El video nos da una perspectiva crítica sobre los efectos de la Ley de Seguridad Nacional que se discute en el Congreso mexicano y, de ser aprobada, sería un apretón legal de corte represivo, en el sentido de que se perjudicarían los derechos humanos, ya hoy vulnerados por las fuerzas armadas desplegadas en la llamada “guerra contra el narco”, cuyo fuero se pretende ampliar, y las conquistas sociales obtenidas para vivir en paz, con justicia y dignidad.
Il video ci dà una prospettiva critica sugli effetti della Legge sulla Sicurezza Nazionale che si discute nel Parlamento messicano e, se approvatam costituirebbe una stretta legale di tipo repressivo, nel senso che si rischia di pregiudicare i diritti umani, già oggi violati dalle forze armate impiegate nella cosiddetta “guerra contro il narcotraffico”, le cui prerogative e immunità verrebbero ampliate, e le conquiste sociali storiche ottenute per vivere in pace, con giustizia e dignità.
Eccovi un video con foto-galleria della manifestazione per la pace, la giustizia e la dignità a Città del Messico lo scorso 8 maggio.
Il sottofondo musicale è dei fratelli nicaraguensi Carlos e Luís Enrique Mejía Godoy e s’intitola: “Son tus Perjumenes Mujer” (intraducibile così com’è, si tratta di un gioco di parole che continua in tutta la canzone con molti termini inventati: in questo caso è tra Perjumenes, parola senza significato, e, forse, Perfumes, che vuol dire “profumi”. A voi il video.
Città del Messico. Domenica otto maggio duemilaundici. “Grazie per pensare al nostro futuro”. E’ la frase scritta con un pennarello blu su un foglio da disegno che un bambino dall’espressione serissima e rispettosa mostra ai manifestanti della Marcha por la Paz (Marcia per la Pace, vedi Foto). Dalle sette del mattino sempre più persone si sono aggiunte alla carovana pacifica convocata dal poeta e giornalista Javier Sicilia che è partita giovedì scorso da Cuernavaca, capoluogo della regione di Morelos a un’ottantina di chilometri a sud della capitale messicana. Dopo il brutale assassinio di suo figlio Juán Francisco Sicilia, Javier ha catalizzato l’attenzione dei media e s’è fatto portavoce di migliaia di vittime colpite e addolorate che non vengono ascoltate dalle autorità e che vogliono ribellarsi all’impunità dilagante (circa il 98% dei reati nel paese non viene punito) e all’indifferenza ufficiale. Il bambino immobile col suo cartello sta seduto sul ciglio dell’immensaavenida Río Churubusco di Città del Messico mentre decine di persone s’affannano a fotografare lui e il suo messaggio che meglio di tutti riassume l’intensità e la speranza nascoste nelle sfide di un Messico tormentatodalla famigerata “guerra al narcotraffico”.
Una lotta sanguinaria e repressiva che non attacca le cause del problema ma solo ne esaspera i sintomi e le conseguenze: è stata lanciata dal presidente Felipe Calderón alla fine del 2006 sostanzialmente per lenire le eterne e fasulle preoccupazioni statunitensi e soprattutto per riempire l’enorme vuoto di legittimità creatosi dopo le contestate elezioni di quell’anno in cui il Prd (Partido de la Revolución Democrática, all’opposizione) e l’ex-candidato López Obrador denunciarono brogli e bloccarono la capitale per mesi con proteste di ogni tipo. Da allora il saldo di vittime provocato dalla militarizzazione delle operazioni di sicurezza e dalle battaglie istigate tra i cartelli del narco non hai mai smesso di crescere, anno dopo anno, fino a superare ormai la cifra di 40mila morti.
