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A questo LINK il libro SANTA MUERTE. PATRONA DELL’UMANITA’ e IL SUO BLOG

Oggi sei tra le braccia della vita, ma domani sarai nelle mie. Quindi, vivi la tua vita. Ti aspetto. Distinti saluti, La Morte (cartello anonimo)

In Uscita A INIZIO FEBBRAIO 2013 nelle librerie e on line Santa Muerte. Patrona dell’Umanità 

ma qui…  IL SUO BLOG SANTA MUERTE PATRONA,

libro in italiano sul culto alla Santissima Muerte di Fabrizio Lorusso, edito da Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri 

Nasce la Sua pagina in italiano. Comincia e come tutto finirà… Intanto vi segnalo un reportage 2012 sulla Santa Muerte da Linkiesta.It

Mentre scorri le meraviglie di questa Santa Pagina Web e clicchi su foto, video e link vari…ascoltati anche questo radio reportage di Sara Milanese / Radio Popolare sulla Santísima Muerte.

Per ora invito a leggere L’intervista esclusiva alla Santa Muerte LINK INTERVISTA (o la versione in spagnolo dal settimanale messicano La Jornada Semanal) e anche questo articolo: LINK Articolo

Scarica il numero speciale della rivista accademica della UAM (Universidad Autónoma Metropolitana) di Città del Messico sulla Santa Muerte e San Judas Tadeo, “La religión y los jóvenes”: QUI LINK   La rivista si chiama El Cotidiano, numero 169, settembre ottobre 2011, anno 26, ISSN 1186-0840.

Dorata. Per i soldi e la prosperità. Ma l’importante è crederci, il colore viene dopo la fede.

Questa che avete appena visto (suppongo) è una salsa scritta per la Santissima Muerte come espressione della cultura popolare dedicata a questa particolare icona. Esistono anche canzoni di altri generi che sono votate alla Santa: rap, corridos, cumbia, musica banda o ranchera, ecc…sotto altri esempi in video.

Nera con Pit Bull di cartone rigido al seguito, doppia protezione.

Un devoto ricarica la batteria dello spirito toccando il vetro dell’altare principale di Tepito, Città del Messico.

Video qui sopra: spiegazione e lettura dall’articolo “Quei dieci milioni di devoti di Santa Muerte” (PARTE I e PARTE II), di Fabrizio Lorusso, L’Unità, p. 42-43 – Sezione cultura del 2 febbraio 2012, all’interno del programma radiofonico di Radio3 Rai – Pagina 3

Un devoto con tre tatuaggi (che sintetizzano molto bene l’iconografia più comune!) della Santisima Muerte che le sta chiedendo qualcosa con affetto minaccioso…

Un documentario di un quarto d’ora in spagnolo sul culto alla Santa Muerte nella città di Saltillo, nel nord del Messico. Buona visione!

Sopra: Foto di una Santa Muerte siciliana !

Sotto: Devoto nella sala dei ceri presso l’altare di Tepito calle Alfareria 12.

Sotto: Video con diapositive presentazione presso l’università L’Orientale – Napoli

Per chi volesse prendere visione delle slide con calma, a questo LINK

Altare da strada con simpatizzanti. Lo scambio di piccoli doni, dolci, fiori, figurine, tequila, birra, sigarette e qualunque altro oggetto la gente voglia e senta di poter condividere costituisce uno degli elementi che creano nessi di solidarietà e formano un’identità peculiare tra chi partecipa al rosario della Santissima Morte.

Presentazione Power point musicata e editata della conferenza tenuta alla Universidad Autonoma Metropolitana sede Xochimilco, Uam-X, il giorno 24 febbraio 2011 nel seminario Jueves de Sociologia sulla Santa Muerte e altri culti metropolitani.

Fotos de las diapositivas / Foto di ogni singola slide

https://picasaweb.google.com/UAMX Presentacion

La Santita, Niña blanca, Niña bonita, La Patrona, La Jefa (=capo, madre), La Comadre, La Hermosa, Hermana blanca, La Señora. Sono solo alcuni soprannomi e vezzeggiativi con cui viene chiamata la Santissima Morte.

C’è chi percorre centinaia di metri in ginocchio e ha la precedenza nella lunga fila di devoti che si dirigono quotidianamente all’altare principale di Città del Messico, a Tepito. Per saperne di più sul quartiere visita questo LINK. Sotto un video dei mariachi, musicisti tradizionali messicani, che vengono inviati presso l’altare della Santa per ripagarla di qualche favore ricevuto.

Fino a qui hai visto le splendide foto di Giuseppe Spina. Seguono le “un po’ meno meravigliose” riprese di Fabrizio Lorusso…

Ritratto della bellissima Yemayà multicolore o dei sette poteri con scapolario della Santa Morte al collo e cero bianco propiziatorio. Yemayà è una orisha, divinità cubana della santeria o “regla de Osha Ifà” e della tradizione africana Yoruba, e in alcuni casi viene a sostituire l’immagine della Santa Muerte. Yemayà è la padrona del mare e della luna e rappresenta la dea della maternità universale e delle acque salubri. Il sincretismo con la religione cattolica l’ha identificata come la Madonna della Regla o Virgen de la Regla.

Album fotografici di Fabrizio Lorusso nel macabro barrio de Tepito. A questi link.

(1) Anniversario / compleanno della Santissima Morte di Alfarerìa 12 (30 novembre 2010)

(2) Selezione di foto 2009-2010 con intrusi (cioè alcuni teschi o calaveras del Dìa de Muertos, il giorno dei morti “cattolico” e turistico).

Ora un video con l’inizio del rosario alla Santa Muerte recitato da Jesùs Romero in Calle Alfarerìa 12 alle 5 del pomeriggio. Il rosario è un gran momento di convivenza e catarsi collettiva che, senza negare la tradizione cattolica di preghiera alla Madonna, a Dio e a Gesù Cristo, include la Santa Muerte come intercessore di fronte a Dio (con un rango pari a quello di Gesù) e la rende oggetto di venerazione come succede con altri Santi riconosciuti, per esempio San Giuda Taddeo.

Invece adesso aggiungo anche queste due letture d’obbligo intitolate “La Morte al Tuo Fianco 1” e “La Morte al Tuo Fianco 2”:

UNA lettura bella LINK ————- DUE lettura molto bella LINK

Origini e sincretismi del culto alla Niña Blanca (Bambina Bianca)

Per farla breve. Non esiste un accordo  circa le origini del culto alla Santa Morte ma solo alcune possibili piste che confluiscono nella versione attuale di questo fenomeno culturale e religioso.

Uno. Culto precolombiano ai padroni del regno dei morti Mictlàn che possiamo assimilare all’Ade (chiaramente è una semplificazione leggermente etnocentrica ma è per capirci). I popoli mesoamericani, tra cui i Mexicas o Aztechi, adoravano Miclantecuhtli e Mictecacihuatl, signore e signora della morte.

Due. Iconografia medievale e barocca europea, soprattutto italiana, caldea e spagnola, della morte come figura femminile con falce, bilancia e clessidra. Presente in alcuni cimiteri, chiese e ossari costruiti dei secoli XVII e XVIII, viene anche associata alle immagini della Buona Morte o Morte Santa e della Danza Macabra. Sulle origini dell’immagine della Santa Muerte in Italia con una nota speciale su Teglio, piccolo paese della Valtellina e il suo ossario: Link all’articolo specifico… e anche al suo seguito versione 2011

Tre. Culto del giorno dei morti cattolico rivisitato in Messico in base a un mix di tradizioni indigene preesistenti ed elementi del nazionalismo messicano post-rivoluzionario (soprattutto a partire dalla presidenza di Lazaro Cardenas dal 1934 al 1940). Interrompiamo con un pezzo hip hop per la Santa Muerte del rapper Mr Vico, trascinante e lancinante:

Un processo di assimilazione e addomesticamento della morte basato anche sull’opera grafica dell’illustratore Josè Guadalupe Posada. Dai teschi e dalle figure collocati sugli altari delle offerte (ofrendas) per l’1-2 novembre all’immagine odierna della Santa Muerte il passo è breve, anche se non vanno confuse le due tradizioni.

