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Wittgenstein de Derek Jarman, película biográfica y vanguardista sobre el genial filósofo (subtitulada y completa)

wittgensteinIl sito messicano PIJAMA SURF segnala l’uscita di questo film sul filosofo-linguista Ludwig Josef Johann Wittgenstein su YouTube coi sottotitoli in spagnolo. Il film è del 93, ma non era facilmente repribile. Celebro e guardo!

“Si un león pudiera hablar, no podríamos comprenderlo [...]. Imaginar un lenguaje es imaginar una forma de vida. Es lo que hacemos y lo que somos lo que da sentido a nuestras palabras”.

Wittgenstein: estimulante película de Derek Jarman en torno a la obra y vida de este genial filósofo; completa y subtitulada en este enlace: http://bit.ly/ZvqtlJ

Ludwig Wittgenstein es sin lugar a dudas uno de los filósofos más importantes del siglo XX, reputación indudable a la luz de su obra pero fortalecida también por su personalidad excéntrica, un hombre en quien el arquetipo del genio se manifestó de forma casi absoluta y pura, alguien en quien su capacidad intelectual por encima de la norma le hizo sobresalir, sí, pero al mismo tiempo les acarreó problemas personales, dificultades para establecer relaciones y para vivir con simpleza la existencia diaria.

La película que compartimos en esta ocasión busca reflejar esa complejidad que caracterizó a Wittgenstein, biográfica y bibliográficamente. Dirigida por Derek Jarman, en el guión también participó Terry Eagleton, teórico de la literatura ampliamente conocido en el mundo académico.

Visual y narrativamente, el filme recurre a técnicas que se corresponden de manera justa con la vida y la obra del filósofo, con ciertas pretensiones vanguardistas o de ruptura que de algún modo refleja la esencia de Wittgenstein, esa predilección suya por el fragmento antes que por el discurso continuo y falsamente ininterrumpido. Asimismo, además de oscilar por las distintas etapas de su pensamiento, la cinta no deja de lado polémicos aspectos de la vida de Wittgenstein, desde lo singular de su vida hasta su homosexualidad (que por muchos años fue un asunto del que se prefería no hablar y que incluso fue perseguida jurídicamente).

Un retrato fílmico que sin duda completará algunas de las ideas que tienes sobre este pensador o, en el mejor de los casos, estimulará la curiosidad sobre su obra.

“Si la gente no hiciera tonterías de vez en cuando, nunca se haría nada inteligente”.

L’eredità di Hugo Chávez dal Venezuela all’America Latina

CHAVEZParlare di Venezuela e di Chávez, un leader storico indiscusso e per questo amato e odiato allo stesso tempo, suscita sempre emozioni e dibattiti. Ci ho provato in varie occasioni, ascoltando voci diverse, dal cuore al cervello, dai latino americanisti fedeli al socialismo bolivariano ai critici duri del sistema. Oggi in Messico si respira un’aria strana, c’è il lutto e ci sono le prese di distanza, c’è l’affetto e ci sono le indifferenze. Ci saranno 7 giorni di lutto nazionale in Venezuela e a Caracas in questo momento ci sono manifestazioni massicce per le strade. E’ la sua gente che scorta il feretro in corteo insieme ai familiari e ai ministri, insieme alla musica delle bande musicali e alle preghiere. Intanto i presidenti del subcontinente e del mondo mandano messaggi di cordoglio e solidarietà. Il Presidente del Venezuela, il cinquantottenne Hugo Chávez, è mancato martedì 5 marzo alle 16:25 (21:25 ora italiana), secondo l’informazione diffusa a reti unificate dal Vicepresidente e successore di Chávez, Nicolás Maduro. Era arrivato a Caracas il 18 febbraio scorso da L’Avana, Cuba, dove aveva ricevuto le ultime cure per un paio di mesi. Ha passato gli ultimi giorni in compagnia delle figlie e dei suoi nipoti nell’Ospedale Militare della capitale venezuelana. L’8 dicembre aveva inviato l’ultimo messaggio alla nazione in cui indicava Maduro come suo successore in caso lui venisse a mancare. Dopo la morte del Presidente, che aveva sconfitto l’oppositore Henrique Capriles l’anno scorso conquistando la presidenza per il periodo 2013-2019, saranno convocate entro un mese nuove elezioni presidenziali in Venezuela.

“Riceviamo l’informazione più dura e tragica che potessimo trasmettere al nostro popolo. Alle 4.25 del pomeriggio di oggi 5 marzo è venuto a mancare il nostro comandante presidente Hugo Chávez Frías”, ha detto Maduro che per qualche settimana, fino alle nuove elezioni, sarà il presidente ad interim del paese. La maggior parte dee paesi sudamericani e il Nicaragua hanno decretato tre giorni di lutto. Amici e alleati si stringono intorno ai familiari del comandante. Il Venezuela avrà una settimana di riflessione per esprimere le condoglianze verso il suo presidente scomparso. La presidentessa argentina Cristina Fernández e Mújica, capo di Stato uruguayano, sono partiti subito per Caracas per assistere ai funerali.

L’eredità del chavismo è difficile da determinare, probabilmente è ancora presto, ma sicuramente trascenderà le frontiere del paese andino e caraibico che l’ha generato e trascenderà alcune generazioni, così com’è successo con alcuni aspetti del peronismo argentino o con le idee stesse di Simón Bolivar e José Martí e la loro spinta per la creazione di una Patria Grande. L’America Latina oscillerà tra i diversi modelli del progressismo continentale, dal Brasile di Lula e Dilma Roussef all’Uruguay di Pepe Mújica, dall’Ecuador di Rafael Correa (indicato spesso come il più logico e vicino “successore” di Chávez in Sudamerica anche se i loro rispettivi paesi hanno presenze e influenze diverse nella regione), alla Bolivia di Evo Morales e all’argentina di Nestor e Cristina Kirchner. Oppure ci sarà in alcuni paesi un’alternanza con le destre (come in Cile) che, però, dovrebbero aver capito le lezioni dolorose del liberismo selvaggio e dell’autoritarismo del passato che, ciononostante, a volte si fa rivedere (come successo in Paraguay nel 2012 e in Honduras nel 2009 con dei colpi di Stato più o meno “istituzionali” o anche militari).

