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Che ne è stato di Haiti? Una voce da Porto Principe

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A poco più di cinque anni e mezzo dal devastante terremoto che fece oltre 250mila vittime a Port-au-Prince, capitale haitiana, e a oltre quattro anni dall’esplosione di una grave epidemia di colera il paese caraibico è praticamente sparito dai mass media.

“Che isola perduta ci sembra Haiti. Improvvisamente ha invaso le pagine dei giornali con il terremoto e dopo un silenzio di secoli ne ha fatto un graffio sulle carte geografiche, un luogo inesistente e relegato all’interno di una dimensione che confina con il mito (Tortuga, i pirati, gli schiavi ribelli, il vo- odoo…). Eppure, per un tempo troppo breve, precisamente quello concesso dai ritmi della nostra informazione, più che imperfetta e sensazionalistica, è diventata un luogo reale, capace di farsi scoprire tanto drammaticamente e storicamente segnato dal dolore, da sempre segnato dal dolore e dal sopruso, da far scrivere a un’autrice haitiana contemporanea, Yanick Lahens, che questa terra altro non è che l’Isola dove la disgrazia ha logorato le anime”, spiega lo scrittore e avvocato Massimo Vaggi nel prologo del libro La fame di Haiti (di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso, Ed. END, 2015).

Com’è oggi la situazione politica ed economica ad Haiti? Dove sono finiti i fondi per la ricostruzione? Che fine hanno fatto le tendopoli e le macerie dopo il terremoto? E l’epidemia di colera? Quali sono le speranze di Porto Principe e del Paese? Che pericoli corrono i difensori dei diritti umani e gli attivisti? Di seguito riporto una conversazione, estratta da La fame di Haiti, a Evel Fanfan, avvocato e direttore esecutivo di AUMOHD, un’associazione haitiana per la Difesa dei Diritti Umani e del Lavoro, che parla di queste e altre tematiche. Negli ultimi mesi è anche esploso un conflitto gravissimo e poco noto tra Haiti e la vicina Repubblica Dominicana che affonda le sue radici nel razzismo e nello sfruttamento del lavoro.

Tra i pochi a trattare il caso Raul Zecca Castel ne dà una descrizione esaustiva: “Dopo la clamorosa sentenza emessa nel settembre 2013 dalla Corte Costituzionale dominicana – e applicata retroattivamente a partire dall’anno 1929 – secondo la quale era da considerarsi abolito il criterio dello jus soli in riferimento all’acquisizione della nazionalità, da un giorno all’altro, oltre 200 mila persone, da sempre residenti nel Paese, sono state di fatto denazionalizzate e rese apolidi, con tutte le conseguenze del caso: impossibilità di accedere all’istruzione, ai servizi sanitari, al mondo del lavoro, in sintesi, alla vita civile del Paese. L’allarmata reazione della comunità internazionale, che si espresse immediatamente con forti critiche nei confronti di tale scandalo giuridico privo di precedenti e unanimemente considerato come altamente discriminatorio su base razzista, portò il governo dominicano ad attivare un Piano Nazionale di Regolarizzazione degli Stranieri (PNRE) che prevedesse la possibilità di normalizzare la situazione di irregolarità in cui erano improvvisamente piombate migliaia di vite”.

Dunque i rimpatri forzati sono cominciati e son centinaia gli haitiani espulsi dalla Repubblica Dominicana. Si sta svolgendo sull’isola il conteggio dei voti del primo turno elettorale, tenutosi l’8 agosto per il rinnovo delle camere (118 deputati e 20 senatori). Il secondo turno sarà il 25 ottobre, in concomitanza con il voto per scegliere il nuovo presidente che andrà a rilevare Michel Martelly, al governo dal 2011. L’impasse politica ad Haiti, spiegata nell’intervista di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso, durava da oltre un anno e mezzo per cui il parlamento non era stato rinnovato.

Cinque anni dopo il terremoto che ha cambiato la storia di Haiti, come ci puoi descrivere la situazione del paese?

Bene, parlando di com’è la situazione nel paese, cinque anni dopo il terremoto letale del 12 gennaio 2010 che ha distrutto buona parte del territorio haitiano, direi che questa non è cambiata realmente. Ad alcuni sembra addirittura che il sisma ci sia appena stato, come fosse accaduto solo un anno fa e non cinque. Nel paese, nonostante la generosità della gente, dei cittadini e delle organizzazioni di tutto il mondo, il cambiamento non è apprezzabile. Il paese dipende ancora dagli aiuti umanitari. Ci sono ancora macerie in vista e ospedali, scuole, istituzioni statali che ancora attendono di essere ricostruite. Migliaia di persone vivono tuttora in pessime condizioni sanitarie, ambientali e di sicurezza. La nuova città-slum di Canaan è un esempio concreto di quanto dico.

Che ne è stato della ricostruzione e del denaro teoricamente donato dalla comunità internazionale?

Il fatto è che il denaro raccolto per le vittime da persone solidali e dalla comunità internazionale è stato orientato in beneficio degli stessi manager della comunità internazionale. Il 13 ottobre 2014 all’ex presidente statunitense Bill Clinton e all’ex primo ministro haitiano Jean Max Bellerive, copresidente della Commissione ad Interim per la Ricostruzione di Haiti (CIRH), è stato richiesto di rendere pubblici i rapporti sulle loro gestioni dei fondi raccolti e stanziati dalla Commissione durante 18 mesi di amministrazione. Al momento non è stata resa pubblica nessuna relazione e da allora il popolo haitiano, per il quale quei fondi erano stati ottenuti, continua a chiedere spiegazioni sui conti. Moralmente gli haitiani e i donatori devono chiedere chiarezza su questi soldi e si deve prevedere una sessione pubblica per ottenere una chiara e forte relazione sui conti.

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Quattro anni fa un’epidemia di colera cominciò a diffondersi, facendo migliaia di vittime. È ancora un’emergenza o un problema ad Haiti?

Il colera è stato introdotto ad Haiti dalla missione MINUSTAH dell’ONU, attraverso il battaglione nepalese, i cui escrementi hanno contaminato le acque del più lungo fiume haitiano, in una maniera negligente e sospetta. C’è chi pensa anche a una cospirazione internazionale contro la prima repubblica nera, libera e indipendente al mondo. Numerose ricerche confermano in modo unanime la unica responsabilità dell’ONU nella reintroduzione del colera ad Haiti. Uno studio dell’Università di Yale riporta le conclusioni degli epidemiologi che hanno stabilito una connessione tra i caschi blu nepalesi e lo scoppio dell’epidemia, una delle più grandi della storia moderna. I ricercatori hanno scoperto che il ceppo di questo batterio ad Haiti è lo stesso identificato in Nepal, un paese in cui il colera è endemico.

L’epidemia ha fatto più di 8.330 vittime e ha infettato oltre 680.000 persone. Nel 2013 sono stati registrati oltre 70.000 casi e più di mille infettati sono morti. Nel 2014, secondo certe stime, ci sarebbe stato un incremento nel numero dei casi, oltre il doppio, che farebbe aumentare i contagi a 200.000 e le persone defunte a oltre 2.000. Dunque l’epidemia presenta ancora dei picchi. Sta diventando sempre più una preoccupazione nazionale e internazionale. Il colera è un crimine contro l’umanità e deve essere considerato alla stregua della schiavitù, un programma criminale contro Haiti.

Le Nazioni Unite devono necessariamente prendersi le proprie responsabilità verso la gente di Haiti dal punto di vista morale, economico, sociale e sanitario. Deve anche farsi notare che l’Esperto Indipendente dell’Onu per i diritti umani ad Haiti, il Sig. Michel Forst, ha passato metà del tempo durante il suo incarico a sottolineare come fosse immorale e irresponsabile l’atteggiamento delle autorità delle Nazioni Unite sulla questione del colera sull’isola.

