene ad approffittare.
Al ritmo della cumbia boliviana di Santos ci spostiamo alla cittadina sperdutissima di CHUPINA. Una enorme porta di cemento e’ l’ingresso a un paese semi abbandonato e suggestivo. Non so perche’ ma le automobili non passano attraverso la porta della citta’ ma fanno il giro intorno.
INSEGUENDO L’ORIZZONTE
Al tramonto usiciamo tutti (tranne le due guide) per esplorare il villaggio, esperienza che prende meno di un minuto. Andiamo quindi ai confini del mondo, dove inizia il deserto. Chiedo agli altri se vogliono spingersi piu’ avanti e raggiungere correndo la linea del sole che tramonta che sta scappando all’orizzonte.
Logicamente mi gurdano male e dicono di no. Allora vado da solo e dopo mezz’oretta di camminata e corse brevi a oltre 3000 metri mi dichiaro stanco e mi sdraio ad ascoltare il vento quasi sulla linea forma dal sole che tramonta dietro le montagne. Silenzio e ricarica vitale.
SERA. Cena tutti insieme e bei discorsi sulla vita di ciascuno, tante nazioni ed esperienze cosi’ diverse in un gruppo che si diverte ed e’ unito da subito.
Son l’unico che s’e’ gia’ fatto la doccia di soppiatto e vengo cazziato!
23 GENNAIO LUNEDI’ (?) – GIORNO 2
NOI
Carichiamo la macchina e alle 8 siamo gia’ in strada. Sempre cumbia in autoradio. L’australiano John e’ in viaggio da sei mesi, ha 46 anni ed e’ uno squilibrato, si vede e basta! Il polacco-gringo e’ simpaticissimo e sa tutto di tutti i paesi. Melissa ha 25 anni ed e’ di Brisbane, non sa che fare dopo l’universita’ che ha finito da poco. Intanto viaggia e mi ricorda tanto la mia australiana. Infine Uilma e’ forse la piu’ seria, architetta con ambizioni di carriera, in viaggio col fratello che e’ rimasto a La Paz, sguardo dolce e tranquillo.
VALLE DELLE ROCCE
Prima fermata. Una vallata di rocce spettacolari su cui ci arrampichiamo come scimmiette per scoprire panorami nuovi e personalizzare emozioni comuni.
PRANZO
Laguna EDIONDA. Piena di lama, alpacas e flamingos, questi volatili rosa con le zampe sottilissime.
Momneto di convivenza rilassata dopo varie ore di automobile e riposo alla spera in Dio appoggiati sui finestrini.
IL CONIGLIO
Il coniglio delle Ande e’ simpaticissimo e piu’ grande di quello “normale”. Si chiama Vizcacha ed ha un pelo piu’ folto e di solito marrone scuro o nero. Ci fermiamo a vederne uno che aspetto la merenda su delle rocce in mezzo a un deserto stepposo.
ALBERO DI PIETRA
Di li’ a poco altra fermata all’albero di pietra. Una formazione rocciosa deliziosa per il turista e probabilmente adorata da qualche popolazione per le sue forme di pianta.
LAGUNA COLORADA
La piu’ spettacolare laguna di tutto il viaggio. Il polacco si chiede se sia reale. Non ci crediamo.
Immensa distesa d’acqua poco profonda popolata da lama e flamingos. Ma la cosa particolare e’ il colore, appunto. Rosso, blu e bianco si mischiano in curve e strati ovalizzati dalle forme magiche. I minerali di ferro danno un aspetto mistico alle acque della laguna che e’ dominata dalla punta di un monte innevata.
Entriamo nel parco nazionale dove dobbiamo pagare 30 bolivianos. Facciamo il giro della laguna in jeep ed arriviamo al campus dove passeremo la notte. Una specie di hotel dentro ad una casa familiare.
Voitec e John giocano con le racchette (quelle che si usano al mare) e rompono il vetro di una finestra.
Voitec, che parla spagnolo, assicura la signora che la ripaghera’. Grasse risate mie e delle ragazze.
Di sera ci facciamo 2 ore piene ai dadi. Cioe’, con sei dadi, giochiamo al “Ambicioso” un gioco boliviano molto bello. Siamo drogati dalle scommesse ma quando le candele si spengono dobbiamo smette. Niente doccia qui.
24 GENNAIO MARTEDI’ – GIORNO 3
ORE 4:30. Alzataccia come gia’ da un po’ non mi capitava.
Alle 6 am siamo tutti ai Gayser. Alba e semioscurita’ completano uno spettacolo da godere solo a quest’ora e con le mani letteralmente congelate.
Tutti gelati camminiamo per dieci minuti e raggiungiamo Santos nella jeep dopo un po’ d’esplorazione della zona dei gayser e delle acqua e fanghi bollenti in superficie (siamo a 5000 metri e il
cuore batte proprio forte)…
LAGUNA BLANCA
Scandiamo un po’ piu’ giu’ alla Laguna Blanca per fare il bagno appena il sole comincia ad affacciarsi.
Santos e’ un grande perche’ con la alzataccia alle 4.30 ci ha fatti arrivare per primi tanto ai Gayser come alla Laguna dove approffittiamo della piscina di acqua calda termale da soli. Ci cambiamo e stiamo in acqua tre quarti d’ora. Usciamo quando arrivano gli altri gruppi in massa. COLAZIONE asciutti e col sole non piu’ nascosto.
Vulcani innevati, montagne dall’aspetto sinistro, orizzonti amplissimi e, nelle vicinanze, delle vedute marziane di rocce rosse e metalli riempono il cuore e le aspettative di un’intera vita! (esagerato sono…).
In tutti questi posti si va in bagno dove si puo’. Di solito c’e’ una qualche rudimentale costruzione dove nascondersi e farla in pace.
LAGUNA VERDE e FRONTIERA CILENA
Altra laguna di frontiera tra Cile e Bolivia. Verde e stupenda anche questa. Come previsto dal tour, e’ possibile scendere alla frontiera cilena e farsi portare a San Pedro di Atacama in Cile senza costi
aggiuntivi ma perdendo l’ultimo giorno del tour stesso. Uilma e Voitec scendono qui. Rimaniamo in tre piu’ le due guide. Separazione dolorosa. un po’ tristi torniamo sulla jeep dopo aver dato la mancia a Santos e Bett per il lavoro svolto fino ad ora. Immancabile foto di gruppo.
Pranziamo sulla riva della Laguna Colrada e la vediamo da un’altra prospettiva. Passeggiamo anche lungo alcuni fiumiciattoli da favola davvero pittoreschi e irreali.
VILLA DEL MAR, VILLAGGIO IMPRESSIONISTA
Il mare non c’e’ ma va bene lo stesso. C’e’ un fiumiciattolo anche questo pittoresco e irreale sulla cui riva pascolano asini e lama grassissimi. Ci prendiamo tre birre marca “Huari”, scaliamo una
montagnetta e riposiamo parlando (io, John e Melissa) della famiglia, della coppia e della donna in Australia, Italia e America Latina e di altri temi collaterali come la disciplina e la scuola.
SERATA BRITISH
In serata ci uniamo a cenare con un gruppo reduce dalla tre giorni al Salar e Lagune, proprio come noi.
Sono tre ragazze inglesi e un australiano che viaggia con una di loro, la piu’ pimpante. Riproponiamo il gioco dei dai che fa strage. Intanto il vino cileno in cartone fa strage di stomaco. Alle 22 siamo cotti e si va a dormire.
25 GENNAIO MERCOLEDI’ – GIORNO 4 – RITORNO
L’ultimo giorno prevede almeno 4 o 5 ore di jeep con un paio di pause panoramiche: un’altra vallata delle rocce abitata da conigli-Vizcachas carinissimi e un paesino civilizzato con telefoni e internet prima del ritorno a Uyuni. Finalmente possiamo sentire la nostra musica sull’auto visto che abbiamo scoperto come collegare i nostri lettori di MP3 all’autoradio senza farla esplodere.
Nel primo pomeriggio siamo a Uyuni e salutiamo Santos e Bett con un grazie immenso. Io mi copio anche il CD di cumbie boliviane che ci hanno fatto sentire durante tre giorni perche’ mi sono affezionato al sottogenere.
Ognuno risolve le sue pratiche. Io passo in lavanderia e faccio una doccia all’Hotel Avenida dove avevo lasciato le mie cose. Litigo anche con la signora che non ci voleva far fare la doccia nemmeno pagando di piu’. Per fortuna cede. infine ci vediamo tutti e tre ad internet. In serata Io e Melissa prendiamo un hotel per riposare fino alle due, ora in cui parte il tragico treno per Villazon, di nuovo giu’ verso la frontiera argentina.
OBIETTIVO BUENOS AIRES
Obiettivo. Arrivare a Buenos Aires il piu’ presto possibile perche’non so quando Lesly arrivera’ la’ e vorrei precederla. Tutto viaggia sul filo dell’ultima mail e del biglietto che lei sta comprando
all’ultimissimo minuto.
Inoltre molti bus per Buenos Aires che partono dal nord ci mettono piu’ di 24 ore a raggiungere la cpitale e sono pieni per il “controesodo” estivo degli argentini.
Riassumendo. Ho il treno alle 2.30 am con Melissa. Passiamo la serata in un locale-ristorante buonissimo gestito da un gringo sposatosi con una boliviana in questo paesino sperduto. Si uniscono a noi, John e le inglesi della sera prima. Alle 23 (dopo 5 ore nel locale) io e Melissa andiamo a dormire e ci alziamo alle 2 per prendere il treno. La stazione e’ affollata e piena di gente che sta dormendo la’. Troviamo anche la inglese col suo boyfriend australiano. Saranno seduti di fronte a noi in questo viaggio della speranza…CONTINUA.
Nota 28 ULTIMA- 40 ore e poi Buenos Aires, con “sirena” (?)
PENSAVATE DI ESSERVI LIBERATI DALLE NOTE DI VIAGGIO…
PREMESSA: scrivo questa ultimissima nota a piu’ di due mesi di distanza dal mio ritorno stabile in Messico.
