Documentario censurato dalle TV italiane: Bella ciao di Giusti, Torelli e Freccero. Carlo Giuliani, G8, Scuola Diaz, Caserma Bolzaneto: la fine della democrazia?
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Riproduco volentieri una convocazione e invito a collaborare al progetto “primavera in esilio”, Le Printemps en exil: un documentario multimediale prodotto dal basso sulla realtà dei tunisini esiliati dopo la “primavera araba”. Visitate il link. Qui di seguito alcune info.
Con frameOFF, gruppo aperto per la ricerca nel cinema e nella fotografia, stiamo lanciando una nuova produzione dal basso!
Il lavoro su “Le Printemps en exil” parte da Mineo, dal “centro di accoglienza per richiedenti asilo”, a 45km da Catania, circa un anno fa. Da quel periodo le storie e i luoghi si sono moltiplicati – così come l’apporto di amici fotografi, operatori, giornalisti – attraversando l’Italia, tracciando dei percorsi che arrivano fino a Parigi per poi ritornare in Tunisia.
Ed è per questo che stiamo dando vita a una produzione dal basso internazionale, per raggiungere la Tunisia, per incontrare i conoscenti e le persone care a coloro che sono partiti o scappati, o di cui non si ha più notizia; quelli che sono rimasti o quelli che, finito l’incubo europeo, sono ritornati a casa..
Vi invitiamo ad aderire alla campagna di produzione, a far parte dei 2000 sostenitori, e a diffondere come meglio potete questa e-mail e i link attraverso i vostri spazi web o quelli di amici. In allegato trovate il press-kit che contiene il testo del progetto e i banner necessari per aiutarci a sostenere questa produzione dal basso.
A Parigi il Centro Nazionale di Cinematografia ha creduto nel progetto dando un piccolo supporto economico per lo sviluppo, anche grazie a House on Fire, società francese, che co-produce quest’opera multimediale. In Italia invece continuiamo ad affidarci al sostegno della gente, di tutti voi!
Vi aspettiamo!!
frameOFF, 17.04.2012
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Qui trovate il progetto in italiano, inglese, arabo, spagnolo: inviatelo a tutti coloro che possono essere interessati a partecipare allo sviluppo e alla co-produzione di quest’opera, aiutateci a diffonderlo!!
Per partecipare al web-doc e per maggiori info: info@leprintempsenexil.org

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Breve post work in progress. Semplificando un po’ (tanto anche, ma per capirci rapidamente). La destra, si dice con un’astrazione, di solito taglia (o promette di farlo) la spesa (sociale e/o pubblica) e le tasse;
la sinistra, si dice, alza la spesa (sociale e/o pubblica) e le tasse;
il “populista” taglia le tasse e alza la spesa (non necessariamente per o in favore di tutti), ma come fa?
Debito, oppure spremitura estrema e “nazionalizzata” di una risorsa naturale o di una grande industria statale; raramente lo fa con imprese statali efficienti o con una crescita sostenuta dell’economia in generale che generi più risorse (anche se in realtà potrebbe farlo, ma è difficile).
Il “populista” appare di destra o di sinistra a seconda del discorso e la retorica che adotta per motivare le sue politiche (ideologia) e dei gruppi che lo sostengono, non molto per la sostanza e i contenuti reali. Può funzionare? Dipende. A volte. Dura molto? Dipende.
Gli economisti non danno risposte sempre chiare né possono prevedere alcunché (salvo margini di errore, probabilità precondizioni, supposizioni reali e non, ipotesi, controipotesi…….). Rispondono di preferenza a ogni domanda: “dipende” e le sue varianti linguistiche o con sinonimi (tecnica da me appresa, ma poi usata solo con criterio e moderazione, al corso di microeconomia in Bocconi al primo anno).
Esempio/domanda.
a) E’ populista l’azione di nazionalizzare (statalizzare), come in Argentina, il 51% della compagnia petrolifera YPF che apparteneva in maggioranza alla spagnola Repsol?
b) O è populista solo il discorso che afferma che lo si fa “per nazionalismo e per argentinizzare l’economia” e per porla al servizio dell’interesse nazionale?
c) O entrambe le opzioni?