L’ondata di rifiuto delle politiche economiche e sociali imposte dalle agenzie internazionali e dai paesi creditori, che strozzavano lo sviluppo latino americano con l’austerità, ha creato tra la fine degli anni 90 e l’inizio del nuovo millennio le condizioni propizie per una ridiscussione del modello e per la nascita di alternative progressiste. Ogni paese, però, ha elaborato la propria alternativa (più o meno radicale, più o meno includente) in questo quadro comune a seconda delle condizioni storiche, le negoziazioni interne, le diverse élite nazionali ed esperienze preesistenti nella realtà nazionale. Le alleanze continentali, propiziate dal Presidente Chávez, hanno in qualche modo consolidato una visione collettiva e comune in America Latina e favorito obiettivi di emancipazione, con un tono nazionalista in difesa della sovranità, e di sviluppo, oltre la semplice cifra della crescita economica.

Cuba, il Venezuela, il Nicaragua, il Messico e l’America centrale e caraibica non possono veder spiegata la loro storia senza considerare l’egemonia statunitense che, nel suo backyard, ha spesso fatto leva sulle armi, sullo spionaggio e sul cosiddetto hard power piuttosto che sulla diplomazia e sull’influenza soft e ideologica per ottenere i suoi obiettivi e il controllo regionale (controllo delle risorse, protezione degli investimenti e degli interessi strategici, egemonia politico-culturale). Tra il bastone e la carota, non c’è dubbio che storicamente abbia prevalso quest’ultimo e che ciò abbia generato reazioni altrettanto forti, soprattutto dentro i progetti contro-egemonici latino americani che hanno radicalizzato le loro posizioni, spesso più a livello retorico che nei fatti. Questo processo è avvenuto anche in Venezuela dove l’élite tradizionale dei partiti, legata agli interessi esterni, al petrolio e alla grande impresa, aveva raggiunto livelli di distacco dalla società, privilegi di casta, sprechi e corruzioni indicibili. Già il caracazo del febbraio 1989, una due giorni di proteste feroci della popolazione repressa nel sangue dal presidente Pérez (si parla nelle cifre ufficiali di 300 morti, ma altre fonti indicano oltre 3000 morti) era un gravissimo segnale d’allarme. Inascoltato.

Chávez ha alzato le bandiere del Socialismo del Secolo XXI e della Rivoluzione Bolivariana in Venezuela e nelle Americhe anche grazie alla creazione di istituzioni latinoamericane come l’ALBA (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América), UNASUR (Unión de Naciones Suramericanas) e la CELAC (Comunidad Estados Latinoamericanos y Caribeños) che puntano a ridurre l’egemonia statunitense nella regione, come obiettivo implicito, ma che fondamentalmente sono strumenti di quel regionalismo aperto sudamericano che s’era arenato con il MERCOSUR e la COMUNIDAD ANDINA.

L’opposizione della destra venezuelana, composta dagli estremisti conservatori e tradizionali, dai vecchi partiti COPEI e AD e da una parte di democratici liberali, s’è caratterizzata per la cecità verso le esigenze delle masse popolari impoverite dai decenni perduti, gli anni ottanta della crisi del debito e gli anni novanta del non-recupero economico. Avevano provato a rimontare posizioni l’ottobre scorso con una proposta moderata, socialdemocratica, che però non ha convinto la maggioranza dei votanti e nascondeva incognite e mancanze troppo importanti per essere presa sul serio dalla maggioranza della popolazione beneficiata dal chavismo.

Al contrario di quanto previsto da FMI e Banca Mondiale la crescita dei paesi latinoamericani, anche quando negli anni 90 si sono riaperti i flussi del credito e i prestiti internazionali, è stata precaria e insufficiente. Credo che la maggioranza dell’elettorato venezuelano non sia pronta né disposta a tornare a un modello nettamente neoliberista controverso e criticato da buona parte delle stesse classi dirigenti latino-americane e, oggi, europee. Le speranze e le aspettative risvegliate da Chávez, così come la partecipazione alla vita politica favorita dai suoi 14 anni al potere, sono eredità difficili da cancellare e una società più attiva è un cavallo difficile da domare tanto per il PSUV (il governativo Partito Socialista Unito del Venezuela) che per l’opposizione capeggiata dal rampollo conservatore Henrique Capriles.

Ci si chiede in Messico, e ancor di più in Sudamerica, quali siano i progetti latino americani o “latino americanisti” che possano convivere con gli Stati Uniti in una logica di contrapposizione senza conflitto, di autonomia senza ingerenza. L’ideale di una confederazione democratica di paesi che possa convivere con gli USA al Nord e con le proprie diversità e specificità geopolitiche e culturali a Sud, fomentando l’uso e lo sviluppo delle risorse interne per fini economici con visione sociale e includente, non dovrebbe scomparire e potrebbe essere una lezione appresa dal passato che crea immaginario e unità politica e d’intenti.

Chávez, el comandante, è nato nel 1954 da una famiglia povera e sognava di diventare un pittore o un giocatore di baseball professionista, ma poi il suo destino fu differente. Cresciuto in campagna, in povertà ma senza stenti, ha spesso nutrito la sua retorica politica degli aneddoti dell’infanzia e del carisma naturale che lo hanno contraddistinto. Le sue origini umili l’hanno sicuramente aiutato nel duro compito di creare empatia e legami con le classi marginali venezuelane che riuscivano a vederlo quasi come “un membro della loro famiglia”.

Da militare, come tenente colonnello delle forze armate, meditò a lungo una cospirazione di soldati dalle tendenze progressiste e anti-elitiste per spodestare i politici tradizionali e nel 1992 condusse un colpo di Stato, fallito nelle prime ore, contro il Presidente Carlos Andrés Pérez. Inaspettatamente quello fu l’inizio della sua presenza mediatica e della carriera politica. Il breve discorso che fece, portando il suo famoso basco rosso, prima di essere imprigionato lo catapultò nelle simpatie di milioni di cittadini venezuelani.

Dopo aver beneficiato di un indulto, Chávez condusse una campagna politica per le elezioni del 1998, vinse e assunse il suo primo incarico da Presidente nel 1999. Per molti votanti la sua ascesa significava novità e riscatto popolare, dopo decenni di politiche di austerity, governi indifferenti alle necessità delle classi meno abbienti e corruzione politica cui s’era arrivati con l’alternanza democratica, stabilita a tavolino, del “Patto del Punto Fisso” (31 ottobre 1958) . Questo era un Patto di governo tra i due partiti principali (AD, socialdemocrazia, e COPEI, democrazia cristiana) che garantiva la stabilità di governo e l’alternanza a tavolino ma che in realtà generava corruzione e spartizione del potere ad libitum. Durò 40 anni fino all’ascesa di Hugo Chávez nel 1998.

