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El Giro – Ideas para las elecciones mexicanas

El Giro – La Svolta, alcune idee per le elezioni presidenziali messicane del 1 luglio. Un video elaborato da un gruppo di studenti della UNAM (l’università più grande del mondo) per orientare idee e dibattiti su alcune proposte politiche e sociali verso un nuovo progetto per il Messico che presto andrà al voto. Riporto volentieri l’iniziativa di El Giro. Video in spagnolo. Qui il loro Blog.

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En la coyuntura de un año tan trascendente del país, varios amigos, preocupados por el estado que guarda la Nación decidimos trascender las horas de discusiones de café por algo que pudiera ser útil no sólo a nosotros, sino a todos aquellos ciudadanos libres que al igual que nosotros ven un México regido por la injustica. Un México violento. Un México desigual. Aprovechando las próximas elecciones del primero de julio y dada la importancia de elegir un camino que aumente las posibilidad de construir el país que merecemos, proponemos el Giro…

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Luciano Valentinotti, partigiano italiano in Messico

PugnoChiuso.jpgTratto da CarmillaOnLine. Sabato 21 aprile presso la casa della cultura Reyes Heroles di Coyoacan, forse il più bel quartiere coloniale di Città del Messico, è stata festeggiata la liberazione dell’Italia dal nazifascismo con un po’ d’anticipo rispetto alla data ufficiale del 25 aprile ed è stata scoperta una copia della statua (la cui bozza potete vedere qui a fianco, la sua foto in fondo): un pugno chiuso con la rosa in mano, tanto voluta e disegnata dal pittore Luciano Valentinotti, partigiano italiano e messicano d’adozione che vive in terra azteca dal 1966 ed è diventato un punto di riferimento per la cultura italo-messicana. L’evento “90 anni di antifascismo italiano” è stato organizzato dal Comites (Comitato Italiani in Messico, organo di base della rappresentanza italiana all’estero) di cui Luciano fa parte dal 2004. L’intenzione era “fare memoria intorno al Fascismo. Alla Resistenza come valore perpetuo”, ma l’appuntamento è stato snobbato dalle istituzioni italiane all’estero, Ambasciata e Istituto Italiano di Cultura. Anzi, stranamente nemmeno la sede fisica dell’Istituto, che è l’ufficio culturale dell’Ambasciata in una sede distaccata a 200 metri dalla casa della cultura Reyes Heroles, è stata resa disponibile per celebrare questa festa nazionale. Invece i messicani sono stati felici d’ospitare una riflessione e un incontro molto importanti. La stessa statua verrà collocata nei prossimi mesi in uno spazio pubblico (che probabilmente si chiamerà Piazza Bella Ciao) della zona Coyoacan concesso dal comune: il Messico accetta di diffondere i valori della resistenza italiana, ma le istituzioni italiane negano lo spazio o non danno risposte. Ecco la storia di questa scultura, realizzata dall’italo-messicano Pedro Ramírez Ponzanelli, e di Luciano Valentinotti, un partigiano italiano in Messico che mi ha raccontato tutto in un’intervista che riporto. Già tre anni fa ne aveva scritto il compagno e amico Matteo Dean sul settimanale Jornada Semanal (qui link) raccontando l’epopea che portò Luciano, quattordicenne, a rifugiarsi nei boschi e a combattere a soli 14 anni, dal ’43 al ’45. Ma la lotta non finì con la guerra. I fascismi e i cancri della società li avrebbe combattutti anche a Milano, in Italia, in Messico e ovunque si fosse trovato. Oggi lo fa anche da pittore, sempre lo ha fatto da militante.

Statue, resistenze e incomprensioni

Qual è la storia della statua col pugno chiuso?
La scultura è nata così. Andavamo da vari anni, il 25 aprile, a portare una corona di fiori di rose rosse all’Angel de la Independencia e venivano quattro gatti, quando eravamo molti, eravamo in dieci. Per noi intendo dire, noi italiani in Messico, all’estero. Una volta venne il precedente ambasciatore, Felice Scauso, ma poi questo, Spinelli, no. Allora un giorno mi sono stancato e mi sono incazzato perché l’ultima volta che siamo andati abbiamo fatto un piccolo spuntino, un ricevimento all’Istituto Italiano di Cultura, dopo la commemorazione. ed era pieno così di gente. Allora ho preso il microfono e ho detto: “è una vergogna che veniate qui a sbaffare gratis e non partecipate alla commemorazione del 25 aprile e venite solo a riempirvi la pancia”.

Quando è successo?
Due anni fa (2010), dopo non s’è potuto più fare. Ho parlato quindi con Paolo Pagliai (presidente del Comites) e ho detto: “perché non facciamo qualcosa, mettiamo una lapide, facciamo una scultura!”. Ho interpellato uno scultore italo-messicano, Pedro Ramírez Ponzanelli che ci ha detto che l’avrebbe fatta lui e poi regalata. Quest’anno ha fatto la scultura, ma la deve rifare perché il monumento verrà più grande. E’ tutta in bronzo, alta un metro e dieci più il piedistallo.

Cosa rappresenta?
Lui aveva presentato dei bozzetti, ma gli ho detto che non andavano bene. Doveva essere un pugno o un braccio, qualcosa che viene fuori dalla terra, prendendo spunto dalla canzone Bella Ciao. Gli ho fatto il disegno in caffetteria, all’Istituto e ha incominciato a lavorarci sopra. Ho avvisato l’Ambasciatore e l’Istituto per provare a farla mettere lì. Allora il Dott. Vinciguerra, che era il reggente in quel momento, ha detto che bisognava chiedere il permesso a Roma. Pare che all’ambasciatore piacesse anche la scultura. Abbiamo aspettato, ma il permesso o la risposta non è mai arrivata, non so se abbia inviato la richiesta del permesso o no, ma alla fine non è mai arrivata l’autorizzazione.

