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Fabbrica dei colpevoli in Messico: libertà per Alberto Patishtán

 AlbertoPatishtan[Qualche tempo fa mi sono occupato della spietata e famigerata "Fabbrica dei colpevoli" messicana con il caso molto mediatico della francese Florence Cassez, condannata a 60 anni di prigione (ne ha scontati 7) in Messico e ora rimandata in Francia dopo una sentenza storica della Corte Suprema che le ha concesso una revisione o "amparo" (una figura giuridica messicana traducibile come "tutela dei diritti/appello") e l'ha liberata per il mancato rispetto del "dovuto proceso" da parte delle autorità. Ora riproduco un articolo di Andrea Spotti da Contropiano.Org su un caso simile, quello del prof. Alberto Patishtàn che è uno dei tantissimi casi, noti e meno noti, che fanno emergere le carenze e gli abusi del sistema di giustizia penale in questo paese. 12 anni d'ingiusta reclusione non sono pochi. Ma questa volta la Corte Suprema ha voltato le spalle alla giustizia.  Alcuni hanno la fortuna di salvarsi, altri no. Magari perché indigeni o perché sono attivisti politici come ha scritto l'attivista e fondatore del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità Javier Sicilia in questa lettera-link. F. L.]

Una figura simbolo delle lotte contadine e dei dei detenuti politici in Messico, arrestato senza mandato di cattura e condannato a 60 anni di carcere. Condannato a scontare una pena di sessant’anni per un delitto che non ha commesso, Alberto Patishtán, maestro rurale di orgine tzotzil aderente alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, rappresenta senz’altro uno dei casi piú emblematici di malagiustizia messicana, nonché una figura-simbolo della lotta dei detenuti politici e delle tante vittime di abusi giudiziari che popolano le carceri del Paese.

Nel corso degli oltre dodici anni di reclusione, un variegato movimento dentro e fuori i confini nazionali si é piú volte mobilitato contro la sua ingiusta detenzione. A partire dallo scorso 20 marzo, in seguito al rifiuto da parte della Suprema Corte di Giustizia della Nazione di invalidare il proccesso pieno di irregolaritá che ha portato alla condanna, familiari e compagni di Patishtán, insieme a decine di organizzazioni sociali e per la difesa dei diritti umani hanno lanciato una campagna nazionale e internazionale per chiederne l’immediata liberazione e per fare pressione sul Primo Tribunale Collegiale di Tuxla Gutierrez, Chiapas, il quale, nelle prossime settimane, deciderá in maniera definitiva la sorte dell’attivista.

L’odissea giudiziaria di Patishtán inizia il 19 giugno del 2000, quando viene arrestato senza mandato di cattura da quattro uomini in borghese nel suo municipio di residenza, El Bosque, a meno di cento chilometri di distanza da San Cristobal de Las Casas. L’accusa é di essere il responsabile morale e materiale della strage di Simojovel che una settimana prima aveva provocato la morte di sette poliziotti federali.

Siamo nel Chiapas (para)militarizzato degli anni immediatamente successivi all’insurrezione zapatista e in diverse localitá i municipi dichiaratisi autonomi si contrappongono alle autoritá ufficiali, spesso al governo grazie a brogli elettorali. In generale, la tensione politica (siamo a poche settimane dalla elezioni) e militare nella regione é alta, ed anche ad El Bosque é in corso un conflitto tra buona parte della popolazione locale e il sindacoManuel Gómez Ruiz, priista accusato di corruzione, nepotismo e di abuso di potere.

Come succede spesso ai maestri rurali – in molte occasioni veri e propri intellettuali organici delle loro comunitá -, Patishtán diventa il portavoce della protesta. Il movimento, che chiede con azioni pacifiche e attraverso vie legali la destituzione del sindaco, preoccupa il governo, il quale, timoroso che la situazione possa provocare nuove sollevazioni popolari, invia elementi della polizia federale sul posto. Durante uno dei pattugliamenti della zona, nei pressi del villaggio di Las Limas, avviene il violento assalto, effettuato da una decina di uomini a volto coperto armati di AK-47 e di R-15.

Nei giorni successivi all’imboscata, il governo statale e quello federale puntano il dito contro l’Ezln, sospettato di volersi vendicare del massacro di Unión Progreso in cui, due anni prima, erano stati uccisi otto zapatisti; e contro l’Epr (Esercito Popolare Rivoluzionario), il quale peró non é mai stato presente nella zona. Da parte sua, la Comandancia zapatista, attraverso le parole del Subcomandante Marcos, indica nei gruppi paramilitari legati al Pri i probabili colpevoli, e denuncia la strumentalizzazione della strage da parte di governo e mass media, i quali la usano con l’obbiettivo di intensificare la militarizzazione della zona.

A una settimana di distanza dai fatti, l’arresto di Patishtán provoca la risposta della comunitá di El Bosque, che arriverá ad occupare il municipio per protestare contro la sua detenzione. In seguito, vengono accusati dell’imboscata anche due indigeni basi d’appoggio dell’Ezln, uno dei quali, Salvador López González, sará arrestato. Oltre a fornire un capro espiatorio all’opinione pubblica, le detenzioni servono ad eliminare degli oppositori politici; cosa assai comune in Messico, soprattutto in provincia, dove chi fa opposizione alle autoritá locali puó rischiare di finire in carcere con condanne per reati comuni.

Fondamentali per la condanna di Patishtán, che arriva nel giugno del 2003, sono le dichiarazioni di uno dei due sopravvissuti, l’autista Rosenberg Gómez, figlio del sindaco di El Bosque, che sostiene di aver riconosciuto il maestro rurale mentre impugnava un Ak-47 durante l’assalto. Questa versione, tuttavia, non coincide con quella resa dall’altro sopravvissuto, l’agente federale, il quale dichiara che gli aggressori indossavano il passamontagna. Le affermazioni del figlio del sindaco, inoltre, si contraddicono e cambiano nel corso del tempo, tanto che, sulla base delle stesse, López González verrá assolto. Con queste tutt’altro che granitiche prove, al contrario, l’aderente alla Sexta viene condannato, senza che vengano prese in considerazione le molte testimonianze che davano Patishtán lontano dal luogo dei fatti nel momento dell’imboscata.

Le violazioni al giusto processo e ai diritti della difesa, come sostiene l’attuale avvocato Leonel Rivero, sono molteplici, si va dalla detenzione illegale in un hotel di Tuxtla, alla mancanza di un avvocato durante gli interrogatori e di una difesa adueguata durante il processo, passando per l’uso di prove illegali e il tentativo da parte del sindaco di influenzare le indagini inviando foto di Patishtán agli investigatori. Insomma, ce n’é abbastanza da mettere in discussione l’intero castello accusatorio, fondato solamente sulle ricostruzioni farraginose e non confermate del Gomez.

Durante la prigionia nelle carceri del sud-est messicano, Patishtán diventa un punto di riferimento per i detenuti. Come maestro bilingue si rende utile insegnando a leggere e a scrivere agli analfebeti e fungendo da traduttore per i reclusi di origine indigena che in questo modo possono conoscere la loro condizione giuridica e, dunque, difendersi. In questo processo, il Profe, come viene soprannominato, si lega ai detenuti zapatisti e partecipa alle mobilitazioni per il miglioramento delle condizioni carcerarie, diventando uno dei portavoce dei prigionieri in lotta.

Nel 2006, recluso nel carcere di El Amate, entra a far parte de La Otra Campaña lanciata dall’Ezln e fonda, insieme agli altri detenuti aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, il collettivo La Voz del Amate, che nel corso degli anni riuscirá a connettere le lotte nelle prigioni chiapaneche con la mobilitazione delle realtá politiche e sociali che, da fuori spingono per la liberazione dei detenuti. D’altra parte vengono intensificate le iniziative di protesta da parte dei reclusi che praticano, fra le altre cose, digiuni, scioperi della fame, presidi e cortei interni e, nel giro di qualche anno, riescono ad ottenere la liberazione di ben 137 prigionieri.

Quasi tutti, insomma, tranne Patishtán, che, nell’ottobre del 2011 viene invece punito con il trasferimento nel carcere di massima sicurezza di Sonora, a quasi duemila chilometri di distanza dal Chiapas. Quí, vive in condizioni di torutra permanente che il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas documenta e denuncia costantemente. Un anno dopo, in seguito all’ondata di protesta scatenatasi, torna in Chiapas dove viene operato per un tumore all’ipofisi che rischia di compromettergli la vista a causa della nulla attenzione medica ricevuta.

Dopo la delusione prodotta dalla sentenza della Suprema Corte, l’ultima parola, almeno dal punto di vista giudiziario, sulla libertá del maestro indigeno é nelle mani del Tribunale Collegiale di Tuxla Gutierrez che deciderá entro il mese se invalidare o meno il processo. Da questo punto di vista le azioni promosse dalla campagna “Lottando per la #LibertadPatishtan, festeggiamo il suo compleanno” sono assai importanti, infatti, come dimostrato in altre occasioni (Atenco docet) la pressione politica e sociale puó produrre risultati significativi.
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La campagna, che finirá il prossimo 19 aprile, giorno del compleanno di Patishtán, invita uomini e donne solidali con la sua causa ad inviare lettere al Tribunale Collegiale con l’obbiettivo di raggiungere quota 4686, cioé una lettera per ogni giorno che Patishtán ha trascorso in galera. Altre azioni solidali, si possono compiere sui social network, mettendo la foto del maestro sul proprio profilo di facebook (quí le immagini) e retwtittando #LibertadPatishtan ogni venerdí, per tutta la durata della campagna.

Fino al 15 aprile, é possibile anche inviare messaggi all’indirizzo
presoschiapas@gmail.com

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per celebrare i 42 anni del Profe. Lo stesso Patishtán, inoltre, dal carcere numero cinque in cui si trova attualmente rinchiuso, ha convocato a “una nuova tappa di mobilitazioni” davanti ad ambasciate e consolati messicani nel mondo, mettendo in evidenza l’impotanza della solidarietá dei movimenti globali.Per il giorno di chiusura, infine, si invitano i movimenti a portare avanti “azioni di mobilitazione pacifica, in forma simultanea a livello nazionale e internazionale” per chiedere la sua liberazione.

In attesa della sentenza, il maestro non perde la speranza e, insieme ai suoi compagni, continua a mobilitarsi all’interno del penitenziario. Fuori dalle mura, intanto, la campagna #LibertadPatishtan cresce, guadagnando spazio nei media e raccogliendo adesioni in diverse parti del mondo. Sebbene sia difficile prevedere quale sará la decisione dei giudici, possiamo dire che, vada come vada, la battaglia esemplare di Patishtán e degli altri detenuti chiapanechi per riconquistare la loro libertá andrá comunque avanti, perché, per cosí dire, dove non si arriva con il diritto si puó giungere con la lotta.
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Polizia ancora contro Aldro

Aldro

Provocazioni. Poliziotti in piazza a manifestare. Una madre di fronte a loro con coraggio, e con la foto del figlio diciottenne massacrato, steso all’obitorio, insanguinato.

Siamo a Ferrara, fuori dal Comune non c’è pace. Ma c’è un paese civile (?). Poi arriva un sindaco che cerca di fare da paciere e parla di provocazioni da parte dei manifestanti-poliziotti. Perché? Il COISP, sindacato di polizia, scende in piazza proprio sotto l’ufficio in cui lavora Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, il giovane ucciso  da 4 poliziotti a Bologna la notte del 25 settembre 2005. Fondamentalmente il gruppo protesta perché alcuni colleghi sono stati condannati dopo aver picchiato e soffocato il ragazzo.

Perché insultare anche la memoria? Perché ancora, anche dopo aver ricevuto una sentenza tutto sommato lieve? Il sindaco Tagliani, per evitare problemi, chiede di spostarsi di qualche metro ai manifestanti che erano comunque stati autorizzati a realizzare quella protesta. Maccari del COISP si oppone e poi l’europarlamentare PDL (FLI) Potito Salatto dice al Sindaco che è un maleducato dopo che questo gli ha ribadito che la protesta è una provocazione bella e buona.

I poliziotti si trovavano lì per un congresso indetto contro la carcerazione dei loro 4 colleghi, condannati per omicidio colposo in seguito alla conferma della sentenza definitiva. La condanna è stata di 3 anni e mezzo, ma grazie all’indulto hanno preso sei mesi.

Una provocazione? Perché a volte la polizia si dedica a depistare indagini, come è risultato da altre condanne su questo caso? Quelli del COISP (alcuni membri del sindacato) sono gli stessi che tre anni fa, in Veneto, sostennero e aiutarono a stilare la lista degli scrittori da “mettere al rogo” (vedi breve documentario sul caso Rogo di Libri) di cui si servirono alcuni funzionari locali per farsi pubblicità come “buoni censori” e magari mettersi in mostra con i capi di PDL e Lega Nord che da Roma li guardavano. Un altro atto che non saprei come definire, anzi sì. Autoritario? Repressivo? Fascista?