L’opposizione anti-chavista dei mezzi di comunicazione privati e dei leader del settore privato fu feroce, vista la prima serie di leggi proposte dal presidente che li interessavano direttamente. Nel 2002 un gruppo di politici e truppe dissidenti, con il sostegno statunitense secondo rivelazioni di WikiLeaks e le denunce dello steso presidente, realizzarono un golpe e deportarono il Capo di stato su un’isola dei Caraibi.

Due giorni dopo, però, fu rimesso al suo posto da settori fedeli dell’esercito e fu osannato da folle e manifestazioni popolari in tutto il paese. Per l’opposizione e gli USA fu un boomerang. Chávez ha accusato gli Stati Uniti, un “impero decadente e guerrafondaio”, di un tentativo di omicidio contro di lui e di aver orchestrato il golpe del 2002. Il presidente ha ottenuto un enorme sostegno da parte dei settori popolari venezuelani anche grazie all’uso della spesa pubblica, all’espansione della sanità e dell’istruzione gratuita e dei programmi per le case popolari con le risorse ottenute dall’industria petrolifera. Ha minacciato varie volte di sospendere il flusso di greggio verso gli USA, anche se questo non è masi successo e, piuttosto, le esportazioni di crudo venezuelano si sono diversificate verso la Cina, la Bielorussia, l’Iran e la Siria.

L’ispirazione principale di Hugo Chávez è stata l’esperienza cubana e del suo grande amico Fidel Castro per cui la via delle nazionalizzazioni, della redistribuzione della ricchezza e l’accentramento governativo e presidenziale dei poteri segue il modello dell’isola caraibica con la sua revolución. L’opposizione l’ha accusato di eccessi repressivi contro i suoi critici, di assistenzialismo e di spreco di denaro pubblico, in particolare di quello della compagnia petrolifera PDVSA, e di “spaventare gli investitori” con espropriazioni a vari livelli.

D’altro canto, grazie alle politiche redistributive chaviste, negli ultimi 14 anni gli indici di povertà e di indigenza in Venezuela sono stati drasticamente ridotti e la crescita s’è mantenuta, anche se altalenante, dopo la crisi del 2008-2009. Lo stile di Chávez attingeva dalla tradizione populista latino-americana, con l’uso di un linguaggio energico e colorito, con prestiti dal gergo militaresco, patriarcale e contadino e comizi di varie ore in piazza e in TV, però, nonostante le critiche dell’opposizione e di buona parte della comunità e dei mass media internazionali, il consenso popolare, mostrato a livello elettorale in numerose occasioni, ha subito poche erosioni in tutte le prove cui s’è sottoposto.

Infine l’opposizione ha sempre accusato il presidente di concentrare un potere mediatico senza precedenti. In realtà c’è stata certamente una crescita (anche se non spettacolare) della presenza mediatica e del controllo governativo sui media venezuelani (sia come tempi di presenza che come numero effettivo di media presumibilmente “allineati”) rispetto all’inizio del periodo chavista (1998-1999) in cui praticamente nessun mezzo di comunicazione nutriva particolari simpatie per il presidente, però non si può parlare di un controllo totalitario. In proposito esiste una letteratura specifica, anche se è difficile districarsi proprio perché è difficile considerare e valutare tutti i media (radio, Tv analogica e digitale, nazionale e straniera, giornali, riviste, internet, ecc…) con il loro campo e profondità di influenza. Inoltre non sempre esiste uno schieramento netto e totale. Rimando a questo articolo “Television in Venezuela: Who Dominates the Media?” (link).

Non so come concludere, lo confesso. So solo che ne parleremo ancora a lungo. Siamo ancora nel mezzo di una stagione di grossi cambiamenti in America Latina che né inizia né finisce con Chávez, ma che ha avuto in lui un propulsore e un ispiratore nel rispetto delle differenti esperienze nazionali e delle strade che poi ciascun paese ha deciso e deciderà d’intraprendere. Quindi vamos a ver y adelante. Fabrizio Lorusso CarmillaOnLine

Pace in Colombia, vista dal Messico

Il presidente colombiano, il conservatore Juan Manuel Santos, ha annunciato ufficialmente il 4 settembre scorso l’apertura dei dialoghi per la pace in Colombia con le FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia), la guerriglia più vecchia del continente. A quasi 50 anni dall’inizio di una vera e propria guerra civile, costante e logorante, tra lo Stato e diversi gruppi guerriglieri come le FARC, che è il più importante, e l’ELN (Ejercito Liberacion Nacional), anch’esso coinvolto nei dialoghi, si riaprono le negoziazioni per porre fine al conflitto. La Colombia è il terzo paese del Sudamerica per importanza economica dopo il Brasile e l’Argentina, ed il secondo più popoloso con oltre 46 milioni e mezzo di abitanti.

E’ la quarta volta che si aprono dei dialoghi di pace nel paese sudamericano e l’ultimo tentativo risale alla gestione del presidente Andrés Pastrana nel periodo 1998-2002. L’auspicio della popolazione e della comunità internazionale è che questa volta si arrivi a una risoluzione positiva e ci sono buone basi per sperare: esiste una coincidenza esplicita degli obiettivi, i preaccordi sono stati costruiti lentamente, il paese, così come il resto del mondo, negli ultimi 10-15 anni è cambiato radicalmente e c’è una miglior disposizione della parti in causa, primi tra tutti il presidente Santos e il leader guerrigliero Rodrigo Londoño Echeverry, alias Timochenko. Quest’ultimo ha dichiarato di arrivare al negoziato “senza rancore né arroganza”. Dopo mesi di preparazione, con la partecipazione di delegati del Venezuela, del Cile, di Cuba e della Norvegia in veste di negoziatori, in ottobre cominceranno gli incontri a Oslo e poi a L’Avana. Sono cinque i punti in agenda: lo sviluppo rurale e l’accesso alla terra; garanzie per l’opposizione politica e la partecipazione cittadina con la rottura dei nessi tra violenza/armi e politica; la fine del conflitto armato con la consegna delle armi e l’integrazione dei guerriglieri alla vita civile; lotta efficace al narcotraffico; rispetto dei diritti delle vittime e della verità.