Il tempo e’ passato ma i ricordi continuano piu’ vivi che mai anche se iniziano a svolazzare liberi nel gioco di associazioni che il tempo e la memoria si divertono a costruire soprattutto quando le esperienze sono cosi’ dense, intense e piacevoli…
Bene, saro’ sintetico su Buenos Aires…l’ultima destinazione…e magari non raccontero’ tutto giorno per giorno…
26 GENNAIO GIOVEDI’ – TRENO DELLA DESESPERANZA (DA UYUNI BOLIVIA A BUENOS AIRES, UNA TIRATA)
Suona la sveglia alle 2 am e Melissa mi tira su di peso. Lavaggio faccia tipo felino . Camminiamo verso la stazione. Il buio e’ pesto e ci sono pochi turisti in giro con gli zaini, tutti in pellegrinaggio verso
il treno della speranza per la frontiera. Come all’andata: tempo previsto, 7-8 ore; tempo effettivo,13 ore (percepite=almeno 20)!
Questa volta siamo in tre seduti su un sedile unico che sarebbe da due. Io sono vicino a Melissa e di fronte a noi c’e’ la coppia anglo-australiana con cui abbiamo passato le ultime due serate giocando a dadi nella steppa e mangiando pizze ad Uyuni citta’.
Non si dorme. E’ l’emozione per la fine di questo viaggio che mi tiene su. Inoltre ormai e’ quasi sicuro: verra’ Lesly dalla Colombia a trovarmi a Buenos Aires.In teoria arrivera’ sabato sera ma devo
ancora leggere le ultime mail per avere confereme.
Arriviamo nel pomeriggio di giovedi’ alla Quiac e attraversiamo la frontiera caotica per rientrare in Argentina. Il mio obiettivo e’ trovare assolutamente un bus per Buenos Aires senza aspettare una nottata e perdere altro tempo. Ho il mio aereo per il Messico il 3 febbraio e quindi ogni giorno a Buenos Aires e’ guadagnato. Siamo in periodo di vacanze, molti autobus sono pieni. Melissa parte per Jujuy e ci salutiamo.
Intanto tutti cercano, s’arrangiano e corrono per tornare a Buenos Aires. E’ pieno di porteños che vogliono tornare a casa loro! Un gruppo mi offre di aspettare con loro che hanno affittatto tutto un
autobus privatamente. Intanto cerco e una compagnia mi offre un prezzo decente per un bus che e’ partito mezz’ora fa !…c’e’ anche una signora peruviana con sua figlia che vogliono riacciuffarlo. Allora quelli dell’agenzia chiamano un amico loro e saltiamo su in macchina all’inseguimento dell’autobus di linea…sono due ore oltre i limiti di velocita’ e poi lo incrociamo in un posto di blocco. Non ho mangiato e quasi non ho riserve di acqua. Il viaggio sara’ di 27 ore e la prima pausa prevista sara’ domani. Corro ovunque ma e’ terra di nessuno. Solo una strada statale e una casetta della polizia. Cibo: zero. Mi dicono di bussare alla porta di un’altra casetta nei paraggi e per fortuna la’ una signora improvvisa una cucina per i turisti. Mi unisco a una ragazza di Buenos Aires e alla signora peruviana per implorare un tozzo di pane con la frittata. Salvezza. Hanno anche un litro di coca cola a testa. A testa alta!
A meta’ strada ci fermiamo in un paesino perche’ una ragazza ha denunciato la scomparsa del suo lettore MP3 appena comprato. Perquisizione dettagliata e zelante per tutti. Il lettore viene ritrovato nella sua scatola nel portavaligie del piano superiore. Qualche demente l’ha rubato durante un pit stop dell’autobus e lo ha tranquillamente messo su sperando che la ragazza si dimenticasse. Peccato che mancavano ancora 6-7 ore di viaggio…ladro non identificato alla fine.
27 GENNAIO VENERDI’-ESPLORAZIONE BUENOS AIRES
Arrivo venerdi’ pomeriggio a Buenos Aires. Non sono stanco e l’esaltazione per quest’ultima capitale e per l’arrivo della sirena colombiana mi attivano i sensi piu’ di qualsiasi allucinogeno.
Alla stazione degli autobus posso finalmente controllare la posta: Lesly arriva domani sera con Avianca con un Bogota’-Lima-Buenos Aires. Cerco un hotel decente in centro e, dopo alcune chiamate,
scelgo L’Oriental, probabilmente uno dei migliori per qualita’-prezzo. Volo in taxi alla Calle de MItre e occupo la mia stanza. Il giro in taxi mi conferma alcune opinioni comuni sulla citta’: stile parigino,
traffico romano,umore generale un po’ napoletano.
Piante, marciapiedi, palazzi assomigliano anche un po’ alla mia citta’ natale, Milano. E’ pieno di FIAT in giro. Sono l auto della classe media e popolare. Mi rifaccio gli occhi con le ormai dimenticate Fiat 600 che qui abbondano. Il tassista fuma e, un po’ come tutti, tira fuori una sua parentela con qualche italiano emigrato in Argentina.
Di sera, esploro il centro storico cartina alla mano e ceno una pizzetta in un bar triste. Il sonno mi vince e sogno il domani.
28 GENNAIO SABATO
Buenos Aires ha tante cose da offrire. I teatri funzionano tutto l’anno con rappresentazioni economiche e di qualita’. Basta scegliere tra le vie Callao e Corrientes. Orari allungatissimi la sera per
fare di tutto.Tantissimi negozi aperti 24 ore. Si respira un clima di sicurezza, in centro almeno, e tante ragazze camminano sole anche alle 2 o 3 del mattino. Niente a che vedere con citta’ del Messico.
Probabilmente la delinquenza e’ forte anche qui ma non cosi’ visibile e i porteños la sfidano con il divertimento e le infinite attivita’ culturali della loro bella citta’. DI sera, non mi sento ne’a Parigi ne’ a Madrid, pero’ sicuramente nemmeno a Bogota’ o Lima !
I giornalai sono dei veri giornalai. Hanno di tutto e di piu’, quasi meglio delle librerie. Ho comprato delle cartine bellissime e dei volumetti di storia semplici ma fatti benissimo…In piu’, sorpresa. Il
corriere della sera, che in Messico non leggo mai, e’ venduto con La Nación, il giornale nazionale argentino,a meno di un dollaro ma alcuni edicolanti telo vendono da solo a 10 cents di euro ! Dopo mesi di semi isolamento mi fa piacere insomma…ma l’Italia va ripresa a piccole dosi, lo so.
Esploro il centro e nel pomeriggio vado in taxi all’areoporto a prendere Lesly che scende piu’ bella che mai…siamo entrambi felici e contenti (anche se non per sempre). Sembra uno scherzo ma alla fine siamo riusciti a incontrarci per la terza volta in tre paesi diversi: Colombia, Ecuador e Argentina…serata di riconoscimento.
29-30-31 GENNAIO – 1-2-3 FEBBRAIO
In questa settimana abbiamo esplorato uno o due quartieri di Buenos Aires in tutta tranquillita’. Che dire. Molti la conoscono ma non si finisce mai di scoprire. L’estate la rende calurosa e vivibile. C’e’
luce fin oltre le 21 e 30 quindi i ritmi di vita s’adattano alle lunghe dormite mattutine e alle cene a mezzanotte in questa stagione.
Da non perdere e’ La Boca, il quartiere forse piu’ caratteristico e popolare dove c’e’ lo stadio La Bombonera (del Boca juniors appunto), il caminito, le strade colorate con i bar e i ballerini di tango, le
case degli immigranti italiani che arrivarono a costituire piu’ della meta’ della popolazione del quartiere alcuni decenni fa. San Telmo sta tra La Boca e il Centro e, anche lui, e’ un quartiere caratteristico per i mercati e i ballerini di tango, le chiesette e i ristorantini.
Chiaramente s’e’ mangiata tanta carne, los asados y los cortes, empanadas argentinas e vino di Mendoza. Interessante il centro, con la casa rosada, la cattedrale e le vie pedonali che s’incrociano in una festa di negozi chic e ristoranti in lotta per l’ultimo turista.
La Torre degli inglesi e Puerto Madero, il quartiere del porto trasformata in una zona elegante, meritano una visita cosi’ come il Museo d’Arte Latinoamericano.
I giardini di Palermo e la zona stessa sono interessanti ma un po’ meno rispetto alla Boca, San Telmo e il centro. La Avenida 9 de julio, con il famoso obelisco, si attraversa decine di volte nelle lunghe passeggiate che sono d’obbligo per esplorare tutto il centro. Quasi tutto si puo’ fare a piedi, con un po’ di buona volonta’. Altrimenti per raggiungere quartieri piu’ lontani come Palermo meglio usare il
metro che e’ un salto nel passato con i suoi trenini coi sedili in legni e l’atmosfera ottocentesca. Anche gli autobus urbani sono degni e rapidi.Abbiamo anche visto la tomba di Evita Peron nel museo de La Recoleta. Se avete poco tempo non e’ necessario ma un po’ di concentrazione spirituale prima di un’abbuffata nei preziosi ristoranti della zona non guasta…
Il nostro hotel nella calle Mitre e’ ad una via sola dal Congreso Nacional, un imponente ed elaborato edificio neoclassico che puo’ essere l’inizio di una passeggiata “todo derecho” sulla Avenida de Mayo fino alla Casa Rosada.
LA SIRENA…
Ancora torna la metafora della sirena ma ormai nelle note di viaggio ci sta bene. Bene che ha combinato la bella Lesly?
I primi due giorni siamo stati benissimo come due fidanzatini che non s’erano visti per colpa, che so io…del militare (?). Quindi bene. Poi per altri 3-4 giorni c’e’ stato un cambiamento di Lesly perche’ s’e’ iniziata a sentire in colpa per avere lasciato suo figlio a Cali e aver speso un po’ dei risparmi “familiari” che aveva messo via (anche se per piu’ di meta’ del biglietto aereo e le spese a Buenos Aires
avevo sponsorizzato io!).
In questa fase ha iniziato a comportarsi stranamente, come un fantasma tra le mie braccia. Assente ingiustificata.