Sono germi di una cultura durissima a morire, mai spenta, che si rinnova nelle menti, nelle azioni, nella pubblica amministrazione e nei gangli vitali dei paesi stanchi. Una cultura che si rafforza in rigurgiti corporativisti e incivili. Abbiamo assistito tutti alle beffe “Diaz” e  ”G8 di Genova”. La storia continua, ma fa vari passi indietro in certi angoli sfortunati del mondo. Immagino e sento la beffa, il dolore di Patrizia, in piazza da sola con la foto e il ricordo del figlio. Da lontano provo a stare con lei.

Il commento di estense.com (vedi anche link all’articolo di cronaca e ai video): Non ci sono parole. Non ci sono parole perché, nel corso di quella che era presentata come una manifestazione pacifica di un sindacato di polizia, un sindaco si è sentito dire di andarsene dalla sua piazza e una madre è stata costretta a mostrare la foto del figlio morto per colpa di coloro in solidarietà ai quali era stata indetta una manifestazione. 

Ecco il comunicato di Comitato “verità e giustizia per Aldro”Bologna.

Stamattina c’è stata l’ennesima e ancora più grave provocazione contro la mamma di Federico.

Un manipolo di poliziotti facenti capo al Coisp hanno svolto una manifestazione in difesa dei quattroresponsabili della morte di Aldro e per questo condannati a espiare il residuo di pena (sei mesi) in carcere.La cosa è ancora più grave di quanto si possa immaginare, perché la manifestazione si è svolta sotto le finestre dell’ufficio comunale dove, come tutti sanno, Patrizia Moretti lavora.

Le intimidazioni che le varie iniziative svolte da questo sindacatucolo di polizia hanno assunto un chiaro intento provocatorio, nella città di Ferrara e nella dignità di ogni persona sensibile a quanto accaduto, l’uccisione di Federico Aldrovandi, ed hanno raggiunto un livello di guardia che deve immediatamente cessare. Ancor più se l’oggetto di tali intimidazioni sono Patrizia, Lino e Stefano Aldrovandi.

E’ nostra ferma intenzione organizzare al più presto, una forte e risoluta risposta  a questa sbirraglia, incapace di accettare o semplicemente capire che la blanda condanna inflitta ai quattro agenti responsabili della morte di Federico è poca cosa e se sentenza c’è stata loro devono essere i primi a rispettarla.

Infine permettetemi solo una piccola nota da Wikipedia da rileggere. Il caso Aldrovandi è la vicenda giudiziaria e di cronaca che ruota intorno all’assassinio dello studente ferrarese diciottenne Federico Aldrovandi. Il 6 luglio 2009 quattro poliziotti vengono condannati in primo grado a 3 anni e 6 mesi di reclusione, per “eccesso colposo in omicidio colposo“. Il 21 giugno 2012, dopo l’iter giudiziario, la corte di cassazione ha confermato la condanna.

Mi son bloccato qua: Eccesso colposo in omicidio colposo.

@FabrizioLorusso

La fabbrica dei colpevoli

Fabrizio Lorusso – VicoloCannery.It – In Messico ci sono fabbriche e aziende di ogni tipo: la Cervecera Modelo produce la birra globale Corona e le sue sorelle: Montejo, Pacifico, Vicoria. La Cemex è leader mondiale del cemento, Pemex è la grande e farraginosa compagnia petrolifera nazionale, si assemblano auto di tutte le marche e il settore calzaturiero è fiorente. Ma in questo articolo non volevo parlare di economia quanto di giustizia, legge, polizia, abusi, politica e diritti umani. Volevo farlo spiegando che cos’è la speciale, e tristemente nota in terra azteca, “fabbrica dei colpevoli”: un termine che pochi conoscono e che, la prima volta che l’ho sentito, mi ha ricordato immediatamente la “macchina del fango” di cui parlava Saviano, e non solo lui, riguardo alla realtà italiana dei media e della politica che nel fango ci sguazzano.

Il termine fa il suo effetto, è immediato, rapido come la fabbrica messicana dei capri espiatori, la produzione in serie di rei, confessi e non, torturati e non, che possano in qualche modo tappare le enormi falle, copiose e sanguigne come i 60mila morti della “guerra al narcotraffico”, di un sistema che solo riesce a perseguire e condannare il 2% o poco più dei responsabili di delitti. L’impunità al 98% significa che quei pochi che prendi li devi far vedere, li devi esporre al pubblico ludibrio come fossero fiere in gabbia, devi calpestare la presunzione d’innocenza per trasformarli in trofei, tanto più spiattellati sui mass media quanto più l’inettitudine, statisticamente imbarazzante, dimostrata dallo Stato si fa abitudine, routine preoccupante. Pochi ma famosi, potremmo dire (storia della narcoguerra: link)

E se tanto noti non erano prima della cattura, i delinquenti (presunti?) lo diventeranno presto grazie alle TV. Internet conta ancora poco, meno che in Italia, quindi radio e tubi catodici la fanno ancora da padroni. Per esempio i candidati alla presidenza del paese nelle prossime elezioni dell’1 luglio a stento comprendono le potenzialità e gli usi concreti dei social network: Obama sta a pochi chilometri verso Nord, ma la frontiera è sufficiente per bloccare la cultura della rete, c’è un digital divide che corre lungo il Rio Bravo. Anche il Governo è succube del duopolio televisivo privato, Tv Azteca+TeleVisa, che contribuì a creare negli anni delle privatizzazioni fatte a tutti i costi, salvo poi vendicarsi periodicamente coi gruppi editoriali più critici.

Il 95% dei processi messicani finisce con una sentenza di condanna. In pratica, quei pochi che riescono a prendere, non hanno quasi scampo. La polizia è così efficace, solamente ed esattamente con quei pochi? Ci sono molti, troppi dubbi al riguardo. E qualche certezza anche. 112 milioni di abitanti e 235mila detenuti (in Italia sono circa 60mila per 60 milioni di cittadini), quasi il 60% di loro resta in attesa di giudizio per anni, son tutti vestiti di beige, mentre gli altri diventano blu (blu jeans, blu shirt, blu tutto) non appena il giudice, che non vedranno mai in faccia durante il processo, li condanna.

Povera, indigena, donna, dei quartieri slum o di un paesino sperduto in provincia, magari moglie di qualche personaggio in vista, sia egli ladruncolo o attivista militante, commerciante oppure oppositore politico di qualche cacicco locale. Basta essere la sua donna, spesso, per finire dentro al posto suo o con lui, sempre che il soggetto non venga fatto sparire prima o non sia vittima di un’ipotetica sparatoria. Basta essere indigena e vivere in terre colpite dalla fame e dai conflitti per la poca terra disponibile. Basta essere neutrali, magari, né zapatisti né di qualche partito politico nel profondo Chiapas o nell’orgogliosa Oaxaca, per essere sospettati.

Infine basta alzare la voce senza averne titolo, nell’opinione del potente di turno, per avere tutta la forza dello stato e della legge civettuola contro di te. Di cosa sto farneticando? Della fabbrica dei colpevoli, una delle industrie messicane più spietate e necessarie al sistema che vi siano. Un livello minimo di produzione di questo famigerato “bene pubblico” va sempre mantenuta, non importa se a piede libero ci restano i criminali veri e le vittime continuano a sprofondare nel senso di pericolo e nell’incertezza. Importanti sono i numeri, le cifre, le catture. Perché ne parlo? Per le ingiustizie, per la paura che l’aleatorietà latino americana e messicana, caraibica e autoritaria si scagli un giorno contro i miei, contro i nostri, contro qualcuno, anzi contro chiunque, come già succede da secoli e come personalmente vedo da anni. E ancora da anni ne sento parlare, in carcere, fuori, per strada, sui giornali, nei libri, al bar, al cinema, in città e in campagna ed è ora di riparlarne, qui e all’estero.

Ci hanno pensato due giornalisti francesi, Anne Vigna e Alain Devaldo, a pubblicare nel 2010 il saggio Fábrica de culpables. Florence Cassez y otros casos de la (in)justicia mexicana (versione  in spagnolo, Ed. Grijalbo, del libro in francese Peines mexicaines. Florence Cassez, Jacinta, Ignacio et les autres (di First Document Ed., 2009): fabbrica di colpevoli, il caso di Florence Cassez e quelli di tante altre ingiustizie messicane.

Da quel libro e da altri articoli, documentari e reportage di denuncia di coraggiosi ricercatori e giornalisti messicani traggo qualche esempio per farmi capire meglio. In breve. I casi, cioè le persone vittime d’ingiustizia, sono tantissimi, ma pochi riescono ad arrivare, per i più svariati motivi, a una “ribalta mediatica” che li rende emblematici e in alcuni casi costituisce un’ancora di salvezza per non finire nel dimenticatoio della giustizia e sperare di rivedere la luce del mondo esterno. Magari grazie a un buon reportage, alla stampa che prima crea il mostro poi lo vuole libero. Magari grazie a qualche deputato influente, a un politico, a un’amnistia – come successe con lo scrittore Massimo Carlotto in Italia dopo oltre un decennio di deliri e contraddizioni – a un giudice accondiscendente oppure, perché no, alla Suprema Corte che funge spesso da giudice d’ultima istanza e correttore di certe storture comprovate.

JACINTA. Jacinta è un’indigena dell’etnia Otomì, abitante della comunità di Santiago Mexquititlán, 200 km a nord di Texcoco, località ubicata a oriente della capitale nei pressi dell’aeroporto. Oggi ha 50 anni, parla e capisce poco lo spagnolo ed è stata arrestata nel 2006 per aver rapito sei agenti della FBI messicana (!), la AFI, che erano armati fino ai denti e in servizio. Un caso surreale ma vero. Jacinta venne identificata dentro una fotografia scattata da un giornalista durante una convulsa giornata di zuffe e litigi tra la polizia e un gruppo di commercianti del mercato. Come ripicca per i diritti rivendicati e ottenuti dai commercianti in quella giornata, il 26 marzo 2006, la fabbrica dei colpevoli si mise in moto condannando lei e due concittadine a 21 anni di prigione. La pressione di stampa e organizzazioni per la difesa dei diritti umani, come il Centro Miguel Agustín Pro Juárez, è servita a farla rimettere in libertà il 16 settembre 2009, senza risarcimenti né scuse ufficiali. Restano in prigione, però, le sue due “complici”, altre due donne del paese, Alberta e Teresa, presenti anche loro per puro caso nella foto del giornalista insieme a Jacinta, accusate e condannate per sequestro di persona ai danni degli agenti.

ROSA. Un caso analogo è quello della trentatreenne Rosa, un’indigena di lingua tzotzil del Chiapas, stato del sud del Messico al confine col Guatemala, la quale è stata condannata per un reato commesso dal marito a 27 anni di reclusione. Ne ha parlato Luisa Betti sul Manifesto, “Rosa López Díaz è una detenuta messicana che vive nel carcere San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, con il suo secondo bambino, Leonardo di due anni, dopo aver perso il suo primo figlio, Natanael, nato malato per le torture subite” e, commenta la giornalista, “Rosa è l’emblema di tutte le ingiustizie discriminatorie che un essere umano può subire: è donna, indigena, povera, detenuta e quindi senza diritti ma è anche madre, e per questo più esposta perché ricattabile attraverso il figlio”.

IGNACIO e ATENCO. Ignacio Del Valle è un attivista sociale importante, un esponente in vista del movimento dei macheteros del Frente Popular para la Defensa de la Tierra (FPDT- http://atencofpdt.blogspot.com/) che nel 2002 riuscì a bloccare la costruzione di un nuovo aeroporto a Texcoco, a est di Città del Messico, promossa dal governo del conservatore Vicente Fox. Da allora il movimento è diventato un punto di riferimento per le comunità locali e nel maggio 2006 è rientrato nelle cronache per le repressioni violente che ha subito e in cui è stata coinvolta la popolazione di Atenco, una cittadina situata a pochi chilometri dalla capitale vicino a Texcoco. Le vicende di Atenco sono piuttosto complesse e si tratta delle peggiori repressioni della polizia viste in Messico almeno negli ultimi dieci anni, insieme a quella di Oaxaca, sempre nel 2006. Solo per citare le nefandezze più note: violenze sessuali, espulsioni arbitrarie di stranieri dal paese, pestaggi, assassinii della polizia (2 giovani uccisi tra i manifestanti), fabbricazione di accuse, torture in carcere e durante la cattura, centinaia di feriti, violazione di centinai di domicili e abitazioni private, insomma una carneficina condotta da forze militarizzate contro cittadini che rivendicavano il diritto di poter vendere i loro prodotti nel mercato dei fiori. Sproporzionata la reazione governativa così come le pene inflitte, basate su prove inventate, ad alcuni membri del Frente come Ignacio e altri 11 che sono rimasti in prigione per oltre 4 anni e sono stati liberati nel 2010 grazie a una sentenza della Corte Suprema e solo in seguito alle enormi pressioni internazionali e nazionali (11 Premi Nobel per la Pace si schierarono dalla parte della gente di Atenco).