Il Premier inglese Cameron ha parlato “di un passo coraggioso”, Obama di “un’opportunità da cogliere”, la presidentessa brasiliana Dilma Roussef lo considera “un motivo per festeggiare in Sudamerica e nel mondo”. Anche il Vaticano e quasi tutti i paesi americani hanno immediatamente celebrato l’inizio dei dialoghi. Unica voce discordante è quella dell’ex presidente colombiano Alvaro Uribe, ex alleato di Santos, che ha parlato di uno “schiaffo alla democrazia” e continua a sostenere la sua politica di mano dura a tutti i costi. Senza dubbio è un momento storico per il paese andino e per l’America Latina, ma in molti non se ne sono accorti. Il Messico brilla per la sua assenza, un fatto eccezionale visto che in America Latina il paese s’era sempre contraddistinto per una presenza rilevante nei processi di pace.

In Italia c’è un vuoto quasi totale sulla questione. Il PD ha raccomandato all’ambasciatore italiano a Bogotà di “fare tutto il possibile per chiudere la stagione di conflitto in Colombia”, augurandosi che “gli sforzi profusi abbiano successo e che il paese possa tornare a essere annoverato tra le nazioni pacificate del continente”. Sul sito della rete dei comunisti è stato tradotto e pubblicato il documento integrale preliminare per gli accordi di pace (link). Sui media se n’è parlato a sprazzi e, come spesso accade, l’informazione sul mondo, i posizionamenti politici all’estero e il dibattito in dettaglio, soprattutto se si tratta di Latinoamerica, provengono genuinamente e abbondantemente dall’esterno, dalla rete o da organizzazioni, media e gruppi alternativi.

Riporta la rivista messicana Proceso che l’unico presidente dell’America Latina che non ha chiamato Santos né ha inviato alcun messaggio al colombiano è stato Felipe Calderón, capo di Stato messicano del partito conservatore Accion Nacional. Calderón identifica le FARC con il narcotraffico e di fatto avalla le soluzioni militariste e repressive che anche Uribe aveva adottato. Calderón è stato un presidente dalla “mano dura” in Messico, ma la militarizzazione della guerra ai cartelli della droga ha provocato un’escalation di violenza senza precedenti e un saldo di 70mila morti e oltre 15miladesaparecidos. Però le FARC hanno un’agenda politica, non sono un cartello della droga, malgrado i loro vincoli innegabili con il narcotraffico, in particolare con le fasi di produzione della cocaina che sono servite al loro finanziamento.

“Non si può confondere una guerrigllia che, senza dubbio, ottiene finanziamenti dal narcotraffico con i gruppi della criminalità organizzata che hanno altri scopi”, sostiene la ex sindachessa di Bogotà, Clara López. Quindi la Colombia sceglie di negoziare e il Messico resta a guardare nonostante i due paesi siano molto vicini, non solo per le questioni legate al traffico illegale di stupefacenti, ma anche perché il neopresidente messicano, Enrique Peña Nieto, ha deciso di contrattare il generale colombiano Óscar Naranjo come consulente esterno per la sicurezza dopo il primo dicembre, quando assumerà ufficialmente le sue funzioni. La decisione è stata criticata da più parti, si parla d’ingerenza straniera e di una possibile continuità della strategia repressiva, anche se Naranjo è stato inserito nella lista dei delegati che negozieranno con le FARC.

Sul problema del narcotraffico il punto terzo dell‘Accordo generale per la fine del conflitto e la costruzione di una pace stabile e duratura, negoziato segretamente da FARC e Governo, si specificano gli elementi della discussione: programma di sostituzione delle coltivazioni, cioè riconversione dei raccolti dall’illecito al lecito; prevenzione del consumo e salute pubblica; interventi sulla produzione e la commercializzazione di narcotici. E’ quindi probabile che l’interesse del Messico e dei paesi “grandi consumatori” cresca durante il processo. Inoltre è fondamentale la questione umanitaria e la pacificazione di un paese come la Colombia, vista la sua importanza economica e soprattutto per le oltre 120mila vittime di questa guerra “eterna” e per i milioni di desplazados che hanno dovuto abbandonare le loro terre durante il conflitto.    Twitter @FabrizioLorusso

Si Vienes / Se Vieni (Poesia Español / Italiano)

Si vienes

Si vienes
Lloraré un poco
Reiremos más que poco
Si vienes, eres tú
Te espero, no para siempre
Para casi siempre, si vienes
Buscamos el mar en los caracoles
Sus zumbidos de placer
Son tuyos, si vienes
La senda se alumbra
Mece horas la esperanza
Desatamos el nudo gris
Allanamos asperezas
En un chasquido sonríes
Si vienes, así
Abrazo el universo
Abrazas mi pecho
Ceñimos sueños
Cabalgamos las muertes
Chiquitas, si vienes
Estás, estoy, porvenir
La noche amanece
Espléndida, si vienes
Se parte este cielo
Lo cosemos con parches
Con tu tela, si vienes
Tus colores de cara al sol
Sonrojando felina la mejilla
Si vienes, vengo, no me voy
La lluvia, mira, se detiene
Nos cae, si lo deseas
Catando el amor
Pero si vienes, así
Quiero acabar la botella
Hablar de ti, sólo contigo
Si vienes, no es tarde
Crece el día y te cantarán
Gallos, jaibas y leones
Mi palabra que si vienes
No hay un porqué
Sino es porque
Si no vienes
Todo esto será
Sólo otro poema.

Se vieni

Se vieni
Piangerò un po’
Rideremo più di un po’
Se vieni, sei tu
Ti aspetto, non per sempre
Ma quasi sempre, se vieni
Cerchiamo il mare nelle conchiglie
I suoi mormorii di piacere
Sono tuoi, se vieni
Il sentiero s’illumina
Culla ore la speranza
Sciogliamo il nodo grigio
Appianiamo asperità
In uno schiocco sorridi
Se vieni, così
Abbraccio l’universo
Abbracci il mio petto
Cingiamo sogni
Cavalchiamo le morti
Di piacere, se vieni
Ci sei, ci sono, avvenire
La notte albeggia
Splendida, se vieni
Si spacca questo cielo
Lo ricuciamo con una pezza
Con la tua tela, se vieni
I tuoi colori in faccia al sole
Arrossendo felina la guancia
Se vieni, vengo, non me ne vado
La pioggia, guarda, si ferma
Ci cade addosso, se lo vuoi
Degustando l’amore
Però se vieni, così
Voglio finire la bottiglia
Parlare di te, solo con te
Se vieni, non è tardi
Cresce il giorno e ti canteranno
Galli, granchi e leoni
La mia parola che se vieni
Non c’è un perché
Ma è perché
Se non vieni
Tutto questo sarà
Solo un altro poema.

