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Mondo – Mundo – Monde – World (foto del giorno)

Alejandro Xul Solar – Mundo (mi stabilisco sulla coda del serpente, l’America Latina)

Alejandro Xul Solar (Oscar Agustín Alejandro Schulz Solari, 1887-1963) è uno dei rappresentanti più significatividell’avanguardia in America Latina. Nel 1912 si recò in Europa dove rimase fino al 1924, vivendo in Italia e Germania, e facendo frequenti viaggi a Londra e Parigi. Al suo ritorno, contribuì al rinnovamento estetico proposto dal gruppo di artisti denominatoMartin Fierro (1924-1927). Amico di Jorge Luis Borges, è illustratore di diversi suoi libri.
Di vasta cultura, i suoi interessi lo portarono allo studio dell’astrologia, della Kabbalah, dei I Ching, della filosofia, delle religioni e delle credenze dell’Antico Oriente, dell’India e anche dell’America pre-colombiana fino al mondo della teosofia e antroposofia, tra gli altri rami del sapere. E’ stato creatore del linguaggio pittorico denominato criollismo (rif. QUI).

La Patagonia Rebelde – Film Completo

Da non perdere questo film. E nemmeno… L’omonimo libro di Osvaldo Bayer tradotto in italiano da Alberto Prunetti: http://www.eleuthera.it/scheda_libro.php?idlib=257

Recensione:

http://www.carmillaonline.com/archives/2010/01/003327.html

Con Patagonia Rebelde si intende definire l’ondata di scioperi e insurrezioni che si verificarono nel 1921 in Patagonia (Argentina). L’epicentro di queste manifestazioni fu il territorio di Santa Cruz, nel corso delle quali morirono più di mille lavoratori.

Film di Hector Oliveira, Argentina, su soggetto di Osvaldo Bayer col., 107 mm.

  • La pellicola ricorda il massacro, ad opera delle forze dell’ordine, dei sindacalisti e degli abitanti di Santa Cruz (Argentina). Il film fu censurato per ben due volte, prima che nel 1984 venisse definitivamente tolta la censura.

http://ita.anarchopedia.org/Patagonia_Rebelde_del_1921/1922

American PsychoBolche e il latino-americanismo

Per chi non conoscesse queste video-perle sociologiche e comiche, made in Argentina, sulla contrapposizione hippie – yuppies, fricchettoni – fashion, ribelli – inquadrati, in America Latina (e nel mondo), su come cambiano le persone da rivoluzionarie iscritte a Filosofia e Lettere a dandy proto-speculatori finanziari e, infine, sugli stereotipi del contestatario, studente, giovane, idealista e latinoamericanista vs l’uomo di successo, amante del lusso, col profilo da “liberal conservatore”, cercato da donna snob, bellissime e stupidissime, che non sanno chi sia Che Guevara e ridono della musica di Pablo Milanés e Silvio Rodríguez (noti cantautori cubani…). Imperdibile per gli amanti dell’America Latina. I video sono in spagnolo, ma valgono comunque la pena!

Quino: vignette critiche sull’educazione attuale dei bambini

Vignette critiche del disegnatore argentino Joaquín Salvador Lavado, noto come Quino, creatore di Mafalda, sull’educazione attuale (o meglio, dell’ultimo decennio e oltre…) dei bambini.

Dibujos críticos del argentino Quino, el creador de Mafalda, sobre la educación actual (y también de las últimas décadas…) de los niños.

