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L’etanol contro gli indigeni in Brasile: documentario

Il lato oscuro del verde o All’ombra di un delirio verde. [Il documentario, di 30 minuti, è del 2011 ma vale la pena, è in portoghese ma è chiarissimo...F.L.] Nella regione del Mato Grosso del Sud (stato del Brasile che confina con la Bolivia e il Paraguay, nel Sud-Ovest del paese), alla frontiera col Paraguay, l’etnia indigena più popolosa in Brasile lotta silenziosamente per il proprio territorio per cercare di contenere l’avanzata di grossi nemici.

Espulsi dal continuo processo di colonizzazione, oltre 40mila Guarani Kaiowá vivono oggi in meno dell’1% del loro territorio originale. Sulle loro terre si trovano migliaia di ettari di canna da zucchero piantati da multinazionali che, d’accordo con i governanti a livello nazionale, presentano al mondo l’etanolo come il combustibile “pulito” ed “ecologicamente corretto”.

Senza terra e senza foresta i  Guarani Kaiowá convivono da anni con un’epidemia di denutrizione che colpisce soprattutto i bambini. Senza alternative per la sussistenza, adulti e adolescenti sono sfruttati nelle piantagioni di canna in lunghissime giornate di lavoro.

Nella catena di produzione del combustibile “pulito” sono costanti le azioni di controllo fatte dal Ministero del Lavoro che attestano l’uso di lavoro minorile (infantile) e situazioni di schiavitù.  Nel pieno del delirio da febbre per l’oro verde (com’è chiamata la canna da zucchero), i gruppi dirigenti degli indigeni che affrontano il potere che s’impone su di loro trovano spesso la morte fazendeiros (proprietari terrieri).

Approfondimenti: da Vermelho 1.   Vermelho 2.     Vermelho 3.   http://www.thedarksideofgreen-themovie.com

Tempo: 29 min
Países: Argentina, Bélgica e Brasil
Narração: Fabiana Cozza
Direção: An Baccaert, Cristiano Navarro, Nicola Mu
thedarksideofgreen-themovie.com

No Facebook
facebook.com/pages/THE-DARK-SIDE-OF-GREEN/132106013477766?ref=ts

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darksideNa região Sul do Mato Grosso do Sul, fronteira com Paraguai, o povo indígena com a maior população no Brasil trava, quase silenciosamente, uma luta desigual pela reconquista de seu território.
Expulsos pelo contínuo processo de colonização, mais de 40 mil Guarani Kaiowá vivem hoje em menos de 1% de seu território original. Sobre suas terras encontram-se milhares de hectares de cana-de-açúcar plantados por multinacionais que, juntamente com governantes, apresentam o etanol para o mundo como o combustível “limpo” e ecologicamente correto.
Sem terra e sem floresta, os Guarani Kaiowá convivem há anos com uma epidemia de desnutrição que atinge suas crianças. Sem alternativas de subsistência, adultos e adolescentes são explorados nos canaviais em exaustivas jornadas de trabalho. Na linha de produção do combustível limpo são constantes as autuações feitas pelo Ministério Público do Trabalho que encontram nas usinas trabalho infantil e trabalho escravo.
Em meio ao delírio da febre do ouro verde (como é chamada a cana-de-açúcar), as lideranças indígenas que enfrentam o poder que se impõe muitas vezes encontram como destino a morte encomendada por fazendeiros.

À Sombra de um Delírio Verde

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In the south region of Mato Grosso do Sul, in the border of Brazil and Paraguay, the most populous indigenous nation of the country silently struggle for its territory, trying to contain the advance of its powerful enemies.

Expelled from their lands because of the continuous process of colonization, more than 40,000 Guarani Kaiowá live nowadays in less than 1% of their original territory. Over their lands there are now thousands of hectares of sugarcane planted by multinational enterprises that, in agreement with the government, show ethanol to the world as an environment friendly and “clean” fuel.

Without the lands and the forests, the Guarani Kaiowá have been coexisting for years with a malnutrition epidemic that reach their children. With no alternative of subsistence, adults and kids are exploited in the cane fields in exhausting working days. In the production line of the “clean” fuel, the Federal Public Prosecutor constantly sues the owners of the plants because of the child labor and the slave labor found there.

Amid the delirium of the green gold fever (the way people call sugarcane), indigenous leadership that face the imposed power many times find as their fate the death ordered by the big farmers.

Ficha técnica:
Título Original: À Sombra de um Delírio Verde Documentário (The Dark Side of Green)
Gênero: Documentários
Produção: Argentina, Bélgica, Brasil
Tempo de Duração: 29 min
Ano de Lançamento: 2011
Direção, produção e roteiro: An Baccaert, Cristiano Navarro e Nicolas Muñoz
Narração em Português: Fabiana Cozza
Música composta por Thomas Leonhardt

DarkSideofGreen

Esercito fa strage di indigeni in Guatemala

totofuneral.jpegIl Guatemala dell’ex generale e attuale presidenteOtto Pérez Molina rivive l’incubo della violenza e della repressione. Come ai tempi della guerra civile, iniziata nel 1960 e conclusasi nel 1996 con gli accordi di pace tra la guerriglia e il governo, il 4 ottobre scorso membri dell’esercito, che coadiuvavano la polizia nel controllo di una manifestazione popolare pacifica, hanno sparato sulla folla. I manifestanti appartenevano alla comunità centromeridionale di Totonicapan, situata 170 km a nord-ovest dalla capitale Ciudad de Guatemala e formata in prevalenza da indigeni di etnia Maya-Quiché. La notizia è preoccupante e gravissima, ma è passata quasi inosservata in Italia (segnalo un buon pezzo, forse l’unico, suPeaceLink), soprattutto tra i mass media tradizionali. 8 morti e 35 feriti da arma da fuoco: questo il saldo della strage che è avvenuta in una zona trafficatissima e molto conosciuta, l’incrocio di “4 caminos” tra le località turistiche di Hehuetenango, Chichicastenango, il Lago Atitlán e Quetzaltenenago.