Cosa è successo dopo?
Ho semplicemente rinunciato a lavorare al progetto con l’Italia e ho chiesto al Messico, a degli amici del PRD, amici del presidente del consiglio della zona Coyoacan, se era possibile. Hanno detto di sì e siamo andati a vedere alcuni posti da scegliere in questa zona storica. Il presidente, Raúl Flores García, vuole collocarla in vista in un incrocio di tre vie, praticamente in una parte molto frequentata.

E’ stato il Comites a presentare la richiesta?
Sì, il Comites, come organo rappresentante degli italiani in Messico ha fatto la richiesta, mentre a livello di Ambasciata abbiamo aspettato quasi un anno e né da loro né dal MAE abbiamo avuto risposte. Grazie a queste persone che conosciamo al comune, qui a Città del Messico, invece, siamo stati ascoltati e ora siamo in attesa del permesso definitivo. Qui governa il PRD (Partido Revolucion Democratica, più o meno sinistra) ma nella zona Coyoacan sono del PAN (Partido Accion Nazional, abbastanza destra!), ad ogni modo la proposta è piaciuta.

Come sarà la scultura?
In bronzo, un metro e dieci più il piedistallo, includendo anche la roccia da cui esce il pugno e il fiore in mano, sempre di bronzo. Pesa 250 chili e il colore verrà un po’…rossiccio. Sarà messa in Avenida Mexico-Coyoacan, angolo Lerdo de Tejada, vicino al parco dei Viveros. Ci sono due stradine oblique che s’immettono sulla strada principale in cui ci sono tanti incidenti, tra l’altro. Servirà anche come spartitraffico in qualche modo per la sua visibilità La piazzetta con la statua si dovrebbe chiamare “Bella Ciao”, secondo la nostra proposta che è in fase di analisi.

Ci sarà una targa?
Sì, l’iscrizione sarà probabilmente in italiano e in spagnolo e dedicata ai martiri della libertà per il 25 aprile. Poi magari ne mettiamo una laterale spiegando un po’ il contesto della guerra e la liberazione.

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Cosa manca per poterla collocare?
C’è già il disegno e il progetto per la costruzione della piazzetta, si stanno ora sentendo gli abitanti della zona e poi, siccome è un anno elettorale, resta in attesa probabilmente finché non si ristabiliscono gli equilibri dopo il voto. Sarà una scultura che si vede a 360 gradi. Gli italiani, Ambasciata, Istituto e Ministero, credo non abbiano accettato perché il braccio che viene fuori dalla statua è quello sinistro. Parlando con l’ambasciatore, scherzando, una volta gli dissi se mettevamo anche uno stereo con la musica dietro alla statua con canzoni partigiane e ha fatto una faccia! Questa statua è il mio ultimo desiderio, dopo me ne posso anche andare, sarebbe una grande soddisfazione.

Offire memoria

Che significa per te il 25 aprile?
Non perdere la memoria. La gente, tutti, devono ricordare cosa è successo dal 1922 al 25 aprile del 1945 in Italia, dobbiamo ricordare. Mio padre nel 1922 è dovuto andar via dall’Italia, in quanto membro e fondatore del Partito Comunista. Tanti sono fuggiti, chi in Francia, chi in Spagna, per continuare e coltivare l’idea. Mio padre andò in Iugoslavia. E’ andato da un suo compaesano che andava in giro per il paese a comprare erbe medicinali. Aveva un magazzino e in fondo al magazzino delle erbe hanno fatto una stanzetta dove si nascondeva mio padre.

Da dove veniva tuo papà?
Da Levico, Trento. E’ andato poi oltre il confine, a quattro ore di strada in dentro. In quell’epoca nemmeno lo conobbi. E’ rimasto là mantenendo i contatti con altre persone là e in Italia. L’ho conosciuto dopo il 1945. Io sono nato nel 1929 e mio padre vedeva mia madre solo alcune volte. C’erano sempre due guardie della polizia segreta fascista, l’OVRA, davanti al portone e lui di notte, di nascosto, doveva entrare da un’altra casa, passare sul tetto e scendere dalla finestra per saltare in casa. Era un militante e quindi doveva andare e venire senza farsi vedere troppo. Mia madre ha avuto la forza di non parlare mai di mio padre e quando le chiedevo qualcosa non mi raccontava molto. Non sapevo niente, se ero figlio di un fabbro, di un falegname, un marinaio o non so. Tutto perché aveva paura mia madre, paura che quelli lì sotto mi fermassero e mi facessero delle domande trabocchetto. L’avrò visto due o tre volte ma non sapevo che era mio padre, me lo immaginavo forse. La prima volta che l’ho visto è stato quando è morto mio fratello Nereo, lui aveva 7 anni e io 4.

Cosa è successo?
Mi ricordo che è morto per non curanza, poca serietà in questo caso da parte delle suore che lo hanno operato di appendicite facendogli l’anestesia con l’etere, la narcosi. L’ho fatta anch’io con quel sistema. Era pomeriggio tardi, loro erano andate a pregare e l’hanno lasciato lì. Lui s’è alzato, ha mangiato del pane, ha bevuto dell’acqua che ha trovato lì, gli è venuta una peritonite fulminante ed è morto. Sul catafalco vidi mio padre che dava un bacio a mio fratello. Mi ricordo ancora adesso il becchino che mi disse: “Bambino, i morti non si baciano”. E io: “Questo è mio fratello”, e gli ho dato un bacio comunque. E scendendo dal baldacchino, girando la testa, ho visto un signore che doveva essere mio padre con gli occhiali scuri e mia madre mi strattonava dicendo di non girarmi. Era un richiamo del sangue. Mi sono rigirato, l’ho visto piangere e poi è sparito.

Che successe quando inziò la guerra?
Nel 1939 ci hanno cacciati via da Fiume, era una zona già bellica. Io sono nato a Fiume, città di confine che dopo il 1945 non è stata più italiana, il confine è andato a Trieste. Quindi siamo andati qualche mese in Trentino, a Levico, e siamo tronati a Fiume, facendo un po’ la spola. E lì era dura: bombardamenti, fucili, sparatorie, tessere annonarie dove se tu come cittadino italiano “normale” prendevi 100 grammi di pane al giorno, noi ne prendevamo solo 25 o 30, per dire, un panino.