Rispondo: dipende. E’ l’eterno dilemma di chi si occupa di America Latina e della sua storia, di Venezuela, di Cuba, di Argentina, di Bolivia in questi ultimi anni. Ma perché no, anche d’Italia in questi ultimi anni…
E’ una categoria, l’economista, che spesso serve per speculare la mattina e ricredersi la sera
La cosa vera è che, dal canto loro, tacciano di populista qualunque cosa che non risponda fedelmente ai dettami della dottrina economica in voga (anzi, quasi sempre di quella neoclassica) e anche questo, a volte, è fare del populismo “all’inversa”.
Direi che anche il sacro Monti ne fa, almeno un po’, sottilmente. Ma anziché basare la credibilità delle sue affermazioni sull’espressione della volontà popolare, sui bagni di folla e i comizi, sul nazionalismo, sull’eccesso mediatico o sull’immagine di leader forte, lo fa con il discorso o la retorica più potente e credibile e legittima affermatasi negli ultimi 60 anni: l’economia, dea immateriale e materiale, onnipresente, anzi ubiqua, e surrealisticamente “razionale”, quindi giusta, corretta.
Tratto da CarmillaOnLine. Sabato 21 aprile presso la casa della cultura Reyes Heroles di Coyoacan, forse il più bel quartiere coloniale di Città del Messico, è stata festeggiata la liberazione dell’Italia dal nazifascismo con un po’ d’anticipo rispetto alla data ufficiale del 25 aprile ed è stata scoperta una copia della statua (la cui bozza potete vedere qui a fianco, la sua foto in fondo): un pugno chiuso con la rosa in mano, tanto voluta e disegnata dal pittore Luciano Valentinotti, partigiano italiano e messicano d’adozione che vive in terra azteca dal 1966 ed è diventato un punto di riferimento per la cultura italo-messicana. L’evento “90 anni di antifascismo italiano” è stato organizzato dal Comites (Comitato Italiani in Messico, organo di base della rappresentanza italiana all’estero) di cui Luciano fa parte dal 2004. L’intenzione era “fare memoria intorno al Fascismo. Alla Resistenza come valore perpetuo”, ma l’appuntamento è stato snobbato dalle istituzioni italiane all’estero, Ambasciata e Istituto Italiano di Cultura. Anzi, stranamente nemmeno la sede fisica dell’Istituto, che è l’ufficio culturale dell’Ambasciata in una sede distaccata a 200 metri dalla casa della cultura Reyes Heroles, è stata resa disponibile per celebrare questa festa nazionale. Invece i messicani sono stati felici d’ospitare una riflessione e un incontro molto importanti. La stessa statua verrà collocata nei prossimi mesi in uno spazio pubblico (che probabilmente si chiamerà Piazza Bella Ciao) della zona Coyoacan concesso dal comune: il Messico accetta di diffondere i valori della resistenza italiana, ma le istituzioni italiane negano lo spazio o non danno risposte. Ecco la storia di questa scultura, realizzata dall’italo-messicano Pedro Ramírez Ponzanelli, e di Luciano Valentinotti, un partigiano italiano in Messico che mi ha raccontato tutto in un’intervista che riporto. Già tre anni fa ne aveva scritto il compagno e amico Matteo Dean sul settimanale Jornada Semanal (qui link) raccontando l’epopea che portò Luciano, quattordicenne, a rifugiarsi nei boschi e a combattere a soli 14 anni, dal ’43 al ’45. Ma la lotta non finì con la guerra. I fascismi e i cancri della società li avrebbe combattutti anche a Milano, in Italia, in Messico e ovunque si fosse trovato. Oggi lo fa anche da pittore, sempre lo ha fatto da militante.
Statue, resistenze e incomprensioni
Qual è la storia della statua col pugno chiuso?
La scultura è nata così. Andavamo da vari anni, il 25 aprile, a portare una corona di fiori di rose rosse all’Angel de la Independencia e venivano quattro gatti, quando eravamo molti, eravamo in dieci. Per noi intendo dire, noi italiani in Messico, all’estero. Una volta venne il precedente ambasciatore, Felice Scauso, ma poi questo, Spinelli, no. Allora un giorno mi sono stancato e mi sono incazzato perché l’ultima volta che siamo andati abbiamo fatto un piccolo spuntino, un ricevimento all’Istituto Italiano di Cultura, dopo la commemorazione. ed era pieno così di gente. Allora ho preso il microfono e ho detto: “è una vergogna che veniate qui a sbaffare gratis e non partecipate alla commemorazione del 25 aprile e venite solo a riempirvi la pancia”.
