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Haití, el cólera y elolvido

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[Fabrizio Lorusso VariopintoAlDía] Hace una semana las autoridades sanitarias de Haití, en voz de la doctora Florence Duperval, difundieron un comunicado en que se declara que el número de víctimas fatales de la enfermedad, que no existía en Haití desde hacía un siglo y medio, es de más de 8,500 personas y los contagiados rebasan la cifra de 700,000.

Haití es un país olvidado. Sólo el más grave cataclismo natural y humano de la historia moderna pudo catalizar la atención del mundo sobre él durante un tiempo, pues estuvo unas semanas bajo los reflectores después del terrible terremoto del 12 de enero de 2010 que provocó 250,000 víctimas y arrasó con la ciudad capital de Puerto Príncipe y sus conurbadas como Petion-Ville, Léogane y Carrefour.

Fueron, quizás, otros tres los “momentos de atención” hacia la nación más pobre del hemisferio occidental. En los medios mainstream, hubo algunas notas sobre la gestión de los más de 11 billones de dólares que la comunidad internacional destinó, supuestamente, para la reconstrucción, encargada a una comisión especial dirigida por el ex mandatario estadounidense Bill Clinton y el primer ministro haitiano en turno. Se puede comprender inmediatamente, desde luego, quién de los dos manda realmente en la asignación del dinero y de las obras que, de todos modos, proceden muy lentamente y están siendo repartidas entre los consorcios de los países más “interesados” en Haití como Canadá, Estados Unidos y Francia. Es decir, entre las potencias ex o neo coloniales que más han estado metidas en los asuntos internos de ese país y, junto a la ONU y a su misión policiaco-militar, la Minustah, han controlado de hecho las palancas de su política y economía a lo largo de toda su historia.

Hubo otro foco de atención, más moderado, durante las elecciones presidenciales del 2011, en las que ganó el candidato Michel Martelly, ex cantante cercano a Washington, y, asimismo, las luces se prendieron unos días tras la explosión de una grande epidemia de cólera en la segunda mitad del 2010. Y el problema sigue hasta la fecha.

Lo que muchos ignoran y que solapan los organismos internacionales y la prensa occidental es que esta enorme tragedia haitiana, después del terremoto, ha caído en un contexto de pobreza endémica y casi nula posibilidad de autodeterminación y soberanía de su pueblo, ha sido provocada por las mismas fuerzas militares “de paz”, los cascos azules de la ONU que ocupan el territorio y tienen incluso funciones de policía y orden interno.

La epidemia no ha parado de matar desde el 2010, aunque la situación se está “normalizando” y los focos rojos están más localizados. En todo el país, es prácticamente imposible acceder al agua potable, el agua embotellada es muy cara y eso, junto con la precariedad higiénica de muchos hogares y comunidades, genera las condiciones para la proliferación de epidemias y enfermedades gastrointestinales, de la artritis epidémica o fiebre de Chikungunya, causada por los mosquitos, así como del cólera.

De esta forma, la cuestión abarca múltiples dimensiones: económicas generales, sanitarias y políticas, pues la ONU no ha admitido su responsabilidad frente a las familias afectadas y a todo el país. En junio de 2011, un estudio publicado por Centros para el control y la prevención de enfermedades (CDC) estableció que el cólera, desaparecido de Haití hace 150 años, había sido reintroducido por el contingente nepalés de los cascos azules, desplegados tras el sismo del 2010. Sin embargo, la ONU no ha reconocido su implicación en el estallido de la epidemia y de las consecuentes emergencias sanitarias y muertes.

@FabrizioLorusso

Le Macerie di Haiti (Libro Coming Soon)

DUE DIARI DAL CENTRO DELLA CATASTROFE, PER SPIEGARE CHE LE MACERIE DI HAITI NON SONO SOLTANTO QUELLE LASCIATE DAL TERREMOTO

Storie a cui nessuno darà mai voce, perché forse una voce non l’hanno mai avuta. Un mucchio di macerie fatte di uomini.

FABRIZIO LORUSSO E ROMINA VINCI – LE MACERIE DI HAITI

Riporto il comunicato stampa dell’editrice L’Erudita del libro mio e di Romina Vinci intitolato “Le macerie di haiti”, in uscita tra qualche giorno in Italia. Haiti, 12 gennaio 2010: il terremoto accende una luce sulla tragedia di un popolo abbandonato. A due anni dalla catastrofe, Fabrizio Lorusso e Romina Vinci ci regalano i loro diari-reportage e i loro scatti dal centro del disastro. Per non lasciare che quella luce si spenga. Fabrizio è arrivato a Porto Principe nel febbraio 2010, subito dopo il terremoto che ha fatto oltre 250.000 vittime e un milione e mezzo di senza tetto. Romina nell’ottobre 2011, nel pieno dell’emergenza per il colera e della ricostruzione, mai cominciata, della capitale.

I loro racconti si alternano, spesso parlano degli stessi luoghi e delle stesse persone conosciute in situazioni e tempi diversi. Le narrazioni diventano a volte dei reportage, dei diari di bordo, altre volte sono dei flussi di coscienza, vividi e pungenti. Per spiegare che Haiti è molto più che una crepa aperta nella terra. È il silenzio di un’isola incatenata alla contraddizione portata dall’ingerenza militare e culturale occidentale. È il volto di una povertà che non lascia scampo, aggravata dall’inerzia di un popolo che ormai si è arreso allo stato di emergenza perenne. È la dignità dei volontari cui viene data voce in queste pagine, per non lasciare che le loro storie cadano nell’indifferenza.

La pubblicazione di questo testo non è altro che uno strumento degli autori per aiutare Haiti: raccontare le esperienze che hanno direttamente vissuto e devolvere i diritti d’autore all’associazione Aumohd, che opera sul territorio.

Fabrizio Lorusso vive in Messico da 11 anni. È giornalista, scrittore e accademico, dottorando in Studi Latino Americani alla Universidad Nacional Autónoma de México. Si dedica all’insegnamento della linguacultura italiana, della storia e politica latino americane e alla traduzione. Il suo blog personale è LamericaLatina.Net.

Romina Vinci è una giornalista nata nel 1983. Laureata in Scienze Umanistiche, insegue il sogno di una vita intesa come sintesi tra scrivere e viaggiare. Ha attraversato l’Europa, per poi spingersi negli Stati Uniti, in Libano, in Kosovo, in Afghanistan e ad Haiti. Il suo blog personale è rominavinci.wordpress.com.

Uscita: novembre 2012 – Terza/Quarta settimana del mese

Collana: L’Intrusa – Pagine: 150 (con immagini) – Prezzo: 14 euro

Ufficio Stampa L’ERUDITA Samantha Giribone –comunicazione@lerudita.com Tel. 3475341930 – www.lerudita.com

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Le macerie di Haiti (1/5)

[Presento qui la prima di cinque puntate di un racconto che è un diario di viaggio ma anche un reportage dal centro della rovina, dalle macerie e dalla miseria di Haiti. Storie di vita s'intrecciano a Porto Principe, la capitale del paese caraibico sconvolta il 12 gennaio 2010 dalla più grande catastrofe naturale della storia: un terremoto che ha fatto oltre 250mila vittime, un milione e mezzo di senza tetto e sfollati e che ha evidenziato tutti i limiti della cooperazione e della presenza internazionale in un paese considerato da Stati Uniti, Canada e Francia come una colonia. Nell'ottobre del 2010 arrivò anche la piaga del colera, probabilmente importata dalle truppe nepalesi dei caschi blu dell'Onu appartenenti alla controversa missione Minustah, per cui ad oggi si contano 500mila contagi e 7000 morti. Questo collage quotidiano, scandito come un diario da una giornalista free lance alla scoperta di Haiti, è un affresco della frammentata società haitiana che racconta la vita e i piccoli miracoli della sopravvivenza di un popolo orgoglioso ma ambiguo, sfruttato ma a volte compiacente. L'autrice del diario, Romina Vinci, è una giornalista. All'inizio del 2011 ha partecipato al progetto che ha dato vita al libro "Polvere di sogni" su migrazione, storie di vita e intercultura ed è stata a PAP, Port-au-Prince, nel settembre e ottobre del 2011. Fabrizio Lorusso]

Aeroporto Internazionale di Miami, 27 Settembre 2011 di buon mattino. Che fosse proprio il D25 il gate che stavo cercando l’ho capito subito, senza bisogno di leggere la Boarding Pass. Nella sala d’attesa tutte le sedie erano occupate da gente di colore: nera, non mulatta. Le white people si contavano sulle dita di una mano. Bisognava ricorrere anche al pollice della seconda, ma solo per inserire anche me. Uomini e donne in egual misura, pochi giovani, tanti adulti. Le ladies avvolte in abiti colorati, molte non rinunciavano a esuberanti cappelli di paglia. Abbigliamento più formale per gli uomini, alcuni erano in polo e jeans, ma la maggior parte indossava camicia e completo scuro. Direzione uguale per tutti: Port au Prince.