Tipiche ofrendas del dìa de muertos

Quattro. Elementi della Santeria, del Palo Mayombe e della religione Yoruba di origine africana importate a Cuba e nei Caraibi dagli schiavi di colore strappati all’Africa dalle potenze coloniali dell’epoca (Gran Bretagna, Francia, Spagna, Olanda, Portogallo, ecc…). Sotto: una statua di Yemayà in Brasile.

Cinque. Culti popolari ai Santi cattolici e non, a personaggi carismatici come Pancho Villa, Jesùs Malverde, il Niño Fidencio, Diego Duende e altri. Tra questi si potrebbe annoverare la figura della Santa Muerte ripresa dalla tradizione barocca imposta dagli spagnoli durante la conquista e nell’epoca coloniale e sopravvissuta alle successive persecuzioni dell’Inquisizione. Sebbene la Chiesa utilizzò la morte per creare cofradìas o confraternite per garantire una buona morte ai fedeli facoltosi, poi perseguitò la sua immagine e il culto “deviato” che le rendevano gli indigeni, accusati di idolatria e paganesimo. Le immagini e le devozioni legate alla morte sono quindi sopravvissute nella clandestinità fino a pochi anni fa, anche grazie al ruolo delle guardiane e delle famiglie dei settori rurali e marginali delle metropoli che le hanno sapute conservare e mantenere in vita come figure Sante. Solo un esempio tra i tanti: immagine del Niño de las Suertes, venerata a Tacubaya, Città del Messico; rappresenta per molti devoti la Santa Muerte sotto mentite spoglie (probabilmente per la presenza del teschio su cui dorme Gesù bambino).

Sei. Postmodernismo e Internet. La versione attuale del culto alla Santa Morte è venuta alla luce negli ultimi 15 anni ed è stata ripetutamente strumentalizzata e mistificata dai mass media e da tutte le Chiese, quella cattolica in primis. Si nutre oggi di un postmodernismo iconografico e culturale per cui ognuno aggrega elementi fantasiosi all’immagine e alle pratiche del culto ricreandolo continuamente. I precetti “da seguire” non esistono ma vi sono delle tendenze comuni che stanno conformando una “convergenza liturgica” e iconografica notevoli. Il popolo, la gente, crea e ricrea la fede e le sue forme e le diffonde per la strada ma anche e soprattutto su Internet rendendole mediatiche, globali e digitali. Anche il marketing di massa, gli apporti della cinematografia e la contaminazione con l’iconografia heavy metal, gotica e death stanno modificando alcuni aspetti del culto. Ecco una Santa Muerte di nome Ruby dipinta su una maglietta.

Sette. Carcere. Narcotraffico. Mercati. Barrios: Merced e Tepito. Alcuni attribuiscono al mondo delle prigioni e della delinquenza, soprattutto il mondo del narcotraffico, l’origine del culto alla Santa Morte. Sebbene sia assodato che nella popolazione carceraria attualmente la Santa abbia molto successo, non vi sono studi seri circa la sua nascita effettiva nei reclusori. Stesso discorso per il Mercado de Sonora, un grande mercato coperto, vicino alla zona popolare della Merced nel centro di Città del Messico, che è il punto di riferimento per la vendita di prodotti e immagini varie legate al culto e dove lavorano alcuni tra i più longevi e ferventi devoti. Invece nei quartieri della Merced, nella colonia Morelos, a Tepito e dintorni, cioè nella zona centro nord e centro est della capitale, s’identifica la possibile origine del culto nella sua versione moderna (intendo a partire dalla metà del XX secolo). Su Tepito ci sono testimonianze chiare e univoche in opere letterarie come Los Hijos de Sànchez de Oscar Lewis in cui si parla della Santa morte nel 1961.

Sul calcio della pistola un’immagine di San Judas Tadeo, Santo delle cause disperate.

Mercato…

Come ulteriore testimonianza inserisco un video che riprende i devoti e le offerte di strada proprio a Tepito.

Esistono anche altri punti di riferimento importanti fuori da Città del Messico per determinare le origini del culto che non espongo qui ora…e allora lascio giù un video notturno dei cori e della pratica del pureo (cioè la purificazione della statua con un sigaro cubano o puro) girato a Tepito.

Propongo di seguito una descrizione deliziosa e forse inquietante di un’antica confraternita italiana e cattolica che si occupava della Buona Morte (vedi punti Cinque e Due di cui sopra).

La Confraternita della Buona Morte
Uomini “onesti” di ogni ceto, religiosi ma anche laici: ecco il requisito essenziale per essere ammessi nella Confraternita della Buona Morte, fondata dal sacerdote durantino Giulio Timotei. Una delle otto confraternite che contribuivano al buon governo di Urbania, come la Compagnia della Misericordia e la Confraternita del Buon Gesù.
11 giugno 1567: prima riunione dei confratelli, dodici come gli apostoli. San Giovanni decollato è il loro patrono. Lo stesso giorno è anche occasione per promulgare lo statuto, che il cardinale Giulio Feltrio Della Rovere (fratello del duca Guidobaldo II) sanziona l’11 aprile 1571.
Così comincia la vita della Confraternita. I fratelli trasportano gratuitamente i cadaveri, assistono moribondi e condannati a morte, visitano ogni settimana ammalati e carcerati e distribuiscono elemosine ai poveri. Un’opera sociale importante, non menzionata negli statuti ma documentata da atti ufficiali d’archivio, è la distribuzione del seme di grano ai contadini rimasti senza riserve. Ma è l’organizzazione dei funerali l’attività che li consacra alla storia. Funerali carichi di suggestione per noi che ne leggiamo i dettagli oggi, dopo più di due secoli, su documenti dell’epoca. Immaginiamo la folla riunita in chiesa per dare l’ultimo saluto a un concittadino. Il corpo arriva in una sorta di processione, trasportato dai confratelli. Lo adagiavano su una “scaletta”, una tavola di legno. E il corpo, avvolto in un sudario, arriva coperto da teli neri con simboli della morte.
I confratelli indossavano il rocchetto, la veste ecclesiastica di lino bianco, sormontato da un mantello nero su cui spiccava una placca di rame argentato sbalzata con il teschio e le tibie incrociate. Prima di uscire si calavano il cappuccio sul volto. Un modo di vestire che valse loro l’appellativo di “guercini”: per non cadere erano costretti a guardare in tralice, attraverso i fori del cappuccio. Il priore portava una mazza lignea scolpita ed era preceduto da uno stendardo di raso nero. In filo d’argento era damascata la, che il popolo chiamava “La Lucia”. La morte porta una corona, “perché è la vera regina dell’umanità”. Accanto a lei una serie di simboli: la falce che taglia la vita, la clessidra che ricorda quanto scorre veloce il tempo e le fiaccole della vita, rovesciate perché la vita si è spenta.
Il manoscritto degli statuti originali del 1567 è conservato nell’archivio della Curia Vescovile di Urbania. È rilegato in cuoio e consta di 19 carte recto-verso con filigrana (stemma della famiglie senese Piccolomini, croce caricata da cinque lune), di dimensione 27,5 x 20,5 cm. Alla carta 9 si legge l’approvazione autentica di Giulio Feltrio Della Rovere con il sigillo personale. Dalla carta 10 ci sono i “Nomi delli Fratelli della Morte”. Articolo Originale Link.

Chiesa della Morte a Molfetta Link a Wikipedia Molfetta e foto chiesa.

Tornando in Messico…video…


Se ve, se siente, la Santa está presente. Si vede, si sente, la Santa è presente.

