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Continua la lotta per i #desaparecidos di #Ayotzinapa in #Messico

Mural Aytzinapa San Cristobal

I genitori dei 43 studenti desaparecidos della scuola normale di Ayotzinapa, nello stato del Guerrero, in Messico, e il movimento sociale che da oltre 100 giorni li accompagna nella loro lotta per il ritrovamento in vita dei ragazzi e il chiarimento delle responsabilità a tutti i livelli non sono andati in vacanza in questo periodo natalizio. L’incubo di un caso in cui le autorità messicane si sono impantanate, non essendoci stati progressi concreti nelle indagini, e che ha smascherato il governo di Peña Nieto, promotore all’estero di un paese pacificato e sulla via dello sviluppo grazie alle riforme strutturali, non ha smesso di turbare i sogni di gloria della classe dirigente nazionale: la notte della vigilia di Natale e di capodanno migliaia di persone hanno sfilato per le strade di Città del Messico insidiando la residenza presidenziale de Los Pinos, difesa da centinaia di celerini. E ormai non si chiede più la “risoluzione di un caso”, ma si denuncia la violenza di stato strutturale che impera nel paese, la corruzione di tutto un sistema che reagisce con depistaggi e con la forza.

La mattina 12 gennaio un gruppo di manifestanti e una ventina di genitori dei ragazzi di Ayotzinapa hanno fatto irruzione nella caserma del ventisettesimo battaglione a Iguala perché sono sicuri che sia stato l’esercito a sequestrare gli studenti. Inoltre il ministro degli interni Osorio Chong ha cancellato una riunione che aveva fissato con i familiari nella capitale e questo ha suscitato ulteriori scontenti e rabbia. Nove genitori e vari manifestanti sono rimasti indignati e feriti per la dura repressione dei militari. Anche ad Acapulco i manifestanti hanno fatto un picchetto fuori dalla caserma. Rafael López Catarino, padre di Julio César López, sostiene che, grazie all’aiuto di alcuni suoi conoscenti della procura del Guerrero, è stato possibile tracciare gli ultimi spostamenti di suo figlio col GPS del cellulare e l’ultima coordinata ricevuta proviene dalla caserma di Iguala.

La lotta non va in vacanza: da Città del Messico a Oventic

In testa ai cortei di dicembre c’erano i genitori dei 42 studenti che ancora risultano scomparsi e di Alexander Mora, giovane normalista i cui resti sono stati identificati il mese scorso dopo gli studi del DNA effettuati a Innsbruck. In tante città e regioni, comprese quelle turistiche, dal Chiapas allo Yucatan, dal Guerrero alla capitale, i muri si sono dipinti di rosso e di nero, si sono riempiti di murales e gli stencil hanno riprodotto le tracce della protesta, gli slogan del movimento per Ayotzinapa: “Vivos se los llevaron, vivos los queremos”, “Fue el Estado”, “Nos faltan 43”, tra gli altri.

Un gruppo di genitori degli studenti, accompagnati da attivisti di una cinquantina di paesi, hanno seguito il cammino della carovana del Festival delle Resistenze e Ribellioni contro il Capitalismo, convocato l’agosto scorso dall’EZLN e dal CNI (Congreso Nacional Indigena), che, tra il 20 dicembre il 3 gennaio, ha percorso le strade del Messico dalla capitale al Estado de México, dal Morelos a Campeche e infine al caracol zapatista di Oventic e a San cristobal de las Casas, in Chiapas. L’Esercito Zapatista ha ceduto la parola e i suoi spazi ai genitori e ai normalisti venuti da Ayotzinapa e ha celebrato i 21 anni dell’insurrezione la notte del 31 dicembre a Oventic, dove sono confluiti collettivi, organizzazioni, militanti e aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, in totale oltre 2000 persone tra cui circa 500 stranieri.

I forni crematori dell’esercito, Ayotzinapa, versioni ufficiali e nuove smentite

Caracol Oventic Festival Resistencias Rebeldias 31 dic 14 (28)La versione ufficiale del procuratore generale Jesus Murillo Karam punta a limitare i danni e ad allontanare i sospetti dall’esercito e dalla polizia federale, accusando del crimine i narcos dei Guerreros Unidos, l’ex sindaco di Iguala José Luis Abarca, ritenuto uno degli “autori intellettuali” della mattanza, e alcuni membri della polizia locale. Si tratterebbe quindi di una strage derivata da un conflitto locale e non da una crisi strutturale dello stato messicano. La procura, chiaramente, non fa mai riferimento al caso Iguala come a un “crimine di stato” quale invece è. L’intervento di agenti e apparati dello stato nella notte tra il 26 e 27 settembre è un fatto assodato e sono state dimostrate anche la partecipazione delle forze federali e il fatto che tanto l’esercito, il ventisettesimo battaglione di stanza a Iguala, come i federali erano informati in tempo reale di quanto stava accadendo e non sono intervenuti. Anzi, i militari hanno vessato un gruppo di studenti che si trovavano in un ospedale e li hanno rimandati in strada, dove era in corso una persecuzione armata contro di loro.

Una parte consistente della società, numerose indagini condotte dalla stampa critica, i genitori dei ragazzi e alcuni sopravvissuti puntano il dio proprio contro l’esercito, un’istituzione che storicamente “s’è occupata” della repressione dei movimenti contadini e indigeni e della desaparicion forzata degli oppositori politici a partire dalla guerra sporca degli anni settanta fino ad arrivare a stragi più recenti come quella de El Charco, Guerrero, nel 1997, e a quella di Tlatlaya del 2014.

Nuove rivelazioni del settimanale Proceso, il cui direttore Julio Scherer, figura storica del giornalismo messicano, è deceduto all’età di 88 anni il 7 gennaio scorso, confermano che il fascicolo delle indagini della procura contiene indizi sulla possibile responsabilità dell’esercito nei fatti di Iguala i quali potrebbero giustificare l’avvio di un’investigazione a parte. Nonostante le accuse mosse dalla società civile e dai movimenti sociali, oltre a quelle lanciate in dichiarazioni giurate da varie persone arrestate per il caso, la procura si rifiuta di aprire un nuovo fascicolo sulle forze armate che, inoltre, erano bene informate sul “potere corruttore e la potenza di fuoco del cartello dei Guerreros Unidos”, come riporta la rivista.

Secondo le dichiarazioni rese dai detenuti e le carte delle indagini preliminari, sono vari i poliziotti di Iguala e di Cocula, accusati del rapimento e della sparizione dei normalisti che hanno un passato nell’esercito e, per giunta, gli alti ranghi del battaglione 27 nel 2013 hanno ricevuto denunce sui nessi della polizia locale di Iguala e Cocula coi narcos e su altre irregolarità gravi legate a conflitti interni alle forze dell’ordine di Cocula, per la precisione tra il capo della polizia, Bravo Barcenas, e il suo vice, Cesar Nava, probabilmente legato ai Guerreros Unidos.

La stessa procura della repubblica aveva cominciato tre indagini contro l’ex sindaco Abarca e una contro sua moglie, Maria Pineda, tra il 2010 e il 2012, ma queste sono rimaste sepolte fino a che la pressione nazionale e internazionale per il caso Ayotzinapa non ha obbligato le autorità a scongelarle e a far imprigionare l’ex sindaco per delinquenza organizzata, omicidio e sequestro di persona. Sono delitti che Abarca avrebbe commesso prima del settembre scorso, per cui sarebbe potuto finire in galera e non fare altri danni. Il 5 gennaio a sua moglie, che era ai domiciliari da due mesi, è stato confermato il fermo e sono state formalizzate le accuse di delinquenza organizzata e uso di risorse di provenienza illecita, per cui è stata trasferita al penitenziario di Tepic, nello stato settentrionale del Nayarit.