Siamo usciti e abbiamo conosciuto la citta’ ma, come si dice a Roma, “tirava una gianna”, cioe’ un vento fastidioso arricchito da discussioni inutili e dalla sensazione di stare perdendo tempo e controllo senza poter mettere fine alla disputa. Disputa che poi non c’era visto che niente di male era realmente successo, solo un cambio d’umore. Un giorno verso le 8 di sera, mentre tornavamo insieme verso l’hotel, ci siamo persi per caso senza dire nulla, per scarsa attenzione o volonta’ d’evasione inespressa. Un’ora dopo all’hotel ci siamo rivisti e niente di nuovo.
Ma in fondo tutto fa parte della tragica e meravigliosa variablita’ latinoamericana che ormai ho imparato a conoscere e apprezzare, se no era meglio farlo in Svizzera il viaggio, o no?
LA PROPOSTA DELLA FAMIGLIA COLOMBIANA…
Una sera questa matta mi dice che deve assolutamente andare a trovare una famiglia di colombiani (due coniugi sui 60 anni d’eta’) che in passato, a Cali, hanno aiutato tanto lei e la sua famiglia. Loro sono a Buenos Aires durante alcuni periodi dell’anno per degli affari imprecisati.
La coppia di colombiani ha una proposta importante per lei e deve andarci. Vedo che la chiamano al cellulare, mi spiega dove si trovano,mi dice l’indirizzo e che non c’e’ nessun problema. Chiaramente mi sembra tutto loschissimo ma lei mi rassicura dicendo che tornera’ prima di mezzanotte per andare a cenare.
NOTTE IN BIANCO
Come presentivo, non torna. Io m’incazzo un po’, leggo tutto il giornale (il caro Corriere!) ed esco a cenare un’amara insalata con le uova sode scadute nel ristorantino all’angolo. Dormo poco e male e, fattesi le tre del mattino, penso che Lesly sia una squilibrata o, almeno, un po’ contapalle.
Lesly torna all’hotel alle 6 e un Quarto del mattino come se niente fosse. Si scusa e mi dice che e’ stanca. Al che le faccio gentilmente notare che avevamo un appuntamento e, tra l’altro, siamo qua in
vacanza per stare l’ultima settimana insieme e non per farci i cazzi nostri. Ma forse a lei non importava.
Con toni pacati mi dice che ha chiamato l’hotel per avvisare che avrebbe fatto molto tardi perche’ la famiglia l’ha invitata a cenare e poi le ha proposto un affare importante. Chiaramente a me, nessuno ha detto niente.
Non abbiamo voglia di litigare e ci addormentiamo per quel poco che resta della mattinata…
L’AFFARE (?)
Il giorno dopo le chiedo di che si trattava con tono incuriosito e, di nuovo, mediamente alterato…
Cono tono conciliatore ricevo una spiegazione: le hanno proposto di aprire un negozietto di cambio-valute in Messico per riciclare dei soldi. Lei non avrebbe problemi legali, anzi dovrebbe semplicemente andare la’ (in Messico) e aprire una “casa de cambio, appunto. Le spetterebbero le commissioni e tanta gratitudine. Il problema sarebbe di ottenere un visto legale per il Messico, visto che i colombiani non possono nemmeno andarci come turisti. Le hanno detto, i coniugi anfitrioni, che potrebbero farla sposare a un messicano, senza nessun vincolo reale, per ottenere i documenti. Nonostante tutto la “sirena” colombiana mi sembra una ragazza seria e le credo. Infatti, riceve ancora chiamate al cellulare in cui conferma dettagli dell’operazione. Potrebbe essere tutta una storiaccia tirata su all’ultimo momento ma lei mi conferma che e’ tutto vero e si scusa con me. Mi dice che a Cali e’ assolutamente normale avere a che fare con gente che ha a che fare con la droga, il narcotraffico o altri affari legati al riciclaggio. La mia realta’ non e’ questa ma la posso capire benissimo. Tutti sanno qualcosa o possono conoscere persone che hanno a che fare con i cartelli della droga. Le spiego comunque che non e’ una buona idea e punto. Niente discussioni filosofiche come al solito…
Lesly dice che non concludera’ mai “l’affare” ma che le aveva fatto comunque piacere rivedere quelle persone amiche…
Come per magia, l’ultimo giorno e mezzo lo passiamo in sintonia perfetta come all’inizio. Andiamo a teatro a vedere “La profesión della señora Warren” di Bernard Shaw. Cena al cinese (per cambiare un po’). Ultima sera stupenda e poi l’addio, definitivo, fuori dall’hotel mentre il tassista carica il mio zaino e una scatola di cartone che avevo inviato da Salta qualche settimana prima.
3 FEBBRAIO, LUNGA MARCIA VERSO IL MESSICO AEREO PERDUTO, SOSTA A PANAMA CITY
Un signore e’ stato male sul velivolo che ci spettava.
Copa Airlines ci offre un pranzo che consumo con una famiglia italo-argentina. Saltiamo sull’aereo con 5 ore di ritardo e ci tocca dormire a Panama City e ripartire il giorno 4. Speravo d’arrivare in Messico al piu’ presto ma niente. Poverino. Ho comunque apprezzato la notte all’hotel 5 stelle, con cena e colazione al buffet, pagata dalla compagnia aerea.
Putroppo siamo arrivati dopo la una nella capitale panamense e quindi non ci siamo goduti la citta’. Solo una vista panoramica notturna dall’autobus che ci ha portati all’hotel della compagnia. Una cena e poi tutti i passeggeri erano esausti e a letto.
Leggo una mail di Lesly che stara’ a Buenos Aires fino all’8 febbario perche’ non c’erano biglietti per tornare prima. Si sente tanto sola e mi chiede scusa per i giorni NO della settimana porteña insieme. Le rispondo facendole coraggio,dicendole che la settimana e’ stata bellissima (anche se e’ un po’ matta) e che tra poco potra’ rivedere suo figlio che e’,sempre e comunque, la sua prima preoccupazione.
Dovrei salutare per sempre tantissime persone che hanno attraversato e cambiato il mio cammino in Sudamerica. Preferisco finire in spagnolo con un Hasta Luego e terminare cosi’ l’ultima nota senza elenchi incompleti e strappalacrime!
Il 4 FEBBRAIO SONO ARRIVATO ALLA CASA DOLCE CASA MESSICANA DOVE MI ATTENDEVANO I COMPAGNI D’APPARTAMENTO, I BUONI AMICI E LA SPLENDIDA VICINA DI CASA ITALIANA…
5 giorni a Cali, COLOMBIA, seconda tappa di un viaggio di 95 giorni che, partendo dalla mia base e casa a Città del Messico, mi ha portato dalla Colombia all’Argentina.
9 NOVEMBRE – (Lontano? 2005) Da Bogotà a Cali
Alle 7 parte il bus per Cali. Sveglia a las cinco y media. Saluto Maria, un’amica che mi ha ospitato a Bogotà per una settimana, con un’emozione stampata nelle pupille che sobbarca il sentimento malinconico dell’addio. Mi distraggo chiacchierando col tassista e sull’autobus per Cali cerco anche di recuperare il sonno visto che ho a disposizione due posti tutti per me.
L’Espresso Bolivariano è proprio un bel pezzo d’autobus, con TV e bagno. Costa sui 20 dollari e ci mette 9-10 ore raggiungere la terza città colombiana che ha circa 1 800 000 abitanti, è una delle capitali della salsa a livello mondiale (il Festival di Cali a fine dicembre è imperdibile), ha la fama di ospitare i cartelli della droga più importanti della Colombia oltre alle ragazze più belle del paese. Il clima è tropicale caldo-umido. Sudore, ballo e festa le principali attrazioni cittadine.
PRANZO AL VOLO
Pausa pranzo alle 11 in un ristorante di passaggio frequentato da orde di viaggiatori, un hub del ristoro e incrocio d’anime perse.
Il “Mingitorio”, come chiamano qui i bagni degli uomini, è affollattissimo tipo stadio Azteca messicano durante la partita Americas-Chivas o giu’ di lì. La toilette praticamente è una parete dove si orina guardando negli occhi il vicino. Trucido.
Al ristorante prendo un pollo sicuramente affetto da febbre Aviaria e lo lascio dopo averlo spellato con poche intenzioni. Mi concentro quindi sullo stopposo contorno di banane e patate fritte.
Mi lamento due volte con il conducente pèr la musica altissima. Lui risponde gentilmente e abbassa, strano! 10 minuti dopo mette su un film ancora piu’ alto, bella mossa. Due ore di violenza con moralina finale e trionfo dei valori di giustizia che più sfumati e imprecisi non potevano essere, tutto nella profonda amazzonia brasiliana. Comunque ci si fanno delle risate.
OSTELLO IGUANA
Alle 5 di pomeriggio sono a Cali e il taxi mi porta all’Ostello Iguana, suggerito dalla Bibbia del viaggiatore (famosa guida turistica austrialiana) gestito da degli svizzeri e un tedesco. Scendo in mezzo alla stradina dell’ostello e due ragazzi molto nordici, in efetti lo svizzero URS e il tedesco Robb, stanno gridando circondati da una selva di medio borgesi colombiani e da un guardiano del Fitness Club che si trova giusto di fronte all’ostello. Il guardiano minaccia di scuoiare il tedesco con il machete che ha lì nascosto sotto uno straccio e il tedesco, alto almeno il doppio di questo, gli chiede dove e quando. Lo svizzero cerca di recuperare con frasi diplomatiche la ormai deteriorata relazione di vicinato, elemento tanto importante nelle relazioni sociali cittadine in America Latina…
Beh, in pratica il tedesco stava difendendo un ragazzino di strada che, secondo il guardiano del club, avrebbe rubato una bici e stava rischiando d’essere linciato dal guardiano stesso e altri avventori del simpatico snob fitness crap. Giustizia sommaria sventata.
Dopo un’ora il guardiano stava ancora affilando il suo machete sulle scale del club ma le acque s’erano calmate.
URS si scusa e mi offre una birra come accoglienza nell’ostello. Intanto io faccio 4 chiacchiere con Marc, un altro svizzero da mesi in giro per l’America del Sud. Suona alla radio una canzone di salsa ben strana:”…era un amor higiènico…la la la…sin problemas de virus…lalala…era un amor diferente…”. Anche nella musica il problema AIDS.