Come mai?
Per questioni politiche. Se tu prendevi un chilo di zucchero al mese e noi 200 grammi era perché eravamo controllati, come castigo.
Ma voi “ufficialmente” non facevate più niente?
Beh, ma eravamo sempre figli o parenti di un ricercato politico che, non so, magari aveva anche una taglia, non credo ma comunque.

E durante la guerra?
E così fino al 1943, mi ricordo bene. Io e mia mamma andavamo con due valigie di cartone casa per casa dai conoscenti a chiedere pantaloni, camicie, scarpe usate, eccetera per darle ai militari che tornavano indietro dalla Iugoslavia. Venivano in casa nostra, sembrava una caserma, e noi avevamo delle taniche e bruciavamo col petrolio le divise, così se ne andavano così con abiti civili. Nel 1943, in settembre, arrivò un gruppo fortissimo delle SS. Allora un giorno mentre eravamo in centro, in via Vittorio Emanuele, con le due valigie ci fermano i tedeschi. Hanno colpito mia mamma rompendole un braccio, una spalla. Dopodiché mi sono venuti a prendere verso la fine di settembre, mi hanno rinchiuso in una scuola.

I tedeschi o gli italiani?
Erano i tedeschi, ma c’erano anche italiani, c’erano le camicie nere. Quello che ere pericoloso per i soldati italiani non erano i partigiani iugoslavi che magari arrivavano, incalzavano, ma erano le camicie nere che sparavano sui militari italiani, li uccidevano perché scappavano. Capisci?

E il collegio in cui ti hanno portato?
Mi hanno rinchiuso e mia madre venne a sapere dov’ero, quindi veniva sotto la finestra a camminare e un po’ la vedevo e ci cantavamo una canzone. Quella che faceva “mamma ti voglio bene…”. Lei mi rispondeva e parlavamo, cantando. Fino a che poi mi hanno portato via, nell’Istria, molto dentro a costruire trincee e bunker.

Lassù in montagna

Ma avevi solo 13 anni?
Ne avevo 14, ma comunque la Gestapo mi ha portato via. Al mattino ci dovevamo alzare alle 5, andare, lavorare, si mangiava solo alla sera, faceva un freddo della madonna lì, dentro nel Carso. Finché poi alla fine del mese di dicembre, quasi, arriva un attacco aereo, bombardavano e mitragliavano la zona in cui stavamo costruendo. Erano gli inglesi, gli alleati, e quindi ho colto l’attimo e sono scappato. Sono andato giù in mezzo ai boschi, con degli abeti altissimi, dei bei boschi. Dopo due giorni che girovagavo, mi sono imbattuto in un gruppo di partigiani.

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Erano italiani?
Erano italiani e iugoslavi. Siccome già conoscevano mio padre, che probabilmente era in contatto o stava in altri gruppi, mi hanno tenuto due o tre giorni isolato, hanno preso informazioni, ma poi mi hanno liberato, mi hanno inserito nel gruppo e mi hanno dato un fucile. Mi ricordo che è stato quello che mi ha cambiato il modo di vivere, non perché io abbia sparato. Il primo sparo che ho fatto mi sono cagato e pisciato addosso. Quando è finita una piccola battaglia che avevamo avuto, ho detto: “basta, ragazzi, io qui…”. Invece loro non hanno fatto una piega, mi hanno aiutato, per dire, c’erano anche delle ragazze partigiane, mi hanno ripulito e dato dei vestiti, cioè questi gesti altruisti, senza chiedere nulla, pur nella comicità che poteva esserci nella situazione, però si capiva che invece era una cosa serissima. E lì ho cominciato a capire che cos’è la uguaglianza, la fratellanza e l’amicizia. E la protezione di uno con l’altro. Cacchio ragazzi! Questa era una cosa per me che è stata fondamentale, e ancora oggi me lo ricordo e continuo essere così.

Siete tornati in territorio italiano?
Siamo andati avanti così per molto tempo finché siamo arrivati al 1945. Andavamo in giro, dentro, in Slovenia o in Erzegovina. Camminavamo sempre, non stavamo fermi, eravamo sempre non più di quindici e abitavamo nei boschi. Si facevano dei turni, quattro persone erano di guardia, in corrispondenza dei punti cardinali. Ognuno stava due ore perché col freddo non si poteva star di più, poi ci davamo il cambio. Si dormiva in un letto di rami di pino e le coperte erano dei rami di pino, però eravamo come sardine, uno vicino all’altro. Allora quelli che erano fuori a fare la guardia entravano nel mezzo per scaldarsi e così si girava finché tu non arrivavi al principio e ti ritoccava la guardia e così via.

Avevate un nome come gruppo o brigata?
No, non potevano avere nomi, C’era un leader che sapeva tutto, aveva una piccola radio ricevente e trasmittente dove arrivano queste famose notizie da fuori tipo “Qui Radio Londra!” e magari dicevano “la biciletta si è rotta” o “il coniglio salta l’ostacolo”. Poi magari torna indietro il messaggio “la biciletta si è riparata” o “la gomma funziona” e questo voleva dire che sapevamo in che posti andare, come un codice, ed è una cosa interessante. Solamente lui lo sapeva e capiva tutto.

Avete fatto molte azioni?
Sì, moltissime. Abbiamo anche dovuto accettare molte vittime tra noi. Ci mandavano i cani dietro e noi avevamo sempre due cagne con noi, piccole, che non abbaiavano. Quando entravano in calore i cani maschi era la nostra salvezza. I cani anziché seguire noi, inseguivano le cagne. Quei cani erano addestrati, sai, strisciavano come umani per terra e quando arrivavano a un certo punto, calcolato non so come, aspettavano il momento per saltarti alla gola e ti tenevano così. Se tu ti muovevi, ti prendevano alla gola. Se non ti muovevi, veniva quello lì e, pum, ti ammazzava. Così era.