Quando è successo?
Due anni fa (2010), dopo non s’è potuto più fare. Ho parlato quindi con Paolo Pagliai (presidente del Comites) e ho detto: “perché non facciamo qualcosa, mettiamo una lapide, facciamo una scultura!”. Ho interpellato uno scultore italo-messicano, Pedro Ramírez Ponzanelli che ci ha detto che l’avrebbe fatta lui e poi regalata. Quest’anno ha fatto la scultura, ma la deve rifare perché il monumento verrà più grande. E’ tutta in bronzo, alta un metro e dieci più il piedistallo.
Cosa rappresenta?
Lui aveva presentato dei bozzetti, ma gli ho detto che non andavano bene. Doveva essere un pugno o un braccio, qualcosa che viene fuori dalla terra, prendendo spunto dalla canzone Bella Ciao. Gli ho fatto il disegno in caffetteria, all’Istituto e ha incominciato a lavorarci sopra. Ho avvisato l’Ambasciatore e l’Istituto per provare a farla mettere lì. Allora il Dott. Vinciguerra, che era il reggente in quel momento, ha detto che bisognava chiedere il permesso a Roma. Pare che all’ambasciatore piacesse anche la scultura. Abbiamo aspettato, ma il permesso o la risposta non è mai arrivata, non so se abbia inviato la richiesta del permesso o no, ma alla fine non è mai arrivata l’autorizzazione.
Cosa è successo dopo?
Ho semplicemente rinunciato a lavorare al progetto con l’Italia e ho chiesto al Messico, a degli amici del PRD, amici del presidente del consiglio della zona Coyoacan, se era possibile. Hanno detto di sì e siamo andati a vedere alcuni posti da scegliere in questa zona storica. Il presidente, Raúl Flores García, vuole collocarla in vista in un incrocio di tre vie, praticamente in una parte molto frequentata.
E’ stato il Comites a presentare la richiesta?
Sì, il Comites, come organo rappresentante degli italiani in Messico ha fatto la richiesta, mentre a livello di Ambasciata abbiamo aspettato quasi un anno e né da loro né dal MAE abbiamo avuto risposte. Grazie a queste persone che conosciamo al comune, qui a Città del Messico, invece, siamo stati ascoltati e ora siamo in attesa del permesso definitivo. Qui governa il PRD (Partido Revolucion Democratica, più o meno sinistra) ma nella zona Coyoacan sono del PAN (Partido Accion Nazional, abbastanza destra!), ad ogni modo la proposta è piaciuta.
Come sarà la scultura?
In bronzo, un metro e dieci più il piedistallo, includendo anche la roccia da cui esce il pugno e il fiore in mano, sempre di bronzo. Pesa 250 chili e il colore verrà un po’…rossiccio. Sarà messa in Avenida Mexico-Coyoacan, angolo Lerdo de Tejada, vicino al parco dei Viveros. Ci sono due stradine oblique che s’immettono sulla strada principale in cui ci sono tanti incidenti, tra l’altro. Servirà anche come spartitraffico in qualche modo per la sua visibilità La piazzetta con la statua si dovrebbe chiamare “Bella Ciao”, secondo la nostra proposta che è in fase di analisi.
Ci sarà una targa?
Sì, l’iscrizione sarà probabilmente in italiano e in spagnolo e dedicata ai martiri della libertà per il 25 aprile. Poi magari ne mettiamo una laterale spiegando un po’ il contesto della guerra e la liberazione.

Cosa manca per poterla collocare?
C’è già il disegno e il progetto per la costruzione della piazzetta, si stanno ora sentendo gli abitanti della zona e poi, siccome è un anno elettorale, resta in attesa probabilmente finché non si ristabiliscono gli equilibri dopo il voto. Sarà una scultura che si vede a 360 gradi. Gli italiani, Ambasciata, Istituto e Ministero, credo non abbiano accettato perché il braccio che viene fuori dalla statua è quello sinistro. Parlando con l’ambasciatore, scherzando, una volta gli dissi se mettevamo anche uno stereo con la musica dietro alla statua con canzoni partigiane e ha fatto una faccia! Questa statua è il mio ultimo desiderio, dopo me ne posso anche andare, sarebbe una grande soddisfazione.