FLORENCE. Florence Cassez, nonostante sia di nazionalità francese e negli ultimi anni sia diventata un vero e proprio caso diplomatico, quasi una merce di scambio tra i presidenti di Francia e Messico, Sarkozy e Calderón, è semplicemente un esempio in più della fabbrica che stiamo descrivendo, è rappresentativa della (in)giustizia messicana. Si sono costruite tante false verità, si sono alzati i nazionalismi dei “galli” contro gli “aztechi” e la verità è passata decisamente in secondo piano. La situazione è complessa e va avanti dalla fine del 2005, ma ormai c’è la certezza che il processo, le “prove”, i montaggi televisivi che hanno segnato la vicenda, la condanna in primo grado e quella definitiva del 2009 siano state viziate profondamente in tutte le loro fasi, le testimonianze sono poco attendibili e non esistono prove concrete, non manipolabili, che possano confermare la colpevolezza di Florence (per un’esposizione completa del caso rimando a: Link prima parte  – Link seconda parte). Intanto, la francese resta nel reclusorio femminile di Tepepan in attesa di una sentenza della Corte Suprema messicana che potrebbe ribaltare quelle dei tribunali ordinari.

Infine, il caso PRESUNTO COLPEVOLE. “In Messico non basta essere innocenti per essere liberi”. Accusato d’omicidio senza alcuna prova, Antonio (Toño) è stato condannato a vent’anni di prigione che comincia a scontare nel reclusorio oriente di Città del Messico. Due giovani avvocati, dottorandi in legge negli Usa, decidono di riaprire il caso ed è così che comincia una lotta eroica per la libertà che non ha precedenti in Messico. E’ la trama di un film, però un film girato dentro la prigione, come un reality, e l’anno scorso il documentario ha scatenato grandi polemiche sulla giustizia in Messico. Alla Facoltà di Giurisprudenza della Unam (Universidad Nacional Autonoma de Mexico), l’ateneo più grande del mondo, tutti conoscono la freddura che ribadisce che in Messico “un bicchier d’acqua e un ordine d’incarcerazione non si negano mai a nessuno”, alludendo alla celebre ospitalità del popolo messicano ma anche alla facilità con cui si può finire in galera a tempo indeterminato.

La pellicola mostra la presenza di avvocati con tesserini falsi per l’esercizio della professione e lo scandalo di un giudizio completamente viziato all’origine che viene rifatto e riassegnato allo stesso giudice che l’aveva iniziato. Il film è molto attento a riprendere le scene dei processi lasciando che lo spettatore si faccia un’opinione basata su fatti rilevanti e comunque dimostrabili con la relativa documentazione. Tutto è registrato con una videocamera mentre succede. Ciononostante non si riescono a immortalare proprio tutti gli abusi che normalmente vengono commessi al momento della cattura e dell’interrogatorio dei sospettati e dei testimoni e nemmeno gli atti di corruzione che quotidianamente vengono commessi. Risultato: in carcere finiscono quasi sempre solo i più poveri. L’impatto nella società messicana è stato dirompente con 500mila biglietti venduti in un mese e il documentario è stato lanciato e promosso nelle sale dal gigante della distribuzione cinematografica Cinepolis riaprendo il dibattito sul sistema di giustizia messicano e la fabbrica dei colpevoli.

Lo strano caso di Florence Cassez e la giustizia messicana (2/2)

FRANCESANOTA.jpgQuesta è la seconda parte della cronologia-reportage sulla francese Florence Cassez, reclusa in un penitenziario messicano dal dicembre 2005. Leggi la prima parte della storia a questo link. Eravamo rimasti alla sentenza di condanna in primo grado… La messa in scena della cattura di Florence e Israel in TV, eseguita dai poliziotti della FBI messicana, la AFI, e rivelata da Florence di fronte a milioni di telespettatori tre mesi dopo, non ha scalfito le tesi dell’accusa né evitato una sentenza di condanna in primo grado (96 anni di prigione) che si basa fondamentalmente sulle dichiarazioni dei tre testimoni, non essendoci altre prove contundenti. Le irregolarità nella cattura e le incoerenze sono passate in secondo piano, mentre sembra essersi consumata la vendetta del capo della polizia García Luna, umiliato in TV da Florence. Nessun altro membro della banda viene sentenziato in questa fase. Il sospetto aleggia: come mai tanti cambiamenti nelle dichiarazioni e l’assenza di altre prove? Erano sotto shock al momento delle prime dichiarazioni e poi alcuni mesi dopo si sono ripresi oppure hanno subito una manipolazione da parte di autorità restie ad accettare i propri errori? La legge dice che le dichiarazione rese nei primi interrogatori valgono di più rispetto alle rettifiche successive, ma cosi’ non è stato a quanto pare. Gli ostaggi hanno vissuto un calvario, ma pare che Florence non abbia molto a che vedere con la loro vicenda. Sono, come ha detto la francese, i testimoni “due volte vittime”, prima della banda di rapitori, quella vera, e poi anche del potere che ne manipola i destini? In caso di errore, o peggio ancora, di mala fede, in che modo sarebbe possibile fermare la fabbrica dei colpevoli? [Scarica l'articolo intero in .pdf qui]

6 febbraio 2009. Il Presidente Felipe Calderón propone il ricorso alla Convenzione di Strasburgo offrendo (e creando una legittima aspettativa a livello diplomatico nella controparte francese), in un primo momento, una risoluzione alternativa, meno mediatica e propagandistica, che possa soddisfare Francia e Messico. In una lettera al suo collega francese sostiene che “in caso di condanna, si potrà esplorare l’applicabilità della Convenzione sul Trasferimento delle Persone Condannate del 21 marzo 1983” che hanno firmato sia il Messico che la Francia.

9 marzo 2009. In appello la condanna viene confermata e la pena ridotta a 60 anni di carcere senza possibilità di riduzioni visti i capi d’imputazione: sequestro di persona e delinquenza organizzata; è eliminata la condanna per porto d’armi e per il rapimento di Raúl, il marito di Cristina che era stato trattenuto solamente poche ore per permettergli di cercare i soldi del riscatto.

Le strade possibili, oltre alla via diplomatica aperta da Calderón che non decollerà, sono poche ma percorribili: c’è il ricorso alla Suprema Corte messicana per questioni costituzionali (mancato rispetto del “giusto processo”), la Corte Internazionale di Giustizia e, come opzione immediata, il cosiddetto “juicio de amparo”. Infatti, viene inoltrata una richiesta per un ulteriore appello, che in Messico è conosciuto come giudizio di “amparo” (=protezione, tutela dei diritti), cioè l’apertura di un nuovo processo di revisione contro una precedente sentenza.

6-9 marzo 2009. Visita ufficiale del Presidente francese Nicolas Sarkozy in Messico e in agenda c’è il caso Cassez. Nonostante le promesse fatte dal Messico a livello diplomatico, la sentenza arriva proprio durante la visita del presidente in terra azteca e questi reagisce perorando la causa di Florence di fronte al parlamento messicano.

10 marzo 2009. Prima sessione della Commissione Binazionale formata da funzionari di Francia e Messico per analizzare la possibilità di estradizione di Florence Cassez affinché sconti la pena nel suo paese: il governo messicano vuole impedire che, in caso venga rimpatriata, sia liberata dalle autorità giudiziarie francesi. I lavori della commissione si concluderanno con un nulla di fatto.

7 maggio 2009. Dichiarazioni del presunto sequestratore della banda Los Zodiaco, David Orozco, alias El Geminis, che compromettono ancor di più la situazione di Florence, accusata da Orozco di essere a capo del gruppo insieme al suo ex, Vallarta, e di aver pianificato e compiuto vari rapimenti in cui si prendeva anche cura direttamente dagli ostaggi. Clamorosamente Orozco ritratterà sostenendo che quelle dichiarazioni gli erano state estorte dalla polizia con la tortura (documento link).
Arresto del fratello di Israel Vallarta, René, e di due suoi nipoti.

Inizio giugno 2009. Florence rilascia un’intervista alla nota giornalista messicana Denise Maerker e viene trasferita poco dopo dal reclusorio femminile di Tepepan, probabilmente quello con le migliori condizioni nel paese, al penitenziario di Santa Martha da cui era già passata per un periodo nel 2006. La misura è evidentemente punitiva e viene revocata dopo le proteste del governo francese.

22 giugno 2009. Il Presidente Calderón esprime il suo rifiuto all’ipotesi di rimpatriazione della Cassez che “dovrà scontare la pena in Messico”. Le riserve e le interpretazioni della Francia alla Convenzione di Strasburgo impediscono il trasferimento di Cassez, secondo il governo messicano, viste le scarse garanzie giuridiche che Florence sconti totalmente la pena nel suo paese. In febbraio è stata creata un’aspettativa a livello diplomatico ma poi con l’arrivo dell’estate si adduce una incompatibilità tra i sistemi legata a un cambiamento drastico della posizione del Presidente Calderón: una cosa che potrebbe assomigliare a un inganno con fini elettorali per spingere il suo partito, il PAN, che è in calo nei sondaggi per le votazioni del parlamento “mid-term”. E infatti vince il PRI, il PAN è penalizzato pesantemente e l’immagine della giustizia messicana risulta pregiudicata internazionalmente.

8 dicembre 2009. Il comitato per “Florence libera” organizza una manifestazione di fronte all’Ambasciata del Messico a Parigi per ricordare i 4 anni di prigionia della loro connazionale che s’è sempre dichiarata innocente.

4 febbraio 2010. Il Governo messicano ribadisce che il caso è chiuso e, in base alle prove presentate, Cassez è colpevole dei gravi delitti che le vengono imputati per cui non sarà consegnata alla Francia.
Florence pubblica un libro “A la sombre de ma vie” in cui espone i dettagli del suo caso e si dice pronta a richiedere un nuovo processo in base agli elementi di cui dispone.
Florenceannedumexique.JPG18 maggio 2010. Nicolas Sarkozy, insiste nel chiedere al suo omologo messicano che la cittadina francese venga consegnata e possa continuare l’espiazione della pena in una prigione francese. La questione della sovranità in Messico e il nazionalismo francese, da una parte, contro quello messicano, dall’altra, non giovano alle relazioni bilaterali e ancor meno alla causa di Florence Cassez, ormai coinvolta in un gioco che è un’arma a doppio taglio: popolarità e appoggi importanti rischiano di compromettere la serenità delle decisioni giudiziarie e polarizzano le opinioni dei due popoli “contrapposti”. D’altro canto le vie legali non hanno portato a cambiamenti sostanziali, sono state a senso unico e ormai le speranze e le strade percorribili si riducono, quindi si gioca con forza la carta della diplomazia e dell’opinione pubblica.

9 febbraio 2011. Alcune organizzazioni civili vicine a posizioni governative come Alto al Secuestro (Stop ai rapimenti), di Isabel Miranda Wallace, México SOS, dell’imprenditore Alejandro Martí e Causa Común, di María Elena Morera, e la Asociación Nacional de Consejos de Participación Civil (Ass. Naz. Dei Consigli di Partecipazione Civile), di Marcos Fastlicht, esigono al Potere Giudiziario di non “non cedere” alle pressioni della Francia su Florence Cassez.

Particolarmente attivo e controverso è il ruolo della Signora Wallace che è legata al PAN e al Presidente Calderón il quale, grazie alla rilevanza mediatica e all’attivismo di questo personaggio, conduce una campagna “di pulizia” della sua immagine, fortemente compromessa da una disastrosa guerra al narcotraffico e dall’aumento dell’insicurezza. La pietra angolare dell’operazione è la cooptazione dei movimenti sociali affini che non questionano la strategia repressiva e la politica di sicurezza del Governo offrendogli legittimità e consensi: l’alleanza s’è consolidata tanto che ora la Sig.ra Wallace è la candidata ufficiale del PAN per diventare sindachessa di Città del Messico e sottrarre la città, che è un enorme bacino elettorale da 20 milioni di abitanti, al controllo delle sinistre agglomerate intorno al PRD e al sindaco Marcelo Ebrard.

10 febbraio 2011. Il settimo Tribunale Collegiale per i processi penali boccia il ricorso all’ultima possibilità di appello costituita dal “juicio de amparo”. Il deputato francese, Thierry Lazaro, in trincea da anni in favore di Florence, denuncia una “giustizia corrotta al servizio del potere” e insieme alla famiglia Cassez chiede l’annullamento delle cerimonie previste per l’Anno del Messico in Francia, un festival culturale di 10 mesi dal febbraio 2011.

14 febbraio 2011. Sarkozy riceve la famiglia Cassez e dichiara che esiste “una differenza tra il popolo messicano, profondamente amico della Francia, e l’attitudine di alcuni suoi dirigenti” e che “non lasceremo quella ragazza in prigione per altri 60 anni e spero che la ragione trionferà”. L’evento culturale franco-messicano non viene cancellato anche se, come annuncia Sarkozy, sarà dedicato a Florence Cassez. Per il Messico è un affronto e l’ambasciatore a Parigi, Carlos de Icaza, paventa la sospensione dell’evento e una crisi diplomatica.

15 febbraio 2011. Sarkozy invita a “mantenere il sangue freddo” e il Messico accetta di partecipare al festival a condizione che non vi siano riferimenti al caso giudiziario di Florence. Però si moltiplicano le manifestazioni di solidarietà per la francese e continuano gli eventi a lei dedicati, quindi all’inizio di marzo viene cancellato l’Anno del Messico in Francia per mancanza delle condizioni indispensabili, sostiene il Ministero degli Esteri messicano (link).