AVENIDA SEXTA
Esco subito a fare un giro. La via sesta o “la sexta” è l’obiettivo a portata di mano. Piena di ristoranti, discoteche e bar rappresenta il centro della vita notturna per i locali abitanti o caleños. Entro al ristorante “Il Balocco” per provare il sincretismo tropicale di qualche piatto misto italo-colombiano ma desisto dopo avere ucciso uno scarafaggio che gironzolava perduto sul menu’ tra la pasta “a la boloñesa” e le arepas (delle tortillas di mais) con riso…
Meglio prendere più avanti un sandwich da portar via.
Di ritorno all’ostello, cucino, insieme a un belga e a un messicano (Vicente), anche un paio di quesadillas e guardo con certa emozione la fine della partita dei Pumas della UNAM (la università in cui studio) di Città del Messico contro i brasiliani del Corinthios (vince Pumas 3-1 ¡Viva Universidad!). Il belga offre un ron di Medellin a tutti e non rinuncio ai due bicchierini di benvenuto nemmeno io.
Finito il match conosco Francesco, un italiano immigrato qua in Colombia che è socio di una disegnatrice di moda colombiana con cui ha avuto anche una relazione per un periodo, giustamente. Lui è molto amico di uno dei gestori, il tedesco che rischiava di essere macellato nel pomeriggio. Andiamo tutti e tre felicemente a fumare in lavanderia. Qui a Cali, il celebre “PAPER BOY”, che è un signore che passa al mattino e grida I NOMI DEI GIORNALI, vende le sigarette di contrabbando e qualsivoglia tipo di bene e servizio, nascondendoli dentro il giornale a prezzi imbattibili. Quotidiano con supplementi a domicilio insomma.
Prima di andare dormire bevo un succo d’arancia da Francesco che vive a 100m dall’ostello e conosco la sua “compañera de trabajo”, la stilista (credo anche modella) Marìa.
Nottata con mal di testa e zanzare assassine. Nemmeno fossimo nella Milano agostana !
Per fortuna salvo la nottata con l’Autan e tanta buona volontà.
Ciao a presto! Fab
10 NOVEMBRE – Hostal de Cali, Ciudad…
Mi sveglio col mal di gola atavico. E tossico. Vado in giro tutta la mattina con il messicano-ttatunitense Vicente. Praticamente ha lo doppia nazionalita’, cioè messicana-americana ed è un degno rappresentante della cultura chicana che sta conformando tutta una zona di frontiera tra gli Stati Uniti e il Messico (3000 km di frontiera lungo il Rio bravo dove lo spagnolo vince sull’inglese ma il dollaro vince sul peso).
LA CULTURA CHICANA TEX-MEX
C’è chi, come il poco acuto prof. Samuel Huntington, ha sostenuto che i messicani vogliono riprendersi con l’emigrazione le terre che furono loro strappate (con compravendite, guerre e annessioni) negli anni ’30 e ’40 dell’ottocento dagli Stati Uniti, animati dal fervore espansionista del loro Destino Manifesto.
Evitando considerazioni razziste, la cultura chicana sta consolidando una identità particolare e distinta da quella puramente anglosassone e da quella messicana d’origine: religione cattolica e pragmatismo, etica del lavoro e rispetto della collettivita’ e della famiglia, cucina tex-mex e bilinguismo sono solo alcune delle apportazioni che Stati come Clifornia e Texas stanno vivendo nonostante i Terminator e i Rangers non muoiano mai ad Hollywood e dintorni.
Bene, la città è calda e siamo a novembre, umidi i vestiti, amichevole e piacevole l’ambiente. I colombiani sono così, salvo certe inclinazioni al disordine e alla violenza istituzionalizzata che ne amplificano il fascino quasi surrealista, tanto nel carattere come nelle situazioni che vivono e fanno vivere a chi spizzica la loro cultura per qualche settimana.
Andiamo in un centro commerciale, il CIPI CIAPI, a rifarci un po’ gli occhi e a cercare il caricatore di batteria per le mie pile del lettore mp3 e delle scarpe per Vicente, insuccesso su tutti i fronti. Ma in fondo, chi ci vuole stare in un centro commerciale? Convinco Vicente a fuggire da lì, che non c’è nulla da vedere.
CENTRO STORICO
Facciamo un giro nel centro storico sempre a piedi. La piazza centrale è affollata da bellissime venditrici e decine di palme altissime e slanciate. Niente di particolarmente notevole salvo la chiesa monastero della Merced e quella di San Francisco, molto vicine tra loro. Compro della frutta per strada e assaporo la varietà tropicale nel suo splendore per solo un dollarino meritato. Il calore ci mette alla prova e quindi si torna verso l’Hostal Iguana con tanta voglia di una bira fresca come la famosa POKER beer.
Dal centro in taxi si può arrivare facilmente con un dollarino (o 2000 pesos colombiani) ai mercatini dell’artigianato locale molto belli anche se non comparabili a quelli dell’Ecuador. Basta chiedere: “los mercados de artesanias del cerrito, por favor”…e ti portano.
POMERIGGIO.
Conosco un australiano, che poi è quello che dorme e russa nella camerata da tre letti in cui mi hanno sistemato. Gli faccio da traduttore inglese-spoagnolo dopo che ci ha messo quasi 10 minuti per chiedere alla ragazza della reception il prezzo delle pagine stampate al PC.
Mi dice che sta male e decido di accompagnarlo a una clinica vicina perchè possa interagire coi dottori in spagnolo. Mi spiega che ha molto catarro e lo dimostra sputandone finemente delle quantità imprecisate lungo il cammino. Spero non mi attacchi nulla visto che anche la mia situazione sta risultando ogni giorno più precaria per gli sbalzi di temperatura e l’afa. Già ho iniziato a prendere uno sciroppo dal sapore orribile contro le infezioni della gola ma mi sto assuefacendo progressivamente e quasi mi piace. Neanche fosse grappa.
Le cliniche private funzionano col sistema americano e, anche se sono le migliori in certi casi, non convincono Christopher (l’australiano) visto il deposito di 100 dollari che chiedono a priori. Si torna in ostello dove conosco LUZ MARINA, una perla colombiana di vent’anni che è arrivata col suo ragazzo israeliano all’ostello. Lavora in un ristorante italiano a Cartagenas de India, grida quando parla e si muove con poca leggiadria ma sensualità da vendere.
NOCHE BUENA (la prima)
Cali è bella per la rumba, la farra, la fiesta. Las noches “bacanas y cheveres”.Nessuna discoteca fa pagare l’ingresso che ti piaccia o no.
Usciamo quindi in una Avenida Sesta un po’ spenta e finiamo nell’unico locale da ballo un po’ pieno (gente superiore ai 30). Io, Luz Marina, Vicente (messicano),Chris (belga), Chris (australiano), Marc (svizzero) ci lanciamo con la salsa, il reggaeton e il Vallenato (un genere tropicale particolare tra la cumbia e la salsa). Pochi si sanno muovere ma l’ambiente anni è 80 trascina grandi e piccini che lottano per un ballo con Luz Marina.
Luz Marina, già ubriaca, non balla più dopo un po’ e mi racconta la sua triste storia. Sua madre l’aveva praticamente abbandonata a sé stessa verso i 12-13 anni. La sorella aveva gravi problemi e le ha chiesto di prostituirsi una volta con un signore per aiutare a risolverli.
Luz aveva 15 anni allora e per 4 anni ha continuato ad andare a letto con gente come lavoro. E’ una ragazza sensibilissima e aperta, èmatta, avventata e innocente quasi all’estremo. Vive di eccessi nel bene e nel male.
Dice che non hai mai risparmiato un soldo e che ha sempre dato tutto alla madre e alla sorella. I ragazzi “seri” che ha potuto conoscere l’hanno tradita con qualche amica. Sembra una invenzione letteraria (vedasi l’ultimo libro di Garcia Marquez, Memorias de mis putas tristes), ma giuro che il suo tono non era affatto scherzoso e in Colombia (ma non solo) si sentono abbastanza storie di questo tipo. Solo che questa la sto conoscendo direttamente e davvero non so che dire. Lei ha scoperto così “l’amore” finché un italiano con il ristorante ha deciso di aiutarla e di darle un buon lavoro a Cartagena.
Poi ha conosciuto il suo ragazzo attuale, un israeliano che viene spesso in Colombia e la porta in giro per il paese. E’ un po’ matta questa ragazza, beve tantissimo e balla come una diva anche le canzoni piu’ banali.
Verso sera si torna all’ostello e arriva tutta la banda. Dalla una e mezza in poi e per un paio d’ore Luz Marina obbliga tutti a bere sorsate assassine di Ron de Medellin puro finché non fa piazza pulita. Uno ad uno gli “ospiti” si ritirano e lei rimane con un gringo.
Io m’addormento sull’amaca nella sala comune e un’oretta dopo mi accomodo nel mio letto ancora con il tormento delle zanzare e le russate ancestrali dell’australiano.
VENERDI’ 11 NOVEMBRE – Gite sfumate – Nottate impreviste…
Da qui la gita in giornata più rinomata sarebbe quella di San Cipriano. E poi eventualmente continuare verso Bonaventura. San cipriano è una località dim miniere a metà strada tra Cali e Bonaventura che si trova sulla costa pacifica ed è un buon punto di partenza per le spiagge del sud della regione del Chocò. Dicono che non ci sia più pericolo in queste zone ma ogni tanto quanlche bomba delle FARC ancora esplode, sfortuna.
SAN CIPRIANO
San cipriano è un villaggio carino la cui attrazione sarebbe il percorso in una specie di treno rudimentale azionato da braccia umane. Nessuno dei frequentatori dell’ostello ha visitato questo paesino, almeno che io sappia. Troppo RUM forse e poi una pioggerella poco propizia per una gita all’aperto. Meglio preparare una pasta al sugo in collettiva e pensare alla serata oltre che a recuperare le forze e la salute sempre barcollante.
BUENAVENTURA
Il Porto di Buenaventura vale la pena per passare una giornata in una vera e propria isola di cultura nera e tropicale estrema. Cibo delizioso, pesce e gamberoni a volontà, e popolazione danzante per le strade, tutti rigorosamente di origine africani. E’ come fare un salto in Giamaica.