Offire memoria
Che significa per te il 25 aprile?
Non perdere la memoria. La gente, tutti, devono ricordare cosa è successo dal 1922 al 25 aprile del 1945 in Italia, dobbiamo ricordare. Mio padre nel 1922 è dovuto andar via dall’Italia, in quanto membro e fondatore del Partito Comunista. Tanti sono fuggiti, chi in Francia, chi in Spagna, per continuare e coltivare l’idea. Mio padre andò in Iugoslavia. E’ andato da un suo compaesano che andava in giro per il paese a comprare erbe medicinali. Aveva un magazzino e in fondo al magazzino delle erbe hanno fatto una stanzetta dove si nascondeva mio padre.
Da dove veniva tuo papà?
Da Levico, Trento. E’ andato poi oltre il confine, a quattro ore di strada in dentro. In quell’epoca nemmeno lo conobbi. E’ rimasto là mantenendo i contatti con altre persone là e in Italia. L’ho conosciuto dopo il 1945. Io sono nato nel 1929 e mio padre vedeva mia madre solo alcune volte. C’erano sempre due guardie della polizia segreta fascista, l’OVRA, davanti al portone e lui di notte, di nascosto, doveva entrare da un’altra casa, passare sul tetto e scendere dalla finestra per saltare in casa. Era un militante e quindi doveva andare e venire senza farsi vedere troppo. Mia madre ha avuto la forza di non parlare mai di mio padre e quando le chiedevo qualcosa non mi raccontava molto. Non sapevo niente, se ero figlio di un fabbro, di un falegname, un marinaio o non so. Tutto perché aveva paura mia madre, paura che quelli lì sotto mi fermassero e mi facessero delle domande trabocchetto. L’avrò visto due o tre volte ma non sapevo che era mio padre, me lo immaginavo forse. La prima volta che l’ho visto è stato quando è morto mio fratello Nereo, lui aveva 7 anni e io 4.
Cosa è successo?
Mi ricordo che è morto per non curanza, poca serietà in questo caso da parte delle suore che lo hanno operato di appendicite facendogli l’anestesia con l’etere, la narcosi. L’ho fatta anch’io con quel sistema. Era pomeriggio tardi, loro erano andate a pregare e l’hanno lasciato lì. Lui s’è alzato, ha mangiato del pane, ha bevuto dell’acqua che ha trovato lì, gli è venuta una peritonite fulminante ed è morto. Sul catafalco vidi mio padre che dava un bacio a mio fratello. Mi ricordo ancora adesso il becchino che mi disse: “Bambino, i morti non si baciano”. E io: “Questo è mio fratello”, e gli ho dato un bacio comunque. E scendendo dal baldacchino, girando la testa, ho visto un signore che doveva essere mio padre con gli occhiali scuri e mia madre mi strattonava dicendo di non girarmi. Era un richiamo del sangue. Mi sono rigirato, l’ho visto piangere e poi è sparito.
Che successe quando inziò la guerra?
Nel 1939 ci hanno cacciati via da Fiume, era una zona già bellica. Io sono nato a Fiume, città di confine che dopo il 1945 non è stata più italiana, il confine è andato a Trieste. Quindi siamo andati qualche mese in Trentino, a Levico, e siamo tronati a Fiume, facendo un po’ la spola. E lì era dura: bombardamenti, fucili, sparatorie, tessere annonarie dove se tu come cittadino italiano “normale” prendevi 100 grammi di pane al giorno, noi ne prendevamo solo 25 o 30, per dire, un panino.
Come mai?
Per questioni politiche. Se tu prendevi un chilo di zucchero al mese e noi 200 grammi era perché eravamo controllati, come castigo.
Ma voi “ufficialmente” non facevate più niente?
Beh, ma eravamo sempre figli o parenti di un ricercato politico che, non so, magari aveva anche una taglia, non credo ma comunque.
E durante la guerra?