Avete perso dei compagni?
Sì, certo. Io son stato fortunato e posso dire che nella mia vita ho avuto più fortuna che sfortuna. Sotto tutti gli aspetti posso dire di essere stato molto, ma molto fortunato.

Quando sei tornato in Italia?
Quando scappai nel dicembre 1943, ero un mero quarantadue e son tornato che ero uno e ottantadue. Dopo son tornato a Fiume il 5 maggio, abbiamo rioccupato Fiume. Abbiamo circondato Fiume, entravamo dentro, perché stavano minando il porto. Era un porto molto importante e dovevamo fare delle azioni là, ma sono scesi a patti non so con chi e si sono ritirati i tedeschi. C’erano questi bunker o trincee che ci avevano fatto costruire e aiutavano a condurre verso la Germania e verso l’Austria. Lì è terminato tutto un po’ più tardi, dopo il 25 aprile.

Dove sei andato dopo?
Nel maggio del 1945 io ero a Fiume e sono andato a vedere mia madre. Son rimasto lì a dormire con mia sorella che era lì. Dopo è arrivato mio padre e ho iniziato a conoscere mio padre. Poi loro se ne sono andati nel Trentino, ma io son rimasto a Fiume fino quasi alla fine dell’anno per poi andare a Milano. Là mi sono iscritto subito alla gioventù comunista.

Milano gelida

Lavoravi?
Sì, beh, facevo il free lance! Lavoravo, facevo il muratore, i traslochi, spalavo la neve, tutti lavori così saltuari, non c’era un lavoro. A parte che non eri ben visto.

E tuo papà?
A un certo punto è venuto a Milano per un po’ e anche mia mamma. Lei è venuta con mia sorella che aveva due bambini, i nipoti. Io non dormivo là, dormivo in una baracca dei sinistrati che c’era un amico mio. Pensa che dormivo con uno che era della Decima MAS [unità speciale della regia marina italiana]. La maggior parte della mia vita che ho fatto a Milano, i primi anni, ho dormito d’inverno alla Stazione Centrale e d’estate alle panchine del parco, nei giardini pubblici.

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Ma poi hai anche studiato alla scuola di belle arti di Brera.
Mi son detto: “Beh, qui, ignorante, ignorante, avrò molta esperienza però…”. Allora mi sono iscritto al Politecnico. Prima ho fatto gli esami di maturità del liceo, lavorando di notte e studiando di giorno. Era la maturità artistica per poter entrare ad architettura. Quando avevo già presentato la tesi, firmata e tutto per laurearmi al Politecnico, mi sono imbattuto in un correlatore fascista…vediamo se mi ricordo il nome. Insomma lui alla commissione mi ha presentato così: “Questo è Valentinotti, qui c’è la tesi di cui non ho capito niente”.

Su cos’era la tua tesi?
Era su una “città autonoma”, autosufficiente. Avevo disegnato anche i filobus senza benzina e tutto uno studio molto grande e molto simpatico anche. Era una cazzata, però adesso viene di moda. Allora i professori mi hanno detto che non avevano capito nemmeno loro, ma mi hanno bocciato pure dopo avermi ammesso la discussione della tesi di laurea. Ho detto: “Il correlatore, lui è un ex criminale fascista, voi siete dei fascisti. Dico, mi bocciate dopo che avete già ricevuto la mia scheda per la tesi di laurea e non potete farlo”. C’erano dei compagni lì che han cominciato ad applaudire e mi hanno sbattuto fuori. Non son potuto entrare all’università per molti anni. Poi tramite una compagna di partito, ho potuto lavorare, insegnare in una scuola tecnica femminile e da lì ho cominciato a frequentare l’accademia di belle arti. E me lo son trovato.

Il correlatore?
Però pensa che cosa, che stranezza, tremenda. Il vecchio direttore dell’accademia era un certoAldo Carpi. Carpi è un cognome ebreo ed era stato denunciato da un suo collega ai tedeschi e ai fascisti che lo hanno deportato. Quando è tornato è rientrato nelle sue funzioni di direttore dell’accademia e un giorno vede che questo qui, questo che l’ha denunciato si stava nascondendo, scappava, e lui l’ha raggiunto gli ha detto: “Perché scappi, dico, non fare altre cazzate, io sono qui, ti tendo la mano, non ce l’ho su con te, mi è successo di tutto, io perdono, non mi dimentico, però perdono. Dico, hai fatto una cazzata, sarà stato un momento di debolezza”. Il nostro professore di scenografia anche lui era stato deportato, si chiamava, Reina, però è morto dopo un po’, dopo un anno è morto come conseguenza di tutti i mali che sopportato.
Ed è venuto questo, ah, si chiamava Varisco, l’architetto Varisco. Ce l’hanno presentato come il nuovo professore di scenografia. Quando è entrato, son salito su un banco e ho gridato: “E’ un fascista di merda”. E mi hanno sbattuto fuori dall’università. Lui non è venuto a scuola per 15-20 giorni, poi è tornato. Era lo stesso della mia tesi al Politecnico. Poi è diventato anche direttore dell’Accademia di Brera e direttore artistico della Scala di Milano, era un arrivista.

Insomma, succede che la Scala manda un concorso all’Accademia per un progetto di una scenografia per l’opera Pardon My English di Gershwin, sarebbero venuti tutti i cantanti americani. Io l’ho fatto e ho vinto. Sono andato anche a dirigere i lavori e questo qui ha fatto di tutti perché non mi pagassero e mi togliessero il lavoro.

Ce l’ha fatta?
Il lavoro l’ho finito, ma non mi hanno pagato e non hanno messo il mio nome. Che anni duri!

Quando sei venuto in Messico?
Dopo tante peripezie sono venuto in Messico. Mi sono sposato in Italia nel 1960 e dopo sei anni siamo venuti qui. In quei sei anni ho lavorato sì e no e mia moglie lavorava in un’agenzia di pubblicità, marketing. Io rispondevo ad annunci in varie compagnie, ma poi spesso mi andava male, forse anche per questioni politiche. Poi è venuto fuori che per legge si doveva dare lavoro agli esuli giuliani, c’era un posto in pubblicità all’Alfa Romeo e l’ho preso.

