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Autodefensas e polizie comunitarie in Messico

Autodefensas armas-del-grupo-de-autodefensaDal 10 maggio le autodefensas messicane dello stato centro-settentrionale del Michoacán, nate all’inizio dell’anno scorso come unmovimento armato contro i narcos, si trovano in una fase d’incorporazione e legalizzazione all’interno della Nuova Forza Rurale patrocinata dal governo federale. Questi gruppi armati di autodifesa controllano una trentina di città e hanno obbligato il governo a rimettere al primo posto dell’agenda politica nazionale il tema della sicurezza, un problema che è in cima alla lista delle preoccupazioni dei cittadini, ma che viene deliberatamente glissato dalla strategia comunicativa ufficiale. A fine gennaio 2014 il presidente Peña Nieto ha commissariato, di fatto, il governo locale e, con una decisione giudicata incostituzionale da molti osservatori, l’ha affidato a un Commissario straordinario plenipotenziario, Alfredo Castillo Cervantes. Il Commissario di fatto ha desautorato il governatore Fausto Vallejo Figueroa, eletto nel 2011 nelle file del partito del presidente, il PRI (Partido Revolucionario Institucional, partito egemone e al governo per 71 anni nel novecento e di nuovo dal 2012).

Le prime foto dei militanti di questi gruppi armati, creati per combattere il cartello dei Caballeros Templarios e usciti allo scoperto il 24 febbraio 2013, hanno destato curiosità e preoccupazione. In effetti, i soggetti apparivano, almeno in una prima fase, incappucciati e armati fino ai denti, a bordo di pick up enormi e in uniforme, con indosso una maglietta con la scritta “Per una Tepalcatepec Libera”. Si presentavano come disposti ad attaccare, ad allargare la loro zona d’influenza “liberata” dai criminali. C’è chi li ha visti come degli eroi, necessari e opportuni, difensori delle proprie famiglie e proprietà, oppure chi li voleva identificare con i criminali che dicono di combattere, come fossero un altro narco-cartello, o con i paramilitari dell’esperienza colombiana.

autodefensas carroPolizie comunitarie e autodefensas.Certamente erano diversi dalle polizie comunitarie che nei mesi precedenti avevano fatto notizia nello stato del Guerrero e che erano composte da contadini e indigeni, persone umili con pochissimi mezzi e armi a disposizione. Infatti, il termine “polizia comunitaria” in genere fa riferimento alle milizie di cittadini all’interno delle comunità indigene o rurali che possono funzionare secondo il sistema di “usi e costumi”, girano a volto scoperto e usano armi di basso calibro e uniformi riconosciute. In realtà i sistemi di difesa e vigilanza delle comunità indigene risalgono all’epoca della dominazione spagnola e negli ultimi vent’anni, per la precisione dal 1995, s’è consolidato il modello della CRAC (Coordinadora Regional de Autoridades Comunitarias), che è formata da volontari identificati da uniformi verdi e dotati di fucili da caccia.

Negli anni della narcoguerra (2006-2014), viste le necessità di controllo locale dinnanzi all’inerzia dello stato, i comuni  coinvolti nel Guerrero sono aumentati e ora la loro presenza s’estende a tredici cittadine, difese da circa 1500 poliziotti comunitari. La base giuridica per la loro esistenza si ritrova nella dichiarazione dell’ONU sui popoli indigeni, alla Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e ad alcune norme dello stato del Guerrero che ne giustificherebbero le attività. All’inizio del 2013 furono decine le polizie comunitarie che, armate di machete e fucili, s’alzarono nella zona della Costa Chica, a sud di Acapulco, e nella sierra centrale dello stato del Guerrero. Anche la polizia comunitaria di Cherán, nel Michoacán, sorta nel 2011, prende esempio dalla CRAC e il suo fondamento giuridico si trova in alcune leggi sull’autodeterminazione dei popoli indigeni risalenti al 2007.

Dalla pax mafiosa alle autodefensas. Nel Michoacán il supporto di imprenditori e coltivatori danarosi e la presenza di narcos agguerriti, messianici ed egemonici, invisi alla maggior parte della popolazione, come i Caballeros Templarios (Cavalieri Templari), spiegano la reazione così decisa, unitaria e ben organizzata dei gruppi di autodifesa. Non è sempre stato così, perché fino al 2010 regnava una “pace narca” o “pax mafiosa” che, dopo la cacciata degli Zetas dalla regione attuata dal cartello della Familia Michoacana, aveva offerto una relativa stabilità. Quando la Familia, nel marzo 2011, si scinde, nascono i Templarios. Questi ottengono l’egemonia, ma nel frattempo peggiorano le condizioni del traffico internazionale di metanfetamine e altre droghe e aumenta la repressione militare dello stato, per cui le organizzazioni criminali diversificano le loro “aree d’affari”. Passano a terrorizzare sempre più la gente comune e le imprese, a stuprare le mogli e le figlie dei piccoli proprietari terrieri che espropriano o minacciano. Si dedicano ai sequestri e al racket, s’introducono nel business agricolo, controllando le “commissioni” per l’esportazione di frutti come il limone e l’avocado, e nelle redditizie attività minerarie.

autodefensas-custodia-Aquila-MichoacanQuindi, già da mesi, segretamente, leautodefensas stavano pianificando la loro entrata in scena. I loro leader o portavoce sono abili nella comunicazione e carismatici con i mass media e con la gente in generale. Estanislao Beltrán, noto come “Papá Pitufo” (grande puffo) per la sua lunga barba bianca, è allevatore e proprietario di un ranch. José Mireles, chiamato semplicemente “il Dottor Mireles”, è un medico baffuto dallo sguardo di ghiaccio. Hipólito Mora, allevatore, coltivatore e padre di undici figli da cinque mogli, è il fondatore delle autodefensas del Michoacán e leader del gruppo della sua comunità, La Ruana. Il “Comandante 5” o “El 5” è il leader a Parácuaro, si chiama Alberto Gutiérrez, e prima faceva il coltivatore di limoni. Il coordinamento tra i circa trenta leader locali avviene grazie a un Consiglio Generale delle autodefensas che elegge i propri portavoce.

Per tutto il 2013 la Polizia Federale ha trovato un modus vivendi con i vigilantes organizzati, i cui membri erano lasciati liberi di circolare armati nelle rispettive comunità e nelle loro trincere difensive, ma non potevano farlo nelle autostrade e strade statali. Quest’accordo tacito è vacillato in alcuni momenti e ci sono stati incidenti, tensioni e scontri, senza vittime, tra le forze comunitarie e quelle governative. Non ci sono conteggi precisi sulle vittime dello scontro tra Templarios e autodefensas, anche se alcune testimonianze dal campo di battaglia parlano di duecento morti per ognuno dei due bandi in un anno di combattimenti.

Il ripiegamento dei Caballero Templarios. Il dato certo è che i Templari hanno dovuto ripiegare, hanno perso plazas e combattenti. Le autofensas sono armate con mitragliatori e fucili automatici, introdotti illegalmente dagli USA o sottratti ai rivali, e addestrate da chi, nelle diverse comunità, era stato nell’esercito o nella polizia. Questi gruppi hanno “riconquistato” località e territori per tutto il 2013, in qualche modo hanno riempito i “vuoti di potere” lasciati dallo stato. Hanno frammentato e isolato i territori del “baronato templario”, bloccando le principali vie di comunicazione. La presa di alcune città comporta, però, l’inclusione di nuovi “soldati” alla causa dei comunitarios e una parte di questi provengono dalle file del nemico. Sono quindi narcotrafficanti e delinquenti riconvertiti alla causa dei vigilantes, in costante espansione nonostante gli “stop and go” del governo. Intanto il governatore del Michoacán, Fausto Vallejo, si diceva “contrariato” e il Procuratore Generale, Jesús Murillo Karam, dichiarava alla stampa che non “si sarebbero più tollerate le avanzate delle autodefensas”.

autodefensas templarios michoacanNei primi giorni del 2014 la situazione è tesa. Il “Papá Pitufo”, Estanislao Beltrán, succede a Mireles come portavoce delle autodefensas in seguito al grave incidente d’elicottero che questo soffre il 4 gennaio. Il Dottore viene portato in un’ospedale di Città del Messico e rimane per qualche settimana “sotto la custodia” della polizia. Una parte del paese si chiede come mai Mireles non venga arrestato, anziché essere protetto. Dal canto suo, il Ministro degli Interni, Miguel Ángel Osorio Chong, in alcune dichiarazioni attribuisce il debilitamento dello stato di diritto ai vigilantese li esorta a ritirarsi e lasciare il campo alle forze federali e statali. Il 13 gennaio, alcuni militari cercano di disarmare un gruppo di autodifesa, un soldato spara, la gente accorre e reagisce. Il saldo finale è di tre morti. Il governo ritira “l’ultimatum” sul disarmo e il 15 gennaio nomina Alfredo Castillo commissario per Michoacán col compito di “ricostruire lee relazioni tra la società e il governo”. Il 27 gennaio i governi federale e statale firmano con le autodefensas un accordo per il loro reinserimento nel quadro istituzionale e legale.