E così fino al 1943, mi ricordo bene. Io e mia mamma andavamo con due valigie di cartone casa per casa dai conoscenti a chiedere pantaloni, camicie, scarpe usate, eccetera per darle ai militari che tornavano indietro dalla Iugoslavia. Venivano in casa nostra, sembrava una caserma, e noi avevamo delle taniche e bruciavamo col petrolio le divise, così se ne andavano così con abiti civili. Nel 1943, in settembre, arrivò un gruppo fortissimo delle SS. Allora un giorno mentre eravamo in centro, in via Vittorio Emanuele, con le due valigie ci fermano i tedeschi. Hanno colpito mia mamma rompendole un braccio, una spalla. Dopodiché mi sono venuti a prendere verso la fine di settembre, mi hanno rinchiuso in una scuola.
I tedeschi o gli italiani?
Erano i tedeschi, ma c’erano anche italiani, c’erano le camicie nere. Quello che ere pericoloso per i soldati italiani non erano i partigiani iugoslavi che magari arrivavano, incalzavano, ma erano le camicie nere che sparavano sui militari italiani, li uccidevano perché scappavano. Capisci?
E il collegio in cui ti hanno portato?
Mi hanno rinchiuso e mia madre venne a sapere dov’ero, quindi veniva sotto la finestra a camminare e un po’ la vedevo e ci cantavamo una canzone. Quella che faceva “mamma ti voglio bene…”. Lei mi rispondeva e parlavamo, cantando. Fino a che poi mi hanno portato via, nell’Istria, molto dentro a costruire trincee e bunker.
Lassù in montagna
Ma avevi solo 13 anni?
Ne avevo 14, ma comunque la Gestapo mi ha portato via. Al mattino ci dovevamo alzare alle 5, andare, lavorare, si mangiava solo alla sera, faceva un freddo della madonna lì, dentro nel Carso. Finché poi alla fine del mese di dicembre, quasi, arriva un attacco aereo, bombardavano e mitragliavano la zona in cui stavamo costruendo. Erano gli inglesi, gli alleati, e quindi ho colto l’attimo e sono scappato. Sono andato giù in mezzo ai boschi, con degli abeti altissimi, dei bei boschi. Dopo due giorni che girovagavo, mi sono imbattuto in un gruppo di partigiani.

Erano italiani?
Erano italiani e iugoslavi. Siccome già conoscevano mio padre, che probabilmente era in contatto o stava in altri gruppi, mi hanno tenuto due o tre giorni isolato, hanno preso informazioni, ma poi mi hanno liberato, mi hanno inserito nel gruppo e mi hanno dato un fucile. Mi ricordo che è stato quello che mi ha cambiato il modo di vivere, non perché io abbia sparato. Il primo sparo che ho fatto mi sono cagato e pisciato addosso. Quando è finita una piccola battaglia che avevamo avuto, ho detto: “basta, ragazzi, io qui…”. Invece loro non hanno fatto una piega, mi hanno aiutato, per dire, c’erano anche delle ragazze partigiane, mi hanno ripulito e dato dei vestiti, cioè questi gesti altruisti, senza chiedere nulla, pur nella comicità che poteva esserci nella situazione, però si capiva che invece era una cosa serissima. E lì ho cominciato a capire che cos’è la uguaglianza, la fratellanza e l’amicizia. E la protezione di uno con l’altro. Cacchio ragazzi! Questa era una cosa per me che è stata fondamentale, e ancora oggi me lo ricordo e continuo essere così.
Siete tornati in territorio italiano?
Siamo andati avanti così per molto tempo finché siamo arrivati al 1945. Andavamo in giro, dentro, in Slovenia o in Erzegovina. Camminavamo sempre, non stavamo fermi, eravamo sempre non più di quindici e abitavamo nei boschi. Si facevano dei turni, quattro persone erano di guardia, in corrispondenza dei punti cardinali. Ognuno stava due ore perché col freddo non si poteva star di più, poi ci davamo il cambio. Si dormiva in un letto di rami di pino e le coperte erano dei rami di pino, però eravamo come sardine, uno vicino all’altro. Allora quelli che erano fuori a fare la guardia entravano nel mezzo per scaldarsi e così si girava finché tu non arrivavi al principio e ti ritoccava la guardia e così via.
Avevate un nome come gruppo o brigata?