Il parlamento haitiano è stato “sospeso” il 13 gennaio 2015. Si sono sviluppate molte proteste nell’ultimo anno, in parte legate a questa situazione. Ci puoi spiegare cosa è successo? Cosa chiedono i manifestanti che hanno invaso le strade di Haiti in questi mesi?

Di certo la crisi politica peggiora sempre più ad Haiti: il Parlamento è ridotto, i due terzi dei suoi membri sono decaduti e non ci sono elezioni dal 2011. Per comprendere la crisi è necessario per prima cosa osservare e capire quanto previsto dall’articolo 136 della Costituzione, il quale attribuisce certe prerogative al Presidente della Repubblica, in qualità di capo di Stato che ha la responsabilità di far osservare e ubbidire alla Costituzione per garantire la stabilità delle istituzioni. Ha l’obbligo di assicurare l’adeguato funzionamento dei poteri pubblici e la continuità dello stato. In questa situazione d’impasse la responsabilità primaria è sua. Per cui aumentano le proteste di piazza che chiedono le dimissioni del presidente perché non ha adempiuto alle sue responsabilità costituzionali e quindi il paese è ritornato in una situazione anomala, di governo di fatto senza parlamento. Dunque la situazione politica è la seguente: il Parlamento non esiste più, il presidente del Consiglio Superiore della Magistratura s’è dimesso e c’è un nuovo governo che s’è appena insediato de facto e può governare per decreto.

La popolazione chiede il rispetto della Costituzione e delle leggi della repubblica, il rispetto del paese stesso e delle sue istituzioni repubblicane, il rispetto per le eredità culturali, storiche e anche naturali del paese, includendo il mare, il sottosuolo marino e terrestre e i giacimenti minerari. Chiede una chiara separazione delle ricchezze private dalla cosa pubblica (Res Publica), chiede dunque sovranità e la partenza senza condizioni della missione Onu, la MINUSTAH. Chiedono un governo d’unità con una tabella di marcia chiara senza l’interferenza della comunità internazionale. La riqualificazione del sistema giudiziario. Elezioni democratiche libere, oneste e includenti. Chiedono di ridefinire i contratti stipulati irregolarmente tra lo Stato e le compagnie transnazionali. Di condurre indagini contro tutti i funzionari statali che hanno sperperato risorse pubbliche per condurre progetti mai conclusi.

Aristide (ex presidente, esiliato nel 2004 e tornato sull’isola nel 2011) gioca ancora un ruolo nel Partito Lavalas e nelle proteste?

Sì, il partito dell’ex presidente Jean Bertrand Aristide svolge un ruolo importante all’interno dei movimenti di piazza. Ci sono quattro gruppi che stanno riattivando la protesta popolare nelle strade: Pitit Desalinn, Fanmi Lavalas, MOPOD e MONOP Platfom.

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Ci puoi parlare del problema dei prigionieri politici e di cosa ha potuto fare AUMOHD al riguardo?

Dall’arrivo al potere del presidente Michel Martelly, molti cittadini sono stati arrestati per le loro convinzioni politiche, sono stati rimossi alcuni funzionari e, per esempio, il caso dei fratelli Josué e Eneld Florestal è emblematico delle violazioni ai diritti umani nel paese. Il primo maggio 2014 sono stati arrestati dodici attivisti politici e sbattuti in prigione. AUMOHD e il suo team di assistenti legali è interevenuta e ha lavorato per la difesa dei detenuti presso l’ufficio del PM. Il 20 maggio sei prigionieri sono stati rilasciati e il 6 giugno sono stati liberati gli altri sei per mancanza di prove.

Il 17 ottobre 2014 diciotto attivisti che stavano partecipando a una manifestazione pacifica sono stati attaccati, umiliati e arrestati da un gruppo di individui con l’uniforme della polizia nazionale haitiana, senza nessun ordine d’arresto né evidenze di flagranza.

Si tratta di militanti stavano manifestando pacificamente insieme ad altri, professionisti, studenti e docenti, e, mentre facevano ritorno alle loro normali attività, sono stati aggrediti dagli agenti della polizia che hanno sgomberato violentemente la zona all’altezza della via Delmas 29 ricorrendo a gas lacrimogeni e manganellate. Il 26 ottobre due leader politici,Rony Thimoté e Biron Spiritually sono stati arrestati, sempre senza flagranza di reato e senza mandato, durante un atto di protesta che avevano organizzato per chiedere il rispetto della Costituzione e il ripristino della vita democratica ad Haiti.

Questi attivisti, arrestati arbitrariamente al di fuori delle procedure, sono stati giudicati così pericolosi da meritare la conferma dell’arresto in spregio alle loro garanzie individuali. E, ancora peggio, non sono mai comparsi dinnanzi al loro giudice naturale perché decidesse sulla legalità del loro fermo, in violazione dei diritti garantiti dalla Costituzione e gli accordi internazionali sottoscritti da Haiti come la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e la Convenzione Americana sui Diritti Umani.

Dall’arresto del gruppo di 18 attivisti politici, AUMOHD ha lavorato in loro favore in vari modi, agendo presso tutte le autorità giudiziarie competenti e riuscendo a ottenere la loro liberazione nel mesi di novembre 2014, mentre stiamo ancora seguendo il caso di Rony Thimoté e Biron Spiritually.

Come difensore dei diritti umani ad Haiti, quali sono le minacce e i pericoli che hai dovuto affrontare?

Dal 2005 la mia vita, la mia famiglia e lo staff del nostro ufficio di AUMOHD continuano a essere l’obiettivo costante di minacce e intimidazioni fino al punto che nel luglio 2006, in seguito alle richieste di protezione di Amnesty International, dalla Organizzazione Stati Americani e da Front Line International, è stato richiesto al Comando della Polizia Nazionale Haitiana di affidare la nostra sicurezza a un agente di scorta che protegge la sede dell’organizzazione.

Nonostante questa decisione la mia vita e quella della mia famiglia sono sotto costante minaccia. Subiamo intimidazioni da anonimi, arrivano messaggi di testo e chiamate telefoniche da sconosciuti. Nella notte di domenica primo giugno del 2014 alcuni individui non identificati ci hanno attaccati scavalcando le mura intorno all’edificio, sede centrale dell’organizzazione, per appiccare il fuoco nella parte retrostante della casa e hanno bruciato tutti i materiali e gli oggetti che vi si trovavano: impianti elettrici, generatori, impianti stereo, apparecchi per la registrazione sonora, varie casse acustiche e diversi compact disk che utilizziamo per la formazione dei lavoratori.

L’otto giugno, pochi giorni dopo il sabotaggio, tre uomini armati su una motocicletta hanno preparato un’imboscata nei dintorni di casa mia con la chiara intenzione di uccidermi. Mente mi dirigevo alla mia macchina, uno dei tre individui stava facendo da palo e informava gli altri due dei miei spostamenti. Stavo camminando verso l’auto quando i due hanno iniziato ad avvicinarsi a me per portare a termine il loro piano. Grazie all’immediato intervento e alla solidarietà di alcuni vicini e residenti della zona, ho avuto salva la vita e, grazie al deciso intervento della comunità del quartiere, gli aggressori hanno dovuto abbandonare il loro macabro progetto e la loro motocicletta, di colore grigio e con targa MCTB-4544. In seguito a questo attentato mia moglie ha dovuto lasciare il paese per cercare rifugio negli Stati Uniti.

Quali sono le prospettive per Haiti nei prossimi mesi?