Siamo a un tasso di quasi 20 morti per 100mila abitanti, il doppio rispetto a cinque anni or sono, e il rispetto dei diritti umani è diventato una chimera. Ormai la gente lo ha capito, ha sofferto sulla propria pelle e ha deciso di reagire contro le reti di corruzione, impunità, violenza, protezione e connivenza che la politica ha intessuto con il mondo del narcotraffico, specialmente con il Cartello di Sinaloa di Joaquín Guzmán Loera, alias El Chapo. Dalla frontiera con gli Usa, da Ciudad Juárez e da Tijuana, fino a San Cristóbal de las Casas, in quel profondo sud chiapaneco dove anche la Otra Campaña dei neozapatisti ha aderito alla protesta, migliaia di cittadini con la maglietta bianca e il lemma “no más sangre” (“non più sangue”) di una ventina di città hanno riempito strade e piazze per stare affianco a chi sa rispondere con la parola e la poesia agli affronti delle armi e dell’indifferenza. Secondo la dettagliatissima ricerca della giornalista messicana Anabel Hernández, autrice de Los Señores del Narco e minacciata di morte, El Chapo e i suoi “onorati” compadres di Sinaloa, come Ismael El Mayo Zambada e Juán José Esparragoza Moreno, alias El Azul, godono da anni della protezione governativa e della connivenza delle autorità che dovrebbero perseguitarli e combattere tutti i cartelli allo stesso modo ma sembra che, al contrario, sia prevalsa la linea di favorire gli affari sporchi di un unico gruppo delinquenziale per cercare d’ottenere un miraggio di stabilità.
Ammazziamo gli altri e mettiamoci d’accordo con quelli che faremo vincere, in soldoni. Intanto difendiamo gli amici degli amici, consolidiamo le reti di complicità e dimostriamo alla gente e ai gringos che così va bene, che abbiamo catturato tutti i capi più importanti dei vari bandi in lotta.
Proprio come si sente ogni giorno nei pretenziosi spot radiofonici ufficiali in cui viene sciorinata una lista di nomi di narcos famosi, magari solo i fratelli o cognati di qualche storico capo degli anni ottanta e novanta che fanno sempre la loro scena, come se ormai il peggio fosse passato. Invece i pesci grossi sono ancora liberi e poi si sa, morto un Papa se ne fa un altro e presto ci saranno nuove liste di nomi da presentare a un’opinione pubblica incazzata e triste che non ci sta più.
Inoltre non esistono la volontà e la forza politica di mettere in atto misure reali e dure contro i narcos, attaccandoli sul serio dove fa più male: chiudere i rubinetti a livello finanziario e smettere di sovvenzionare le imprese loro e dei loro familiari e prestanome con fondi pubblici, in primis.
Poi imporre il carcere duro, lanciare politiche di sviluppo nelle regioni più depresse, epurare le file più incancrenite della politica, dedicare risorse all’istruzione, alla prevenzione dei crimini collegati al narcotraffico, alla riconversione delle produzioni e all’intelligence anziché alla guerra, e infine andare verso la legalizzazione del consumo delle droghe leggere e pesanti.
Oltrefrontiera, negli Usa, se ne sta già parlando e, sebbene in California il “sì” non abbia vinto, c’è già stata una votazione popolare sul tema che ha risvegliato il dibattito. In Messico solo l’ex presidente Vicente Fox, ora che non governa più, lancia proposte coraggiose e provocatorie in favore della legalizzazione nonostante non abbia fatto gran che durante la sua amministrazione per affrontare il problema. Piuttosto lo ha aggravato, come dimostra bene la Hernández nel suo libro. Quindi i “signori del narco” non sono solo i capi mafiosi. Anzi, i veri responsabili del problema sono tutti i settori della società che non reagiscono e che avrebbero il potere di farlo, dai politici come Genaro García Luna, l’ormai indifendibile e corrotto fino al midollo Ministro della Pubblica Sicurezza, ai grandi imprenditori immersi fino al collo nei traffici illeciti e nel sostegno “bi-partisan” tanto ai narcos come ai poteri forti che dichiarano “guerre” false contro di loro, tanto ai corrotti come ai corruttori.