No, non potevano avere nomi, C’era un leader che sapeva tutto, aveva una piccola radio ricevente e trasmittente dove arrivano queste famose notizie da fuori tipo “Qui Radio Londra!” e magari dicevano “la biciletta si è rotta” o “il coniglio salta l’ostacolo”. Poi magari torna indietro il messaggio “la biciletta si è riparata” o “la gomma funziona” e questo voleva dire che sapevamo in che posti andare, come un codice, ed è una cosa interessante. Solamente lui lo sapeva e capiva tutto.
Avete fatto molte azioni?
Sì, moltissime. Abbiamo anche dovuto accettare molte vittime tra noi. Ci mandavano i cani dietro e noi avevamo sempre due cagne con noi, piccole, che non abbaiavano. Quando entravano in calore i cani maschi era la nostra salvezza. I cani anziché seguire noi, inseguivano le cagne. Quei cani erano addestrati, sai, strisciavano come umani per terra e quando arrivavano a un certo punto, calcolato non so come, aspettavano il momento per saltarti alla gola e ti tenevano così. Se tu ti muovevi, ti prendevano alla gola. Se non ti muovevi, veniva quello lì e, pum, ti ammazzava. Così era.
Avete perso dei compagni?
Sì, certo. Io son stato fortunato e posso dire che nella mia vita ho avuto più fortuna che sfortuna. Sotto tutti gli aspetti posso dire di essere stato molto, ma molto fortunato.
Quando sei tornato in Italia?
Quando scappai nel dicembre 1943, ero un mero quarantadue e son tornato che ero uno e ottantadue. Dopo son tornato a Fiume il 5 maggio, abbiamo rioccupato Fiume. Abbiamo circondato Fiume, entravamo dentro, perché stavano minando il porto. Era un porto molto importante e dovevamo fare delle azioni là, ma sono scesi a patti non so con chi e si sono ritirati i tedeschi. C’erano questi bunker o trincee che ci avevano fatto costruire e aiutavano a condurre verso la Germania e verso l’Austria. Lì è terminato tutto un po’ più tardi, dopo il 25 aprile.
Dove sei andato dopo?
Nel maggio del 1945 io ero a Fiume e sono andato a vedere mia madre. Son rimasto lì a dormire con mia sorella che era lì. Dopo è arrivato mio padre e ho iniziato a conoscere mio padre. Poi loro se ne sono andati nel Trentino, ma io son rimasto a Fiume fino quasi alla fine dell’anno per poi andare a Milano. Là mi sono iscritto subito alla gioventù comunista.
Milano gelida
Lavoravi?
Sì, beh, facevo il free lance! Lavoravo, facevo il muratore, i traslochi, spalavo la neve, tutti lavori così saltuari, non c’era un lavoro. A parte che non eri ben visto.
E tuo papà?
A un certo punto è venuto a Milano per un po’ e anche mia mamma. Lei è venuta con mia sorella che aveva due bambini, i nipoti. Io non dormivo là, dormivo in una baracca dei sinistrati che c’era un amico mio. Pensa che dormivo con uno che era della Decima MAS [unità speciale della regia marina italiana]. La maggior parte della mia vita che ho fatto a Milano, i primi anni, ho dormito d’inverno alla Stazione Centrale e d’estate alle panchine del parco, nei giardini pubblici.

Ma poi hai anche studiato alla scuola di belle arti di Brera.
Mi son detto: “Beh, qui, ignorante, ignorante, avrò molta esperienza però…”. Allora mi sono iscritto al Politecnico. Prima ho fatto gli esami di maturità del liceo, lavorando di notte e studiando di giorno. Era la maturità artistica per poter entrare ad architettura. Quando avevo già presentato la tesi, firmata e tutto per laurearmi al Politecnico, mi sono imbattuto in un correlatore fascista…vediamo se mi ricordo il nome. Insomma lui alla commissione mi ha presentato così: “Questo è Valentinotti, qui c’è la tesi di cui non ho capito niente”.
Su cos’era la tua tesi?