I forni dell’esercito

La procura non si muove, nonostante si moltiplichino le testimonianze e le segnalazioni di una possibile implicazione dell’esercito nella cremazione degli studenti nei propri forni. Pressato dalla pubblicazione di un reportage de La Jornada che proponeva questa ipotesi, supportata dal parere dei ricercatori Jorge Antonio Montemayor y Pablo Ugalde, il 7 gennaio il ministero della difesa messicano ha inviato una lettera al quotidiano La Jornada negando l’esistenza di forni crematori nelle strutture militari del paese. Ma pochi giorni dopo vengono diffuse altre ricerche giornalistiche. Un reportage di Sanjuana Martinez cita nuove fonti che accusano l’esercito di avere e utilizzare forni crematori. La guida per le pratiche legate ai benefici forniti dall’Istituto della Sicurezza Sociale delle Forze Armate (Issfam) cita l’esistenza dei forni. Il ministero stesso offre servizi di cremazione ai propri dipendenti sia in modo indipendente sia attraverso l’Istituto di Sicurezza Sociale dei Lavoratori Statali (Issste). Quindi ci sarebbe la possibilità che i corpi degli studenti siano stati inceneriti in una di queste strutture, anche grazie alla “discrezione” o segretezza di cui godono le operazioni condotte delle forze armate.

“Purtroppo non esiste un’altra possibilità che non si basi su questo tipo di crematori. Se le autorità avessero detto che i giovani erano stati seppelliti nel deserto e si fossero trovate delle ossa, sarebbe diverso. Ma siccome hanno detto che sono stati inceneriti nella discarica di Cocula, secondo le leggi della fisica, della chimica e della scienza in generale, è impossibile che siano stati cremati là, con legna o gomme. Lo abbiamo già dimostrato. Pertanto devono essere stati cremati in un forno. E chi ha possibilità di usarli in modo discreto? Solo lo stato”, ha dichiarato il ricercatore della UNAM Jorge Antonio Montemayor Aldrete. Le ricerche potrebbero quindi dirigersi verso le caserme, le strutture militari, quelle dell’Issfam o dell’Issste. Anche il generale José Francisco Gallardo, imprigionato per motivi politici dal 1993 al 2002 per aver proposto la creazione di un garante dei diritti umani all’interno dell’esercito, conosce bene le strutture gestite dai militari e ha dichiarato che i forni esistono. “La Difesa sepre lo negherà, anche se ci sono prove. Ma è chiaro che hanno forni crematori. Negano anche di avere prigioni con dentro dei civili, ma io sono stato prigioniero lì nove anni e ho visto gente incarcerata. Inoltre vi dico che dove stanno queste prigioni e forni clandestini. Nel Campo Militare Numero Uno ci sono cantine con persone detenute. A me mi hanno rinchiuso in una di quelle, nudo, e c’erano altri civili. Ho visto cavi, secchi d’acqua, tutto quello che usano per le torture. Pensavo che mi avrebbero ucciso”, sostiene Gallardo nell’intervista con La Jornada.

E continua: “Il governo ha catalogato le normali rurali come centri della dissidenza. E’ un crimine di lesa umanità perché è lo sterminio di un gruppo specifico della popolazione come quello di Ayotzinapa. Qui si è formato uno scudo di impunità che ha permesso quei crimini. E’ necessario che l’Esercito si sottometta al potere civile dello stato, ma se non ci sarà una rforma dell’esercito, questa cosa non verrà risolta. E così dovranno intervenire gli organismi internazionali per investigare su questo delitto, l’esercito non lo permetterà. Il Messico è una società militarizzata fino al midollo”. E ha aggiunto: “Chi è il massimo responsabile? Il comandante supremo delle forze armate, il presidente Enrique Peña Nieto”.

Sempre più dubbi…

Caracol Oventic Festival Resistencias Rebeldias 31 dic 14 (46)Il procuratore Jesús Murillo fonda la sua narrazione su alcune testimonianze dei presunti narcos agli arresti per il caso, Le ricerche dei giornalisti Anabel Hernández e Steve Fisher hanno fatto emergere le dichiarazioni delle persone arrestate che denunciano l’uso della tortura da parte delle autorità per cui si dubita fortemente della veridicità delle loro affermazioni sulla notte del 26-27 settembre. Secondo la versione ufficiale, quindi, i corpi dei 43 studenti sarebbero stati bruciati durante almeno 15 ore, dalle due del mattino alle cinque del pomeriggio, nella discarica di Cocula, a una trentina di chilometri da Iguala.

Però non ci sono prove, solo racconti. Nessuno ha potuto verificare che le ceneri e i pochi resti ossei presentati dalla procura e inviati in Austria per l’identificazione provenissero effettivamente dalla discarica di Cocula e dal fiume sottostante, come affermano alcuni detenuti. Un pilota militare con ampia esperienza, Andrés Pascual Chombo, la mattina del 27 settembre ha realizzato due voli a bassa quota proprio in quella zona con un elicottero del ministero della pubblica sicurezza dello stato del Guerrero per cercare i normalisti, ma il suo rapporto finale è stato: “Nessuna novità”. Questo significa che non c’era nulla di anormale e non si scorgevano colonne di fumo o incendi nei paraggi. Infine anche alcuni esperti della principale università messicana (UNAM) hanno contribuito a smontare la storia della procura. Infatti, secondo i loro calcoli, per bruciare 43 corpi in poche ore ci sarebbero volute 33 tonnellate di legna o 995 gomme d’auto, si sarebbero avvistate fumarole a chilometri di distanza per tutta la giornata e si sarebbero dovute ritrovare grosse quantità di residui di questi materiali. Tutto ciò, invece, non è avvenuto.

EZLN e Ayotzinapa

La notte del 31 dicembre il subcomandante insurgente Moisés ha tenuto un discorso (link) di cui riporto una parte, dedicata ai familiari dei desaparecidos. Alla fine sono stati i letti i nomi dei 43 e quelli dei tre studenti uccisi nella strage di Iguala.

Fratelli e sorelle famigliari degli assenti di Ayotzinapa: le zapatiste e gli zapatisti vi appoggiano perché la lotta è giusta e vera. Perché la vostra lotta deve essere di tutta l’umanità. Siete stati voi e nessun altro ad aver inserito la parola “Ayotzinapa” nel vocabolario mondiale. Voi con la vostra parola semplice. Voi con il vostro cuore addolorato e indignato. Quello che ci avete mostrato ha dato molta forza e coraggio alle persone semplici in basso e a sinistra. Lì fuori si dice e si grida che solo le grandi menti sanno come fare, e solo con i leader e caudillos, solo con i partiti politici, solo con le elezioni. E così se la cantano e se la suonano senza ascoltarsi e senza ascoltare la realtà. Poi è arrivato il vostro dolore e la vostra rabbia.

Caracol Oventic Festival Resistencias Rebeldias 31 dic 14 (84)Poi ci avete insegnato che era ed è il nostro stesso dolore, che era ed è la nostra stessa rabbia. Per questo vi abbiamo chiesto di prendere il nostro posto in questi giorni durante il Primo Festival Mondiale delle Resistenze e delle Ribellioni contro il Capitalismo. Non solo desideriamo che si raggiunga il nobile obiettivo del ritorno in vita di chi oggi ancora manca. Ma continueremo ad appoggiarvi con le nostre piccole forze. Noi zapatisti siamo sicuri che i vostri assenti, che poi sono anche nostri, quando saranno di nuovo presenti non si meraviglieranno più di tanto del perché i loro nomi hanno assunto diverse lingue e geografie. Tanto meno del perché i loro volti hanno fatto il giro del mondo. E nemmeno che la lotta per la loro riapparizione in vita è stata ed è globale. Neanche che la loro assenza ha fatto crollare le menzogne del governo e denunciato lo stato di terrore creato dal sistema.