L’ARRIVO
L’impatto con l’aeroporto della capitale haitiana è stato surreale. Chissà, forse perché mi aspettavo di raggiungere i nastri per recuperare la mia valigia, ed invece c’era un’unica sala, dove confluivano i passeggeri provenienti da ogni dove, per la stragrande maggioranza occupata da bagagli ammassati a terra. Giusto il tempo di afferrare il mio trolley al volo che eccomi circondata da uomini che facevano a gara per catturare la mia attenzione. Alcuni tenevano tra le mani un foglio bianco con su scritto un nome, speravo di leggere il mio, ma così non è stato. “Somebody waits you” mi dice uno che mi prende a braccetto invitandomi a camminare. Io mi svincolo alla meno peggio, chi è somebody? Sapevo che non era vero. Poi mi ha affiancato un altro, si chiamava Joseph, mi ha fatto vedere il suo tesserino e neanche il tempo di reagire che già si era impossessato del mio trolley.

Ha cercato di tranquillizzarmi, mi avrebbe condotto fino al termine del corridoio dove c’era l’uscita. Ha iniziato a parlarmi della sua famiglia, di quanto fosse difficile la vita ad Haiti, e dei suoi due figli a cui lui – me l’ha detto con orgoglio – fa frequentare la scuola. Solo i giorni successivi, ripensando a quella fugace chiacchierata, avrei capito il perché di tanta fierezza. Giunti all’uscita, di Evel non c’era traccia, Joseph me lo ha fatto chiamare con il suo cellulare, e ha aspettato con me che arrivasse. Joseph voleva venti dollari per avermi “intrattenuto” cinque minuti. Gliene ho dati quattro e lui se ne è andato imprecando. Prima regola da imparare: ad Haiti nessuno fa niente per niente. Al suo arrivo Evel, vestito di tutto punto con giacca e cravatta, mi ha salutato velocemente, ha caricato la valigia nel portabagagli del suo pick up e mi ha fatto salire.

EVEL FANFAN
Era la prima volta che incontravo Evel Fanfan, presidente dell’associazione AUMOHD. Ci eravamo scambiati al massimo tre mail nei giorni precedenti alla mia partenza, e solo una volta avevamo parlato al telefono, in un mix tra francese, inglese, spagnolo e italiano che lasciava piena libertà alla vasta gamma dei fraintendimenti. Ha esordito dicendomi che non è sicuro per una ragazza arrivare sola ad Haiti, e non scommetterebbe nemmeno sull’affidabilità dei taxi che pullulano fuori l’aeroporto, è per questo che mi è venuto a prendere.

Saliti in macchina è iniziato il viaggio nel viaggio. Crudo, reale, malvagio. A destra e sinistra tende e accampamenti di fortuna, l’immondizia padrona incontrastata delle strade. C’era chi camminava con dei grossi sacchi in testa, tenendoli perfettamente in equilibrio. Ho chiesto a Evel cosa contenessero, e lui mi ha risposto: “Cold water”. Sono rimasta a bocca aperta. Poi ho visti altri ragazzi che tenevano in mano delle bustine colme d’acqua, come quelle che noi usiamo per congelare. Evel mi ha detto che si mettono per strada e la vendono, in questo modo riescono a guadagnare abbastanza bene, “perché tutti hanno sete”.

Mi è rimasta impressa la musica, che si sentiva indistintamente in ogni strada, ed era difficile rintracciarne la fonte. Evel mi ha detto che anche lui ha un furgone che è una sorta di radio itinerante con cui va in giro nei quartieri per alfabetizzare le persone, è la maniera più facile per diffondere idee e notizie. La sua AUMOHD è un’associazione formata da giovani avvocati che difendono i diritti dei lavoratori haitiani, e rappresenta un unicum in questo paese.

Eravamo fermi ad un semaforo quando un bambino si è avvicinato per chiedere l’elemosina. Evel ha azionato la sicura della macchina, e muoveva la testa in orizzontale con fermezza in segno di disapprovazione. Il bambino aveva il volto spiaccicato sul suo finestrino, e lo fissava con due occhioni che avrebbero intenerito un orso. Così Evel ha tirato giù il vetro e ha iniziato ad inveire contro il piccolo, credo parlasse in creolo, ed io sono riuscita a distinguere soltanto la parola “Ecole”. Quando siamo ripartiti mi ha detto che questi bambini si rifiutano di andare a scuola perché preferiscono vivere di elemosina. Un forte sdegno traspariva dal suo sguardo.

AUMOHD
Finalmente giungiamo a destinazione, nella sede dell’AUMOHD, avrebbe rappresentato il mio rifugio nei primi cinque giorni di “haitiana permanenza”. Una casa a due piani, in quello di sotto c’è una sala con delle postazioni internet: Evel le mette a disposizione gratuitamente per la gente del quartiere. La mia stanza invece era al piano di sopra, e si affacciava su un gran terrazzo le cui grate però erano ben serrate (solo il terzo giorno troverò le chiavi per aprirle). C’era un armadio rotto che occupava mezza parete, un piccolo tavolino rotondo, una sedia ed un doppio materasso a terra. Evel mi ha aiutato a fissare la zanzariera sopra il letto, e mi ha spiegato che di notte sarei rimasta sola, perché tutti loro vanno via. Non dovevo però aver paura, mi ha detto che era una zona molto sicura. Poi mi ha fatto vedere il bagno, proprio di fronte la porta della mia stanza, indicandomi un secchio posto al lato della vasca: non c’era acqua corrente, avrei dovuto attingere da lì per lavarmi.

Mi ha spiegato inoltre che la corrente era limitata, e per questo dovevo scegliere, di notte, se mantenere acceso il router per internet oppure la luce nella stanza. Non c’è stata gara: potevo stare al buio, di notte, da sola, ma non toglietemi il web.
Sono entrata in contatto con Evel e la sua associazione grazie a Fabrizio, un ragazzo che da dieci anni vive in Messico, e che ha trascorso un mese ad Haiti, subito dopo il terremoto del 12 Gennaio 2010, tra macerie e tendopoli. Per aiutarmi Fabrizio mi ha messo in contatto di una sua amica che vive nella bidonville di Delmas. L’ha chiamata dicendole che ero appena arrivata a Port au Prince e che, tramite me, lui voleva darle 50 dollari, per farle fare il passaporto, andato perso due anni fa durante il sisma. Dopo una mezzoretta lei è venuta a prendermi.

Si chiama Daphney, ha 27 anni ed un bambino di 5. E’ veramente bella. Era in compagnia di una sua amica e mi hanno portato a mangiare la pizza. Ne abbiamo presa una grossa per tutte. Io ho mangiato tre pezzi, loro uno a testa. Poi abbiamo salutato la sua amica, e Daphney mi ha detto che mi avrebbe portato a vedere casa sua, nella bidonville. Arrivate all’ingresso del campo di Delmas l’ho vista contrattare con un tizio in moto, ma pensavo che fosse un suo amico, e stessero parlando. A un certo punto mi dice: “Sali”. Io rimango un po’ perplessa, ma lei incalza così io monto sulla moto e lei dietro di me.