Era su una “città autonoma”, autosufficiente. Avevo disegnato anche i filobus senza benzina e tutto uno studio molto grande e molto simpatico anche. Era una cazzata, però adesso viene di moda. Allora i professori mi hanno detto che non avevano capito nemmeno loro, ma mi hanno bocciato pure dopo avermi ammesso la discussione della tesi di laurea. Ho detto: “Il correlatore, lui è un ex criminale fascista, voi siete dei fascisti. Dico, mi bocciate dopo che avete già ricevuto la mia scheda per la tesi di laurea e non potete farlo”. C’erano dei compagni lì che han cominciato ad applaudire e mi hanno sbattuto fuori. Non son potuto entrare all’università per molti anni. Poi tramite una compagna di partito, ho potuto lavorare, insegnare in una scuola tecnica femminile e da lì ho cominciato a frequentare l’accademia di belle arti. E me lo son trovato.
Il correlatore?
Però pensa che cosa, che stranezza, tremenda. Il vecchio direttore dell’accademia era un certoAldo Carpi. Carpi è un cognome ebreo ed era stato denunciato da un suo collega ai tedeschi e ai fascisti che lo hanno deportato. Quando è tornato è rientrato nelle sue funzioni di direttore dell’accademia e un giorno vede che questo qui, questo che l’ha denunciato si stava nascondendo, scappava, e lui l’ha raggiunto gli ha detto: “Perché scappi, dico, non fare altre cazzate, io sono qui, ti tendo la mano, non ce l’ho su con te, mi è successo di tutto, io perdono, non mi dimentico, però perdono. Dico, hai fatto una cazzata, sarà stato un momento di debolezza”. Il nostro professore di scenografia anche lui era stato deportato, si chiamava, Reina, però è morto dopo un po’, dopo un anno è morto come conseguenza di tutti i mali che sopportato.
Ed è venuto questo, ah, si chiamava Varisco, l’architetto Varisco. Ce l’hanno presentato come il nuovo professore di scenografia. Quando è entrato, son salito su un banco e ho gridato: “E’ un fascista di merda”. E mi hanno sbattuto fuori dall’università. Lui non è venuto a scuola per 15-20 giorni, poi è tornato. Era lo stesso della mia tesi al Politecnico. Poi è diventato anche direttore dell’Accademia di Brera e direttore artistico della Scala di Milano, era un arrivista.
Insomma, succede che la Scala manda un concorso all’Accademia per un progetto di una scenografia per l’opera Pardon My English di Gershwin, sarebbero venuti tutti i cantanti americani. Io l’ho fatto e ho vinto. Sono andato anche a dirigere i lavori e questo qui ha fatto di tutti perché non mi pagassero e mi togliessero il lavoro.
Ce l’ha fatta?
Il lavoro l’ho finito, ma non mi hanno pagato e non hanno messo il mio nome. Che anni duri!
Quando sei venuto in Messico?
Dopo tante peripezie sono venuto in Messico. Mi sono sposato in Italia nel 1960 e dopo sei anni siamo venuti qui. In quei sei anni ho lavorato sì e no e mia moglie lavorava in un’agenzia di pubblicità, marketing. Io rispondevo ad annunci in varie compagnie, ma poi spesso mi andava male, forse anche per questioni politiche. Poi è venuto fuori che per legge si doveva dare lavoro agli esuli giuliani, c’era un posto in pubblicità all’Alfa Romeo e l’ho preso.
Cosa facevi?
Ero responsabile degli eventi all’estero, fiere e gare, e mi mandavano tutti gli inviti, compresi i biglietti d’aereo. Allora anziché andare a tutti gli eventi io o darglieli ai dirigenti, andavo giù in fabbrica e chiedevo al capo del sindacato del gruppo chi era stato il più bravo quella settimana e gli davo il biglietto e l’entrata. Dopo 5 o 6 volte mi chiama la direzione e mi dice: “Ma lei non riceve i biglietti? Perché non li manda da noi?”. E ho risposto: ” Sì li ricevo, ma avete i soldi per andar via, loro no”. Mi hanno detto che dovevo andar via e rinunciare all’incarico, ma secondo me avevo semplicemente fatto bene. Devo avere ancora una lettera del ministro del lavoro che mi pregava di allontanarmi dall’azienda, l’ho detto a tutti giù in fabbrica: “Ragazzi, niente più biglietti, mi hanno licenziato”. E quasi quasi volevano fare uno sciopero!
México lindo y querido
E il Messico?