Che cosa stavano mai facendo i “sediziosi” manifestanti? Incendiavano e occupavano prigioni, caserme o palazzi del governo? Improvvisavano un colpo di stato con milizie popolari inferocite e sanguinare al seguito? Gridavano alla rivoluzione armata e alla decapitazione dei caudillos o dei loro governanti? No. Stavano manifestando pacificamente contro l’aumento delle tariffe elettriche, una vera piaga sociale in un paese semi-colonizzato da compagnie straniere in particolare nel settore energetico e in quello minerario, e contro alcune politiche governative. Alle mobilitazioni avevano aderito anche altri settori della popolazione, oltre a indigeni e contadini: c’erano commercianti, impiegati e docenti, tra gli altri. Come succede in qualunque altra società, una comunità di abitanti della regione mostrava il proprio dissenso mentre alcuni loro delegati, rappresentanti dei 48 cantoni in cui si divide il Comune, si trovavano proprio seduti a un tavolo di negoziazione con il governo, rappresentato dal delegato Miguel Ángel Balcárcel, nella capitale.

Dall’anno 2000 l’esercito del paese centroamericano è autorizzato ad affiancare la Polizia Nazionale nelle operazioni di sicurezza interna, una misura che oggi più che mai dovrebbe essere messa in discussione. E’ un approccio seguito anche dal vicino Messico in cui negli ultimi 6 anni la guerra o “offensiva militare” dichiarata dal presidente Felipe Calderón ai cartelli del narcotraffico ha provocato oltre 60mila morti e la dissoluzione del tessuto sociale in numerose regioni del paese. Il numero totale di morti nel sessennio è di 103mila per diversi motivi, tra cui la perdita di controllo in intere macrozone, soprattutto nel Nord-Est, nel Golfo del Messico e lungo la frontiera con gli USA.

Il 14 ottobre migliaia di manifestanti, in solidarietà con la comunità di Totonicapán e con le famiglie delle vittime, sono scesi in piazza e hanno marciato verso la Corte di Giustizia e del Palazzo Nazionale, sede della presidenza della Repubblica, per chiedere “giustizia” e dire “no all’impunità”. Hanno anche protestato per chiedere la fine della violenza contro i popoli originari e dei progetti minerari e idroelettrici imposti sui loro territori.

Il Guatemala ha uno dei tassi di violenza, misurato dal numero di morti violente ogni centomila abitanti più alti del pianeta: siamo su cifre di 40-50 omicidi ogni 100mila abitanti (a seconda delle fonti), il doppio del Messico e del Brasile, circa cinque volte la media mondiale, per capirci. Il dipartimento di Chiquimula, a est, ed Escuintla, a sud, sono i più violenti con 97 e 96 assassinii ogni 100mila abitanti. Sono tassi simili a quelli del vicino Honduras, il paese più mortifero del mondo.

Inizialmente il presidente Pérez aveva dichiarato che i soldati non avevano utilizzato le armi, ma poi è passato alla versione secondo cui s’è trattato di “spari in aria e legittima difesa” per poi infine capitolare, ammettere la responsabilità dei militari e promettere il rispetto delle decisioni della magistratura e le sue scuse ufficiali ai familiari delle vittime.

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Il 12 ottobre, infatti, un colonnello dell’esercito e otto soldati sono finiti sotto processo e resteranno nella prigione della brigata Mariscal Zavala a Guatemala City finché il giudice non si sarà espresso sul prolungamento della reclusione preventiva. HRW (la ONG Human Rights Watch) ha apprezzato l’intervento rapido della giustizia “come il modo più efficace di evitare la ripetizione di gravi crimini di questo tipo” e i magistrati stanno investigando su questo caso che è il più grave dalla fine del conflitto armato sedici anni fa. Sarà anche la prima volta dal 1996 che si apre un processo simile. L’opposizione parlamentare aveva chiesto la sospensione dell’immunità per il presidente e il ministro della difesa, Ulises Anzueto, ma il 18 ottobre la Corte Suprema s’è espressa in senso contrario.

C’è chi sostiene (vedi link a PlazaPublica), a ragione, che il movente razzista e classista dell’attacco e della mattanza di Totonicapán possa far pensare a un ritorno delle pratiche genocide della dittatura: si esclude ogni responsabilità governativa, si crea il mito dei “due bandi” in lotta (indigeni e guerriglieri contro lo Stato o le “forze del bene), si difende la militarizzazione della società e della sicurezza, si promuove uno Stato razzista, in balia di pochi gruppi d’interesse (i vecchi “latifondisti” del Guatemala contadino e le multinazionali), e infine si continua sulla linea repressiva di altri casi, meno noti, come quello del Valle del Polochic contro le popolazioni q’eqchi'; quello di Barillas, Huehuetenango e le persecuzioni che tacciano di terroriste le genti kaqchikeles di San Juan Sacatepéquez.

Il rappresentante della Commissione ONU contro l’Impunità in Guatemala, Francisco Dall’Anese, ha raccomandato formalmente e pubblicamente al presidente di allontanare l’esercito dalle strade, impedendogli di ricoprire funzioni di polizia. Otto Pérez ha annunciato una riforma legale in tal senso, ma senza precisare. Inoltre, come segnala la pagina Facebook del Consejo de Juventudes Indígenas (una fonte d’informazione importante sul caso Totonicapán) riportando una notizia delquotidiano La Hora, pare abbia di nuovo cambiato idea. “L’esercito del Guatemala continuerà con i compiti di sicurezza interna. Dobbiamo prendere misure di fatto per risolvere i nostri problemi, se andiamo avanti sulla linea del confronto, entriamo in un circolo vizioso da cui sarà impossibile uscire”, ha dichiarato il presidente.

David Lifodi su PeaceLink denuncia giustamente che “in realtà, i militari spesso sono inviati fino alle più remote comunità maya per stroncare qualsiasi forma di ribellione contro la costruzione delle centrali idroelettriche e l’estrazione mineraria a cielo aperto”. Infatti, continua l’articolo “l’ennesimo aumento delle tariffe per compiacere la multinazionale dell’energia Energuate (a capitale inglese), si somma alle nefandezze della spagnola Unión Fenosa che, tramite le sue partecipate locali, tra cui Deocsa, da anni ha messo in atto un durissimo braccio di ferro con le comunità indigene, spesso lasciate senza luce negli anni scorsi durante le feste natalizie”. Questo è il video più completo con le testimonianze delle vittime della repressione a Totonicapán:

