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Istituti Italiani all’Estero e in Messico: Interrogazione Parlamentare

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Il 12 marzo 2014 c’è stata un’interrogazione parlamentare, presentata da Emanuele Scagliusi (M5S), che si basa su informazioni riportate dal Fatto Quotidiano, da ansa.it, dalla Federazione indipendente lavori pubblici della Farnesina e anche su una lettera di protesta della comunità italiana in Messico del 2013. Il testo denuncia una lunga serie di irregolarità, relative agli IIC di New York, Città del Messico, Bruxelles, Barcellona e Madrid, e chiede al Ministro degli Affari Esteri Mogherini se stia esercitando la sua funzione di controllo sull’operato dell’Ispettorato del suo ministero e dei direttori degli Istituti Italiani. L’interrogazione è stata seguita da un’interpellanza urgente sul caso dei docenti dell’IIC di Bruxelles.

Mi pare si tratti di un passo avanti nella segnalazione di un problema enorme che ha per lo meno due teste mostruose e insidiose:una è il precariato, in particolare quello dei docenti di Lingua Straniera o Seconda che sono bistrattati e poco riconosciuti professionalmente sia in Italia che fuori, e l’altra è rappresentata dagli sprechi e gli abusi del MAE (Ministero Affari Esteri) nelle sedi degli Istituti Italiani all’Estero. Basta leggere il testo dell’interrogazione per rendersi conto di realtà così lontane geograficamente ma anche vicine per i vizi e gli abusi che lì si riproducono, più profondi che in Italia, visto il lassismo dei controlli e il potere quasi assoluto che esercitano i funzionari/burocrati italiani all’estero: clientelismi, mini-parentopoli, precariato docente, lavoro nero, guai contabili, mobbing, stipendi d’oro, poca meritocrazia. Insomma, la lista è lunga. Affinché non passi in sordina la segnalazione, perché in questo consiste un’interrogazione di un cittadino e di un parlamentare al governo, riporto anche qui la notizia. Il caso messicano, tra l’altro, è emblematico, come visto in alcuni post dei mesi scorsi: link 1 – link 2.Hasta pronto.

Vigilia elettorale in Messico: partiti, movimenti, speranze

[Articolo uscito sul quotidiano italiano L'Unità del 28 giugno 2012, Fabrizio Lorusso. Foto della chiusura di campagna del candidato delle sinistre, Andrés Manuel López Obrador, a Città del Messico il 27 giugno]

Una svolta inattesa sta speziando con peperoncino jalapeño le elezioni messicane del primo luglio. 80 milioni di cittadini, su un totale di 113 milioni di abitanti, sono chiamati a rinnovare il parlamento e il presidente della Repubblica.

Il 27 giugno si è chiusa la campagna elettorale, ma il risultato finale, dato per scontato fino a un mese fa, è oggi più incerto. Il voto degli indecisi è stimato intorno al 20% e le grosse differenze nei diversi sondaggi pubblicati quotidianamente rendono il quadro confuso.

Ma è l’irruzione sulla scena politica di un nuovo movimento studentesco, il YoSoy132, IoSono132, che sta ridimensionando l’aspettativa di una vittoria facile del favorito Partido Revolucionario Institucional (PRI) e del suo candidato, Enrique Peña.

YoSoy132 nasce l’11 maggio dopo una conferenza di Peña in un’università privata di Mexico City in cui è fortemente contestato dagli studenti e costretto a nascondendosi in un bagno. Il presidente del suo partito accusa i giovani di non essere alunni dell’ateneo e d’essere stati “cooptati da altri partiti”.

Si scatena l’ira della comunità universitaria che pubblica un video su YouTube in cui 131 studenti mostrano il loro tesserino. Da tutto il paese arrivano altri video di solidarietà e così giovani, lavoratori e simpatizzanti dichiarano: “anch’io sono 132″.