NOTTE LUNGA a JUANCHITO
Dalle 19 alle 22.30 si sta tutti nella stanza di Luz Marina che, già mezza ubriaca, serve Cuba Libre a tutti senza ritegno. Beviamo mentre una coppia un po’ stanca e un gruppo di svedesi si appollaiano nel giardino e rifiutano le offerte di socialità che la colombiana rivolge loro con solerzia e gestualià incomprensibili. Mi metto il mio jeans rotto e la maglietta mezze maniche nera dell’Heineken, porta fortuna. Intanto arrivano due colombiane, amiche di una certa Magdaline, una specie di fidanzata di un certo Daniel, tedesco in visita all’ostello. Questa Magdaline era già stata vista là due mesi prima insieme ad un altro turista da Marc lo svizzero…caso strano ma nulla di male.
Le due amiche sono un po’ timide ma vestite da serata grande. Si chiamano Elizabeth e Leslie. Usciamo con due taxi pieni e una macchina delle colombiane tipo gita scolastica.
Destinazione il Chango’, zona sud, periferia. Siamo nella mitica JUANCHITO, il sobborgo dove la festa non si ferma mai, protagonista dei testi di centinaia di canzoni di salsa.
L’entrata è gratis e il posto promette bene. La folla giunge presto e la musica latina riempie i nostri cuori e le nostre coppe. Mi butto sulla birra per non eccedere, da bravo ragazzo, e ballo molto con Luz Marina. A turno tutti parlano con tutti e anche io conosco finalmente la bella Leslie. E’ alta un metro e settanta, pella “trigueña” (cioè scura), molto contundente, lineamenti indigeni ed occhi un po’ a mandorla. Molto carina, mi fa sentire davvero timido all’inizio. Parliamo tranquillamente e all’uscita rimaniamo in macchina assieme, io, Leslie, elizabeth (alla guida), l’australiano Chris e il belga Chris.
Appuntamento onirico e mai rispettato col gruppo al Forum o al Praga, a nord, vicino all’ostello.
Le ragazze ci propongono di andare a mangiare ma il belga decide di tornare in hotel una volta arrivati in zona. Noi continuiamo a parlare anche se Chris non spiccica una parola di spagnolo. Davvero è un personaggio curioso ma simpatico e amichevole.
Mangiamo qualcosina ma è ora di smicciare perché il fast food inizia a puzzare di fritto. Usciamo e cerchiamo le discoteche in cui avevamo un appuntamento. Intanto Leslie si stringe a me dicendo di essere un po’ stanca. Sono già le 2 o le 3 ma non importa.
LA POLIZIA CONTRO GLI “INNAMORATI”
Parcheggiamo di fronte all’ostello e, con efferata spontaneità, i due di fronte a noi cominciano a baciarsi appassionatamente.
Io e Leslie ci guardiamo come complici di un furto e cominciamo a cercarci lentamente. Dopo dieci minuti ci interrompe la polizia in tenuta d’assalto e controlla i documenti.
Allora Elizabeth propone di andare tutti insieme felicemente ad un Hotel nelle vicinanze e affittare due camere. Decidiamo di andare e passiamo la notte là in tutta tranquillità.
Leslie è colombiana ma è venuta su (e molto) in Ecuador, paese che ha dovuto lasciare circa tre anni fa. E’ molto dolce e allo stesso tempo sicura di se, giocosa, così bambina per molte cose che dice ma anche donna matura e responsabile quando parla del figlio di 5 anni (Joel) che ama e da cui è amata, come ripete fino allo spasimo. Mi sembra perfetta, dai suoi occhi eternamente castani, al suo colore caffè indelebile e vicino.
Alle 9 usciamo tutti e quattro dall’hotel/motel, un posto carino e confortevole. Emmi sento felicemente strano.
Io e leslie facciamo battute sulla situazione che a tratti è un po’ imbarazzante, ma che subito diventa normale grazie all’arma dell’ironia e la spensieratezza. Ci passiamo i numeri e tutti a nanna per davvero.
Ciao a dopo, Fabrizio
12 NOVEMBRE – ULTIMO GIORNO
Prima di rimettermi a dormire dopo la nottata passo a vedere che succede nell’ostello…sono solo le nove di mattina ma quasi tutti sono già (o ancora) svegli dalla notte precedente. Saluto e vedo che dice Luz Marina, la quale mi accoglie alquanto adirata. Anzi, incazzata.
Le chiedo perche’ e mi dice che l’ho piantata in asso.
Mi scuso regalandole un “soleluna” di ceramica di quelli che vendono a Coyoacan, il mio quartiere di Città del Messico. E’ contenta e inizia a raccontarmi di come vanno le cose con il suo ragazzo e mi obbliga a bere un altro sorso di RUM con la forza (e ne ha da vendere). Non era la colazione che mi aspettavo ma dopo una bella chiacchierata ci salutiamo, le spengo la luce e me ne vado a dormire.
IL TEDESCO CICLISTA DI LOS ANGELES
Verso le 4 del pomeriggio arriva in bicicletta un sessantenne tedesco con un cappellino di gore tex in testa e polpacci marmorei. Ci racconta che arriva da Los Angeles, città che lo ha adottato molti anni fa.
Ultima tappa in bici, solo 130 km. E noi lì stanchi per una tazzata di RUM e un po’ di gradi (atmosferici) in più. Diventa subito l’idolo dell’ostello. Sciacquo dopo un quarto d’ora perchè ho un appuntamento con Leslie alle 17.30.
ORE 18.00. Centro commerciale El Palmeto. Enorme, nulla da visitare salvo i soliti franching globali e le decorazioni di Natale. Leslie sembra tardare, gia oltre la canonica mezz’ora messicana o mediterranea.
Un tipo, anche lui in attesa di una sua amica, mi propone di berci una birra alla faccia loro e mi suggerisce di adottare lo stile colombiano che ha successo. Cioè, spiega, se ti fanno aspettare, falle aspettare anche tu e di più. Io leggo un chiaro occhio per occhio, dente per dente che non mi piace molto in questo caso.
LA BELLA (E ALTA) LESLIE
Poco dopo arriva Leslie (per fortuna senza tacchi) e ci sediamo al Gran Steak dove i Cortes Argentinos valgono la pena per un pugno di 7 dollari.
MONTAGNA PANORAMICA
Andiamo al famoso mirador panoramico della città, el cerro de la cruz, una escursione irrinunciabile di sera. Panorama completo, coppie rilassate sui prati, pagliacci, teatranti di strada, avvenenti signore con birre e stuzzichini in vendita, musicanti occasionali in una atmosfera quasi estiva da lungomare. La notte calorosa scorre piacevole in avvicinamenti intensi.
Leslie mi racconta molto di sè e dei suoi trascorsi in Ecuador dove più l’economia familiare fioriva e più sbocciavano nuovi problemi. Gelosie locali in contesti poverissimi ruggivano contro i nuovi arricchiti, i commercianti di fagioli, e tutti si scagliavano periodicamente contro la sua famiglia.
Quasi moriva la quindicenne Leslie nella sua villa di provincia mentre il padre e il fratello erano assenti. Il padre, comunque innocente, la vendica e deve riparare in un’altra città (la madre da anni non viveva con loro).
Là le cose riprendono anche meglio di prima ma un fratello disperato inizia un commercio illecito. E ancora problemi. Per le colpe del fratello tutta la famiglia viene accusata e ci vanno di mezzo anche Leslie e suo figlio di un anno e mezzo d’età. Il padre e il fratello finiscono in galera. Quest’ultimo ci rimane mentre il padre riesce a uscire visto che non ha commesso nessun reato anche se i loro beni sono pregiudicati e li stanno ancora recuperando. Leslie e il suo ex marito tornano nella nativa Cali, città dove ci siamo conosciuti, infine, noi due.
Nottata in un hotel gestito da un italiano, ma quanti siamo??
13 NOVEMBRE – DOMENICA DEGLI ADDII
Bene, non volevo entrare troppo nei dettagli difficili e più personali della vicenda che è stata un caso pubblico da giornale scandalistico in Equador all’inizio del nuovo millennio.
Ci godiamo una colazione con “huevos pericos” (alla colombiana, cioè strapazzati con pomodoro), succhi tropicali e brioche.
Verso le 13.15 sono all’ostello. E’ il compleanno dello svizzero Marc. Si va a mangiare un Sancocho (cioe’ una meravigliosa zuppa di gallina locale) compreso in un menù di comida corriente, 4 piatti in sequenza a soli 3000 pesos colombiani (1.5 dollari).
Serata di festeggiamenti all’ostello con RUM e torta per Marc, é anche il giorno dell’addio dato che tutti i protagonisti della settimana matta, o loca che dir si voglia, qua a Cali se ne stanno per andare o hanno appena lasciato la città. Sono cicli che si ripetono, viaggiatori che fluiscono e si perdono.
E magari si ritrovano poi, già diventati vecchi amici, qualche mese dopo e mille chilometri più a sud, con tante di quelle cose da raccontare che il diario non basta….
ULTIMA AVVENTURA…MOZZAFIATO
Arriva anche Leslie per un po’ e poi viviamo l’ultima avventura del week-end lungo (è domenica ma anche domani sarà vacanza per il ponte: in Colombia tendono a fare vacanze i lunedì anziché i venerdì e così organizzano tutti ponti e le vacanze).
Il figlio di Leslie dormirà a casa con lei questa sera dopo un giorno dalla nonna. Leslie non lo aveva previsto ma mi chiede se voglio rimanere là una volta che lui si sia addormentato. Le dico che non c’è problema per me, ma che forse è un po’ rischioso. I vicini potrebbero vedere e lei stessa mi dice che in pratica non invita mai nessuno. Chissà.
Alle 22.30 ci lasciamo e lei passa a prendere il figlio. Io aspetto la chiamata all’ostello. Quando sono quasi addormentato Leslie mi chiama e mi dice l’indirizzo in cui aspettare. Vado in taxi là, una zona piuttosto popolare. Aspetto in una stazione di servizio. Vedo la sua macchina e salto su. Mi nascondo sotto il cruscotto tappato da un sacco di patate e da una elegante giacchetta azzurrina. Entriamo senza che il custode della unità abitazionale mi possa scorgere.