Ammireranno invece la statura morale dei propri famigliari che non hanno mai fatto cadere nel dimenticatoio i loro nomi. Senza arrendersi, senza vendicarsi, senza tentennare hanno continuato a cercarli fino a trovarli. Quindi quel giorno o quella notte i vostri assenti vi daranno lo stesso abbraccio che adesso vi diamo noi zapatiste e zapatisti. Un abbraccio affettuoso, con rispetto e ammirazione. Così vi diamo 46 abbracci per ognuno degli assenti. (Leggi discorso completo qui).

Un’eventuale articolazione o intesa, preannunciata dagli eventi dell’ultimo mese, tra l’EZLN e i movimenti dello stato del Guerrero che sostengono la lotta dei normalisti e l’esigenza di giustizia e verità dei familiari di Ayotzinapa potrebbe rappresentare un punto di svolta per il 2015. Anche la proposta di un congresso costituente, oltre alle dimissioni del presidente e del governo, sta prendendo piede con l’idea di rifondare il paese e combattere un sistema definito da molti come “narco-stato-fallito”. Di fronte alla decadenza totale dell’apparato politico, all’impunità e alla corruzione endemiche tanto il vescovo di Saltillo, Raul Vera, vicino alla Teologia della Liberazione e ai principi di “opzione preferente per i poveri”, come alcuni movimenti sorti per la causa degli studenti di Ayotzinapa hanno chiamato a un congresso costituente. Il portavoce dei genitori di Ayotzinapa, Felipe de la Cruz, ha annunciato la data del 5 febbraio a Chilpancingo, capitale del Guerrero, per un primo passo in tal senso e per discutere la situazione della regione che resta militarizzata.

“Mano dura”, sgomberi e leggi restrittive

La scelta della “mano dura” non ha funzionato nel Michoacan, dove sono decine i morti risultanti dagli scontri dell’ultimo mese tra diverse fazioni della Forza Rurale, una polizia speciale creata nel maggio scorso dal Commissario “plenipotenziario” Alfredo Castillo, una specie di viceré emissario di Peña Nieto nella regione, dopo lo scioglimento dei gruppi di autodifesa. Siccome la Forza Rurale è stata subito infiltrata da ex narcotrafficanti, è stata imposta con la forza, in seguito all’incarcerazione a più riprese di vari leader del movimento delle autodefensas, ed è stata costruita in fretta e furia senza i dovuti controlli, sono scoppiati i conflitti tra diversi gruppi al suo interno, in particolare tra Luis Antonio Torres “El Americano” e Hipolito Mora, fondatore del movimento che ha da sempre denunciato le infiltrazioni mafiose, tollerate se non favorite dal Commissario Castillo, e ha perso suo figlio in una sparatoria contro gli uomini di Torres lo scorso 17 dicembre. Il Michoacan “pacificato” di fine 2014 è un territorio in guerra, con tassi di omicidio e di delitti denunciati superiori alla media nazionale, soprattutto nelle città come Apatzingán, Morelia, Uruapan e il porto di Lázaro Cárdenas.

Caracol Oventic Festival Resistencias Rebeldias 31 dic 14 (39)A completamento di questo quadro fosco e drammatico la polizia della capitale e quella del Chiapas, rispettivamente, hanno atteso la fine delle vacanze per sgomberare lo spazio “occupato, ecologico, politico e sociale Chanti Ollin, attaccato il 7 gennaio e recuperato il giorno dopo dagli occupanti a Città del Messico, e per reprimere i membri della comunità di San Sebastián Bachajón, nei pressi delle famose cascate di Agua Azul. Il 21 dicembre i comuneros del Chiapas, aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona dell’EZLN, hanno recuperato un terreno che fino a 5 anni fa era gestito in base al regime della proprietà collettiva, conosciuto in Messico come “ejido”, ma che il 2 febbraio 2011 fu espropriato manu militaridal governo del Chiapas. La difesa della terra costò agli abitanti l’arresto: ben 117 persone finirono in manette. Il 9 gennaio è intervenuto di nuovo il governo. 900 uomini in uniforme, membri della polizia statale, dell’esercito e dei federali, hanno sgomberato le famiglie di indigeni tzeltales che si trovavano a presidiare la zona. L’11 gennaio, durante un tentato recupero della terra dell’ejido, la polizia ha sparato pallottole di gomma contro gli indigeni, ferendone alcuni, e sono stati ritrovati anche alcuni proiettili di arma da fuoco. La comunità tzeltal chiede la ritirata della polizia e la possibilità di tornare a coltivare le terre che gli spettano legittimamente.

Il portale SinEmbargo.Mx ha pubblicato un’indagine sull’evoluzione delle leggi repressive della libertà di manifestazione che, nei vari stati della repubblica, sono state approvate nel 2014: la situazione è preoccupante dato che sono una decina i provvedimenti presi dai governi e dai parlamenti locali di località come Città del Messico, il Chiapas, Puebla e Quintana Roo (nello Yucatan) che tendono a criminalizzare la protesta sociale e ampliano le possibilità di repressioni violente da parte della polizia. In risposta une ventina di organizzazioni hanno emesso un comunicato diretto al comune di Città del Messico in cui si critica la gestione della sicurezza pubblica e si chiede il rispetto dei diritti umani “contro la repressione della polizia”. Decine di migliaia di cittadini hanno firmato una petizione su Change.Org per chiedere che gli agenti in servizio durante le manifestazioni abbiano un numero d’identificazione sull’uniforme (hashtag twitter #NumeroEnElUniforme).

Campagna elettorale e nuove azioni per Ayotzinapa

Caracol Oventic Festival Resistencias Rebeldias 31 dic 14 (15)Il fondatore del Movimento per la Pace, Javier Sicilia, ha chiamato a boicottare il processo elettorale del 7 giugno prossimo, in cui si dovranno rinnovare il parlamento nazionale e alcuni governi e parlamenti statali. Sette milioni di spot invaderanno le frequenze televisive e radiofoniche solo nella fase di pre-campagna elettorale, per cui il rischio che il caso Ayotzinapa passi in secondo piano è alto. Per questa ragione l’VIII Assemblea Popolare per Ayotzinapa, riunitasi il 3 gennaio nella scuola “Isidro Burgos”, ha stabilito la ripresa delle iniziative di protesta con un calendario densissimo.

Le rivendicazioni dell’assemblea e del movimento continuano ad essere la “presentazione in vita” degli studenti, la identificazione e il castigo dei responsabili, la rinuncia del presidente, la libertà a tutti detenuti politici e il boicottaggio delle elezioni del 2015. Si chiede la realizzazione di azioni in Messico e nel resto del mondo. Dal 10 al 15 gennaio riprende la ricerca da parte dei cittadini e della UPOEG (Unione Popoli Originari dello Stato del Guerrero) dei desaparecidos per cui si sono formati gruppi di appoggio volontari per raggiungere Ayotzinapa. Il 12 gennaio le proteste, con picchetti e manifestazioni, si dirigono contro le caserme di tutto il paese. Il 26 gennaio, esattamente a quattro mesi dalla strage, è prevista la VIII Giornata d’Azione Globale per Ayotzinapa il cui centro sarà Città del Messico, con quattro cortei simultanei che convergeranno nella piazza dellozocalo. Il 17 gennaio si terrà la IX Assemblea Popolare che dovrà decidere sul programma in vista di una costituente e della convocazione di Assemblee Popolari Statali e convocare anche un incontro internazionale su Ayotzinapa e sul Messico.

