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La Primavera Messicana, #YoSoy132

IMG_3521(Small).JPG[Questo articolo è apparso timidamente sul quotidiano italiano L’Unità del 28 maggio 2012. Poi meno timidamente su Carmilla. Alcuni parlano di primavera messicana per stabilire un paragone con le cosiddette “primavere arabe” che poi non sempre primavere furono o che comunque avevano molte differenze tra di loro. Ad ogni modo nelle ultime 3 settimane c’è stato un grande risveglio dei giovani e degli universitari messicani – che provo a descrivere in poche righe – di fronte a un regime autoritario che è duro a morire, a un regime mediatico di duopolio che crea candidati e presidenti a suo piacimento, a un paese ancora poco avvezzo alla democrazia, al pluralismo e alla trasparenza, a un’informazione e a dei mass media deprecabili. Il tutto avviene quando manca poco più di un mese alle elezioni presidenziali per eleggere il capo di stato e di governo dal 2012 al 2018 e il vecchio dinosauro, il Partito Rivoluzionario istituzionale (PRI) in testa nei sondaggi. Molti ragazzi, circa il 25% del corpo elettorale, voteranno per la prima volta. L’età media dei messicani è intorno ai 26 anni, in Italia siamo oltre i 42, per farci un’idea. I giovani minori di 35 anni rappresentano oltre il 50% dei votanti e quelli sotto i 25 anni sono il 35%. Anche se sono partiti dei tentativi “soft” di cooptare o includere questo movimento spontaneo nelle piattoforme elettorali dei principali partiti, per ora il movimento #YoSoy132, Io Sono 132, rivendica la sua autonomia e propone nuove iniziative praticamente ogni giorno. Per esempio per il 26 e 27 maggio, sciopero delle TV, spegnere tutto. Per il 28, era prevista un’occupazione e una marcia per esigere la trasmissione del prossimo dibattito presidenziale a reti unificate. Oppure fino al 31 maggio ci si organizza per fare gli osservatori elettorali, figura che molti giovani fino a poco tempo fa nemmeno conoscevano. Dopo ilMovimento per la Pace di Javier Sicilia, nato nell’aprile 2011, ora assistiamo a una nuova reazione antiautoritaria della società civile, non più da parte delle vittime dello stato e della narcoguerra ma dei giovani. Vediamo la sua breve e già densa storia. Tutte le foto sono dell’amica Parika Benítez. Fabrizio Lorusso]

IMG_3317(Small).JPGC’è chi la chiama “Primavera Messicana” o chi, come la scrittrice Elena Poniatowska, già intravede un nuovo ’68 in Messico.

Quel che è certo è che da tre settimane la monotonia della campagna elettorale per le presidenziali del 1 luglio è stata rotta da un nuovo movimento giovanile e universitario. E’ nato su internet, Twitter e Facebook, poi cresciuto nelle aule e nelle piazze.

Si chiama #YoSoy132, IoSono132, ed è la reazione spontanea degli universitari alle imposizioni dei politici e delle televisioni private, TeleVisa e Tv Azteca.

 
L’11 maggio in un incontro all’università privata IberoAmericana (UIA) Enrique Peña, candidato del PRI (Partito Rivoluzionario Istituzionale) favorito nei sondaggi e da sempre coccolato dalle TV nazionali, è stato fischiato dagli studenti.

Gli alunni della UIA hanno contestato il candidato per i gravi abusi della polizia – 2 morti, centinaia di feriti, violenze sessuali e torture – nel 2006 a Atenco nell’Estado de México, regione di cui era governatore. Peña è stato costretto a uscire al grido di “fuori assassino!”.

In quel “venerdì nero” la presenza di infiltrati del suo partito, giunti solo per applaudirlo e bloccare l’ingresso al pubblico, e le dichiarazioni del presidente del PRI, Pedro Coldwell, che ha accusato gli studenti di essere “cooptati e manipolati”, hanno scatenato la reazione degli universitari.

Il suo partito, al potere durante 71 anni, perse la presidenza nel 2000 e nel 2006 quando vinse il PAN (Partito Azione Nazionale, conservatore), ma quest’anno dà già per scontata la sua vittoria.

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Il conduttore di TeleVisa Loret de Mola ha definito gli studenti una “minoranza intollerante, portatrice d’odio e strumentalizzata dalle sinistre”, senza accorgersi che, invece, “le elezioni stanno diventando un referendum contro l’anacronistica videocrazia messicana che impone presidenti, demonizza i movimenti, rimbecillisce la società”, spiega Clara Ferri, attivista italo-messicana partecipante alla protesta.

Gli eventi incalzano rapidamente. Il 14 maggio 131 studenti della UIA rispondono al PRI e a TeleVisa con un video mostrando la loro tessera corredata di foto e matricola per ribadire che “sono studenti veri e non si fanno manipolare dai partiti e dalle TV”.

Il video supera il milione di visualizzazioni su YouTube e migliaia di universitari si uniscono a loro proclamando: “Tutti siamo 132, difendiamo la libertà d’espressione e il diritto di replica”.