BIDONVILLE DI DELMAS
E’ in questo modo che ho fatto il mio ingresso nella bidonville di Delmas, su una moto in tre, per sentieri che a confronto la Paris Dakar sembra un tappeto di velluto. Perché qui i taxi non ci sono, e si “affittano” le moto per spostarsi. Sarò stata lì sopra un quarto d’ora, forse anche più. In quei momenti ero completamente estraniata, dallo scenario che mi accoglieva e rigettava allo stesso tempo, e da questo “motociclista sui generis” che si inclinava, e poi sbandava, e poi metteva un piede a terra, e poi riprendeva l’equilibrio. Così ho avuto il mio battesimo di fuoco ad Haiti: all’interno di una bidonville senza mediazione di Ong, scorte o quanto altro.
Siamo arrivate a “casa” di Daphney, una mini costruzione in cemento, attaccata ad un’altra, priva di finestre: un tavolo all’ingresso, una stanza a destra e una a sinistra, con due letti matrimoniali. Due letti, sì, per otto persone. Dormono quattro su ogni letto. Suo figlio, un bambolotto con due occhioni così, sgattaiolava da tutte le parti, era tutto sporco ed aveva la ciabatte bucate. La famiglia era tutta riunita lì fuori: la mamma giocava con un’altra signora con i dadi. Un uomo lavorava carbone, un altro cuciva dei pezzi di stoffa. Una donna faceva le treccine ad un’altra. Poi c’era una bambina, avrà avuto sì e no otto anni, che in uno scatolone aveva saponi e deodoranti che spolverava ponendoli all’interno di un’altra scatola. “Sono i suoi affari”, mi ha detto Daphney accorgendosi che ero rimasta a fissarla. Nella famiglia di Daphney lavora solo un fratello. Le ho chiesto come passa lei le sue giornate, mi ha risposto “dormendo”.

Poi è arrivato Jhonny, un suo amico che parla bene inglese (già, perché avevo dimenticato un sottile dettaglio: Daphney sa dire due-tre parole in inglese, altrettante quelle che io riesco a spiccicare in francese… nonostante tutto siamo riuscite a capirci). Mi hanno fatto fare un giro a piedi, girando l’angolo, salendo su di una collinetta formata da macerie e immondizia. Era difficile mantenere l’equilibrio, tutto era molto instabile e non c’erano punti d’appoggio. Ma Jhonny mi ha aiutato sorreggendomi e, nei tratti più brutti, gli ho affidato la mia macchinetta. Davanti ai miei occhi sporcizia, baracche e capanne, ai limiti di ogni umanità. Più mi addentravo e più avvertivo qualcosa dentro che mi spingeva a prendere le distanze da quella realtà che avrei voluto rigettare. Però non avevo paura. E’ strano da spiegare… ero l’unica bianca di tutta la bidonville, avevo una macchinetta al collo, di certo non passavo inosservata. Eppure queste persone non sembravano infastidite dalla mia presenza, non percepivo ostilità nei miei confronti e neanche quando ho confidato di essere una giornalista ho sentito astio da parte loro. Insomma, tanta, tantissima, indescrivibile la povertà, ma altrettanta la dignità. Nessuno si è nascosto davanti a me oggi.

Al termine di questo “mini tour” siamo ritornati a casa di Daphney, e Jhonny è andato a comprarmi una bottiglia d’acqua. “Because you need to drink”, mi ha detto. Io ho bisogno di bere? E loro? Di cosa NON hanno bisogno loro?
E’ tosta da capire, ci provo, ma non ci riesco, sono troppo forti i contrasti. Daphney è curatissima, quando l’ho vista per la prima volta aveva dei jeans beige, una canotta elegante della stessa tonalità, ogni dettaglio era al suo posto. Ma come si fa? Come può mostrare una simile facciata e nascondere una così cruda realtà? Non ha cibo, non ha soldi, non ha acqua per lavarsi, eppure, dall’aspetto, sembra come me, sembra “normale”. Ho fatto questa domanda ad Evel poco fa, lui si è messo a ridere e mi ha detto che la realtà di Haiti non si può capire in un solo giorno.

SECONDO GIORNO

PICCOLO INCISO: gioia! Ho finalmente capito come ci si fa a lavare qui! Ieri infatti c’era solo il secchio grande, ed è stata un’ardua impresa che mi ha portato a risultati tutt’altro che soddisfacenti. Così stamattina, disperata e puzzolente, appena ho percepito la presenza della ragazza delle pulizie sono uscita dalla mia stanza e l’ho raggiunta in bagno. A gesti le ho spiegato il mio problema (lei parla solo creolo infatti), e mi ha fatto vedere una mini brocca, poco più grande di un bicchiere, che serve per prendere l’acqua dal secchio e versarsela addosso. Adesso sì che è tutto più semplice, son riuscita persino a fare il bucato.

Evel mi ha chiamato a rapporto nel suo ufficio, per capire come avevo intenzione di gestire le mie giornate. Gli ho spiegato che vorrei conoscere dal di dentro la realtà della sua associazione e avere anche del tempo per poter girare un po’. Così mi ha parlato di un meeting importante a cui avrei potuto partecipare, peccato però che era previsto alle 11 ed invece è iniziato alle 15. Conclusione: ho vissuto una mattinata surreale, ero in camera, non avevo né cibo né acqua, non potevo uscire da sola (mi è stato sconsigliato in tutte le lingue del mondo) ed attendevo questa riunione che tardava ad arrivare. Evel è stato carino, mi ha dato anche una Sim haitiana, così da poter essere un po’ indipendente, però non c’erano soldi dentro, e quindi non potevo chiamare nessuno. Ieri sera inoltre mi aveva portato ad un fast food, dove avevo comprato un po’ di riso, della carne al sugo, banane fritte e una insalata di dubbia consistenza.

Ieri sera però non ero riuscita a toccare cibo, perché il degrado visto il pomeriggio a Delmas mi aveva chiuso lo stomaco. Stamattina invece mi son alzata con un languorino tutt’altro che innocuo, così sono andata nella stanza adibita a cucina, ho aperto il frigorifero per prendere quel ben di Dio e – magicamente – non c’era più. Mi son messa alla ricerca della ragazza delle pulizie, l’unica che mi abbia rivolto parola del resto da quando sto qui, chiedendole che fine avesse fatto la mia “doggy bag”. Lei ha fatto finta di non capire e ha chiamato in soccorso le altre. In tre minuti erano diventate in sei, hanno dato la colpa ad un generico ragazzo della sicurezza (che io non ho mai visto durante la mia permanenza) accusandolo di essersi mangiato tutto questa notte, a loro insaputa. Ho risposto con un sorriso dicendo che non c’era alcun tipo di problema, e son tornata a chiudermi in stanza.

PASTO INCANTATO
Lo stomaco vuoto, la gola assiderata, il caldo, le zanzare , l’orologio mi ricordava che erano passate le 14 e tutto mi sembrava un nonsense. Così son entrata su Facebook ed ho mandato un messaggio telegrafico a Daphney, scrivendole: “Ho sete, ho fame e non ho soldi al cellulare, se puoi vieni”. Lei si è presentata dopo mezzora, un tipo con la moto ci aspettava fuori, e ci ha portato di nuovo a casa sua. Mi ha fatto sedere a tavola, era tutto buio e non c’era nessun altro nel misero ingresso. Di fronte a me una piccola credenza vecchia e impolverata, con il vetro scheggiato, che lei ha aperto per prendere un piatto. Mi ha dato da mangiare: una porzione di riso, condito con dei vegetables gialli e un pezzettino di carne. Il guaio è che mi ha dato anche il cucchiaio, io non potevo non accettare e, soprattutto, non avevo alternative o modi per poterlo disinfettare. Sicuramente mi beccherò il colera.

Poi è andata a comprarmi qualcosa da bere, e si è presentata con una bottiglietta di coca cola in una mano e un grande pezzo di ghiaccio nell’altra che ha opportunamente sbattuto sul muro per spezzettarlo, e poi me lo ha versato nel bicchiere, nonostante io continuassi a dirle: “No ice no ice!” Insomma, colera sicuro, e pure malaria, visto che le zanzare non vogliono saperne di abbandonarmi. Al di là di questi simpatici aneddoti, mi ha lasciato esterrefatta la sua ospitalità: queste persone non hanno cibo, e con un pasto unico ci fanno chissà quante volte, eppure lei non ha esitato a portarmi a casa sua e a darmi da mangiare, non appena le ho detto che avevo fame. Ma chi è che ha bisogno di aiuto qui? La domanda rimane.