Momenti di culto dopo una lunga attesa. Ricaricare le batterie dell’anima (vedi foto sopra anche…)

Un video realizzato da una “compagna di scuola”, studentessa del master in studi latino americani della Unam in Messico, sul Santo laico di Sinaloa Jesùs Malverde. BY STEPHANIE CORTES et YOLOXOCHITL MANCILLAS, ORIGINARIAS DE CULIACAN SINALOA…

Alcune risorse e articoli scaricabili e anche consigliabili…

0) La Santa Muerte e la stampa italiana  –  I Parte QUI –  II Parte QUI

1) Transformismos y transculturación de un culto novomestizo: la Santa Muerte mexicana di Juan Antonio Flores Martos   QUI

2) La Santa Muerte, articolo pro-cattolico del Church Forum; sulla stessa linea e molto dettagliato anche questi segnalati da Biblia y Tradición (chiaramente sono tutti contro il culto alla Niña Blanca di cui “tralasciano” molti elementi)  QUI

3) Crónicas de la Buena Muerte a la Santa Muerte di Elsa Malvido     QUI

4) La Santa muerte y la cultura de los derechos humanos di Pilar Castells  QUI

5) Santa entre los malditos, Felipe Gaytán Alcalá  QUI

6) Santa Muerte y Niño de las Suertes, Katia Perdigón   QUI

7) The Meaning of Death. Semiotica della Santa Muerte by Michalik  QUI

8) Primo capitolo in Pdf del libro La Santa Muerte di José Gil Olmos  QUI

9) Univ. di Londra, Santa Muerte un culto descrittivo, in spagnolo  QUI

10) In inglese un articolo con la visione mistificata dagli Stati Uniti: The Death cult of drug lords Mexico   QUI

11) Recensione del libro di Katia Perdigón, La Santa Muerte, protectora de los hombres  QUI

12) Reportage “Troubled Spirits” del National Geographic QUI e foto QUI

13) Fotogalleria del Times  QUI

14) Il culto raccontato da una ricerca web di un blogger QUI

15) Fotogalleria de La Stampa  QUI

A seguire, per spezzare un attimo la serie interminabile di link, due video trailer del film “El último refugio” sul santo popolare argentino, Gauchito Gil, che ha alcune analogie con il messicano Jesús Malverde e la stessa Santa Muerte. Quest’ultima ha un cugino argentino di primo grado, molto simile a lei, che si chiama San La Muerte, molto popolare nella provincia di Corrientes, proprio come il Gaucho Antonio Gil.


Continuo coi link…

16) Reportage di Opificio Ciclope, Bologna   QUI e   QUI

17) La Madonna che ama la Morte sulla Rivista InStoria     QUI

18) WikiPedia in Italiano Santa Morte   QUI

19) Chiesa Santa Maria dell’Orazione e Morte a Roma (QUI) e confraternita (QUI)

20) Foto galleria con oltre 5000 immagini della Santa Muerte e relativi accessori, tatuaggi, oggetti vari, eccetera a Los Angeles e in Messico    QUI

21) Un articolo in italiano con riflessioni antropologiche di Andrea Bocchi Modrone   QUI

21) La Stampa, quotidiano italiano: foto con didascalie (un po’ datate)   QUI

22) Contro il culto: Libro “Condenación Eterna”  QUI

23) Indice di una tesi esemplificativo sulla Santa Muerte nella capitale dello stato messicano di San Luís Potosí        QUI

24) Intervista trascritta. Entrevista con el maestro Roberto García Zavala, sobre los cultos populares y la adoración a la Santa Muerte en México.  QUI

25) 2 Reportage di Proceso sulla Santa Muerte a Guadalajara 1-QUI (la fe nos mueve) e 2-QUI (nueva devoción en Guadalajara) anche la audio intervista al giornalista di proceso Julío Ríos, 3 marzo 2011    QUI

26) Entrevista con la Santa Muerte di Fabrizio Lorusso, La Jornada Semanal,            8 maggio 2011  QUI

27) Santa Muerte: foto-galleria personale QUI  e video canale YouTube QUI

28) Mini reportage BBC Mundo 1/6/11 “La ascensión de la Santa Muerte”  QUI

29)  Entrevista completa con la Santa Muerte (versione lunga in spagnolo), articolo di Fabrizio Lorusso, Rivista Visioni LatinoAmericane della Università di Trieste   QUI

30) Harta Calaca, articolo di Guillermo Sheridan sulla rivista messicana Letras Libres del maggio 2005          QUI

31)  A questo link i tre video della conferenza tenuta a Torino da Fabrizio Lorusso (io), al Café Liber, sulla Santa Muerte in collaborazione con il Dipartimento di Studi politici dell’Università di Torino. Si ringraziano Tiziana Bertaccini, Marco Bellingeri, Roberto Novaresio e tutta la gente del Cafè Liber.

32) Articolo sulla festa di San Pacual Bailón in Chiapas, patrono della Iglesia Católica Ortodoxa mexicana QUI e link al blog della diocesi dei preti guaritori di suddetta chiesa che hanno incorporato la Santa Muerte tra le figure devozionali della loro Chiesa QUI

33) Breviario in spagnolo sul culto nella sua versione “esoterica”  QUI

34) Video del gruppo “Embargo” intitolato Santa Muerte  QUI

35) Articolo del LA TIMES in inglese sulle lotte intestine tra i presunti leader del culto in Messico QUI

36) Articolo sulla storia della Santa Muerte in italiano QUI

37) Video reportage di 6 minuti sulla Santa di un blogger di LA TIMES QUI

38) Sulla cosiddetta guerra santa tra la Chiesa e la Santa Muerte QUI

39) Da Repubblica + .it un articolo che cita la Santa Muerte di striscio… QUI

40) Reportage BBC su María Lionza, santa popolare venezuelana QUI

41) Radio Reportage in italiano sulla Santa Muerte di Sara Milanese QUI

42) Rivista El Cotidiano – No 169 dedicato alla Santa Muerte PDF completo QUI

43) Tepito, Mexico’s grim reaper saint   QUI

44) Sistema trasmutatorio Santisima muerte di Daniele Mansuino   QUI

45) Santisima Muerte Mexican Flok saint (libro)   QUI

46) Articolo su Donna Sebastiana (un’origine iconografica della Santa Muerte)   QUI

47) Magia y brujería en México di Lilian Scheffler   QUI

(Nel video sopra: la canzone di salsa del gruppo Los Llayras nel video ufficiale. Compare l’auto-nominato Arcivescovo della Santa Muerte David Romo con alcuni devoti durante alcune scene della sua liturgia. Attualmente Romo è in carcere in attesa di giudizio, accusato nel gennaio 2011 di sequestro di persona).

48) Breviario con pratiche e riti della devozione QUI

49) Preghiere in inglese   QUI

50) San La Muerte – Tratado Santa Muerte   QUI

51) Reportage completo gennaio 2012 sulla Santa Muerte su Linkiesta.It  QUI

52) Articolo ironico in spagnolo su Inciclopedia   QUI

53) La Santuzza Farealata siciliana diventa la Santa Muerte – Prima expo in Italia di questa figura  QUI

54) Libro intero in inglese di B. Andrew Chesnut – Devoted to death – Santa Muerte – The Skeleton Saint   (Oxford Univ. Press)  QUI

55) Blog Post con bellissimi disegni e bozze Santa Muerte e i bambini QUI

56) Documentario sulla Santa Muerte a Saltillo nel Nord del Messico QUI

57) Foto e reportage di Max Gibson. Santa Muerte: The Cult of Saint Death QUI

58) Ottima galleria fotografica sulla Santissima Muerte  QUI

59) Repressione e Santa Muerte da La Stampa Multimedia, negano il visto USA ad adepto: QUI