“Sono i primi a usare i social network contro i resti della mentalità autoritaria del vecchio regime e i monopoli informativi per favorire l’accesso libero alla conoscenza” spiega l’opinionista Genaro Villamil.

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Rapidamente si dipana la matassa della rete, un messaggio fa il giro del mondo in 80 secondi e scarica in banda larga la voglia di farsi sentire delle nuove generazioni. Per tutta la settimana si susseguono i flash mob studenteschi e le catene umane di fronte alle sedi di TeleVisa nella capitale.

“L’attivismo passivo fatto di e-mail e SMS poco concreti si trasforma in mobilitazione reale, internet e le reti sociali non sono più solo un fine ma un mezzo per convocare, discutere e agire”, dice Sabina Salazar, iscritta a architettura all’università UNAM.

Sabato 19 una manifestazione “Anti-Peña” riempie le vie di oltre 20 città, sono in 46mila a Mexico City ed è la prima protesta realizzata in Messico a partire dalle reti sociali e il web contro un candidato alla presidenza e in favore della libertà d’informazione.

I giovani sono la maggioranza e la festa civica si colora di slogan: “vogliamo scuole, non telenovele”, “educazione, vaccino contro la manipolazione”.

Sfilano insieme gli studenti delle università pubbliche e delle private che dicono “no all’imposizione di un presidente da parte delle televisioni” e “sì a mass media democratici”.

Il 23 maggio 10mila ragazzi di YoSoy132 si trovano sotto la “Estela de luz” della capitale, un monumento carissimo che oggi è il simbolo dello spreco e della corruzione, e in tante altre città gli studenti scendono in piazza.

Presentano un manifesto, si dichiarano apartitici e chiedono il diritto a internet in Costituzione, un codice etico e un’autority per i mass media, la trasmissione a reti unificate dei dibattiti per le presidenziali e garanzie di sicurezza per i giornalisti, essendo più di 80 i reporter assassinati in 10 anni.

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Sul sito yosoy132.mx, sostenuto dall’omonimo hashtag su Twitter, annunciano che “il movimento non è più solo degli studenti ma di tutti i messicani che senza colori politici né violenza, esigono la democratizzazione dei media”.

Sul loro sito gli indignati di Occupy Wall Street hanno espresso solidarietà ai giovani messicani per il loro “risveglio civile contro la manipolazione informativa”.

La cineasta messicana Yulene Olaizola e la sua équipe, a Cannes con il film “Fogo”, si sono fermati sul tappeto rosso per mostrare un cartello di Yo Soy 132.

“Il prossimo passo è organizzarci”, sostiene l’alunna della UIA Sandra Patargo, quindi il 30 maggio è fissato l’incontro della prima assemblea interuniversitaria che definirà l’evoluzione dell’incipiente primavera messicana.

Concludo con un paio delle canzoni simbolo del movimento, Molotov, Hit me e Gimme tha power. Lista completa canzoni di YoSoy132: Link.

ANALISI in TRASMISSIONE RADIOFONICA Carmen Aristegui su YoSoy132.

Sul fenomeno mediatico Vázquez Sounds, Messico

Foto nostalgia: i tanto amati e gentilissimi Prodigy. Ma intanto… Dal Messico al Brasile, dalla Spagna agli USA un dirompente fenomeno musicale sta impazzando su Internet e sui social network: sono i Vázquez Sounds (vedi video), una band “tutta in famiglia” e piuttosto mielosa formata da tre giovanissimi fratelli che vivono a Mexicali, una città messicana della Bassa California a meno di 200 km da Tijuana e San Diego. Su YouTube il loro video ha superato le 3 milioni di visualizzazioni in dieci giorni, ad oggi va verso la soglia dei 7 milioni, e hanno già ricevuto le prime offerte di contratti discografici. La cantante Angie Vázquez, di soli 10 anni, il batterista Gustavo, di 13 anni, e Abelardo, pianista e chitarrista di 15 anni, stanno facendo il giro del mondo con una cover della splendida Rolling in the deep, uno dei più grandi successi di una delle regine del soul bianco, l’inglese Abele che quest’anno ha vinto di tre premi agli MTV Video Music Award. La rete ha trasformato questi sconosciuti fratellini negli artisti più celebri e più intervistati dai media messicani e statunitensi nel giro di una settimana.

Anche il notiziario più seguito del Messico, condotto dalla giornalista Carmen Aristegui su Radio MVS e sulla Tv via cavo, ha dedicato uno spazio a questa neonata “child o baby band”, cioè una versione più infantile delle boy band che dagli anni novanta invadono le classifiche, le webzine specializzate e le riviste patinate dei cinque continenti. Dagli ormai datati Take That agli Hanson, dai Backstreet Boys a Justin Bieber, sono tanti i possibili accostamenti che il successo virtuale dei Vázquez Sounds sta cominciando a provocare.