Marzo 2011. La Suprema Corte della Nazione messicana, presieduta da Juan Silva Meza, s’è dichiarata competente e ha accettato di analizzare eventuali vizi di costituzionalità relativi al processo Cassez, in particolare riguardo al principio del giusto processo e al “juicio de amparo” o appello, quello non concesso il 10 febbraio. Questa è l’ultima speranza strettamente giuridica e interna per una revisione del suo caso. Probabilmente ci sarà una sentenza della Corte nel primo trimestre del 2012, in piena campagna elettorale per le presidenziali del 6 luglio prossimo, il che certamente non è un elemento di serenità. La composizione della Corte è cambiata recentemente e ora c’è una maggioranza che pare più orientata ad accondiscendere le posizioni ufficiali e governative.

15 novembre 2011. Il canale TV France 5 trasmette un documentario di 52 minuti realizzato dal regista franco-vietnamita Othello Khann e da Patrice Du Tertre e prodotto da Cineteve e Crea-TV: “Florence Cassez, l’ultima risorsa” allude all’attesa sentenza della Corte Suprema che potrebbe rimuovere l’impasse attuale (link video trailer e sotto il documentario incorporato all’articolo).

24 novembre 2011. La Pastorale Sociale, parte integrante della Conferenza dell’Episcopato Messicano, elabora una “opinione giuridica” in cui sottolinea la fabbricazione delle prove contro Florence che dimostrerebbero la sua innocenza e la presenta alla Corte Suprema (link).

28 novembre 2011. Dopo la trasmissione alla TV France 5 del documentario con testimonianze che contraddicono le accuse del Ministero della Pubblica Sicurezza, l’avvocato Pedro Arellano, uno dei dichiaranti e coordinatori della ricerca inviata alla Corte Suprema, è rimosso dall’incarico di segretario che ricopre presso la Pastorale Sociale dell’Episcopato: viene così penalizzata l’equipe di legali che avevano denunciato la “fabbrica dei colpevoli” mettendosi contro il governo e le alte gerarchie ecclesiastiche, proclivi al mantenimento dello status quo. Sono sempre di più i media, radio, quotidiani e riviste importanti del Messico che sollevano “ragionevoli dubbi” sul dossier della francese (per esempio, Nexos, Gatopardo).

28 dicembre 2011. Alcuni rapitori catturati nel 2008 (Sergio Islas Tapia, Leonardo Islas Martínez ed Esteban Herminio Islas Martínez) della banda “Los Tablajeros”, una cellula che la Procura ritiene sia legata a Los Zodiaco sono condannati a 180 anni di prigione per sequestro di persona e delinquenza organizzata.

29 dicembre 2011. Emessa sentenza per due presunti membri della banda Los Zodiaco: René Vallarta, fratello di Israel Vallarta, è condannato in primo grado a 48 anni di carcere e David Orozco, alias El Géminis, a 60 anni di carcere per sequestro di persona da un tribunale dello stato del Nayarit. Intanto Israel resta in attesa di giudizio (link discussione).

2 gennaio 2012. Probabilmente per la pressione della stampa (reportage di Proceso) o per un ripensamento e su richiesta di vari vescovi, l’avvocato Pedro Arellano, segretario della Pastorale Sociale, viene reintegrato nel suo posto di lavoro dall’Episcopato Messicano.

Per finire, non posso dire se Florence sia innocente o no. Posso dire, in base all’informazione raccolta, alla mia esperienza e conoscenza del Messico e alle letture sul caso, che il suo processo è stato viziato da ingerenze di ogni tipo, da logiche interne perverse, prove poco credibili e dinamiche esterne di potere, diplomatiche e politiche. I dubbi sono cosmici, le certezze poche e alle vittime non è stata resa giustizia. In questa sintesi, tra l’altro, sono state omesse le descrizioni di altri ostaggi, vittime dei “Los Zodiaco” (sempre che questa banda esista veramente nei termini presentati dalle autorità in questi anni), e di altri elementi di questa e altre bande di rapitori in stretta relazione tra di loro.

Queste connessioni, spesso anche familiari, tra varie micro-organizzazioni criminali coinvolgono molti personaggi di questa storia surreale e inquietante e portano ad alt re piste molto promettenti per la risoluzione del caso e l’eventuale arresto dei delinquenti. Peccato che nella maggior parte dei casi siano state trascurate palesemente dagli inquirenti come succede con i due fratelli Rueda Cacho segnalati dalla giovane Valeria che sono riconducibili, con connessioni familiari, agli stessi ostaggi Cristina e Christian.
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Infatti, capita spesso che vittime e carnefici siano parte del medesimo intorno familiare, lavorativo o cittadino. Pare anche che Cristina, in base ai risultati delle indagini degli avvocati della Pastorale Sociale e alla testimonianza resa da uno dei massimi esperti francesi del caso, sia stata in passato la donna di servizio di un losco faccendiere, Eduardo Margolis, che era stato socio in affari di Sébastien Cassez, ma poi i due avevano litigato e s’era aperto un contenzioso legale. Le questioni aperte restano tante.

Non si sa che cosa abbiano fatto gli ostaggi tra l’8 e il 9 dicembre, giornata in cui la AFI era già entrata nel ranch Las Chinitas e aveva già catturato Israel Vallarta e Florence. Sappiamo solo che gli ostaggi sarebbero stati condotti lì (o ci sarebbero rimasti tutto il giorno) per la messinscena televisiva. Interrogato due volte in proposito dalla giornalista messicana Carmen Aristegui, Ezequiel semplicemente ha evitato di rispondere. Ma erano davvero nel ranch da prima o stavano in una delle altre case che i rapitori della banda avevano a disposizione per la prigionia? Le indagini lasciano a desiderare in merito.

E’ possibile che Florence resti in carcere e debba scontare in Messico la sentenza di condanna a 60 anni. Potrebbe anche essere riaperto il processo oppure del tutto annullato e, in questo caso, la francese sarebbe liberata. Queste sono le tre possibilità aperte per Florence Cassez, le sue ultime risorse o chance giuridiche in seguito all’accoglimento della sua istanza da parte della Suprema Corte di Giustizia messicana. Quest’organo giuridico ha il ruolo di corte costituzionale e, in questo caso, potrebbe aprire una via d’uscita non solo per Florence, ma anche per lo stesso governo messicano che cerca di salvare la faccia di fronte alle pressioni della Francia e, allo stesso tempo, al suo paese.

Una soluzione “creativa” che non scontenti troppo nessuna delle parti, elaborata da un organo super partes che è rispettato dalla popolazione e dai politici, potrebbe riuscire dove la diplomazia, legata agli interessi delle due nazioni e specialmente dei loro presidenti, non ha potuto avere successo. Restano comunque altre strade come la Corte Interamericana dei Diritti Umani e il ricorso alla Corte internazionale di giustizia de L’Aia, per esempio, ma sono barlumi sempre più remoti vista la forza non coercitiva delle loro risoluzioni.

Concludo citando Héctor de Mauleón dal mensile messicano Nexos:

“Alla fine della storia gli unici fatti comprovati del dossier sono la manipolazione sistematica, il vizio d’origine nel trattamento agli accusati e ai testimoni, la gestione dei media per costruire versioni ad hoc. Non possiamo arrivare a sapere tramite i fascicoli del processo se Florence Cassez è innocente o colpevole; se gli ostaggi sono stati veramente rapiti e se dicono la verità nella loro prima dichiarazione oppure nella seconda o nella terza; non possiamo nemmeno sapere se sia esistita o meno l’organizzazione criminale su cui è costruito il caso, anche se è chiaro che la parte fondamentale di questa banda si trova in libertà, che ci sono state vittime, che ci son stati carnefici e che in molti momenti i carnefici sono stati gli inquirenti assegnati al caso, i quali operano all’oscuro, torturano, inducono dichiarazioni, alterano i fatti e montano spettacoli per i mass media”.

Infine consiglio due importanti documenti su Florence, il documentario Florence Cassez, l’ultime recours (in francese) che potete vedere qui sotto e il libro Fábrica de culpables. Florence Cassez y otros casos de la (in)justicia mexicana (versione tardota in spagnolo, Ed. Grijalbo, 2010) e Peines mexicaines. Florence Cassez, Jacinta, Ignacio et les autres (in francese, First Document, 2009) di Anne Vigna e Alain Devaldo, che è il lavoro più completo sul caso (http://www.amazon.fr/Peines-mexicaines-Florence-Jacinta-Ignacio/dp/2754015418). Infine sul sistema giuridico messicano il documentario “Presunto colpevole” qui.   Fabrizio Lorusso www.carmillaonline.com

Florence Cassez, l’ultime recours – El último recurso (documental) from Fabrizio Lorusso on Vimeo.

Web Ref

http://site.cassez.net/

http://www.liberezflorencecassez.com/

http://www.florence-inocente.com/

http://mexicoporflorencecassez.wordpress.com/mensaje-de-florence-cassez-a-los-mexicanos-audio/

Le monde – sintesi

Una discussione on line

El mundo – sintesi

Parlano le vittime – radio

Intervento della Chiesa

Lo strano caso di Florence Cassez e la giustizia messicana (1/2)

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Non c’è dubbio che una condanna a 60 anni di prigione equivalga praticamente a un ergastolo. E’ la pena che dall’8 dicembre 2005, giorno del suo arresto a Città del Messico, ha cominciato a scontare, presso due istituti penitenziari di questa megalopoli, la cittadina francese Florence Marie Louise Cassez Crepin, nata il 7 novembre 1974 a Lille, nel Nord della Francia. Il nome di Florence Cassez è ormai famoso in terra azteca, così come nel suo paese d’origine, ma anche in mezza Europa e in Canada, soprattutto nei territori francofoni, dove sono nati dei comitati in suo sostegno che denunciano la “fabbrica dei colpevoli” costruita dai giudici e dai politici messicani. La ragazza è da anni al centro di un caso mediatico e giudiziario che è arrivato a mobilitare sia la società francese che quella messicana, divise tra innocentisti, giustizialisti e dubbiosi. Perfino le tortuose strade della diplomazia e le alte sfere della politica sono state coinvolte a vari livelli e si sono impantanate nelle trame e negli interessi di due presidenti, sempre in cerca di astuzie elettoralistiche, e di un ambizioso poliziotto messicano, oggi diventato Ministro, che hanno reso il caso Cassez sempre più contorto.

Infatti, l’attenzione di stampa, internet e Tv è cresciuta progressivamente visto anche l’interessamento diretto del Presidente Nicolas Sarkozy, a partire dalla sua visita in Messico nel marzo 2009, e di numerosi esponenti politici della destra (UMP, Union pour un Mouvement Popoulaire) e della sinistra (PS, Parti Socialiste) francesi, unite all’occorrenza da una sorta di “umanitarismo nazionalista” bipartisan contro il sistema giudiziario del paese americano.

A sua volta il Presidente messicano Felipe Calderón, insieme al suo Ministro della Pubblica Sicurezza, l’intoccabile e controverso Genaro García Luna (l’ex poliziotto di cui sopra), non hanno risparmiato energie per riproporre un revanscismo anticolonialista ai limiti del ridicolo, soprattutto se si considera l’esigua credibilità e legittimità interne dei due personaggi menzionati e lo situazione deplorevole dello “stato di diritto” (e non solo di quello) nel paese.

L’arrivo della tanto decantata democrazia in Messico, sancito dall’alternanza al potere con la vittoria nel 2000 del conservatore Vicente Fox del PAN (Partido Acción Nacional) sull’egemonico PRI (Partido Revolucionario Institucional), partito al governo nei precedenti 70 anni, fu gravido di attese e speranze, in buona parte ad oggi disattese, e non è stato ancora accompagnato da quel mix istituzionale e culturale che apre le porte allo sviluppo della partecipazione reale della società civile alla vita democratica, tant’è che il regime ha ancora intere “legioni di scheletri” nascosti nell’armadio e, irrimediabilmente, anche nelle sue carceri.

E non si tratta solo di eredità del passato ma di nuovi mostri generati dalle enormi disuguaglianze economiche, dallo scarso rispetto dei diritti umani, dalla perdita di controllo statale in favore della criminalità organizzata, dalle mentalità autoritarie e le logiche di potere, così come dalla generalizzata frammentazione delle istituzioni e della società: il tutto in un’epoca di escalation della violenza e delle strategie repressive e militari volte al suo improbabile contenimento nel contesto della “narcoguerra”.

Ma quali sono i dettagli, le incoerenze e le certezze nello strano caso di Florence Cassez? E’ una vicenda che da anni polarizza governi e società sulle due sponde dell’Atlantico, ma in Italia è quasi sconosciuta. Partiamo dalla cronologia degli eventi per chiarire i fatti e capirci qualcosa di più, forse.

2 luglio 2000. Vicente Fox è il vincitore delle elezioni presidenziali in Messico e promette il grande cambio di rotta che meriterebbe il paese.

13 giugno 2001. Primo rapimento attribuito alla banda Los Zodiaco di cui, in seguito, Florence Cassez e Israel Vallarta, suo ex fidanzato, vengono accusati di far parte. Anzi, verranno indicati come i capi.

11 marzo 2003. Florence Cassez si trasferisce in Messico all’età di 28 anni e raggiunge suo fratello Sèbastien che lì ha avviato diverse attività imprenditoriali. Ottiene dapprima un visto turistico e poi un permesso annuale di lavoro (la famosa Forma Migratoria FM3) che le serve per prestare servizio nelle aziende “Marketing and Technologys Imported” e “Servi Bosque”.