Ambiguità del governo. Il dibattito s’accende e le opinioni si polarizzano tra chi pensa che i vigilantes siano un gruppo puro, slegato dalla criminalità organizzata, e chi tema la deriva paramilitare o esige il loro disarmo immediato. Il governo e la polizia tollerano e collaborano, ma allo stesso tempo puntano il dito contro le violazioni alla legge e ordinano arresti, circa una novantina fino ai primi tre mesi del 2014. Oppure cominciano a denunciare collusioni di questi gruppi col cartello Jalisco Nueva Generación o infiltrazioni mafiose nel movimento. Se da una parte è vero che vari informatori e basi dei Templarios si sono progressivamente uniti alleautodefensas, dall’altra non è corretto né realistico identificare attualmente queste ultime come organizzazioni criminali, nonostante le infiltrazioni. Il confine è sottile ma i vigilantes, per ora, l’hanno rispettato.

policia_comunitaria_de_la_cracNon sono stati documentati atti da parte loro che li qualifichino come bande criminali o narco-cartelli. La loro relazione confusa con le autorità ha fatto pensare altresì alla possibilità che le loro origini siano politiche, cioè che siano state create dal governo o da suoi apparati, ma l’unico dato certo su questo punto è che c’è stata una collaborazione iniziale, ancor prima del febbraio 2013, di alcuni militari di stanza nella regione. Vale lo stesso discorso per la Polizia Federale che in alcuni casi, dopo l’inizio della sollevazione, ha supportato alcuni gruppi, ma in altri ha sbarrato loro la strada, letteralmente.

A febbraio il governo invia 10mila soldati. In collaborazione con le autodefensas recupera la città di Apatzingán senza colpo ferire e costringe i Templarios a una ritirata strategica sulle montagne verso la costa del Pacifico. L’ex boss del cartello della Familia e capo dei Templarios, Nazario Moreno, alias “El más loco” (il più matto), viene ucciso dai marines messicani il giorno dopo aver compiuto 44 anni, il 9 marzo 2014, ma resta latitante il principale leader dei Templari, il mediatico e profetico Servando Gómez, alias “La Tuta”. La ritirata e probabile sconfitta, o riconversione ad altre “attività”, del narco-cartello templario implicherà probabilmente l’apertura di vuoti di potere e la concentrazione dell’attenzione sul destino dei gruppi di autodifesa e su un’eventuale legge di amnistia per il conflitto del Michoacán, sempre che la situazione prima o poi si “normalizzi”.

Il bastone e la carota. Il timore è che si trasformino in paramilitari al soldo di impresari o di cartelli del narcotraffico come il Jalisco Nueva Generación che, secondo le segnalazioni della Procura Generale della Repubblica, già avrebbero finanziato e armato alcuni di questi gruppi. Altri finanziamenti, nell’ordine dei 250mila dollari secondo fonti giornalistiche USA, sono arrivati dalle comunità di messicani residenti negli Stati Uniti che, compatibilmente con l’ideologia statunitense della “protezione della frontiera” e del “diritto a portare armi”, simpatizzano con la causa di questi “farmers” che difendono le loro “proprietà” e famiglie. Come visto, il governo ha provato a disarmarli e legalizzarli una prima volta nel mese di gennaio, proponendo la loro integrazione alle “guardie rurali” regolate da una norma del 1964, ma molti di loro non avevano i requisiti minimi e nemmeno la volontà di abbandonare a metà una lotta che ancora non aveva eliminato il problema per cui era cominciata. L’idea di una nuova “pax mafiosa” dopo la tempesta, magari sotto la supervisione dell’autorità centrale e non solo di quella locale, non era gradita alla maggior parte degli insorti delle autodifese e non costituiva una soluzione. Il 14 aprile il governo ha firmato un accordo di undici punti per legalizzare, coordinare e disarmare le autodefensas entro il 10 e 11 maggio e a cambio s’è compromesso a combattere i sequestri e gli altri delitti del crimine organizzato e a fondare il corpo della Fuerza Rural Estatal.

Autodefensas mexico mapaL’imprigionamento per un presunto duplice omicidio, tra l’11 marzo e il 16 maggio, del portavoce Hipólito Mora, è emblematico delle ambiguità del governo, intento a pacificare e cooptare, da una parte, ma anche a reprimere e controllare, dall’altra. Mora è, infatti, vicino al Dott. Mireles e alle frange più critiche dell’operato del governo, determinate a cacciare completamente e definitivamente i narcos prima di accettare qualunque ipotesi di disarmo o d’integrazione dei gruppi armati nella polizia rurale. L’arresto di un rappresentante carismatico di questo movimento risponde più a logiche politiche che giudiziarie. Infatti, potenzialmente a tutti i militanti delle autodifensas sono imputabili delitti come il porto d’armi d’uso esclusivo dell’esercito, la costituzione di bande armate, il terrorismo o altri capi d’accusa, ma lo stato ha deciso di collaborare con gli insorti e quindi non ha imposto il rispetto immediato della legge nella regione. O meglio, l’ha fatto in maniera selettiva e utilizzando un discorso ambiguo e confuso: s’è passati dall’indifferenza all’arresto di un leader, dalla collaborazione militare alla cattura di alcuni membri di questi gruppi, dall’appoggio logistico al movimento d’autodifesa alla minaccia di mano dura e la fissazione di vari ultimatum per il loro disarmo. Forse è azzardato parlare di vere e proprie “correnti interne” al movimento, come se si trattasse di un partito, ma la posizione di Mireles e Mora è di certo contrapposta a quella di “El 5” e di Beltrán “Grande Puffo”, il quale ha acconsentito al disarmo, che è avvenuto l’11 maggio, ed è diventato l’interlocutore privilegiato del governo, mentre Gutiérrez “El 5” rimane il portavoce del Consiglio Generale.

Divisioni nelle autodefensas. Dai primi di maggio la “scissione” in seno alle autodifensasdiventa un dato di fatto. Mireles non accetta il disarmo senza avere forti garanzie per la sicurezza nel Michoacán e il ristabilimento dello stato di diritto. Contemporaneamente le foto di Beltrán con un fucile a ripetizione in mano e l’uniforme della nuova Polizia Rurale indosso, affianco al commissario Alfredo Castillo, hanno conquistato le prime pagine dei giornali ed è servita al governo per mostrare i progressi della “pacificazione” nel Michoacán. Intanto il Dott. Mireles, sempre più in polemica col governo nelle sue interviste alla radio e per le riviste, è stato espulso dal Consiglio Generale delle autodefensas il 7 maggio. Il giorno prima aveva inviato un videomessaggio, dicendosi “temeroso per la propria vita” e chiedendo al presidente e al ministro degli intenri, Osorio Chong, un dialogo diretto.