I tre fratelli hanno già 70.000 fan su Facebook e quasi 11.000 follower su Twitter, ma i complimenti si concentrano soprattutto sull’intensissima voce di Angie che non ha nulla da invidiare alle professioniste più sperimentate. “Ho iniziato a cantare all’età di 7 anni ma non ho preso mai lezioni: veniamo tutti da una famiglia di musicisti e anche mia madre canta”, ha risposto Angie in un intervista alla CNN. “Continueremo a caricare nuovi video con altre cover di belle canzoni”, ha aggiunto il fratello maggiore Abelardo.

Gli speciali di Tv e portali web internazionali come Milenio Tv, Good Morning America, Univision e Terra hanno da subito sottolineato la presunta spontaneità di questo successo che sarebbe il risultato di un “gioco innocente”, una strimpellata domenicale con chitarra e batteria. Solo che ora non si suona più in uno scantinato o in un garage ma nello studio di registrazione hi-tech di papà.

Basta cercare il video digitando sui motori di ricerca “VázquezSounds” e dargli un’occhiata per rendersi conto che non è certamente frutto di un esperimento o di un gioco come vorrebbero far credere i tre giovani musicisti e i loro genitori quando raccontano ai media la loro storia. L’alta definizione del clip, realizzato con videocamere professionali, la location impeccabile e il sound pulito, masterizzato alla perfezione, non danno adito a dubbi. Il sorriso ammiccante e premeditato di Angie sull’ultima nota della canzone è degno di una Britney Spears o una Cristina Aguilera d’annata.

Infatti, chi ha lavorato più duramente al progetto è stato sicuramente Abelardo Vázquez senior, il padre degli enfant prodige, che è un importante produttore musicale, noto per aver lanciato personaggi molto conosciuti nella scena musicale latino americana come le pop band Reik e Nikki Clan. Il mito del talento naturale e della fama facile, quella che arriva così, per caso, viene rimpiazzato dalla pianificazione a tavolino e da un’arte congelata in strategie di marketing 2.0, senza nulla togliere alla bravura e al futuro dei Vázquez Sounds.

Israele contro la Gaza Freedom Flotilla II: equipaggio sequestrato e rimpatriato

C’è una notizia di qualche giorno fa che pochi media italiani hanno riportato e analizzato ma che un Express blog come questo ha pescato nel circuito informativo latino americano, venezuelano per la precisione (ma non sono gli unici a parlarne e analizzare in dettaglio la situazione, anzi…). Molti siti di giornali e agenzie straniere (e qualche quotidiano italiano) hanno dato la notizia della partenza da un’isola della Grecia della seconda spedizione umanitaria e di protesta della Freedom Flotilla diretta sulle coste della striscia di Gaza. L’obiettivo era cercare di aggirare l’embargo imposto da Israele contro l’enclave palestinese di Gaza.

Il 19 luglio scorso l’imbarcazione francese Dignité Al Karama è stata bloccata in acque internazionali e sequestrata da quattro motoscafi della marina israeliana che l’hanno scortata fino al porto di Ashdod, nel sud d’Israele. I 16 passeggeri (11 francesi, un canadese, uno svedese, un greco, una giornalista israeliana e due corrispondenti di Al Yazira) che si trovavano a bordo sono stati espulsi e rimpatriati durante la scorsa settimana dopo aver firmato “spontaneamente” un documento in cui dichiaravano di essere disposti a lasciare il paese entro 72 ore.

La Freedom Flotilla II era composta inizialmente da 10 barche ma solo la Dignité è riuscita a salpare in quanto le altre 9 sono state bloccate dal governo greco già nel mese di giugno. In proposito commentava qualche giorno fa una delle coordinatrici del gruppo italiano dei sostenitori della Flotilla come “oggi, a un mese di distanza, sono già in troppi a chiedersi, a chiederci che fine abbia fatto la Flotilla, perché nessuno ne sta più parlando come, invece, si dovrebbe fare consideranmdo la gravità di quanto accaduto e soprattutto quali saranno i prossimi passi. L’embargo contro Gaza è stato decretato nel 2006 come ritorsione per il sequestro di un soldato israeliano ed è stato rafforzato in seguito alla vittoria elettorale e all’arrivo al potere del movimento Hamas un anno dopo. Nel maggio 2010 la prima spedizione della Freedom Flotilla sulla nave turca Mavi Marmara, carica di aiuti umanitari e 700 attivisti, finì nel sangue, nove persone vennero uccise dal fuoco israeliano e la Turchia richiamò il proprio ambasciatore da Tel Aviv.

Inserisco sotto un video in inglese con molti documenti interessanti ma bastano anche solo i primi 4 minuti per avere il quadro della situazione almeno su quest’ultimo tentativo della Freedom Flotilla II. Mi chiedo se sia possibile riaprire il tema dell’embargo israeliano a Gaza (che poi è parte di un grave problema, molto più generale e antico, che resta costantemente disatteso). Sul sito della Freedom Flotilla non vengono risparmiate le denunce degli ostacoli di ogni tipo imposti praticamente in tutti i paesi agli attivisti secondo i quali “anche l’Europa si sta rendendo sempre più complice del lento genocidio del popolo palestinese e sta sevendendo la propria dgnità e civiltà”.