In Italia segnalo per la sera del 13 gennaio (ore 18:30) l’evento AYOTZINAPA VIVE! Uno sguardo sul movimento messicano (RadioAlSuolo meets SOLIDARIA43 e collettivo Italia-Messico) al VAG61 – via Paolo Fabbri 110, Bologna – Link evento Facebook

 Link

Sul Festival delle Resistenze e Ribellioni – Cronaca e sintesi finale

Bilancio finale Festival e intervista con il normalista (del comitato studentesco di Ayotzinapa) Omar García su Radio Onda D’Urto

Lista iniziative per Ayotzinapa e VIII Giornata di Azione Globale

Video Arrivo dei genitori di Ayotzinapa a Oventic e accoglienza zapatista

di Fabrizio Lorusso – CarmillaOnLine

Fotos Marcha 2 de Octubre México DF

Dar clic en una foto para ver el slideshow.

Cd. de México. Fotogalería de la marcha del 2 de octubre 2013 para recordar los 45 años de la matanza de Tlatelolco – Plaza de las tres culturas (2 de octubre de 1968). La manifestación empezó a las tres de la tarde en Tlatelolco, recorrió Eje Central pasando por Bellas Artes y Reforma, y duró hasta las 7-8 de la noche, culminando con un mitín en el Ángel de la Independencia. Se reportaron (link) casi 70 detenidos y decenas de heridos entre los manifestantes y los policias, tras una serie de choques de los granaderos con algunos grupos de manifestantes a la altura del cruce entre Av. Hidalgo y Reforma y, más tarde, cerca del Caballito/Mon. a la Revolución. En ese momento, el grueso del contingente de la CNTE (Coordinadora Nacional Trabajadores de la Educación) se integró a la marcha que siguió hasta el Ángel para dar espacio a los mitines. La policía capitalina siguió la estrategia represiva consistente en cercar y blindar a los manifestantes, sin dejar salidas, a lo largo de casi todo el recorrido. Artículo 19 ha documentado una larga serie de abusos y ataques también en contra de reporteros y periodistas por parte de uniformados y de policías vestidos de civiles. La Revista Proceso hablaba de 50 detenciones y 25 heridos al terminar la tarde. Fabrizio Lorusso @FabrizioLorusso

IN ITALIANO:

Clicca qui per vedere la galleria fotografica della manifestazione del 2 ottobre a Città del Messico.

A quasi due mesi dall’inizio della protesta degli insegnanti e dell’allestimento della loro tendopoli permanente nel centro della capitale messicana, le differenti lotte sociali contro le riforme strutturali del presidente Peña Nieto (riforma educativa, fiscale, energetica in particolare) si stanno sovrapponendo e, in alcuni casi, stanno convergendo. L’occasione del 2 ottobre e della tradizionale manifestazione contro l’autoritarismo e per la memoria delle vittime delle stragi di stato era importante anche in questo senso. L’enorme corteo del 2 ottobre ha espresso la totale solidarietà alla lotta dei professori messicani contro la riforma educativa (vedi storia del movimento link) e questi hanno partecipato alla marcia. La manifestazione è stata pacifica e colorata, una lunga sfilata di organizzazioni e studenti di università pubbliche e private, gruppi di indigeni e sindacati, movimenti e cittadini. Ma in alcuni momenti è stata anche un’altra giornata campale, un pomeriggio di scontri tra polizia federale e locale, da una parte, e manifestanti dall’altra.

La galleria fotografica a questo link racconta in breve i diversi momenti di questo pomeriggio in marcia, tra cortei e camminate nel centro di Città del Messico per commemorare le oltre 300 vittime della mattanza governativa del 2 ottobre 1968 in cui l’esercito sparò sulla folla di studenti e lavoratori riuniti nella Plaza de las Tres Culturas o Tlatelolco. Proprio da qui, ogni anno, parte una mega-manifestazione organizzata dal Comitato 68 che vede sempre la partecipazione di organizzazioni sociali, studenti, sindacati e cittadini. 45 anni dopo la strage, la repressione resta e così anche il partito di governo, il PRI (Partido Revolucionario Institucional), che giusto l’anno scorso è tornato al potere dopo 12 anni di digiuno.

Nel novecento il PRI ha governato per 71 anni senza interruzioni diventando la forza egemonica e autoritaria che ha diretto il destino del paese. In genere la manifestazione del 2 ottobre si svolge pacificamente, senza eccessi di presenza delle autorità che si limitano a operazioni di controllo dalla distanza e di chiusura di alcuni punti chiave. Invece quest’anno, come conseguenza della strategia di accerchiamento e blindaggio adottata dal nuovo governo a partire dalle proteste del primo dicembre 2012, la tensione era più alta, il centro storico era occupato militarmente (oltre 5000 poliziotti) e non c’erano praticamente vie d’uscita dal corteo per i manifestanti. La marcia è cominciata alle tre e mezza da Tlatelolco, nel centro nord della città, e verso le 4 e 30 è arrivata al cuore della capitale, presso il palazzo di Bellas Artes. Già da lì il gas dei lacrimogeni, lanciati a poche centinaia di metri di distanza contro i manifestanti, s’addensava e provocava i suoi effetti.

Per i camminanti era impossibile proseguire, ma anche uscire dal corteo. Unica alternativa era l’attesa in mezzo a cordoni di poliziotti in tenuta antisommossa e barriere metalliche enormi, sotto il sale, invasi dai gas e dai rumori dei petardi. Infatti, all’incrocio tra Avenida Hidalgo e Reforma, all’inizio dell’ultima parte di strada per arrivare all’Angel de la Independencia, dove si sarebbe conclusa la giornata con un comizio, le scaramucce tra manifestanti e polizia s’erano fatte pesanti, centinaia digranaderos erano accorsi per il primo grosso scontro tra quelli che i media hanno descritto come “anarchici” o “incappucciati” e i poliziotti.

In realtà gli anarchici, vestiti di nero e riconoscibilissimi, si trovavano in fondo al corteo, ben più indietro. O ce n’erano altri, o si trattava di gruppi differenti non definiti ideologicamente. I media messicani stanno utilizzando il termine “anarquista” secondo un canovaccio che già conosciamo in Europa col tormentone Black Bloc o semplicemente come sinonimo di terrorista, indipendentemente da verifiche serie sull’appartenenza delle persone coinvolte in scontri con la polizia. La realtà è ancora difficile da capire e i giornalisti più acuti si chiedono come mai questi gruppi siano comparsi proprio dopo il primo dicembre 2012 ed operino secondo le modalità tipiche degli infiltrati, i cosiddetti “halcones” che lo stesso PRI “inventò” nel 1971, con le stragi dell’11 giugno. Nessuno ha un’ipotesi convincente al 100%, anche perché probabilmente la spiegazione delle violenze si ritrova in molti fattori diversi, non ultimo quello della strategia repressiva adottata dal governo che decide di bloccare e asfissiare, anziché accompagnare o semplicemente permettere la libera circolazione e garantire il diritto a manifestare.

A poche centinaia di metri del primo scontro, verso le 18, una seconda battaglia s’è svolta nei pressi del Monumento a la Revolucion e del Monumento Caballito. Centinaia di granaderos e poliziotti federali, chiusi in una testuggine e protetti da caschi e scudi, hanno Alla fine della giornata gli arresti sono stati oltre un centinaio e i feriti più di 50 tra manifestanti e poliziotti (link).