Agosto 2004. La francese conosce Israel Vallarta che si occupa del commercio di auto usate e in passato aveva lavorato con suo fratello Sèbastien.

Ottobre 2004. Comincia l’affaire sentimentale tra i due.

Febbraio 2005. Florence da mesi collabora con varie attività del fratello e poi comincia a lavorare presso uno studio di architetti come decoratrice di interni.

15 luglio 2005. Scade il contratto d’affitto, della durata di un anno, dell’appartamento in cui Florence viveva con un’amica nella zona “Roma”, nel centro-sud della capitale messicana.
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22 luglio 2005. Florence Cassez rompe la relazione con Vallarta, incrinata già da vari mesi, e torna in Francia. Israel le offre comunque la possibilità di spostare i suoi mobili dall’appartamento appena lasciato e sistemarli temporaneamente nel ranch “Las Chinitas” che ha in affitto da alcuni anni (ed è intenzionato ad acquistare). Il patto è che se lei non dovesse ritornare in Messico, lui avrebbe il permesso di venderli. Florence parte quindi per la Francia e passa l’estate con la sua famiglia.

31 agosto 2005. Valeria, una studentessa diciottenne di Città del Messico, è rapita dalla banda Los Zodiaco e viene liberata il 5 settembre dopo il pagamento del riscatto di circa 10mila euro (180mila pesos messicani).

9 settembre 2005. Florence prende l’aereo di ritorno per il Messico. Malgrado la separazione avvenuta con Israel Vallarta, la francese, una volta tornata a Città del Messico, continua a vivere “come ospite” nel ranch “Las Chinitas” finché non decide, alcune settimane dopo, di cambiare casa.

Vallarta e Florence Cassez s’incontrano, come pattuito, la mattina dell’8 dicembre per fare il trasloco, ma vengono bloccati sulla camionetta di proprietà di Israel Vallarta e arrestati. Dopo una giornata di prigionia separati, saranno poi condotti insieme, circa 20 ore dopo, al ranch di lui e lì saranno protagonisti di un vero e proprio reality show della polizia che simulerà e reinventerà la loro cattura di fronte alle telecamere.

13 settembre 2005. Prima dichiarazione al Pubblico Ministero da parte di Valeria.

4 ottobre 2005. Data del sequestro del ventunenne Ezequiel Elizalde Flores, secondo quanto dichiarato dai suoi familiari.

19 ottobre 2005. Rapimento della famiglia Ríos Valladares formata dalla signora Cristina, da suo marito Raúl (subito rilasciato per permettergli di raccogliere il denaro per il riscatto) e dal loro figlio undicenne Christian.

6 novembre 2005. Florence viene assunta nell’hotel Fiesta Americana della zona altolocata di Polanco. Decide di prendere in affitto un altro appartamento in un quartiere limitrofo, la Zona Rosa, in cui si sarebbe trasferita con tutti i suoi mobili l’8 dicembre.

Metà novembre 2005. I familiari degli ostaggi, cioèdi Ezequiel Elizalde, da una parte, e di Cristina e Christian, dall’altra, smettono di ricevere chiamate telefoniche dai rapitori.

Fine novembre 2005. Enrique Elizalde, padre di Ezequiel, avvisa la polizia del rapimento di suo figlio avvenuto il 4 ottobre.

4 dicembre 2005. Valeria, la diciottenne vittima di rapimento in settembre, fa un ampliamento della dichiarazione alle autorità in cui dice di riconoscere come “capo banda” Israel Vallarta, l’ex compagno di Florence. Nella prima dichiarazione, per paura di parlare (secondo quanto afferma lei stessa), non fa menzione del fatto che durante la prigionia avrebbe intravisto da uno specchio collocato nella sua stanza il volto di uno dei suoi rapitori (in seguito identificato per l’appunto come Israel Vallarta).

Nei mesi di novembre e dicembre una volante effettua delle perlustrazioni in zone limitrofe a quelle in cui si ritiene sia stata imprigionata Valeria. Durante uno di questi la ragazza riconosce Israel Vallarta che viene pedinato dalla polizia nei giorni successivi. In alcune fotografie che le vengono mostrate, Valeria riconosce altresì i fratelli Marco Antonio e José Fernando Rueda Cacho, due estranei che aveva già visto perché s’erano introdotti alla sua festa di compleanno. Questi due ragazzi vengono riconosciuti anche da altre vittime di rapimenti attribuiti ai “Los Zodiaco”, però questa pista è abbandonata inspiegabilmente dagli inquirenti.

8 dicembre 2005. Arresto all’alba di Florence Cassez e Israel Vallarta, presunti sequestratori della banda Los Zodiaco. Florence la notte prima ha dormito in centro, nel suo nuovo appartamento. I due s’incontrano la mattina nel sud della megalopoli, sulla strada per Cuernavaca, precisamente al ristorante della signora Alma Delia Morales. Suo marito, Ángel Olmos, è responsabile della pulizia e manutenzione proprio del rancho di Vallarta, da tempo ne ha le chiavi in custodia e, nei giorni precedenti, per l’esattezza il 5 dicembre, non nota movimenti sospetti, tantomeno persone sequestrate nel medesimo. E questo dichiara alla polizia, seguito da sua moglie la quale conferma le informazioni e la versione del coniuge, poi scartata o forse “ignorata” dal giudice.

9 dicembre 2005. Avviene una messa in scena televisiva di alcuni agenti di polizia della AFI(Agencia Federal de Investigaciones), un’agenzia investigativa all’epoca sotto il comando di Genaro García Luna, un funzionario più volte segnalato da vari funzionari e giornalisti (http://youtu.be/gbH8UB4wKnU), per esempio Anabel Hernandez, autrice de “I signori del narco”, come l’uomo di riferimento o il “protettore” del Cartello dei narcos di Sinaloa dentro la polizia e, poi, nelle alte sfere del governo messicano (lo stesso García Luna è stato “promosso” Ministro dal Presidente Calderón alla fine del 2006).

La AFI si mette d’accordo con il secondo canale di TeleVisa (in Messico c’è un duopolio televisivo privato per cui TV Azteca e Televisa si spartiscono il grosso del mercato), e, giusto in tempo per i primi notiziari della mattina, crea ex novo il momento della cattura dei rapitori con la connessa liberazione degli ostaggi nel rancho “Las Chinitas”. Il reporter Pablo Reinah fa come se niente fosse e stabilisce il collegamento in diretta con lo studio interloquendo con il conduttore del programma “Primero Noticias”, Carlos Loret de Mola. Si fa un po’ di promozione alle mirabolanti azioni della polizia in difesa dei cittadini colpiti dalla paura e dalla violenza in cambio di una buona diretta televisiva per la conquista dello share mattutino.

Il podere appartiene a Israel Vallarta e si trova alla periferia sud della capitale, al km 29 della statale che porta a Cuernavaca. Israel viene mostrato in manette mentre Florence è sotto una coperta blu e risponde alle domande del cronista “Che ci fa qui? Sa che ci son tre persone sequestrate?”. “No, non sapevo niente, non lo sapevo”. Per i milioni di telespettatori il caso è chiuso e il Presidente Fox ha mostrato a tutti che sta lottando contro il crimine organizzato. “Il governo federale lavora per la tua sicurezza”, recitano gli spot in radio e TV.

La pericolosa banda, di sole due persone, sembra sgominata. Nel video si notano da subito delle incoerenze: il cancello esterno della proprietà è già aperto; la porta della casetta con le persone rapite è anch’essa già aperta e s’intravedono i piedi di qualcuno, poi la porta si chiude e si vede un walkie talkie professionale per terra; nella stanza c’è già Luis Cárdenas Palomino, responsabile diretto del video-montaggio e braccio destro di García Luna, alto funzionario d’intelligence per la Polizia Federale e accusato di 3 omicidi e altre nefandezze in passato; all’interno ci sono dei quadri con le foto dei presunti rapitori che, però, secondo le dichiarazioni degli ostaggi, avevano sempre il passamontagna (stanno a volto coperto ma poi lasciano foto lì in bella vista?); in una foto c’è addirittura il fratello di Florence ritratto con la sorella 9 anni prima, un indizio che fa pensare a una volontà espressa dell’autorità per danneggiarne l’immagine o implicarlo; Israel Vallarta ha le labbra gonfie e ferite, è quindi stato colpito nelle ore precedenti; anche Florence ha già le manette ai polsi e ha passato le ultime 20 ore rinchiusa in un camioncino della polizia.

La AFI era una specie di FBI messicana con compiti investigativi che è stata sostituita nel 2009 dalla PFM, Policia Federal Ministerial, diretta da Wilfrido Robledo, già noto per le terribili repressioni contro i manifestanti di Atenco nel 2006 e per la sua ostinazione, condivisa pienamente dall’ex governatore e oggi candidato presidenziale del PRI, Enrique Peña Nieto, nel negare le palesi violazioni ai diritti umani commesse durante quella sanguinaria operazione contro la popolazione. Fu chiamata ironicamente “Riscatto”: 2 morti, 207 arresti, violenza inaudita e gratuita della polizia per due giornate intere, il 3 e 4 maggio 2006, con perquisizioni di abitazioni, espulsione immediata di 5 cittadini stranieri, violenze sessuali dentro e fuori dai reclusori, tortura, fabbricazione di prove e colpevoli, sentenze sproporzionate, impunità delle forze dell’ordine e dei responsabili. Un bilancio degno del Cile di Pinochet.

9 dicembre 2005. Dichiarazioni di Israel Vallarta in cui accetta le accuse di sequestro di persona che gli vengono avanzate e, in contraddizione con quanto affermato da Alma e suo marito che lavoravano per lui, dice che da due settimane le vittime erano ostaggi nel suo ranch. La Procura Generale della Repubblica annuncia di aver smantellato la banda di rapitori con almeno 10 sequestri e un omicidio “all’attivo” di cui anche Florence farebbe parte.

Vengono depositate anche le prime dichiarazioni delle vittime: Cristina, suo figlio Christian ed Ezequiel. Cosa dicono?

L’unico che sostiene di riconoscere “una donna sui trent’anni dall’accento straniero con la R moscia” è l’ultimo dei tre, Ezequiel, che è figlio di un sequestratore e viene presumibilmente rapito per un vecchio regolamento di conti tra un membro degli Zodiaco e suo padre. Si può anche ipotizzare che Ezequiel si ritenga, in un primo momento, vittima della stessa polizia, magari alleata con la banda, che lo priva della libertà in cambio di un riscatto o per ritorsione contro suo padre.

5 febbraio 2006. Trasmissione del programma Punto de partida (Punto di partenza) durante il quale si tratta il caso Cassez e la giornalista Denise Maerker intervista il capo della AFI, García Luna, e interviene telefonicamente dalla prigione la stessa Florence che denuncia pubblicamente il poliziotto e la gran montatura. Un atto coraggioso in Messico, dove il potere s’incaponisce e non si lascia mai deridere né contraddire.

10 febbraio 2006. Il Governo messicano deve riconoscere la “pagliacciata” teatrale inscenata per motivi propagandistici e mediatici, avvenuta un giorno dopo l’effettiva cattura di Cassez e Vallarta. Secondo García Luna è “una ricostruzione della scena on demand”, però, fino ad allora, era pure servita come distrattore e mezzo pubblicitario governativo. In realtà non si tratta di una ricostruzione dei fatti per la TV ma di una vera e propria invenzione cinematografica come indicano gli indizi e le testimonianze raccolte nel corso delle indagini.

Durante la giornata e di sera i membri della famiglia Ríos Valladares entrano ed escono più volte dalla sede amministrativa della SIEDO (Subprocuraduría de Investigación Especializada en Delincuencia Organizada, una direzione o procura specializzata nella lotta al crimine organizzato). A una settimana dallo smacco subito dal “super-poliziotto” in TV, ecco che i testimoni-ex-prigionieri cambiano le loro dichiarazioni.

14-15 febbraio 2006. Nella città di San Diego, in California (USA), dapprima il bambino Christian e poi, il giorno dopo, sua madre Cristina Ríos Valladares provvedono a fare un ampliamento della loro prima dichiarazione al PM: entrambi affermano di riconoscere Florence in contraddizione con quanto avevano affermato nelle loro testimonianze ufficiali del 9 dicembre. Ora riconoscono la sua voce, la sua chioma bionda e la sua mano bianca e delicata. Però Florence lavorava a tempo pieno, anche oltre 12 ore al giorno, in un hotel lontanissimo dal ranch, quindi come faceva a occuparsi (in quanto presunta capo-banda) di 3 ostaggi e delle loro necessità?