IL CLUB
La sera Daphney ha insistito per portarmi al club. Io ho tentato di desistere, ma non c’è stato verso. A darle man forte ci hanno pensato le due sorelle, una, in particolare, la più piccola (avrà avuto sedici anni), si vantava perché il suo fidanzato aveva la macchina (considerata più di un lusso qui ad Haiti), e quindi ci avrebbe portato tutte gratis. Detto fatto. Il nostro autista è arrivato poco dopo le 19, su di una Alfa Romeo vecchissima, e con una marmitta non proprio al top. C’era anche Jhonny con lui, eravamo in sei in tutto. Cala in fretta l’oscurità a Port au Prince, già alle 18 è buio pesto e andare di notte in macchina è un’altra bella impresa. In primis uscire dalla bidonville: perché non c’è una strada, ma sentieri che costeggiano le case e senza un apparente criterio. E poi le buche, il fango, e la gente che nera su nero si distingue a fatica. Musica kompa dallo stereo, ritmi allegri, loro che parlavano e ridevano, ed io mi estraniavo, perché i miei occhi volevano assimilare il più possibile, e nulla più.

Ci siamo messi sulla rue principale, l’unica asfaltata, l’abbiamo percorsa a passo d’uomo, considerando il traffico, fin quando abbiamo parcheggiato. Il locale si trovava sul lato opposto, a distanza forse di una cinquantina di metri, ma ad Haiti, dove tutto è caos e la parola “ordine” non ha neanche una traduzione in creolo, ogni azione, anche la più banale, ha i suoi rischi, e così anche attraversare la strada diventa un compito tutt’altro che agevole. Nell’oscurità completa i fari delle macchine emanano una luce accecante, il flusso di auto, moto, biciclette è incessante, e il senso di marcia è un surplus che non tutti rispettano. Jhonny mi ha preso la mano ed abbiamo attraversato insieme, pian piano. Giunti dall’altra parte della carreggiata io ho allentato la presa, ringraziandolo per il suo sostegno. Ho pensato infatti che mantenere la mia mano nella sua poteva generare qualche fraintendimento, ma tempo dieci passi neanche ed ecco che cado a terra, a causa di una buca che, al solito, non avevo visto. Jhonny mi ha raccolto, rialzandomi mi ha chiesto se andava tutto bene e mi ha ripreso sottobraccio, e questa volta non mi ha più lasciato per il resto del tragitto. Camminare al suo fianco mi rendeva sicura.

Facciamo finalmente ingresso nel famoso “club”. Carino, però vuoto. Niente luce, soltanto candele e una tv abbastanza grande sulla parete principale. Eravamo gli unici clienti, ed abbiamo ordinato sei birre Prestige. Nessuno di loro voleva cenare, e così anche io ho detto no. Ma Daphney ha insistito affinché io, solo io, mangiassi, e così dicendo mi hanno ordinato un piatto con pollo, patate e qualche altra cosa. Era iniziato intanto il big match Brasile Argentina e le sorelle e il ragazzo sono andati a sedersi vicino la televisione, per seguire meglio la gara. Io, Daphney e Jhonny non ci siamo spostati e, quando mi è arrivato il piatto, ho proposto di dividerlo in tre. Solo che lui non ha mangiato quasi niente, lei poco ed usava le posate per tagliare i vari pezzi e darli a me. Insomma sembrava che per loro il cibo non fosse una necessità. E soprattutto ho capito che non mangiano due volte al giorno, bensì una sola. Al termine del primo tempo siamo andati via, e quella sarebbe stata la mia prima e unica serata trascorsa nella “movida” di Port au Prince.

Haiti, due anni dopo

2 anni fa, il 12 gennaio 2010, Haiti e la sua capitale Porto Principe venivano sconvolte dalla più grande catastrofe naturale della storia. Un terremoto di 40 secondi fece 250mila vittime e centinaia di migliaia di sfollati. 10 mesi dopo, importata probabilmente dai caschi blu dell’Onu presenti sull’isola, arrivava un’epidemia di colera che, ad oggi, ha provocato 7000 vittime e 500mila contagi. Sono cifre enormi che testimoniano le pessime condizioni di vita ad Haiti e l’insufficienza degli aiuti, o meglio l’inefficienza nel loro impiego e distribuzione per far ripartire il paese. Presento qui alcuni documenti e video per aggiornarsi un po’ su quanto succede nel paese più povero del continente americano e per aiutare. Su ONU ad Haiti e militarizzazione: LINK.

Ecco il comunicato dell’amico Italo Cassa / Scuola di Pace che trovate sul sito (DA VISITARE9  Haiti Emergency:

2 anni fa, il 12 Gennaio 2010, alle h. 16.53 locali, la terra ad Haiti esplose dirompente con un terremoto di magnitudo 7.0 a pochissimi chilometri dalla capitale Port au Prince, colpendo in modo particolarmente devastante le zone popolari della città che dalla collina di Petion Ville si estendono fino al mare. Fu un disastro che provocò centinaia di migliaia di vittime e circa un milione di sfollati, accampati in tendopoli più o meno organizzate, disseminate in tutta la capitale e nei suoi dintorni.

 Fu forte, anche per noi in Italia, l’impatto emozionale di quella tragedia, e anche la voglia di aiutare in qualche modo la popolazione haitiana. Tutta la comunità internazionale si mobilitò e anche le ONG italiane. Pochi mesi dopo un altro flagello colpì quel popolo, con una epidemia di colera non ancora del tutto debellata.

Tutti questi fatti non devono far pensare a una sorta di “flagello di Dio”, in realtà le conseguenze del sisma naturale potevano essere molto inferiori se solo si fossero attuate un minimo di norme antisismiche, e si fossero attuate un minimo di norme igieniche per la prevenzione del Colera (la cui origine è appurato sia partita da un’accampamento dei caschi blu nepalesi). Da quel Gennaio 2010 qualcosa è stato fatto… ma ancora troppo poco!

Il problema sembra essere endemico in una nazione dove la miseria, e l’organizzazione degli aiuti, realizzano un vero e proprio businnes umanitario…

Qualcosa però si muove nella società civile haitiana. Una sorta di “Primavera di Haiti” sembra essere alle porte grazie al lavoro incessante di quanti nell’isola delle Antille vogliono non essere vittime inermi delle catastrofi, più o meno naturali, e delle conseguenti campagne “umanitarie”.

Una tra le molte organizzazioni della società civile haitiana, la AUMOHD (Association des Universitaires Motivés pour une Haiti de Droits) di Port au Prince, e il suo presidente Evel Fanfan, di recente in visita anche qui in Italia, hanno scritto un “Codice del lavoro” a difesa dei diritti dei lavoratori, in un paese dove questi diritti non esistono, e il salario medio di chi lavora è di circa 2 dollari al giorno. In una recente video-denuncia del regista RAI Silvestro Montanaro, andata in onda su RAI3, si è visto che anche il nostro Console Onorario ad Haiti attua lo sfruttamento dei lavoratori haitiani, in una fabbrica attigua ai locali del consolato italiano.

Come nelle primavere arabe, anche la prossima “Primavera di Haiti” si attuerà nell’unione tra solidarietà, diritti umani e libertà. Per qualsiasi ulteriore info si può contattare il presidente di AUMOHD, Sig. Evel Fanfan:  presidenteaumohd@yahoo.fr 

Da IL PREZZO DELLA VITA di ROMINA VINCI: “Lucien aveva 37 anni e viveva a Wharf Jeremie, uno dei tanti quartieri discarica di Port au Prince. E’ stato ritrovato la sera del 14 agosto scorso, morto ammazzato a pochi metri da casa. La sua vita spezzata da diciassette colpi di pistola.  Lucien era il braccio destro di Suor Marcella, una missionaria italiana che da sette anni opera ad Haiti, il paese più sottosviluppato del continente americano. Insieme, Lucien e Suor Marcella, avevano dato vita a Vilaj Italyen, che in creolo significa Villaggio Italia,  una piccola oasi con una clinica, una scuola di strada e centinaia di casette colorate a rimpiazzare baracche fatte di pezzi di lamiera”. Leggi tutto il reportage di Romina Vinci da Haiti a questo LINK 

In questo video, tratto dal reportage “Dimenticateci” di Silvestro Montanaro, per il programma “C’era una volta” di Rai3, si vede come, a pochi passi dal consolato italiano a Port au Prince, nella fabbrica del Console Onorario Italiano, si sfruttino i lavoratori e le donne di Haiti.