Siamo in una via circolare di villette a schiera e la sua è la 46. Mi fa vedere con orgoglio la sua casetta a due piani e poi entriamo di soppiatto nella camera da letto dove rimaniamo fino alle 4 del mattino. Poi BUM, sveglia brusca nel mezzo del sonno REM e di un sogno.
E’ Joel, suo figlio, che vuole assolutamente dormire con la madre e sta bussando alla morte. Lei mi scuote e mi dice di fare presto, recupero la mia camicia bianca operaia e mi imbosco nel bagno attiguo alla camera. Aspetto seduto sulla tazza riprendendo volentieri il sogno lasciato a metà e poco dopo, non appena sento il segnale di Leslie, fuggo in punta di piedi fuori dal bagno e dalla camera mentre il pargolo sonnecchia girato dalla parte opposta. Emozione e sonno si mischiano e nel frattempo Leslie mi porge tutti i vestiti poco a poco. Aspetto nella stanza del figlio, mi vesto e ricevo la consolazione di Leslie per il sonno interrotto.
Le dico che ero preparato e che, ad ogni modo, sarei dovuto uscire alle sei comunque dato che abbiamo pianificato una partenza spaccasonno per Popayan con Chris l’australiano folle e Marc lo svizzero. Ci salutiamo sapendo che sarà un addio ma anche che, come sempre si dice, todo es posible…e infatti un mese dopo…
Un beso y a presto, Fabrizio.
NOTA UNO – FABRIZIO E SARA, DAL MESSICO AL GUATEMALA
Cari amici miei !
Vi lascio un breve resoconto dei primi giorni di viaggio. Dovrei scrivere molto di più ma il compito risulta difficile e il tempo sembra volare via, così cerco di spiegare a grandi linee dove sono e quello
che succede riservandomi per dopo la riorganizzazione degli eventi per stendere l’opera magna…
Allora…
Sabato 21 Dicembre 2002 – Città del Messico (Colonia del Valle – Delegaciòn Benito Juarez – sur)
Dopo una frenetica mattinata vado a casa di Sara e inizio a registrarmi delle cassettine dai vari CD che ho e, dopo mangiato, ci si prepara a partire. Alle 16.30, taxi messicano, il solito maggiolino bianco verde che, purtroppo, è in via d’estinzione perché la Volkswagen ha deciso di sospenderne la produzione anche in Messico; arriviamo fino alla terminal Oriente e ritiriamo i biglietti già pagati con carta di credito due giorni prima…Non siamo riusciti a trovare posti con lo sconto studente del 50%, ma in fondo non era fondamentale…(aiuto!).
File e lotte atroci per consegnare i bagagli in tempo (siamo in altissima stagione perché è il sabato che da inizio alle vacanze di Natale). Alle 18.45 parte l’autobus e ci spariamo la classica pellicola da camion, la storia di una festa di fine anno in un college americano. La traversata, con destinazione finale Tuxla Gutierrez in Chiapas e poi la frontiera col Guatemala, è lunga e alle 4 del mattino il conducente propone una pausa forzata di mezz’ora in un ristorante fuori dal tempo e dal mondo…A poche ore dalla sosta il ricordo è già sfumato: musica fortissima, clientela chiassosa e numerosa, viaggiatori da ogni parte della Repubblica e arredamento antiquato su toni giallastri sbiaditi riavvicinano il ristorante al pauroso saloon del film di Tarantino “Dal tramonto all’alba”.
Domenica 22 dicembre – Arrivo a Huehuetenango de Guatemala
Alle 8 ci propinano un’altro film meraviglioso con G.Hackman…un film sulla guerra in Bosnia che mostra l’eroismo di un solo soldato americano nel contesto di improbabili operazioni NATO; con questa proiezione l’unilateralismo hollywoodiano corona il suo sogno di manipolazione intellettuale piena. Arriviamo alle 10 del mattino, con solo un’ora e mezza di Ritardo, a Tuxla, la capitale del Chiapas, e per poco non perdiamo la coincidenza per la frontiera, ovvero per Ciudad Cuathemoc (vi invito a cercare tutte le città sulla cartina!). Il primo tratto con il nuovo autobus è terribile visto che fame e mal di testa ci mettono davvero alla prova, dopo una notte insonne e con le immagini dei giovani americani del college catodico ancora nel cervello.
Stanchi si arriva alla frontiera e Sara, la mia compagna-fidanzata-amica messicana che assume i diversi ruoli a intervalli vertiginosamente irregolari, è tutta emozionata perché, a parte quando era piccola, non ha mai attraversato la frontiera del suo immenso paese.
Non paghiamo nulla né in Messico né in Guatemala, ma in cambio veniamo assaliti da un’orda di distinti e grassocci signori, i cosiddetti coyotes, con mazzette di pesos e quetzales nelle sporche mani: questi gentiluomini rappresentano l’unica forma di cambiare i nostri pesos a un tasso vagamente adulterato, 100 pesos per 70 quetzales (moneta del Guate). Obbligati accettiamo e guadagniamo 5 quetzales in più negoziando insieme a Marta e Arnao, due catalani conosciuti sul pullman e durante il pranzo consumato in una pausa del viaggio in autobus.
In Guatemala (a La Mesilla) si notano già le differenze, che già conoscevo da viaggi precedenti in zona, nell’ambiente circostante, nelle strade e negli autobus, sicuramente più malandati e prossimi alla rottamazione spontanea rispetto al fiorente Messico…
Passando dal Messico agli altri paesi sempre più a sud ci si sente quasi come quando si giunge a Citta’ del Messico dall’Europa, ossia si cambia di “mondo” e si entra in periferia.
Arriviamo in quattro a sera a “Huehue” (Huehuetenango), punto da cui si raggiungono quasi tutte le destinazioni del Guatemala, una specie di scalo. Ceniamo tutti insieme e poi ci stabiliamo all’Hotel Gobernador per circa 3,5 euro a testa.
Lunedì 23 dicembre 2002 – Da Huehuetenango a Todos Santos
Salutiamo gli spagnoli (va beh catalani…) e prendiamo l’autobus cittadino per la terminale dei trasporti regionali. Da mezzogiorno alle due aspettiamo in una cantina bevendo le nostre due prime Gallo, birretta chiara leggera, nel palato più caricata della Corona, orgoglio e tradizione del Guatemala, come recita l’etichetta col gallo che canta.
La centrale dei bus è una vera merda! Indescrivibile anzi. Dall’alto la struttura delle vie che la compongono sarebbe una specie di doppia v, una W tutta storta e color ocra. Una lunga spianata in terra battuta, polveriera infestata da smog denso e fumi di cucina in cui enormi dinosauri a benzina (o a petrolio grezzo?) lottano per poter uscire ed iniziare il cosiddetto “servizio di trasporto collettivo”.
Un confuso mercato, negozi, venditori ambulanti e abusivi, ristoranti, ripostigli maleodoranti con
scritto “biglietteria”, parcheggi semivuoti e angustie vie d’uscita formano la “central camionera”. Strettoie e viette sono intasate da camion obsoleti, rombanti e chiacchieroni che dialogano rumorosi con colpi di clacson intervallati da fastidiose e inquinanti sgasate che affumicano questo spaventoso crocevia di miserabili destini…
Raggiunto il paesino indigeno di montagna chiamato Todos Santos decidiamo di fermarci solo una notte lì e ripartire il mattino dopo per Huehue e poi Panajachel, sul lago Atitlan. El pueblo de Todos Santos si raggiunge in bus dopo due ore e mezza di scalata incespicata tra sentieri e panorami quasi alpini anche se l’intorno appare più povero e desolante. L’Hotel Casa Familiar ci tratta bene e ci da di che saziarci; quindi passiamo un paio d’ore alla scuola di lingue Proyecto Linguistico partecipando a una mini conferenza in cui una signora, appartenente ad una popolazione maya della Cordillera de los Cuchumatanes, ci racconta la sua esperienza di donna maltrattata e le tradizioni nuove ed antiche del suo popolo tra machismo, religione originaria e povertà materiale.
Martedì 24 dicembre – Panajachel
Non ho molto tempo per scrivere: Autobus alle 6 del mattino per Huehue e poi per il lago Atitlan…Arrivati qui per passare il Natale decentemente, incontriamo ancora gli spagnoli e sta sera ci mangiamo un paio di pasticcini alla mota, altresì canapa indiana, e ceniamo bene.
Alla prossima
NOTA DUE – DAL GUATEMALA A EL SALVADOR
Di nuovo qui, non ho avuto occasioni utili per scrivere e ora mi rimangono pochi minuti prima della chiusura…mi trovo a Copan, Honduras, da un’ora o due, ma torniamo pure un po’ indietro.
24 dicembre 2002 – Lago de Atitlan- Panajachel
Ero rimasto alla cena programmata coi due catalani…In effetti abbiamo cenato davvero bene e ci siamo divertiti fino alle 23.00. Quello che ha rovinato tutto è stato il dessert ai dolcetti di marijuana…Erano troppo pesanti e nel giro di mezz’ora hanno dispiegato i loro effetti. In un’ora l’allegria si è trasformata in nervosismo e tensione quasi incontrollabile, soprattutto per Sara. Siamo stati nell’hotel degli spagnoli e poi abbiamo cercato di tornare al nostro sfidando le orde di petardi natalizi che i bambini maledetti sparavano ad altezza d’uomo. Con la testa completamente invasa dagli effetti nefasti della digestione delle foglie di mota ci siamo riposati un po’ ma Sara era talmente tesa che ha voluto ritornare dagli spagnoli a notte fonda e questi, dopo un paio d’ore, ci hanno gentilmente ricacciato a casa nostra, per così dire. Nessuno per la strada, alcuni bambini con petardi che a noi poveri allucinati sembravano bombe a mano, la tensione nervosa che ci faceva tremare e la scortesia degli spagnoli, fuori di senno anche loro, hanno rovinato una notte iniziata bene.