Cosa facevi?
Ero responsabile degli eventi all’estero, fiere e gare, e mi mandavano tutti gli inviti, compresi i biglietti d’aereo. Allora anziché andare a tutti gli eventi io o darglieli ai dirigenti, andavo giù in fabbrica e chiedevo al capo del sindacato del gruppo chi era stato il più bravo quella settimana e gli davo il biglietto e l’entrata. Dopo 5 o 6 volte mi chiama la direzione e mi dice: “Ma lei non riceve i biglietti? Perché non li manda da noi?”. E ho risposto: ” Sì li ricevo, ma avete i soldi per andar via, loro no”. Mi hanno detto che dovevo andar via e rinunciare all’incarico, ma secondo me avevo semplicemente fatto bene. Devo avere ancora una lettera del ministro del lavoro che mi pregava di allontanarmi dall’azienda, l’ho detto a tutti giù in fabbrica: “Ragazzi, niente più biglietti, mi hanno licenziato”. E quasi quasi volevano fare uno sciopero!

México lindo y querido

E il Messico?
Quando studiavo a Brera vivevo in un piccolo appartamento con un messicano e uno spagnolo e quasi ogni tre mesi venivano in visita genitori del messicano a vedere come andava il figlio che era arrivato bevendo latte ed è andato via bevendo vino e grappa. Mi invitano sempre ad andare e un giorno sono andato in Messico. Mia moglie mi ha aiutato e son venuto in Messico, sono andato ad abitare in casa della mamma di lui e ho cominciato a lavorare, a fare fotografie, moda, e così.

Tua moglie ti ha seguito subito?
Io sono venuto nel gennaio del 1966 e a novembre arrivata anche mia moglie Mara. Con l’amico mio siamo andati coi mariachis all’aeroporto, bellissimo. E qui siamo ancora. Son nati due figli, Sergio e Sandro e siamo qui tranquilli. Non sento nostalgia per l’Italia.

Non è stato facile in quell’epoca?
No, no, ma ho trovato molta più libertà in Messico che in Italia, ma non so. Non tornerei più in Italia, neanche dopo la morte. Ci andrò in giugno, la prima settimana, per inaugurare un murale donato a Libera di Don Ciotti, in una certosa vicino a Torino, la “Certosa Gruppo Abele”, che lui ha trasformato in una sede operativa, facendo dei grandi uffici e delle stanze per ospitare comitati e collaboratori.

Il primo monumento dedicato ai partigiani collocato all’estero.

Respuesta a Fernando del Paso sobre Florence Cassez

En el Correo Ilustrado del diario La Jornada del martes pasado, 17 de abril, apareció una carta del escritor Fernando del Paso sobre Florence Cassez a la que pensé contestar de esta manera. Lo envié al Correo pero por ahora no ha salido en el periódico, así que la pongo en este su espacio bloguero. Antes la carta original de Don Fernando y luego la respuesta. Va.

El caso de Florence Cassez y la justicia

El hecho que haya habido serias –y buscadas– violaciones a los derechos de la ciudadana francesa Florence Cassez no prueba ni su inocencia ni su culpabilidad. Ésta última, sin embargo, fue ya decretada en un juicio cuya validez no ha sido, hasta ahora, negada por nadie, ni siquiera por Sarkozy, quien reclamó su traslado a Francia para que en ese país cumpliera su sentencia, sin que jamás haya alegado su inocencia.

Lo que la Justicia mexicana debería hacer, en mi muy personal opinión, es indemnizarla. ¿Pero cómo se indemniza a un preso? No con un dinero que no tendría oportunidad de gastar en su beneficio. Sí, en cambio, con una reducción sustantiva de su condena. Rebajarla, por ejemplo, en 50 por ciento. Esto es, de 60 a 30 años. Creo que difícilmente alguien podría argumentar que 30 años no es una condena suficientemente drástica como para disuadir a un secuestrador de volver a las andadas.

¿Y el juicio de Israel Vallarta? ¿Vamos a perdonarlo porque también se cometió una grave violación de sus derechos humanos: la burda falsificación audiovisual de su arresto?

Y en lo que concierne a las víctimas del secuestro: ¿vamos a tirar a la basura sus derechos humanos?

Si de justicia hablamos, debemos castigar a los perpetradores de esas violaciones –nuestras inefables e intocables autoridades– y, como sugerí, en desagravio, indemnizar a la ciudadana francesa con una reducción de su condena.

Por último, espero que en México existan jueces que no piensen que obra en menoscabo de su autoridad y su prestigio no digo el aceptar, pero sí al menos considerar seriamente la posición de un ciudadano que, como su servidor, conoce poco de leyes, pero que, como otros muchos conciudadanos, y gracias al sentido común y a un criterio propio, sí sabe lo que es la justicia.

Fernando del Paso

RESPUESTA
A Fernando del Paso,
En respuesta a su carta sobre Cassez. Soy un académico italiano radicado en México, país que amo y estudio. He escrito sobre Cassez, entre otros casos, movido por una gran preocupación acerca de la justicia mexicana en esta época de derechos humanos precarios.
La presunción de inocencia es un pilar del estado democrático, presente en la Constitución mexicana. Por tanto, es necesario contar con procesos “debidos”, en todas sus partes, para condenar a alguien fuera de toda duda razonable, lo cual no se ha dado con Florence.
Así que no se trata de reducir su pena, sino de eliminar los elementos viciados del expediente y/o rehacer el proceso correctamente, según dicta la Constitución. Yo mismo, si fuera víctima de un delito, quisiera confiar en la justicia para que mis verdaderos victimarios no estuvieran libres: justicia, no castigo o venganza. Está en juego mucho más que un caso, sino la reversión de las cuestionables prácticas de algunas autoridades en México.
La Primera Sala de la Corte reconoció las violaciones a los derechos de Cassez, pero también que éstas perturbaron todo el juicio: en especial, los testimonios de las víctimas, cambiados dos veces, plagados de incoherencias y presiones externas perjudicaron substancialmente la búsqueda de la verdad judicial, así como lo hizo el montaje o las torturas o las “intrusiones”.
Los más expertos y conocedores del expediente no vieron elementos suficientes para probar su culpabilidad, la Corte ya va reconociéndolo y podría emendar los errores del pasado.
Con afecto, Fabrizio Lorusso

Evento México DF: antifascismo italiano, 90 años

Sábado 21 de abril – 16 horas – casa de la Cultura Reyes Heroles – Francisco Sosa/Santa Catarina – Coyoacán – Hágamos memoria contra el fascismo y celebremos el 25 de abril, fiesta nacional italiana de la liberación del nazi-fascismo.