Molti giornalisti (oltre venti) e difensori dei diritti umani sono stati fermati e malmenati secondo l’organizzazione per la difesa della libertà di stampa Articolo 19.  In quel momento il grosso della CNTE (Coordinadora Nacional Trabajadores de la Educación, cioè l’organizzazione dei docenti dissidenti che da quasi due mesi protestano a Città del Messico contro la riforma educativa) si stava unendo alla marcia per arrivare alla zona dei comizi. Un numero indefinito di persone, incappucciati e altri gruppi, stimati in circa 300 unità (ma anche qui le stime sono difficili e mi baso sui media locali e sulla testimonianza diretta), hanno cominciato a lanciare bottiglie e petardi in direzione del blocco dei granaderos che per 10 minuti hanno resistito e si sono protetti con gli scudi, ma poi hanno lanciato un’offensiva che s’è conclusa con una buona dose di arresti arbitrari, con l’uso di manganelli e armi improprie come estintori e pallottole di gomma. Alcuni arresti sono stati realizzati praticamente a casaccio o contro persone che filmavano gli eventi da poliziotti in borghese. “Il 2 ottobre del 68 non è poi così lontano”, hanno ribadito i membri del Comitato 68 che, in quell’epoca, sono stati prigionieri politici e vittime innocenti della repressione.  Fabrizio Lorusso @FabrizioLorusso

Sciopero nazionale in Messico e Video sintesi 13S

Mercoledì e giovedì 18 e 19 settembre sono giorni di sciopero civico nazionale, convocato in tutto il Messico dalla Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación, cioè dalla corrente dissidente del Sindacato Nazionale degli insegnanti statali che da 5 mesi protesta contro la riforma educativa del presidente Peña. 15 scuole superiori e facoltà universitarie appartenenti alla Universidad Nacional Autónoma de México, site a Città del Messico, hanno aderito allo sciopero, hanno chiuso e occupato le rispettive sedi scolastiche e hanno manifestato per le strade di Città del Messico insieme al sindacato degli elettricisti (SME) e alla CNTE. Lo sciopero e le azioni di protesta sono previste anche per giovedì.

CNTE mon rev

Il video (link) riassume la situazione e documenta la giornata campale del 13 settembre e la violenza della polizia (3600 poliziotti federali in tenuta antisommossa contro 1500 professori in fuga durante varie ore) nello sgombero dell’accampamento degli insegnanti nel zocalo: 32 detenuti e 40 feriti è stato il bilancio finale, coi media ufficiali che parlano, invece, di un’operazione pulita nella capitale e tralasciano le centinaia di operazioni, meno monitorate e più violente, condotte negli altri stati.

Amnesty International ha richiamato il governo messicano e ha denunciato gravi abusi contro i giornalisti indipendenti. Anche se tra i detenuti non c’erano docenti, la sproporzione delle forze messe in campo e la strategia repressiva del governo erano evidenti: sono stati rilevati arresti arbitrari, violenze gratuite e gruppi di infiltrati o “halcones” (falchi) protetti dalla polizia.

La resistenza dei maestri continua in oltre 20 stati. A Xalapa, stato di Veracruz, 300 maestri sono stati feriti con scariche elettriche dalla polizia e il 13S lo sgombero della piazza Lerdo, anch’essa occupata dai docenti, è stato particolarmente violento (video YouTube). A Oaxaca è tornata ad organizzarsi la APPO, Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca, che mercoledì ha sfilato per le strade della città, mantiene un piccolo presidio nella piazza centrale e ha annunciato una serie di manifestazioni a ripetizione. Il governo ha aperto un presunto tavolo di negoziazioni con i docenti, ma le trattative non vanno avanti, anche perché il presidente e il ministro degli interni fanno finta di negoziare ma poi dichiarano che la riforma non si cambia, e i professori decideranno tra oggi e domani se provano a rioccupare il zocalo, la piazza centrale della capitale, in cui la polizia cittadina resterà fino al 19 settembre.

Nel frattempo la Sezione XXII di Oaxaca ha consegnato ai funzionari del governo federale, del ministero degli interni e del governo statale di Oaxaca una proposta o Piano per la Trasformazione dell’Educazione di Oaxaca, cioè una controriforma educativa completa.

Il 18 (mercoledì) una parte delle basi della CNTE, insieme agli studenti (in totale un migliaio di persone), ha cercato di oltrepassare i cordoni di poliziotti, che sono 3400 a presidio del centro storico, per tornare al zocalo, ma i manifestanti hanno dovuto ripiegare nel pomeriggio e unirsi agli altri maestri nella tendopoli che è stata allestita presso il Monumento a la Revolución.

Alle manifestazioni di questi giorni partecipano le basi della CNTE provenienti da almeno 10 stati e numerosi altri manifestanti (studenti, sindacati, organizzazioni sociali, ecc…). Il gruppo più nutrito del movimento è sicuramente quello della Sezione XXII di Oaxaca.

Non è la prima volta che in questo conflitto, soprattutto negli ultimi giorni di escalation della tensione e della repressione, la CNTE si divide: una parte delle basi opta per la via combattiva e un’altra segue la dirigenza. Quest’ultima, in genere, è maggioritaria nelle assemblee quotidiane che si tengono e opta per le manifestazioni e i blocchi stradali, ma crede ancora in una possibilità di mediazione, preferisce l’attesa rispetto all’azione immediata, soprattutto in riferimento ad una prossima rioccupazione del zocalo che, per ora, pare sia posposta a giovedì o al week end. @FabrizioLorusso

La polizia sgombera gli insegnanti a Città del Messico

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Nel pomeriggio del 13 settembre 3600 elementi della Polizia Federale, la PF, in tenuta antisommossa hanno sgomberato in pochi minuti la piazza centrale di Città del Messico che dal 19 agosto era occupata da oltre 10mila docenti messicani che, in alcuni momenti della protesta, hanno raggiunto la cifra di 40mila persone (leggi l’antefatto e la storia della lotta degli insegnanti). La maggior parte dei maestri, in lotta contro la riforma educativa del governo del presidente Enrique Peña Nieto, approvata e promulgata fast track la prima settimana di settembre, aveva liberato la piazza e smantellato l’enorme tendopoli che vi era allestita la sera prima e la mattina del 13, ma all’alba restavano ancora circa 2mila docenti, lo zoccolo duro della sezione XXII di Oaxaca, a presidiare il zocalo, la piazza più importante ed emblematica del paese. (foto di Andrea Spotti, album foto finale Fabrizio Lorusso).

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L’operazione della polizia è cominciata già dalla mattinata, migliaia di poliziotti hanno occupato militarmente il centro storico mentre la CNTE, la Coordinadora Nacional Trabajadores de la Educacion, si trovava ancora in riunione per decidere sul da farsi. Il governo della città aveva offerto agli insegnanti lo spazio del Monumento a la Revolucion, sempre nel centro storico, in modo che spostassero la loro tendopoli in quella zona. Nella serata del 12 settembre l’assemblea della CNTE aveva deciso di liberare la piazza, ma la mattina dopo la stessa assemblea s’è divisa sul da farsi, alcuni gruppi preferivano mantenere l’occupazione e la riunione non s’è potuta concludere, interrotta bruscamente dall’arrivo della polizia.

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Dalle 11 in poi la tensione sale, donne e bambini abbandonano la piazza, le sezioni della CNTE del Distretto Federale (la capitale) e di Michoacan decidono di ripiegare, mentre la sezione 22 di Oaxaca resta in piazza, almeno con un’avanguardia in resistenza che costruisce barricate, sposta delle gru e si prepara a difendere quel che resta della tendopoli.