Parlando di prospettive, credo che nello stato di emergenza haitiano ci debbano essere libere e democratiche elezioni per rinnovare la classe politica e far tornare il paese a una situazione standard secondo il dettato della costituzione. Questo deve avvenire senza interferenze né imposizioni da parte della comunità internazionale, com’è stato il caso del presidente in carica.

AUMOHD deve continuare a svolgere un gran lavoro di promozione dei diritti e della dignità della persona umana, una nobile battaglia per la difesa e il rispetto dei diritti di tutti. Purtroppo, proprio nel momento in cui rispondo a queste domande, affrontiamo serie difficoltà economiche per andare avanti, per cui, ringraziando in anticipo, vi lanciamo un appello, una richiesta d’aiuto per poter continuare nelle nostre attività.

Evel Fanfan ha infine dedicato un ringraziamento ad alcune persone che hanno collaborato con AUMOHD in questi anni: “Desidero ringraziare davvero tanta gente in Italia per i contributi e il supporto umanitario al popolo haitiano. Devo ringraziare gli amici di Senza Frontiere, di Nova, di SOS Bambino. Un grazie specialmente a tutti gli amici giornalisti, per non menzionare anche Italo, Alma, Romina, Fabrizio, amici del sindacato FIOM, i cui gruppi e media hanno svolto un gran lavoro sul tema delle migliaia di prigionieri politici, delle vittime dei massacri di Grand Ravine e sui diritti dei lavoratori”. Da CarmillaOnLine

Muere “Baby Doc” Duvalier, ex dictador de Haití

(De Variopinto al día) HAITÍ.- Hay quienes lo llaman (mejor dicho, lo llamaban) “Presidente”, sin embargo, la palabra dictador es la más adecuada para describir su trayectoria. El ex dictador Jean-Claude Duvalier, conocido como Baby Doc e hijo de otro despiadado tirano, Francois Duvalier, alias Papa Doc, gobernó Haití desde 1971, año en que falleció su padre y él cumplió 19 años, convirtiéndose en el jefe de estado más joven de la historia moderna. Su régimen duró hasta 1986, cuando tuvo que salir del país en medio de feroces revueltas populares para “refugiarse” en un exilio dorado en Francia.

El Baby de la dinastía Duvalier murió el sábado pasado por un paro cardíaco en su casa, en un lujoso barrio de Puerto Príncipe, capital de Haití, en donde residía desde el marzo del 2011. Ese año había decidido volver a su tierra natal, devastada por el terremoto del 12 de enero del 2010 que hizo más de 250mil víctimas, para “ayudar al pueblo haitiano”, según declaró en ese entonces.

En realidad, su regreso despertó sospechas y dudas, pues había la posibilidad de que se presentara para competir en las elecciones presidenciales de 2016 con el respaldo de Francia y Estados Unidos, las potencias más interesadas en mantener el estatus quo en la isla, y de los sectores conservadores y nostálgicos de la dictadura a nivel nacional. Su estrategia política y personal se basaba en la impunidad judicial de la que, hasta la fecha, ha gozado en su tierra y en el exterior. De hecho, ya en 2005, Duvalier había tratado de volver a Puerto Príncipe para ser candidato del Partido Unidad Nacional, pero no logró el registro. Dos años después, cínicamente, difundió un mensaje televisivo pidiendo disculpa al pueblo haitiano por las atrocidades cometidas durante su régimen.

En el mismo 2011, otro gobernante, protagonista de la breve temporada democrática del país caribeño en 1991, entre 1995 y 1996 y entre 2000 y 2004, había regresado al país después de 7 años de exilio: el ex presidente Jean Bertrand Aristide. Éste fue víctima de dos golpes de estado, en 1991 y, otra vez, en 2004, cuando fue expulsado y deportado por fuerzas militares estadounidenses en la República Centroafricana, pero su partido, el Fanmi Lavalas, no se ha disuelto y ha mantenido altas las expectativas de su retorno a la vida política haitiana, mismo que, no obstante, no ha sido anunciado ni parece viable.

Después de la defenestración del presidente elegido democráticamente, entre 2004 y 2006 Haití vivió un bienio de régimen autoritario, bajo el mando de Boniface Alexandre y su Primer Ministro, Gerard Latortue, durante el cual hubo más de 4000 asesinatos por motivos políticos. De todos modos, la contraposición Aristide-Duvalier y el casi simultáneo retorno de los dos en Haití ha estado alimentando especulaciones políticas a lo largo de los últimos 3 años.

Posteriormente del regreso de Baby Doc Duvalier la justicia haitiana intentó procesarlo. El ex dictador, después de negarse en varias ocasiones, se presentó por primera vez ante el tribunal solamente hasta el mes de febrero de 2013 y, finalmente, no se han podido resolver los casos en su contra y las denuncias por torturas, detenciones ilegales, exilios forzados contra sus adversarios políticos y por apropiación y malversación de fondo durante los años de su gobierno. Los fiscales haitianos empezaron este año nuevas investigaciones para enjuiciar a Duvalier por crimines contra la humanidad, los cuales no prescriben.

Recientemente, aunque demasiado tarde, también la Corte Interamericana de los Derechos Humanos atrajo el caso para dar respuesta a las demandas de justicia de los grupos organizados de víctimas del dictador que, si bien no quedará impune frente a la historia y a la memoria, logró escapar de la justicia definitivamente y terminar su vida en el lujo y en su propio país, un privilegio que no fue concedido a muchos de sus opositores. @FabrizioLorusso

México, Haití, Brasil y las “misiones de paz”

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México con Casco Azul

(De Variopinto Al Día) En la Asamblea de la ONU, la semana pasada, el presidente Enrique Peña Nieto anunció la próxima participación de México en las operaciones de mantenimiento de la paz (OMP) de las Naciones Unidas que aprueba el Consejo de Seguridad de la ONU. En otras palabras, enviará contingentes civiles y militares para integrarse con las fuerzas de los Cascos Azules. Esto, desde luego, representa una gran novedad para la política exterior del país y su tradición castrense no intervencionista.

La diplomática y ex embajadora de México, Olga Pellicer, en una entrevista con Carmen Aristegui enNoticias MVS, celebró la noticia, al considerar “sorprendente” que México ya no estuviera involucrado antes en ese tipo de operaciones. “No participar me parecía que era una manera de eludir una responsabilidad que cumplen países latinoamericanos”, precisó.

En efecto hay varios países latinoamericanos, como por ejemplo Uruguay, Brasil, Venezuela, Bolivia y otros nueve, que envían al extranjero, bajo el mando de la ONU, tropas, personal civil y grupos de profesionales. Dentro de la comunidad internacional, la participación en misiones de Naciones Unidas atribuye, sin duda, “cierto estatus” a los países, más allá de lo que sería cumplir con una “responsabilidad” o un compromiso “moral”.

La idea de crear “prestigio” manu militari, aunque en el ámbito de Naciones Unidas, y la implementación de una estrategia de “potencia internacional o regional mediana” están detrás del anuncio presidencial, además de la aspiración a contar más en el concierto mundial y en sus instituciones, y a ocupar un asiento permanente en el Consejo de Seguridad, en caso de que éste se reforme para permitirlo. Ambos objetivos están, ya hace muchos años, también en la agenda exterior de Brasil.

El partido México-Brasil

En la primera mitad del 2014, el relajo mediático y la desinformación mundialista en la arena informativa mexicana y en las redes sociales propiciaron visiones pesimistas y denigratorias sobre ese país sudamericano, dirigidas a presentarlo como inseguro y peligroso, como un pésimo destino para las inversiones extranjeras, de las que México anhela tener la porción más grande, vendiendo en el extranjero sus reformas estructurales y falsas pacificaciones del territorio como panaceas.