Anche per questi motivi la tristezza di Javier Sicilia ha iniziato a manifestarsi senza mezzi termini poco più di un mese fa, subito dopo l’omicidio di suo figlio e di alcuni suoi amici e colleghi, con la lettera intitolata“Estamos hasta la madre” (che io traduco liberamente con “Ne abbiamo pieni i coglioni”) ed è continuata nel Zocalo, l’immensa piazza centrale della capitale, con un discorso per un “Messico in pace con giustizia e dignità” e con una richiesta gridata da Javier e dalla piazza al presidente della repubblica: le dimissioni del Ministro per la (In)sicurezza García Luna. Sono partiti in mille e sono arrivati in 200mila dopo l’ultima notte passata in campeggio nella spianata della Universidad Nacional Autónoma de México e tre giorni di cammino, catarsi e commemorazioni pubbliche di tanti padri, tante madri, fratelli, amici, uomini e donne che hanno visto scomparire i loro cari in una delle guerre che affliggono questo paese.
Il cartello di un manifestante prova a elencarle e, se da una parte pare un necrologio del decennio di governi del Pan (Partido Acción Nacional), dall’altra le stesse storie parlano di orgoglio e resistenza e non solo di sconfitte, anche perché sono potute arrivare fino a noi e fino al Zocalo proprio in questo 8 maggio di pace: il narco; i femminicidi; il caso dell’incendio nell’asilo nido ABC di Hermosillo, Sonora; le narco-fosse; il treno dei migranti centroamericani in balia del crimine organizzato e di quei settori della polizia organizzati per delinquere; le brutali repressioni di Atenco e di Oaxaca del 2006; l’isolamento e la lotta del municipio autonomo di San Juán Copala; la militarizzazione generale del paese e delle sue comunità, senza dimenticare che nel sud e in particolare nel Chiapas è stata la norma per decenni; le intimidazioni contro i difensori dei diritti umani e i giornalisti. Tutti presenti coi loro cartelli e le loro speranze di ottenere giustizia e far sentire la propria voce. Lo hanno ribadito a San Cristòbal oltre 5mila membri e simpatizzanti dell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) nella loro prima riapparizione pubblica da cinque anni a questa parte. Il comandante David ha letto un appello alla solidarietàcon le vittime innocenti della “guerra contro la criminalità” inviato dal Subcomandante Marcos il 7 maggio.
Hanno sfilato insieme a cittadini di ogni classe sociale, insieme agli universitari, ai Comitati come quello dei fratelli Cerezo, finalmente usciti di prigione dopo quasi un decennio di lotte per la giustizia, agli indigeni e agli zapatisti, ai disoccupati, ai sindacalisti dello Sme (il sindacato messicano degli elettricisti liquidato con l’impresa elettrica Luz y Fuerza via decreto presidenziale) e pure alla classe media delle zone relativamente tranquille e benestanti della gran Ciudad de Mèxico. Nel corso della lunga camminata migliaia di persone si sono incorporate e hanno dimostrato la loro solidarietà sfamando e dissetando i manifestanti attanagliati da temperature intorno ai trenta gradi per tutta la giornata. In tanti si sono dedicati a realizzare performance di teatro da strada, letture di poesie, rappresentazioni simulate della violenza, cori e suonate. Verso le 5 del pomeriggio, dopo quindici chilometri di strada e quasi nove ore di marcia, il contingente principale ha raggiunto il centro e dal palco si sono susseguite le voci, da sempre inascoltate, delle vittime della violenza. Numerose e dolorose si sono alzate le grida per ottenere giustizia così come le volontà espresse di continuare sulla strada della mobilitazione pacifica e della sensibilizzazione senza le quali non c’è un futuro minimamente accettabile per il Messico.