Anche la “nostra” Enel, impresa italiana a partecipazione pubblica, opera in territori, in comunità e con progetti non esenti da una serie di conflitti in Guatemala, nella regione del Quiché, come segnalava Matteo Dean sul Manifesto in questi termini: “si tratta del progetto idroelettrico Palo Viejo, nella regione del Quichè, Guatemala settentrionale, un investimento da 185 milioni di dollari co-finanziato dalla banca Mondiale. I protagonisti sono i soliti: un’importante impresa multinazionale italiana, l’Enel Green Power (Egp); il governo guatemalteco, che ha approvato il progetto e lo sostiene con forza; le comunità indigene di origine maya della zona interessata. Ma nel quadro entrano altri due elementi, non da poco conto: la presenza delle forze armate nel territorio e il ruolo controverso dell’ambasciata d’Italia”. E continua, “la presenza delle truppe dell’esercito guatemalteco in quella zona del Quichè è stata ampliamente documentata dalle comunità indigene e dalle organizzazioni della società civile solidali. È dal febbraio scorso che i militari guatemaltechi fanno il bello e cattivo tempo presso le comunità del municipio di San Juan Cotzal, dove è forte l’opposizione al progetto idroelettrico: centinaia di uomini in passamontagna che terrorizzano, irrompono, invadono, occupano (vedi terraterra del 29 marzo scorso)”. @FabrizioLorusso http://www.carmillaonline.com/archives/2012/10/004494.html#004494

Infine riproduco dal sito di A SUD(che lo ha tradotto in italiano) l’appello di numerose organizzazioni sociali e invito alla sua diffusione:

Diffondiamo qui si seguito l’appello inviatoci da numerose organizzazioni sociali e indigene del Guatemala che denunciano la brutale repressione sofferta nei giorni scorsi da organizzazioni indigene guatemalteche. Ci uniamo alla denuncia e alla richiesta di rispettare il diritto all’autodeterminazione delle comunità e dei popoli tradizionali e di indagare sull’accaduto garantendo giustizia alle vittime.

APPELLO
Di fronte ai fatti violenti accaduti giovedí 4 ottobre, le organizzazioni social dei diritti umani sotto firmanti, denunciamo:

1. Nel pomeriggio del 4 ottobre, il Comitato dei 48 Cantoni di Totonicapan, struttura ancestrale di rappresentazione indígena del suo popolo, è stato violentemente represso da parte di forze dell’Esercito presenti nel kilometro 170 della strada Interamericana, in risposta alla manifestazione organizzata per dimostrare la loro contrarietà alle riforme alla costituzione, alla riforma del piano di studi delle magistrali e all’alto costo dell’energia elettrica. Come risultato dell’intervento armato da parte del governo, quattro persone sono morte, circa diciotto sono i feriti e varie le persone intossicate.
2. L’azione violenta delle autoritá é avvenuta proprio mentre i rappresentanti dei 48 cantoni stavano partecipando a una riunione con il responsabile del Sistema Nazionale di Dialogo, Miguel Angel Balcárcel, dato che il presidente della Repubblica, Otto Perez Molina, non ha assistito all’incontro. I lider dei 48 Cantones sono stati nella casa Presidenziale aspettando il presidente, mentre l’Esercito agiva contro la popolazione nel kilometro 170 della strada Interamericana.
3. L’utilizzo di forze combinate con la presenza di militari muniti di armi da fuoco, per controllare un’azione civica di protesta e di rivendicazione realizzata nel pieno esercizio dei diritti universalmente riconosciuti e garantiti dalle leggi nazionali, è una dimostrazione di violenza da parte dello Stato, che si dimostra incapace di agire in maniera coerente con la cultura democratica e nel rispetto dello stato di diritto.
4. L’utilizzo di personale militare e di armi da fuoco in azioni di sgombro o di intervento in manifestazioni o riunioni pubbliche, in base alle deliberazioni del Comitato delle Nazioni Unite Contro la Tortura, costituisce tortura, situazione per la quale lo stato del Guatemala è stato sanzionato in varie occasioni da parte della Commissione Interamericana dei Diritti Umani.
5. L’azione autoritaria e il fatto di negarsi a sostenere un dialogo efficace finalizzato a risolvere i problemi reali della popolazione, l’abbandono storico e il discorso demagogico, violentano i diritti fondamentali che hanno come obiettivo riconoscere la dignità della popolazione e delle persone.

Di fronte a questa situazione, domandiamo:

1. Alla Procura dei Diritti Umani (PDH), l’investigazione profonda dei fatti e il rilascio immediato di una risoluzione che permetta identificare i responsabili delle violazioni.
2. Al Pubblico Ministero (MP), di iniziare un processo penale contro i funzionari che risultino responsabili di questi fatti sanguinosi, e delle violazioni ai diritti dei diritti umani da parte di membri delle forze di sicurezza, civili e militari.
3. Al Governo del guate,ala, di consegnare alle autoritá della Procura dei diritti Umani e al Pubblico Ministero tutta l’informazione relativa ai nomi dei funzionari che comandano le unitá coinvolte, il piano d’azione, il dettaglio elle istruzioni trasmesse dalla citta Capitale da parte del Ministero dell’Interno e della difesa, verso i l posto in cui accadevano questi fatti. Inoltre, ritirare temporaneamente dalle loro posizioni i funzionari coinvolti i quali, per azione o per omissione, risultano coinvolti nei fatti che sono accaduti.
4. Al presidente della Repubblica Otto Perez Molina, l’immediata smilitarizzazione delle forze di sicurezza, cosí come di non utilizzare unitá militari.
5. Al Parlamento del Guatemala, di derogare il decreto 40-2000 che permette la realizzazione in meaniera congiunta (Polizia ed Esercito) e che si prenda atto del carattere di Legge che hanno gli Accordi di Pace e in particolare l’Accordo sul Rafforzamento del potere civile e la funzione dell’-esercito in una società democratica.
6. Chiediamo alle autorità politiche, legislative e al settore privato che vengano abbandonati questi modi di agire autoritari e che si assumano norme di convivenza democratica reale e non demagogica.
7. Alle comunità e ai dirigenti dei 48 cantoni di Totonicapan, alle famiglie delle persone uccise, ferite e vittime di questi fatti, manifestiamo la nostra solidarietà profonda e il nostro impegno ad accompagnarli nella ricerca di giustizia per questi fatti dolorosi.