Da Facebook e Twitter si passa alle piazze, con attività a ripetizione per protestare contro il duopolio televisivo di TvAzteca e TeleVisa, l’imposizione di un presidente da parte dei media collusi col potere e la democratizzazione dell’informazione. Un reportage del quotidiano inglese The Guardian ha rivelato i patti (“dirty tricks”) tra TeleVisa e Peña per spingere la sua candidatura e osteggiare i rivali.

YoSoy132 si coordina in rete e in assemblee, è apartitico, anche se una parte del movimento s’unisce alle periodiche manifestazioni anti-Peña, anch’esse convocate dai social network contro il ritorno del PRI. Il 20 maggio nelle strade della capitale erano in 50.000, poi 100.000 il 10 giugno e il 24 hanno sfilato in 25.000.

Il PRI, ex partito dominante al potere per 71 anni, fu sconfitto nel 2000 dal conservatore Partido Acción Nacional (PAN) che governa tuttora. Nella coalizione “Compromesso per il Messico” che sostiene Peña c’è anche il Partido Verde, una formazione in mano a una sola famiglia che, unica al mondo tra i verdi, ha proposto l’introduzione della pena di morte e sopravvive grazie a pratiche trasformiste e populiste.

Sebbene sia ancora in testa nei sondaggi, Peña ha visto avvicinarsi i suoi avversari, la conservatrice Josefina Vázquez del PAN e il leader delle sinistre Andrés Manuel López Obrador che è secondo con un distacco tra i 4 e i 12 punti percentuali a seconda del sondaggio. Secondo analisti e giornalisti ci sono i margini sufficienti per una sorpresa al fotofinish.

In un lontano quarto posto resta Gabriel Quadri del Partido Nueva Alianza. Malgrado il suo discorso liberal-progressista e le sue proposte innovative, è considerato un candidato poco credibile. Infatti, il suo partito è un’emanazione diretta del sindacato nazionale dei docenti, un residuo corporativo del vecchio regime, totalmente controllato dalla sua presidentessa vitalizia Elba Gordillo, vicina al PRI.

I primi due dibattiti ufficiali tra i contendenti non sembrano aver modificato molto le intenzioni di voto, ma il tetto del consenso verso Peña è cominciato a scricchiolare con l’esplosione di YoSoy132 nelle piazze e dopo il dibattito presidenziale, primo e unico nella storia messicana, organizzato autonomamente dagli studenti il 19 giugno. Solo il candidato del PRI ha declinato l’invito in quanto sarebbe mancato “uno spazio neutrale per un dibattito in condizioni di equità” in un’iniziativa ritenuta “contro la sua persona e il suo progetto”.

L’incontro ha avuto un successo enorme e gli altri aspiranti alla presidenza si sono confrontati sui temi del narcotraffico, della lotta ai monopoli e sulla strategia energetica.

Vázquez promette continuità nella guerra ai narcos e l’uso dell’esercito, malgrado i 60.000 morti causati da questa strategia negli ultimi sei anni. Apre all’ingresso dei privati nella compagnia petrolifera nazionale Pemex e alla lotta ai monopoli nelle telecomunicazioni. Si oppone all’interruzione volontaria della gravidanza, diritto che il suo partito ha addirittura penalizzato in molte regioni in cui governa, e ai matrimoni tra persone dello stesso sesso.

Dal canto suo Obrador è stato ambiguo su questi temi e, mentre i partiti della sua coalizione sono favorevoli alla depenalizzazione dell’aborto e ai matrimoni gay, il leader ha dichiarato che “sarà il popolo a decidere sulla materia con un referendum”. E’ l’unico a proporre la demilitarizzazione progressiva del paese e una riforma fiscale progressiva che, insieme ai tagli ai costi della politica e la lotta alla corruzione, liberi risorse per educazione, pensioni di vecchiaia e occupazione, soprattutto nei territori dominati dai narcos.  Quasi un milione e mezzo di persone hanno riempito piazze e strade del centro storico di Città del Messico per accompagnarlo nell’ultimo atto della campagna elettorale che s’è chiusa ufficialmente ieri in vista del voto di domenica. Twitter.com/FabrizioLorusso

Sito Non Raggiungibile (Petizione: No Censura)

Sito Non raggiungibile

X firmare la petizione: http://sitononraggiungibile.e-policy.it/

Per una moratoria alle nuove regole per la Rete, finché il Parlamento non  deciderà  in maniera esplicita  sull’equilibrio tra diritto d’autore, accesso alla conoscenza e pericolo di nuove censure.