E’ stata presentata una proposta per nuovo patto sociale basato sulla necessità di chiarire e castigare i delitti attraverso un cambiamento deciso di strategia dalla “guerra” alla sicurezza cittadina nel rispetto dei diritti umani. Sicilia e i manifestanti hanno chiesto una politica economica e sociale che crei opportunità per i giovani e fermi il riciclaggio del denaro e le fonti finanziarie dei narcotrafficanti così come una riforma politica che preveda la revoca del mandato, le candidature cittadine, la democratizzazione dei mezzi di comunicazione e l’eliminazione dell’immunità parlamentare. Domenica sera il Ministero degli Interni ha semplicemente replicato che le forze militari non costituiscono l’origine della violenza. Si resta in attesa di qualche dichiarazione degna di questo nome.
La manifestazione per la pace dell’otto maggio ha avuto il merito di far nascere unmovimento nuovo anche rispetto alle proteste di massa di qualche anno fa che erano genericamente “contro la delinquenza” e in qualche modo più legate alla destra politica che ha gestito il discorso sulla sicurezza e la delinquenza in modo quasi esclusivo.
I settori politici conservatori e le classi alte delle città s’espongono solamente in determinate occasioni quando riescono ad uscire dalle loro zone dorate e dai loro quartieri bunker per promuovere iniziative annacquate di cambiamento sociale mentre quello di cui c’è bisogno è sicuramente uno sconvolgimento delle logiche, della cultura e della società dal basso e da dentro. Sicilia ha lanciato un ultimatum alle autorità e ai partiti, accusati di essere infiltrati da una e più mafie, annunciando che “non accetteremo più un’elezione se prima i partiti non ripuliscono i loro ranghi da quelli che, con la maschera della legalità, sono collusi con il crimine”. Il 10 giugno prossimo a Ciudad Juàrez le “Commissioni di Verifica e Sanzione” che la società civile sta formando e che sono aperte a tutti i cittadini, quartieri e comunità si riuniranno per formulare piani concreti e tabelle di marcia su queste proposte come ulteriore passo della mobilitazione. Di Fabrizio Lorusso da Carmilla.
Compartimos con ustedes dos videos de Desinformémonos sobre la Marcha por la Paz con Justicia y Dignidad, uno de la concentración en la Ciudad de México, el 8 de mayo, y otro de la Marcha del EZLN en San Cristóbal de las Casas, el 7 de mayo.
Riporto la lettera intitolata “ne abbiamo pieni i coglioni” (estamos hasta la madre), pubblicata dal settimanale messicano Proceso e inviata dall’intellettuale messicano Javier Sicilia ai politici, ai narcos e all’intera società. Sua figlio, Juan Francisco Sicilia, è stato brutalmente assassinato dai narcotrafficanti nel contesto della guerra ai cartelli e tra cartelli lanciata dallo Stato e dal Presidente Felipe Calderòn: 4 anni e mezzo di malgoverno hanno riportato il tasso di omicidi in Messico ai livelli più alti degli ultimi 20 anni evidenziando i problemi della politica repressiva e guerrafondaia intrapresa.
Javier Sicilia
El brutal asesinato de mi hijo Juan Francisco, de Julio César Romero Jaime, de Luis Antonio Romero Jaime y de Gabriel Anejo Escalera, se suma a los de tantos otros muchachos y muchachas que han sido igualmente asesinados a lo largo y ancho del país a causa no sólo de la guerra desatada por el gobierno de Calderón contra el crimen organizado, sino del pudrimiento del corazón que se ha apoderado de la mal llamada clase política y de la clase criminal, que ha roto sus códigos de honor.