Un altro video di 10 minuti, molto attuale e interessante, si trova qui http://it.euronews.net/2012/01/10/haiti-a-due-anni-dalla-catastrofe/

 

Haití Militarizado

En Puerto Príncipe, la capital de Haití asolada por el terremoto del 12 de enero de 2010 que cobró 250 mil víctimas, Estados Unidos tiene su cuarta embajada más grande del mundo. Dos días después del temblor, miles de marinos armados salieron hacia la isla a una “misión humanitaria” sin la autorización del gobierno local. La embajada de EU no había señalado la presencia de peligros para la seguridad, así que las críticas hacia la “militarización de la ayuda” fueron muchas y justificadas. Asimismo, las Naciones Unidas en Haití habían declarado que los cascos azules allí desplegados – que pasaron de 9 mil a 12 mil unidades en el mismo enero– serían más que suficientes. Sin embargo, Hillary Clinton liquidó las críticas tachándolas de “periodismo irresponsable”.

Mientras tanto, la administración de Obama seguía sosteniendo la necesidad de una intervención armada y, una semana después de la invasión de facto, “aconsejó” al presidente haitiano, René Préval, la emisión a posteriori de un comunicado para pedir a Estados Unidos una “asistencia en el aumento de la seguridad”, según revelan los cables de Wikileaks en manos del semanario Haití Liberté. Muchos analistas consideraron estas maniobras como un disfraz para la tercera invasión estadunidense de Haití, bajo algún tipo de amparo internacional, en menos de veinte años. La primera fue en 1994 para apoyar el regreso del primer presidente electo democráticamente, Jean-Bertrand Aristide, tras un golpe que le impidió gobernar en los tres años anteriores. La segunda fue en febrero de 2004, básicamente para sacar al mismo Aristide del país e instalar un presidente más complaciente.

Inmediatamente después del sismo, los militares establecieron su base de operaciones en el aeropuerto Toussaint-Louverture, pero dentro de las primeras dos semanas la mayoría de las tropas ya se había asentado en los campos de refugiados que surgieron por toda la ciudad y sus alrededores. Más de un millón y medio de haitianos se fueron a los mil 354 campamentos de la capital, pero sólo los más afortunados pudieron encontrar asistencia, comida, tiendas de campaña y lonas mínimamente adecuadas. Debajo de cada una de ellas, en las noches, podían encontrar amparo hasta veinte personas que también compartían la ración semanal de arroz y frijoles. Ésta era asignada por las ONG a una mujer “jefa de hogar” quien se encargaba de su preparación y repartición. Así funcionaba dentro del campamento principal del barrio Delmas-Petion Ville, una enorme aglomeración de 60 mil desplazados en lo que anteriormente fue un campo de golf. Paradójicamente, este centro deportivo de la elite capitalina había sido construido por los mismos marinos estadunidenses durante su primera ocupación militar en Haití de 1915 a 1934.

Para finales de enero ya había 22 mil soldados en los puntos estratégicos del área metropolitana. Las ayudas llegaban de manera muy selecta e insuficiente, sobre todo en los campos más pequeños que, posiblemente, no llamaban la atención de las multinacionales de la solidaridad y de las estrellas de Hollywood. El campamento Delmas había pasado bajo la égida de los militares y de la ONG Catolic Relief Service, patrocinada por el actor Sean Penn. Ahora ya no hay distribución general de comida y el recién electo presidente Michel Martelly planea el desmantelamiento de los seis campamentos más grades, pese a la falta casi total de viviendas alternativas para los damnificados. El cuarenta por ciento de los campos no cuenta con acceso a agua potable y el treinta por ciento ni siquiera tiene servicios higiénicos.

Asimismo, los 700 mil sin techo que quedan padecen el hostigamiento de las brigadas Bricor, entrenadas en el uso de la fuerza por Risk Inc, una compañía de seguridad privada estadunidense. La Risk es también conocida en México por sus presuntos adiestramientos en técnicas de tortura. Las Bricor desalojan a la población de terrenos públicos y privados, actúan con violencia y amenazas destruyendo las carpas y los pocos bienes de la gente indefensa bajo la total indiferencia gubernamental. Además, el presidente Martelly afirmó que hay delincuentes y armas en esos campamentos, así que ya constituirían un problema de seguridad. En cambio, los verdaderos problemas son el mal manejo de las ayudas –codiciadas por las transnacionales de los países donantes y perdidas en la burocracia– y la falta de alternativas y planes compartidos de desarrollo, así como la proliferación de la seguridad privada al margen de las reglas.

Por otro lado, la Minustah, la misión para la estabilización de Haití, es la tercera en importancia en el mundo entre todas las que mantienen las Naciones Unidas y tiene dos ramas, la militar y la policíaca, desde hace siete años. Es decir, desde el año en que el ex presidente Aristide, quien acaba de volver a Haití tras un exilio en la República Sudafricana, sufrió el mencionado golpe de Estado, el 28 de febrero de 2004. Los marinos estadunidenses tomaron el control del país y se hicieron responsables de una violenta represión contra la población civil. Aristide fue obligado a dejar su cargo y fue deportado como consecuencia de las “rebeliones populares” que, durante años, habían sido fomentadas por opositores políticos, paramilitares, agencias estadunidenses (como el IRI, International Republican Institute, la CIA y la USAID) y grupos como el G184, financiado incluso por Francia y la Unión Europea y dedicado a tareas de desestabilización política, aunque su misión era la defensa de los derechos humanos.

Desde el octubre pasado, Haití, el país más pobre del hemisferio occidental, ha sido golpeado también por una epidemia de cólera que, en los medios, parece algo lejano y olvidado, mas, en realidad, sigue cobrando víctimas: ha matado a casi 6 mil personas en ocho meses, contagiando a más de 350 mil. La Cruz Roja y la ONG Médicos sin Fronteras, la cual ha tratado más del cuarenta por ciento de los casos hasta la fecha, volvieron a lanzar una alarma por el aumento de los contagios en Puerto Príncipe, más de 20 mil, en mayo y junio. La enfermedad alcanzó en noviembre de 2010 a la vecina República Dominicana y se calculan allí entre setenta y 170 víctimas. Aún está vivo el recuerdo de los 10 mil muertos que cobró el cólera en América Latina entre 1991 y 2005, a partir de un brote en Perú. Sin embargo, en la isla no se había detectado la bacteria en el último siglo, por lo que se acusó a los extranjeros de su difusión. Pese a las desmentidas de la ONU, cada vez más estudios científicos han demostrado que la cepa del cólera en Haití llegó de Nepal, donde la enfermedad es endémica, y los portadores fueron precisamente los cascos azules de ese país, ubicados en la norteña provincia de Artibonite. En junio llegó también la validación de estos estudios por parte del gubernamental CDC (Center for Disease Control de EU) y, por cierto, no mejoró la imagen de las fuerzas internacionales en el país.

Además de las enfermedades y las catástrofes naturales, amplificadas por la pobreza extrema y la falta de infraestructura, también están la embajada estadunidense y los intereses económicos de las petroleras Exxon y Chevron para complicar las cosas: los Petro Caribe Files de Wikileaks, o sea los cables sobre las presiones de EU en contra del acuerdo energético de Venezuela con Haití, revelaron que incluso la embajada de ese país había admitido que el acuerdo sería muy benéfico para el pueblo haitiano. Claro, no lo sería para las petroleras estadunidenses y la oposición fue constante. Kim Ives, coautor de un reportaje sobre el tema, habla de un “embajador quien manipula a un presidente y sus funcionarios, diciéndoles qué hacer, que ellos no entienden esto y lo otro, tratando de decirles cuáles son los intereses de Haití. Es la cumbre de la arrogancia”.

Frente a todo ello, por mucho tiempo los haitianos se preguntaron legítimamente por qué las ayudas internacionales de muchos países venían acompañadas de las milicias estadunidenses y hasta por “folclóricos” gendarmes y carabineros de Francia e Italia. Los temas de la soberanía, la militarización y la “democracia armada” estuvieron a debate en la campaña para las elecciones presidenciales de marzo pasado y, tanto el ex mandatario Prèval como la candidata derrotada, Mirlande Manigat, habían prometido el progresivo retiro de los cascos azules. No parece desear lo mismo el presidente Martelly. En efecto, el 15 de octubre pasado los quince miembros del Consejo de Seguridad decidieron renovar por un año el mandato de la Minustah que cuenta hoy con 8 mil 940 soldados y 4 mil 391 policías bajo el mando, respectivamente, del general brasileño Luiz Guilherme Paul Cruz y del argentino Geraldo Chaumont. El contingente brasileño, con sus 2 mil 600 efectivos, es el más importante y el costo total anual de la misión está estimado en 600 millones de dólares.