Guatemala, 4 de octubre de 2012

Firmatari:

Convergencia por los Derechos Humanos
Centro para la Acción Legal en Derechos Humanos -CALDH-
Centro Internacional para Investigaciones en Derechos Humanos -CIIDH-
Fundación Sobrevivientes
Instituto de Estudios Comparados en Ciencias Penales de Guatemala -ICCPG-
Oficina de Derechos Humanos del Arzobispado de Guatemala -ODHAG-
Seguridad en Democracia -SEDEM-
Unidad de Protección a Defensoras y Defensores de Derechos Humanos-Guatemala -UDEFEGUA-
Asociación Familiares de Desaparecidos de Guatemala -FAMDEGUA-
Centro de Estudios de Guatemala -CEG-
Equipo Comunitario de Apoyo Psicosocial -ECAP-
Educa Guatemala
Sector Mujeres de Sociedad Civil
Unión Nacional de Mujeres de Guatemala -UNAMG-

Lucha de albures en Tepito – Sfida di doppi sensi a Tepito

Máscara Enchilada entrevista a Alfonso Hernández, Cronista de la Ciudad y Director del Centro de Estudios de Tepito, acerca del popular, arraigado y divertido arte de los Albures Mexicanos. El taller de la reina de los albures, Lourdes, está aquí

Il Peperoncino Mascherato, eroe popolare della lotta libera messicana, intervista il probo Alfonso Hernández, cronista di Città del Messico e Direttore del Centro Studi su Tepito, il quartiere indomito della capitale, sull’arte degli albur, i doppi sensi messicani. A questo link il post in cui parlo della regina degli albur, Lourdes Ruiz.

Para comentar el video con gusto les copio abajo el artículo de La Jornada En el barrio de Tepito el albur es contracultura y resistencia:

En la primera reunión, realizada en la unidad Tezonco de esa universidad, la campeona de la especialidad, Lourdes Ruiz, rompió el mito de que es una práctica reservada a los hombres

OTHON LARA KLAHR

Producciones Chiquito Medallas de Oro lleva a cabo un encuentro de albur en la Casa Talavera, recinto de la Universidad Autónoma de la Ciudad de México (UACM) ubicado en la calle Talavera esquina con República de El Salvador, colonia Merced, en el mero Centro Histórico.

Qué mejor lugar que el entrañable -y alburero- barrio de La Meche para realizar esta actividad lúdica -y lúbrica, si se quiere-, que promete dejar satisfecho al respetable. Si no lo cree, ahí le va una probadita: este jueves se proyecta la película Mecánica Nacional a las 16 horas, con comentarios posteriores de Everardo Pillado y Guillermo Buigas.

El viernes, a las 17 horas tendrá lugar el mano a mano de albur De tu arte a mi arte, y más tarde cerrará con broche de oro el encuentro un bailongo en la cercana Plaza Aguilita, amenizado por la Internacional Danzonera México. Aproveche, la entrada es libre (y la salida también).

El albur en Tepito

El antecedente inmediato del encuentro alburero que se lleva en Casa Talavera es la mesa redonda que organizó la misma institución hace unas semanas en su campus San Lorenzo Tezonco, en Iztapalapa. En esa ocasión quedó demostrado que el albur no sólo son peladeces, ingeniosos juegos de palabras o “el combate verbal hecho de alusiones obscenas y de doble sentido (…) en el que el vencido es el que no puede contestar” y “es poseído, violado, por el otro” (Octavio Paz, El laberinto de la soledad, Lecturas Mexicanas, pág. 35).

Este florido lenguaje también es contracultura y resistencia “para no ser domesticados por el sistema”, afirmó el cronista del barrio de Tepito, Alfonso Hernández. Para el también director del Centro de Estudios Tepiteños (CET) el lenguaje es uno de los elementos de identidad -cada vez más escasos- que conserva esta aguerrida zona ante el embate de la modernidad.

El ágil dominio de la lengua -sin doble sentido- que caracteriza a los tepiteños se evidenció en la mesa redonda, titulada El albur en Tepito, en la que blandieron lo mejor de su repertorio, además de Alfonso Hernández, otros destacados representantes de la cultura barrial.

Entre los ponentes estuvo la comerciante Lourdes Ruiz, quien rompió el mito de que el albur sólo es del dominio masculino, ya que ella es campeona invicta del Encuentro de Albureros que se realizó en el Museo de la Ciudad de México.

Pero además en la UACM Lourdes acabó con el escepticismo de los machines presentes, al recetarles algunas muestras de su picardía cuando se pidió que pasaran tres voluntarios para realizar un ejercicio lúdico, que no lúbrico. De manera significativa, solamente mujeres se atrevieron a pasar al frente. De un recipiente tenían que sacar un papel con una frase escrita y leerla en voz alta. Una de las voluntarias sacó un papelito y leyó la palabra chiquito, a lo que Lourdes acometió al instante: “A travieso no me ganas”… “Y a flojo menos”.

Lo que todo alburero debe agarrar

Otro ponente, Víctor Hugo Rocha, distinguido miembro del CET, fue más a fondo al presentar la ponencia El albur y otros chorizos. Conocimiento que todo alburero debe agarrar. Primero se remitió a los orígenes del albur, “cuando la necesidad de los mexicas de hablar delante de los conquistadores españoles hizo que desarrollaran códigos verbales de doble sentido”.

Luego pidió no confundir el seudoalbur que se habla en la tele con el verdadero albur, al que definió como un chiste interactivo, “en el que no importa demostrar quién es más hombre, sino el componente intelectual que consiste en el dominio del lenguaje, donde gana quien tiene calma y contesta coherentemente, y pierde quien se traba al hablar y se queda como la jaula del pájaro: con el palo atravesado”. Aclaró que “a albures no compito, porque me comen”, y hablando de comida mencionó, entre muchos otros postres, el “anís con pasas”.

También se refirió a la categoría de análisis diferenciado “donde no es lo mismo Anita siéntate en la hamaca que Siéntate en la hamaca Anita”, ni “pedir en una tienda un metro de encaje negro a que un negro te encaje un metro”, aprovechando que se volvió a poner de moda Memín Pinguín.

Dentro del lenguaje alburero una palabra puede tener múltiples sentidos, explicó, pero lo más importante es fomentar estos ejercicios verbales para superar la pobreza en el habla, que lleva a muchos chavos al aburrido intercambio de “sí, güey, no güey, chale güey”.

El moderador de la mesa, Ernesto Aréchiga, profesor de la UACM, rindió homenaje a Chava Flores como uno de los más célebres albureros, pero también mencionó los aportes en la materia de grandes pensadores mexicanos, como Samuel Ramos (en El perfil del hombre y la cultura en México y Octavio Paz (en la obra citada). Sin embargo, Aréchiga consideró superada la idea de ambos pensadores en el sentido de que ese lenguaje sólo lo practican “los peladitos” en algunos ámbitos marginales de la sociedad.

Como muestra de que el albur inclusive ha llegado a la academia, enunció un clásico: “En ti me vengo pensando”, porque “mi novia ya no es Virginia… ahora es Manuela”, lo cual sorprendió hasta a los tepiteños, que comentaron: “tan seriecito que se veía el profe”. De nuevo se pidió que pasaran voluntarios al frente y otra vez pasaron sólo mujeres, lo que obligó a la campeona del albur a invitar a dos o tres varones a pasar “voluntariamente a güevo”.