Quando studiavo a Brera vivevo in un piccolo appartamento con un messicano e uno spagnolo e quasi ogni tre mesi venivano in visita genitori del messicano a vedere come andava il figlio che era arrivato bevendo latte ed è andato via bevendo vino e grappa. Mi invitano sempre ad andare e un giorno sono andato in Messico. Mia moglie mi ha aiutato e son venuto in Messico, sono andato ad abitare in casa della mamma di lui e ho cominciato a lavorare, a fare fotografie, moda, e così.
Tua moglie ti ha seguito subito?
Io sono venuto nel gennaio del 1966 e a novembre arrivata anche mia moglie Mara. Con l’amico mio siamo andati coi mariachis all’aeroporto, bellissimo. E qui siamo ancora. Son nati due figli, Sergio e Sandro e siamo qui tranquilli. Non sento nostalgia per l’Italia.
Non è stato facile in quell’epoca?
No, no, ma ho trovato molta più libertà in Messico che in Italia, ma non so. Non tornerei più in Italia, neanche dopo la morte. Ci andrò in giugno, la prima settimana, per inaugurare un murale donato a Libera di Don Ciotti, in una certosa vicino a Torino, la “Certosa Gruppo Abele”, che lui ha trasformato in una sede operativa, facendo dei grandi uffici e delle stanze per ospitare comitati e collaboratori.
Il primo monumento dedicato ai partigiani collocato all’estero.
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La Mentira di Manu Chau dall’album Clandestino, del lontano e ormai bugiardo anno di-sgrazia 1998! Quante bugie abbiamo sentito negli ultimi 14 anni?
La Mentira de Manu Chau del álbum Clandestino, del lejano y ya mentiroso año de des-gracia de 1998! ¿Cuántas mentiras hemos oído en los últimos 14 años?
Mentira lo que dice
Mentira lo que da
Mentira lo que hace
Mentira la mentira
Mentira la verdad
Mentira lo que cuece
Bajo la oscuridad
Mentira el amor
Mentira el sabor
Mentira la que manda
Mentira comanda
Mentira la tristeza
Cuando empieza
Mentira no se va
Mentira, Mentira
La Mentira…
Mentira no se borra
Mentira no se olvida
Mentira, la mentira
Mentira cuando llega
Mentira nunca se va
Mentira la mentira
Mentira la verdad
Todo es mentira en este mundo
Todo es mentira la verdad
Todo es mentira yo me digo
Todo es mentira ¿Por qué será?
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El caso de Florence Cassez y la justicia
El hecho que haya habido serias –y buscadas– violaciones a los derechos de la ciudadana francesa Florence Cassez no prueba ni su inocencia ni su culpabilidad. Ésta última, sin embargo, fue ya decretada en un juicio cuya validez no ha sido, hasta ahora, negada por nadie, ni siquiera por Sarkozy, quien reclamó su traslado a Francia para que en ese país cumpliera su sentencia, sin que jamás haya alegado su inocencia.
Lo que la Justicia mexicana debería hacer, en mi muy personal opinión, es indemnizarla. ¿Pero cómo se indemniza a un preso? No con un dinero que no tendría oportunidad de gastar en su beneficio. Sí, en cambio, con una reducción sustantiva de su condena. Rebajarla, por ejemplo, en 50 por ciento. Esto es, de 60 a 30 años. Creo que difícilmente alguien podría argumentar que 30 años no es una condena suficientemente drástica como para disuadir a un secuestrador de volver a las andadas.
¿Y el juicio de Israel Vallarta? ¿Vamos a perdonarlo porque también se cometió una grave violación de sus derechos humanos: la burda falsificación audiovisual de su arresto?
Y en lo que concierne a las víctimas del secuestro: ¿vamos a tirar a la basura sus derechos humanos?
Si de justicia hablamos, debemos castigar a los perpetradores de esas violaciones –nuestras inefables e intocables autoridades– y, como sugerí, en desagravio, indemnizar a la ciudadana francesa con una reducción de su condena.
Por último, espero que en México existan jueces que no piensen que obra en menoscabo de su autoridad y su prestigio no digo el aceptar, pero sí al menos considerar seriamente la posición de un ciudadano que, como su servidor, conoce poco de leyes, pero que, como otros muchos conciudadanos, y gracias al sentido común y a un criterio propio, sí sabe lo que es la justicia.
Fernando del Paso
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