Aunque se le concedió a Brasil el mando militar por motivos de imagen y para mantener un aparente equilibrio entre potencias, la financiación de la misión depende del Consejo y la coordinación estratégica de la misma está a cargo del guatemalteco Edmond Mulet, el estadunidense Kevin Kennedy y el canadiense Nigel Fisher. La participación de las Naciones Unidas en Haití comenzó en febrero de 1993 y continuó, luego, con numerosas misiones hasta 2001. Tras el golpe de 2004 y seis meses de ocupación de tropas de eu, Francia, Canadá y Chile, se autorizó finalmente la creación de la Minustah que ha ido adquiriendo cada vez más funciones, desde la seguridad interna al tema electoral y a la reforma de la policía haitiana. Si bien una de sus tareas sería la defensa de los derechos humanos, la misión ha tenido un papel controvertido a partir de 2006, es decir, desde que Prèval le atribuyó la facultad para las actividades de inteligencia y represión en los barrios slum de la capital, como Citè Soleil, uno de los bastiones políticos de Aristide y su partido Fanmi Lavalas. Se trataba de un territorio difícil, casi fuera del control estatal, que había sido señalado como un foco rojo para el combate a la delincuencia. Sin embargo, la Minustah actuó con base en listas de presuntos culpables en las que figuraban, más bien, ciudadanos comunes y militantes políticos.

A menudo, esta represión indiscriminada confundió a las bandas de delincuentes con los grupos civiles organizados del barrio y, por tanto, hubo víctimas inocentes en las operaciones de guerra conducidas con cañonazos de tanques en contra de las casas. Algunos miembros de la asociación de abogados para la defensa de los derechos humanos aumohd, activa en Puerto Príncipe desde 2005, y su presidente Evel Fanfan, pudieron comprobar, en ese entonces, los errores contenidos en las listas que guiaban las acciones armadas de la Minustah y del gobierno haitiano. Finalmente, las violaciones y matanzas fueron reconocidas por el comandante brasileño, Augusto Heleno Ribeiro Pereira, quien dimitió en 2005 y declaró que la Minustah recibía presiones de Francia, Estados Unidos y Canadá para hacer un mayor uso de la violencia contra las presuntas bandas de criminales que, según la información oficial, dominaban completamente las periferias metropolitanas.

El mito internacional, construido con matices racistas y estereotipos, que nos quiere presentar al pueblo haitiano como violento y descontrolado, como incapaz de armar su propio destino, sigue difamando a la gente de Haití sin explicarnos su sociedad, sus lastres y sus problemas reales. La ocupación y la militarización son parte de éstos. Este mito y la militarización consecuente deberían desmontarse a partir de los hechos, algunos de los cuales están en este artículo. En cambio, la versión edulcorada de los acontecimientos ha servido, a menudo, para justificar su constante escalada.

di Fabrizio Lorusso da: Kaos   o La Jornada

L’Onu e ancora il colera ad Haiti

Nel mese di giugno la Croce Rossa ha denunciato una nuova impennata dei ricoveri per il colera ad Haiti. A Porto Principe i casi registrati solo negli ultimi 40 giorni sono oltre 18mila. E pensare che a Città del Messico ci avevano allarmati e spaventati per qualche centinaio di ricoveri in più dovuti a un tipo resistente di influenza, la cosiddetta “suina”. Ad Haiti dall’ottobre scorso l’epidemia di colera ha provocato 5500 morti e oltre 350mila contagi.

 Eppure l’isola non aveva avuto casi di colera per più di un secolo. Il terremoto del 12 gennaio 2010 aveva fatto 250mila morti e oltre un milione di sfollati ma non aveva generato emergenze epidemiologiche estreme nei primi mesi. Invece poi, scampato il pericolo della stagione degli uragani con “solamente” qualche decina di vittime passate inosservate nei media internazionali, è arrivato il colera.Ci si è chiesti subito da dove fosse arrivato ma le ipotesi erano troppe e basate solamente su speculazioni.
Però a poco a poco i media, la popolazione e alcune prime indagini scientifiche hanno iniziato a indicare il contingente nepalese dei caschi blu dell’Onu – la missione ad Haiti si chiama Minustah (vedi articolo a questo LINK) – come il possibile responsabile dato che in Nepal il colera è endemico e il ceppo identificato ad Haiti pareva provenire proprio dal sud dell’Asia. L’Onu si affrettò a smentire ma le ricerche scientifiche sulla misteriosa epidemia continuarono e la gente sempre più in preda alla disperazione protestò in varie città del paese contro i caschi blu.
Qualche giorno fa il CDC (Centers for Disease Control and Prevention o Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie del governo americano, con sede ad Atlanta) ha pubblicato uno studio sulla rivista accademica Emerging Infectious Diseases che conferma la responsabilità dei caschi blu nell’introduzione e diffusione della malattia.Si tratta del primo studio realizzato da un’agenzia non situata ad Haiti che stabilisce un legame diretto tra il contingente militare nepalese d’istanza a Mirebalaise, la cittadina in cui è scoppiata l’epidemia. Infatti i rifiuti organici dei militari hanno probabilmente contaminato le acque del fiume Meille, affluente del più grande fiume Artibonite, con il batterio del colera.

Le acque di questi fiumi sono utilizzate quotidianamente dalla popolazione della regione per bere e lavarsi. La contaminazione è stata praticamente simultanea in sette comunità lungo il fiume Artibonite e da lì la propagazione della malattia è cresciuta esponenzialmente fino a raggiungere la capitale Porto Principe e i suoi 1300 campi di sfollati in meno d’un mese.

Foto da: iniziativa Haiti Emergency / Aumohd

La militarizzazione di Onu e Stati Uniti ad Haiti

Canada.jpgA Porto Principe, la capitale di Haiti devastata dal terremoto del 12 gennaio 2010 che ha fatto 250mila vittime, gli Stati Uniti mantengono la loro quarta ambasciata più grande del mondo. Due giorni dopo il terremoto migliaia di marines partirono armati fino ai denti per una “missione umanitaria” nella capitale haitiana, si stabilirono dapprima nell’aeroporto Toussaint-Louverture e poi in numerosi campi di sfollati sparsi per la città. Il principale era (ed è) quello di Delmas-Petion Ville, un’enorme tendopoli da 60mila persone che ospita sessantamila persone stipate in un ex campo da golf, costruito dai marines per lo svago delle classi agiate di Port-au-Prince durante la prima occupazione americana di Haiti nel ventennio 1915-1934. Fatto sta che alla fine di gennaio c’erano già oltre 20mila soldati americani operativi nei punti strategici della città per tenere sotto controllo la situazione, la distribuzione di aiuti languiva e il campo Delmas era passato sotto l’egida dell’esercito Usa e dell’Ong Catolic Relief Service patrocinata dall’attore Sean Penn. Dal canto suo la famigerata Minustah, cioè la missione dei caschi blu dell’Onu per la “stabilizzazione di Haiti”, è la terza per importanza nel mondo tra tutte le missioni delle Nazioni Unite e sull’isola s’incarica del controllo militare e svolge funzioni di polizia da ormai 7 anni.

Esattamente da quando l’ex presidente Jean-Bertrande Aristide, rientrato 4 mesi fa ad Haiti dopo un esilio nella Repubblica Sudafricana, venne costretto il 28 febbraio 2004 a lasciare il paese e la presidenza in seguito all’esplosione di “ribellioni popolari”, sobillate da oppositori politici e settori legati a potenze straniere (in primis, Usa e Francia), e un vero e proprio colpo di Stato ai suoi danni (linea della storia e rassegna qui).
Ma la storia della militarizzazione Onu e Usa di Haiti non comincia di certo nel 2004 dato che la politica coloniale statunitense nei Caraibi ha radici secolari ormai. Dall’ottobre scorso Haiti, il paese più povero dell’emisfero occidentale, è stata colpita anche da un’epidemia di colera tuttora in corso che ha fatto 5.300 morti e circa 350mila contagi. Oltre alle sciagure e alle catastrofi naturali ci si mettono anche la potente ambasciata statunitense e gli interessi economici delle onnipresenti compagnie petrolifere Exxon e Chevron a rendere impossibile la vita agli haitiani.
Lo tornano a dimostrare i reportage, basati su oltre 19mila cabli rivelati da WikiLeaks, dei due giornalisti del settimanale Haiti Liberté, Kim Ives e Dan Coughlin. Hanno infatti analizzato i “PetroCaribe Files”, cioè i cavi relativi alle pressioni statunitensi contro l’accordo petrolifero ed energetico promosso dal Venezuela ad Haiti che, come la stessa ambasciata Usa ha ammesso, risulta essere profondamente benefico per il popolo dell’isola. Ha dichiarato Ives che “è davvero stupefacente vedere un ambasciatore [degli Stati Uniti] che manipola un presidente e tutti i suoi funzionari dicendo loro cosa fare, che loro non capiscono questo e quello, cercando di dire loro quali sono gli interessi di Haiti. E’ l’apice dell’arroganza”. Potete approfondire il tema qui-Link a intervista e reportage, spero proprio di parlarne presto. Ma partiamo dal passato e restiamo alla militarizzazione e alle “forze di pace”.