La autorità federali e cittadine, prese dalla fretta di sgomberare il centro storico in vista della parata militare e della festa dell’indipendenza prevista per la notte del 15 settembre e per domenica 16, si riuniscono alle 14 con i maestri trincerati nel zocalo e danno loro un ultimatum: entro due ore tutti via, altrimenti ci penserà la polizia. Sono ore di tensione e i media ufficiali, televisioni in testa, si dedicano a creare il panico nella popolazione, come quando sta per succedere qualcosa di terribile, qualcosa che nessuno deve vedere. Intanto il presidente Peña fa un discorso in diretta, una vera e propria distrazione di massa, in cui annuncia che il Messico è un paese di pace e armonia e che si trova in un momento di trasformazione in cui bisogna sconfiggere le inerzie e gli ostacoli.

Alcuni free lance con delle telecamere precarie riescono a trasmettere le immagini del zocalo restando appollaiati su qualche finestra di case, uffici e ristoranti. 7 poliziotti salgono sul campanile della cattedrale e osservano dall’alto i maestri. 4 elicotteri sorvolano la zona e dalle barricate della CNTE cominciano a salire delle cortine di fumo per impedire la vista ai sorvolatori. Circa 1500 persone presidiano la piazza, accerchiati dalle forze dell’ordine che alle 16.20 iniziano l’avanzata dal lato nord mettendo in fuga i docenti.

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Salvo alcuni casi in cui gruppi di 8-10 professori hanno opposto resistenza all’invasione, non c’è molta resistenza fisica, ma si preferisce un ripiegamento verso il lato sud e le stradine laterali. L’idea è raggiungere la Alameda Central, un parco situato a poche centinaia di metri dal zocalo, di fronte al Palazzo delle Belle Arti, e da lì unirsi ai manifestanti e agli altri maestri che hanno abbandonato la piazza ore prima e li aspettano. L’obiettivo è uscire sani e salvi dal dedalo di strade del centro e allestire una nuova tendopoli nella spianata del Monumento a la Revolucion, lontano dalla zona del zocalo e della cattedrale.

In questo venerdì 13S messicano non si sono ripetute le stragi di Atenco e di Oaxaca del 2006, anche se il saldo della guerriglia urbana e del fuggi fuggi che è venuto dopo è comunque di una quarantina di feriti e di 32 detenuti (lista qui). Nessun professore è stato trattenuto, quindi gli arresti si sono rivolti contro alcuni gruppi di incappucciati, manifestanti non appartenenti alla CNTE. Nel lungo cammino dal zocalo a Belle Arti e poi al Monumento alla Revolucion sono stati numerosi gli scontri dei manifestanti, arrivati in centro nel frattempo per solidarizzare con gli insegnanti, con la polizia. C’è stato un momento di particolare tensione quando 250 professori, inclusi i portavoce Núñez Ginés di Oaxaca, Juan José Ortega del Michoacán e Francisco Bravo della capitale, sono stati chiusi, “incapsulati” dalla PF che stava serrando la strada e reprimendo un gruppo di manifestanti col passamontagna. In questi scontri la polizia ha fatto uso di lacrimogeni e manganelli, mentre i manifestanti lanciavano molotov, pietre e petardi. I tre dirigenti della CNTE sono stati portati via in una camionetta per incontrare un funzionario del ministero degli interni e negoziare una riapertura dei dialoghi e delle negoziazioni dopo “le feste”, cioè da martedì prossimo.

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In realtà, purtroppo, c’è poco da negoziare: il governo ha già ribadito più volte che non farà nessun passo indietro sulle riforme approvate e c’è quindi il rischio che la protesta sfoci in una lunga serie di battaglie per le strade della città, promosse dalla base, e in un’altrettanto lunga serie di incontri dei portavoce col ministero che non portano a niente o che, nel migliore dei casi, potrebbero portare alcuni vantaggi per i professori a livello locale e nelle successive fasi dell’applicazione delle leggi sull’educazione. Per ora la situazione sembra non avere vie d’uscita. Gli insegnanti della CNTE presenti a Città del Messico, ad oggi, sono ancora 14mila, anche se molti non hanno dormito presso il Monumento alla Revolucion e hanno pernottato nella Facoltà di Filosofia e lettere della UNAM (Univ. Nacional Autonoma del Messico) e della Scuola Nazionale di Antropologia e Storia (ENAH) che hanno messo a disposizione degli spazi occupati per l’occasione da ieri sera.

La CNTE, nonostante tutto, non si dà per sconfitta, e già dalla mattina del 14S ha ripreso a riunirsi e deliberare, valutando le azioni per questi giorni e per il futuro tra le quali non è da scartare la “riconquista” della piazza centrale dopo il 16 settembre e il ritorno di migliaia di docenti che sono temporaneamente tornati alle loro regioni d’origine. Il conflitto e la resistenza continuano dopo una giornata campale.

In serata c’è stata anche una protesta per la liberazione del professore tzotzil Alberto Patishtán, ingiustamente imprigionato da 13 anni per un omicidio che non ha commesso, il quale ha appena ricevuto dal tribunale del Chiapas che si occupa del suo caso una risposta negativa al suo ricorso e dovrà restare in carcere ancora 47 anni. Gli restano solo tre strade: indulto, amnistia (ma ha già dichiarato di non volersene servire) e la Corte Interamericana dei Diritti Umani.

Si fa strada un’ipotesi credibile che lega il caso Patishtán con gli eventi degli ultimi giorni, inclusa l’escalation della violenza e della tensione nella lotta degli insegnanti: la non concessione della libertà al professore-attivista chiapaneco potrebbe essere un segnale politico-giudiziario di “tolleranza zero” rivolto ai maestri di Oaxaca e degli altri 22 stati che si sono uniti alla ribellione. Vedi articolo completo a questo LINK.  Di seguito: foto album del nuovo accampamento dei maestri a Città del Messico.  Twt @FabrizioLorussoMexAndrea1

Foto qui sopra: Andrea Spotti @Mex_DF

Album fotografico qui sotto: tendopoli Monumento a la Revolucion e lo zocalo di Città del Messico rioccupato dalla polizia, di Fabrizio Lorusso. CLICCA QUI per andare all’album. Altre foto a questo link.

Il popolo in armi contro i narcos in Messico

Questo video del giugno 2013, ora sottotitolato in italiano da Clara Ferri e intitolato “Polizia comunitaria in Messico”, contiene un’intervista completa a José Manuel Mireles Valverde, medico della comunità di Tepaltepec, un comune di 24mila abitanti che si trova nello stato centrosettentrionale di Michoacán, a 560km da Città del Messico. E’ una testimonianza preziosa e completa che ci racconta direttamente un fenomeno preoccupante, in crescita, difficile da controllare e dagli sviluppi futuri imprevedibili: nell’ultimo anno ha interessato almeno 4 stati diversi (Guerrero, Oaxaca, Michoacán e Morelos) ed evidenzia chiaramente la perdita totale di affidabilità e credibilità da parte delle autorità locali, ormai non più in grado di garantire la sicurezza ed anzi sempre più spesso colluse, o quanto meno accondiscendenti, con la criminalità organizzata.

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Mireles è il Consejero General del Consejo Ciudadano de Autodefensas, cioè il consigliere generale e portavoce della polizia comunitaria che è nata nel febbraio 2013 con lo scopo di difendere i cittadini vessati dai narcos e abbandonati dalle forze dell’ordine, incapaci di proteggere la popolazione per ammissione dello stesso sindaco di Tepaltepec, Guillermo Valencia, che, spiega, può contare solo su 30 poliziotti non tutti armati. Un po’ poco per difendere il comune dal narco-cartello dei Caballeros Templarios. La presenza e le angherie di questo gruppo viene denunciata dall’intervista di Mireles che è una richiesta di aiuto rivolta verso il governo messicano e anche di altri paesi, ma allo stesso tempo rappresenta una presa di posizione forte della comunità, ormai allo stremo, in favore della gestione autonoma della protezione cittadina.