Poesia de Fabrizio Lorusso

Quadro/Pintura iniziale: Caspar David Friedrich – Mujer al sol de la mañana

Il Movimento per la Pace in Messico: dialogo con Javier Sicilia

Riporto l’intervista che ho realizzato lo scorso 25 ottobre a Città del Messico con il poeta e giornalista messicano Javier Sicilia. Javier negli ultimi mesi è diventato un punto di riferimento per tutte le persone e le organizzazioni che s’oppongono alla strategia di militarizzazione della lotta contro i cartelli del narcotraffico promossa dal Presidente Felipe Calderón dal 2007. Manca un anno alla fine del suo governo e il bilancio delle vittime in 5 anni di guerra è drammatico: tra i 45mila e i 50mila morti legati al conflitto,16mila desaparecidos, 230mila “trasferimenti forzati” di persone da una città a un’altra per motivi di sicurezza. Il 28 marzo scorso, dopo l’omicidio di suo figlio Juan Francisco, il poeta Sicilia ha cominciato una ribellione pacifica che ha coinvolto decine di migliaia di cittadini, vittime e gruppi della società civile che erano rimasti in silenzio oppure non avevano trovato spazi per esprimere la loro rabbia. Fino ad allora non s’erano potute denunciare pubblicamente con tanto furor di popolo e presenza mediatica la corruzione politica, la connivenza di certe autorità a vari livelli di governo e, infine, la sofferenza delle vittime “invisibili” della violenza. Con un tasso d’impunità dei delitti al 97-98%, c’è poco da stare tranquilli e molto da reclamare. [Foto di Javier Sicilia, di Zoe Vincenti]

L’8 maggio un’imponente manifestazione a Città del Messico si conclude con un comizio di numerose associazioni di vittime della violenza e rappresentanti della società civile e il 10 giugno la prima carovana del Movimento punta a Nord e arriva a Ciudad Juárez che è la città più violenta del mondo con 170 omicidi ogni 100.000 abitanti (la media nazionale messicana è di 18). [Link cronologia]
I loghi contro la violenza con la frase “basta sangue”, che un gruppo di vignettisti messicani aveva diffuso per mesi sui social network e nelle strade di mezzo Messico, sono stati subito affiancati dalla frase rabbiosa indirizzata da Javier Sicilia alla classe politica: “estamos hasta la madre”, ne abbiamo pieni i coglioni. Così è nato (e cresciuto) il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità che s’è dovuto scontrare per ben due volte con l’opacità e la mentalità istituzionale durante i dialoghi tenutisi nel Castello di Chapultepec, a Città del Messico, in cui le vittime e i portavoce del Movimento si sono riuniti, il 23 giugno e il 14 ottobre scorsi, con il Presidente e alcuni ministri per discutere le 6 proposte del Movimento per pacificare il paese basate sulla ricostruzione del tessuto sociale, l’approvazione di norme per proteggere le vittime e la creazione di una Commissione per la Verità che chiarisca le responsabilità, anche politiche, di tanti crimini irrisolti.

– Possiamo fare un bilancio del Movimento? Quali sono i vostri risultati e i punti in sospeso?
- Il risultato principale è fondamentalmente la visibilità che s’è data alle vittime e la creazione di una coscienza negli organi dello Stato sul fatto che le vittime non sono cifre, statistiche o perdite “collaterali” ma esseri umani, con un nome e un cognome, sono famiglie spezzate e dolore per cui è necessario fare giustizia. Una risposta governativa è stata la creazione di una Procura speciale per le vittime, la Pro-Vittime, che ha serie difficoltà e speriamo si possano correggere, oltre a una Legge sulle Vittime che, sembra, vada abbastanza bene, sempre che non decidano di limarla in Parlamento e snaturarla come a volte succede in questo paese. Questi sono i grandi successi del Movimento. Tra le sconfitte o i punti in sospeso, direi che non siamo riusciti a convincere il Presidente Calderón e le Camere della necessità di fare una Legge sulla Sicurezza Nazionale con un approccio umano, cittadino, cioè orientato alla pace e non alla militarizzazione, all’autoritarismo e alla violenza. Credo che su questo non siamo riusciti a sensibilizzarli, né a far sentire le proposte che abbiamo e ce n’è un gran bisogno, altrimenti la nuova Procura si tradurrà semplicemente in un cumulo di orrori.

- Che n’è stato della Commissione della Verità che era una delle 6 richieste del Movimento nella prima carovana, da Cuernavaca a Ciudad Juárez, che ha riunito decine di migliaia di persone a Città del Messico l’8 maggio scorso?
- La Commissione della Verità è senza dubbio necessaria perché in uno Stato fratturato, che è anche cooptato, nel senso che una parte della delinquenza sta negli organi di governo e nei partiti, ai vari livelli, e in settori delle procure, dell’esercito, della marina e della polizia, c’è bisogno di chiarire quali vittime dipendono da chi, no? Evidentemente la maggior parte della gente pensa che siano del crimine organizzato, ma il crimine lo ritroviamo anche nel sistema con tanto di tutele legali. Quindi stabilire le responsabilità è importante tramite una Commissione che appuri la verità di questa guerra, arrivando alla riconciliazione e alla pace. Solo con un organo di questo tipo si può dominare questa verità. Ciononostante c’è una reazione negativa del Governo contro queste commissioni e non ne sappiamo il perché. Se veramente stiamo cercando la pace e la giustizia contro l’impunità umiliante in questo paese, allora dobbiamo convincerli di questa necessità.
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- Il Presidente ha giustificato il rifiuto di creare una Commissione della Verità dicendo che è un organo tipico delle dittature militari e dei regimi autoritari. La sua istituzione non equivale a mettere discussione tutta la strategia militare di lotta al narcotraffico realizzata fino ad ora?
- Sì, ma si dovrebbero istituire anche in Stati fratturati come il Messico. Sono d’accordo, di solito si creano dopo governi altamente autoritari o militarizzati, ma in uno Stato allo sbando come il nostro è necessario. E questo non lo capisce, il problema del Presidente è che vede in bianco e nero, vede che i delinquenti sono fuori, lo Stato è solido e “i buoni” sono lì, mentre non s’è accorto della sporcizia di casa, delle fratture di questo Stato che esigono una Commissione della Verità.