Nel video riferisce anche del progetto, promosso con l’hashtag di twitter #YoSoyAutoefensa (#IoSonoAutodefensa), per la creazione di un Consiglio o Fronte Nazionale, non più solo del Michoacán, delle Autodefensas, in seguito al primo incontro tra lo stesso Mireles e a Città del Messico e un gruppo “trasversale” di attivisti, politici e giornalisti come Javier Sicilia, il Padre Alejandro Solalinde, Isabel Miranda de Wallace, il senatore del PAN Ernesto Rufo Appel, l’ex sindaco di García (nel Nuevo León) Jaime Rodríguez, gli opinionisti John Ackerman e Denisse  Dresser, il regista del film “Presunto Culpable” Roberto Hernández, il generale francisco Gallardo e la deputata del PRD nel Michoacán Selene Vázquez. Ma il piano del governo, osteggiato da Mireles che ha annunciato future riunioni pubbliche di questo speciale coordinamento di autodefensas, prosegue.

autodefensas_michoacanNasce la Nueva Fuerza Rural. A metà maggio sono quasi 8.000 le armi ritirate o registrate dal governo e almeno 3.300 i nuovi membri, ex vigilantes, della nuova Forza Rurale Statale che, nelle parole del commissario Castillo, andranno a rimpiazzare progressivamente le polizie municipali “che, in fin dei conti, era finita al servizio del crimine organizzato”. Non chiarisce, però, come s’eviterà che accada la stessa cosa in futuro con la Fuerza Rural. Secondo gli accordi del 14 aprile e le affermazioni di Castillo, d’ora in poi i civili armati saranno fermati e incarcerati. Il Dott. Mireles accusa le autorità federali di volerlo distruggere come leader comunitario, favorendo le frange più “acondiscendenti” delle autodefensas.

Infatti, il 9 maggio il Commissario Castillo annunciato che sono aperte delle indagini sul dottore, implicato, secondo gli inquirenti e alcuni ex compagni come Beltrán “Papá Pitufo”, nella morte di cinque ragazzi che il 27 aprile difendevano una barricata in un villaggio della costa. L’accusa arriva puntuale, in concomitanza con il processo di riconversione dei vigilantes, realizzato in fretta e furia dal governo, e con le riunioni di Mireles nella capitale, volte a creare un’alleanza e delle proposte più condivise e strutturali per il problema della delinquenza e dei gruppi di autodifesa. Anche se, pochi giorni dopo l’avviso di garanzia, Mireles ha ricevuto un salvacondotto di un giudice federale che lo esenta da possibili arresti per delitti non gravi, il dottore resta sotto tiro, minacciato dai Templarios, snobbato da una parte dei suoi ex compagni e controllato da governo e potere giudiziario. Dal canto suo Mireles ha accusato il “Comandante 5” e altri vigilantes di essere collusi con la banda dei Viagras, un gruppo delinquenziale fuoriuscito dai Templarios e legato al cartello Jalisco Nueva Generación, per cui la trama si complica. Pochi giorni dopo l’uscita di prigione, Hipólito Mora e il suo gruppo si sono dichiarati disposti a integrarsi alla polizia rurale e anche Mireles s’è orientato verso questa scelta. Il “papà puffo”, portavoce della Nuova Forza Rurale, si dice fiducioso e sostiene che in questa fase di “riconversione” delle autodefensas ci sarà una depurazione degli infiltrati della delinquenza organizzata nel movimento che potrà operare alla luce del sole, armi in pugno, per “recuperare la pace nella zona”. La nuova forza rurale è già entrata in funzione a Tepalcatepec, Coalcoman e Buenavista, i comuni in cui erano nate e s’erano consolidate le primeautodefensas, ma le incertezze sono molte.


marcha-apoyo-autodefensas-MichoacánNuova Pax Mafiosa?
 Il boss templario “La Tuta” resta in libertà e la violenza non accenna a diminuire. Inoltre il quotidiano Excelsior, con informazioni tratte da rapporti della polizia, segnala la nascita di un nuovo cartello chiamato tercera Hermandad o H-3 (Terza Fratellanza), formato da ex Caballeros Templarios, ex autodefensas ed espatriati dell’organizzazione Jalisco Nueva Generación. Dopo la Familia e i Templarios, la storia si potrebbe ripetere con la Tercera Hermandad se i vuoti di stato e le questioni aperte non vengono risolte alla radice.

E la storia del Michoacán potrebbe ripetersi facilmente anche in altri stati che, nei primi mesi del 2014, stanno vivendo ondate di violenza, omicidi, estorsioni e sequestri molto più intensa come il Morelos, il Guerrero e il Tamaulipas. Insomma si tappa la falla, male, da una parte, e il problema riemerge da un’altra. Il 13 maggio il governo ha presentato una “nuova” strategia di sicurezza per il Tamaulipas che aspira a “disarticolare la composizione e le operazioni delle organizzazioni criminali, chiudere le vie del traffico illecito di persone, sostanze, armi e denaro, e garantire istituzioni locali di sicurezza sufficienti, efficienti e affidabili. Lo stato sarà diviso in quattro zone con “alti funzionari della marina e del Ministero della Difesa al comando di ciascuna” e si prevede il rafforzamento “delle risorse umane, tecniche e d’intelligence” impiegate. In pratica si tratta della stessa strategia di sempre, quella della narcoguerra (2006-2012) dell’epoca del presidente Felipe Calderón. Da CarmillaOnLine

*Questo testo fa parte del progetto “NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga” e riprende il tema dei gruppi di autodifesa in Messico di cui abbiamo parlato su Carmilla nell’articolo “Il popolo in armi contro i narcos in Messico”, pubblicato il 24 agosto 2013

L’anno nero della stampa in Messico

Crimenes-periodistas[di Andrea Spotti - Osservatorio America Latina - CarmillaOnLine] Un’aggressione al giorno. E’ la media delle violenze subite dalla stampa in Messico durante l’anno appena trascorso, considerato uno dei più violenti della storia recente per i giornalisti. Il dato, che indica la sistematicità e la quotidianità delle intimidazioni, è fornito dal rapporto annuale di Article 19, associazione internazionale per la difesa della libertà di espressione. Si conferma così l’allarmante situazione che vivono gli uomini e le donne che cercano di raccontare il Messico militarizzato della guerra al narcotraffico. Una realtà in cui il dovere di cronaca si scontra troppo spesso con gli interessi di autorità, mafie e poteri forti. E dove fare giornalismo in modo critico può voler dire mettere a rischio la propria vita. Il rapporto, presentato lo scorso 18 marzo a Città del Messico, s’intitola “Dissentire in silenzio: violenza contro la stampa e criminalizzazione della protesta, Messico 2013”, e traccia un quadro assai preoccupante dello stato di salute dell’informazione nel Paese. Da una parte, denuncia l’impunità di cui riesce a godere chiunque abbia interesse a silenziare voci scomode grazie alla complicità o all’inazione dei differenti livelli di governo e di potere, e, dall’altra, la decisa tendenza alla riduzione del diritto alla protesta e alla copertura della stessa, in atto su tutto il territorio nazionale e in particolare nella capitale, governata da poco più di un anno dal sindaco di centrosinistra (PRD, Partido Revolución Democrática) Miguel Àngel Mancera.

Secondo Article 19, nonostante il numero dei reporter uccisi sia diminuito, passando da 7 a 4 rispetto al 2012, lo scorso anno è stato il più violento ai danni della stampa dal 2007 a questa parte. Da quando, cioè, l’ex presidente conservatore Felipe Calderòn, in seria crisi di legittimità dopo le elezioni del 2006, macchiate dal forte sospetto di brogli, ha lanciato una campagna armata contro la criminalità organizzata, militarizzando il territorio e scatenando un’ondata di violenza che ha causato almeno 80mila e 27mila desaparecidos. E che ha fatto del Messico uno dei Paesi più pericolosi al mondo per i lavoratori e le lavoratrici dell’informazione, con un bilancio di 51omicidi e 20 sparizioni forzate accumulate negli ultimi 7 anni dalla categoria.

I primi 365 giorni dell’amministrazione di Peña Nieto, che ha sancito il ritorno al potere del PRI (l’autoritario Partito Rivoluzionario Istituzionale) dopo 12 di transizione mancata a guida PAN (il destrorso Partito d’Azione Nazionale), non hanno dunque segnato l’inversione di tendenza annunciata in campagna elettorale: s’è registrato, al contrario, un aumento del 59% degli attacchi, i quali hanno così toccato quota 330. Il che, rappresenta una media quasi quotidiana di un’aggressione alla stampa, per la precisione si tratta di un segnalamento ogni 26 ore e mezza.

Oltre ad essere stato il più violento per l’informazione in generale, il 2013 è anche l’anno che ha accumulato il più alto numero di aggressioni nei confronti sia delle donne giornaliste, con 59 denunce registrate, che delle sedi di organi informativi, che sono arrivate 39. Stiamo parlando, rispettivamente, del 20 e del 10% del totale delle intimidazioni documentate. Rispetto alle minacce, invece, il 2013 è secondo solo al 2009, che lo supera di una sola lunghezza, però, con 50 denunce segnalate.