En realidad, tanto México como Brasil padecen de altas tasas de violencia, ambos con 23-24 homicidios por cada 100 mil habitantes, aunque los niveles de esta violencia se explican con causas y factores diferentes. De hecho, pese a la retórica gubernamental y a la propaganda, bastante eficaz en el exterior, en México la narcoguerra no se ha acabado, pues muchos estados están en el descontrol.

Además, México ha firmado muchísimos convenios internacionales, que se respetan poco, para la protección de los derechos humanos, además de un sinnúmero de acuerdos comerciales, y ha sido muy activo en promover hacia afuera una imagen de tolerancia de los DH y respeto de las reglas (comerciales y del estado de derecho), mientras hacia adentro la situación es bien diferente. Lo mismo ocurriría con el asunto de las misiones: enviar tropas para la “paz” en el mundo cuando sobre el territorio nacional aún imperan la violencia, la inseguridad humana y jurídica, pues allí es donde servirían más misiones realmente pacificadoras.

Igualmente se ha presentado a Brasil como una economía estancada, pues este año mostró una “recesión técnica”, sin considerar que, en una década, entre 40 y 50 millones de brasileños se incorporaron a la clase media, y por ende al mercado y al consumo, con derechos laborales y salariales dignos, gracias a las políticas de corte socialdemócrata y de redistribución de la riqueza del ex presidente Lula y de la actual mandataria Dilma Rousseff y no por medio de la entrega de los recursos energéticos y el desmantelamiento de los derechos laborales.

Partes del aparato mediático mexicano, ligadas más o menos al gobierno y a su discurso, parecen orientarse hacia la polarización de la relación México-Brasil, hacia la contraposición de los dos, en una competencia global en la cual hay que conquistarse el primer lugar en las preferencias de los inversionistas a toda costa. Y en México, ese costo, se ha traducido en los últimos 30 años en pobreza, desigualdad y marginación.

La ocupación militar de Haití

De entre las 16-17 misiones ONU en el mundo, Pellicer mencionó un caso específico, el de Haití, para que México, eventualmente, se integre a los cascos azules, ya que en Haití la operación es “encabezada por países latinoamericanos” y “México de manera natural tiene un lugar”. Cabe destacar que la MINUSTAH, Misión de Naciones Unidas para la Estabilización de Haití creada en 2004, está justo bajo el mando de Brasil y hablar, en este caso, de misión de paz es un eufemismo. La Misión en el país caribeño tiene tareas de policía y militares para el control, mejor dicho “la ocupación”, del territorio.

Además de ser responsables de la epidemia de cólera que ha hecho casi 9000 víctimas y más de 700mil contagios en cuatro años, los cascos azules brasileños, latinoamericanos y de otras regiones se han manchado con crimines y abusos a los derechos humanos desde su llegada en 2004 hasta la fecha. En particular, para mencionar un ejemplo, protagonizaron las misiones de “pacificación” en el barrio de Citè Soleil, invadiéndolo a cañonazos y matando a decenas de inocentes para buscar a presuntos delincuentes y a seguidores del ex presidente Jean Bertrand Aristide, víctima de un golpe y deportado por militares estadounidense en el mes de febrero de ese año.

Justo su expulsión forzada, orquestada por la CIA y el International Republican Institute de EEUU y otras potencias hegemónicas en la isla, como Francia y Canadá, justificó la entrada del ejército ONU en apoyo al régimen antidemocrático (2004-2006) del presidente Alexandre Boniface y su primer ministro Gérard Latortue en el cual hubo 4000 asesinatos por motivos políticos.

Entonces, si por un lado, en ocasiones, la MINUSTAH también ha tenido tareas positivas de protección de la población tras catástrofes naturales y en momentos de conflictividad política, también ha actuado como fuerza extranjera de control social, al margen de las decisiones del gobierno local, y al servicio de Estados Unidos, in primis, pero asimismo de un orden geopolítico regional preestablecido que va en detrimento de la autodeterminación de un pueblo que nunca pudo consolidar su democracia de manera autónoma.

El razonamiento y cuestionamientos fueron el mismo después del terremoto del 2010: ¿Por qué la comunidad internacional y Estados Unidos envió a tantos militares (más de 20 mil sólo de EEUU) junto a la ayuda humanitaria en un país que es de los menos violentos del continente? Haití tiene una tasa de homicidios de 7 cada 100mil habitantes, no de más de 20 como México y Brasil, o de 10 como la “pacífica” Costa Rica.

Los mecanismos, a veces perversos, de la cooperación internacional y las misiones que hace más de 20 años, con nombres diferentes, han sido conducidas por la “comunidad internacional” en Haití han tenido resultados controvertidos y dudosos, si no es que desastrosos, quitando soberanía al país y provocando constantes protestas de la población. México no ha participado en los asuntos militares y policiacos de Haití, (porque eso significa la MINUSTAH) lo cual a todas luces, en ese y otros contextos, ha sido una ventaja.

La opinión pública mexicana, ¿estaría de acuerdo con el envío de tropas para las misiones de paz, si éstas se llamaran con su verdadero nombre, o sea, operaciones de guerra o de ocupación?    @FabrizioLorusso

Haití, el cólera y elolvido

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[Fabrizio Lorusso VariopintoAlDía] Hace una semana las autoridades sanitarias de Haití, en voz de la doctora Florence Duperval, difundieron un comunicado en que se declara que el número de víctimas fatales de la enfermedad, que no existía en Haití desde hacía un siglo y medio, es de más de 8,500 personas y los contagiados rebasan la cifra de 700,000.

Haití es un país olvidado. Sólo el más grave cataclismo natural y humano de la historia moderna pudo catalizar la atención del mundo sobre él durante un tiempo, pues estuvo unas semanas bajo los reflectores después del terrible terremoto del 12 de enero de 2010 que provocó 250,000 víctimas y arrasó con la ciudad capital de Puerto Príncipe y sus conurbadas como Petion-Ville, Léogane y Carrefour.

Fueron, quizás, otros tres los “momentos de atención” hacia la nación más pobre del hemisferio occidental. En los medios mainstream, hubo algunas notas sobre la gestión de los más de 11 billones de dólares que la comunidad internacional destinó, supuestamente, para la reconstrucción, encargada a una comisión especial dirigida por el ex mandatario estadounidense Bill Clinton y el primer ministro haitiano en turno. Se puede comprender inmediatamente, desde luego, quién de los dos manda realmente en la asignación del dinero y de las obras que, de todos modos, proceden muy lentamente y están siendo repartidas entre los consorcios de los países más “interesados” en Haití como Canadá, Estados Unidos y Francia. Es decir, entre las potencias ex o neo coloniales que más han estado metidas en los asuntos internos de ese país y, junto a la ONU y a su misión policiaco-militar, la Minustah, han controlado de hecho las palancas de su política y economía a lo largo de toda su historia.

Hubo otro foco de atención, más moderado, durante las elecciones presidenciales del 2011, en las que ganó el candidato Michel Martelly, ex cantante cercano a Washington, y, asimismo, las luces se prendieron unos días tras la explosión de una grande epidemia de cólera en la segunda mitad del 2010. Y el problema sigue hasta la fecha.

Lo que muchos ignoran y que solapan los organismos internacionales y la prensa occidental es que esta enorme tragedia haitiana, después del terremoto, ha caído en un contexto de pobreza endémica y casi nula posibilidad de autodeterminación y soberanía de su pueblo, ha sido provocada por las mismas fuerzas militares “de paz”, los cascos azules de la ONU que ocupan el territorio y tienen incluso funciones de policía y orden interno.