Immaginate che un giorno intere sezioni della vostra biblioteca vengano rese inaccessibili. Non vi verrà mai detto quali specifici libri, e per quale ragione sono stati rimossi, ma troverete solo un cartello che vi informa che qualcuno, da qualche parte, per qualche ragione, ha segnalato che i libri di quella sezione violano i diritti di qualcun’altro. Immaginate che anche dagli scaffali accessibili della biblioteca qualcuno rimuova costantemente libri senza che voi o gli altri altri utenti della biblioteca, possiate sapere quali volumi sono stati rimossi, e senza che vi sia data la possibilità di valutare se la rimozione di tali libri viola alcuni dei vostri diritti fondamentali.

Credete che questo non possa accadere in una democrazia?

Se il diritto d’autore non sarà regolamentato in modo da garantire che anche nella sfera digitale ci sia il giusto equilibrio tra i diversi interessi presenti nella società, da strumento di emancipazione dei produttori di contenuti, esso diverrà inevitabilmente un sistema di controllo e censura pervasivo.

L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni con la Delibera 668/2010 del dicembre 2010 ha posto in consultazione un testo che mira ad introdurre un meccanismo che le consentirà di inibire completamente l’accessibilità ai siti posti fuori dal territorio italiano e di rimuovere contenuti sospettati di violare il diritto d’autore in modo automatico e prescindendo da qualsiasi requisito di colpevolezza accertato dell’Autorità giudiziaria.

Le sezioni della “biblioteca” Internet a cui non potrete più accedere includeranno portali informativi esteri sospettati di violare il diritto d’autore senza che ciò sia in qualche modo accertato, gran parte dei sistemi comunemente utilizzati per avere accesso alle informazioni necessarie  per lo scambio di software libero e per conoscere   le opere disponibili nel pubblico dominio e distribuite con licenze aperte.

I singoli “libri” rimossi includeranno articoli pubblicati da giornali,  banche dati di pubbliche amministrazioni e di privati, documenti riservati finiti in rete ed utili per conoscere fatti che l’opinione pubblica potrebbe non conoscere diversamente,  video amatoriali e fotografie con sottofondo musicale  caricate dagli utenti nelle piattaforme di condivisione, singole pagine di blog amatoriali contenenti anche un solo file in violazione del diritto d’autore.

Per scongiurare che tutto ciò avvenga in modo silenzioso, ci appelliamo all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni affinché effettui una moratoria sulla nuova regolamentazione sul diritto d’autore.

Nessuna nuova regolamentazione dovrà essere adottata finché il Parlamento non riuscirà ad essere sede di un grande dibattito pubblico alla ricerca di nuovi equilibri tra diritto d’autore e il pericolo di nuove censure e che porti ad introdurre misure che consentano la tutela del diritto alla conoscenza che la stessa Autorità Garante auspica.

Chiediamo questa moratoria perché sappiamo bene quanto regolamentazioni introdotte senza una corretta valutazione del loro impatto possano avere effetti molto diversi da quelli ipotizzati.

Chiediamo questa moratoria perché temiamo che i compiti che la regolamentazione affiderebbe all’Autorità Garante assumeranno dimensioni difficilmente gestibili dalla stessa Autorità e porteranno presto ad una congestione a cui seguirà probabilmente approssimazione o mera discrezionalità.