- Il 23 giugno avete avuto il primo incontro con Calderón nel Castello di Chapultepec, il 14 ottobre il secondo, che conclusioni possiamo tirare? Ce ne saranno altri?
- Vedremo, non credo comunque. Siamo alla fine di un primo ciclo che s’è aperto il 23 giugno e s’è chiuso in ottobre. Credo che verso la fine del dialogo, quando ha parlato Clara Jusidman del tessuto sociale, il Presidente abbia compreso una cosa per noi fondamentale sulla legge e sulla strategia per la sicurezza, cioè che bisogna privilegiare la ricostruzione del tessuto sociale con la gente, non a partire dalle istituzioni, come si pretende di fare sul tema sicurezza, per cui si comprano infrastrutture acriticamente, senza sapere se ce n’è davvero bisogno e in che modo, senza consultare i cittadini, i quartieri e le comunità. È successa la stessa cosa con l’esercizio della violenza, una violenza dello Stato che protegge le istituzioni ma non la gente. Quindi penso che il Presidente ha intravisto uno spiraglio di luce su questo punto, non ci aveva pensato in questo modo. Credo che, se capiamo ed eleviamo a priorità il tessuto sociale e la sicurezza cittadina, possiamo incamminarci verso una strategia di sicurezza più umana, per la quale stiamo lottando anche noi, mentre rifiutiamo una Legge fondata sulla violenza come reazione alla delinquenza che protegge solo le istituzioni.

- Il vostro sarebbe un approccio molto più ampio per affrontare il problema della violenza.
- È così, è la strada giusta e alla fine del dialogo pare che qualcosa si sia mosso, spero che il Presidente ci pensi sopra e che possiamo riprendere la conversazione per andare in quella direzione, insieme.

- Como ha influito e che funzione ha avuto la presenza nei dialoghi di Chapultepec di altri invitati, in rappresentanza di gruppi di vittime della delinquenza, como Alejandro Martí di “Messico SOS”, Isabel Miranda de Wallace di “Stop al sequestro” e María Elena Morera di “Messico contro la delinquenza”? 
- Dunque. Hanno avuto una funzione importante per ciò che hanno realizzato con le loro organizzazioni rispetto alle loro priorità specifiche che s’uniscono anche alle domande del Movimento. Tanto le signore Wallace e Morera come il signor Martí sono victime e stanno cercando di loteare per costruire uno stato di giustizia per le victime e la sicurezza cittadina, come noi d’altronde. Ci sono differenze, ma in sostanza siamo d’accordo che sia stata importante la loro partecipazione.

- Quali sono le principali divergenze strategiche o prospettiche rispetto a loro?
- Penso che loro seguano maggiormente la linea del Governo secondo cui l’unico modo di uscire dal problema è preparare dei buoni corpi di polizia. Siamo d’accordo ma lo vediamo da un altro punto di vista, altrimenti si scade nella parzialità. Noi spingiamo perché la Legge sulla sicurezza sia molto più sociale e ampia, che punti alla pace e rompa il gap crescente tra lo Stato e i cittadini. Soprattutto in questo stanno le differenze di vedute che sono relative alla profondità dinnanzi al problema dell’insicurezza, della giustizia e dei modi per affrontarlo.

- Nel 2012 ci saranno le elezioni, tra gli altri, del Presidente e del Parlamento, come influisce la vicinanza di questo appuntamento sulle risposte che ottiene il Movimento?
- Beh, credo che nel discorso di alcuni funzionari ci sia stato un certo cambiamento, cominciano a vedere qualcosa dell’emergenza nazionale e la necessità di cercare una soluzione più profonda, ma l’influenza reale è ancora molto tenue e penso che i partiti continuino a restare ciechi di fronte alla problematica e privi di proposte.

- Quindi non c’è nessuna forza politica che sta proponendo una strategia per lo meno affine a quella del Movimento?
- No, perché mi pare che non si siano resi conto dell’emergenza nazionale, è un fatto grave. Chiunque vincerà, nelle condizioni in cui è il paese, l’unica cosa che farà sarà acutizzare la disgrazia e amministrarla. Le coalizioni politiche non hanno intenzione di partire da questo problema che vive la nazione e avanzare proposte per un’agenda d’unità nazionale di conseguenza. Questo ci parla della cecità e della problematica che ci attenderà in campagna elettorale. Un paese senza pace perde la sua democrazia. Un paese così balcanizzato dal crimine organizzaro e con uno Stato così fratturato, senza una proposta di rinascita cadrà sempre più in disgrazia.

- Lei ha avuto un incontro con Andrés Manuel López Obrador, leader del Movimento di Rinnovamento Nazionale (MORENA) ed ex candidato presidenziale del Partito della Rivoluzione Democratica (PRD) nel 2006. Le è stato proposto di ricoprire un incarico da parlamentare. Che impressione ha avuto? (vedi nota a piè di pagina)
- Credono che l’arrivo di López Obrador al potere possa risolvere il problema, ma nemmeno lui lo comprende fino in fondo. Sostengono una logica per cui sembra che il presidente sia ancora onnipotente e possa trasformare e unificare il paese. Non colgono il punto della questione, non è più così: c’è stata una transizione democratica e, inoltre, i governatori in ogni regione sembrano dei sovrani e non li controllano neanche i loro partiti. Quindi non si ha una visione d’insieme e si crede che si tratti semplicemente d’una questione di “avvicendamento” al potere, di cambiamento nella politica sociale, mentre questa è solo una componente e il problema è più profondo. Non lo vedono. È una miopia storica.

- Come affrontare questo problema legato alla visione della classe politica?
- Non lo so, credo che hanno dei patti, tra di loro, nei partiti. Nella sua visita negli USA il Presidente ha parlato con forza dei nessi di certi membri del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) con il narcotraffico ed è una realtà, ma è parziale. Infatti ne hanno anche quelli del Partido Azione Nazionale (PAN) e del PRD. Finché non ci sarà la volontà d’imporre castighi ai funzionari e ai membri dei partiti corrotti, sarà molto difficile capire il problema e ricostruire lo Stato.