Luego intervino Primo Mendoza, cuentista de doble nacionalidad: tepiteño y de Neza, quien hizo justicia a Armando Jiménez, El Gallito Inglés (quítale la cola y los pies y verás lo que es) y a Armando Ramírez, el inspirado autor de la novela emblema de la literatura tepiteña: Chin Chin el teporocho, lo cual nos hizo recordar un diálogo en el que el protagonista replica sabiamente a su contrincante: “…qué dijiste, este chile empapas yo me lo embarro” (pág. 125).

Mendoza negó que en Tepis sólo se hable albur. “También se habla latín, latón y mascamos lámina”, y de corolario nos la refrescó con el saludo: “¿En algotras ocasiones nos hemos visto?”, sin que faltara la respuesta entre el público versado: “¡atravieso no me ganas!”, y se le recordó que en sus años mozos fue “el chico temido de la vecindad”. A su vez, Lourdes reveló que el famoso sexto sentido femenino se adquiere cuando se pierde el quinto.

Duro de mascar

En su texículo Tepito, ese barrio chicoarote, Alfonso Hernández habló de la importancia de la memoria barrial para la sobrevivencia de esa comunidad, porque “aquí perder la memoria es como perder la sombra”, y si los tepiteños se dejaran despojar de su lenguaje barrial, sostuvo, “estaríamos perdiendo lo último que nos queda: la identidad que nos hace ser como somos”.

Para el cronista, Tepito es semejante al chicoarote, “una rarísima variedad de chile de árbol, de poco consumo porque al masticarse es más correoso que una charamusca”.

Hernández dio su testimonio de que “acá, a partir del momento en que se tienen peleas en la coliseo se la tiene uno que aprender a rifar en todo y contra todos en este barrio macabrón, donde se crece, como en todos los barrios, entre la teta y el moco, las lágrimas y la caca, los besos y los coscorrones, las caricias y los pellizcos, el ándele cabrón. “¿Será por eso que siempre que me dicen cabrón me da sueño? Porque de chico todo era puro ¡Ya duérmase, cabrón!”

Los tepiteños, expresó, “excluidos de la sociedad, tenemos inclinación a la libertad de improvisar y reciclar informalmente todo aquello que mejor satisfaga nuestros antojos existenciales”. Por ello Tepito es la zona artesanal y comercial más concurrida y tecnificada de la ciudad; “si bien no es un barrio modelo, sí es ejemplar en su sobrevivencia”, indicó.

El cronista barrial invitó al público a que “piquen, liquen y califiquen” que los tepiteños “no siempre revelamos por qué nos rebelamos frente a todo aquello que no nos deja ser lo que somos”, y observó que pese a la mala fama que le han constuido algunos medios, “al obstinado barrio de Tepito nos siguen llegando estudiantes de todas las carreras para corroborar si es cierto que México sigue siendo el Tepito del mundo y Tepito la síntesis de lo mexicano”.

A pesar de los aparatosos operativos policiacos, afirmó, actualmente como desde hace décadas medio México sigue acudiendo al tianguis de Tepis“en busca de ropa, zapatos, discos piratas, perfumes, yombina, tinta china, poper, pomadas, un armaño inflable (…) una grapa, un bazookazo, un arponazo, un putazo o para saber por dónde la rola Chin Chin el Teporocho”.

Alfonso Hernández explicó que en el lenguaje tepiteño cada palabra y cada verbo implican rumbos y definiciones propias; mientras el caló es el compendio de claves donde cada cosa tiene otros nombres y significados -“por ejemplo, huevón puede ser un chavo flojo, o un chavo que tiene una morra que tiene las manos muy chiquitas”-, el albur es el juego de palabras con todos los sentidos posibles, hasta convertirlo en un alegre juego de ajedrez lingüístico. “Por ejemplo, siguiendo con los huevos: al escuchar la palabra huevos se puede decir sóplame este ojo, o me los chupas y me los dejas nuevos”.

Calambur, categoría master

El calambur es más mandadito, se da entre masters de masters. Es el duelo verbal que no necesita llegar a las groserías, pero implica insospechados dobles y triples sentidos: con el mismo ejemplo de los huevos, “se diría que mis huevos son tus ojos, mis vellos tus pestañas y mis mocos tus lagañas”. Reflexionó que “así como hemos aprendido a construir el adentro y el afuera de Tepito más allá de sus límites geográficos, también hemos aprendido a no caber en el alfabeto ni en los textos académicos. Los tepiteños sabemos usar las palabras y todas las letras, y hasta podemos disimularnos en ellas cuando nos topamos con un burócrata o un político”.

¡En la madre!

-¿Cómo vislumbra el futuro de Tepito y los proyectos para dignificarlo? -se le picó al cronista en la ronda de preguntas y respuestas. Surtió efecto la picada (de cresta), y Alfonso Hernández replicó que Tepito desde sus orígenes ha sido un barrio modesto. Su nombre nahua, Mecalanilco, significa barrio de los mecapaleros (cargadores). Refirió que durante el sitio de Tenochtitlán ahí se atrincheró Cuauhtémoc durante 93 días, y esto hizo que el barrio cambiara de nombre, a Tepeteuhcan, que significa lugar donde comenzó la esclavitud.

Después Tepito fue de manera sucesiva “un miserable enclave colonial, el arrabal de la Ciudad de los Palacios, un lupanar metropolitano y ropero de los pobres”. Por ello, aseveró, eso de dignificar “nos preocupa. Ha habido proyectos al respecto, como el de una antropóloga que quería desarrollar estrategias terapéuticas y vivenciales para hacer de los tepiteños seres humanos más plenos. Puso un taller de salud donde quería estudiar el lenguaje y por qué los tepiteños éramos tan groseros. ¡En la madre!”

Ya encarrerado, el cronista de Tepito subrayó la vitalidad del barrio: tiene 50 mil habitantes y presenta la densidad poblacional más alta de las 35 colonias de la delegación Cuauhtémoc. La población tepiteña, advirtió, está conformada por dos tribus: “los chingones y los chingadores. Los primeros son los artesanos, los comerciantes buena onda, y los chingadores son los que le cobran a la clientela el impuesto a la ingenuidad. Si no sabes de perfumes, de ropa, de electrónica, de relojes, te la dejan irineo, pero también se consiguen las cosas más baratas de la ciudad”.