30 marzo 2006. Compare in udienza Ezequiel Elizalde. Nelle sue testimonianze, ripetute più volte anche ai media, non omette mai un dettaglio: mostra la macchia puntiforme rossiccia sul mignolo della mano sinistra che gli avrebbe provocato la puntura di una siringa. Florence gli avrebbe anestetizzato il dito per amputarglielo, giusto poco prima della tempestiva irruzione dei poliziotti salvatori della AFI. Una perizia medica ufficiale del 12 giugno 2006 stabilisce, però, che quella è una macchia congenita. Inoltre Ezequiel afferma che “l’amputazione” stava per avvenire il 9 dicembre mattina, mentre sappiamo per certo ormai che Florence, quel giorno, è stata imprigionata in una camionetta prima del reality della sua cattura nel ranch. Degli altri 5 delinquenti della banda di cui parla questo testimone-ostaggio non si conosce l’identità e non compaiono in nessun video…

7 giugno 2006. Si presentano all’udienza grazie a un collegamento video sia Christian che la madre Cristina la quale cambia di nuovo le carte in tavola e aggiunge di essere stata violentata durante il periodo di prigionia aggiungendo un elemento, di certo non secondario, che prima semplicemente non esisteva. La stessa giudice, Olga Sánchez Beltrán, esce dalla sala bruscamente, contrariata per quanto le sue orecchie hanno appena sentito.

Nelle prime dichiarazioni il prelievo di un campione di sangue al bambino Christian era stato effettuato da tale “Hilario” mentre ora entra in gioco letteralmente “la mano” di Cassez. Prima non c’era stato “nessun maltrattamento fisico” per gli ostaggi e nemmeno riconoscevano la presenza di Florence, poi hanno dichiarato di ricordarsi di lei e ora, nella terza versione ampliata dei fatti, c’è la violenza sessuale.
chinitasrancho.jpg13 giugno 2006. Cristina Ríos pubblica una lettera sulquotidiano La Jornada confermando le sue accuse contro Florence Cassez e ribadisce che nei 52 giorni di prigionia è stata vittima anche di violenze sessuali.

Luglio 2006. Felipe Calderón Hinojosa (PAN) vince con un margine ristretto le elezioni presidenziali sconfiggendo il rivale della coalizione progressistaAndrés Manuel López Obrador (PRD, Partido Revolución Democrática) che non accetta i risultati e comincia una protesta pacifica a Città del Messico per denunciare i brogli elettorali e chiedere un nuovo conteggio delle schede (che non avverrà).

Agosto 2006. Florence Cassez cambia il suo avvocato: il messicano Jorge Ochoa, fautore di una strategia low profile e discreta con i media, lascia il posto al messicano Agustín Acosta e al francese Mark Berton che, invece, preferisce utilizzare i media per creare consenso sul caso della sua assistita, specialmente dopo che viene emessa la prima sentenza di condanna e molti politici francesi cominciano a muoversi.

Dicembre 2006. Genaro García Luna è nominato Ministro della Pubblica Sicurezza nel governo di Calderón che inizia la cosiddetta “guerra al narcotraffico” dispiegando oltre 20mila soldati nei territorio più caldi. La mancanza di legittimità in seguito a un processo elettorale viziato sin dalla campagna elettorale dovrebbe essere presto dimenticata, nei piani del neo-Presidente, se si ottengono risultati contro le piaghe che affliggono il paese: il crimine organizzato dei cartelli del narcotraffico e dei sequestratori. 5 anni dopo la militarizzazione della lotta alla delinquenza avrebbe provocato un saldo di 50mila morti e l’escalation delle guerra civile o narcoguerra messicana del secolo XXI.

25 ottobre 2007. A mezzo stampa i genitori di Florence, Charlotte e Bernard, lanciano un appello a Sarkozy che li riceve all’Eliseo e ascolta la loro storia. Dopo un’indagine dei servizi segreti francesi per conto del Presidente e previa (probabile) valutazione della convenienza politica e diplomatica del caso, Sarkozy decide di sostenere pienamente la causa della sua concittadina.

25 aprile 2008. Viene emesso il verdetto dal giudice di primo grado e Cassez è condannata a 96 anni di carcere per delinquenza organizzata, possesso e porto di armi d’uso esclusivo dell’esercito e quattro sequestri di persona (Raúl Ramírez, il figlio Christian, la moglie Cristina ed Ezequiel Elizalde: questi ultimi tre sono gli ostaggi liberati tra l’8 e il 9 dicembre). In Messico i verdetti si basano esclusivamente sulla lettura dei fascicoli e su una decisione in solitudine da parte del giudice che può anche non incontrare e vedere mai gli imputati e i testimoni.

La storia continua tra una settimana…

Siti utili:

http://site.cassez.net/

http://www.liberezflorencecassez.com/

http://www.florence-inocente.com/

http://mexicoporflorencecassez.wordpress.com/mensaje-de-florence-cassez-a-los-mexicanos-audio/

Infine consiglio due importanti documenti su Florence, il documentario Florence Cassez, l’ultime recours (in francese) a questo link e il libro Fábrica de culpables. Florence Cassez y otros casos de la (in)justicia mexicana (versione tardota in spagnolo, Ed. Grijalbo, 2010) e Peines mexicaines. Florence Cassez, Jacinta, Ignacio et les autres (in francese, First Document, 2009) di Anne Vigna e Alain Devaldo, che è il lavoro più completo sul caso. Di Fabrizio Lorusso @CarmillaOnLine

Dal Dott. Cruciani al Dott. Turone. Ovvero dalla tragedia alla noia. L’ultima perla pubblicistica sul “caso Battisti”

CasoBattistiTurone.jpgA noi in fondo piacciono i libri stravaganti, bizzarri, anomali. Un po’ meno i libri noiosi. Quello di cui trattiamo alcuni aspetti curiosi li presenta. E’ però altamente soporifero, quasi fosse scritto dalla zia del segretario di un sottosegretario. Arrivati al sesto capitolo, proseguire si fa veramente difficile. Noi, con l’aiuto di molti caffè, ce l’abbiamo fatta. Ecco il nostro commento. Redazione di Carmilla

Il segreto

Perché qualcuno dotato di capacità letterarie vistosamente scarse decide di dedicare un instant book al “caso Battisti”? Non ci viene detto, e allora lo riveliamo noi. Giuliano Turone, ex magistrato, fu tra i procuratori che collaborarono all’istruttoria “Torregiani”, in cui Cesare Battisti era uno degli accusati. In particolare, fu tra quelli che archiviarono le tredici denunce per tortura presentate da alcuni degli imputati e dai loro familiari.
Certe sue frasi del capitolo 2, alla luce dell’omissione iniziale, rischiano il ridicolo. Quasi non fosse stato parte in causa, e contemplasse gli eventi da un altro pianeta. In riferimento a un collega, per esempio, parla di “inquietudine”, e ne cita una simpatica uscita: “Io posso anche pensare che qualcosa di illegale sia avvenuto, perché c’è tutta una serie di considerazioni che lo lascia ritenere. La polizia può avere avuto l’impressione di avere a che fare con esponenti della malavita, per cui può essere partito qualcosa di troppo”.

Interessante. Se l’arrestato è un malvivente, può anche partire “qualcosa di troppo”. Si noti che le denunce erano riferite a percosse, bruciature dei testicoli, acqua fatta ingurgitare e poi vomitare. Gli effetti, almeno in un caso, furono certificati da perizia medica.
Turone non ci dice se condivise le “inquietudini” del collega. Sta di fatto che contribuì all’archiviazione, anche alla luce del fatto che delle confessioni strappate con mezzi coercitivi non si tenne conto (dice lui), e che quasi tutti gli arrestati risultarono effettivamente colpevoli. Ineccepibile.
Perché allora Turone tace sul proprio coinvolgimento? Forse per non fare apparire il suo testo per ciò che potrebbe sembrare. Un’autodifesa.

La tesi di fondo

Quel che Turone intende dimostrare, nella sua dissertazione, è che la metodologia adottata negli anni ’80 dai giudici che processarono Battisti sarebbe valida ancora oggi, e porterebbe ai giorni nostri a identica condanna. La domanda che sorge naturale è: “E ciò cosa importa? Il problema è tutt’altro”.
Rintuzziamo la visceralità. Turone vuole dire che il processo ai PAC non ebbe i connotati dell’emergenza, e si ripeterebbe uguale ancora oggi, quando l’emergenza non c’è più (?). Gli strumenti giuridici si sono raffinati, ma non sono cambiati rispetto ai criteri usati negli anni ’70-’80. Francamente ne avevamo il sospetto.
Magistrati “democratici” quanto Turone stanno ancora impartendo condanne spropositate. L’aggravante ricorrente è l’”associazione sovversiva”. Si tratti di due vetrine rotte, della contestazione di un sindacalista complice, di chi ha solo gridato uno slogan (sette anni di carcere!), di un anziano indipendentista sardo che avrebbe meditato di boicottare un vertice internazionale usando aeroplanini teleguidati (sic!). Troviamo, in questi accanimenti che costano anni di galera a giovanissimi, il fior fiore della magistratura “progressista”, dalla Bocassino a Caselli. La tendenza di cui Turone fa parte. Implacabile sulla P2 o su “Mani pulite”. Placabile su altri fronti. Quando è in crisi il modello sociale, una severità spietata è d’obbligo.

Metodologia della ricerca storica: il brevissimo ’68 italiano

Turone pretende di impartire una sorta di lezione metodologica agli storici. Nobile proposito. Occorre però possedere una cultura all’altezza dell’impegno.
Non pare che sia il caso. E’ desolante la scarsa conoscenza di Turone rispetto al periodo che prende in esame. Il capitolo 3, Flashback sul contesto socio-politico, e il capitolo 4, In principio era Potere operaio, sono scandalosi. Si rifanno in larga misura al “teorema Calogero”, ricostruiscono il ’68 italiano sulla base di suggestioni raccolte a casaccio. Loro fonte principale è il manuale di De Bernardi e Ganapini Storia dell’Italia unita: compendio pregevole, ma sempre compendio. Turone lo semplifica e lo riassume ulteriormente.
Così il “lungo ‘68” italiano sarebbe durato per l’appunto dal 1968, “anno studentesco”, a metà del 1969, “anno operaio”, per poi perdere ogni spinta propulsiva e degenerare gradualmente nel terrorismo. Turone non sa nulla degli scioperi che, nel 1968, si verificarono alla Pirelli, all’Ercole Marelli, alla Magneti Marelli, all’Autobianchi, alla Innocenti, alla Marzotto di Valdagno, alla Fiat e in molte altre situazioni. Non sa della nascita, proprio nel ’68, dei Comitati unitari di base, che tanto peso avrebbero avuto nell’autunno dell’anno successivo. E quanto al cosiddetto “autunno caldo”, lo cita, sì, ma senza spiegare che si prolungò nel 1970, e che ancora nel 1973 l’occupazione della Fiat lasciò il segno. Furono gli anni dei consigli di fabbrica, dello Statuto dei lavoratori (1970), dell’insubordinazione operaia diffusa, delle “150 ore”, ecc. Come fa Turone a dire che la spinta della contestazione si arrestò a metà del 1969?
Il motivo è presto detto. Non ne sa mezza. Se un Cruciani (vedi qui) all’epoca non era ancora nato, Turone si occupava d’altro. O, per essere più espliciti, stava dall’altra parte. Tanto da dovere poi riscoprire le “virtù sessantottesche” attraverso la manualistica.

Metodologia della ricerca storica: Toni Negri, ovvero la piovra

Peggio accade con il capitolo su Potere Operaio, visto come matrice di tutta la lotta armata in Italia. Per dimostrare questa assurdità, Turone svaluta le esperienze precedenti, come per esempio la “Banda Cavallero”. Per lui fu un fenomeno di delinquenza comune che gli imputati cercarono di nobilitare, in tribunale, cantando L’Internazionale (a essere pignoli, si trattava di Figli dell’officina). E’ palese che non gli è mai capitato di leggere le memorie di Sante Notarnicola (L’evasione impossibile, edito da Feltrinelli e poi da Odadrek), in cui le azioni della banda sono messe in relazione con la Volante Rossa e con il retaggio della sezione del PCI alla quale i “banditi” erano iscritti.
Ma veniamo a Potere Operaio, presunta matrice delle Brigate Rosse e di tutto il resto – con un maestro più o meno occulto, Toni Negri (che Turone evoca più volte, in termini allusivi). Cosa farebbe un comune storico, di quelli a cui Turone fa la lezione? Anzitutto comparerebbe i discorsi di Negri (o di Scalzone, o di Piperno, ecc.) con quelli delle BR. Si accorgerebbe subito che differiscono profondamente per linguaggio, analisi, proposte strategiche e addirittura per realtà esistenziali di provenienza (1). Se poi avesse tempo da perdere in letture e non fosse sepolto sotto i 53 faldoni polverosi del “processo Torregiani”, troverebbe conferma dell’assunto nei libri di memorie in cui i brigatisti descrivono quale percorso intrapresero per arrivare alle armi (uno fra tutti: Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli, Bompiani). Nulla a che vedere con Potere Operaio.
Cosa fa invece il bravo giudice, al pari del bravo questurino o del bravo gazzettiere (o, come direbbe Frassica, del bravo presentatore)? In un soprabito di Negri viene trovato un documento proveniente da una rapina attribuibile alle BR. Per uno storico sarebbe un elemento marginale, legato a mille possibili circostanze. Per il bravo giudice diventa invece prova provata dell’esistenza di un’unica organizzazione, con Negri a capo. Se poi copie dello stesso documento sono reperite in sedi dei Proletari Armati per il Comunismo il cerchio si chiude.
Non importa che da Potere Operaio provengano solo un paio di elementi marginali dei PAC. Gli altri escono da Lotta Continua, o da collettivi di quartiere dell’Autonomia. Dalle tesi o dal linguaggio di PO sono distanti anni luce. Non ha peso, il “teorema Turone” li vuole filiazione diretta (2).