Gli attacchi documentati alla libertà d’espressione sono di diverso tipo: si va dal sequestro intimidatorio alle botte, passando dagli assalti armati alle sedi dei giornali fino ad arrivare alla sparizioni forzate e agli omicidi. Il tutto, in un contesto di brutalità inaudita, in cui fosse clandestine, decapitazioni e corpi mutilati sono così all’ordine del giorno da non fare quasi più notizia.

Con l’importante eccezione della capitale, su cui torneremo, anche quest’anno le aggressioni hanno colpito soprattutto reporter e mezzi di comunicazione che lavorano a livello statale e municipale. In zone del paese in cui sono in atto scontri tra forze armate e criminalità organizzata, oppure faide tra cartelli di narcos per il controllo del territorio. In questo senso nel rapporto si sottolinea come significativo che la maggioranza delle aggressioni, oltre che le più serie, si siano concentrate negli stati di Veracruz, Tamaulipas, Chihuahua e Coahuila.

Tuttavia, secondo Article 19, è possibile osservare una tendenza “alla disseminazione della violenza verso altre entità amministrative”. E in effetti, nel corso del 2013, il contesto è stato particolarmente difficile e pericoloso per i giornalisti anche in Chiapas, Guerrero, Michoacan, Baja California, Tlaxcala, Durango, Quintana Roo e, non senza una certa sorpresa data la sua tradizione progressista, a Città del Messico.

Il dato più inquietante, però, ha a che fare con i protagonisti delle aggressioni denunciate, che vede primeggiare le autorità e i funzionari dello stato. Secondo Article 19, infatti, delle 274 occasioni in cui è stato possibile identificare il colpevole, in ben 146 si é trattato di un rappresentante dello stato; nella maggioranza dei casi, di poliziotti municipali.

Pur non potendo considerare i dati come esaustivi, in quanto molte aggressioni, soprattutto se provenienti dal narcotraffico, non vengono neppure denunciate e in alcune zone sporgere denuncia è più comune che in altre, si tratta comunque di numeri indicativi dell’estensione, nonché della gravità ,della situazione, dato che stiamo parlando di sei aggressioni su dieci perpetrate da chi dovrebbe tutelare il diritto a informare ed ad essere informati.

Article19 2014Per quanto riguarda gli omicidi, invece, la parte del leone la fanno i diversi narco-cartelli presenti sul territorio nazionale, responsabili di 20 dei 51 casi registrati dal 2007 ad oggi. In modo tale che, secondo l’organizzazione internazionale, chi esercita il giornalismo in Messico si trova preso in mezzo tra l’incudine delle intimidazioni provenienti dalle autorità e il martello rappresentato dalla violenza del crimine organizzato. Tutto questo, in una situazione in cui l’impunità è la regola in oltre il 90% dei casi, e l’autocensura rappresenta sovente “l’unica opzione per poter lavorare senza essere aggediti”.

Nella relazione, inoltre, vengono fortemente criticate le istituzioni create dallo stato nel corso degli ultimi anni per rispondere al crescendo delle aggressioni contro la stampa e all’indignazione che suscitavano, come la Procura Speciale per i Delitti Contro la Libertà di Espressione e il Meccanismo per la Protezione di Giornalisti e Difensori dei Diritti Umani. I quali, lungi dal garantire una qualche forma di appoggio a coloro che si sono trovati nel mirino di mafie o poteri forti, sono risultate essere mere operazioni di immagine per l’opinione pubblica interna e gli organismi internazionali. Per dirla con lo scrittore e giornalista Juan Villoro, che ha introdotto la presentazione del rapporto, il governo non solo è responsabile di negare la protezione e di non garantire il pieno esercizio del diritto all’espressione ai suoi cittadini, ma dimostra tutto il suo cinismo e la sua demogogia, in quanto, pur riconscendo a parole la gravità della problematica, nei fatti non fa nulla per intervenire concretamente. Affidandosi ancora una volta alla vecchia formula priista, il cui messaggio è: “Perché governare se posso limitarmi a dichiarare?”

In “Dissentire in silenzio”, infine, lo stato di Veracruz e la capitale del paese, meritano una menzione a parte. Il primo, perché rappresenta la regione in assoluto più pericolosa per la stampa. Qui, infatti, durante i primi tre anni di mandato dell’attuale governatore, il priista Javier Duarte, le aggressioni si sono triplicate e sono stati assassinati ben 10 operatori della comunicazione. La situazione è tale che decine di reporter sono dovuti fuggire a causa delle minacce e degli attacchi subiti, favoriti dal clima di impunità propiziato dal governo e dalla Procura locali, contro i quali hanno più volte puntato il dito varie associazioni per la difesa dei diritti umani, accusandoli di non fare gli sforzi necessari per tutelare i giornalisti e per trovare e castigare i colpevoli. Emblematico, in questo senso, è l’atteggiamento della Procura, che pare sempre guardarsi bene dal collegare omicidi e sparizioni forzate all’attività giornalistica delle vittime.

D’altra parte, a Città del Messico, si è assistito a un eccezionale aumento di aggressioni e detenzioni nei confronti di giornalisti impegnati a documentare le proteste che hanno riempito le piazze della capitale tra agosto e ottobre del 2013 durante le mobilitazioni contro le cosidette riforme strutturali. Secondo il monitoraggio di Article 19, a partire dal primo dicembre 2012, data di inizio dei mandati dei governi di Peña Nieto e di Mancera, sono state documentate 64 aggressioni da parte della polizia locale e 36 detenzioni arbitrarie, molte delle quali sono avvenute quando il giornalista o il fotografo fermato stava documentando violenze e abusi polizieschi. Infine, l’organizzazione per la libertà di stampa, mette in evidenza come, più in generale, le autorità della capitale, a parole sempre molto dialoganti e aperte al confronto, abbiano “nei fatti un’intenzione deliberata di reprimere la protesta” e non offrano sufficienti garanzie a chi la vuole raccontare.

Se il 2013 si é accaparrato molti primati negativi, non si può certo dire che l’anno in corso stia andando molto meglio. Tra gli eventi recenti possiamo infatti ricordare: il sequestro e l’omicidio di Gregorio Jiménez de la Cruz, cronista veracruzano ritrovato in una fossa clandestina lo scorso 11 febbrario; le aggressioni poliziesche ai danni dei cronisti del giornale El Noroeste, impegnati nel tentativo di ricostruire le relazioni impresariali del boss “Chapo” Guzman nei giorni successici al suo arresto, nel municipio di Mazatlàn, Sinaloa; la chiusura, da parte delle autorità federali, del sito 1dmx.org, nel quale si era costituito un vero e proprio archivio che documentava la violenza della repressione poliziesca durante le manifestazioni del 2013; e infine, l’arresto illegale di Fabiola Gutiérrez, collaboratrice del portale digitale Somos El Medio, ed il furto con scasso praticato ai dani della casa di Darìo Ramìrez, direttore di Article 19 per il Messico e il Centroamerica, proprio due giorni prima della presentazione di “Dissentire in silenzio” , entrambi avvenuti nel capitale.

Insomma, stando alla cronaca delle ultime settimane, c’é poco da stare allegri. Ed è difficile pensare ad un cambiamento del contesto nel futuro. Anche perché, la cosiddetta comunità internazionale, ben rappresentata da riviste come il Time o quotidiani come Repubblica (si vedano, rispettivamente, una recente copertina e le corrispondenze ai tempi della visita di Letta), sembra molto più entusiasta delle aperture fatte dal governo in termini di libertà di investimento che preoccupata per “il costante deterioramento” della libertà di stampa e del diritto al dissenso denunciato da Article 19. E finché l’entusiasmo sarà maggiore della preoccupazione, e continuerà il relativo disinteresse internazionale rispetto a questa problematica, sarà molto difficile stimolare la scarsa volontà politica del governo a fare la sua parte per combattere l’impunità e la violenza dilaganti.

Silvio Berlusconi es expulsado del Senado italiano

Silvio-Berlusconi

(En la foto: Berlusconi hace unos 20 años, cuando “bajó a la cancha”) NOTICIA para Variopinto al Día. El Senado de Italia declaró la decadencia de Silvio Berlusconi, ex jefe de gobierno y magnate televisivo, de su cargo de senador como consecuencia de la condena definitiva que la Corte de Apelaciones le confirmó el verano pasado por fraude fiscal.