Infatti, il titolo originale del documento era “Caballeros Templarios nel Michoacàn: Testimonianza dell’Autodifesa Cittadina”. Basta visitare il loro sito (link) per chiarirsi ulteriormente le idee sul perché della loro nascita. Dice il sottotitolo della pagina web: “Il popolo che s’è alzato contro il crimine organizzato”. Nella sezione video il loro motto è una citazione del filosofo spagnolo José Ferrater Mora: “Per me solo è giustificabile la violenza contro il tiranno, poiché il tiranno è l’incarnazione della violenza, e usarla contro di lui è un modo di distruggerla”.

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Lo stato del Michoacán fu il primo ad essere letteralmente invaso dall’esercito nell’ambito delle operazioni anti-narcos che all’inizio del 2007 diedero inizio alla narcoguerra contro i cartelli della droga voluta dall’ex presidente Felipe Calderón. Dopo quasi 7 anni di operazioni di polizia e militari nella regione, la violenza del narcotraffico non è cessata e sono aumentati i cartelli in lotta (Sinaloa, Zetas, Familia Michoacana, Caballeros Templarios, Jalisco Nueva Generación) per il controllo del territorio, visto che lo stato ha praticamente abdicato. Gli abitanti della terra caliente, la zona più abbandonata dalle istituzioni e più colpita dalla violenza, dalle angherie e dagli affari illeciti dei narcos, si sono organizzati seguendo l’esempio di altre comunità in condizioni simili nel vicino stato di Guerrero. Hanno creato quindi una polizia comunitaria (o gruppi di autodifesa) con la capacità di “convocare 3000 uomini armati in un’ora”, come riferisce Mireles.

E’ uno dei “nuovi” effetti collaterali della narcoguerra che viene a sommarsi ai 27mila desaparecidos, agli oltre 250mila “desplazados” (persone costrette a lasciare le proprie case e le proprie terre per la violenza), al logoramento del tessuto sociale, alla riproduzione del trauma, alla normalizzazione della violenza e agli oltre 100mila morti degli ultimi 7 anni. Il rischio che i gruppi di autodifesa degenerino in bande paramilitari o in sistemi paralleli e sommari di controllo del territorio, dell’economia e della giustizia esiste, ma è più forte la necessità degli abitanti di recuperare la tranquillità perduta e, per ora, come spiega Mireles, la polizia comunitaria ha funzionato e ha evitato che i sicari dei Caballeros Templarios continuassero a terrorizzare la popolazione con le loro scorribande stile far west.

La natura delle polizie comunitarie messicane è dunque differente rispetto a quella dei paramilitari controinsurrezionali delle Autodefensas Unidas de Colombia (AUC) che oggi non esistono più, almeno ufficialmente, ma che negli anni novanta e primi anni 2000 s’erano trasformate in vero e proprio esercito privato, ossia dei mercenari in buona parte finanziati da attività di narcotraffico al soldo di latifondisti e impresari colombiani.

Non solo le classi popolari, ma anche gli imprenditori locali sostengono le autodefensas perché appunto le vittime di estorsioni, racket, stupri, omicidi e ricatti erano anche (e soprattutto) loro. La figura del “poliziotto comunitario” non armato è prevista dalla legislazione dello stato di Guerrero ed esistono dei meccanismi per integrare questi elementi tra i quadri della polizia regolare. Invece i gruppi di autodifesa armati sono illegali.

Ci sono proposte per la creazione di nuove leggi che permettano la difesa delle comunità a livello nazionale, ma per ora il parlamento non s’è espresso in proposito. Indipendentemente dalla legislazione in vigore in ogni stato e a livello federale, di fronte alle reiterate assenze e indifferenze ufficiali ed alla presenza stabile di narcos e sequestratori, il popolo ha impugnato le armi rompendo di fatto il monopolio dell’uso della forza che definisce una delle funzioni dello stato. Vero è che quel monopolio era già stato rotto da decenni di abbandono istituzionale e di crescita paramilitare delle mafie locali e nazionali, quindi nulla di nuovo.

Ad ogni modo c’è un precedente importante, i gruppi di autodifesa esistono nel Michoacàn già dal 2011, cioè da quando nel municipio di Cheràn gli abitanti hanno deciso di unirsi e armarsi per la difesa dei loro boschi minacciati dall’alleanza nefasta tra i taglialegna e i narcos che danno loro protezione. Cheràn, comunità di 13mila abitanti, s’è dichiarata municipio autonomo e, in seguito, il gruppo autonomo di difesa è stato riconosciuto dalle autorità del Michoacàn e continua a occuparsi della vigilanza notturna e degli accessi al territorio comunale contro la criminalità organizzata. Le ripetute minacce dei narcos e i loro video di spiegazione che intimano le comunità di restituirgli il controllo dei “loro” territori o la stipula di patti di sangue tra autodifese e cartelli non hanno sortito effetti e l’esperimento continua. Ecco per esempio un video postato da MundoNarcoTv in cui El Tio, esponente di spicco dei Caballeros Templarios, chiede un patto alla polizia comunitaria di Tepaltepec (una specie di tregua per il recupero e forse la spartizione degli “affari”), la accusa di ricevere finanziamenti da un cartello rivale, quello di Jalisco Nueva Generación, e infine sfida a duello mortale uno dei suoi leader, Hipolito Mora.

Segnalo a questo link un altro video di presentazione e di richiesta di sostegno delle autodefensas.

di Fabrizio Lorusso (CarmillaOnLine)

 

Polizia vs Studenti @Statale_di_Milano

Sgomberi, polizia, spazi sociali, autonomie e studenti: ecco un breve video dello sgombero dell’Ex-Cuem alla Statale di Milano per renderci conto (se non lo visualizzi, clicca qui). Segui qui su twitter. Iniziative da stasera in poi. Mentre anche in Messico, dove la polizia e le autorità in genere non sono certo note per benevolenza e capacità (o volontà) di dialogare, due grossi conflitti, che hanno coinvolto l’università, gli studenti e le autorità della capitale e quelle federali, sono rientrati in maniera abbastanza civile, in Italia il dialogo muore e gli spazi di libertà spariscono. Il conflitto della Universidad Autónoma de la Ciudad de México (UACM), che ha coinvolto la rettrice, i docenti, gli studenti e il sindaco di Città del Messico a più riprese, e quello recente degli studenti superiori che avevano occupato la rettoria dell’ateneo più grande dell’America Latina (la UNAM) hanno avuto soluzioni soddisfacenti per le parti coinvolte (non al 100%, chiaro, ma gli accordi politicamente stanno reggendo o hanno favorito uno sbocco ragionevole). Altri conflitti nazionali sono invece di più difficile risoluzione (per esempio quello sulla riforma educativa e i docenti degli stati più poveri) e non dubito (e non lo auspico chiaramente) che, prima o poi, l’anima dura degli apparati statali si rifarà sentire. Gli esempi qui sopra (e non entro nei dettagli) servono solo a capire che con repressione e testardaggine, a mio modesto parere, non si risolve nulla (e sembra pure una gran banalità, ma credo sia meglio ripeterlo, soprattutto ai detentori di forza, potere, rettorati e ufficialità varie).

Ma torniamo in Italia, a Milano, dove presto tornerò per passare l’estate e dove troverò un’aria, come dire, repressa, e anche un po’ depressa. E se poi troverò anche la polizia in università e, stiamo a posto. Intanto lo spazio della libreria è stato rioccupato dagli studenti (link).