GAMBE

CERVELLO

CONTATTO UMANO

CULTURA

IDEALI, MORALE, ONESTA’

IL PROSSIMO DA AMARE

DIO

E’ IMPORTANTE CHE FIN DA PICCOLO IMPARI BENE COME VA TUTTO

Il sito ufficiale di Quino QUI

Napoli, barrio latino

[Recensione di Fabrizio Lorusso del libro: Napoli, barrio latino. Migrazioni latinoamericane a Napoli di Maria Rossi, Edizioni Arcoiris, Salerno, 2011, Qui] Anni di ricerca e di studio sul campo si condensano in Napoli, barrio latino, un testo che apre uno scorcio doveroso, ormai urgente, sulla migrazione latinoamericana in Italia e, in particolare, nel napoletano. Sebbene le regioni maggiormente interessate dal fenomeno migratorio, dall’America Latina e dagli altri paesi, restino la Lombardia, il Lazio, il Piemonte, l’Emilia Romagna e il Veneto, anche la Campania, le Marche e la Sicilia mostrano, in termini assoluti e relativi, cioè in percentuale rispetto alla loro popolazione, un’importanza notevole e crescente della popolazione migrante. Questa non assume solo un significato a livello meramente numerico ma anche e soprattutto in termini economici, sociali e culturali. Maria Rossi ci offre una panoramica completa sulla migrazione e sui migranti, intesi come protagonisti dell’alterità e soggetti identitari e culturali in continua evoluzione che si devono destreggiare tra l’etnocentrismo discriminatorio della comunità ricevente e le spinte all’integrazione e all’appartenenza ad essa, oltre che a quella d’origine. La riformulazione costante dell’identità mista e della loro comunità di riferimento passa dal dialogo con la terra d’origine e con il nuovo insediamento, quindi l’Italia, quindi Napoli e il barrio latino.

A partire dai primi anni settanta, precisamente dal 1973, l’Italia ha sperimentato l’inversione dei flussi migratori diventando un paese che comincia a espellere meno persone di quante non ne riceva: tecnicamente si chiama “saldo migratorio positivo”. La portata di questa rivoluzione, che forse a molti oggi appare come un fatto in qualche modo scontato, si sarebbe compresa solo decenni dopo e rappresenta tuttora una “questione” decifrata muovendo da prospettive sghembe e parziali.

In Latino America le tradizionali mete dell’emigrazione italiana come l’Argentina, il Brasile, l’Uruguay e il Venezuela sono diventate espulsori di persone le quali, spesso facilitate dalla vicinanza culturale o dalle origini italiane, tentano il ritorno in Europa via Italia o via Spagna in attesa di una scelta definitiva. D’altro canto non sono questi i flussi che più hanno inciso sull’immigrazione latinoamericana in Italia e in Campania: le comunità più grandi sono, infatti, quelle provenienti dal Perù, dall’Ecuador, dal Brasile, dalla Repubblica Dominicana e dalla Colombia.

Dopo aver definito il quadro teorico e storico dei movimenti migratori e aver definito con precisione i termini della ricerca, quali il gruppo d’indagine e i suoi limiti geografici e temporali, il saggio di Maria Rossi si addentra nel cuore della Napoli delle mille identità. Esplora le interazioni dinamiche tra etnie e nazionalità diverse con l’analisi di tutti gli elementi necessari alla comprensione di quella parte d’umanità che dall’America Latina giunge fino ai nostri quartieri: le strategie d’identificazione, il sistema delle motivazioni, l’ambito della famiglia migrante che evolve al modello transnazionale, il mondo del lavoro con la prevalenza delle donne impiegate e degli “uomini che si arrangiano”, le aspirazioni e il futuro, l’idea del ritorno e il fascino dei progetti di vita nella nuova realtà abitata e vissuta in Italia.