El líder del centroderecha había llegado a la Asamblea Legislativa, precisamente a la Cámara de los Diputados, en el mes de marzo de 1994, cuando ganó las elecciones con su recién fundado partido político, Forza Italia. Desde marzo de este 2013 era senador de la República, pero ahora perdió ese cargo y, con él, el fuero parlamentario, un beneficio al que recurrió varias veces en estos años para evitar ser procesado.

El voto final de los senadores sobre la “defenestración” del Cavaliere se realizó a las 17 horas del 27 de noviembre y, a esa misma hora, empezó el mitín de Berlusconi fuera de su residencia romana, Palazzo Grazioli. “Les prometo que seguiremos adelante”, ha anunciado el político-empresario. En los últimos días, el exsenador había abusado de las televisiones privadas, de las que él mismo es dueño, para lanzar mensajes mediáticos en contra de los parlamentarios que votarían su expulsión y, sobre todo, para retirar definitivamente el apoyo de los suyos al Gobierno de Enrico Letta.

Actualmente, éste se sustenta en una gran coalición de partidos políticos que van del centroizquierdista Partido Democrático al centrista Scelta Civica (Elección Cívica, del ex jefe de gobierno tecnócrata Mario Monti) y a los “berlusconianos” del Partido de las Libertades (PDL).

La semana pasada el grupo que apoyaba a Berlusconi, el PDL, se dividió entre los fieles del líder, quienes se adhirieron a la nueva formación política del Cavaliere, la cual volverá a sus orígenes y se llamará de nuevo Forza Italia, y los que ya no lo respaldan, unidos en otro partido nuevo, el Nuevo Centroderecha, dirigido por el ex delfín de Berlusconi, Angelino Alfano. Refiriéndose a él, Berlusconi dijo, durante un discurso del mitín de hoy, que “otros se fueron, pero nosotros nos quedamos aquí, seguros de estar del lado justo, no traicionaremos a nuestros electores”, mientras la gente reunida allí abucheaba y gritaba.

Alfano y el Nuevo Centroderecha van a seguir apoyando al gobierno de Letta, junto con el centroizquierda y los centristas, mientras que los de la “nueva” Forza Italia de Berlusconi van a estar en la oposición a partir de hoy para tratar de ganarse los consensos electorales de los descontentos de la derecha en el país y volver a juntar planes políticos y fuerzas, tras la caída de su líder.

Entonces, Berlusconi queda como un rey descabezado y tendrá que dirigir sus empresas y, sobre todo, su partido dividido desde su casa, si optará por la detención domiciliaria, o desde un centro para obras pías y de reintegración, si decide optar por purgar su condena en un centro que presta servicios sociales.

Fabrizio Lorusso Twitter @fabriziolorusso

Messico: il prigioniero politico Alberto Patishtán è libero

patishtan_libre-yaDopo 13 anni di prigionia il professore messicano Alberto Patishtán, indigeno dell’etnia tzotzil detenuto politico nel Chiapas, sarà rilasciato tra poche ore in seguito alla decisione del presidente Enrique Peña Nieto che su twitter ha annunciato la concessione della grazia. Questa possibilità è stata aperta solo pochi giorni fa, il 29 ottobre scorso, da un provvedimento legislativo motivato proprio dal caso dell’insegnante e militante chiapaneco, quindi è la prima volta che si applica in questa modalità. La figura giuridica era prevista dall’articolo 89 della costituzione messicana, ma la legge è venuta a specificarne i termini. La Camera e il Senato hanno approvato una modifica al Codice Penale Federale secondo cui il capo del governo avrà la facoltà di concedere la grazia, chiamata “indulto” nel testo messicano, a una persona  per qualunque delitto di tipo federale o di tipo comune “quando esistono indizi sostanziali di violazioni gravi ai diritti umani della persona sentenziata” e le autorità stabiliscono che “non rappresenta un pericolo per la tranquillità e la sicurezza pubbliche”.

Dopo l’invio del testo da parte delle camere l’esecutivo l’ha promulgato immediatamente. Il documento aggiunge quindi un secondo comma, un comma “Bis”, all’articolo 97 del codice penale e stabilisce che “in modo eccezionale, per iniziativa propria o di una delle camere del parlamento, il titolare del potere esecutivo potrà concedere la grazia” e quando siano state esaurite tutte le altre possibilità giuridiche interne. Quindi la misura prevista dal parlamento è di tipo individuale ed è più simile a una grazia presidenziale che a un’amnistia o a un indulto.

Di fatto non è stata riconosciuta formalmente l’innocenza del professore, ma la violazione dei suoi diritti e del dovuto processo. In questo senso la lotta continua e ora i suoi comitati di appoggio chiederanno la riparazione del danno allo stato. Inoltre ci sono oltre 8mila indigeni detenuti nel paese che potrebbero venirsi a trovare nella stessa situazione del professore del Chiapas perché non hanno avuto un giusto processo o non hanno ottenuto un interprete-traduttore dalle loro lingue materne allo spagnolo. E c’è già chi invoca un’amnistia che superi questa situazione e valga per tutte le persone nelle condizioni del professore tzotzil.

La reale volontà politica di far fronte a questa emergenza della giustizia e del sistema penale si vedrà nei prossimi mesi, se il caso della grazia a Patishtán non rimarrà una semplice eccezione nel triste panorama carcerario messicano. In questo caso molto emblematico la pressione mediatica ha portato a una “risoluzione” accettabile che, come è successo nel marzo scorso con la francese Florence Cassez, aiuterà Peña Nieto a migliorare la sua immagine internazionale come “difensore” dei diritti e delle garanzie individuali. Il presidente, dopo le repressioni violente delle manifestazioni del 2 ottobre, del primo settembre, del 10 giugno 2013 e del 1 dicembre 2012, ha bisogno di mettere sul piatto qualche moneta per i diritti umani. La tenuta di tale immagine, ripulita per l’occasione, si vedrà quando e se verranno affrontati e risolti altri casi meno noti.

Il provvedimento sembra arrivare proprio mentre aumentano le critiche contro il governo per l’assenza di una strategia anticrimine, il che significa che c’è continuità con la gestione precedente e con la politica di militarizzazione del conflitto, e per le decine di migliaia di omicidi e femminicidi di quest’anno (oltre 15mila morti ufficialmente e, secondo la rivista Zeta, oltre 13mila decessi legati ai narcos): serviva dunque un colpo mediatico, senza nulla togliere all’opportunità e giustezza della decisione.

Patishtán era accusato di aver partecipato a un’imboscata in cui morirono sette poliziotti il 12 giugno del 2000 nella località El Bosque, in Chiapas, stato confinante a sud col Guatemala. Segnalato da un testimone, il professore è stato prima prelevato da quattro agenti in borghese senza mandato di cattura, poi imprigionato e malmenato in carcere. Due anni dopo è stato condannato a 60 anni di reclusione per omicidio solo in base alle deposizioni di un testimone. Secondo la Ong Amnesty International il processo è stato ingiusto, “non si sono considerate le contraddizioni nelle dichiarazioni del testimone che avrebbe riconosciuto Alberto e le testimonianze che indicavano che si trovava da un’altra parte”.

Infatti, Patishtán quel giorno stava dando lezioni in una città vicina, ma il suo alibi è stato ignorato dai giudici così come lo sono stati numerosi altri diritti fondamentali dell’ormai ex-detenuto. Il “Profe”, com’è soprannominato Patishtán, s’era inimicato il sindaco di El Bosque e il governatore del Chiapas per il suo attivismo politico e perché era a capo della protesta di un gruppo di cittadini contro l’ondata di omicidi e insicurezza che interessava la loro regione. Dopo la decisione sfavorevole presa dal tribunale il 12 settembre l’unica strada per il Profe era quella di cercare una sentenza favorevole della Corte Interamericana dei Diritti Umani. La Corte avrebbe potuto obbligare lo stato messicano a liberarlo, ma l’efficacia di una sua sentenza sarebbe dipesa comunque dalle possibili interpretazioni del diritto internazionale e avrebbe previsto un iter di vari anni.