Infine qualche fatto. Riporto da GlobalLa libreria Ex-Cuem esiste da diverso tempo in Università Statale. Uno spazio occupato, lasciato vuoto per tanto tempo e tornato a vivere grazie all’impegno di diversi gruppi di studenti universitari che l’hanno riaperto e reso vivo. L’Ex-Cuem è già stata sgomberata a più riprese e ogni volta il progetto ha ripreso vita nuovamente, a testimonianza di una forza e di un radicamento che evidentemente nessuno può derubricare come marginali. Nel corso del fine settimana nuovamente questo spazio è stato chiuso, ma non solo: ogni struttura presente all’interno è stata divelta, smantellata, distrutta. Lo spazio che era usato e vivo grazie ai collettivi che l’occupavano è stato reso inagibile e vuoto dal Rettore. 

Ex cuem Sgombero

Messico, ormai solo i blog raccontano la narco-guerra

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Tra dicembre e marzo sono 4.250 i morti legati alla criminalità organizzata nel Paese –  – In 12 anni 122 omicidi e 324 aggressioni contro giornalisti. Ora anche i blogger rischiano la vita – Dal settembre 2011 in Messico si sono intensificati gli attacchi ai blog che si occupano di narcotraffico stampa pdf

Lucy è una ragazza messicana. Quando aveva diciassette anni ha deciso di aprire un blog. Era il 2010, nasceva El Blog del Narco. Grazie ai materiali inviati dai lettori e dagli stessi narcotrafficanti il sito racconta la violenza della guerra messicana contro le droghe e ha superato le 25 milioni di visite al mese nel 2012.

Senza mediazioni né censure il sito dà visibilità agli scempi e alla terribile quotidianità del conflitto, pubblicando testimonianze, foto, articoli e video nell’anonimato più assoluto. Il livello di truculenza non ha eguali: decapitazioni, torture, minacce, sicari in azione, vendette in diretta, rastrellamenti dell’esercito e sparatorie tra polizia federale e gangsters sono all’ordine del giorno.

Il Blog del Narco (o Bdn) è solo uno dei narco-blog nati in questi anni. Esistono anche mund0narco.com, tierradelnarco.com o narcotraficoenmexico.blogspot.mx, che insieme costitutiscono un unicum della rete, ancora avvolto dal mistero. Alcuni narco-blog famosi, come Al Rojo vivo o NarcoViolencia.Com, sono durati solo pochi mesi perché aprire pagine nelle reti sociali o siti con contenuti scottanti può costare la vita.

L’esempio più emblematico è stato il brutale assassinio di una blogger nel settembre 2011  Si parlò in quel momento di veri e propri narco-attacchi ai social network e tra i blogger si diffuse la paura. La vittima usava il nickname Nena (bambina/ragazza) de Laredo, e collaborava con dei report anonimi al portale nuevolaredoenvivo.blogspot.mx di Nuevo Laredo, città frontaliera a nord di Monterrey. La pagina diffonde denunce sulla delinquenza locale servendosi di chat tematiche: la sala generale per le denunce, la 1 per allarmi urgenti, la 2 per le situazioni d’insicurezza e la 3 per i furti d’auto.

Il blog è gestito probabilmente da militari, come ricordava il messaggio che i narcos del cartello degli Zetas hanno lasciato sul cadavere della donna: «Io sono la Nena di Laredo, sono qui per i miei reportage e i vostri e, per quelli che non ci credono, mi è successo questo per le mie azioni e per essermi fidata della marina e dell’esercito».

I media tradizionali sono sempre meno disposti a raccontare nei dettagli le trame della narcoguerra e il sistema d’impunità e corruzione che sta sotto. «La democrazia è la vera vittima degli attacchi ai media e ai giornalisti, senza informazione non c’è democrazia», sostiene il reporter messicano Genaro Villamil, e sottolinea che «si tratta di aggressioni da parte del potere politico regionale o della criminalità, in genere legata alla politica».

Il Bdn ha riempito il vuoto mediatico nei momenti più duri del conflitto e continua a farlo, dato che l’emergenza non è finita. Lucy non è il vero nome della sua ideatrice, ma è lo pseudonimo scelto presentarsi al quotidiano inglese The Guardian in un’intervista il 3 aprile scorso. «Vivo nel Nord del Messico, sono giornalista, donna, single, senza figli e amo il mio paese», ha specificato la ragazza che non può rivelare la sua identità, avendo ricevuto minacce di morte dai cartelli.

Lucy e il suo web master, sempre in movimento e in incognito per far perdere le proprie tracce tanto ai narcos come al governo, hanno raccontato tutto in un libro appena uscito negli Usa che s’intitola Morire per la verità: Infiltrati nella violenta guerra contro le droghe in Messico. Nel 2011 due collaboratori del blog furono uccisi e appesi da un cavalcavia con un messaggio: «Sarete i prossimi, Bdn».

«Quando ho finito il libro», dichiarato Lucy, «ho potuto respirare. Avevo paura di morire prima, ma ora è qui su carta come testamento di cosa abbiamo sofferto in Messico in questi anni di guerra», ha rivelato. L’offensiva militare lanciata dal Presidente Felipe Calderón all’inizio del suo mandato nel dicembre 2006 e la reazione dei narcos hanno fatto oltre 80mila morti e 27mila desaparecidos in sei anni.

Nei primi cento giorni del neoeletto presidente Enrique Peña l’agenda politica e mediatica è stata dominata dalle riforme strutturali e dal patto di governo tra i partiti principali, ma la strategia militare e i livelli di violenza restano punti preoccupanti: 4250 morti legati alla criminalità organizzata nei primi 4 mesi (dicembre 2012-marzo 2013) sono una cifra altissima, seppur in calo rispetto ai periodi precedenti.

Il Presidente è stato prudente nelle sue uscite ufficiali, evitando le altisonanti dichiarazioni di guerra cui era solito il suo predecessore e che servivano solo a gettare legna al fuoco. Un tasso di omicidi più che raddoppiato in sei anni (da 10 a 25 ogni 100mila abitanti), il progressivo sfaldamento del tessuto sociale e la perdita di controllo da parte dello Stato in ampie zone del Nord del paese sono lì a dimostrarlo.

Peña ha contato sull’aiuto delle principali emittenti televisive, TeleVisa e Tv Azteca, in genere poco propense alla critica e alla ricerca della verità. Anche i piccoli giornali locali sono costantemente sotto la minaccia dei narcotrafficanti per cui sono sempre meno le voci non ancora silenziate.

La copertura mediatica della violenza nel paese è scesa del 50% nel 2013 e le parole «cartello» e «criminalità organizzata» sono quasi sparite dalle cronache, secondo uno studio dell’Osservatorio sui processi di comunicazione pubblica della violenza citato da The Guardian.

Per il periodo 2000-2012, la Article 19, una Ong che difende la libertà d’espressione, riporta 122 omicidi, 138 minacce e 324 aggressioni contro giornalisti in Messico, un paese che negli ultimi anni è stato ai primi posti nella classifica della pericolosità nell’esercizio di questa professione in compagnia di Iraq, Pakistan, Libia, Somalia e Siria. Nel primo trimestre del 2013, dopo il cambio di governo, sono state denunciate 51 aggressioni, 12 in più dello stesso periodo del 2012.

La guerra non è finita e, per ora, nemmeno s’intravede la luce in fondo al tunnel. Il Blog del Narco e il lavoro di Lucy continueranno a ricordarcelo.

Twitter @FabrizioLorusso

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/narcotraffico-naracoblog-messico#ixzz2SAVXHNet