Riteniamo inoltre pericoloso che l’Autorità Garante si spinga a regolamentare direttamente ambiti che la Costituzione affida al potere legislativo e al potere giudiziario e che negli altri paesi sono stati oggetto di lunghe discussioni parlamentari o, come spesso è accaduto per la rete, di un’autoregolamentazione all’interno dei perimetri che le leggi tradizionali consentivano.

Ci appelliamo ai Parlamentari di tutti gli schieramenti affinché il Parlamento possa essere sede di un dibattito che coinvolga tutti gli attori della Rete e i maggiori esperti internazionali del settore.

In questo modo si otterrà il risultato di ridare al Parlamento il ruolo di interlocutore ineliminabile  con la società civile, e di rispettare il principio di separazione dei poteri dello Stato.

DA   http://sitononraggiungibile.e-policy.it/

Il voto scontato: la casta vota contro l’abolizione dei propri privilegi pensionistici

Il giorno 21 settembre 2010 il Deputato Antonio Borghesi dell’Italia dei Valori ha proposto l’abolizione del vitalizio che spetta ai parlamentari dopo solo 5 anni di legislatura in quanto affermava cha tale trattamento risultava iniquo rispetto a quello previsto dai lavoratori che devono versare 40 anni di contributi per avere diritto ad una pensione. Indovinate un po’ come è andata a finire !
A voi il giudizio sul merito, si tratta solo di proposte demagogiche o potrebbe essere un piccolo passo in direzione della gente?

 

Presenti 525Votanti 520Astenuti 5Maggioranza 261Hanno votato sì 22Hanno votato no 498

Ecco un estratto del discorso presentato alla Camera

Penso che nessun cittadino e nessun lavoratore al di fuori di qui possa accettare l’idea che gli si chieda, per poter percepire un vitalizio o una pensione, di versare contributi per quarant’anni, quando qui dentro sono sufficienti cinque anni per percepire un vitalizio. È una distanza tra il Paese reale e questa istituzione che deve essere ridotta ed evitata. Non sarà mai accettabile per nessuno che vi siano persone che hanno fatto il parlamentare per un giorno – ce ne sono tre – e percepiscono più di 3.000 euro al mese di vitalizio. Non si potrà mai accettare che ci siano altre persone rimaste qui per sessantotto giorni, dimessisi per incompatibilità, che percepiscono un assegno vitalizio di più di 3.000 euro al mese. C’è la vedova di un parlamentare che non ha mai messo piede materialmente in Parlamento, eppure percepisce un assegno di reversibilità.
Credo che questo sia un tema al quale bisogna porre rimedio e la nostra proposta, che stava in quel progetto di legge e che sta in questo ordine del giorno, è che si provveda alla soppressione degli assegni vitalizi, sia per i deputati in carica che per quelli cessati, chiedendo invece di versare i contributi che a noi sono stati trattenuti all’ente di previdenza, se il deputato svolgeva precedentemente un lavoro, oppure al fondo che l’INPS ha creato con gestione a tassazione separata.
Ciò permetterebbe ad ognuno di cumulare quei versamenti con gli altri nell’arco della sua vita e, secondo i criteri normali di ogni cittadino e di ogni lavoratore, percepirebbe poi una pensione conseguente ai versamenti realizzati.
Proprio la Corte costituzionale, con la sentenza richiamata dai colleghi questori, ha permesso invece di dire che non si tratta di una pensione, che non esistono dunque diritti quesiti e che, con una semplice delibera dell’Ufficio di Presidenza, si potrebbe procedere nel senso da noi prospettato, che consentirebbe di fare risparmiare al bilancio della Camera e anche a tutti i cittadini e ai contribuenti italiani circa 150 milioni di euro l’anno.

Per maggiori informazioni ecco il link al sito di Borghesi con il discorso:

http://www.antonioborghesi.it/index.php?option=com_content&task=view&id=314&Itemid=35

oppure

http://www.openpolis.it/dichiarazione/547092