- Che cosa resta, dunque, alla gente e al Movimento? 
- Fare molta pressione per la trasformazione dello Stato e dei partiti affinché ripuliscano le loro file e si rafforzino. D’altro canto bisogna lavorare alla base per comporre il tessuto sociale, tra di noi, e associarsi come gruppi di vicini nei quartieri, fare assemblee di tipo “costituente” o “ricostituente” a un livello micro per proteggerci e creare un tessuto sociale e umano che ci permetta almeno una tutela.
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- Per far sì che il potere o la politica favoriscano, o almeno non ostacolino, questi processi, avete pensato ad alcuna forma di coinvolgimento diretto in politica?
- No, non nel senso tradizionale con cui intendiamo la partecipazione e i partiti. Puntiamo di più alla vita cittadina, alla vita della polis come cittadini. Personalmente sono critico delle istituzioni e delle strutture burocratiche, anche se c’è gente che può seguire quella strada ed è comunque importante perché bisogna rinnovare lo Stato. In generale non ci sono candidati dentro il Movimento per le elezioni del 2012 e se qualcuno si candida, lo farà in modo indipendente.

- C’è una vicinanza tra la sua posizione e quella della Otra Campaña, del Subcomandante Marcos e dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) che tra il 2001 e il 2006 hanno smesso di considerare i partiti politici e il sistema in generale come legittimi interlocutori?
- Sì, credo ci sia una forte convergenza su certe critiche e posizioni degli zapatisti, più che della Otra Campaña. Credo che in certe zone rurali e nei paesini gli zapatisti siano un grande esempio di come formare un tessuto sociale e proteggere la vita umana con la sua storia, che è l’essenza di quei popoli. Bisognerebbe pensare a come farlo in altri contesti come le città e i quartieri.

- Si potrebbe pensare a delle comunità autonome (o Municipi autonomi), sul modello deicaracoles zapatisti del Chiapas, anche nelle città?
- Sì, sarebbe un fenomeno interessante. Evidentemente è qualcosa in fase di gestazione. Lo Stato-nazione, com’era concepito storicamente, è in crisi non solo in Messico ma nel mondo intero. Ormai non funziona più e, dunque, di fronte allo sconquassamento dello Stato e del modello economico questi movimenti fanno emergere il nuovo. Le costruzioni storiche in crisi, decrepite, stanno degenerando mentre sorge qualcosa di nuovo come i movimenti nei quartieri, lo stesso zapatismo o anche gli indignati che sono stati una novità rispetto all’inerzia di uno Stato che, almeno in questo paese, non fa più neanche il minimo indispensabile: garantire la sicurezza.

- Sia in Messico che all’estero fa comodo mantenere lo status quo per quanto riguarda la violenza e il narcotraffico?
- Sì, certo, sono affari grossi. La corruzione nel modello economico e di vita impone di desiderare sempre di più. A molta gente conviene mantenere una situazione di questo tipo perché non pensano al bene comune e all’essere umano ma solo al proprio tornaconto o a interessi di gruppuscoli che purtroppo fanno enormi danni al paese. La delinquenza è parte di questo.

- Violenza e narcotraffico. Che responsabilità ha il Messico? E gli USA
L’interesse statunitense viene a galla se consideriamo il commercio di armi e il consumo di droghe che non si riducono mai. Inoltre né gli USA né il Messico stanno attaccando la fonte primaria che sostiene i criminali, cioè la finanza, visto che proliferano imprese e banche dedicate al riciclaggio di denaro. Non lo combattono, però provocano una guerra tremenda in nome del mercato per cui corrono soldi da entrambi i lati della frontiera e il consumo di droga non diminuisce. Ora abbiamo solo morte e paura. È irresponsabile da parte dei vicini statunitensi e del Messico lasciare che resti così la situazione.

- Cosa farà in futuro il Movimento per la Pace?
- Non lo sappiamo ancora. Personalmente non sono un uomo di prospettive, nel senso che cerco di vivere la mia giornata e lo faccio pienamente. Insieme cerchiamo di mantenerci in un’etica che ci permetta di segnalare e riempire di contenuti una politica cui questa etica è sconosciuta. In genere agiamo sotto la bandiera della non violenza, inventandoci ogni giorno. Perciò non abbiamo ora un’agenda di lungo periodo, ma sappiamo qual è la linea che dovremo seguire. Per le festività dei morti c’è una manifestazione, una veglia per i nostri cari scomparsi in tutte le piazze del paese. Avremo altri appuntamenti con il potere giudiziario e legislativo per seguire gli impegni presi e saremo a Los Angeles e a Washington fino al 7 novembre per esporre il problema della violenza, senza risparmiare la parte statunitense delle responsabilità, di fronte alla Corte Interamericana per i Diritti Umani, al Congresso e ad alcune ONG come il Woodrow Wilson Center e WOLA.

[NOTA. I partiti principali del Messico sono 3: PRD, a sinistra; PRI, centro, trasformista, ex partito di regime; PAN, a destra. López Obrador era il candidato alle presidenziali del 2006 per il PRD e ha denunciato brogli, manifestando per mesi e bloccando la capitale insieme a migliaia di sostenitori, per cui Calderón sarebbe un presidente "spurio" o illegittimo. Questa scarsa legittimazione popolare, la vittoria per un pugno di voti nel 2006 e le accuse di Obrador e di una parte degli elettori sono stati alcuni tra i fattori che hanno spinto Calderón a ricercare legittimità attraverso la cosiddetta guerra al narcotraffico che tanti danni sta casuando alla società messicana e all'immagine del paese]     Di Fabrizio Lorusso da CarmillaOnLine

Video Marcia in Difesa di Wirikuta, México DF, 27/10/11

Visita il sito del Fronte per la difesa di Wirikuta: QUI

Galleria fotografica della manifestazione:  QUI

Soundtrack: Latinoamérica – Calle 13

Articolo sul tema: QUI

Video di: Lamericalatina.Net

LATINOAMERICA (La Canzone)

Per chi ama l’America Latina, mille motivi per viverla in un video

Di: Calle 13     Titolo: Latinoamérica  (testo in spagnolo e italiano)

Guardalo anche qui a schermo intero dal sito ufficiale: LINK

Testo
Soy,
Soy lo que dejaron,
soy toda la sobra de lo que se robaron.
Un pueblo escondido en la cima,
mi piel es de cuero por eso aguanta cualquier clima.
Soy una fábrica de humo,
mano de obra campesina para tu consumo
Frente de frio en el medio del verano,
el amor en los tiempos del cólera, mi hermano.
El sol que nace y el día que muere,
con los mejores atardeceres.
Soy el desarrollo en carne viva,
un discurso político sin saliva.
Las caras más bonitas que he conocido,
soy la fotografía de un desaparecido.
Soy la sangre dentro de tus venas,
soy un pedazo de tierra que vale la pena.
soy una canasta con frijoles ,
soy Maradona contra Inglaterra anotándote dos goles.
Soy lo que sostiene mi bandera,
la espina dorsal del planeta es mi cordillera.
Soy lo que me enseño mi padre,
el que no quiere a su patria no quiere a su madre.
Soy América latina,
un pueblo sin piernas pero que camina.