Il prossimo sabato 21 aprile, alle ore 16, ci ritroveremo tutti alla Casa della Cultura Reyes Heroles per festeggiare la Libertà e la Democrazia, ma soprattutto per fare memoria intorno al Fascismo. Il tema centrale è la Resistenza come valore perpetuo. Non mancate! Portate quello che volete e chio volete. Portate strumenti musicali, cose da leggere e da cantare, qualcosa da mangiare, portate tanta voglia di continuare a sperare. E confermate, per favore, la vostra partecipazione.

La visita del Papa in Messico e il Corriere della Sera

La lettura di alcuni articoli del Corriere della Sera sulla visita del Papa in Messico del 24-26 marzo mi ha spinto a scrivere questo pezzo per mostrare e chiarire alcuni elementi tralasciati, del tutto o in parte, dai media italiani. Il tour papale, una visita di stato oltre che pastorale, ha avuto solo due tappe, le città di León e Guanajuato nello stato centro-settentrionale e cattolicissimo di Guanajuato. Quanto visto e sentito in televisione o su alcuni giornali in Italia riflette poco il dibattito in corso qui, oltreoceano, dove molte controversie sulla Chiesa messicana e sul Vaticano hanno avuto una rilevanza mediatica e pubblica fondamentale. Questo viaggio di Ratzinger è stato presentato in Italia con poche e vaghe sfumature, quasi si trattasse semplicemente di una visita apostolica, una gita disinteressata e amorevole coronata dal solito bagno di folla. Alcuni, primo tra tutti il poeta messicano e attivista Javier Sicilia del Movimento per la Pace, avevano immaginato un Papa che va a Ciudad Juarez a trovare le vittime del femminicidio (il correttore di word sottolinea ancora questa parola col rosso, un errore, una cosa che non esiste…), un pontefice che parla ai narcos e ai corrotti nelle istituzioni, un padre che apre ai poveri e alla società reale, ai migranti e ai loro carnefici quotidiani, al di là delle etichette e delle demagogie, insomma un Papa che spiega come mai per 50 anni la Chiesa ha coperto i crimini dei pedofili e che, anche in America Latina, propone una riconciliazione e un dialogo. Sono stati delusi.

Gli articoli del Corriere cui mi riferirò sono un buon esempio, un campione dei media italiani, dei pezzi che non “sentono l’altra campana” e riproducono la versione ufficiale della presidenza messicana e delle gerarchie vaticane quasi per filo e per segno, acriticamente. Il Messico sta vivendo uno dei periodi più difficili della sua storia e merita uno sforzo di comprensione in più.

I preliminari. Il 23 marzo la redazione firma un articolo che è una cronaca dettagliata della partenza del Papa: in aeroporto “tra gli altri erano presenti il presidente di Alitalia Roberto Colaninno e l’Amministratore Delegato di Aeroporti di Roma, Lorenzo Lo Presti”. Utilissimo e fondamentale sottolineare l’uso del bastone in pubblico da parte del santo padre, i messaggi e auguri di Napolitano, il fatto che Ratzinger sappia scendere da solo la scaletta del Boing (“senza impacci”) e il suo pensiero sul marxismo.

“È evidente che al giorno d’oggi l’ideologia marxista come era concepita non corrisponde più alla realtà e così non può costituire una società -ha detto- devono trovarsi nuovi modelli con pazienza e in modo costruttivo. Questo processo richiede pazienza e decisione e vogliamo aiutarlo con spirito di dialogo per evitare traumi”. Oltre un secolo di dibattiti risolti in una frase, questa sì che è capacità di sintesi. Ad ogni modo col Messico c’entrava poco, si nota da subito che il vero campo da gioco sarà Cuba e la terra azteca sarà solo un bel trampolino di lancio mediatico, uno scalo tecnico in cui le forme prevaricano i contenuti, molto più del solito.

Climax. Il 24 marzo il tema centrale di un altro redazionale è la sicurezza per l’arrivo di Benedetto XVI, “Papamovil e 13 mila uomini armati fino ai denti per accogliere il Pontefice. Sono le misure di sicurezza predisposte per la tappa messicana del viaggio apostolico di Benedetto XVI”. E ancora, sempre più interessante (!), le caratteristiche tecniche della “Bestia”, l’auto papale blindata.

COME LA BESTIA - Il mezzo blindato scelto per gli spostamenti è dotato di un sistema di blindaggio simile a quello dalla limousine chiamata la bestia e utilizzata nell’ultima visita nel paese dal presidente Usa Barack Obama. Il Papamovil pesa cinque tonnellate e viaggia a circa 20 chilometri orari per permettere alla folla presente di scattare fotografie”, e così via per un paragrafo intero, senza tregua e senza informazione.

A chi vive in Messico viene subito in mente qualcosa di meno tecnico e avveniristico, la bestia: così si chiama il treno dei migranti che carica speranze e umanità su dal Chiapas al nord del Messico, il treno dei centroamericani che vengono rapinati, stuprati, mutilati e deportati su quei binari di abusi e dolore, violentati dalle autorità messicane, la famosa polizia migratoria e vari corpi di agenti federali e locali, e dalle gang di narcos e di mara salvatrucha, anch’essi centroamericani passati alla delinquenza organizzata, che lucrano sulla disperazione e su questa vera e propria tratta degli schiavi postmoderna.