La epidemia no ha parado de matar desde el 2010, aunque la situación se está “normalizando” y los focos rojos están más localizados. En todo el país, es prácticamente imposible acceder al agua potable, el agua embotellada es muy cara y eso, junto con la precariedad higiénica de muchos hogares y comunidades, genera las condiciones para la proliferación de epidemias y enfermedades gastrointestinales, de la artritis epidémica o fiebre de Chikungunya, causada por los mosquitos, así como del cólera.

De esta forma, la cuestión abarca múltiples dimensiones: económicas generales, sanitarias y políticas, pues la ONU no ha admitido su responsabilidad frente a las familias afectadas y a todo el país. En junio de 2011, un estudio publicado por Centros para el control y la prevención de enfermedades (CDC) estableció que el cólera, desaparecido de Haití hace 150 años, había sido reintroducido por el contingente nepalés de los cascos azules, desplegados tras el sismo del 2010. Sin embargo, la ONU no ha reconocido su implicación en el estallido de la epidemia y de las consecuentes emergencias sanitarias y muertes.

@FabrizioLorusso

Le Macerie di Haiti (Libro Coming Soon)

DUE DIARI DAL CENTRO DELLA CATASTROFE, PER SPIEGARE CHE LE MACERIE DI HAITI NON SONO SOLTANTO QUELLE LASCIATE DAL TERREMOTO

Storie a cui nessuno darà mai voce, perché forse una voce non l’hanno mai avuta. Un mucchio di macerie fatte di uomini.

FABRIZIO LORUSSO E ROMINA VINCI – LE MACERIE DI HAITI

Riporto il comunicato stampa dell’editrice L’Erudita del libro mio e di Romina Vinci intitolato “Le macerie di haiti”, in uscita tra qualche giorno in Italia. Haiti, 12 gennaio 2010: il terremoto accende una luce sulla tragedia di un popolo abbandonato. A due anni dalla catastrofe, Fabrizio Lorusso e Romina Vinci ci regalano i loro diari-reportage e i loro scatti dal centro del disastro. Per non lasciare che quella luce si spenga. Fabrizio è arrivato a Porto Principe nel febbraio 2010, subito dopo il terremoto che ha fatto oltre 250.000 vittime e un milione e mezzo di senza tetto. Romina nell’ottobre 2011, nel pieno dell’emergenza per il colera e della ricostruzione, mai cominciata, della capitale.

I loro racconti si alternano, spesso parlano degli stessi luoghi e delle stesse persone conosciute in situazioni e tempi diversi. Le narrazioni diventano a volte dei reportage, dei diari di bordo, altre volte sono dei flussi di coscienza, vividi e pungenti. Per spiegare che Haiti è molto più che una crepa aperta nella terra. È il silenzio di un’isola incatenata alla contraddizione portata dall’ingerenza militare e culturale occidentale. È il volto di una povertà che non lascia scampo, aggravata dall’inerzia di un popolo che ormai si è arreso allo stato di emergenza perenne. È la dignità dei volontari cui viene data voce in queste pagine, per non lasciare che le loro storie cadano nell’indifferenza.

La pubblicazione di questo testo non è altro che uno strumento degli autori per aiutare Haiti: raccontare le esperienze che hanno direttamente vissuto e devolvere i diritti d’autore all’associazione Aumohd, che opera sul territorio.

Fabrizio Lorusso vive in Messico da 11 anni. È giornalista, scrittore e accademico, dottorando in Studi Latino Americani alla Universidad Nacional Autónoma de México. Si dedica all’insegnamento della linguacultura italiana, della storia e politica latino americane e alla traduzione. Il suo blog personale è LamericaLatina.Net.

Romina Vinci è una giornalista nata nel 1983. Laureata in Scienze Umanistiche, insegue il sogno di una vita intesa come sintesi tra scrivere e viaggiare. Ha attraversato l’Europa, per poi spingersi negli Stati Uniti, in Libano, in Kosovo, in Afghanistan e ad Haiti. Il suo blog personale è rominavinci.wordpress.com.

Uscita: novembre 2012 – Terza/Quarta settimana del mese

Collana: L’Intrusa – Pagine: 150 (con immagini) – Prezzo: 14 euro

Ufficio Stampa L’ERUDITA Samantha Giribone –comunicazione@lerudita.com Tel. 3475341930 – www.lerudita.com

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Le macerie di Haiti (1/5)

[Presento qui la prima di cinque puntate di un racconto che è un diario di viaggio ma anche un reportage dal centro della rovina, dalle macerie e dalla miseria di Haiti. Storie di vita s’intrecciano a Porto Principe, la capitale del paese caraibico sconvolta il 12 gennaio 2010 dalla più grande catastrofe naturale della storia: un terremoto che ha fatto oltre 250mila vittime, un milione e mezzo di senza tetto e sfollati e che ha evidenziato tutti i limiti della cooperazione e della presenza internazionale in un paese considerato da Stati Uniti, Canada e Francia come una colonia. Nell’ottobre del 2010 arrivò anche la piaga del colera, probabilmente importata dalle truppe nepalesi dei caschi blu dell’Onu appartenenti alla controversa missione Minustah, per cui ad oggi si contano 500mila contagi e 7000 morti. Questo collage quotidiano, scandito come un diario da una giornalista free lance alla scoperta di Haiti, è un affresco della frammentata società haitiana che racconta la vita e i piccoli miracoli della sopravvivenza di un popolo orgoglioso ma ambiguo, sfruttato ma a volte compiacente. L’autrice del diario, Romina Vinci, è una giornalista. All’inizio del 2011 ha partecipato al progetto che ha dato vita al libro “Polvere di sogni” su migrazione, storie di vita e intercultura ed è stata a PAP, Port-au-Prince, nel settembre e ottobre del 2011. Fabrizio Lorusso]

Aeroporto Internazionale di Miami, 27 Settembre 2011 di buon mattino. Che fosse proprio il D25 il gate che stavo cercando l’ho capito subito, senza bisogno di leggere la Boarding Pass. Nella sala d’attesa tutte le sedie erano occupate da gente di colore: nera, non mulatta. Le white people si contavano sulle dita di una mano. Bisognava ricorrere anche al pollice della seconda, ma solo per inserire anche me. Uomini e donne in egual misura, pochi giovani, tanti adulti. Le ladies avvolte in abiti colorati, molte non rinunciavano a esuberanti cappelli di paglia. Abbigliamento più formale per gli uomini, alcuni erano in polo e jeans, ma la maggior parte indossava camicia e completo scuro. Direzione uguale per tutti: Port au Prince.

L’ARRIVO
L’impatto con l’aeroporto della capitale haitiana è stato surreale. Chissà, forse perché mi aspettavo di raggiungere i nastri per recuperare la mia valigia, ed invece c’era un’unica sala, dove confluivano i passeggeri provenienti da ogni dove, per la stragrande maggioranza occupata da bagagli ammassati a terra. Giusto il tempo di afferrare il mio trolley al volo che eccomi circondata da uomini che facevano a gara per catturare la mia attenzione. Alcuni tenevano tra le mani un foglio bianco con su scritto un nome, speravo di leggere il mio, ma così non è stato. “Somebody waits you” mi dice uno che mi prende a braccetto invitandomi a camminare. Io mi svincolo alla meno peggio, chi è somebody? Sapevo che non era vero. Poi mi ha affiancato un altro, si chiamava Joseph, mi ha fatto vedere il suo tesserino e neanche il tempo di reagire che già si era impossessato del mio trolley.