Si aprono anche delle parentesi importanti sulle forme dell’associazionismo latinoamericano a Napoli, sul dislocamento e le forme di vita nei singoli quartieri “latini”, sulla religione e sui fenomeni linguistici. I processi di gerarchizzazione, creazione di status e “italianizzazione” del migrante si legano alla cambiante proporzione e contestualizzazione nell’uso dell’italiano e dello spagnolo (tra i migranti de habla hispana, di lingua materna spagnola) in un gioco dinamico di esclusioni e inclusioni dei membri della comunità più “integrati” rispetto agli altri. E’ più o meno quello che succedeva agli “italiani d’America”. NapoliLibro.JPGTendevano a non usare più la loro lingua materna in pubblico, distorcevano i loro cognomi (o se li vedevano cambiare dalla gente o da qualche burocrate) e, se volevano vantare un buon livello d’integrazione (reale o presunto) nella società locale, dovevano sfoggiare un inglese accettabile, anche di fronte ai propri connazionali. Non importava se questi potevano percepirlo come una forzatura o un atteggiamento un po’ snob. Avrebbero poi compreso perché risultava a volte proficuo nella società d’accoglienza bistrattare l’italiano alla stregua di un dialetto in disuso, un vecchio arnese da dimenticare dinnanzi all’idioma dominante.
Nel barrio latino si raccontano storie, testimonianze di vita e speranza, si raccolgono la fede e le tradizioni, il sincretismo e l’associazionismo vitale dei migranti latini che, come ci racconta una delle voci raccolte e riportate da Maria, “dal punto di vista culturale” non sono tanto diversi. “Il napoletano possiede un po’ della nostra cultura ed è questo che mi spinge a rimanere qui”. Una delle ricchezze del testo è l’aver integrato testimonianze che avvalorano passo a passo l’esperienza e la teoria, il vissuto e la scrittura in esso contenuti. Dagli spaccati di vita in emersione allo stesso linguaggio, con quello spagnolo (o portoghese nel caso dei brasiliani) intercalato nell’italiano che non è la lingua predominante della quotidianità, i racconti degli informanti ci proiettano nel cuore dei problemi.

“Un problema perché acá i documenti…stanno un sacco di ragazzi e ragazze senza documenti che ya son persona che tienen 10, 15 años acá. Hanno perso il documento per motivo che hanno perso il lavoro e la persona che le ha dato il lavoro molte volte le retira il lavoro e il documento non lo fanno più…però son personas che si arrangiano, vendono ropa, fanno pranzi, insomma guadagnano qualcosa. Io suppongo che debieran darle documenti…Perché pagano un affitto e non le possono dare il documento?”.

Un altro elemento d’interesse riguarda il trasferimento delle pratiche religiose del migrante e la sua integrazione nella città di accoglienza che, nel caso delle comunità latinoamericane a Napoli, è favorita dall’associazionismo e dalla relativa compatibilità con le espressioni della religiosità locale. Per esempio il culto al Señor de los milagros, una devozione popolare verso un Cristo particolarmente miracoloso e guaritore molto diffusa in Perù, ha trovato un luogo privilegiato nella Chiesa dei Sette Dolori a Napoli.

La spinta verso l’interculturalità, intesa come fase successiva al multiculturalismo, è una via per l’integrazione e il riconoscimento dei gruppi latinoamericani (e in generale di ogni comunità migrante) e costituisce una delle proposte concrete del saggio. Si auspica il superamento della perniciosa cappa d’indifferenza e frammentazione che, nella maggior parte dei casi, caratterizza la convivenza di etnie e culture diverse, soprattutto in un territorio già carico di criticità e tensioni pregresse. Vincere la paura dell’altro, apprezzare la diversità come patrimonio e non come minaccia, riuscire a “far parte di più culture senza tradire la propria” sono le sfide da raccogliere dentro e fuori dalle ristrette comunità di stranieri, dentro e fuori dai sistemi educativi e dalle istituzioni.

Maria Rossi è dottore di ricerca in Culture dei Paesi di Lingue Iberiche e Iberoamericane e docente a contratto di Letterature Ispanoamericane presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Courtesy of www.carmillaonline.com

Intervista su Haiti, il colera e Bill Clinton per Bucanero Radio Popolare Roma

Ascolta QUI il programma (su Haiti  dal minuto 14):


Il 27 ottobre muore Néstor Kirchner: l’ex Presidente argentino tra i protagonisti della rinascita latinoamericana. Cosa ha rappresentato la sua figura per il nuovo corso politico continentale e cosa può cambiare nel panorama nazionale internazionale? Ce lo racconta Gennaro Carotenuto.