60) Post in inglese sulla Santa Muerte di Curandero Güero: QUI

61) Il sito Holy Death punto Com: QUI

62) Foto di Time.Com: QUI

63) “L’armadio della Santa Muerte” da un blog della rivista Gatopardo: QUI

64) La Santa Muerte, post del blog Dama de Negro: QUI

65) Aggiornamento dei trailer e documentari dell’Opificio Ciclope! QUI

66) In inglese, Crónicas de la Santa Muerte (storia riassunta): QUI

67) Documentario del 2012 di canale ONCE TV Messico – Santa Muerte

68) Dal blog “Miles Christi”: Santa Muerte culto falso QUI

69) “Bajo el manto de la Santa Muerte”, articolo “critico” El País QUI

70) Fotoreportage su Repubblica.It   QUI

71) Blog SKELETON SAINT Most Holy Death QUI

72) Report dell’FBI in tre parti. Santa Muerte: Inspired and Ritualistic Killigs  – UNO  DUE   TRE

73) Altri link d’interesse, curiosi o semplicemente bizzarri in italiano, in genere recenti, che parlano del fenomeno:

http://www.almaradio.it/blog/il-culto-della-santa-muerte-e-l’eterno-dualismo-messicano/

https://ilterzoorecchio.wordpress.com/2011/01/04/il-potere-dellacqua/

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/inchiesta-italiana/2011/07/14/news/da_re_maya_alla_santa_muerte_ecco_l_italia_delle_mille_sette-18441036/

http://gazzettadelmistero.blogspot.com/2011/11/santa-muerte.html#comment-form

http://www.ilcrogiuolo.it/wordpress/index.php/tag/la-santisima-muerte/

http://enigmaeparadigma.fotoblog.it/archive/2011/09/22/santa-muerte.html

http://www.ilreamedinverno.com/vmchk/polveri-e-pozioni/incenso-della-santa-muerte.asp

http://www.ilreamedinverno.com/vmchk/la-santisima-muerte-anonimo.php

Sopra avete visto… Mini mostra fotografica della Santa Muerte a Tepito e dintorni, Città del Messico. Autunno 2011, incipiente. Stop.

…chiudo (per ora) con il trailer del documentario di Opificio Ciclope sottotitolato in italiano…



Prossimamente altri aggiornamenti su questo blog se Lei non ci porta via prima…Amen e…un ultimo Rap, poi una cumbia colombiana e un narco-corrido intitolato Reina de Reinas (Regina di Regine):

Scritto Sulla Tua Terra, Romanzo di Mauro Libertella

caravan_libertella_cover (Small)Presentio qui un estratto dal romanzo di Mauro Libertella, Scritto sulla tua terra, traduzione di Vincenzo Barca, Caravan Edizioni, 2015, pp. 112, € 9,50.

Mio padre è morto quattro anni fa, un mezzogiorno di ottobre, nella casa in cui adesso vivo io. Mi ricordo di quel momento con particola- re nitidezza, perché qualche secondo prima che smettesse di respirare capii che il suo conto alla rovescia era arrivato, letteralmente, al respiro finale. Fu un istante insieme dolce e drammatico: io inginocchiato sul pavimento, lui disteso sul suo letto, incosciente da ore. Con mio zio e mia sorella gli davamo da prendere un liquido medicinale che serviva a integrare le proteine del cibo che da giorni aveva smesso di mangiare. La scena era terribile, perché il decadi- mento fisico si imponeva in tutta la sua evidenza; era molto magro, prostrato e con lo sguardo perso nel vuoto. E tuttavia ricordo un’atmosfera lieve e tenera, senza stonature. Beveva a piccoli sorsi da un bicchiere di vetro che gli tenevamo inclinato all’altezza della bocca: era un automa in quel suo ultimo gesto di sopravvivenza. Prendine ancora un po’, prendine ancora un po’, gli chiedevamo ostinati, ripetendolo come una supplica. L’ultimo sorso gli spezzò il respiro, che già era un filo tenue e fragile. Così lo vidi morire, con la testa appoggiata al cuscino e gli occhi chiusi. Immagino che sia stato un bel modo per andarsene, in mezzo ai suoi libri e nella sua casa, dove negli ultimi anni aveva cominciato a morire poco a poco.

Ricordo di essere arrivato all’ospedale una mattina d’inverno e di essermi perso per i corridoi fino a ritrovarmi davanti al Pronto Soccorso. Gli avevano assegnato il letto in fondo, contro la finestra, e lui aspettava seduto, vestito, guardando la strada, con la borsa ai piedi. Quella mattina si era svegliato con dei dolori, aveva preparato la borsa ed era andato in autobus all’ospedale. Mi aveva chiamato da un telefono pubblico quando gli avevano fatto capire, con parole un po’ evasive ma risolute, che doveva restare lì qualche giorno per poter studiare bene la situazione. Quando lo vidi da lontano, in fondo a quella camerata piena di letti, mi sembrò un emigrato che arrivava con la sua valigia dalla vecchia Europa. C’era qualcosa di anacronistico nei suoi abiti, e la sua faccia era invecchiata con una rapidità impressionante. Era un uomo forte, autosufficiente, ma era anche un uomo solo su un letto, che guardava fuori da una finestra.

Ci abbracciammo, chiacchierammo un po’, e, come sempre, prevalse un clima segnato dall’ironia e dai giochi di parole. Non sapeva che cosa aveva. Non gli avevano detto niente. Con la scusa di una telefonata, lo lasciai un momento sdraiato e andai a cercare un medico. Dal modo in cui uno di loro mi salutò quando gli dissi che ero il figlio del paziente del letto in fondo ebbi il sospetto che le cose andassero male. Era giovane, alto, con una barba vagamente incolta e i lineamenti induriti dalla notte in bianco in ospedale, e si vedeva che era nervoso. Mi fece un discorso molto veloce, una o due volte mi toccò la spalla e non andò troppo per il sottile. Mi disse che non sapevano “a scienza certa” quale fosse il quadro, che sarebbe stato troppo affrettato da parte sua sbandierare una diagnosi che non poteva poggiare su garanzie o certezze, ma che mio padre aveva del liquido nei polmoni, e che questo quasi sempre è un sintomo di cancro. Sopraggiunse un silenzio orribile, densissimo, e quando ero sul punto di svenire, e il giovane dottore avrebbe dovuto farmi forza, mi disse come stavano le cose: “Non abbiamo ancora fatto le analisi, ma ti posso già dire che è in stato avanzato”.

Come tornare al letto di mio padre dopo quella notizia e abbracciare nuovamente la logica del buonumore? Andai in bagno, mi sciolsi in un pianto fatto di raffiche brevi, mi lavai la faccia e attraversai di nuovo il lungo corridoio fino al punto in cui lui mi aspettava. Mi chiese che cos’avevo fatto e gli diedi una risposta impacciata, probabilmente inverosimile. Quando vidi che si era stancato gli dissi di dormire un poco, che lì lo avrebbero curato, e ne approfittai per andarmene. Chissà, forse aveva intuito che sapevo cos’aveva e preferì non rispondermi male per delicatezza. Non lo so. So di certo che mi ritrovai per strada frastornato, presi un autobus e mi sedetti sul sedile in fondo. Me lo immaginai mentre dormiva in uno di quei letti sperduti dell’ospedale e in quel momento mi resi conto che mio padre sarebbe morto.

Avrò avuto dodici, tredici anni quando cominciai a intuire la propensione all’alcol di mio padre. Lo vedevo sempre con un bicchiere in mano e una bottiglia vicino, ma tra l’innocenza propria dell’età e la sua tendenza a nascondere il vizio, non diedi troppo peso alla ripetitività della cosa. Mi capitò a volte di prendere un sorso della sua coca cola e di essere sorpreso, assaggiandola, dal guizzo inatteso di un whisky.