Dall’articolo dell’inviato Gian Guido Vecchi del 25 marzo leggiamo: “Il Papa in Messico: «Proteggete i bambini». Benedetto XVI a Guanajuato: «Miei piccoli amici, non siete soli». E agli adulti: «Non spegnete il loro sorriso». «Miei piccoli amici», li chiama. «Cari bambini, sono felice, molto felice di potervi incontrare e di vedere i vostri volti allegri che riempiono questa bella piazza. Voi occupate un posto molto importante nel cuore del Papa». Perché se già gli adulti sono calorosi, da queste parti, i bambini e i ragazzini che affollano a migliaia Plaza de la Paz, a Guanajuato, gli riservano un’accoglienza fantastica, tra bandierine e coriandoli e grida a squarciagola, a un certo punto tutti quanti intonano «Cielito lindo» e in omaggio a Ratzinger la banda abbozza pure una (spaventosa, va detto) versione della Quinta di Beethoven, alla fine pure la Nona”. L’accoglienza da star nel cuore cattolico del Messico e la riscoperta del folclore locale erano un elemento scontato, ma forse il tempo disponibile poteva essere utilizzato meglio, magari aprendo spazi di dialogo con le vittime messicane della pedofilia e della narcoviolenza.

Forse ad alcuni suona un po’ populista dirlo, ma chi ha spento molti sorrisi dei bambini messicani è stata proprio la Chiesa di Roma. Durante i tre giorni di visita in Messico Benedetto XVI non ha incontrato, come invece ha fatto in altri paesi, le vittime di pedofilia, in particolare quelle del celebre padre Marcial Maciel, noto pedofilo e fondatore della potente congregazione dei Legionari di Cristo.

Riporto da L’Unità del 24 marzo 2012 una parte di un mio articolo: “Proprio in questi giorni è uscito il libro “La volontà di non sapere”, dei ricercatori messicani Barba, Athié e González che ripercorrono la vicenda di Marcial Maciel, fondatore a Città del Messico della congregazione dei Legionari di Cristo e colpevole di pedofilia. A sei anni dalla presa di distanza del Vaticano e a quattro dalla sua morte, gli studiosi mostrano ora i documenti che spiegano come a Roma già dagli anni quaranta fossero noti i comportamenti deviati del sacerdote”. Ecco la differenza tra i bei discorsi sui bambini e la realtà, un gap che si chiama populismo papale, cioè sapere, coprire e tacere. Il problema non è circoscritto ai crimini di Maciel, ma si è allargato a molti altri membri del clero messicano tra cardinali e alti prelati che tentano di “lavare i panni sporchi in famiglia” salvo poi fare carriera ed essere invitati dal Papa alle sue cerimonie.

La rivista messicana Proceso, numero 1848, approfondisce vari casi di abusi sessuali e coperture citando, tra queste, quelle del cardinale Norberto Rivera, arcivescovo di Città del Messico, e di José Guadalupe Martín Rábago, arcivescovo di León e anfitrione di questa visita. Mi chiedo anche come sia possibile non menzionare il fatto che Guanajuato è uno degli stati più conservatori, nel senso di retrogradi, del paese e che qui le donne che interrompono la gravidanza per qualunque motivo vanno incontro a processi penali. Come reazione alla legalizzazione dell’aborto a Città del Messico, governata da una coalizione progressista dal 1997, diciassette stati del Messico hanno deciso di applicare questo tipo di sanzione (penale) nei loro territori e la candidata presidenziale Josefina Vazquez Mota, del Partido Accion Nacional, la formazione politica dell’attuale presidente Felipe Calderon, aspira a uniformare in senso restrittivo i diritti delle donne a livello nazionale e, quindi, a fare vari passi indietro rispetto al tanto ammirato “primo mondo”.

Anche per colpa di scandali come quello di Maciel, un sacerdote con sei figli sparsi per il mondo, impune per oltre 50 anni e fino alla morte, la Chiesa cattolica ha perso nettamente terreno rispetto alle altre fedi. Cito di nuovo il mio pezzo, non me ne abbiate, i dati son questi: “L’arrivo del Papa assume una rilevanza speciale per il momento politico del Messico e per la stessa Chiesa che qui affronta una costante emorragia di fedeli. “Il Papa viene a saldare un debito”, sostiene il cardinale di Guadalajara, Juan Sandoval, alludendo all’abbandono dell’America Latina che ha favorito l’espansione di protestanti, evangelici e pentecostali: in Brasile la percentuale di cattolici è scesa al 68%, in El Salvador e Nicaragua è al 50%, in Messico è al minimo storico, l’82,7%. Su 7688 associazioni religiose, oltre 4000 non sono cattoliche e hanno ben 41.000 sacerdoti su un totale di 70.000. Il fenomeno è fortissimo nel sud del paese, dal Chiapas allo Yucatan, mentre nel centro il cattolicesimo ha mantenuto percentuali superiori al 90%”. Un altro problema sottolineato dai media messicani e ignorato all’estero sono le spese della visita per l’erario: oltre 100 milioni di dollari. Ci starebbe forse per una visita di stato, ma non si era dihiarato che era una visita pastorale e basta?

Anticlimax. Dall’inviato Vecchi, il 25 marzo: Il Papa: «La Chiesa smascheri il male». L’incontro con i parenti dei desaparecidos. «È una grande responsabilità quella di educare le coscienze». Vediamo: “Il pontefice ha parlato con la madre di un poliziotto desaparecido, un’altra madre che ha visto sparire i suoi quattro figli, la sorella di un sequestrato, il fratello di una studentessa uccisa per caso durante una sparatoria, e ancora tra gli altri la madre di una delle 15 persone, compresi donne e bambini, massacrate dai narcos nella strage di Villas de Salvarcar, il 30 gennaio”. Il resto dell’articolo, e anche dei precedenti, riporta quasi interamente le dichiarazioni del pontefice con un contesto ridotto a folclore e poche nozioni. Qual è il problema? Il Papa non ha ricevuto né ha dialogato con le vittime del narcotraffico o coi parenti dei desaparecidos, ma li ha incontrati di sfuggita, salutandoli, in uno strascico di tempo rubato all’agenda.