Ci siamo pentiti e l’effetto era forte davvero, tanto che il giorno seguente non eravamo certo le persone più lucide della terra e temevamo di rimanere storditi a vita. Sembra esagerato però la novità della situazione ci ha spiazzato per un po’!
Mercoledì 25 dicembre (Panajachel-Guatemala)
Per tutto il giorno sento un forte mal di testa e un effetto di ebbrezza costante che già verso sera si riduce. Mangiamo abbondantemente per smaltire meglio i dolcetti della notte prima i quali, probabilmente, contenevano varie altre sostanze che il cuoco, un ragazzo venditore incontrato nei pressi del lago, aveva evitato di includere nell’esposizione della sua ricetta. Decidiamo di riposare per quasi tutta la giornata. Verso le tre del pomeriggio cerco una farmacia aperta e verso sera ci sottoponiamo a una visita medica. L’esperienza é nuova per me visto che non mi é mai capitato di aver bisogno del parere di un medico viaggiando nel terzo mondo; la consulta si é rivelata positiva e tranquillizzante e il dottore stesso conosceva bene gli effetti di numerose droghe che aveva provato in gioventù e, quindi, ha saputo rincuorarci e prescriverci integratori di liquidi e sali. Come un buon padre ci ha dissuasi dal ripetere l’esperienza ricordandoci i numerosi casi di violenza verificatisi a danno dei turisti durante le notti brave del pueblo…
Giovedì 26 dicembre – Santiago de Atitlàn
Verso le 10.30 saliamo su una barca che fa il giro del Lago de Atitlan e scendiamo a Santiago de Atitlan in cerca di artigianato in legno a prezzi stracciati: in effetti negoziamo molto e ci portiamo a casa diversi pezzi davvero carini. Entriamo anche in una chiesa durante la messa e sulle pareti ci colpiscono le decine di statue in legno rappresentanti dei santi cristiani vestiti con abiti tipici e coloratissimi che, si dice, vengano confezionati e cambiati ogni anno.
Alle 15.00, dopo un pranzo a base di spaghetti, saltiamo sul bus diretto per la famigerata Guatemala City. Il compagno del conducente grida a squarciagola guate, guate! Qui vanno di moda le abbreviazioni dei nomi di città che in italiano suonano strane: guate, cicci, pana, cima, ueue e cosí via
ORE 19.00: arrivo a Guatemala City, e la musica cambia.
Il bus ci lascia alla periferia sud in mezzo a una strada e il conducente subito ci raccomanda cautela. È già buio pesto e la gente cammina veloce e a testa bassa per tornare tosto tosto a casa propria. Fermiamo subito un taxi bianco che sembra regolare anche se non possiamo esserne molto sicuri. La città ha 2 milioni di abitanti (neanche tanti direte…) e rappresenta il più grande agglomerato urbano del Centro America. Simile a Mexico City, la descriverei come una sua versione sbiadita e decadente, pericolosa alla vista e più fredda, meno accogliente della capitale messicana.
Ci tocca camminare con gli zaini ben farciti in cerca di un hotel più o meno vicino al centro che, nelle capitali latinoamericane, non è mai la zona più sicura o ben conservata: in questo caso sembra proprio uno dei quartieri dissestati di Città del Messico, con cancelli e catene di protezione nei pochi negozi ancora aperti e negli hotel. É un reticolo di Avenidas (che corrono da nord a sud) e Calles (da ovest a est), un gigantesco castrum romano. Dopo 4 alberghi, consigliati dalla guida, ci sentiamo sconsolati e per fortuna capitiamo in uno decente, cioè senza gli odiati scarafaggi. O cucarachas, nel bagno. L’hotel “El Viajero” ci convince anche se risulta piuttosto caro (7 dollari a testa, sembra poco ma in Guatemala non lo é): è pulito, tutto bianco tanto che sembra una clinica.
Cena chiaramente nell’hotel con pollo e dolcetti del supermercato. Si racconta, anche se la fonte sono i consierge degli hotel più cari e concorrenti quindi va presa con beneficio d’inventario, che gli alloggi troppo economici siano spesso preda di emigranti abusivi di El Salvador che cercano un tetto per dormire o un turista da spogliare, al gusto.
Le vie di sera si popolano di mendicanti, o meglio solo loro sembrano rimanere in giro, e le auto sfrecciano in piste libere senza controllo.
Venerdì 27 dicembre – Città del Guatemala e frontiera El Salvador
Verso le 7.30 vado solo a fare un giro di ricognizione fino alla piazza centrale e vivo il risveglio della città, degli androni oscuri che si fanno mercato e degli ambulanti coi loro poveri carretti. Ritorno all’hotel e colazione con Sara che intanto ha terminato le lunghe operazioni di preparazione: visitiamo il centro e finiamo un rullino intero per rubare testimonianze di vita quotidiana e scorci di palazzi cadenti, discorso a parte per la cattedrale e il Palazzo Nazionale, in buone condizioni.
Nel palazzo valgono la pena i murali rappresentanti la storia dell’invasione spagnola e il Quetzal, volatile simbolo del Guatemala. La Ceiba è l’albero tipico ed era usato dai Maya per fabbricare le canoe e con i frutti ricavavano una specie di cotone per i materassi.
Nel palazzo nazionale é in corso uno spettacolo per ricordare gli importanti accordi di pace del 29 dicembre 1996 i quali posero fine a una guerra civile sanguinosissima (oltre 200 000 morti) durata 36 anni. La manifestazione é davvero al limite dello squallore e in totale, funzionari e guardie comprese, vi prendono parte una cinquantina di persone.
Cerchiamo per tutta la mattina un settimanale, chiamato El Regional, segnalato dalla guida e scritto in Maya e Spagnolo ma dobbiamo rinunciare: qui vendono solamente alcuni quotidiani di pessima qualitá che sicuramente assomigliano più a cronaca vera che al corriere della sera. Le principali testate del Guatemala sono infatti paragonabili al Diario Grafico del Messico o ad una versione scandalosa e violenta di un qualche tabloid inglese stile Sunday Mirror.
Con un passaggio datoci da una camionetta arriviamo al quartiere-stazione dei bus che é abbastanza convulso e pericoloso. Senza nemmeno camminare veniamo chiamati da un “promotore” che ci invita a salire sul collegamento per Santa Ana-San Salvador con passaggio di frontiera senza cambio: perfetto! Saliamo e otteniamo pure lo sconto da 60 a 50 Quetzales, meno di 5 Dollari.
Arrivo a Santa Ana, El Salvador, via frontiera Valle Nuevo alle ore 18.30 circa…Taxi all’hotel Livingston e cena in una taverna o comedor con insetti pure lì…
Un po’ schifati, piantiamo la cena a metà e trottiamo di fretta all’albergo perché dopo le 19 anche qui, come a Guatemala City, tira una brutta aria davvero e le raccomandazioni della gente a non spingersi oltre la zona dell’albergo ci fanno desistere da un’improbabile gita esplorativa
A presto!…appena posso continuo, intanto anticipo ai mail readers che ora sono a Copán Ruinas in Honduras: abbiamo visto il nord e l’ovest di El Salvador…nell’ordine, per gli appassionati di geopgrafia e cartine…
Guatemala City, Valle nuevo…Santa Ana…Lago di Coatepeque (El Congo)…San Salvador…Suchitoto…La Palma…El Poy….Copan…oggi andiamo a San Pedro Sula al nord…poi sul caribe verso Tela e le isole di La Ceiba.
NOTA TRE – EL SALVADOR
Continuo che le copiose note di viaggio…spero di non rompere troppo le palle…
Sul sito www.48ore.com trovate il racconto…
Per Gigi…io pensavo a un titolo così, semplice: Messico – Bogotá con la Sirena (che sarebbe la Sara, la mia ragazza messicana)..il mio nome preferisco sia Il Fabris..grazie ciao
28 dicembre sabato (Santa Ana-El Salvador)
Dalle otto del mattino giriamo in centro a Santa Ana e non è nulla di eccezionale, una cittadina coloniale con essenziali strutture e un’aria di povertà respirata tra vicoli e calles. Notevole il teatro, costruito a inizio novecento, che incanta Sara visto che lei studia recitazione. Visitiamo la scuola d’arte che è in fase di restauro e il maestro di pittura ci mostra la cantina e le celle in cui, durante la guerra civile, venivano torturati i prigionieri delle FMLN, ossia la sinistra estrema che alzò il popolo in armi.
Fuggiamo da Santa Ana che è ancora mattina e con gli zaini io e la Sara affrontiamo il mercato brulicante che, guarda un po’, è allo stesso tempo la stazione dei bus: la tattica consiste nell’inseguire il tuo autobus lungo la via ammaccando passanti e schivando bancarelle e, come previsto, prendiamo quello sbagliato. Accortici dell’errore scendiamo poco dopo e saltiamo sulla “corriera 220″: destinazione il Lago di Coatepeque e il Cerro Verde (un parco nazionale sul vulcano Itzalco), via El Congo.
Tutto tranquillo, a parte le tonnellate di polvere che salgono dalla strada attraverso i finestrini sempre ben aperti della corriera: l’inalazione di sabbie regionali a temperature tropicali costituisce una specie di cura termale locale, tutti ci dicono che lo starnuto frequente, il mal di testa e le lacrime sono lo scotto da pagare per la salute di cui godremo a fine viaggio…
Scendiamo giusto di fronte alla casa de huespedes Amacuilco (presente sulla Lonely) e l’ambiente è davvero accogliente: gestione familiare con pranzetti assicurati, accesso diretto al lago attraverso palizzate in legno e spazi relax con amache, infine una stanza da quattro tutta per noi due a 4 dollari a testa…la moneta di El Salvador, il Colon, quasi non esiste più, sostituita un anno fa dal temuto ed austero dollaro USA, sgradito tanto alla popolazione quanto al turista che, un po’ come si dice sia successo durante i mesi di passaggio all’Euro nella nostra Italia, si vede arrotondare al rialzo prezzi e tassi di cambio ogni cinque minuti. Inoltre El Salvador è decisamente più caro dei suoi vicini…
Comunque finiamo la giornata con un giro in barca nel lago Coatepeque, specchio d’acqua molto pittoresco e di forma circolare, in quanto nato dal riempimento di un vulcano spento, che l’anno scorso ha ospitato le competizioni nelle discipline acquatiche dei giochi del Caribe.