Ha cercato di tranquillizzarmi, mi avrebbe condotto fino al termine del corridoio dove c’era l’uscita. Ha iniziato a parlarmi della sua famiglia, di quanto fosse difficile la vita ad Haiti, e dei suoi due figli a cui lui – me l’ha detto con orgoglio – fa frequentare la scuola. Solo i giorni successivi, ripensando a quella fugace chiacchierata, avrei capito il perché di tanta fierezza. Giunti all’uscita, di Evel non c’era traccia, Joseph me lo ha fatto chiamare con il suo cellulare, e ha aspettato con me che arrivasse. Joseph voleva venti dollari per avermi “intrattenuto” cinque minuti. Gliene ho dati quattro e lui se ne è andato imprecando. Prima regola da imparare: ad Haiti nessuno fa niente per niente. Al suo arrivo Evel, vestito di tutto punto con giacca e cravatta, mi ha salutato velocemente, ha caricato la valigia nel portabagagli del suo pick up e mi ha fatto salire.

EVEL FANFAN
Era la prima volta che incontravo Evel Fanfan, presidente dell’associazione AUMOHD. Ci eravamo scambiati al massimo tre mail nei giorni precedenti alla mia partenza, e solo una volta avevamo parlato al telefono, in un mix tra francese, inglese, spagnolo e italiano che lasciava piena libertà alla vasta gamma dei fraintendimenti. Ha esordito dicendomi che non è sicuro per una ragazza arrivare sola ad Haiti, e non scommetterebbe nemmeno sull’affidabilità dei taxi che pullulano fuori l’aeroporto, è per questo che mi è venuto a prendere.

Saliti in macchina è iniziato il viaggio nel viaggio. Crudo, reale, malvagio. A destra e sinistra tende e accampamenti di fortuna, l’immondizia padrona incontrastata delle strade. C’era chi camminava con dei grossi sacchi in testa, tenendoli perfettamente in equilibrio. Ho chiesto a Evel cosa contenessero, e lui mi ha risposto: “Cold water”. Sono rimasta a bocca aperta. Poi ho visti altri ragazzi che tenevano in mano delle bustine colme d’acqua, come quelle che noi usiamo per congelare. Evel mi ha detto che si mettono per strada e la vendono, in questo modo riescono a guadagnare abbastanza bene, “perché tutti hanno sete”.

Mi è rimasta impressa la musica, che si sentiva indistintamente in ogni strada, ed era difficile rintracciarne la fonte. Evel mi ha detto che anche lui ha un furgone che è una sorta di radio itinerante con cui va in giro nei quartieri per alfabetizzare le persone, è la maniera più facile per diffondere idee e notizie. La sua AUMOHD è un’associazione formata da giovani avvocati che difendono i diritti dei lavoratori haitiani, e rappresenta un unicum in questo paese.

Eravamo fermi ad un semaforo quando un bambino si è avvicinato per chiedere l’elemosina. Evel ha azionato la sicura della macchina, e muoveva la testa in orizzontale con fermezza in segno di disapprovazione. Il bambino aveva il volto spiaccicato sul suo finestrino, e lo fissava con due occhioni che avrebbero intenerito un orso. Così Evel ha tirato giù il vetro e ha iniziato ad inveire contro il piccolo, credo parlasse in creolo, ed io sono riuscita a distinguere soltanto la parola “Ecole”. Quando siamo ripartiti mi ha detto che questi bambini si rifiutano di andare a scuola perché preferiscono vivere di elemosina. Un forte sdegno traspariva dal suo sguardo.

AUMOHD
Finalmente giungiamo a destinazione, nella sede dell’AUMOHD, avrebbe rappresentato il mio rifugio nei primi cinque giorni di “haitiana permanenza”. Una casa a due piani, in quello di sotto c’è una sala con delle postazioni internet: Evel le mette a disposizione gratuitamente per la gente del quartiere. La mia stanza invece era al piano di sopra, e si affacciava su un gran terrazzo le cui grate però erano ben serrate (solo il terzo giorno troverò le chiavi per aprirle). C’era un armadio rotto che occupava mezza parete, un piccolo tavolino rotondo, una sedia ed un doppio materasso a terra. Evel mi ha aiutato a fissare la zanzariera sopra il letto, e mi ha spiegato che di notte sarei rimasta sola, perché tutti loro vanno via. Non dovevo però aver paura, mi ha detto che era una zona molto sicura. Poi mi ha fatto vedere il bagno, proprio di fronte la porta della mia stanza, indicandomi un secchio posto al lato della vasca: non c’era acqua corrente, avrei dovuto attingere da lì per lavarmi.

Mi ha spiegato inoltre che la corrente era limitata, e per questo dovevo scegliere, di notte, se mantenere acceso il router per internet oppure la luce nella stanza. Non c’è stata gara: potevo stare al buio, di notte, da sola, ma non toglietemi il web.
Sono entrata in contatto con Evel e la sua associazione grazie a Fabrizio, un ragazzo che da dieci anni vive in Messico, e che ha trascorso un mese ad Haiti, subito dopo il terremoto del 12 Gennaio 2010, tra macerie e tendopoli. Per aiutarmi Fabrizio mi ha messo in contatto di una sua amica che vive nella bidonville di Delmas. L’ha chiamata dicendole che ero appena arrivata a Port au Prince e che, tramite me, lui voleva darle 50 dollari, per farle fare il passaporto, andato perso due anni fa durante il sisma. Dopo una mezzoretta lei è venuta a prendermi.

Si chiama Daphney, ha 27 anni ed un bambino di 5. E’ veramente bella. Era in compagnia di una sua amica e mi hanno portato a mangiare la pizza. Ne abbiamo presa una grossa per tutte. Io ho mangiato tre pezzi, loro uno a testa. Poi abbiamo salutato la sua amica, e Daphney mi ha detto che mi avrebbe portato a vedere casa sua, nella bidonville. Arrivate all’ingresso del campo di Delmas l’ho vista contrattare con un tizio in moto, ma pensavo che fosse un suo amico, e stessero parlando. A un certo punto mi dice: “Sali”. Io rimango un po’ perplessa, ma lei incalza così io monto sulla moto e lei dietro di me.

BIDONVILLE DI DELMAS
E’ in questo modo che ho fatto il mio ingresso nella bidonville di Delmas, su una moto in tre, per sentieri che a confronto la Paris Dakar sembra un tappeto di velluto. Perché qui i taxi non ci sono, e si “affittano” le moto per spostarsi. Sarò stata lì sopra un quarto d’ora, forse anche più. In quei momenti ero completamente estraniata, dallo scenario che mi accoglieva e rigettava allo stesso tempo, e da questo “motociclista sui generis” che si inclinava, e poi sbandava, e poi metteva un piede a terra, e poi riprendeva l’equilibrio. Così ho avuto il mio battesimo di fuoco ad Haiti: all’interno di una bidonville senza mediazione di Ong, scorte o quanto altro.
Siamo arrivate a “casa” di Daphney, una mini costruzione in cemento, attaccata ad un’altra, priva di finestre: un tavolo all’ingresso, una stanza a destra e una a sinistra, con due letti matrimoniali. Due letti, sì, per otto persone. Dormono quattro su ogni letto. Suo figlio, un bambolotto con due occhioni così, sgattaiolava da tutte le parti, era tutto sporco ed aveva la ciabatte bucate. La famiglia era tutta riunita lì fuori: la mamma giocava con un’altra signora con i dadi. Un uomo lavorava carbone, un altro cuciva dei pezzi di stoffa. Una donna faceva le treccine ad un’altra. Poi c’era una bambina, avrà avuto sì e no otto anni, che in uno scatolone aveva saponi e deodoranti che spolverava ponendoli all’interno di un’altra scatola. “Sono i suoi affari”, mi ha detto Daphney accorgendosi che ero rimasta a fissarla. Nella famiglia di Daphney lavora solo un fratello. Le ho chiesto come passa lei le sue giornate, mi ha risposto “dormendo”.