In questi anni Patishtán ha insegnato a leggere e scrivere a decine di detenuti, ha lottato per migliorare le loro condizioni di vita e ha fondato il collettivo Voz del Amate che, collegandosi ai movimenti e alla società civile, è riuscito a far ottenere il rilascio di 137 prigionieri. Nell’ottobre 2012 il Profe ha superato un’altra prova, quella contro il cancro: un intervento chirurgico gli ha asportato un tumore al cervello. Ma anche per la sua salute la lotta continua e il Profe è attualmente in cura per asportare un’altra parte di quel tumore. Per questi anni di resistenza Patishtán è diventato un simbolo, ma, nonostante l’appoggio di alcuni parlamentari e di una parte crescente dell’opinione pubblica, non aveva ancora vinto la sfida contro l’ingiustizia. Con la decisione di liberarlo lo stato ammette di aver violato i suoi diritti fondamentali e di non aver saputo condurre un processo giusto nei suoi confronti. I grandi perdenti della vicenda sono il sistema giudiziario e il penale, incapaci di emendare i propri errori e di correggere il tiro. Il perdente è la cosiddetta “fabbrica dei colpevoli”. Patishtán aveva dichiarato di non voler chiedere la grazia, ma questa è arrivata comunque grazie alla nuova norma e alle forti pressioni nazionali e internazionali.

Di seguito un articolo riassuntivo sul caso del profe Alberto Patishtán pubblicato sul quotidiano l’Unità del 20 ottobre 2013 – In PDF a questo Link – Più dettagli a questo link su Carmilla.

Da metà settembre Città del Messico è invasa da gruppi di indigeni che vengono da lontano, dall’estremo sud del paese, per protestare. I manifestanti camminano lungo l’immensa Avenida Central che taglia in due il centro storico o si ritrovano sotto i palazzi del potere. “All’innocente catene e indifferenza, al criminale libertà e protezione, la giustizia c’è per chi se la compra e non per chi se la merita, libertà al Prof. Patishtán”, c’è scritto sui loro striscioni.

Il professore indigeno dell’etnia tzotzil Alberto Patishtán, insegnante di provincia nello stato meridionale del Chiapas, è in prigione da 13 anni per un crimine che non ha commesso.

Il 13 settembre in varie città messicane sono stati centinaia i cortei contro la decisione del tribunale federale della capitale del Chiapas, Tuxtla Gutiérrez, che il giorno prima aveva dichiarato infondato il ricorso degli avvocati di Patishtán che chiedevano la sua scarcerazione.

Patishtán è accusato di aver partecipato a un’imboscata in cui morirono sette poliziotti il 12 giugno del 2000 nella località El Bosque. Segnalato da un testimone, il professore è stato prima prelevato da quattro agenti in borghese senza mandato di cattura, poi imprigionato e malmenato in carcere. Due anni dopo è stato condannato a 60 anni di reclusione per omicidio solo in base alle deposizioni di un testimone.

Secondo la Ong Amnesty International il processo è stato ingiusto, “non si sono considerate le contraddizioni nelle dichiarazioni del testimone che avrebbe riconosciuto Alberto e le testimonianze che indicavano che si trovava da un’altra parte”.

Infatti, Patishtán quel giorno stava dando lezioni in una città vicina, ma il suo alibi è stato ignorato dai giudici. Il “Profe”, com’è soprannominato Patishtán, s’era inimicato il sindaco di El Bosque e il governatore del Chiapas per il suo attivismo politico e perché era a capo della protesta di un gruppo di cittadini contro l’ondata di omicidi e insicurezza che interessava la loro regione.

Dopo la decisione sfavorevole presa dal tribunale il 12 settembre l’unica strada per il Profe è cercare una sentenza favorevole della Corte Interamericana dei Diritti Umani. La Corte può obbligare lo stato messicano a liberarlo, ma l’efficacia di una sua sentenza dipende comunque dalle possibili interpretazioni del diritto internazionale e prevede un iter di vari anni.

“Siamo tutti Patishtán, continueremo a lottare”, gridano gli attivisti dei comitati, le organizzazioni e le persone che, dopo la manifestazione, si sono ritrovati nel cuore della capitale, sotto il monumento all’indipendenza. “Di nuovo vediamo che la giustizia c’è solo per chi ha la pelle bianca e gli occhi azzurri, non per gli indigeni”, dice il figlio del Profe, Héctor Patishtán.

Il vicario dell’arcidiocesi di Tuxtla, José Luis Aguilera, ha espresso solidarietà a Patishtán, definendolo “un prigioniero politico di un sistema afflitto da irregolarità”. Il Profe ha inviato una lettera a Papa Francesco per informarlo della sua situazione. “La mia luce resta accesa non tanto perché io ci veda, ma affinché gli altri s’illuminino”, ha scritto a Bergoglio.

In questi anni Patishtán ha insegnato a leggere e scrivere a decine di detenuti, ha lottato per migliorare le loro condizioni di vita e ha fondato il collettivo Voz del Amate che, collegandosi ai movimenti e alla società civile, è riuscito a far ottenere il rilascio di 137 prigionieri.

Nell’ottobre 2012 il Profe ha superato un’altra prova, quella contro il cancro: un intervento chirurgico gli ha asportato un tumore al cervello. Per questi anni di resistenza Patishtán è diventato un simbolo, ma, nonostante l’appoggio di alcuni parlamentari e di una parte crescente dell’opinione pubblica, non ha ancora vinto la sfida con l’ingiustizia.

Il leader storico della sinistra messicana, Cuauhtémoc Cárdenas, e organizzazioni straniere come il Movimento dei Senza Terra brasiliano, i francesi di Espoir Chiapas e i tedeschi di B.A.S.T.A. difendono la sua causa.

Amnesty ha raccolto sedicimila firme con la campagna “Nessun giorno in più senza giustizia” sostenendo che “il sistema di giustizia messicano è incapace di garantire un processo giusto ed equo, specialmente se le persone accusate sono d’etnia indigena”.

Non a caso proprio qui è nata l’espressione “fabbrica dei colpevoli” per descrivere un sistema opaco e corrotto. Quindi un prigioniero politico scomodo e caparbio come Patishtán sta risvegliando la coscienza del paese sui nodi irrisolti della giustizia.

Neoautoritarismo messicano e desaparecidos

El tio desaparecidoDi Andrea Spotti* – CarmillaOnLineTeodulfo Torres è uno che in piazza prima o poi lo incroci. Quarantunenne, aderente alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, è un volto conosciuto all’interno dei movimenti antagonisti di Città del Messico, uno che non manca quasi mai nelle mobililitazioni. Da più di sei mesi a questa parte, tuttavia, nessuno ha più avuto modo di vederlo. Parenti e amici non hanno avuto sue notizie, né sono riusciti a mettersi in comunicazione con lui. El Tío, come lo chiamano i suoi compagni, é letteralmente scomparso nel nulla, entrando a far parte della lunga lista di vittime della sparizione forzata la quale, nel Messico della cosidetta guerra al narcotraffico, è tornata ad essere una prassi di Stato assai comune, che preoccupa seriamente movimenti e organizzazioni per la difesa dei diritti umani. Oltre ad essere un membro della Sexta zapatista, Teodulfo é attivo in un progetto di agricoltura urbana nel sud della capitale e partecipa al gruppo di teatro di strada La Otra Cultura. Nel corso degli ultimi anni, inoltre, ha sostenuto diversi movimenti di lotta del paese: dal Chiapas a Oaxaca, passando per Atenco, dove ha avuto un ruolo importante nella battaglia per la liberazione dei detenuti politici sostenendo il presidio permanente piazzato per mesi fuori dal carcere di Molino de las Flores a Texcoco, nello Stato del Messico.

El Tío è stato visto l’ultima volta nella mattinata del 24 marzo, nei pressi del suo domicilio, a Tlalpan; due giorni dopo, ha tenuto una comunicazione telefonica. Poi più niente. I compagni del collettivo El Terreno hanno tentato per giorni di mettersi in contatto con lui, ma invano. La denuncia alle autorità é partita il 12 aprile, quando il sospetto che El Tío fosse desaparecido era ormai quasi una certezza. Queste ultime, peró, hanno mantenuto un atteggiamento di indifferenza rispetto al caso e, lungi dall’iniziare un’indagine seria, si  sono limitate ad investigare parenti, amici e conoscenti di Teodulfo, invitandoli a non rilasciare dichiarazioni alla stampa.