Entrevista con la Santa Muerte


Fabrizio Lorusso – Jornada Semanal 8 de mayo de 2011

Ciudad de México, un día de 2011. Tengo el honor de presentarles a la mismísima Santa Muerte, quien nos hablará de ella y su culto en México, por primera vez en la historia. Al anochecer, sobre Ferrocarril de Cintura y Avenida del Trabajo, estamos en el umbral del barrio bravo de Tepito. La Santa llega puntual y acalorada, nos sentamos sobre una banca negra, apartados. La tarde es bochornosa y mi grabadora impaciente registra la portentosa vida de la Muerte.

 

–¿Cuándo nació Usted?

Bueno, nací con la vida. Soy su fin, pues. O su continuación, como quieran verla. Para los antiguos mexicanos yo estaba dentro de un ciclo. Según la Biblia, nací cuando el pecado original. Adán y Eva comieron su manzana rica y, luego, Dios me contrató, creamos la mortalidad. Más bien, Él lo hizo y yo feliz. Al inicio, no tenía chamba, ya que los hombres eran muy longevos. El Noé del diluvio llegó a los 950 años de edad, no inventes. A Moisés me lo llevé a los 120. Por suerte, después, la especie se tornó más corrupta, gozosa y golosa, y me los cargo antes de los cien.

–¿Hace cuánto la veneran?

¡Jijo, un buen! Antes les encantaba a los mortales explorar mi naturaleza inexplicable y fascinante. Y modesta, ¿verdad? En cambio, en el último milenio empezaron a tenerme mucho miedo y poco respeto en Europa. Fue por culpa de la peste negra.

–No pues, está grueso, ¿y qué pasó?

–A partir de 1348, me llevé personalmente a 25 millones de galos, germánicos, gachupines e itálicos. Me cansé pero valió la pena para mi carrera de segadora. Hasta la fecha se rehúsan a verme y hablar de mí. En América los obispos persiguieron mis imágenes con lujo de violencia. Igual me los llevé, lenta pero segura.

–¿Cuál era su relación con los aztecas?

Aquí en México mandé a una pareja pa’ cuidar el inframundo, el Mictlán, ¡qué bien me cumplieron! Eran Mictlantecuhtli, el rey, y Mictecacihuatl, su reina. Buena gente, descarnados, populares y honrados como yo. Hasta hoy los recuerdan y me ponen sus penachos y ropa.

–Vaya, sí sabe mucho. Va otra. ¿Es usted una Santa de verdad?

Mira, ¿según quién? En mi querido Más Allá hemos tenido pláticas milenarias sobre los santos. Para la Iglesia no lo soy. Como soy de purititos huesos sin carne, no me dan chance pa’ la canonización. Pero ni quiero, soy una entidad, objeto de fe y culto popular. Opino que un santo no católico tiene dignidad como los otros. Me quieren, ya que no solapo a pendejos, ni enaltezco a cabrones.

–¿Se cree más poderosa que Dios?

No te pases. Él me mandó. Posiblemente haya una sola vida y una sola muerte y me encargo de eso. La gente dice “primero Dios, luego Ella”. Hablan de mí y hasta me pongo roja, porque me dan tanta dicha y valoración, pero no hago clasificaciones. ¿A poco no queremos todos un granito de reconocimiento de vez en cuando?

–¿Cómo le llaman? ¿Cuántos son sus devotos?

Si me quieren mostrar cariño, me llaman Flaquita, Bonita, Niña Blanca, Hermosa y, de respeto, Patrona, Señora, Comadre, Hermana, Jefa. Los duros y puros devotos son como cinco, quizá 10 millones en México, Estados Unidos, Centroamérica e incluso en Japón y Argentina. Allí está un primo mío llamado San La Muerte. Le deseo puro éxito a ese gauchito, ojalá lea esto.

–Estimada Santa, ¿cuál es su compromiso con la democracia?

Mijo, no me hagas preguntas pendencieras, pa’ no decir otra con “pe”. ¿Me viste cara de H. congresista? Soy superdemócrata porque igual me llevo a un rico que a un pobre, a un joven que a un viejo, a un político y a un maleante: acaban en lo mismo y es democracia real, no populismo.

–¿Por qué anda con guadaña, amuletos raros y hasta un mundo en la mano? A muchos les parece espantoso, cuando menos, y se ve de mal gusto. Explíquenos, por favor, Santísima.

El chisme, ni lo pelo. No me gusta lo fashion. Te explico. La guadaña protectora vence envidias y hechizos. Corta vidas filosamente. Brilla a lo lejos y mutila de cerca, obvio. Ten cuidado, he de averiguar cuándo es tu turno porque cuando te toca, aunque te quites, cuando no te toca, aunque te pongas. La balanza es la ley igual para todos: en mi reino, sí es cierto. El reloj de arena me gusta, es retro pero rifa. Es la vida que se te va lentamente de las manos, sin embargo, con una girada arriba abajo, empieza otra vez con arena fresca. ¿Cómo ves? Otra. “Cuando el tecolote canta, el indio muere.” El búho es mi respetable mensajero nocturno. El globo terráqueo, pos, decía Netzahualcóyotl que “toda la redondez de la Tierra es un sepulcro; no hay cosa que persista, que con título de piedad no la esconda y la entierre”. A veces me siento sobre la Tierra para descansar y me hacen unos retratos que ni Miguel Ángel. También me pintan sobre un trono o a caballo, pero de pie es lo típico. 

