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Presidenziali di El Salvador al cardiopalma

el salvador elezioni

Il candidato progressista del Fronte Farabundo Martì per la Liberazione Nazionale (FMLN) di El Salvador, l’ex guerrigliero e sindacalista Salvador Sánchez Cerén, è il virtuale presidente del paese, col 50,11% dei voti ottenuti al ballottaggio del 9 marzo. Il candidato conservatore dell’Alleanza Repubblicana Nazionalista (ARENA), l’ex sindaco della capitale San Salvador, Norman Quijano, ha perso per un pugno di voti, solo 6600 su un totale di tre milioni, fermandosi al 49,89%. Il Tribunale Supremo Elettorale (TSE) ha confermato i dati del primo scrutinio ufficiale, però cresce l’incertezza nell’attesa del conteggio definitivo che è iniziato martedì e dovrebbe concludersi venerdì. L’affluenza alle urne è stata del 60% e non si sono riportati incidenti, ma, visto lo scarto minimo, Quijano ha parlato di “un pareggio tecnico” e s’è rifiutato di riconoscere i risultati. “Non permetteremo brogli, siamo convinti di aver vinto”, ha commentato.

Al primo turno del 2 febbraio Sánchez aveva raccolto il 49% delle preferenze, staccando di dieci punti il rivale di ARENA, ma nelle ultime due settimane Quijano ha guadagnato terreno accusando la sinistra di voler instaurare un governo socialista come quello venezuelano. La destra salvadoregna ha quindi accantonato temporaneamente la sua proposta di “mano dura” e militarizzazione contro le gang e i narcos, che non faceva presa nella popolazione, per condurre una campagna della paura, richiamando lo spettro del Venezuela, scosso dalle proteste delle ultime settimane. Sánchez, invece, ha proposto “accordi col mondo del lavoro e con gli imprenditori” per impulsare le grandi trasformazioni di cui ha bisogno il paese, uno dei più violenti e poveri dell’America Latina.

Il primo governo del Frente (2009-2014) del moderato Mauricio Funes è riuscito a sdoganare la sinistra come forza di governo in una realtà politica storicamente tradizionalista. Infatti, la destra ha governato tra il 1989 e il 2009 e ARENA è un partito nato durante il conflitto armato degli anni ottanta, vincolato agli squadroni della morte e all’assassinio di Monsignor Arnulfo Romero nel 1980.

Con l’FMLN e Funes, malgrado la bassa crescita (+1,9% del PIL nel 2013), è stata aumentata la copertura dei programmi sociali e l’indice di povertà s’è ridotto del 7%. Gli omicidi sono calati sensibilmente grazie a un patto con i boss detenuti delle gang che, sebbene criticato dall’opposizione, ha retto per molti mesi. El Salvador non s’è unito all’ALBA, l’Alleanza Bolivariana per le Americhe lanciata dal defunto presidente venezuelano Hugo Chávez, ma ha scelto di aderire come osservatore all’Alleanza del Pacifico, accordo commerciale promosso dagli USA e dalle compagnie esportatrici nazionali.

L’economia salvadoregna si basa su una massa di micro-proprietà agricole, insufficienti a sfamare la maggior parte della popolazione, ma anche su settori dinamici e altamente concentrati come l’agricoltura per l’export (caffè, cotone, mais e zucchero coltivati nei latifondi), l’industria tessile e la maquila, cioè le fabbriche di assemblaggio. L’espansione delle politiche sociali e di sicurezza, quindi, ha bisogno di un nuovo patto fiscale con l’élite, per questo Sánchez ha ribadito la volontà di fare “accordi” e di “governare per tutti e con tutti” e, se confermata, una vittoria così risicata non gli lascerebbe alternative.

Il computo delle schede continua ancora in questo momento (sera del 12 febbraio). Indipendentemente dall’esito finale ci sono alcuni fattori che resteranno dopo questa elezione: un FMLN che si conferma come forza e alternativa politica stabile, un partito ARENA in crescita, visto il recupero di oltre 10 punti in un mese, e la necessità di accordi di governo, dato il pareggio elettorale e la divisione netta della società tra i due schieramenti. Inoltre il prossimo governo inizierà a lavorare con l’attuale parlamento, ma poi nel 2015 ci saranno le elezioni legislative che cambieranno le carte in tavola per tre anni. Alla fine del periodo presidenziale, nel 2018 e 2019, ci sarà un ulteriore rinnovo dell’assemblea per cui le maggioranze non sono garantite e dovranno scaturire da accordi più o meno strutturali. ARENA e Quijano stanno insistendo con il TSE affinché il conteggio sia “voto per voto” (o “scheda per scheda”) e non si effettui solamente sui certificati finali di ogni seggio. Hanno anche promosso un ricorso per far annullare il voto. L’incertezza di queste ore potrebbe indurre Quijano a scatenare un conflitto postelettorale, impugnando i risultati e promuovendo proteste di piazza, o a screditare il futuro governo, ma se il TSE confermerà i dati, anche El Salvador avrà per la prima volta un “presidente guerrigliero” come l’Uruguay di “Pepe” Mújica e il Brasile di Dilma Rousseff. [Pubblicato sul quotidiano l’Unità dell’11 marzo 2014]