Non ha dato risposte concrete al Movimento per la Pace, uno degli interlocutori sociali più importanti del paese in questo momento che da un anno a questa parte rende visibili quelle vittime che il governo cercava di occultare e considerava “collaterali”, cioè i 16mila desaparecidos (in genere fatti sparire dai narcos e/o dalle autorità colluse con gli stessi criminali) e i 60mila morti della guerra al narcotraffico cominciata dal presidente Calderón.

Mentre Benedetto XVI si divertiva coi mariachi e i canti, nei pochi tempi morti della sua “intensa agenda”, le vittime di Maciel denunciavano l’assenza totale di risposte alle loro richieste d’incontro con il santo padre che negli USA nel 2008, a Malta e in Gran Bretagna nel 2010 e in Germania nel 2011 aveva tenuto dei dialoghi più o meno lunghi con le vittime. L’incontro con i parenti dei desaparecidos, sbandierato dal titolo dell’articolo, è stato brevissimo, un saluto fulmineo programmato all’ultimo minuto proprio per poterne parlare un po’ e sviare l’attenzione dalla mancanza di proposte e contenuti del massimo rappresentante dei cattolici, un incontro che ha un senso solo per la propaganda e la forma.

O meglio, i contenuti c’erano, ma poco avevano a che vedere con la gente. I tre candidati alla presidenza Repubblica (Josefina Vazquez Mota, destra, Enrique Peña Nieto, dell’ex partito egemonico e trasformista, PRI, e Andres Manuel Lopez Obrador del Partido Revolucion Democratica) sono stati invitati e hanno partecipato alla messa (non a un incontro politico o di stato) del Papa, indipendentemente dalla loro fede (uno, quello delle sinistre, Andrès Manuel Lòpez Obrador, non è nemmeno cattolico romano) e hanno cercato così di accattivarsi l’elettorato cattolico e partecipare a un atto di pre-campagna elettorale. E’ anche probabile che Lopez Obrador abbia voluto fare atto di presenza (sempre per opportunità politica, come gli altri due) per non distanziarsi molto dai rivali, infatti la visita papale in un bastione del conservatorismo messicano è stata interpretata da molti opinionisti sin dall’inizio come una mossa dal sapore elettorale orchestrata dai partiti di governo.

La campagna è cominciata il 1 aprile, ufficialmente, e un’apparizione mediatica di massa come questa non poteva essere ignorata dai tre moschettieri. Ma la visita è arrivata anche quando era in fase di approvazione una riforma importante della Costituzione messicana che è stata modificata più volte perché se, da una parte, voleva ribadire e precisare il concetto di libertà religiosa e quello di Stato laico, dall’altra, cercava anche (su proposta del partito PAN di Felipe Calderòn) di concedere radio e Tv alla Chiesa e di aprire all’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche, cosa che in Messico, diversamente da quanto succede in Italia, è proibita. La riforma non è stata approvata prima della visita di Ratzinger, ma le speculazioni mediatiche parlavano di un eventuale regalo della politica per il Papa che, però, non è stato consegnato in tempo. Il tema è stato comunque oggetto dei dialoghi tra il presidente e il capo dello stato vaticano e viene visto come un primo passo verso aperture successive contro la laicità dello stato dai critici della riforma.

Documentario Tepito – Messico: Por Aquí Andamos

Me agrada contar historias urbanas porque el escenario no tiene límites. Los personajes no cuentan con un guión, tampoco existe un apuntador que les dicte las palabras y frases que utilizarán en la historia de su vida. Este trabajo periodístico no tiene palabras, tiene imágenes y sonidos. Las palabras se quedaron entre la calle de Aztecas y la iglesia de la Conchita. Se esconden en la boca del poeta o del lector de cuentos en los Martes de arte en Tepito. Artistas sin nombre, escultores, muralistas, artesanos y maestros de oficios todos ellos, tienen un espacio para ser recordados dentro de la galería José María Velasco. Conozcámosla. Acompáñenme. RafaelGM.

Intervista: Tepito ¡Bravo el Barrio! (Mostra Foto Mexico)

Tepito ¡Bravo el barrio! es un proyecto fotográfico de Francisco Mata mediante el cual el espectador realiza un recorrido por las calles, callejones, vecindades, templos y tiendas de la zona comercial de Tepito “de la mano” de los propios habitantes de esta zona del Distrito Federal.

Mata, quien iniciara su carrera como fotoperiodista a mediados de los ochentas en el periódico La Jornada, presentó esta exposición en 2006 en la Galería José María Velasco, localizada en el barrio de Tepito, con el fin de que se convirtiera en un juego de espejos donde los propios tepiteños se pudieran ver frente a frente, reflejados en la fotografía.

Por cuestión del azar y de los misteriosos vínculos culturales que se dan en el país, Tepito ¡Bravo el barrio! se presentó el miércoles 30 de enero de 2008 en la Galería de Exposiciones Temporales del Metro –la primera exhibición dedicada a la fotografía que se presenta en este recinto-.

Algunas horas antes de la apertura de la galería al público, Tampicocultural entrevistó al fotógrafo Francisco Mata quien nos explicó, entre otras cosas, cómo fue posible que un pedazo de Tepito saliera del DF.

Publicada en Tampico Culural el 5 de febrero de 2008. Sopra: foto di un bacio di un devoto della Santa Muerte, santa popolare patrona del quartiere di Tepito a Città del Messico. Sotto: foto di un abitante del quartiere e dei suoi tatuaggi su tutto il corpo. Tatoo mania. Entrambe sono foto contenute nel libro del fotografo Francisco Mata “Tepito. Bravo el barrio”