Quando abitavamo tutti insieme, i miei genitori, mia sorella e io, lui teneva una damigiana enorme in un mobile della cucina, e qualunque testimone attento avrebbe potuto notare come tutti quei litri di vino rosso diminuissero alla velocità con cui si scatena uno tsunami. Forse da bambino pensavo che mio padre avesse tanta sete. Da grande capii che era un alcolista. Con il passare degli anni la dipendenza si fece più grave e, verso il 1996, decise di andare agli Alcolisti Anonimi. Tutte le sere, dopo il lavoro e prima di venire a casa per cena, guidava fino alla sede di un ospedale pubblico, nel Barrio Norte, dove si teneva il gruppo di autoaiuto. A volte quando tornava ci raccontava qualche aneddoto, ma non si dilungava mai troppo. In quei mesi cenava con succo d’arancia; ne beveva bicchieri su bicchieri come se all’improvviso fosse stato colto da una sete invincibile. L’avventura con gli Alcolisti Anonimi durò poco più di un anno, ma papà aveva ricadute sempre più frequenti e arrivò a nascondere bottiglie di whisky e di cognac nei cassetti della sua scrivania o in mezzo alla roba nell’armadio. Alla fine, un giorno disse basta al gruppo di autoaiuto. Dopo pochi mesi i miei si separarono.

A questo punto comincia quello che chiamo il crollo. Si trasferì in un monolocale a tre isolati dal parco Las Heras. Era un appartamento piccolo e deprimente, che piano piano si riempì di bottiglie. Usciva poco, e io e mia sorella andavamo a trovarlo due volte alla settimana, un’abitudine che durò per anni. Non me lo disse mai, ma era ovvio che aveva già deciso di cominciare ad affrontare i suoi ultimi anni rinchiuso, quasi senza soldi, fumando e bevendo quantità incredibili di alcol, e portando a termine i suoi scritti. Il suo corpo cominciò a debilitarsi rapidamente, e il viso invecchiò per la cattiva alimentazione e la vita sedentaria. Soffriva di diabete da oltre vent’anni e sapeva che non avrebbe retto a lungo i traumi di quel tipo di vita. Per questo si potrebbe dire che si lasciò morire a poco a poco, consapevolmente, come una scelta. Qualcuno mi ha detto una volta: «Tuo padre si è suicidato a rate». La frase non mi piace.

Nonostante si impegnasse a salvaguardare le forme (non corrispondeva all’immagine canonica dell’‘ubriacone’), la trasformazione divenne man mano molto nitida. Come se si fosse rotta una diga e l’acqua avesse cominciato a correre con una forza tremenda e incontrollabile. La mancanza di denaro, che era diretta conseguenza dello stesso sintomo, rendeva la situazione particolarmente angosciosa. Spesso mi chiamava per farsi prestare dieci o venti pesos per comprarsi qualche tramezzino. Un giorno mi accorsi che con i soldi che gli davo si comprava bottiglie di whisky e pacchetti di sigarette. Con il passare dei mesi cominciò a perdere l’appetito. Quando ci vedevamo per cenare insieme, mangiava appena due o tre bocconi, con laboriosa lentezza; il resto era solo idratazione. Siccome conservava il buonumore di sempre, all’inizio il quadro non era così impressionante. Con gli anni mi resi conto che il buonumore e il dispiego di retorica montavano man mano che le bottiglie di vino o di whisky si vuotavano. Di giorno non lo vedevo mai, e quindi si potrebbe dire che, negli ultimi lunghi anni, non vidi mai mio padre sobrio. A volte, se lo incontravo per caso di pomeriggio in qualche bar, potevo vedere che le sue mani tremavano.

Dopo due anni passati in quel monolocale, si presentò l’opportunità di cambiare aria. Mio padre e suo fratello Juancho erano proprietari di un appartamento di due vani nel quartiere di Palermo, e quando il contratto degli affittuari terminò insistemmo perché si trasferisse lì. Dopo molti tentennamenti, alla fine cedette. Il cambiamento era di per sé splendido e la nuova sistemazione prometteva un futuro di primavere e resurrezioni, ma ben presto risultò chiaro che la sua era una decisione imperativa, senza ritorno, e che non era condizionata da un semplice cambiamento abitativo. Dei due ambienti, conquistò solamente il soggiorno, dove collocò un grande tavolo di legno con la macchina da scrivere, una libreria appoggiata alla parete e un letto all’altra estremità.

* * *

[Un giovane uomo al capezzale del padre morente. Un padre che è stato uno scrittore di culto dell’avanguardia argentina, Héctor Libertella. Mauro, il figlio, lo assiste in ospedale, nei suoi andirivieni tra vita e morte, e poi a casa, dove alla fine quest’uomo, consumato nel corpo ma sempre sul ciglio dell’ironia, esalerà l’ultimo respiro. Nello stesso appartamento in cui il padre muore, il figlio, quattro anni dopo, scriverà il suo primo libro, tirando le fila di un rapporto complicato con un padre straordinario. Una scrittura trasparente quella del giovane Libertella, un’emozione misurata con cui ricostruisce i percorsi geografici e letterari del genitore, in una Buenos Aires racchiusa in poche strade del centro, per poter finalmente seppellirlo in pace. Mauro Libertella è nato nel 1983 in Messico, dove i suoi genitori si erano esiliati durante la dittatura. Vive a Buenos Aires. “Mi libro enterrado” è il suo primo romanzo.] Da CarmillaOnLine

Intervista: Messico, NarcoGuerra, Haiti e Santa Muerte su Radio Cooperativa Padova e LatinoAmericando

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In radio a LatinoAmericando: violazioni e status quo

Nonostante le denunce di violazioni ai diritti umani e il caso emblematico di Ayotzinapa, il governo di Peña Nieto ottiene la maggioranza al parlamento. Ne parliamo col giornalista Fabrizio Lorusso in collegamento col Distretto Federale del Messico.

elezioni messicoaNe abbiamo parlato con Gustav Claros a Latinoamericando, programma di Radio Cooperativa Padova.

Ascoltalo qui: LINK

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Avventure di un romanziere atonale

di Alberto Laiseca

Avventure di un romanziere atonale[Per chi ama la letteratura ispano-americana segnalo le collane di edizioni Arcoiris, dateci un’occhiata. E in particolare un estratto dal romanzo Avventure di un romanziere atonale, traduzione di Loris Tassi, Edizioni Arcoiris (LINK), 2013, pp. 116, € 10]

In una stanza cavernosa, quasi sferica, un romanziere scriveva. Qualcosa di molto divertente, pare.

Le pareti e il soffitto erano curvi: il pavimento aveva al centro un profondo avvallamento, un’orrenda fossa, un abisso sulla cui cresta tavolo, sedie, armadio e romanziere facevano mostra delle loro doti di alpinisti. Il soffitto invece – cosa assai curiosa – era arcuato verso l’alto, come se una violenta esplosione lo avesse trasformato in una lurida superficie concava. La sua forma stranissima deve essere attribuita, più che all’imperizia, alle singolari idee architettoniche di chi si era occupato di restaurare quell’edificio quasi centenario. Infastidito dai continui crolli, si era detto: «Il tetto è caduto più di tre volte. Più di quattro non dovrà cadere». Così gli aveva dato la forma di una cupola, poi l’aveva plastificato e aveva decorato il tutto con motivi adeguati. Per la sua Cappella Sistina aveva seguito un metodo che oscillava tra antico e moderno.

Aveva dipinto lunghe file ondulate di rombi intrecciati ai vertici, alcuni dei quali racchiudevano delle rose azzurre su un fondo lilla sfumato, mentre altri erano di un colore impossibile da descrivere che chiamerò cotoletta fritta. La lucentezza oleosa era data dalla plastificazione. La superficie della cupola era lavabile anche se in cinque anni nessuno si era mai preoccupato di pulirla; la cattiva combustione della stufa a cherosene e le nubi fosche e asfissianti che esalavano dall’immancabile stufato erano riuscite ad affumicare tutto, neanche fosse pancetta. Non vorrei che mi si accusasse di eccessiva pignoleria, ma non posso evitare, in questo caso, di essere ancora più preciso: il soffitto aveva esattamente il colore di quei manufatti che i riduttori di teste espongono per giorni interi al calore di un fuoco fumante fino a fargli raggiungere la grandezza di un pugno.