Scarica il programma a questo LINK :

Fonte Audio: http://www.radiopopolareroma.it/node/3610

A 9 mesi dal terribile terremoto di Haiti e dalle tante promesse mediatiche internazionali siamo ancora in piena emergenza ed è sopraggiunta un’epidemia di colera. Ne parliamo con Fabrizio Lorusso (31 ottobre 2010).

Aderisci all’iniziativa per Haiti: www.haitiemergency.org

Argentina. La morte del dittatore Massera

“Ma com’è possibile? Un notaio avrebbe quindi orchestrato tutto quest’imbroglio per prendersi l’eredità del fioraio?”, chiese. Ñanku anticipò Osvaldo: “Non ti devi stupire, casi come questi sono stati frequenti ai tempi del governo militare. Pensa che il dittatore Massera aveva creato una serie di società immobiliarie e finanziarie che gestivano i beni sequestrati ai desaparecidos. Queste società arrivarono a maneggiare beni per oltre 140 milioni di dollari”. “Diavolo!”, esclamò l’italiano. Il mapuche continuò “Prima arrivavano i gruppi d’azione dell’esercito, perquisivano i beni e sequestravano le persone. Poi a casa dei parenti dei sequestrati si presentava un giorno un notaio… minacciava i parenti rimasti, dicendo di andarsene via, sennò qualcuno sarebbe venuto ad ammazzare tutti. Sapevi che su uno dei terreni sequestrati illegalmente dall’ammiraglio Massera è stato costruito un quartiere? Sai che nome ha dato alle strade? Calle Onore, calle Patria, calle Onestà. Bei nomi, per un ladro e un assassino!”

(Da Il fioraio di Perón di Alberto Prunetti).

Riporto qui la mia traduzione di un articolo dello scrittore argentino Osvaldo Bayer sulla morte, avvenuta per infarto in ospedale l’8 novembre scorso, del genocida dittatore Emilio Eduardo Massera (artefice del colpo di stato contro Isabel Martínez in Perón il 24 marzo 1976 e integrante della prima Giunta dei Comandanti con Jorge Rafael Videla e Orlando Ramón Agosti, su cui potete leggere alcune note biografiche e le vicende legate ai processi contro di lui in questo articolo in spagnolo: http://www.pagina12.com.ar/diario/elpais/1-156578-2010-11-09.html. Massera è stato il responsabile del centro di detenzione e tortura che si stabilì per 7 anni nella ESMA, l’ex scuola meccanica delle forze armate argentine, ed è stato condannato all’ergastolo per omicidio, tortura, privazione della libertà e furto ma ha beneficiato dell’indulto concesso dal presidente Menem nel 1990 dopo solo 5 anni di reclusione. Nel resto della sua vita è riuscito a prendersi gioco dello stato e delle vittime allegando problemi di salute e sfuggendo all’incarcerazione per i crimini commessi che via via venivano scoperti e provati.

Osvaldo Bayer. Necrologio dell’ammiraglio genocida

Un personaggio così completo come il morto non lo ritroviamo in tutta la storia argentina. Completo nella sua totale decadenza morale, crudeltà, ambizione fuori da ogni limite. Ammiraglio della Marina Militare della Nazione. Massera, e basta.

Ha tradito, come tanti altri uomini in divisa nella nostra storia dal 1930, il suo giuramento prestato al momento di ricevere il grado di guardiamarina, in cui dichiarava di restare fedele alla Costituzione Nazionale. Ma, chiaro, di fronte a tanti altri esempi, da Uriburu nel ’30, si tratterrebbe quasi solo di un altro delitto argentino. Invece no, la ferocia della sua condotta si può sintetizzare in una sola parola: la ESMA (Scuola Superiore di Meccanica dell’Armata a Buenos Aires, trasformatasi in centro di detenzione e tortura durante la dittatura 1976-1983, n.d.t.). Perché aggiungere altro? Basta vedere la piccolissima cella in cui son state rinchiuse, buttate per terra, per sei mesi le tre prime Madri di Plaza de Mayo. Gettato, in seguito, da un aereo, vive, nel fiume. Ammiraglio Massera, questa fu la sua massima azione di guerra come ammiraglio. Ammiraglio argentino.