–¿Qué tal su túnica?

Fíjate. Cada quien trae su piel puesta, es una capa externa. Yo, en cambio, porto mi atuendo y saco mis manos, mis pies y mi rostro de calavera. Al verme finalmente se dan cuenta de que son todos iguales: debajo de su piel y ropa, esconden huesos blancos como los míos y no hay disfraz de por vida. A cada color de mi sayal le dan un sentido simbólico. Está bien, siempre y cuando le nazca a la gente.

–Las malas lenguas dicen que su culto sólo es de pobres, presos, “nacos” y “prostis”.

Ay, mi chavo, nomás le ponen etiquetas a las personas. Los excluidos me buscan. Los barrios son cultura que no sólo está en los libros. También hay mucha pobreza, así que donde falta todo, queda la pura fe y, mientras más santos haya, mejor. Dicen que soy celosa y no es cierto, mis altares reciben a todo santo y todo fiel: hay lugar, y más para los débiles.

–¿Y en la cárcel?

Allí me tienen mucho cariño, claro, ¿y qué? Me preocupo por lo que pasa adentro ¿y ustedes? Toditos podemos ser pobres, presos, nacos o, como dijiste, prostis. No juzguen, yo soy quien maneja balanza y guadaña.

–Otros dicen que es la Santa de los narcos y de la Mara Salvatrucha.

Órale, pero ¿hicieron un conteo de cuántos presuntos narcos y mareros se tatúan a la Virgen o a San Juditas, o solamente se fijan en mí? No niego cierta afición, sí soy carismática, pero no soy narcosanta como dice la prensa amarillista. Escriben que soy satánica y mala, que exijo sacrificios y bobadas así. No me conocen, pero ahora, ¿quién pondría eso en un periódico serio?

–¿Ha probado alguna droga?

¿Por qué crees que estoy tan flaquita? No, es broma. Todo probé en la vida, bueno, en la muerte. Muchos me piden sacarlos del vicio y con gusto los apoyo.

–¿Tiene novio o galán?

Ándale, ¿te lanzas? Mi veneranda edad me enseñó a ser discreta. Sé de unos que sueñan conmigo en la noche, pero estoy bien sola: trabajando, emancipada y ocupada.

–¿Usted le entra a la santería y al vudú?

La santería es una tradición cubana y el vudú llega de Nigeria a Haití. Son religiones que trajeron los africanos yoruba a América. En mi culto hay algo de sus usanzas. Por ejemplo, la práctica del pureo, en que se depura mi imagen echándole humo, o las ofrendas de licores tropicales como ron y tequila. Algunos me identifican con laorisha Yemayá, dueña del mar y madre de los dioses. Me cae que sí hay rituales que me utilizan para la magia, la brujería y las limpias. Las tiendas esotéricas venden todo producto y servicio, aunque siento que me están explotando para cosas que tampoco son lo mío, la verdad.

–¿Cuáles son sus orígenes, Santísima?

¡Uh! Pues, niño, te cuento que mi imagen tiene mil años, es un mix de iconografías judeocristianas y grecorromanas. ¡Qué cosas! Como me ves ahorita, aquí a tu lado, es como me pintaron en el medioevo y en el barroco en Italia, España y demás. Bailaba en esos lienzos de las danzas macabras dentro de iglesias y osarios. Presidía esqueléticamente las procesiones del Viernes Santo sobre las carretas de la muerte. Chulada.

–¿Le gusta lo barroco?

¿A mí? Me gusta lo extrovertido y, no lo digas a nadie, también la Vida, sin bronca. Mi función era recordarles que un día morirían, el famoso memento mori. Amo el espíritu y la estética de la tierra mexicana, algo barroca y musical. El Día de Muertos, ese “patrimonio de la humanidad” católico-mestizo de México, es bonito, pero es una muerte domesticada. Lo mío es popular y más libre, por lo que me hostigan. Cuando los de siempre y las jerarquías ya no controlan a todas las almas, tiemblan. 

–¿La Enfermedad es su amiga?

Sí, pero no super cuata. Antes nos llevábamos, cuando acompañaba mi labor segadora de muchedumbres. Ahora anda floja y los doctores la hacen tonta con tachitas y palabritas. Me cae que ya no jala.

–¿Qué pasó cuando llegó a México?

Los españoles trajeron la cruz y la espada. Las cofradías de la Buena Muerte vendían a los ricos un rápido ascenso al paraíso mientras que los pobres iban a las fosas comunes. Mi silueta con hoz espantaba a los nativos. Sin embargo, el juego no duró tanto y en el siglo XVII ya usaban mi efigie a su gusto. La Inquisición ordenó perseguirme como una idolatría practicada por “indios”, quienes me llamaban ya “Santa Muerte.” En Chiapas me decían San Pascual Bailón y allí me salvé.