La sera scorre amabile provando le birre locali e collezionandone le relative etichette in una gara all’ultima cerveza tra me e Sara: per questa sera scivolano giù una Suprema, una Golden e una Pilsener, discrete e gelate.
La notte é ventosa e fredda sopra il lago ed anche nella nostra stanzina, la quale è equipaggiata con un sistema di raffreddamento ad aria basato sull’interazione random di spifferi ed infiltrazioni raggelanti.
La padrona, Sandra, é ospitale e gentile ed è un piacere chiacchierare con lei sulla vita nelle campagne, sul passaggio al dollaro e sulla gita per il giorno seguente al parco nazionale più importante del suo contraddittorio paese.
29 dicembre domenica – Dintorni Lago de Coatepeque
Sveglia presto, stretching e aerobica con Sara, poi nuotata al lago ed infine colazione in zona amache. Prendiamo due autobus diversi per raggiungere il Cerro Verde, cioè l’antico vulcano che domina il lago dal lato opposto a quello in cui siamo alloggiati…
Una guida turistica ci mostra, in un percorso nel bosco di circa un’ora, il vecchio vulcano Cerro Verde, spento da 25000 anni, il Santa Anna, ancora attivo, e per finire il più imponente, chiamato Itzalco e che sfiora i 2000 metri. Abbigliamento predisposto per l’escursione: tuta nera e camicetta PRODEST, sì! Proprio la divisa estiva dei custodi-receptionist della nota ditta calabro-milanese di sorveglianza con la quale ho avuto una breve, ma intensa a livello di ore settimanali lavorate, esperienza di lavoro subordinato, vicenda miseramente terminata giusto un giorno prima della scadenza del periodo di prova dato che ero prossimo alla trasvolata in Messico per svernare. Sulla via del ritorno chiediamo un passaggio a una coppia di trentenni della capitale che, oltre a portarci fino al nostro camping, ci offre per l’indomani la loro compagnia per visitare la città di San Salvador. Per la sera ci tocca il lavaggio della roba e ci godiamo le ultime birre al tramonto accompagnate dalle favelle con un paio di backpackers brasiliane.
30 dicembre lunedì – San Salvador, la capitale
Altra alzataccia alle 6.30 circa e regolamento di conti (senza lupare) con la dueña del camping. Conseguiamo un altro passaggio fino a El Congo, la stazione intermedia dove passano i diretti per la capitale: il conducente del pick-up ci racconta fiero la storia dei suoi figli emigrati in Cile, Spagna (Malaga) e Germania. Tutti e tre hanno studiato all’università del Salvador e sicuramente rappresentano la faccia meno comune dell’emigrazione verso i paesi industrializzati, dei casi di relativo successo e adattamento grazie agli studi ed anche alla fortuna per essere sfuggiti alla miseria o alla disoccupazione.
Alle 11 siamo alla terminale occidentale di San Salvador e attendiamo Nuria, la ragazza conosciuta il giorno prima al parco nazionale: la ragazza non tarda e ci porta incalzante in un centro commerciale che, secondo lei, rappresenterebbe un aspetto interessante e decisivo della cultura cittadina. Le facciamo capire gentilmente che non abbiamo intenzione di scattare foto agli addobbi natalizi di Mc Donalds, come lei con innocenza continuava a suggerire, e, quindi, programmiamo un pranzo tipico e una gita breve al centro prima di partire di nuovo.
Andiamo a casa sua a raccogliere l’adorata mamma e otteniamo l’accesso alla stanza del Presepio, molto variegato e ricco di personaggi indigeni, e dei babbi natale parlanti in scala uno a uno che dialogano sul divano.
Finalmente a mangiare: insalata di repollo a strisce, zuppa di gallina (con fegato, uovo e parti dell’animale dentro, tutta da scoprire!), acqua d’insalata con ananas e lattuga, formaggio locale bianco con semi di lorote (una pianta), petto di gallina con collo incorporato e arrayan, acqua saporita con l’omonimo e saporito frutto inside.
Tipica è la pupuseria, simile alla taqueria messicana, ma specializzata nella pupusa, una tortilla molto alta e spessa ripiena di formaggio o fagioli.
Dopo pranzo proviamo l’esperienza del peggior centro città mai visto in vita mia: claustrofobico, spasmodico e affollato, dilaniato dai terremoti degli ultimi 30 anni, decadenti gli edifici e chiuse molte attività e negozi, nubi di smog nero ovunque, mercato abusivo a un lato della cattedrale, decine di poliziotti armati fino ai denti a fronteggiare un esercito di poveri, mendicanti, infermi e nullatenenti, alcune case semi abbandonate e bruciate, povertà e bruttura aleggiano all’angolo delle strade e negli incroci invasi da un traffico semaforicamente sregolato. I monumenti, come il palazzo nazionale, il teatro e la cattedrale centrale, appena restaurata fuori e dentro con affreschi e disegni di scarso gusto, non sono aperti e sono assediati da venditori ambulanti carichi di ingiurie e battutacce in offerta speciale. Nuria, la nostra pavida accompagnatrice, è in stato d’allerta permanente e si sta letteralmente cagando sotto mentre noi, più disinvolti e prendendo le precauzioni basilari del caso, abbiamo voglia di visitare e capire un po’ più a fondo quella realtà drammatica da villaggio medievale nel mondo globale. Comunque, dopo poco più di un’ora, ci facciamo accompagnare alla stazione orientale e prendiamo il bus per il centro nord, destino città di Suchitoto.
Alle cinque siamo nella poco ridente cittadina lacustre e il bus ci porta a richiesta fino all’hotel Casa de los Mestizos che offre una stanza sudicia per ben 5 dollari a testa (direi più della norma). Ci adattiamo ed andiamo a esplorare il sentiero per il lago o embalse Cerro Grande. I panorami e gli scorci meritano le numerose foto che dedichiamo loro, c’entusiasmano i panorami oscillanti tra l’alpino e il tropicale verso l’imbrunire e le capanne degli abitanti vicini alla costa. Cena all’hotel, birrette e due parole con una coppia di danesi in viaggio anche loro nella regione. Loro ci consigliano di passare il capodanno nell’alberghetto anziché proseguire verso il confine già l’indomani, avvertimento che decidiamo di non seguire.
31 dicembre mercoledì
Suchitoto-San Francisco sul lago- Amayo svincolo stradale- La Palma
Suchitoto non attira molto la nostra attenzione e preferiamo spostarci verso il confine perché il dollaro e il paese iniziano stancarci. Da segnalare le vie del centro e i panorami del lago che si aprono in fondo ad esse, alla fine della strada c’e’ già l’orizzonte.
Un bambinetto incontrato sul sentiero che scende fino alla riva del lago ci raccomanda una barchetta, probabilmente guidata da suo fratello, e, per qualche spicciolo in più rispetto al prezzo della sola traversata da parte a parte, contrattiamo con lo stesso traghettatore, che si improvvisa guida turistica, un tour di un’ora sul lago con visita alla nota isola degli uccelli. Lì scorgiamo le meraviglie nascoste della flora e della fauna lagunari (piante imponenti, ninfe ed alberi senza foglie stipati di volatili). L’impegno profuso per scattare alcune foto succulente, sempre in competizione con Sara per cercare gli scorci migliori, non ci impedisce di godere del grande senso di libertà che ci regala la visione del lago, le cui coste sono disabitate e sornione. Sbarchiamo quindi a San Francisco sul lago dove aspettiamo un altro bus per il villaggio di confine La Palma: nella piazza principale il calore è amplificato dalla solitudine e dall’abbandono desertico tutt’intorno, ma per fortuna una signora ci accoglie nella sua fresca dimora e ci lascia usare il suo bagno. Anche suo figlio e’ emigrante e vive negli USA arrangiandosi e mandando a casa una vitale rimessa in denaro, {e il destino di moltissimi centro americani che sperano nel sogno americano (suonerà familiare a molti italiani) e che lassù non se la passano per niente bene. La signora é molto gentile e quasi quasi mi tratterrei a parlare ancora…Ci raccontano della recente epidemia di dengue, una febbre simile alla malaria, quasi incurabile nella sua forma emorragica e debellabile solo se si presenta in forma classica, che ha ucciso una sessantina di bambini e due adulti nella regione. Ci parlano della guerra che qui al nord è stata fatale a molti abitanti visto che le forze di occupazione rivoluzionarie hanno mantenuto questo territorio sotto la loro, non sempre proba, autorità per una decina d’anni.
Inoltre la signora si lamenta degli arrotondamenti che il cambio di moneta ha implicato, dato che molti commercianti se ne sono approfittati…ricorda qualcosa?
Arriviamo, provati e insabbiati, al villaggio di La Palma, dopo un paio d’ore di salite e discese in arrampicata con il tipico scuola-bus della Blue Bird. Il cammino al villaggio s’estendeva per sentieri polverosi ed angusti tra le gole e le strettoie delle montagne verdi con chiazze giallastre per la scarsità di piogge nella stagione secca.
A proposito, qui tutti pensano sia estate perché non piove e dicono che l’inverno è in agosto, nonostante il cambio effettivo e reale di stagione (rispetto al nord del mondo) avvenga solo al sud dell’equatore…
Il paese é caratteristico e deludente perciò, visto che il buon umore non accompagna né me né Sara, passiamo placidamente il capodanno in uno dei quattro hotel, tutti praticamente vuoti, trovati sulla via centrale che spacca in due il villaggio montano, ci prepariamo uno spuntino di sandwich con contorno di birre e patatine che divoriamo stremati.
Cercherò di essere più succinto!! promesso…aspetto notizie














































































































































































