Poi è arrivato Jhonny, un suo amico che parla bene inglese (già, perché avevo dimenticato un sottile dettaglio: Daphney sa dire due-tre parole in inglese, altrettante quelle che io riesco a spiccicare in francese… nonostante tutto siamo riuscite a capirci). Mi hanno fatto fare un giro a piedi, girando l’angolo, salendo su di una collinetta formata da macerie e immondizia. Era difficile mantenere l’equilibrio, tutto era molto instabile e non c’erano punti d’appoggio. Ma Jhonny mi ha aiutato sorreggendomi e, nei tratti più brutti, gli ho affidato la mia macchinetta. Davanti ai miei occhi sporcizia, baracche e capanne, ai limiti di ogni umanità. Più mi addentravo e più avvertivo qualcosa dentro che mi spingeva a prendere le distanze da quella realtà che avrei voluto rigettare. Però non avevo paura. E’ strano da spiegare… ero l’unica bianca di tutta la bidonville, avevo una macchinetta al collo, di certo non passavo inosservata. Eppure queste persone non sembravano infastidite dalla mia presenza, non percepivo ostilità nei miei confronti e neanche quando ho confidato di essere una giornalista ho sentito astio da parte loro. Insomma, tanta, tantissima, indescrivibile la povertà, ma altrettanta la dignità. Nessuno si è nascosto davanti a me oggi.

Al termine di questo “mini tour” siamo ritornati a casa di Daphney, e Jhonny è andato a comprarmi una bottiglia d’acqua. “Because you need to drink”, mi ha detto. Io ho bisogno di bere? E loro? Di cosa NON hanno bisogno loro?
E’ tosta da capire, ci provo, ma non ci riesco, sono troppo forti i contrasti. Daphney è curatissima, quando l’ho vista per la prima volta aveva dei jeans beige, una canotta elegante della stessa tonalità, ogni dettaglio era al suo posto. Ma come si fa? Come può mostrare una simile facciata e nascondere una così cruda realtà? Non ha cibo, non ha soldi, non ha acqua per lavarsi, eppure, dall’aspetto, sembra come me, sembra “normale”. Ho fatto questa domanda ad Evel poco fa, lui si è messo a ridere e mi ha detto che la realtà di Haiti non si può capire in un solo giorno.

SECONDO GIORNO

PICCOLO INCISO: gioia! Ho finalmente capito come ci si fa a lavare qui! Ieri infatti c’era solo il secchio grande, ed è stata un’ardua impresa che mi ha portato a risultati tutt’altro che soddisfacenti. Così stamattina, disperata e puzzolente, appena ho percepito la presenza della ragazza delle pulizie sono uscita dalla mia stanza e l’ho raggiunta in bagno. A gesti le ho spiegato il mio problema (lei parla solo creolo infatti), e mi ha fatto vedere una mini brocca, poco più grande di un bicchiere, che serve per prendere l’acqua dal secchio e versarsela addosso. Adesso sì che è tutto più semplice, son riuscita persino a fare il bucato.

Evel mi ha chiamato a rapporto nel suo ufficio, per capire come avevo intenzione di gestire le mie giornate. Gli ho spiegato che vorrei conoscere dal di dentro la realtà della sua associazione e avere anche del tempo per poter girare un po’. Così mi ha parlato di un meeting importante a cui avrei potuto partecipare, peccato però che era previsto alle 11 ed invece è iniziato alle 15. Conclusione: ho vissuto una mattinata surreale, ero in camera, non avevo né cibo né acqua, non potevo uscire da sola (mi è stato sconsigliato in tutte le lingue del mondo) ed attendevo questa riunione che tardava ad arrivare. Evel è stato carino, mi ha dato anche una Sim haitiana, così da poter essere un po’ indipendente, però non c’erano soldi dentro, e quindi non potevo chiamare nessuno. Ieri sera inoltre mi aveva portato ad un fast food, dove avevo comprato un po’ di riso, della carne al sugo, banane fritte e una insalata di dubbia consistenza.

Ieri sera però non ero riuscita a toccare cibo, perché il degrado visto il pomeriggio a Delmas mi aveva chiuso lo stomaco. Stamattina invece mi son alzata con un languorino tutt’altro che innocuo, così sono andata nella stanza adibita a cucina, ho aperto il frigorifero per prendere quel ben di Dio e – magicamente – non c’era più. Mi son messa alla ricerca della ragazza delle pulizie, l’unica che mi abbia rivolto parola del resto da quando sto qui, chiedendole che fine avesse fatto la mia “doggy bag”. Lei ha fatto finta di non capire e ha chiamato in soccorso le altre. In tre minuti erano diventate in sei, hanno dato la colpa ad un generico ragazzo della sicurezza (che io non ho mai visto durante la mia permanenza) accusandolo di essersi mangiato tutto questa notte, a loro insaputa. Ho risposto con un sorriso dicendo che non c’era alcun tipo di problema, e son tornata a chiudermi in stanza.

PASTO INCANTATO
Lo stomaco vuoto, la gola assiderata, il caldo, le zanzare , l’orologio mi ricordava che erano passate le 14 e tutto mi sembrava un nonsense. Così son entrata su Facebook ed ho mandato un messaggio telegrafico a Daphney, scrivendole: “Ho sete, ho fame e non ho soldi al cellulare, se puoi vieni”. Lei si è presentata dopo mezzora, un tipo con la moto ci aspettava fuori, e ci ha portato di nuovo a casa sua. Mi ha fatto sedere a tavola, era tutto buio e non c’era nessun altro nel misero ingresso. Di fronte a me una piccola credenza vecchia e impolverata, con il vetro scheggiato, che lei ha aperto per prendere un piatto. Mi ha dato da mangiare: una porzione di riso, condito con dei vegetables gialli e un pezzettino di carne. Il guaio è che mi ha dato anche il cucchiaio, io non potevo non accettare e, soprattutto, non avevo alternative o modi per poterlo disinfettare. Sicuramente mi beccherò il colera.

Poi è andata a comprarmi qualcosa da bere, e si è presentata con una bottiglietta di coca cola in una mano e un grande pezzo di ghiaccio nell’altra che ha opportunamente sbattuto sul muro per spezzettarlo, e poi me lo ha versato nel bicchiere, nonostante io continuassi a dirle: “No ice no ice!” Insomma, colera sicuro, e pure malaria, visto che le zanzare non vogliono saperne di abbandonarmi. Al di là di questi simpatici aneddoti, mi ha lasciato esterrefatta la sua ospitalità: queste persone non hanno cibo, e con un pasto unico ci fanno chissà quante volte, eppure lei non ha esitato a portarmi a casa sua e a darmi da mangiare, non appena le ho detto che avevo fame. Ma chi è che ha bisogno di aiuto qui? La domanda rimane.

IL CLUB
La sera Daphney ha insistito per portarmi al club. Io ho tentato di desistere, ma non c’è stato verso. A darle man forte ci hanno pensato le due sorelle, una, in particolare, la più piccola (avrà avuto sedici anni), si vantava perché il suo fidanzato aveva la macchina (considerata più di un lusso qui ad Haiti), e quindi ci avrebbe portato tutte gratis. Detto fatto. Il nostro autista è arrivato poco dopo le 19, su di una Alfa Romeo vecchissima, e con una marmitta non proprio al top. C’era anche Jhonny con lui, eravamo in sei in tutto. Cala in fretta l’oscurità a Port au Prince, già alle 18 è buio pesto e andare di notte in macchina è un’altra bella impresa. In primis uscire dalla bidonville: perché non c’è una strada, ma sentieri che costeggiano le case e senza un apparente criterio. E poi le buche, il fango, e la gente che nera su nero si distingue a fatica. Musica kompa dallo stereo, ritmi allegri, loro che parlavano e ridevano, ed io mi estraniavo, perché i miei occhi volevano assimilare il più possibile, e nulla più.