–¿Cómo se conservó por tanto tiempo?

No uso maquillaje, ves.Mi culto se mantuvo gracias a las abuelitas y las guardianas, matronas, como yo, del México profundo. Las familias me salvaron de las persecuciones sin pensar en el lucro. Mis imágenes coloniales rescatadas son la de San Bernardo en Tepatepec, Hidalgo; la del Museo de Yanhuitlán, Oaxaca, y la de La Noria, Zacatecas. También en Tepito el culto es antiguo. Hace diez años el altar de Alfarería fue el primero en ponerse en la calle y es el más concurrido. Hay al menos mil 500 altares en el DF y más en la República.

–¿Qué pasa en Tepito?

Nada. En BarrioDeTepito.Com, un sabio cronista comenta que “los chilangos temen Tepito y no se dan cuenta de que ya México se ha convertido en el Tepito del mundo”. Además, México y Tepito tienen las vocales emparedadas, ¿curioso, no? En Tepis, junto a la Guadalupe, soy la Señora del barrio, pero como que se me quiere más.

–¿Hubo intentos de explotarla?

Sí, pero no me gusta que la fe se patente y sea una SA de CV. El padre David Romo tuvo presencia en los medios, mismos que crearon a un falso líder del culto, mientras que él es fundador de una Iglesia Tradicional que perdió su registro y no me domina a mí. Tiene un santuario en la Morelos, pero cambió mi figura huesuda con la de un Ángel encarnado. En el Estado de México, Jonathan Legaria, el comandante Pantera, era todavía muy chavo cuando, en 2008, lo acribillaron en Tultitlán. Quedó una estatua mía de veintidós metros, pero nunca supe bien qué negocios armaban. 

–¿Es vengativa? ¿Si no le cumplen, usted castiga?

No, ¿cómo crees? Cuando uno se sugestiona, cree que algo malo va a pasar y se aplica la ley de Murphy. Si temen que los voy a castigar, algún castigo ocurre solito.

–¿Hay manera de “arreglarse” con usted para un tiempo extra?

No amigo, ¿qué pasó? ¿Mordidas? No busco plata. Si me rezas, como intercesora con el cielo, puedo recomendarte en la delegación divina, pero Él decide, ni tú, ni yo.

–¿Qué le piden?

–El regreso del marido, el amor de la galana, ayuda con deudas y juicios difíciles, protección del peligro, darle un chance al adicto y al preso pa’ que salgan de su jaula. Paros. Dinero. Éxito en el gabacho. No soy más poderosa que la Virgencita, pero sí más cabrona.

–Para eso, ¿no está San Judas Tadeo?

Es amigo, trabaja casi lo mismo, pero se quedó con la Institución. Lo promueve la Iglesia y le ganó a san Hipólito, quien fue impuesto como patrono en 1528. Es bueno, pero sigue siendo un cuate cooptado. Yo no me dejo.

–Usted se ha vuelto toda una estrella. La invocan como “querido ser de luz”. ¿No es una contradicción? Sin ofensa, dicen que usted resume los valores negativos de la sociedad.

No soy un chivo expiatorio de sus problemas. Vengo a recordarles su destino pa’ que vivan bien sin desear el mal a su vecino. Protejo a los que nadie cuida. Alumbro el camino y su fin: pasos y metas, un “nos vemos” y un “adiós”. Cada noche ensayan el sueño mayor, ya están listos. Adiós.

–Muchas gracias, nos vemos.

Mientras se aleja, la Patrona me indica un cartel: “Hoy estás en los brazos de la vida, pero mañana estarás en los míos. Así que vive tu vida. Te espero. Atte. La Muerte.” 

Libertà di stampa: Messico e Italia bocciati

Come ogni anno Freedom House ha pubblicato i risultati della sua inchiesta globale sulla libertà di stampa (consultabile qui LINK) in contemporanea con la Giornata Mondiale per la Libertà di Stampa dell’Onu che cade il 3 maggio e ha per tema “Mezzi di comunicazione nel secolo XXI: nuove frontiere, nuove barriere”. Per il 2011 la cartina qui sopra (eccola qui ingrandita) ci spiega perché l’Italia e il Messico vengono “bocciati”: entrambi i paesi hanno subito una retrocessione. Il Messico è passato a far compagnia al Venezuela, all’Honduras e a Cuba tra i paesi Non Liberi di colore viola mentre l’Italia, al pari dell’Argentina, il Brasile, il Perù, l’Ecuador, la Colombia, la Bolivia, il Guatemala e la Repubblica Dominicana, tra gli altri, è tra i paesi solo Parzialmente Liberi in giallo. Certo, i ranking sono solo degli indicatori, non dicono tutto e vanno presi con le pinze però intanto parliamone…

Insomma se fossimo in America Latina ci collocheremmo anche abbastanza bene ma in Europa e nella UE proprio no. Siamo una macchia gialla nel verde, il colore dei paesi con una stampa definita Libera. In America Latina la Costa Rica, l’Uruguay e il Cile ci superano e si collocano con i “migliori” dell’emisfero americano insieme agli Usa e al Canada. L’Italia resta in basso a causa della forte concentrazione mediatica e delle ingerenze politiche nei mezzi d’informazione statali  secondo il rapporto. Il ranking ci colloca al 75esimo posto nel mondo su 154 paesi analizzati (l’anno scorso eravamo al 72esimo) dietro al Benin e alla Guyana e al penultimo posto in Europa davanti alla Turchia.