Recordó que el terremoto de 1985 destruyó la mayoría de los talleres artesanales, y con ello mucho de la creatividad y la productividad tepiteñas, y el tianguis quedó como la principal bujía económica, pero “se ha ido pervirtiendo, porque es una economía cuya riqueza no se ancla en Tepito y nos hace muy vulnerables, porque somos dependientes de la ideología del mercado. Antes fue la invasión de la fayuca y hoy predomina la piratería, que ha empobrecido el comercio”. Hoy el barrio, reconoce, es un “laboratorio socioeconómico de la delincuencia, el narcotráfico, la corrupción y las nuevas leyes del mercado. Estamos librando una batalla muy importante, solos, porque casi nadie entiende lo que significa Tepito. Sin embargo, sigue siendo un barrio vivo, con una tribu aguerrida, que se distingue por su arraigo, identidad y cultura”.

Esa combatividad se traduce en la proliferación de grupos culturales independientes. Además del pionero Tepito Arte Acá, se encuentran los colectivos Los Olvidados, Tepito Crónico, La Hija de la Palanca y El Zahuán, entre otros que realizan una importante labor para enriquecer la identidad tepiteña.

Natale con i huichol per salvare Wirikuta

[Questo articolo è uscito sul quotidiano italiano L'Unità del 24 e 25 dicembre 2011, lo ripropongo qui su LamericaLatina sperando che il nuovo anno porti consiglio e una buona svolta per i wixárika in lotta per la difesa del loro territorio] Il Messico ancestrale è sotto attacco. Anche in terra azteca i bambini aspettano l’arrivo di Santa Claus, alias Babbo Natale, con il suo carico di regali, ma c’è un popolo che, invece, dal Nord riceverà solo del carbone. E non è una semplice metafora. Wirikuta, una porzione di deserto costellata da montagne rocciose e villaggi tipo far-west a 600 km dalla capitale, rischia d’essere sconvolta dagli scavi della compagnia estrattiva canadese First Majestic Silver. “La zona rappresenta il più importante centro cerimoniale degli indigeni huichol o wixárika negli stati settentrionali di San Luís Potosí e Zacatecas: da secoli è oggetto di pellegrinaggi e venerazione oltre ad avere un enorme valore culturale e naturalistico”, spiega Manuela Loi, antropologa dell’Università Autonoma del Messico.

Il Canada è il paese con il maggior numero di multinazionali al mondo che gestiscono miniere a cielo aperto, le più dannose per l’ambiente, e il Messico è un suo partner strategico: il 70% delle minerarie che vi operano sono canadesi.

Dal 1988 la regione fa parte della Rete Mondiale dei Luoghi Sacri Naturali dell’Unesco, è una riserva protetta dallo Stato messicano e si colloca al primo posto nell’emisfero occidentale per la sua biodiversità.

Sono ormai svanite le promesse del Presidente Felipe Calderón che, con indosso un abito tipico wixárika, partecipò tre anni fa alla firma di un accordo tra i governatori delle regioni centrali del paese per la salvaguardia della cultura huichol. Infatti, un anno dopo rilasciò 22 concessioni di sfruttamento minerario alle filiali messicane di First Majestic.

Nonostante lo Stato di San Luis Potosí abbia approvato nel 2010 una legge che vincola i progetti di sfruttamento delle risorse naturali a una consultazione previa dei popoli indigeni, i huichol non sono mai stati sentiti. La loro terra sacra è stata svenduta alla First Majestic che, forte di un giro d’affari di 100 milioni di dollari all’anno, ne ha pagati solo tre per le concessioni.

Sette cittadine, tra cui Matehuala e Real de Catorce, famose in Italia per il film di Salvatores Puerto Escondido, dall’omonimo romanzo di Pino Cacucci, saranno interessate dagli scavi.

“Lo Stato messicano sta assassinando e sequestrando il nostro santuario, vogliono sfinirci e uccidere la nostra Madre Terra”, ha dichiarato Santos de la Cruz, un rappresentante della comunità wixárika. Scavare in queste zone è “come costruire un benzinaio in Piazza San Pietro”, spiega.

Il 70% dell’area concessa alla First Majestic si trova in quest’area “tutelata”. I huichol, uniti nel Fronte per la Difesa di Wirikuta, denunciano già lo scempio ambientale che deriverà dalla “brama d’argento” dei canadesi: l’inquinamento da cianuro, usato per la dissoluzione dei metalli estratti, è un rischio concreto tanto per il territorio come per le falde.

In cambio la compagnia offre la costruzione di un museo e 750 posti di lavoro. Un po’ poco per i huichol: infatti, “se Wirikuta si distrugge, il mondo finisce”, sostengono. Le loro montagne hanno un valore cerimoniale paragonabile a quello delle piramidi maya di Chichén Itzá, ma in questo caso esiste ancora un popolo che le difende e vi abita.

Ogni anno centinaia di comunità indigene seguono il rituale della caccia nel deserto e, dopo giorni di marcia a digiuno, offrono agli dei il sangue del sacro Cervo Azzurro, rappresentato dal cactus allucinogeno peyote o hikuri. Le visioni che provoca permettono di “avventurarsi senza paura sullo stretto ponte oltre l’abisso tra il mondo ordinario e l’aldilà”, secondo la tradizione. L’ingestione di uno spicchio dell’amaro hikuri è quindi un’esperienza mistica, spirituale e religiosa.

Da mesi i huichol invadono Mexico City con tamburi e colori, ma anche con manifestazioni e campagne informative. Nel 2011 il movimento ha ottenuto l’adesione di molte Ong, intellettuali ed attori come il messicano Gael García. In febbraio è previsto un megaconcerto di Manu Chao, dei messicani Café Tacuba e dei portoricani Calle13 con lo slogan di “Salviamo Wirikuta”. S’è mosso anche l’Alto Commissariato dell’Onu per i Diritti Umani in Messico che realizzerà l’anno prossimo una visita speciale per dare un parere ufficiale sulla controversia tra il Messico profondo e i canadesi.

Un piccolo popolo combatte il gigante minerario e il Messico si mobilita

Una compagnia canadese si aggiudica una concessione mineraria in una regione del Messico protetta dall’Onu dove vive un’antica popolazione coi suoi rituali e i suoi riti. Nonostante una legge imponga di consultare le popolazioni indigene prima di dare concessioni, in questo caso non è mai stato fatto. Così la lotta della piccola popolazione contro il gigante minerario sta guadagnando le simpatie di una parte crescente del Messico scrivendo un’altra pagina del conflitto fra sviluppo economico e tutela del territorio.