No quiero, en esta carta, hablarles de las virtudes de mi hijo, que eran inmensas, ni de las de los otros muchachos que vi florecer a su lado, estudiando, jugando, amando, creciendo, para servir, como tantos otros muchachos, a este país que ustedes han desgarrado. Hablar de ello no serviría más que para conmover lo que ya de por sí conmueve el corazón de la ciudadanía hasta la indignación. No quiero tampoco hablar del dolor de mi familia y de la familia de cada uno de los muchachos destruidos. Para ese dolor no hay palabras –sólo la poesía puede acercarse un poco a él, y ustedes no saben de poesía–. Lo que hoy quiero decirles desde esas vidas mutiladas, desde ese dolor que carece de nombre porque es fruto de lo que no pertenece a la naturaleza –la muerte de un hijo es siempre antinatural y por ello carece de nombre: entonces no se es huérfano ni viudo, se es simple y dolorosamente nada–, desde esas vidas mutiladas, repito, desde ese sufrimiento, desde la indignación que esas muertes han provocado, es simplemente que estamos hasta la madre.
Estamos hasta la madre de ustedes, políticos –y cuando digo políticos no me refiero a ninguno en particular, sino a una buena parte de ustedes, incluyendo a quienes componen los partidos–, porque en sus luchas por el poder han desgarrado el tejido de la nación, porque en medio de esta guerra mal planteada, mal hecha, mal dirigida, de esta guerra que ha puesto al país en estado de emergencia, han sido incapaces –a causa de sus mezquindades, de sus pugnas, de su miserable grilla, de su lucha por el poder– de crear los consensos que la nación necesita para encontrar la unidad sin la cual este país no tendrá salida; estamos hasta la madre, porque la corrupción de las instituciones judiciales genera la complicidad con el crimen y la impunidad para cometerlo; porque, en medio de esa corrupción que muestra el fracaso del Estado, cada ciudadano de este país ha sido reducido a lo que el filósofo Giorgio Agamben llamó, con palabra griega, zoe: la vida no protegida, la vida de un animal, de un ser que puede ser violentado, secuestrado, vejado y asesinado impunemente; estamos hasta la madre porque sólo tienen imaginación para la violencia, para las armas, para el insulto y, con ello, un profundo desprecio por la educación, la cultura y las oportunidades de trabajo honrado y bueno, que es lo que hace a las buenas naciones; estamos hasta la madre porque esa corta imaginación está permitiendo que nuestros muchachos, nuestros hijos, no sólo sean asesinados sino, después, criminalizados, vueltos falsamente culpables para satisfacer el ánimo de esa imaginación; estamos hasta la madre porque otra parte de nuestros muchachos, a causa de la ausencia de un buen plan de gobierno, no tienen oportunidades para educarse, para encontrar un trabajo digno y, arrojados a las periferias, son posibles reclutas para el crimen organizado y la violencia; estamos hasta la madre porque a causa de todo ello la ciudadanía ha perdido confianza en sus gobernantes, en sus policías, en su Ejército, y tiene miedo y dolor; estamos hasta la madre porque lo único que les importa, además de un poder impotente que sólo sirve para administrar la desgracia, es el dinero, el fomento de la competencia, de su pinche “competitividad” y del consumo desmesurado, que son otros nombres de la violencia.
De ustedes, criminales, estamos hasta la madre, de su violencia, de su pérdida de honorabilidad, de su crueldad, de su sinsentido.
Antiguamente ustedes tenían códigos de honor. No eran tan crueles en sus ajustes de cuentas y no tocaban ni a los ciudadanos ni a sus familias. Ahora ya no distinguen. Su violencia ya no puede ser nombrada porque ni siquiera, como el dolor y el sufrimiento que provocan, tiene un nombre y un sentido. Han perdido incluso la dignidad para matar. Se han vuelto cobardes como los miserables Sonderkommandos nazis que asesinaban sin ningún sentido de lo humano a niños, muchachos, muchachas, mujeres, hombres y ancianos, es decir, inocentes. Estamos hasta la madre porque su violencia se ha vuelto infrahumana, no animal –los animales no hacen lo que ustedes hacen–, sino subhumana, demoniaca, imbécil. Estamos hasta la madre porque en su afán de poder y de enriquecimiento humillan a nuestros hijos y los destrozan y producen miedo y espanto.