Ci siamo messi sulla rue principale, l’unica asfaltata, l’abbiamo percorsa a passo d’uomo, considerando il traffico, fin quando abbiamo parcheggiato. Il locale si trovava sul lato opposto, a distanza forse di una cinquantina di metri, ma ad Haiti, dove tutto è caos e la parola “ordine” non ha neanche una traduzione in creolo, ogni azione, anche la più banale, ha i suoi rischi, e così anche attraversare la strada diventa un compito tutt’altro che agevole. Nell’oscurità completa i fari delle macchine emanano una luce accecante, il flusso di auto, moto, biciclette è incessante, e il senso di marcia è un surplus che non tutti rispettano. Jhonny mi ha preso la mano ed abbiamo attraversato insieme, pian piano. Giunti dall’altra parte della carreggiata io ho allentato la presa, ringraziandolo per il suo sostegno. Ho pensato infatti che mantenere la mia mano nella sua poteva generare qualche fraintendimento, ma tempo dieci passi neanche ed ecco che cado a terra, a causa di una buca che, al solito, non avevo visto. Jhonny mi ha raccolto, rialzandomi mi ha chiesto se andava tutto bene e mi ha ripreso sottobraccio, e questa volta non mi ha più lasciato per il resto del tragitto. Camminare al suo fianco mi rendeva sicura.

Facciamo finalmente ingresso nel famoso “club”. Carino, però vuoto. Niente luce, soltanto candele e una tv abbastanza grande sulla parete principale. Eravamo gli unici clienti, ed abbiamo ordinato sei birre Prestige. Nessuno di loro voleva cenare, e così anche io ho detto no. Ma Daphney ha insistito affinché io, solo io, mangiassi, e così dicendo mi hanno ordinato un piatto con pollo, patate e qualche altra cosa. Era iniziato intanto il big match Brasile Argentina e le sorelle e il ragazzo sono andati a sedersi vicino la televisione, per seguire meglio la gara. Io, Daphney e Jhonny non ci siamo spostati e, quando mi è arrivato il piatto, ho proposto di dividerlo in tre. Solo che lui non ha mangiato quasi niente, lei poco ed usava le posate per tagliare i vari pezzi e darli a me. Insomma sembrava che per loro il cibo non fosse una necessità. E soprattutto ho capito che non mangiano due volte al giorno, bensì una sola. Al termine del primo tempo siamo andati via, e quella sarebbe stata la mia prima e unica serata trascorsa nella “movida” di Port au Prince.

Haiti, due anni dopo

2 anni fa, il 12 gennaio 2010, Haiti e la sua capitale Porto Principe venivano sconvolte dalla più grande catastrofe naturale della storia. Un terremoto di 40 secondi fece 250mila vittime e centinaia di migliaia di sfollati. 10 mesi dopo, importata probabilmente dai caschi blu dell’Onu presenti sull’isola, arrivava un’epidemia di colera che, ad oggi, ha provocato 7000 vittime e 500mila contagi. Sono cifre enormi che testimoniano le pessime condizioni di vita ad Haiti e l’insufficienza degli aiuti, o meglio l’inefficienza nel loro impiego e distribuzione per far ripartire il paese. Presento qui alcuni documenti e video per aggiornarsi un po’ su quanto succede nel paese più povero del continente americano e per aiutare. Su ONU ad Haiti e militarizzazione: LINK.

Ecco il comunicato dell’amico Italo Cassa / Scuola di Pace che trovate sul sito (DA VISITARE9  Haiti Emergency:

2 anni fa, il 12 Gennaio 2010, alle h. 16.53 locali, la terra ad Haiti esplose dirompente con un terremoto di magnitudo 7.0 a pochissimi chilometri dalla capitale Port au Prince, colpendo in modo particolarmente devastante le zone popolari della città che dalla collina di Petion Ville si estendono fino al mare. Fu un disastro che provocò centinaia di migliaia di vittime e circa un milione di sfollati, accampati in tendopoli più o meno organizzate, disseminate in tutta la capitale e nei suoi dintorni.

 Fu forte, anche per noi in Italia, l’impatto emozionale di quella tragedia, e anche la voglia di aiutare in qualche modo la popolazione haitiana. Tutta la comunità internazionale si mobilitò e anche le ONG italiane. Pochi mesi dopo un altro flagello colpì quel popolo, con una epidemia di colera non ancora del tutto debellata.

Tutti questi fatti non devono far pensare a una sorta di “flagello di Dio”, in realtà le conseguenze del sisma naturale potevano essere molto inferiori se solo si fossero attuate un minimo di norme antisismiche, e si fossero attuate un minimo di norme igieniche per la prevenzione del Colera (la cui origine è appurato sia partita da un’accampamento dei caschi blu nepalesi). Da quel Gennaio 2010 qualcosa è stato fatto… ma ancora troppo poco!

Il problema sembra essere endemico in una nazione dove la miseria, e l’organizzazione degli aiuti, realizzano un vero e proprio businnes umanitario…

Qualcosa però si muove nella società civile haitiana. Una sorta di “Primavera di Haiti” sembra essere alle porte grazie al lavoro incessante di quanti nell’isola delle Antille vogliono non essere vittime inermi delle catastrofi, più o meno naturali, e delle conseguenti campagne “umanitarie”.

Una tra le molte organizzazioni della società civile haitiana, la AUMOHD (Association des Universitaires Motivés pour une Haiti de Droits) di Port au Prince, e il suo presidente Evel Fanfan, di recente in visita anche qui in Italia, hanno scritto un “Codice del lavoro” a difesa dei diritti dei lavoratori, in un paese dove questi diritti non esistono, e il salario medio di chi lavora è di circa 2 dollari al giorno. In una recente video-denuncia del regista RAI Silvestro Montanaro, andata in onda su RAI3, si è visto che anche il nostro Console Onorario ad Haiti attua lo sfruttamento dei lavoratori haitiani, in una fabbrica attigua ai locali del consolato italiano.

Come nelle primavere arabe, anche la prossima “Primavera di Haiti” si attuerà nell’unione tra solidarietà, diritti umani e libertà. Per qualsiasi ulteriore info si può contattare il presidente di AUMOHD, Sig. Evel Fanfan:  presidenteaumohd@yahoo.fr 

Da IL PREZZO DELLA VITA di ROMINA VINCI: “Lucien aveva 37 anni e viveva a Wharf Jeremie, uno dei tanti quartieri discarica di Port au Prince. E’ stato ritrovato la sera del 14 agosto scorso, morto ammazzato a pochi metri da casa. La sua vita spezzata da diciassette colpi di pistola.  Lucien era il braccio destro di Suor Marcella, una missionaria italiana che da sette anni opera ad Haiti, il paese più sottosviluppato del continente americano. Insieme, Lucien e Suor Marcella, avevano dato vita a Vilaj Italyen, che in creolo significa Villaggio Italia,  una piccola oasi con una clinica, una scuola di strada e centinaia di casette colorate a rimpiazzare baracche fatte di pezzi di lamiera”. Leggi tutto il reportage di Romina Vinci da Haiti a questo LINK 

In questo video, tratto dal reportage “Dimenticateci” di Silvestro Montanaro, per il programma “C’era una volta” di Rai3, si vede come, a pochi passi dal consolato italiano a Port au Prince, nella fabbrica del Console Onorario Italiano, si sfruttino i lavoratori e le donne di Haiti.

Un altro video di 10 minuti, molto attuale e interessante, si trova qui http://it.euronews.net/2012/01/10/haiti-a-due-anni-dalla-catastrofe/