Secondo i suoi compagni, tuttavia, non ci sono dubbi: siamo di fronte all’ennesima sparizione forzata, di cui El Tío é vittima in quanto testimone dell’aggressione poliziesca subita dall’attivista della Sexta e maestro di teatro Kuy Kendall il primo dicembre del 2012, durante le proteste contro l’insediamento di Peña Nieto alla presidenza della repubblica. In quell’occasione, infatti, Teodulfo documentó il momento in cui uno dei tanti candelotti lacrimogeni lanciati ad altezza uomo dalla polizia federale colpì la testa di Kuy provocandogli una grave lesione craneo-encefalica. Testimone chiave dell’indagine, El Tío avrebbe dovuto rilasciare la sua ricostruzione dei fatti agli inquirenti nei mesi successivi alla sua scomparsa.

Per quanto riguarda Kuy (vittima quasi immediata del ritorno del pugno di ferro priista contro i movimenti, insieme allo studente Uriel Sandoval, che perse un occhio in quella stessa occasione), va segnalato che, a dieci mesi di distanza, continua ad essere in condizioni molto serie. Come ha raccontato la sua compagna Eva Palma durante il meeting per la presentazione di Teodulfo dello scorso 20 settembre, i danni neurologici subiti sembrano essere irreversibili. Kuy, infatti, “é totalmente inabilitato”, non puó parlare, né muoversi, né deglutire e “ogni due ore bisogna muoverlo” per evitare le piaghe da decubito e l’atrofizzazione dei muscoli. L’animatore de La Otra Cultura, inoltre, non avendo un’assicurazione sanitaria, ha potuto ricevere cure solo grazie “alla solidarietà dei compagni de La Otra Campaña”, della quale continua ad avere bisogno.

el tioIl fenomeno della sparizione forzate (che si distingue dalle altre tipologie per l’intervento di attori statali) non é una novità per il Messico, al contrario, secondo l’associazione HIJOS-México, il PRI di Diaz Ordaz avrebbe addirittura anticipato le dittature del Sud del continente in materia, mettendo in pratica la primadesaparición già nel 1969 con il caso del Prof. Epifanio Avilés. Da questo momento, la sparizione forzata resterà uno dei principali strumenti usati dallo stato per combattere movimenti sociali e gruppi guerriglieri fino ad anni 80 ben inoltrati. Dalla metà dei 90 in avanti, la pratica di questo delitto di lesa umanità verrà intensificata in risposta al sorgimento delle guerriglie dell’EZLN e dell’EPR, facendo nuovamente crescere il numero degli scomparsi. É con il governo di Felipe Calderón e la sua guerra al crimine organizzato, nell’ambito della quale si assiste all’aumento generalizzato di violenza e impunità, che il fenomeno inizia ad assumere dimensioni sempre più massicce e preoccupanti, coinvolgendo quasi tutto il territorio nazionale (almeno 20 stati su 32, secondo undocumento firmato da varie associazioni di vittime di sparizione forzata).

Ma quanti sono i desaparecidos in Messico? Secondo le cifre fornite dalla Secretería de Gobernación (Ministero dell’interno), erano 26.121 alla fine del mandato calderoniano. Considerando che moltissimi casi non vengono denunciati per paura di rappresaglie o sfiducia nelle autorità e che associazioni come Amnesty International sostengono che dal 2007 il crimine in questione sia in costante aumento, é molto probabile che la cifra ufficiale sia più bassa di quella reale. In tutti i casi, rende l’idea della gravità della situazione che, dal punto di vista numerico, ricorda più la dittatura di Videla in Argentina che uno stato democratico.

Al di là dei numeri, che difficilmente possono descrivere in modo corretto la realtà anche a causa della mancata tipificazione del delitto nelle legislazioni statali e federali (con eccezione del Nuevo León) e dell’assenza di un registro nazionale delle persone scomparse, é importante capire dove cercare le responsabilità per questa abominevole violazione dei diritti umani. Nonostante i mass media indichino i gruppi criminali come autori principali di questo delitto, Human Right Watch e Amnesty International hanno dimostrato nei loro recenti rapporti sul fenomeno che sono i corpi armati dello Stato i maggiori responsabili delle sparizioni.

Nella maggioranza dei casi analizzati dalle due organizzazioni, infatti, le vittime sono state prelevate illegalmente e contro la propria volontà dalle forze di sicurezza statali. Per quanto riguarda lo studio di HRW, si tratta di 149 dei 250 casi analizzati; mentre per Amnesty di 85 su 152. In tutti, viene documentata senza ombra di dubbio la partecipazione di corpi di polizia o dell’esercito nelle sparizioni. Queste, il più delle volte, vengono realizzate attraverso detenzioni illegali fatte da agenti o soldati in uniforme, spesso nella casa della vittima e di fronte ai familiari, oppure in luoghi pubblici e posti di blocco alla vista di testimoni.

2Octubre 437 (Small)In altre occasioni, come denuncia HRW, un particolare corpo dello stato si é caratterizzato per un modus operandi che fa pensare che dietro alle scomparse ci sia una strategia di ampio raggio che difficilmente può essere portata avanti a insaputa delle alte gerarchie poliziesche o militari. É il caso del corpo della Marina, per esempio, che nell’estate 2011 ha commesso più di 20 detenzioni arbitrarie tra Coahuila, Nuevo León e Tamaulipas, compiendo gli arresti all’interno dei domicili delle vittime e mobilitando operativi che contavano con molti elementi, per poi negare il tutto davanti ai parenti in cerca dei loro cari attribuendo la responsabilità alla criminalità organizzata.

Altri elementi che mettono in luce i documenti sono l’inefficenza e la scarsa professionalità con cui vengono portate avanti le indagini, le quali spesso non mettono in pratica misure banali come localizzare il cellulare della vittima, controllarne i movimenti bancari o visionare le telecamere presenti nella zona della scomparsa. Le ricerche dei desaparecidos, inoltre, sono state minate dall’inutile temporeggiamento dei funzionari pubblici che spesso hanno invitato chi denunciava la scomparsa a tornare dopo 72 ore in violazione di ogni procedimento. Oppure, che sono arrivati all’assurdo di chiedere a parenti e amici dei desaparecidos di indagare autonomamente le persone o le autorità sospette, mettendoli in una condizione di serio pericolo. Infine, in tantissime occasioni, i funzionari non hanno avviato le ricerche perché convinti che la vittima fosse tale in quanto membro di una qualche organizzazione criminale. Insomma, tra partecipazione diretta e inefficienza le responsabilità dello stato in quella che HRW definisce “la più profonda crisi in materia di sparizione forzata” degli ultimi decenni in America Latina, sono molte.

Per quanto le ricerche in questione puntino il dito soprattutto contro il governo di Felipe Calderón, pare che neanche l’attuale governo abbia intenzione di mettere un serio argine al fenomeno. Al contrario, mentre i morti per omicidio, secondo cifre ufficiali, sono in leggera diminuzione, le sparizioni forzate sembrano essere in aumento e, come nel caso di Teodulfo Torres, coinvolgono sempre più di frequente attivisti e difensori dei diritti umani. Solo nei primi dieci mesi del governo Peña Nieto, infatti, sono già stati registrati 13 casi di sparizioni forzate ai danni di membri di organizzazioni e movimenti sociali, come denuncia alla Jornada Nadín Reyes, coordinatrice del Comité Hasta Encontrarlos.

A quasi un anno dall’insediamento di Peña Nieto, i peggiori timori suscitati dal ritorno al potere del PRI paiono essere confermati. L’apertura della stagione delle cosiddette riforme strutturali e la risposta repressiva data alle proteste delle ultime settimane hanno sancito il ritorno di uno stile che, unito all’intensificarsi del fenomeno delle sparizioni forzate e alla cooptazione delle opposizioni al governo attraverso il Patto per il Messico (sorta di larghe intese in salsa messicana), ha ridotto sensibilmente i margini di agibilità democratica nel paese, e costituisce un quadro assai preoccupante per il futuro prossimo della (già fragile) democrazia messicana.

*Andrea Spotti è un giornalista indipendente collaboratore di Contropiano, MilanoX, Carmilla, Sos Fornace, PopOffGlobalist.