La Minustah ad Haiti. Il 15 ottobre scorso, in virtù del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, i quindici membri del Consiglio di Sicurezza, un organo che prende le sue decisioni più rilevanti con la maggioranza qualificata di 9 voti su 15 a patto che vi sia comunque il voto unanime dei cinque membri permanenti, cioè Cina, Usa, Russia, Francia e Regno Unito, ha deciso di rinnovare per un anno il mandato della Missione ONU ad Haiti. La composizione attuale di questa missione è di 8940 soldati e 4391 poliziotti sotto la responsabilità rispettivamente del generale brasiliano Luiz Guilherme Paul Cruz e del generale argentino Geraldo Chaumont. UN.jpg
Il contingente brasiliano è il più imponente dato che il paese sudamericano fornisce un totale di 2600 uomini alla missione che costano alle casse statali oltre settanta milioni di dollari all’anno. D’altro canto, secondo il sito web ufficiale dell’ONU, il budget totale a carico delle Nazioni Unite per le operazioni della MINUSTAH, nel periodo che va dal primo luglio 2010 al 30 giugno 2011, è di 380 milioni di dollari, circa il 5,2% delle spese totali per le operazioni di peacekeeping nel mondo. Alcune fonti giornalistiche riportano la cifra di 600 milioni dollari annui, probabilmente basandosi su possibili rettifiche più recenti rispetto al bilancio approvato il giugno scorso e sul fatto che i fondi stanziati sono cresciuti a causa dell’invio di un crescente numero di soldati per le complicazioni post-terremoto, per il monitoraggio delle prossime elezioni e per la lotta alle bande del crimine organizzato ricostituitesi dopo i mesi più pesanti della crisi umanitaria (LINK).

Le origini. La partecipazione delle Nazioni Unite ad Haiti cominciò nel febbraio 1993 con un’operazione congiunta dell’OAS (Organizzazione Stati Americani) e dell’ONU che venne poi riconfermata dal Consiglio di Sicurezza nel mese di settembre sotto la sigla UNMIH (Missione delle Nazioni Unite ad Haiti). Questa non si dispiegò pienamente e non funzionò fino al 1995 per la mancanza di cooperazione delle autorità militari haitiane che, in quella fase, stavano spalleggiando il golpe attuato il 29 settembre 1991 dal generale Raoul Cèdras ai danni del presidente Jean-Bertrande Aristide, vincitore alle elezioni del dicembre 1990. Nel luglio 1994 il Consiglio di Sicurezza autorizzò l’invio di una forza multinazionale di ventimila soldati per permettere il ritorno di Aristide e mantenere un clima di stabilità e relativa legalità. Tra il 1994 e il 2001 si sono susseguite diverse iniziative militari delle Nazioni Unite oltre alla UNMIH: la UNSMIH (Missione d’Appoggio delle Nazioni unite ad Haiti), la UNTMIH (Missione di Transizione della Nazioni Unite ad Haiti) e la MIPONUH (Missione di Polizia delle Nazioni Unite ad Haiti).

Infine nel febbraio 2004 viene autorizzata la MIF (Forza Multinazionale Provvisoria) poi sostituita, dal primo giugno di quell’anno, dalla MINUSTAH che secondo la risoluzione 1542 ha, tra le altre, le funzioni di mantenere l’ordine costituzionale e la sicurezza dei cittadini, supportare i processi democratici e le organizzazioni per la difesa dei diritti dell’uomo, favorire i processi di disarmo della popolazione e la riforma della polizia haitiana. Coi successivi rinnovi del mandato la missione è venuta ad acquisire ulteriori funzioni legate alla cambiante congiuntura socio-politica del paese e, in particolare dopo il sisma in cui anche 159 caschi blu hanno perso la vita, le sono stati affidati compiti di protezione della popolazione, di aiuto alla ricostruzione e di supporto al governo haitiano per lo svolgimento delle elezioni del 28 novembre 2010 e la riforma della giustizia.

Presenza controversa. All’atto pratico, però, come succede ogni qual volta si verifica una contrapposizione tra i cittadini comuni e gli organi detentori dell’uso legittimo della forza, siano essi la polizia, l’esercito o le forze straniere, le violazioni dei diritti umani da parte delle diverse autorità operative sono state, purtroppo, un tema ricorrente nel giudicare l’operato de governi e presidenti votati dal popolo ad Haiti ma pure quello dei militari dell’ONU che, in pratica, sono venuti ad assumere funzioni di polizia e difesa militare in compartecipazione (a volte in contrapposizione) con i corrispondenti apparati nazionali. Perciò non mancano settori importanti della società civile di Haiti che rifiutano categoricamente la presenza di truppe straniere, definendole come il “braccio armato della democrazia” o semplicemente come corpi estranei per giunta anticostituzionali. E hanno le loro buone ragioni.

Rappresenterebbero, inoltre, un sintomo della mancanza di piani concreti e ambizioni chiare per il paese e quindi i movimenti sociali di base manifestano puntualmente il loro dissenso dopo ogni rinnovo annuale concesso alla missione. Esiste anche un “Comitato Anti-Occupazione” formato da decine di gruppi, partiti e sindacati che ha documentato in una mostra fotografica, esposta nell’ottobre 2010 presso la Scuola Universitaria di Etnologia, gli abusi e i crimini per cui s’attribuiscono responsabilità gravi alla MINUSTAH. Lo stesso ex-presidente Prèval, rilevato dal cantante Michel Martelly il 14 aprile 2011, cosciente del grave deficit di sovranità e di legittimità del suo governo, aveva promesso che prima della fine del suo mandato avrebbe firmato l’atto di conclusione della missione ONU ma l’emergenza costante di un’isola e di un popolo privi del controllo delle proprie risorse, di una rotta chiara e di una leadership credibile l’hanno fatto ritornare su sui passi.
avion.jpgIl contesto storico all’arrivo della MINUSTAH. Il duo formato dal presidente ad interim Boniface Alexandre e dal suo primo ministro Gerard Latortue restò per due anni al potere ad Haiti, dopo che il presidente Jean-Bertrande Aristide, alla metà del suo secondo mandato, fu deportato nella Repubblica Sudafricana il 29 febbraio 2004. Una versione politicamente corretta dei fatti di quelle caotiche settimane, tra gennaio e febbraio 2004, in voga nell’establishment haitiano e promossa dalle fonti ufficiali statunitensi, ritiene che Aristide si sia dimesso spontaneamente in seguito a una crisi istituzionale e che quindi si sia dichiarato impotente di fronte a una lunga serie di ribellioni sfuggitegli di mano nel nord del paese e a Porto Principe. In realtà le operazioni di finanziamento e fornitura di armi in favore dei ribelli e una buona parte della propaganda antigovernativa vennero pianificate e dirette dalla CIA (Central Intelligence Agency) e da altre agenzie straniere.

Dunque il golpe fu preceduto da mesi di destabilizzazione e crisi provocate da queste bande di paramilitari “ribelli” e da vari elementi dell’opposizione extraparlamentare legati alla stessa CIA, all’IRI (International Republican Institute) e a settori conservatori europei, vicini alla Francia del presidente Jaques Chirac e Nicolas Sarkozy (in quell’epoca ministro degli interni): il principale era il gruppo 184 o G184, un’ambigua organizzazione per la “difesa dei diritti umani” che ha funzionato, in realtà, come un’agenzia d’azione politica anche con i finanziamenti approvati in passato dalla Commissione Europea. L’IRI, dal canto suo, è un’emanazione del governo statunitense che venne creata da Ronald Reagan negli anni ottanta con l’obiettivo di esportare la democrazia nel resto del mondo ed è ancora oggi finanziata con denaro pubblico dei tax payers USA.