Che spettacolo! Il romanziere, distratto, non si accorgeva di niente e scriveva senza mai interrompersi in tutti i momenti liberi che il suo lavoro di uomo delle pulizie gli gettava come briciole.

In alcuni periodi lo scrittore si era visto costretto a dividere con due, tre o più compagni una mansarda sempre miserrima, fredda e umida in inverno, insopportabilmente calda in estate e con il bagno in comune con altre cinquanta persone.

La proprietaria della pensione – che, per ragioni di nobiltà, preferisco chiamare Reggente e che continuerà a essere citata con questo epiteto finché l’inesistente sovrano resterà minorenne – era come una madre per tutti loro.

Aveva due occhi di vetro, Doña Clota in pantofole. Due occhi di vetro e, ciononostante, vedeva alla perfezione. Sempre, sia in inverno sia in estate, usava variopinte vestaglie imbottite, sulla cui superficie lisa si erano formati per agglutinazione degli immondi, minuscoli pompon. Incommensurabile, la sua crocchia di regina. Di certo era venuta al mondo prima la crocchia e poi lei. Lì risiedeva la sua potenza, il segreto della sua forza. Nessuno lo sapeva, ma se un incidente l’avesse privata di quella vera e propria torre si sarebbe verificato non solo il crollo psicotico, ma anche la caduta materiale di tutta la pensione Usher. Lì, dunque, come in una specie di tavola di smeraldo, era depositato il suo segreto filosofale. Sansone e i Filistei, come si suol dire.

A volte la vecchia si comportava come se l’espansione dell’edificio di sua proprietà fosse un problema analogo a quello di aggiungere nuove camere alla Grande Piramide. E così, in veste di Faraona, con la corona dei due regni sulla testa e una barba posticcia ben attaccata al mento nel caso qualcuno dubitasse dei suoi attributi virili, impugnando l’uncino che ghermisce e manda a cuccia e la frusta che castiga – se non le piace se ne vada –, proprio come un tempo aveva fatto Cheope, ordinava ai suoi Egizi e ai suoi Nubiani di levigare e trasportare nuovi blocchi di pietra.

Ogni settimana, da circa venticinque anni, giocava al totocalcio con religiosa dedizione. Non riuscì mai a fare più di sette punti, sui tredici indispensabili per vincere. Le aveva provate tutte: mettere le crocette a occhi chiusi, compilare la schedina sempre nello stesso modo (lo aveva fatto per ben cinque anni, poi si era demoralizzata); infine aveva deciso di applicare un sistema statistico di sua invenzione. In tutti quegli anni di tentativi vani, infatti, aveva creato un enorme archivio che poteva essere utilizzato come banca dati.

Ogni società era rappresentata da una lettera, e ogni giocatore da un numero. Bisognava prendere in considerazione tutte le variabili.

Per esempio: aveva notato che il giocatore 138, della squadra J giocava meglio alla fine e all’inizio del mese (forse per la vicinanza dello stipendio). Inoltre si comportava in maniera egregia nei giorni di pioggia. Erano dati da considerare. Il 138 rimase nella J per due anni, ma a un certo punto, con grande orrore della vecchia, la squadra lo vendette a X. Come avrebbe reagito nella nuova situazione? Ecco una variabile importante di cui era impossibile prevedere il comportamento.

Il sistema dell’anziana signora era inapplicabile: era come voler risolvere un’equazione con ventottomilaquattrocentotrentadue incognite. Se ne ricavava una, gliene rimanevano altre ventottomilaquattrocentotrentuno che saltavano, vibravano, mutavano, si facevano beffe di lei.

Teneva conto di mille altre possibili alterazioni: i cam-biamenti politici e il modo in cui potevano influire sull’ani-mo dei giocatori (per ognuno dei quali, credo di averlo insinuato, possedeva un fascicolo voluminoso: la vecchia, da questo punto di vista, era peggio della Gestapo o del K.G.B.); se un atleta si era sposato, se gli era nato un figlio, se gli era morto un parente; se i giornali parlavano di lui – cosa che, senza dubbio, avrebbe influito sulla sua potenza interna e sulla sua creatività –; se si era venuto a sapere di una storia con la stellina, la modella o la vedette del momento. Particolare curioso, la vecchia pensava che l’influenza di un fatto del genere non fosse sempre benefica. A volte diceva: «Quella svergognata gli ha mangiato il cervello. Non fa che pensare a lei. Ora giocherà male». Altre volte, invece, in modo del tutto arbitrario – o forse influenzata dai pettegolezzi mondani –, assicurava: «Lei lo rende felice, gli trasmette serenità. Tutto andrà per il meglio».

Tra le variabili rientravano arbitri, allenatori, direttori tecnici, presidenti. Prestava moltissima attenzione alle interviste per scoprire, ascoltando le varie lamentele, se una determinata società sportiva stava attraversando un periodo di difficoltà finanziarie.

Quando un campione si ritirava dal calcio, la vecchia non lo dimenticava. Il suo fascicolo restava nell’archivio. «Non si può mai sapere, forse un giorno allenerà qualche squadra».

Un pomeriggio l’anziana signora modificò il suo pronostico mezz’ora prima della chiusura delle scommesse perché aveva iniziato a piovere. «Campo pesante. Sono costretta a fare un cambiamento. Il 138, nella J, gioca meglio quando piove. Quindi potrebbe vincere J, non B. L’unico problema è che si gioca nello stadio di B e non in quello di J. Meglio puntare sul pareggio».

E così via.

Teneva conto di cose impensabili, come la pressione psicologica dei tifosi. Per esempio: aveva notato che i tifosi di C erano abbastanza pigri nei giorni di pioggia, a differenza di quelli di F, che andavano allo stadio sia in casa sia fuori, venisse pure il diluvio universale. Pertanto, se in un giorno di pioggia F giocava contro C, nello stadio di C, la forza dei tifosi di C sarebbe stata superata dalla loro indolenza. E senza ombra di dubbio l’energia collettiva avrebbe indirizzato la risultante in favore di F.

Non vinse mai, l’ho già detto. Ciononostante, in certi periodi riusciva a coltivare il suo sogno più grande: espandere la sua sgangherata supercasa. In che modo? Grazie agli inquilini, naturalmente. Se non le piace se ne vada. Gli inquilini erano la sua vera scommessa, e con loro vinceva sempre.

Ska Ska Ska en el Distrito Federal – Los Auténticos Decadentes

La Ska Band e Orchestra Popolare argentina degli “autentici decadenti”, Los Auténticos Decadentes, ha dedicato 3 anni fa questo pezzo alla mostro-metropoli Città del Messico, un posto dove puoi girare per ore e tornare al punto di partenza, come dice il testo della canzone. Siamo a Buenos Aires. Due spaesati musicisti salgono su un maggiolino verde e bianco (così erano i mitici taxi della capitale messicana che a milioni infestavano le sue caotiche strade, e un po’ ancora lo fanno), ma dopo pochi secondi si ritrovano nel vero Distrito Federal, il DF-DiFettoso per eccellenza, la megalopoli da 25 milioni di abitanti che domina l’altopiano centrale messicano e non sprofonda nel lago sottostante per un miracolo della Madonna di Guadalupe o della Santa Muerte, a seconda dei gusti. Ed infatti proprio questa Santa appare al secondo 55-56! I due si risvegliano nel taxi a Buenos Aires dopo poco più di tre minuti di ska, traffico e tequila. Ottima colonna sonora per riprendersi (giustamente) da traffico, smog e tequila in eccesso.

DF skyline

ARTISTA: LOS AUTENTICOS DECADENTES. 