Leggi il resto dell’articolo: http://www.linkiesta.it/un-piccolo-popolo-combatte-il-gigante-minerario-e-il-messico-si-mobilita

Salviamo Wirikuta, cuore sacro d’America

Wirikuta.jpgIl cuore sacro (el corazón sagrado) del Messico e d’America è sotto attacco. La regione di Wirikuta, un’area semidesertica di 1400 km quadrati negli stati centrali di San Luís Potosí e Zacatecas, 420 km a nord della capitale, è il centro cerimoniale degli indigeni huichol o wixárika e per loro rappresenta l’origine del mondo, una zona di preghiera e di secolari pellegrinaggi in cui alcune migliaia di appartenenti ai popoli originari continuano a vivere. Tre anni e mezzo fa, nel 2008, il presidente messicano Felipe Calderón, vestito con un abito tipico del popolo wixárika, promosse e participò a un accordo stipulato tra i governatori degli stati centrali del paese, la zona conosciuta come “el bajío”, che sanciva la conservazione e lo sviluppo della cultura huichol. Nel 2009, solo un anno dopo, il governo diede 22 concessioni di sfruttamento minerario alla Real Bonanza, filiale messicana di First Majestic, e altre due alla canadese West Timmins Mining, senza che la contraddizione tra questi interessi economici stranieri (in questo caso dei canadesi che di mine e conflitti in America Latina, dal Cile al Messico e al Perù, sono dei veri esperti) in una terra sacra per un popolo originario messicano e i patti firmati in precedenza venisse minimamente avvertita.

Ma il Messico profondo, vestigio di antiche civiltà sopravvissute fino ad oggi, ha deciso di risvegliare la coscienza dell’intero paese riguardo l’emarginazione e gli abusi di cui sono vittime i discendenti degli antichi messicani.

“L’origine dell’universo non è in vendita”. In più occasioni dalla fine del 2010 i huichol hanno inviato lettere al presidente e organizzato proteste per chiedere la cancellazione delle concessioni minerarie dato che Wirikuta ha un grande valore culturale, religioso e naturale che verrebbe seriamente compromesso dalle attività delle compagnie estrattive canadesi. Quasi il 70% dell’area concessa alla First Majestic ricade proprio in questa porzione di deserto che in teoria è tutelata e protetta per la sua biodiversità.

Il Canada è il primo paese al mondo per numero e importanza delle multinazionali che gestiscono mine a cielo aperto e queste sono le più distruttive per l’ambiente. Il Messico è un socio molto importante e un territorio allettante, ricco d’oro e d’argento oltre che di altri metalli meno “preziosi”. Il 70% delle compagnie minerarie operanti in terra azteca hanno la loro casa madre proprio in Canada. Anche se la First Majestic ha assicurato che utilizzerà solo tecniche di scavo in profondità, le questioni difficili da digerire restano troppe.
Sebbene lo Stato di San Luis Potosí abbia approvato nel 2010 una legge che in teoria obbligherebbe le autorità a consultare i popoli indigeni per la stipula di contratti che riguardano l’uso delle loro risorse naturali, i huichol non sono mai stati interpellati. Anzi, la loro terra è stata addirittura svenduta alla First Majestic che, con un fatturato di 24 milioni di dollari USA a trimestre, ne ha pagati al governo solo tre per le concessioni. In cambio ha promesso circa 100 milioni di dollari per investimenti nei prossimi 10 o 15 anni e la costruzione di un museo sulla storia del settore minerario in Messico, praticamente un palliativo per poi vantare una “responsabilità sociale d’impresa”. Le prospettive di “sviluppo” e d’indotto sono davvero magre e la contropartita è l’invasione e lo scempio ai danni delle montagne sacre di un popolo e l’attacco all’ecosistema di una vasta regione. mapa_sanluispotosi.jpg
Intanto, come documenta un reportage del quotidiano messicano La Jornada, nella comunità di La Luz, in pieno territorio wixárika, una quindicina di peones sono impiegati e pagati una miseria da un caporale locale per conto della compagnia canadese per cominciare a svolgere alcuni lavori di pulizia e sgombero in preparazione: molti abitanti della comunità auspicano comunque l’arrivo dei canadesi nella speranza di qualche anno di relativa “bonanza” visto che, ad oggi, stanno ai limiti della sopravvivenza e le opportunità sono nulle in tutta la regione, ma se la tendenza è quella del lavoro-schiavitù e dell’attacco alle radici culturali di un gruppo, i huichol, molto più ampio e radicato in tutto il Messico centrale, è chiaro che il gioco non vale la candela: si tratta di un deterioramento ambientale e culturale che pregiudicherebbe 16 centri abitati e almeno 3500 persone.
“Le informazioni tecniche relative alle concessioni” – richieste nel febbraio scorso dal Ministero dell’Ecologia e della Gestione Ambientale di San Luis Potosí – “sono state classificate come riservate” dagli organi governativi interrogati in merito a Città del Messico, come ha denunciato Manuel Barrera, responsabile del ministero a livello regionale. Come se non bastasse, il prospetto sull’impatto ambientale delle perforazioni non è stato depositato dalla compagnia presso il Ministero dell’Ambiente nella capitale.

“Se Wirikuta si distrugge, anche il mondo finisce”, dicono i huichol. Qui si trova l’orma più antica dell’uomo nel continente americano. La regione ha un valore culturale paragonabile a quello degli antichi centri economici e religiosi maya come Chichén Itzá o Tikal, solo che in questo caso vive ancora il popolo che li utilizzava, li abitava e quindi ancora oggi queste genti li difendono nell’indifferenza del governo centrale. Oltre alla questione culturale c’è anche un problema legale ed ecologico siccome Wirikuta è parte di una riserva naturale protetta dal 2001 ed è un’area ricchissima in biodiversità, soprattutto per quanto riguarda le cactacee endemiche. Nel 1994 è diventata una riserva storica ed ecologica protetta dallo Stato messicano in qualità di corridio bio-culturale. Fa parte della Rete Mondiale dei Luoghi Sacri Naturali dell’ONU dal 1988 ed è in lista per diventare Patrimonio Culturale e Naturale dell’Umanità dell’UNESCO.

“Quello huichol è un popolo originario americano che ha saputo conservare il nucleo della propria identità culturale e religiosa, imperniata sul culto del mais, dell’aquila, del cervo e del peyote o hikuri, un cactus allucinogeno usato a fini cerimoniali che abbonda nel deserto di Wirikuta e incarna un’intera visione del mondo”, spiega l’antropologa Manuela Loi dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (Unam).