E’ un’istituzione politica che ha realizzato sistematicamente un’opera dubbia e controversa riguardo all’ordine democratico ad Haiti, specialmente durante la gestione di Stanley Lucas, rappresentante dell’agenzia sull’isola. La controparte dell’IRI, legata al partito democratico statunitense, è l’NDI (National Democratic Institute) che, almeno nel caso di Haiti, è ritenuto un interlocutore più imparziale dal momento che ha lavorato con diverse parti politiche, incluso il partito Lavalas di Aristide. Entrambe sono finanziate all’interno del programma conosciuto come National Endowment for Democracy o NED.

Dopo i marines, la MINUSTAH. Dopo alcuni mesi d’occupazione militare da parte della Forza Provvisoria delle Nazioni Unite, composta da mille marines statunitensi e dalle truppe francesi, canadesi e cilene, nel giugno 2004 sono entrati in funzione i primi settemila caschi blu della MINUSTAH. Sebbene questa sia sotto il comando militare del Brasile, deve ottenere i finanziamenti e i mandati per operare dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU ed è gestita da un consiglio direttivo di cui fanno parte, per il coordinamento strategico e organizzativo, il guatemalteco Edmond Mulet, lo statunitense Kevin Kennedy e il canadese Nigel Fisher (Canada) e, per gli aspetti militari e di polizia, il Gen. Luiz Guilherme Paul Cruz (Brasile) e il Gen. Geraldo Chaumont (Argentina). Dunque sin dall’inizio l’affidamento al Brasile del comando delle operazioni delle Nazioni Unite ad Haiti sembrava rispondere più a delle esigenze d’immagine, per mostrare un relativo equilibrio tra i paesi coinvolti, e di presenza dell’emergente potenza sudamericana che a un effettiva messa in discussione della tradizionale presenza yankee nella regione.

War by proxy e stragi di Gran Ravine. In questo contesto cominciò ad attuarsi una guerra d’approssimazione (o “war by proxy”, cioè colpire zone e persone vicine agli obiettivi reali per disarticolare il tessuto sociale e fisico circostante) e avvenne l’esecuzione di una serie di stragi, conosciute come i massacri di Gran Ravine contro innocenti simpatizzanti di Aristide e semplici cittadini, da parte della polizia haitiana comandata da Carlo Lochard e dai gruppi paramilitari noti come Lame Timanchet (“l’armata del piccolo machete”).

Questi gruppi potevano agire relativamente indisturbati grazie alla connivenza delle autorità al potere dopo il golpe del 2004 e, secondo alcuni media, anche grazie all’indifferenza e alle scarse capacità operative iniziali della MINUSTAH. Il 20 agosto 2005 ben cinquanta persone sospettate di essere attivisti del partito Fanmi Lavalas furono massacrate nello stadio Martissant di Porto Principe durante uno spettacolo cui presenziavano circa cinquemila spettatori. Molte vittime sono state freddate solo perché cercavano di mettersi in salvo e non per aver difeso con le armi una determinata fede politica o essersi ribellate alla polizia: si trattava chiaramente di un avvertimento generico ma tragicamente efficace rivolto dalle autorità alla popolazione del quartiere. Il giorno seguente cinque persone della zona di Gran Ravine vennero bruciate nelle loro case (LINK reportage).
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In seguito alle segnalazioni e ai contatti diretti presi coi vertici della MINUSTAH da parte di organizzazioni autonome fortemente presenti sul territorio come l’haitiana Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti) e la sua partner statunitense Hurah-Inc (Accompagnamento per i Diritti dell’Uomo ad Haiti), un distaccamento di caschi blu cominciò a presidiare il quartiere e le case di alcuni militanti reputati ad alto rischio di aggressione mentre gli avvocati di Aumohd organizzavano incontri nel quartiere tra gruppi armati di fazioni rivali per proporre un dialogo pacifico e una riconciliazione (http://aumohddwamoun.blogspot.com/ e http://hurah.org/). Tutto ciò evitò nuove stragi per qualche mese, ma il 7 luglio 2006 i membri di Lame Timanchet ruppero la tregua con la terza grande mattanza che lasciò un saldo di ventisei vittime, trecento abitazioni bruciate e duemila sfollati. L’Aumohd è stata l’unica associazione che ha difeso le vittime di queste stragi ed è riuscita a far incarcerare quindici poliziotti colpevoli di quei fatti.

MINUSTAH a Citè Soleil ed eserciti stranieri ad Haiti. I caschi blu hanno avuto sin dall’inizio un ruolo contraddittorio e sono stati accusati di numerosi omicidi e violazioni dei diritti umani che furono, in buona parte, ammessi dal comandante brasiliano dimissionario, il generale Augusto Heleno Ribeiro Pereira, nel 2005 quando dichiarò che la MINUSTAH riceveva pressioni da paesi come la Francia, gli USA e il Canada per fare maggior uso della violenza contro alcune presunte gang di criminali che, secondo le loro informazioni e gli appelli del governo, dominavano completamente le periferie della capitale come il famoso slum di Citè Soleil.

Di fatto, alla fine del 2006, il presidente Renè Preval concesse espressamente ai militari delle Nazioni Unite di svolgere compiti repressivi e d’intelligence nei quartieri poveri, specialmente a Citè Soleil, uno dei bastioni politici di Aristide, contro delle presunte bande di delinquenti non meglio identificate. Il risultato fu che si diede il via libera a una delle peggiori repressioni indiscriminate vissute dal paese negli ultimi anni e si commisero molti errori e confusioni tra criminali comuni, militanti politici e normali cittadini nella compilazione delle liste che servivano da guida per le operazioni. gringos.jpg
Una parte di queste “bande” o presunte mafie veniva in realtà identificata con dei gruppi di cittadini auto organizzati legati all’ex presidente esiliato e, sebbene fosse certa anche la presenza di gruppi di criminali “veri” in quei quartieri, i metodi repressivi utilizzati dalla MINUSTAH, consistenti in bombardamenti con cannoni e sfondamenti con carri armati come in vere e proprie operazioni di guerra, fecero numerose vittime innocenti, sconvolsero brutalmente tutta la popolazione, annichilendone ogni capacità d’organizzazione civile, e contribuirono ad alimentare il falso mito di una città e di un popolo violenti e selvaggi che hanno bisogno degli eserciti stranieri per sopravvivere.
Questo mito è stato rielaborato e di nuovo diffuso dopo il terremoto dai media e dai vertici militari stranieri, soprattutto americani, per giustificare l’invio massiccio di uomini armati e mezzi pesanti quando in realtà Porto Principe non è più pericolosa di altre megalopoli latino americane e, invece, ha saputo vivere e gestire in modo relativamente pacifico e ordinato l’immenso dramma che l’ha colpita.
Alla luce di tutto ciò gli haitiani si sono chiesti legittimamente per mesi e mesi come mai gli aiuti umanitari venissero accompagnati da un gran numero di marines e dall’esercito USA (ventiduemila soldati inviati in gennaio, poi ridotti a tredicimila unità nell’aprile 2010), dalla gendarmeria francese e addirittura dai carabinieri e dai soldati italiani quando già esiste una forza internazionale come la MINUSTAH. Di nuovo i caschi blu sono stati al centro delle accuse della gente e dei media quando alcuni ricercatori hanno confermato il sospetto che fosse stato il contingente nepalese a reintrodurre sull’isola il colera che ad oggi ha provocato quasi 6000 vittime e centinaia di migliaia di contagi in tutto il paese dopo l’epidemia scoppiata nell’ottobre del 2010.
Nel momento in cui si devono prendere decisioni economiche e politiche veramente rilevanti per il destino del paese e si devono affrontare scelte strategiche sull’uso delle risorse fornite da governi terzi coinvolti nello scacchiere haitiano, oltre che da agenzie internazionali influenzate da questi, entrano in gioco altre logiche di potere e di controllo che esulano dalla presenza, dal comando e dalle funzioni assegnate agli organi multilaterali come l’ONU e il suo “braccio militare”, la MINUSTAH, per allargare, invece, la sfera decisionale agli interlocutori più influenti e con maggiori elementi di hard power (potere duro di tipo militare ed economico) presenti sul campo.

Nota. Una versione più vecchia e rivista di questo articolo è stata pubblicata sul numero speciale dedicato ad Haiti della rivista Il Tolomeo di Ca’ Foscari, Università di Venezia (link)

Link Articolo Originale Carmilla

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