Ustedes, “señores” políticos, y ustedes, “señores” criminales –lo entrecomillo porque ese epíteto se otorga sólo a la gente honorable–, están con sus omisiones, sus pleitos y sus actos envileciendo a la nación. La muerte de mi hijo Juan Francisco ha levantado la solidaridad y el grito de indignación –que mi familia y yo agradecemos desde el fondo de nuestros corazones– de la ciudadanía y de los medios. Esa indignación vuelve de nuevo a poner ante nuestros oídos esa acertadísima frase que Martí dirigió a los gobernantes: “Si no pueden, renuncien”. Al volverla a poner ante nuestros oídos –después de los miles de cadáveres anónimos y no anónimos que llevamos a nuestras espaldas, es decir, de tantos inocentes asesinados y envilecidos–, esa frase debe ir acompañada de grandes movilizaciones ciudadanas que los obliguen, en estos momentos de emergencia nacional, a unirse para crear una agenda que unifique a la nación y cree un estado de gobernabilidad real. Las redes ciudadanas de Morelos están convocando a una marcha nacional el miércoles 6 de abril que saldrá a las 5:00 PM del monumento de la Paloma de la Paz para llegar hasta el Palacio de Gobierno, exigiendo justicia y paz. Si los ciudadanos no nos unimos a ella y la reproducimos constantemente en todas las ciudades, en todos los municipios o delegaciones del país, si no somos capaces de eso para obligarlos a ustedes, “señores” políticos, a gobernar con justicia y dignidad, y a ustedes, “señores” criminales, a retornar a sus códigos de honor y a limitar su salvajismo, la espiral de violencia que han generado nos llevará a un camino de horror sin retorno. Si ustedes, “señores” políticos, no gobiernan bien y no toman en serio que vivimos un estado de emergencia nacional que requiere su unidad, y ustedes, “señores” criminales, no limitan sus acciones, terminarán por triunfar y tener el poder, pero gobernarán o reinarán sobre un montón de osarios y de seres amedrentados y destruidos en su alma. Un sueño que ninguno de nosotros les envidia.
No hay vida, escribía Albert Camus, sin persuasión y sin paz, y la historia del México de hoy sólo conoce la intimidación, el sufrimiento, la desconfianza y el temor de que un día otro hijo o hija de alguna otra familia sea envilecido y masacrado, sólo conoce que lo que ustedes nos piden es que la muerte, como ya está sucediendo hoy, se convierta en un asunto de estadística y de administración al que todos debemos acostumbrarnos.
Porque no queremos eso, el próximo miércoles saldremos a la calle; porque no queremos un muchacho más, un hijo nuestro, asesinado, las redes ciudadanas de Morelos están convocando a una unidad nacional ciudadana que debemos mantener viva para romper el miedo y el aislamiento que la incapacidad de ustedes, “señores” políticos, y la crueldad de ustedes, “señores” criminales, nos quieren meter en el cuerpo y en el alma.
Recuerdo, en este sentido, unos versos de Bertolt Brecht cuando el horror del nazismo, es decir, el horror de la instalación del crimen en la vida cotidiana de una nación, se anunciaba: “Un día vinieron por los negros y no dije nada; otro día vinieron por los judíos y no dije nada; un día llegaron por mí (o por un hijo mío) y no tuve nada que decir”. Hoy, después de tantos crímenes soportados, cuando el cuerpo destrozado de mi hijo y de sus amigos ha hecho movilizarse de nuevo a la ciudadanía y a los medios, debemos hablar con nuestros cuerpos, con nuestro caminar, con nuestro grito de indignación para que los versos de Brecht no se hagan una realidad en nuestro país.
Además opino que hay que devolverle la dignidad a esta nación.