Tú no puedes comprar al viento.
Tú no puedes comprar al sol.
Tú no puedes comprar la lluvia.
Tú no puedes comprar el calor.
Tú no puedes comprar las nubes.
Tú no puedes comprar los colores.
Tú no puedes comprar mi alegría.
Tú no puedes comprar mis dolores.

Tengo los lagos, tengo los ríos.
Tengo mis dientes pa` cuando me sonrío.
La nieve que maquilla mis montañas.
Tengo el sol que me seca  y la lluvia que me baña.
Un desierto embriagado con peyote un trago de pulque.
Para cantar con los coyotes, todo lo que necesito.
Tengo mis pulmones respirando azul clarito.
La altura que sofoca.
Soy las muelas de mi boca mascando coca.
El otoño con sus hojas desmalladas.
Los versos escritos bajo la noche estrellada.
Una viña repleta de uvas.
Un cañaveral bajo el sol en cuba.
Soy el mar Caribe que vigila las casitas,
Haciendo rituales de agua bendita.
El viento que peina mi cabello.
Soy todos los santos que cuelgan de mi cuello.
El jugo de mi lucha no es artificial,
Porque el abono de mi tierra es natural.

Tú no puedes comprar al viento.
Tú no puedes comprar al sol.
Tú no puedes comprar la lluvia.
Tú no puedes comprar el calor.
Tú no puedes comprar las nubes.
Tú no puedes comprar los colores.
Tú no puedes comprar mi alegría.
Tú no puedes comprar mis dolores.

Você não pode comprar o vento
Você não pode comprar o sol
Você não pode comprar chuva
Você não pode comprar o calor
Você não pode comprar as nuvens
Você não pode comprar as cores
Você não pode comprar minha felicidade
Você não pode comprar minha tristeza

Tú no puedes comprar al sol.
Tú no puedes comprar la lluvia.
(Vamos dibujando el camino,
vamos caminando)
No puedes comprar mi vida.
MI TIERRA NO SE VENDE.

Trabajo en bruto pero con orgullo,
Aquí se comparte, lo mío es tuyo.
Este pueblo no se ahoga con marullos,
Y si se derrumba yo lo reconstruyo.
Tampoco pestañeo cuando te miro,
Para q te acuerdes de mi apellido.
La operación cóndor invadiendo mi nido,
¡Perdono pero nunca olvido!

(Vamos caminando)
Aquí se respira lucha.
(Vamos caminando)
Yo canto porque se escucha.

Aquí estamos de pie
¡Que viva Latinoamérica!

No puedes comprar mi vida.

Directores Jorge Carmona y Milovan Radovic

Calle 13 - Latinoamerica ft. Totó La Momposina, Susana Baca & María Rita

Sono, sono quel che han lasciato / sono tutti gli avanzi di ciò che hanno rubato / Un popolo nascosto sulla cima / la mia pelle è di cuoio / per questo resiste a qualunque clima / Sono una fabbrica di fumo / manodopera contadina per il tuo consumo

Fronte freddo nel mezzo dell’estate / l’amore ai tempi del colera, fratello mio / Il sole che nasce e il giorno che muore / con i migliori tramonti / Sono lo sviluppo in carne viva / un discorso politico senza saliva / I visi più belli che abbia mai visto / sono la fotografia di un desaparecido / Sono il sangue dentro alle tue vene / sono un pezzo di terra che vale la pena / Sono un cestino di fagioli /

Sono Maradona contro l’Inghilterra che fa due gol / Sono ciò che tiene su la mia bandiera / la spina dorsale del pianeta è la mia cordigliera / Sono ciò che m’ha insegnato mio padre / quello che non ama la sua patria e non ama sua madre / Sono l’America Latina / un popolo senza gambe ma che cammina

Tu non puoi comprare il vento / Tu non puoi comprare il sole / Tu non puoi comprare la pioggia / Tu non puoi comprare il calore / Tu non puoi comprare le nuvole / Tu non puoi comprare i colori / Tu non puoi comprare la mia allegria / Tu non puoi comprare i miei dolori.

Ho i laghi, ho i fiumi / ho i miei denti per quando sorrido / La neve che trucca le mie montagne / Ho il sole che mi asciuga e la pioggia che mi bagna / Un deserto ubriaco di peyote un sorso di pulque / per cantare con i coyotes / tutto ciò di cui ho bisogno / Ho i polmoni che respirano l’azzurro chiaro /

L’altitudine che soffoca / Sono i molari della mia bocca che masticano coca / L’autunno con le sue foglie sfilacciate / Una vigna strapiena d’uva / un canneto sotto il sole di Cuba / Sono il Mar dei Caraibi che vigila sulle casette / facendo rituali con l’acqua benedetta / il vento che mi pettina i capelli / Sono tutti i santi che che mi tengo appesi al collo / Il succo della mia lotta non è artificiale / perché il concime della mia terra è naturale /

Tu non puoi comprare il vento / Tu non puoi comprare il sole / Tu non puoi comprare la pioggia / Tu non puoi comprare il calore / Tu non puoi comprare le nuvole / Tu non puoi comprare i colori / Tu non puoi comprare la mia allegria / Tu non puoi comprare i miei dolori.

Tu non puoi comprare il sole / Tu non puoi comprare la pioggia / (Tracciamo il cammino, continuiamo a camminare) / Non puoi comprare la mia vita / La mia terra non si vende

Lavoro duro ma con orgoglio/ qui si condivide, ciò che è mio è tuo / Questo popolo non affoga con una mareggiata / e se crolla io lo ricostruisco / E non ammicco quando ti guardo / per farti ricordare il mio cognome / L’Operazione Condor, invadendo il mio nido / Perdono ma non dimentico mai!

(continuiamo a camminare) Qui si respira la lotta (continuiamo a camminare) Io canto perché di sente / Qui stiamo in piedi / Viva Latinoamerica! / Non puoi comprare la mia vita.