TEMA: DISTRITO FEDERAL.
EXTRAIDO DEL ALBUM “IRROMPIBLES”
EDITADO POR POPART DISCOS EN ABRIL DE 2010.
http://www.losautenticosdecadentes.com/

Los Auténticos Decadentes son una verdadera orquesta popular, sinónimo de fiesta y alegría desde Argentina para toda América Latina y el mundo desde hace más de dos décadas. Comenzaron su carrera en Argentina en 1987, editaron hasta el momento 15 discos y tienen cantidad de grandes canciones cuyas melodías se conocen masivamente y se cantan con fervor en los estadios de fútbol de todo el continente. Este es el video de “Distrito Federal”, canción de amor a la ciudad de México, segundo corte de difusión del disco “Los irrompibles” (2010).

La destra in Paraguay: Horacio Cartes nuovo presidente

Cartes-celebracion-banderadi Fabrizio Lorusso @CarmillaOnLine – Domenica 21 aprile il Paraguay ha scelto il suo presidente, ha rinnovato il suo parlamento e 17 governatori ed ha cambiato colore politico. Migliaia di camicie rosse rumoreggianti hanno invaso le strade della capitale Asunción per festeggiare la vittoria di Horacio Cartes del Partido Colorado (PC). Ma l’apparenza spesso inganna e i “rossi” non erano militanti comunisti o del PT brasiliano, né erano simpatizzanti del neoeletto presidente venezuelano Nicolás Maduro o del progetto socialista dello scomparso comandante Hugo Chávez. Infatti, il PC si colloca decisamente a destra nel panorama politico del paese sudamericano, è stato al governo per 61 anni e ha sostenuto la dittatura di Alfredo Stroessner tra il 1954 e il 1989.  Solo nel 2008 la candidatura di Fernando Lugo, sostenuto dal conservatore Partito Liberale Radicale Autentico (PLRA) e da altre formazioni di area progressista (diciamo, socialdemocratica), riuscì a dare un governo diverso al paese, anche se poi già dai primi mesi il fronte comune di centro-sinistra si sfaldò e si cominciò a sentir parlare di possibili colpi di Stato più o meno “istituzionali”. Cosa che, di fatto, accadde puntualmente l’anno scorso.

Questa volta, però, Horacio Cartes, milionario imprenditore cinquantaseiennem in politica solo dal 2009, ha ottenuto il 45,8% dei suffragi e s’è imposto sul principale rivale, Efraín Alegre del PLRA, fermo al 36,9%. L’affluenza è stata del 68,6% su 3,5 milioni di cittadini aventi diritto al voto (e su un totale di 6,5 milioni di abitanti). E’ la più alta nella storia democratica del paese che ha realizzato sei elezioni in 23 anni di democrazia. Nettamente staccate le coalizioni progressiste Avanza País, al 5,88%, e Frente Guasú, con il 3,32%. Tra le file del Frente milita anche l’ex presidente e sacerdote Fernando Lugo che ha ottenuto un seggio al senato. Cartes, proprietario dell’omonima holding di 24 compagnie e laureato negli USA in meccanica aeronautica, possiede aziende nei settori più disparati: dalle sigarette al commercio di carne e bevande, dall’abbigliamento ai trattamenti contro l’obesità. Immancabile anche il suo interesse per il calcio: dal 2001 Cartes ha vinto sette campionati con il Club Libertad.

Cartes

Nel giugno 2012 Lugo ha accusato Cartes, e in generale tutto il PC, di aver cospirato contro di lui, siccome venne deposto con un “giudizio politico”, un procedimento sommario previsto dalla Costituzione ma mai applicato in Paraguay. I colorados e i liberali hanno giudicato e destituito il presidente in meno di 24 ore, sostenendo che fosse il responsabile di una mattanza di contadini e poliziotti nella località di Curuguaty nonché del clima d’insicurezza nel paese.

Come espresso dal discorso tenuto da Lugo all’indomani di questo vero e proprio golpe istituzionale, il sostegno di entrambi i partiti storici e anche del Vaticano in questa torbida operazione fu palese e mirava a garantire la continuità dell’establishment tradizionale.

I Capi di Stato di mezza America Latina, specialmente quelli dei paesi membri del Mercosur (Mercato Comune del Sud) come l’Argentina, il Brasile, la Bolivia e l’Uruguay, presero posizione contro il colpo di Stato e sospesero il Paraguay dai blocchi commerciali regionali per violazione delle clausole democratiche.

All’inizio del mandato di Lugo l’entusiasmo popolare per la vittoria di un “uomo nuovo” e per le promesse di riforma agraria e redistribuzione della ricchezza era alle stelle, ma scemò lentamente. L’opposizione parlamentare dei colorados e il ripensamento dei liberali, sempre più ostili al cambiamento promosso dall’outsider “sinistroide” e alla sua vicinanza con alcuni presidenti della regione come il brasiliano Lula, il boliviano Morales e il venezuelano Chávez, hanno sterilizzato l’azione di governo fino alla defenestrazione finale.

Il neoeletto Cartes resterà in carica fino al 2018, ma non potrà contare su una maggioranza parlamentare. Alla Camera sono disponibili ottanta seggi, mentre al Senato sono quarantacinque. Le stime dei risultati per la camera non sono definitive, ma quelle per il senato indicano percentuali del 36% per il PC, del 30,6% per i liberali in alleanza con i democratici progressisti, del 9,6% al Frente Guasú, del 5% ad Avanza País, mentre il resto va ad altri piccoli partiti.

Panorama commerciale america latinaPer questo da subito Cartes ha lanciato un (classico) appello all’unità nazionale e all’alleanza almeno tra i partiti maggiori per “migliorare la situazione del Paraguay, correggere il tiro e aprire nuove strade che vogliamo tutti”, ha affermato. “Dobbiamo lavorare per tutti i paraguayani perché siamo stati votati anche da elettori di altri partiti ed è un messaggio per l’unità”, ha aggiunto fiducioso.

Le priorità per i primi mesi di governo (i fatidici e tanto mediatizzati “cento giorni”) sono senza dubbio la lotta alla povertà, un fenomeno che interessa circa il 60% della popolazione (di cui il 20% almeno in stato di vera e propria indigenza o miseria), e la riforma agraria, visto che secondo l’ultimo censimento nazionale l’85,5% delle terre sono in mano al 2,06% degli abitanti, una vera e propria classe di latifondisti.

Di fatto, il 15 giugno dell’anno scorso, fu la degenerazione violenta di un conflitto tra polizia e contadini per l’occupazione di alcuni terreni nella comunità di Curuguaty che provocò 17 morti (sei poliziotti e undici contadini) e fu poi usata dai partiti per spodestare Fernando Lugo e mettere al suo posto Federico Franco del PLRA come presidente ad interim. Ad oggi le responsabilità della strage non sono state ancora chiarite dai magistrati.

Altre 4 accuse piuttosto strumentali vennero rivolte all’ex presidente: aver autorizzato alcuni partiti di sinistra a tenere una riunione politica presso una base militare nel 2009; aver permesso l’occupazione di terre appartenenti a dei brasiliani da parte di un gruppo di senza tetto; aver evitato l’arresto di membri di un gruppo guerrigliero e la firma di un accordo internazionale senza l’approvazione del parlamento. Il “processo” relativo a queste accuse e a quella più grave relativa ai fatti violenti di Curuguaty è stato condotto sommariamente, senza possibilità di contraddittorio o replica, dalle camere e non da un giudice previa investigazione. Con un tempismo sospetto l’Ambasciata statunitense ad Asunción ha aumentato significativamente il suo personale nell’ultimo anno prima delle elezioni di domenica 21 aprile.

Riguardo la giornata elettorale l’Unione Europea e la OSA (Organizzazione Stati Americani) hanno accettato i risultati pur denunciando la mancanza di adempimento delle legge elettorale, la cooptazione massiccia di votanti da parte dei funzionari di partito, la violazione della legge che proibisce la divulgazione degli exit polls e, infine, l’irregolarità del comportamento del vicepresidente del Tribunal Supremo de Justicia Electoral (TSJE), Juan Manuel Morales, che domenica, prima della chiusura dei seggi, ha di fatto compromesso i risultati dichiarando pubblicamente che il rivale di Cartes, Alegre, “dovrà accettare le tendenze” che davano la vittoria allo stesso Cartes.