La lingua huichol è parlata da oltre 700.000 persone in Messico e ogni anno sono migliaia i pellegrini e le guide delle comunità indigene che eseguono il rituale della caccia, l’offerta del sangue del sacro cervo agli dei e le lunghe marce a digiuno: tutto questo proprio nella regione in cui sono partite le prime opere di scavo e che il presidente ha dato in concessione. La ricerca, l’estrazione accurata e il consumo “terapeutico” del peyote, riconosciuto dai wixárika come la divinità del Cervo Azzurro, rappresenta secondo la tradizione una “massimizzazione dello spirito che ci condurrà al punto di trasformazione temporale in transizione verso l’esaltazione spirituale per trovare le forze dell’equilibrio”.

E sono parole che solo alla lontana ma con intensità descrivono il misticismo e il flusso di coscienza suscitati dall’ingestione di uno spicchio dell’amaro e allucinogeno cactus hikuri, un’esperienza rituale dal profondo significato religioso per i huichol. Il peyote cresce solo in questa zona che rischia d’essere inquinata dal piombo e dal cianuro. Il cactus raffigura il tempo non lineare, il viaggio imprevedibile, il fittizio indistinguibile dal reale, il divenire senza storia e lo sguardo dell’osservatore esterno, l’occidentale stranito, scorre le pagine degli eventi che sono come i trabocchetti surreali immaginati dallo scrittore Julio Cortázar nei suoi racconti. Di seguito un breve video documentario sulle vicende del popolo huichol e le minerarie canadesi coi sottotitoli di Clara Ferri.

La minaccia canadese riguarda sette cittadine e le più importanti sono Matehuala e Real de Catorce, famosa in Italia, tra l’altro, per il film Puerto Escondido tratto dall’omonimo romanzo di Pino Cacucci… “E’ come se volessero mettere un distributore di benzina in Piazza San Pietro a Roma o scavare sotto la Basilica della Madonna di Guadalupe a Città del Messico”, ha detto più volte, lanciando una provocazione (nemmeno troppo azzardata), il huichol Santos de la Cruz, portavoce della comunità wixárika.
Per ora i lavori della First Majestic e di West Timmins sono nella fase di esplorazione, ma i huichol, uniti nel Fronte per la Difesa di Wirikuta, denunciano da mesi l’alto impatto ambientale e lo sventramento di intere catene montuose che la “brama d’argento” dei canadesi provocherà. L’inquinamento da cianuro, sostanza impiegata per la dissoluzione dei metalli ricavati dalle mine, è un pericolo concreto tanto per i terreni come per le falde acquifere, ma la compagnia vuole riparare mettendo sul piatto un “indotto” di 750 posti lavoro a 150 euro la settimana e una donazione al popolo wixárika di 260 (su 6326 datele in concessione) ettari di terra per le loro cerimonie: il ricordo va subito al modello statunitense della “riserva indigena”.

La miseria e l’abbandono da parte dello Stato e la depressione economica che storicamente caratterizza queste aree semidesertiche giocano a favore delle imprese straniere che con un contratto per loro insignificante possono moltiplicare esponenzialmente il budget annuale di una piccola comunità o provincia e offrire lavoro a tutti gli abitanti. Questi sono praticamente obbligati ad accettarlo “nonostante l’inquinamento, le condizioni di semischiavitù e i rischi per la salute”, secondo Tunuary Chávez, rappresentante dell’Associazione di Sostegno ai Gruppi Indigeni dello stato di Jalisco. Data la storica presenza di compagnie minerarie nel centro del Messico, responsabili in buona parte dell’abbandono che soffrono molte zone minerarie che vengono scavate, sfruttate e poi lasciate al loro destino ciclicamente, “le persone hanno problemi di salute per via dell’acqua che ha alte concentrazioni di piombo e altri metalli”, ha dichiarato l’ex sindachessa di Real de Catorce a La Jornada.

Nel 2011 il Fronte pro-Wirikuta ha guadagnato le simpatie di gran parte della società messicana e, nonostante il Governo resti sordo alle richieste dei huichol, questi hanno invaso la capitale coi loro tamburi e con proteste coloratissime e pacifiche: conferenze, manifestazioni, iniziative culturali e campagne informative si sono susseguite per tutto l’anno. Dall’aprile del 2011, l’adesione del Fronte per la Difesa di Wirikuta al Movimento per la Pace di Javier Sicilia, il poeta e attivista in prima fila per dare visibilità alle vittime della guerra al narcotraffico in Messico ed esigere giustizia al Governo, ha rinforzato la causa di Wirikuta che ha avuto un momento di grande visibilità con la manifestazione a Città del Messico dello scorso 27 ottobre.

Moltissime Ong, oltre a intellettuali, per esempio i Nobel Tomas Tranströmer e Jean-Marie Le Clézio, e attori come il messicano Gael García, hanno aderito al movimento in difesa di Wirikuta e all’inizio dell’anno prossimo, probabilmente a febbraio secondo gli ultimi comunicati del Fronte, il musicista franco-spagnolo Manu Chau, i rapper portoricani Calle 13, i colombiani Aterciopelados e i messicani Café Tacuba e Tigres del Norte suoneranno in un megaconcerto al grido di “Salviamo Wirikuta, cuore sacro del Messico” per difendere quel che resta del Messico profondo. “Non puoi comprare la pioggia, non puoi comprare il sole, non puoi comprare il calore, non puoi comprare le nuvole, non puoi comprare la mia allegria né i miei dolori”. E’ il testo della canzone Latinoamérica dei Calle 13 che in poche settimane è già diventata un inno per i popoli del continente (allego qui sotto il video della marcia per la difesa di Wirikuta di ottobre con la canzone in sottofondo). A questo Link, la foto galleria completa. Di Fabrizio Lorusso, Carmilla.

Siti del Fronte per la Difesa di Wirikuta:

http://frenteendefensadewirikuta.org/

http://salvemoswirikuta.blogspot.com/

Due articoli de La Jornada:

http://www.jornada.unam.mx/2011/04/09/opinion/018a2pol

http://www.lajornadajalisco.com.mx/2011/12/05/index.php?section=politica&article=004n1pol

Video Marcia in Difesa di Wirikuta, México DF, 27/10/11

Visita il sito del Fronte per la difesa di Wirikuta: QUI

Galleria fotografica della manifestazione:  QUI

Soundtrack: Latinoamérica – Calle 13

Articolo sul tema: QUI

Video di: Lamericalatina.Net