Video e aggiornamenti: i maestri contro la reforma educativa in Messico


cnte dfVenerdí 21 settembre quasi tutti i giornali e le TV in Messico hanno cominciato a celebrare con dei bei titoloni la fine del conflitto tra gli insegnanti e il governo di Peña Nieto. Si tratta di una battaglia combattuta a suon di occupazioni, manifestazioni e repressioni violente della polizia, una resistenza che da oltre un mese tiene in scacco le autorità nazionali e quelle della capitale messicana. I mezzi di comunicazione, che dall’inizio della protesta hanno mantenuto un quasi totale allineamento con la propaganda ufficiale, sostenevano che era stato raggiunto un accordo tra gli insegnanti della Coordinadora Nacional Trabajadores de la Educacion, la CNTE, e il ministero degli interni, dopo la due giorni di sciopero nazionale e proteste realizzate dai professori il 18-19 settembre. Anche gli studenti hanno espresso solidarietà ai docenti in lotta e hanno occupato facoltà e scuole nelle giornate di mercoledì e giovedì scorso, nonostante alcune spaccature interne nel corpo studentesco e la pressione dei rettorati e delle direzioni di facoltà, particolarmente forti nel principale ateneo nazionale, la Universidad Nacional Autonoma de Mexico (link notizia in italiano).

In realtà tra governo e manifestanti c’era solo un accordo preliminare su 5 punti che, una volta approvato dalla dirigenza e dai funzionari del governo, doveva ancora essere sottoposto alle basi. Queste lo hanno bocciato tra venerdì sera e sabato mattina, per cui il conflitto non è finito, ma i media hanno sancito il suo accantonamento, la sua scomparsa dalle cronache e dagli interessi collettivi.

La tragedia umanitaria e le decine di vittime causate in tutto il paese dagli uragani e le tempeste tropicali degli ultimi giorni, come sempre aggravate dall’incuria dell’uomo, dalle miserabili infrastrutture abitative e dai ritardi della protezione civile, è passata in primo piano e il conflitto a Città del Messico e in oltre 20 stati del paese è stato annullato da qualche prima pagina tendenziosa che ne decretava la fine prematura. La lotta dei docenti per far sentire la propria voce e le proprie ragioni va anche contro questo sforzo unitario di stampa e governo nel soffocarle, nel non spiegarle, e nel ridurle a una protesta di alcuni facinorosi e pigri. Il quotidiano La Jornada è una delle eccezioni a questa “regola” non scritta dei media nazionali e il video sopra ne è una testimonianza.

Quindi oltre 10mila maestri dissidenti della CNTE, accampati nel centro della città da 5 mesi, hanno deciso di continuare con le proteste contro la riforma educativa del governo sia nel week end del 21-22 settembre che nei primi giorni della prossima settimana, almeno fino a mercoledì 25. Domenica gli insegnanti della sezione XXII, la più combattiva e numerosa che proviene da Oaxaca,  si uniranno all’ex candidato presidenziale delle sinistre, Andrés Manuel Lopez Obrador, e al suo Movimento di rigenerazione Nazionale in una manifestazione contro la riforma energetica e la privatizzazione del petrolio.

La CNTE ci tiene a ribadire la sua neutralità rispetto ai partiti, per cui alcune sezioni non prenderanno parte alla manifestazione e lasceranno libertà di scelta ai propri aderenti. Continueranno anche le “giornate nazionali dei docenti”, giunte alla terza “edizione”, in cui si discutono controproposte viabili alla riforma “educativa” imposta dal governo e già approvata da entrambe le camere una decina di giorni fa (leggi storia del movimento).

Lunedì l’assemblea deciderà se mercoledì verrà realizzata una manifestazione e se, in seguito, i docenti in lotta faranno ritorno ai loro stati d’origine per cominciare il ciclo scolastico. Per ora non verrà attuato nessun tentativo di rioccupare il zocalo, la piazza centrale della capitale, e la CNTE resterà nella tendopoli del Monumento a la Revolucion. Tra l’altro nello zocalo il governo ha deciso di allestire le tende per la raccolta dei viveri in favore degli alluvionati, quindi ha reso molto più difficile, anche “eticamente”, qualunque azione di forza dei docenti ancora intenzionati a spostare la protesta in quella piazza.

Nel video (in spagnolo) sopra (link) alcuni maestri spiegano le loro ragioni per protestare contro una riforma educativa che, in realtà, è più amministrativa e lavorativa, visto che riduce i diritti dei dipendenti pubblici del settore, che “educativa”. Nel video (in spagnolo) sotto (link) c’è un interessante punto di vista accademico in proposito: parla il professore del Colegio de México José Gil Antón.

Sciopero nazionale in Messico e Video sintesi 13S

Mercoledì e giovedì 18 e 19 settembre sono giorni di sciopero civico nazionale, convocato in tutto il Messico dalla Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación, cioè dalla corrente dissidente del Sindacato Nazionale degli insegnanti statali che da 5 mesi protesta contro la riforma educativa del presidente Peña. 15 scuole superiori e facoltà universitarie appartenenti alla Universidad Nacional Autónoma de México, site a Città del Messico, hanno aderito allo sciopero, hanno chiuso e occupato le rispettive sedi scolastiche e hanno manifestato per le strade di Città del Messico insieme al sindacato degli elettricisti (SME) e alla CNTE. Lo sciopero e le azioni di protesta sono previste anche per giovedì.

CNTE mon rev

Il video (link) riassume la situazione e documenta la giornata campale del 13 settembre e la violenza della polizia (3600 poliziotti federali in tenuta antisommossa contro 1500 professori in fuga durante varie ore) nello sgombero dell’accampamento degli insegnanti nel zocalo: 32 detenuti e 40 feriti è stato il bilancio finale, coi media ufficiali che parlano, invece, di un’operazione pulita nella capitale e tralasciano le centinaia di operazioni, meno monitorate e più violente, condotte negli altri stati.

Amnesty International ha richiamato il governo messicano e ha denunciato gravi abusi contro i giornalisti indipendenti. Anche se tra i detenuti non c’erano docenti, la sproporzione delle forze messe in campo e la strategia repressiva del governo erano evidenti: sono stati rilevati arresti arbitrari, violenze gratuite e gruppi di infiltrati o “halcones” (falchi) protetti dalla polizia.

La resistenza dei maestri continua in oltre 20 stati. A Xalapa, stato di Veracruz, 300 maestri sono stati feriti con scariche elettriche dalla polizia e il 13S lo sgombero della piazza Lerdo, anch’essa occupata dai docenti, è stato particolarmente violento (video YouTube). A Oaxaca è tornata ad organizzarsi la APPO, Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca, che mercoledì ha sfilato per le strade della città, mantiene un piccolo presidio nella piazza centrale e ha annunciato una serie di manifestazioni a ripetizione. Il governo ha aperto un presunto tavolo di negoziazioni con i docenti, ma le trattative non vanno avanti, anche perché il presidente e il ministro degli interni fanno finta di negoziare ma poi dichiarano che la riforma non si cambia, e i professori decideranno tra oggi e domani se provano a rioccupare il zocalo, la piazza centrale della capitale, in cui la polizia cittadina resterà fino al 19 settembre.

Nel frattempo la Sezione XXII di Oaxaca ha consegnato ai funzionari del governo federale, del ministero degli interni e del governo statale di Oaxaca una proposta o Piano per la Trasformazione dell’Educazione di Oaxaca, cioè una controriforma educativa completa.

Il 18 (mercoledì) una parte delle basi della CNTE, insieme agli studenti (in totale un migliaio di persone), ha cercato di oltrepassare i cordoni di poliziotti, che sono 3400 a presidio del centro storico, per tornare al zocalo, ma i manifestanti hanno dovuto ripiegare nel pomeriggio e unirsi agli altri maestri nella tendopoli che è stata allestita presso il Monumento a la Revolución.

Alle manifestazioni di questi giorni partecipano le basi della CNTE provenienti da almeno 10 stati e numerosi altri manifestanti (studenti, sindacati, organizzazioni sociali, ecc…). Il gruppo più nutrito del movimento è sicuramente quello della Sezione XXII di Oaxaca.

Non è la prima volta che in questo conflitto, soprattutto negli ultimi giorni di escalation della tensione e della repressione, la CNTE si divide: una parte delle basi opta per la via combattiva e un’altra segue la dirigenza. Quest’ultima, in genere, è maggioritaria nelle assemblee quotidiane che si tengono e opta per le manifestazioni e i blocchi stradali, ma crede ancora in una possibilità di mediazione, preferisce l’attesa rispetto all’azione immediata, soprattutto in riferimento ad una prossima rioccupazione del zocalo che, per ora, pare sia posposta a giovedì o al week end. @FabrizioLorusso