Cambiamo fronte. La Comissione Nazionale dei Diritti Umani messicana (CNDH) ha informato che dal 2005 almeno 68 giornalisti sono stati uccisi e 13 restano “desaparecidos” rendendo il Messico uno dei paesi più pericolosi, al livello dell’Irak per intenderci, per l’esercizio della professione. Intanto Freedom House per la prima volta ha declassato il paese nella categoria dei “Non Liberi” a causa dell’incremento della violenza legata al narcotraffico, alle “strategie” governative per “combatterlo” e alle ingerenze indebite esercitate da “attori non governativi” contro i media.

Il rapporto speciale sulla Libertà d’Espressione in Messico nel 2010, presentato dalla CIDH (Commissione Interamericana dei Diritti Umani) sottolinea come il paese resti il più pericoloso per i giornalisti nel continente americano. Si evidenziano tre preoccupazioni: l’impunità generalizzata dei crimini contro i giornalisti, sia omicidi che altri delitti gravi; l’alta concentrazione nella proprietà e nel controllo dei media soprattutto in radio e Tv; la tendenza emergente a restringere l’accesso all’informazione pubblica.

A questo link : l’evoluzione storica 1980-2010 della libertà di stampa secondo Freedom House.

Presunto Colpevole e la giustizia messicana

“In Messico non basta essere innocenti per essere liberi”. Accusato d’omicidio senza alcuna prova, Antonio (Toño) è stato condannato a vent’anni di prigione che comincia a scontare nel reclusorio oriente di Città del Messico. Due giovani avvocati, dottorandi in legge negli Usa, decidono di riaprire il caso ed è così che comincia una lotta eroica per la libertà che non ha precedenti in Messico. In un paese dove il sistema giudiziario fa acqua da tutte le parti, la corruzione è endemica nei vari livelli dell’amministrazione della giustizia e il 41% dei 232mila detenuti resta in attesa di giudizio per mesi e mesi, un documentario reality che, con camera a mano, mostra alla gente cosa succede veramente nei tribunali e nelle prigioni non poteva non suscitare un immenso scalpore e un sano e diffuso sentimento d’indignazione popolare.

Presunto Culpable (Presunto Colpevole), diretto da Roberto Hernàndez e Layda Negrete, viene a confermare la percezione e la realtà di un sistema che premia la menzogna e la mazzetta sulla verità e la giustizia e in cui il principio della presunzione d’innocenza, sebbene ribadito da una recente riforma costituzionale, è sempre stato disatteso, se non completamente ignorato, dalla giurisprudenza e dalla prassi delle autorità competenti a tutti i livelli. Per questo si parla spesso in Messico di una “presunzione di colpevolezza” che implica l’esistenza di un onere della prova d’innocenza dell’imputato a carico dei suoi difensori. Insomma l’accusa vince e dimostra la colpevolezza del cittadino di default, a priori, e intanto gli anni in prigione passano tra stenti e soprusi dato che quasi tutti i detenuti devono ricorrere a risorse e aiuti esterni per sopravvivere con tutte le irregolarità e disparità che così si producono. I poliziotti sono premiati in base al numero di arresti e accuse portati a termine. Inoltre l’eccesso di popolazione carceraria è stimato in oltre 60mila unità, quasi il 40% del totale dei detenuti.

Oltre il 90% degli indagati e processati non vedrà mai il proprio giudice e sarà incarcerato solo in base a testimonianze di terzi, spesso raccolte in condizioni inaccettabili, cioè con pressioni fisiche e psicologiche, uso della tortura, fabbricazione di prove e cooptazione di testimoni. Il 95% delle sentenze in Messico è di condanna. Ciononostante l’impunità dei delitti arriva al 96% a livello nazionale, il che significa che quei pochi che vengono presi sono condannati con estrema facilità anche perché, nel contesto della cosiddetta “guerra al narcotraffico” che ha fatto 34mila morti in 4 anni e 3 mesi, le autorità hanno bisogno di cifre positive su arresti e condanne per recuperare una minima credibilità agli occhi dell’opinione pubblica. Alla Facoltà di Giurisprudenza della Unam (Universidad Nacional Autonoma de Mexico), l’ateneo più grande del mondo, tutti conoscono la freddura che ribadisce che in Messico “un bicchier d’acqua e un ordine d’incarcerazione non si negano mai a nessuno”, alludendo alla celebre ospitalità del popolo messicano ma anche alla facilità con cui si può finire in galera a tempo indeterminato. Anzi ci restano soprattutto i più poveri, le persone più “sospette” e frequentemente gli appartenenti alle etnie indigene che magari non parlano lo spagnolo e non possono difendersi adeguatamente.