Metodologia della ricerca storica: la mobilitazione dei magistrati in pensione

Turone è convinto che la magistratura possa dare un importante contributo alla storiografia. Lo hanno spinto a tale conclusione i 53 “tremendi faldoni” contenenti le carte dei processi a Battisti e ai complici, “talmente ostici e inespugnabili, che qualsiasi studioso, anche eccelso, di storia contemporanea che li avesse affrontati sarebbe rimasto frustrato come se avesse trovato l’Archivio [di Stato di Milano, n.d.r.] chiuso”.
Da qui una proposta geniale. Mobilitare i magistrati in pensione, come lui, e spedirli negli archivi a riordinare le carte processuali. In questo modo, futuri ricercatori potranno capirci qualcosa. E’ parere di Turone, infatti, che Battisti abbia ottenuto asilo in Brasile perché, laggiù, avevano capito poco o nulla dei suoi processi. Come avrebbero potuto, con gli atti così mescolati e confusi?
Turone, del lavoro dello storico, ha un’idea un po’ approssimativa. Uno degli autori di questo commento si trovò, qualche decennio fa, a esaminare le carte del settecentesco Tribunale del Torrone di Bologna. Circa 100.000 fascicoli non in ordine cronologico, scritti parzialmente in latino, con l’inchiostro che si era cristallizzato e tendeva a volare via in nuvolette di polverina argentea. Avrebbe ringraziato il cielo di avere a che fare con 53 faldoni di testi battuti a macchina.
Tuttavia l’idea di Turone potrebbe anche essere buona. Vediamo le novità portate dalla sua ricerca (in cui era stato preceduto, per sua ammissione, dai difensori di Battisti).

Le novità

Nessuna. Turone riassume quanto già raccontato da Cruciani (non a caso citato di continuo), che a sua volta riassumeva le sentenze contro i PAC del 1988, 1990, 1993. Queste erano già accessibili via Internet, come abbiamo segnalato, raccomandandone la lettura. Sono ora state riprodotte nell’utile volume Dossier Cesare Battisti, Kaos Edizioni, 2011 (con breve e assai imbarazzata introduzione di Giorgio Galli). Letto Dossier Cesare Battisti si è letto tutto.
L’innovazione portata da Turone consiste semmai nel tacere o sorvolare sulle motivazioni di ogni atto di violenza, nell’evitare la cronologia delle confessioni a singhiozzo di pentiti e dissociati, nel tacerne le contraddizioni.
Sull’ultimo punto, Turone compie un solo, inavvertito scivolone. Per l’assassinio dell’agente Campagna, il pentito Sante Fatone tirò in ballo, tra gli altri, tale Stefania Marelli (p. 105). Turone è costretto poi ad ammettere, in nota, che la Marelli si trovava all’estero nel periodo dell’omicidio (p. 106). Ad anni di distanza fu assolta con formula piena.
Novità ulteriori? Una alquanto buffa, letta però già nella sentenza del 1988. Durante l’agguato a Sabbadin, Paola Filippi, evidentemente una donna, si mascherò con barba e baffi posticci. Doveva essere uno spettacolo.
Il resto segue il copione già noto. Ad anni di distanza, un pentito coinvolge Battisti, perché un dissociato gli ha raccontato che… Non mancano le prove materiali. Un tizio dice a un altro che non vuole indossare una certa giacca: era stata usata da Battisti anni prima durante l’attentato a Santoro. Un altro tizio rivela che Battisti usava portare stivaletti da cow-boy che lo facevano sembrare più alto. Ecco perché i testimoni videro sparare un uomo di alta statura, mentre Battisti è piuttosto basso.
E via di questo passo.
Tutto ciò assolve Battisti? No, ma nemmeno pare sufficiente a condannarlo.
E’ questo il problema?

Il senso di Turone per Carmilla

Turone se la prende in particolare con Carmilla e con le sue note FAQ. A suo parere “si tratta di una rassegna di obiezioni che vengono periodicamente rivedute e modificate, tanto che non si riesce bene a capire quale sia la versione ‘aggiornata’”. Glielo spieghiamo noi. E’ l’ultima. Quella che può vedere (gratis) se va sul nostro sito e cerca, in prima pagina, la rubrica dedicata a Battisti.
Ma forse Turone non si fida di diavolerie moderne come il computer, e ne cerca una versione a stampa del febbraio 2009.
Scopre così una serie di nostre palesi falsità.
Per esempio, la questione delle deleghe in bianco ai propri avvocati (da noi, invero, menzionata abbastanza di sfuggita) che Battisti sottoscrisse prima di fuggire dal carcere di Fossombrone, in seguito adattate ai successivi processi, lui contumace. Un tema sollevato soprattutto da Fred Vargas, e scarsamente considerato dai magistrati parigini e dalla Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo.
Turone è convinto che sia una bufala. Rispondiamo con un video che attesta il contrario. Ci scusiamo con i lettori per la lingua portoghese. Guardino le immagini, sono più eloquenti delle parole:

Di fronte a simile dimostrazione, delle conclusioni della Corte di Strasburgo non ci importa molto.

Il senso di Turone per l’invenzione creativa

La seconda accusa che ci muove Turone non sta né in cielo né in terra. NOI avremmo alimentato la confusione circa gli omicidi Torregiani e Sabbadin, in modo da lasciare intendere che Battisti sarebbe stato accusato di averli materialmente commessi, lo stesso giorno, in luoghi distanti.
A dire il vero, dicevamo tutt’altro (anche nella versione stampata delle FAQ):

«Comunque, chi difende Battisti ha spesso giocato la carta della “simultaneità” tra il delitto Torregiani e quello Sabbadin, mentre Battisti è stato accusato di avere “organizzato” il primo ed “eseguito” il secondo.
Ciò si deve all’ambiguità stessa della prima richiesta di estradizione di Battisti (1991), alle informazioni contraddittorie fornite dai giornali (numero e qualità dei delitti variano da testata a testata), al silenzio di chi sapeva. Non dimentichiamo che Armando Spataro ha fornito dettagli sul caso – per meglio dire, un certo numero di dettagli – solo dopo che la campagna a favore di Cesare Battisti ha iniziato a contestare il modo in cui furono condotti istruttoria e processo. Non dimentichiamo nemmeno che il governo italiano ha ritenuto di sottoporre ai magistrati francesi, alla vigilia della seduta che doveva decidere della nuova domanda di estradizione di Cesare Battisti, 800 pagine di documenti. E’ facile arguire che giudicava lacunosa la documentazione prodotta fino a quel momento. A maggior ragione, essa presentava lacune per chi intendeva impedire che Battisti fosse estradato.»

Dovrebbe essere già chiara la verità, ma il tema si precisa nella nostra risposta a un articolo del giornalista Amadori di Panorama. (3)
Del resto, a p. 109 Turone riporta pari pari il brano di un articolo di Claudio Magris, in cui costui attribuisce a Battisti quattro omicidi di sua mano (inclusi, dunque, Torregiani e Sabbadin) e, tanto per raggiungere il peso, anche il ferimento di Torregiani jr.

Il senso di Turone per lo scambio di persone

Nel paragrafo successivo, Turone ci addossa la responsabilità di affermazioni fatte, in realtà, da Piero Sansonetti e Bernard Henri-Lévy. Grazie, non ci crediamo all’altezza di tanto onere. Già sarebbe complicato influenzare Sansonetti. Riuscirvi con Henri-Lévy sarebbe ancor più complicato, visto che ne abbiamo pallida stima.

Il senso di Turone per il dettaglio

Se ai temi precedenti sono dedicate alcune righe, quasi due pagine riguardano invece una nostra rapida osservazione circa un imputato minore del “processo Torregiani”, di nome Bitti. Perché a Turone preme tanto? Il sospetto è che sia per il fatto che ebbe tra le mani il suo caso. Bitti, tra coloro che denunciarono torture, fu il solo che poté dimostrarle, a causa della lesione di un timpano riportata nel corso degli “interrogatori”. Turone, come abbiamo visto, archiviò la sua denuncia al pari delle altre, malgrado residue “inquietudini” senza effetti pratici.
Avevamo scritto che Bitti era stato udito in luogo pubblico fare l’apologia dell’attentato a Torregiani, e che era stato condannato a tre anni e mezzo di carcere per concorso morale, secondo procedure degne dell’Inquisizione. Che sotto tortura aveva denunciato un compagno, Angelo Franco, salvo poi ritrattare. Questi, poco tempo dopo, era stato arrestato nuovamente e aveva subito una condanna a cinque anni per associazione sovversiva.
Il tutto, nelle nostre FAQ, occupava una decina di righe. Riassumevano, magari in maniera grossolana, una catena di fatti difficili da smentire, e infatti mai smentiti:
“Sisinnio Bitti, prosciolto dall’omicidio Torregiani, è stato condannato a tre anni e mezzo per ‘partecipazione a banda armata’, perché il pentito Pasini Gatti lo avrebbe visto ‘discutere con altre persone’ nello scantinato di via Palmieri, considerato dai magistrati un covo della lotta armata. In realtà, il luogo è un punto aperto di ritrovo del Collettivo di via Momigliano, messo a disposizione dal PDUP. Il 14 maggio 1983 viene imputato di ‘concorso morale per duplice omicidio’ [Torregiani e Sabbadin, n.d.r.] perché un altro pentito, Pietro Mutti, lo avrebbe sentito dire che era d’accordo con le due uccisioni” (P. Moroni, P. Bertella Farnetti, Il Collettivo Autonomo Barona: appunti per una storia impossibile, in “Primo maggio” n. 21, 1984).
Quanto sopra è falso? Come mai Turone lo rivela venticinque anni dopo, con un diluvio di parole che contrasta con la sua abituale reticenza? D’accordo, ha oggi esplorato i “tremendi” 53 faldoni. Si ostina a tacere sul fatto che alla creazione di quei faldoni ha collaborato anche lui.
Prima di darci dei falsari, esamini almeno le fonti delle nostre presunte “falsità”.
Stia tranquillo, non lo denunceremo. Rischieremmo di trovarci di fronte a magistrati simili a lui. L’unica vera giustizia, in Italia, è la controinformazione. Senza di essa, Pinelli si sarebbe gettato dalla finestra della Questura di Milano per “malore attivo”, e la bomba in Piazza Fontana l’avrebbe collocata Pietro Valpreda.

Il senso di Turone per la sintesi

Nel corso dei suoi “interrogatori robusti”, da cui uscirà menomato nell’udito, Bitti accuserà dell’omicidio Torregiani sia tale Angelo Franco, operaio, che addirittura se stesso. Nessuno dei due, però, poteva avere partecipato all’azione: mentre si svolgeva, si trovavano sicuramente altrove.
A Turone non interessa molto. Franco fu trovato in possesso di due pistole, e arrestato e condannato per questo. Omette di dire che, liberato Franco dopo un anno di prigione, fu arrestato di nuovo. Qualcuno, in tribunale, si era dimenticato del reato di ricettazione. Era finito in galera, la prima volta, quale membro del commando che aveva ucciso Torregiani.
Identica accusa originaria per Bitti, poi trasformata in “concorso morale”. Frequentava quella gente. Bastava e avanzava. Poco importa che con Torregiani, Sabbadin ecc. non avesse niente a che fare.
La successive “falsità” attribuite da Turone a Carmilla sono di scarso rilievo. Avevamo scritto che Battisti era stato condannato quale organizzatore dell’omicidio Torregiani in “via deduttiva”, dato l’evidente nesso tra quel delitto e l’omicidio Sabbadin. Turone, pur apprezzando la sintesi esercitata in proprio, non ama quella altrui. Specifica quindi che la colpevolezza di Battisti risultò dal confronto delle deposizioni di due pentiti e di tre dissociati. Mai detto il contrario, a onor del vero. Forse abbiamo sbagliato aggettivo, e usato “deduttivo” invece che “induttivo”, in linguaggio filosofico più corretto.

Il senso di Turone per l’infanzia

Poi Turone stigmatizza la nostra critica all’uso quale testimone, nella fase istruttoria del “processo Torregiani”, di una ragazzina dodicenne con qualche problema psichico, indotta a deporre contro lo zio. Turone asserisce che non si tenne conto delle sue dichiarazioni. All’epoca però scriveva, in veste di giudice istruttore: “L’esistenza del quadro indiziario è un primo punto fermo nell’iter logico della presente trattazione, dal quale non si potrà prescindere nel prosieguo, e che fornisce inevitabilmente una chiave di lettura per valutare adeguatamente certe dichiarazioni della prima ora (poi ritrattate) di [seguono alcuni nomi, tra cui quello della ragazzina, divenuta imputata].
A Turone sfugge la sostanza della questione. Non ci interessa se la bambina avesse detto il vero o no. Ci interessa che una dodicenne con disturbi mentali fosse chiamata a deporre contro un congiunto, e addirittura imputata. E’ però vero che l’Inquisizione riteneva un ragazzo di dodici anni perfettamente adulto, e passibile di quaestio. A quanto sembra, la Procura di Milano era d’accordo.