La ESMA: una fabbrica del massimo orrore alla Massera. Sì, questa espressione resterà per sempre nella storia: Torturare alla Massera, far sparire alla Massera, rubare bambini alla Massera.

E la sua ambizione, i suoi affari, il suo affanno per apparire, la sua ansia di potere: voleva essere presidente, milionario, possidente, proprietario di tutto quello che aveva davanti. E arrivò ad essere solamente un infame e un corrotto traditore di ogni principio dell’etica, dell’umanesimo, della grandezza. Questo sì, quando entrava in una chiesa era il primo a inginocchiarsi e a farsi il segno della croce. Completo. Dove imparò tutto questo? Dai suoi genitori, alla Scuola Navale, nei corsi ufficiali, nel suo conosciuto fervore cattolico?

Massera. Un vocabolo che resterà per sempre tra i padri della strumento di tortura noto come “picana”, pungolo, elettrico, un’invenzione argentina. Una galleria interminabile che comincia con il commissario Polo Lugones, il colonello Falcón, il tenente colonello Varela… e la lista sarebbe interminabile in questa storia argentina che comincièo con quegli incredibili uomini di Maggio. Li nomino: Belgrano, Moreno, Castelli, Monteagudo. E sorge la domanda disparata: che è successo a noi argentini? Da quel mese di maggio a quel marzo del è ’76 in cui sarebbe iniziata la marcia verso la sparizione del rispetto alla vita. Comincia la “desaparición” chiamata ormai “muerte argentina” nei dizionari di idee afín. Per sempre Videla, Massera, Agosti, Viola, Galtieri, y cento, mille altri, tutti quelli che obbedirono e i loro poliziotti in borghese: Martínez de Hoz e i ministri che hanno giurato su “Dio e la Patria” e i loro ambasciatori, spiani e ruffiani.

Che altro possiamo scrivere su quest’essere che è appena morto: dei suoi negoziati, le sue velleità, le sue febbri, il suo sorriso sempre cinico? Per che cosa? Se basta nominare quanto già abbiamo nominato: la ESMA. Detto tutto. Il tempio dell’infamia più perversa della storia umana. Un sinonimo di Auschwitz. Noi argentini, sì che abbiamo la nostra Auschwitz. E il nostro Himmler. Uno silenzioso, dallo sguardo col retrogusto di disprezzo nei confronti della vita; il nostro, rumoroso, con la risata sonora, che ti dà la pacca da amico sulla spalla, l’abbraccio. Quello, cupo come un corvo senza sottana; il nostro, sempre sorridente, amichevole, un galantuomo con spada nella cintura e il cappello carico di perversioni.

Sì, già lo so, mi direte che mi mancano gli aggettivi. No, mi sobbarca il dolore, pensando agli ultimi minuti di Rodolfo Walsh nella ESMA e a tutti i Rodolfo Walsh e le Azucena Villaflor che sono cadute tra le mani di quel boia sporco e vorace.

Mi si permetta questo scritto in cui cerco di fare un riassunto dei sentimenti che mi provoca questa e quella di tutti i servi che gli ha dato retta e gli hanno detto: “Comandi, mio ammiraglio”. Ci rimarrà per sempre il dolore. Rodolfo, Azucena. In nome di migliaia.

Magari esistesse l’inferno per l’ammiraglio della morte, i negoziati e la corruzione. Se lo merita. Laggiù con Roca, Falcòn, il Polo… e tanti altri. Una galleria argentina. In contrapposizione all’altra galleria argentina. Quella degli Eroi del Popolo, dei Figli del Popolo, come cantava loro la gente umile degli inizi del secolo scorso a cui davano tutto per una vita migliore. Quelli che credevano in un mondo di mani tese contro quelli che sempre hanno voluto la ESMA.

Traduzione di Fabrizio Lorusso http://lamericalatina.net

Originale di Osvaldo Bayer “El almirante que mostrò la hilacha”

http://www.pagina12.com.ar/diario/elpais/1-156579-2010-11-09.html