Vedi il Teaser del film: QUI

La pellicola dimostra addirittura la presenza di avvocati con tesserini falsi per l’esercizio della professione e lo scandalo di un giudizio completamente viziato all’origine che viene rifatto e riassegnato allo stesso giudice che l’aveva iniziato. Il film è molto attento a riprendere le scene dei processi lasciando che lo spettatore si faccia un’opinione basata su fatti rilevanti e comunque dimostrabili con la relativa documentazione. Nulla viene lasciato alla speculazione o all’immaginazione, tutto è registrato con una videocamera mentre succede. Non si possono quindi mostrare al pubblico i numerosissimi abusi che normalmente vengono commessi durante la cattura e l’interrogatorio dei sospettati e dei testimoni e nemmeno gli atti di corruzione che quotidianamente vengono commessi per cui in carcere finiscono quasi sempre solo i più poveri.

Ciononostante l’impatto nella società messicana è stato dirompente con 500mila biglietti venduti dal 18 febbraio, data d’uscita del documentario, che è stato lanciato e promosso nelle sale dal gigante della distribuzione cinematografica Cinepolis. Puro interesse commerciale o vera responsabilità sociale? Su richiesta della famiglia dell’ucciso, cugino dell’unico testimone, Blanca Lobo, una giudice di Città del Messico, ha emanato un’ordinanza di sospensione della proiezione del film che è stata applicata quelche giorno fa. Vi si sono opposti sia il direttore della catena Cinepolis, che ha fatto ricorso per vedere tutelati i suoi diritti di distribuzione, sia il Ministero degli Interni, che ha giudicato l’ordinanza “confusa”, sia molti giornalisti e una parte della società civile. I ricorsi interposti mirano a impugnare la decisione del magistrato e a bloccare questa “grave forma di censura”, come l’hanno descritta i media messicani e il presidente della Commissione Nazionale per i Diritti Umani. Intanto Presunto Colpevole potrebbe tornare presto nelle sale e beneficiare di una settimana di pubblicità gratuita.

Ci sono versioni contrastanti su come viene gestita la questione: il film è una spada di Damocle per il sistema giudiziario ma anche per le famiglie della vittima e del testimone che vogliono veder tutelata la loro privacy e dignità e che già dall’inizio di febbraio avevano chiesto di non apparire in video. Insomma la decisione del giudice pare legittima ma si dovrà decidere quale interesse prevarrà, probabilmente il diritto dell’intera società a conoscere la situazione e a vedere il film così com’è. Altre pressioni forti e meno “nobili” arrivano sicuramente dagli enormi interessi economici della multinazionale Cinepolis e, inoltre, alcuni giornalisti molto noti stanno usando il caso come cavallo di troia per proporre false panacee: per esempio l’introduzione a livello nazionale del cosiddetto “giudizio orale”, già in vigore nello stato di Chihuahua e foriero di distorsioni e problemi ancor più gravi se non si modifica tutto il contesto in cui la giustizia opera in Messico. Si tende a spostare quindi il nucleo del dibattito dalla corruzione e inefficienza della magistratura e della polizia verso questioni tecniche e procedurali forse meno utili in questo momento. La critica del documentario è più radicale e le proposte concrete che avanza sono diverse e riguardano l’introduzione di telecamenre e garanzie maggiori per accusati e testimoni, non altri provvedimenti di riforma che avrebbero invece bisogno di lunghe e attente discussioni, non di provvedimenti fast track a furor di popolo.

Ecco il Trailer:

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Documentario sul Rogo di Libri in Veneto

Mentre si tirano le somme sulla vicenda dei tentativi di censura in Veneto ed esce il primo documentario sul caso, alcuni dei protagonisti, Elena Donazzan e il sindaco di Preganziol, Sergio Marton, tornano alla ribalta delle cronache locali. La prima ha infatti contestato la decisione di alcuni insegnanti padovani che hanno dedicato un minuto di lezione per sottolineare il valore della scuola, in risposta alle parole pronunciate da Silvio Berlusconi sabato scorso, come riporta il Mattino di Padova. L’assessore veneto all’Istruzione, Donazzan, ha risposto in questo modo, in pratica cambiando tema : “Avrebbero fatto meglio a commemorare Massimo Ranzani, l’alpino morto in Afghanistan”. Sì, certo, ma anche no. Dipende. E chi lo decide? La sfuriata s’è conclusa con un invito a farla finita con la politica in classe e nelle scuole. Cambiamo tema. La Giunta comunale di Preganziol ha, dal canto suo, diffuso un avviso firmato da Marton in cui si stabiliscono regole molto strette per il festeggiamento del Carnevale, già penalizzato dalla forte carenza di fondi. In pratica verranno vietate le maschere che “offendono il buon costume, la religione e le istituzioni dello Stato.  Costumi e simulacri dovranno rispettare il prestigio della pubblica autorità e degli agenti della forza pubblica”, cioè niente satira e maschere di politici (vedi Tribuna di Treviso).


Reportage Video di http://acmos.net/

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