Per farla breve

Proseguiamo, cercando di accorciare il più possibile, la via crucis (ce ne scusiamo con i lettori: commentare un libro noioso rende inevitabilmente noiosi).
Carmilla attribuisce rilievi di inattendibilità del pentito Pietro Mutti a una sentenza d’appello del 31 marzo 1993, mentre facevano parte delle argomentazioni dei difensori. Se Turone avesse letto la versione delle FAQ sul sito (è gratis), si sarebbe accorto che avevamo corretto l’errore. Del resto, questo non cambiava nulla (4). I fatti esposti dalla difesa erano incontestabili.
Carmilla avrebbe accusato Mutti di avere fatto parte del commando che uccise Sabbadin. Cosa non vera, in effetti, e sparita dalla versione corrente delle FAQ. Nella prima versione era indicata in nota la fonte dell’errore.
Carmilla avrebbe indicato in Mutti l’assassino di Santoro, quando in realtà Mutti era stato solo l’autista. Furono in realtà prima la Digos di Milano, poi i carabinieri di Udine, a indicare in Mutti l’uccisore. Rimandiamo per i particolari a un articolo scritto dal prof. Carlos A. Lungarzo, militante di Amnesty International in Brasile, Messico, Argentina e negli Stati Uniti, per la rivista brasiliana Crítica do Direito. Mutti spalmò le proprie rivelazioni per un anno intero, e solo alla fine rivelò la partecipazione di Arrigo Cavallina e altri. Una ragazza da lui accusata fu assolta in appello.
Da ultimo, Turone rimprovera a Carmilla di avere scritto che la giustizia italiana continua a perseguire quasi solo gli estremisti di sinistra, mentre quelli dell’altra parte, da alcuni degli autori delle stragi di estrema destra ai “macellai” di Genova 2001, restano impuniti e, nel secondo caso, addirittura premiati.
Nei capitoli successivi si diffonde a spiegare che non è vero.
Ha ragione. L’accanimento contro Delfo Zorzi supera in furore giustizialista quello contro Battisti. E’ palese. I torturatori di Bolzaneto e gli assalitori della Diaz sono stati esemplarmente puniti, magari con promozioni insidiose. Allo stesso modo sono stati adeguatamente puniti, con la pena suprema dell’oblio, i poliziotti che uccisero Pedro (Pietro Maria Greco) perché armato d’ombrello, nonché gli assassini di Varalli, Zibecchi, Franceschi, delle vittime della legge Reale, ecc. Omettiamo la lista, che occuperebbe troppe pagine.
Resta impunito solo il criminale universale: Cesare Battisti, il nemico n° 1, l’equivalente moderno di Jack lo Squartatore.

E bla, bla bla…

I capitoli finali, che non leggerà nessuno, sono esercizi di magniloquenza. Turone cita i pochi intellettuali francesi e brasiliani schierati contro Battisti, invoca il presidente Napolitano (l’inventore dei lager per immigrati, l’affossatore dell’art. 11 della Costituzione), sostiene che lo Stato italiano, nel combattere il terrorismo, mai si allontanò dal diritto.
In proposito, citiamo uno storico che, pur essendosi occupato di Brigate Rosse, non è sospettabile nemmeno da lontano di contiguità:
“Alla luce di tutto ciò appare difficile sostenere, come spesso viene fatto ancora oggi, che il terrorismo sia stato vinto senza violare le libertà fondamentali del cittadino. Il ‘circuito dei camosci’, i decreti del marzo 1978, la legge Cossiga e quelle sui pentiti e dissociati, al contrario, fornirono allo Stato degli strumenti di indagine e repressione che violano alcuni dei diritti civili sanciti dalla carta delle Nazioni unite del 1948. Si aggiunga a questo la pratica della tortura nei confronti dei militanti catturati, saltuaria dal 1980 e quindi sistematica nel 1982, reato gravissimo peraltro allora neanche contemplato dal codice penale italiano. Le cause per le quali la lotta armata rimase sconfitta, dunque, sono molteplici, andando da motivi di carattere politico generale fino al mutamento di congiuntura economica, con un contributo non secondario giocato dalle leggi speciali e dall’uso della violenza che lo Stato seppe modulare in maniera efficace” (M. Clementi, Storia delle Brigate Rosse, Odradek, 2007, pp. 247-248).

Lasciate perdere Battisti

Non sosteniamo Battisti perché lo riteniamo innocente o colpevole. Non ci interessa minimamente. Tra la metà degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta si svolse in Italia un duro confronto, animato da un movimento di centinaia di migliaia di persone (giovani, ma non solo) che intendevano rovesciare l’assetto statale. Non fu una vera guerra civile (come sostengono gli ex brigatisti, con l’avvallo del defunto Cossiga), bensì qualcosa che poteva somigliarle. Una parte minoritaria di quel movimento commise crimini e delitti, è indubbio. Gli autori non furono però, in maggioranza, criminali per vocazione, né psicopatici. Ritenevano loro dovere agire così, in quel contesto. Si trattava di una falsa prospettiva, adottata in buona fede, per convinzioni egualitarie esasperate. Un vicolo cieco. Quelli tra loro che non furono incarcerati e riuscirono a fuggire provarono a rifarsi una vita. Tantissimi finirono in prigione, alcuni vennero uccisi (e nessuno indagò sulle loro morti).
E’ molto diverso il caso degli estremisti di destra. Con forti appoggi istituzionali, e senza avere alle spalle alcun movimento degno di questo nome, “spararono sul mucchio”: su cittadini qualsiasi, viaggiatori di seconda classe, partecipanti a un comizio. Ne uccisero quanti più poterono. Fino all’ultimo furono protetti da settori deviati o meno dello Stato. Non si proponevano una rivoluzione, ma un golpe dell’esercito per ripristinare un “ordine” da loro stessi turbato. Tanti di essi non furono nemmeno inquisiti.
E’ assurdo perseguitare ora i ribelli del “primo tipo”, trent’anni dopo. Se liberi, sono rimasti in quattro gatti, vivacchiano come possono. Battisti è stato scelto dall’elenco perché aveva acquistato visibilità quale scrittore. Poco importa che vivesse in una soffitta a Parigi e facesse il portinaio. E’ stato dipinto come il prediletto dai salotti letterari, colui che gode di un dorato esilio a Ipanema, il delatore dei compagni (!!!), il mostro per antonomasia.
Forse – anzi, senza forse – era il fatto che fosse scrittore che disturbava.
Ultimo, nella fila dei linciatori, ecco Turone. Con l’ultimo sasso in pugno. Non voleva mancare alla festa.
Buon per lui, si diverta.

NOTE

1) Per non parlare dei NAP, di derivazione totalmente differente. Cfr. V. Lucarelli, Vorrei che il futuro fosse oggi. NAP: ribellione, rivolta e lotta armata, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli, 2010.
2) Chi voglia sapere dove sfociò, esattamente, l’opzione di una parte di Potere Operaio per la lotta armata, ha oggi a disposizione il bel saggio di E. Mentasti Senza tregua. Storia dei Comitati Comunisti per il potere operaio (1975-76), Edizioni Colibrì, Paderno Dugnano, 2011.
3) “Amadori sembra ignorare che, ormai da quattro anni a questa parte, e anche in questi giorni, tutti i media che contano, in Italia, in Francia e adesso in Brasile, seguitano a presentare Battisti come l’uccisore materiale di Pierluigi Torregiani e il feritore del figlio Alberto. Incluso lo stesso Panorama, il settimanale su cui scrive Amadori, in un articolo di Giuliano Ferrara del 15 marzo 2004 (…). Un recente articolo dell’Unità on line (oggi eliminato per le troppe proteste), a firma Malcom Pagani, deprecava che settori “estremisti” continuino a negare che Battisti abbia ucciso direttamente Torregiani e ferito il figlio. Chi conosce la verità non può che replicare che Battisti non può avere assassinato due persone contemporaneamente, a Milano e in un paesino del Veneto, alla stessa ora…”.
4) “Noi ci eravamo limitati a riportare un passaggio della memoria presentata dagli avvocati di Battisti alla Corte di Strasburgo. Abbiamo avuto il torto, questa volta, di non indicarlo in nota. Ma le circostanze indicate erano false? No, erano vere, e risultate in sede dibattimentale. Per questo classifichiamo la faccenda come “infame menzogna” a metà. Esistono altre nequizie che ci possano essere attribuite, nel capitolo destinato a crocefiggerci? No, il repertorio è esaurito.” La sua battaglia, cit.

Haiti: mille bambini in carcere

In seguito alla visita in Italia di Evel Fanfan dell’organizzazione haitiana Aumohd e di Gaelle Celestine in rappresentanza di un’associazione di donne haitiane è stato pubblicato questo articolo di denuncia da L’Avvenire e da AIB (Amici dei Bambini). Lo riporto qui sotto e vi invito a rinnovare gli sforzi per aiutare attraverso questo portale degli amici di HaitiEmergency, Grazie!

Le immagini dei tanti bambini, affamati, feriti, che vagano soli tra le macerie dell’isola di Haiti hanno commosso tutto il mondo. Molti di questi bambini, privati di tutto dalla devastazione del terremoto, ora si trovano in carcere perché sorpresi a rubare tra le macerie. E’ questo un altro lato della drammatica situazione che coinvolge più di 1.000 minori haitiani, vittime dimenticate del terremoto.

Suze, Auguste, Joseph. I nomi sono diversi, le storie drammaticamente simili. Rimasti soli dopo il terremoto del 12 gennaio 2010, hanno cominciato a rubacchiare e a vagabondare: è la legge della strada, l’unica che vale, spesso, nelle vie di Port-au-Prince dissestate dal sisma. Un giorno, la polizia li ha “beccati” e arrestati. Anche se sono solo dei bambini o al massimo adolescenti. I più piccoli hanno appena dieci anni.

Ora, attendono il processo – alcuni da un mese altri da un anno –, dietro le sbarre. In celle di 12 metri quadrati – costruite per quattro, ma abitate da decine di persone – fianco a fianco a individui che hanno almeno il doppio dei loro anni. I “piccoli prigionieri” di Haiti sono le vittime dimenticate del terremoto. Solo poche Ong si occupano di loro, le autorità li ignorano. Per legge, i minorenni non possono essere incarcerati insieme ai detenuti comuni: devono essere portati in istituti di correzione ad hoc. Questi ultimi, però, sono andati distrutti. Gli agenti, dunque, non sanno che altro fare coi troppi ragazzi sbandati in giro per la città. Nel dubbio, li portano nelle carceri per adulti. Dove restano a lungo. Nella capitale, le uniche due strutture rimaste in piedi – anche se danneggiate – sono il Penitenziario civile di Petionville e quello Nazionale. Una parte di quest’ultimo è stata spazzata via dalle scosse. Ora, arrangiato alla bene e meglio, il carcere è di nuovo operativo. E affollato: ci sono 4mila detenuti – la capienza e il personale sono relativi a 800 –, divisi in 6 camerate.

Almeno 200 sono minorenni. In totale, «un migliaio di ragazzini è recluso nelle undici prigioni degli altrettanti dipartimenti haitiani», denuncia ad Avvenire l’avvocato Evel Fanfan, presidente di Action des Unités Motivées pour une Haiti de Droit (Aumohd). L’associazione difende gratuitamente i carcerati indigenti, dato che nel Paese non esiste l’assistenza legale d’ufficio. «Solo per accettare di esaminare un caso, un esperto privato chiede almeno 60 dollari. Per mandare avanti il dossier, ce ne vogliono mille», spiega Fanfan. I tre quarti degli haitiani ne guadagnano 60 al mese. È stata proprio l’Aumohd a far esplodere lo scandalo dei minori carcerati: a settembre, durante una visita al Penitenziario Nazionale, Fanfan aveva notato la presenza di 54 ragazzini che gli avevano chiesto aiuto. Il legale è riuscito a far portare 25 di loro in una casa protetta e a far liberare gli altri 29. Troppi sono ancora in cella. Il fenomeno esisteva anche prima del sisma. Dopo, però, è diventato cronico. Perché sono aumentati i piccoli vagabondi. La polizia, spesso, li ferma anche quando non commettono alcun crimine, se non quello di “accattonaggio”. Non a caso, la maggior parte dei piccoli è dietro le sbarre in attesa di giudizio.

Già nel 2009, secondo fonti Onu, tra l’80 e il 90 per cento dei detenuti era in carcere preventivo. In condizioni che le stesse Nazione Unite – lo scorso aprile – hanno definito «inumane e degradanti». Nel caso dei minori, il rischio di abusi e violenze, poi, è ancora più alto. L’epidemia di colera ha peggiorato ulteriormente la situazione: il sovraffollamento e le strazianti condizioni igieniche fanno dilagare l’epidemia. Nessuno, però, sa quante siano i detenuti colpiti. «Non ci sono registri affidabili. Spesso, i poliziotti non scrivono nelle liste ufficiali i nomi degli arrestati. Perché sono minori o perché non fa comodo che risultino», aggiunge Fanfan. I decessi in carcere, inoltre, non vengono comunicati ai familiari. «I parenti si presentano alla visita una, due, dieci volte. Il colloquio viene puntualmente negato – sottolinea –. Così, deducono che il loro congiunto è morto».

(Fonte: Avvenire del 13/02/2011)