Panaroma politico america latinaA livello interno (ma anche internazionale in realtà) Cartes dovrà cercare di svincolarsi dalle accuse di legami col narcotraffico che, anche da dentro il suo partito, gli sono state rivolte a più riprese, malgrado non vi siano formalmente processi aperti contro di lui.

L’oppositore Efrain Alegre ha denunciato le connessioni del vincitore con il narcotraffico, oltre ad aver ricordato in campagna elettorale (con lo slogan “Contro il Paraguay delle mafie”) i tre mesi di detenzione che nel 1985 Cartes scontò per una questione di traffico di denaro.

Nel 2000 un piccolo aeroplano, immatricolato in Brasile e carico di cocaina e marijuana, venne ritrovato in una sua proprietà in territorio paraguayano, nella zona della frontiera col Brasile nota come “il prossimo Messico” ma formalmente chiamata Pedro Juan Caballero. In questa regione uno zio del politico, Juan Domingo Viveros Cartes, è stato arrestato più volte dagli anni 80 al 2012 per aver pilotato velivoli che trasportavano droghe. Cartes era amico di Fahd Jamil, noto nella triplice frontiera Paraguay-Argentina-Brasile per i suoi traffici illeciti e condannato a 30 anni in contumacia da un tribunale brasiliano per traffico di stupefacenti, evasione fiscale e riciclaggio. Jamil è stato in seguito graziato dalla Corte Suprema brasiliana, ma intanto l’amico di vecchia data è tornato prima delle elezioni, dopo 7 anni di silenzio, per “complimentarsi” con Cartes per la sua candidatura.

Inoltre nel 2004 l’impresario fu indagato in Brasile da una commissione parlamentare in quanto proprietario della Banca Amambay, accusata di riciclaggio di denaro sporco dopo la pubblicazione di un reportage basato sui report dell’agenzia antidroga americana, la Drug Enforcement Administration (DEA),  e confermati da filtrazioni di WikiLeaks. Vi sarebbero quindi informazioni abbondanti nei documenti di Wikileaks riguardanti Cartes e le operazioni che lo legano al riciclaggio di denaro, al finanziamento del commercio di stupefacenti negli USA, in Brasile e Argentina, e al contrabbando di alcool e tabacco. Al riguardo le accuse di contrabbando provengono da una Commissione Parlamentare di Indagine brasiliana che ha indicato come l’azienda di Cartes Tabesa (Tabacalera del Este SA, di proprietà del nuovo presidente e della sua sorella minore Sarah) sia una di quelle che introducevano illegalmente le sigarette paraguayane in Brasile.

[Nota finale. La cartina del “Panorama politico dell’America Latina” è puramente indicativa, serve solo a dare un’idea “cromatica” dei governi del subcontinente. Personalmente non considererei “di centro” il governo messicano, ma lo farei sfumare più nel blu che nel giallo. C’è stato un po’ di daltonismo nel dipingere la mappa!]

Argentina, Desaparecidos, Migranti e un Romanzo

giornidineve-sole«I desaparecidos sono lì presenti per reclamare che la coscienza, i valori e la dignità del popolo non desiderano l’impunità né l’oblio. Patricia e Ambrosio e tutti coloro che hanno dato la vita per la libertà rimangono nella memoria e nella resistenza.». 

Adolfo Perez Esquivel (Premio Nobel per la pace nel 1980)

Da alcuni mesi avevo sullo scaffale della mia stanza messicana un romanzo che volevo leggere e che aveva attraversato l’Oceano Pacifico dall’Italia alla mega capitale azteca. Ora che l’ho letto, scrivo le mie impressioni e ricordo la sua storia che, in qualche modo, riguarda un viaggio in senso opposto, dall’America del Sud al vecchio continente, dal passato al presente.

Giorni di neve, giorni di sole è il terzo romanzo (dopo La Chiromante. Una profezia del 2002 e B. e gli uomini senz’ombra del 2004) dei fratelli Nicola e Fabrizio Valsecchi e narra l’assenza. Narra il vuoto lasciato da oltre 30mila persone risucchiate dalle crudeltà della storia e dell’autoritarismo, i desaparecidos della dittatura argentina. Un regime che dal 1976 al 1983 coprì d’inverno e d’infamia l’intera America Latina, già insanguinata da regimi simili dal Cile al Brasile, dall’Uruguay al Paraguay, da Haiti al Centroamerica. Alcuni decenni prima l’Argentina era diventata per molti migranti italiani e di altri paesi europei la prima e unica casa, ma poi si trasformò anche in un luogo di tristezza e dolore.

Con uno stile asciutto, immediato e scorrevole Nicola e Fabrizio scrivono “a quattro mani” e raccontano liberamente la storia di Alfonso Maria Dell’Orto, un migrante che da bambino, nel lontano 1935, dovette abbandonare la provincia di Como insieme alla sua famiglia per cercare fortuna in Sudamerica. Doveva raggiungere il padre che era partito un anno prima alla ricerca di quel lavoro e quella dignità che nell’Italia fascista non c’erano più.

In Argentina Alfonso si sposa con Pocha e costruisce la sua famiglia. Il 24 marzo del 1976 il generale Jorge Rafael Videla prende il potere con un golpe e instaura la legge marziale. I militari sequestrano la figlia di Alfonso e Pocha, Patricia, e il suo giovane marito, Ambrosio, proprio nei primi mesi della dittatura: nessuna traccia, nessuna notizia, desaparecidos.

Il destino vuole che la figlioletta dei due, la piccola Marianna, venga risparmiata. Crescerà grazie all’affetto dei nonni che faranno le veci dei suoi genitori, desaparecidos. Oltre 70 anni dopo il suo arrivo in Argentina, Alfonso decide di prendere un aereo da Buenos Aires e di tornare in Lombardia per un breve soggiorno e durante questo viaggio ripercorre la sua vita in una serie di flashback.

La prosa poetica che a tratti emerge nel romanzo ben s’adatta al carattere malinconico delle memorie e delle immagini, a volte frammentate e brusche, a volte scorrevoli e nitide, che Alfonso dall’Orto evoca e rivive durante il volo Buenos Aires-Milano. L’assenza di spazio e di tempo della trasvolata riesuma il dolore e le gioie, le speranze mai sopite e i rimorsi del passato per quella figlia perduta senza un perché.

Il suo è un periplo nei ricordi e nelle amarezze di una vita lunga e densa. Ma si tratta di un’esistenza interrotta, spezzata dalla violenza di Stato che nei momenti più crudeli della repressione si scaricava senza tregua, irrazionale, contro chiunque fosse sospettato di qualunque cosa: un’opera caritatevole e sociale diventa “sovversione”, un pensiero differente e una parola critica sono “ribellione” e vanno soffocati nell’Argentina dei generali.

La nipotina Marianna è come un giorno di sole, rappresenta il fiore che rinasce sulle ceneri della violenza e dell’oppressione, nonostante tutto. Ogni 5 novembre, giorno in cui i suoi genitori furono sequestrati, Marianna dedica loro un poema. Ed è sole.

Nel 2006 Miguel Osvaldo Etchecolatz, commissario della provincia di Buenos Aires negli anni settanta e mandante dell’assassinio di Patricia e Ambrosio, è stato condannato all’ergastolo. Nel 2012 il dittatore Videla è stato condannato e sono stati riaperti i processi per i “voli della morte”. La storia si può ridiscutere, la memoria vive giorni di neve e giorni di sole. @FabrizioLorusso

Giorni di neve, Giorni di sole, Fabrizio e Nicola Valsecchi, Ed. Marna, 2009, pp. 128, 12 euro.

Prologo di Adolfo Pérez Esquivel, Nobel per la pace 1980

Postfazione di Gianni Tognoni, segretario generale del Tribunale permanente dei Popoli