Twitter @FabrizioLorusso

Nicaragua al voto: la vittoria (scontata) di Daniel Ortega

Appare ormai scontata la rielezione del Presidente in carica del Nicaragua, il sessantaseienne Daniel Ortega, in testa nei sondaggi con oltre il 48% delle preferenze, alle elezioni di domenica 6 novembre. 3 milioni e mezzo di cittadini maggiori di 16 anni, su un totale di 5,8 milioni di abitanti, sono chiamati a scegliere i futuri membri del Parlamento nazionale e di quello centroamericano oltre alla massima carica dello Stato. Le ultime proiezioni sul voto indicano una forbice di 18 punti percentuali tra Ortega, ex comandante della guerriglia rivoluzionaria del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) che sconfisse la dittatura di Anastacio Somoza nel 1979, e il suo rivale più diretto, l’impresario e giornalista radiofonico Fabio Gadea del conservatore Partito Liberale Indipendente. La legge nicaraguense prevede la vittoria al primo turno del candidato che ottiene il 40% dei suffragi o anche solo il 35% con almeno 5 punti di distacco dal secondo candidato più votato.

In terza posizione, con l’11% delle preferenze, si colloca Arnoldo Alemán, sostenuto dal Partito Liberal-Costituzionalista, già eletto presidente dal 1997 al 2002 e più volte indagato per gravi atti di corruzione e abuso d’ufficio. Gli altri due aspiranti in lizza sono l’ex democristiano Róger Guevara dell’Alleanza per la Repubblica e il conservatore Enrique Quiñónez dell’Alleanza Liberale Nicaraguense che fu il partito più votato nelle elezioni del 2006.

Gli osservatori internazionali dell’Unione Europea e dell’Organizzazione degli Stati Americani, accreditati dal Consiglio Superiore Elettorale (CSE), si sono distribuiti nei 19 dipartimenti del Nicaragua, ma alcune organizzazioni nazionali come Ipade, Hagamos Democracia e la statunitense Carter Center non sono state ammesse all’osservazione del processo. “E’ discutibile che il CSE dia l’autorizzazione solo a osservatori locali più accondiscendenti con il governo e la neghi a organismi più critici”, ha dichiarato la settimana scorsa il capo della missione europea, José Antonio de Gabriel.

L’altra annosa questione riguarda la presunta illegittimità della ricandidatura del Presidente dato che la Costituzione vieta la rielezione per periodi consecutivi e per più di due volte in totale di qualunque cittadino. Nel 2009 la Corte Suprema, dominata da giudici legati all’FSLN, ha aperto la strada con una controversa sentenza a Ortega che, però, ha già governato dal 1985 al 1990 e dal 2007 al 2011.

Il suo discorso antimperialista e anticapitalista ha costruito un ampio consenso popolare e una solida alleanza con il suo omologo venezuelano Hugo Chávez. La scarsa coesione dei partiti d’opposizione e i seri limiti delle loro proposte elettorali hanno finito per fare il gioco del governo in carica, anche se i tempi della rivoluzione sandinista degli anni ottanta sembrano tramontati.

L’amministrazione di Ortega ha subito la condanna di Amnesty International e del Comitato contro la Tortura dell’Onu per non aver riformato le norme, in vigore in Nicaragua e in pochissimi altri paesi nel mondo, che penalizzano l’aborto terapeutico, anche in caso di pericolo di vita della madre o di violenza sessuale.

A livello economico il rispetto dei patti con il Fondo Monetario Internazionale sulla stabilità dei conti pubblici ha favorito la diminuzione del debito estero e il recupero dalla crisi del 2009-2010, nonostante il mercato del lavoro languisca tra precarietà e bassi salari. Secondo il direttore della testata nicaraguense Confidencial, Carlos Chamorro, “il modello di Ortega, battezzato come socialista, cristiano e solidale, è autoritario a livello politico, business oriented in economia e populista nel sociale, usa una retorica rivoluzionaria e religiosa e, a differenza di Chávez, assicura la continuità del neoliberismo e delle alleanze con il gran capitale”.

Grazie all’iniezione di capitali, aiuti e investimenti del governo venezuelano, pari a 500 milioni di dollari all’anno, cioè al 7,5% del PIL del Nicaragua, è possibile mantenere un’ampia base sociale con programmi di tipo assistenziale che alleviano sensibilmente la grave situazione economica: con il 45% della popolazione sotto la soglia della povertà e un tasso di crescita medio del 2,7% su 5 anni il paese centramericano è uno dei più poveri del continente. Original Link?

Il Movimento per la Pace in Messico: dialogo con Javier Sicilia

Riporto l’intervista che ho realizzato lo scorso 25 ottobre a Città del Messico con il poeta e giornalista messicano Javier Sicilia. Javier negli ultimi mesi è diventato un punto di riferimento per tutte le persone e le organizzazioni che s’oppongono alla strategia di militarizzazione della lotta contro i cartelli del narcotraffico promossa dal Presidente Felipe Calderón dal 2007. Manca un anno alla fine del suo governo e il bilancio delle vittime in 5 anni di guerra è drammatico: tra i 45mila e i 50mila morti legati al conflitto,16mila desaparecidos, 230mila “trasferimenti forzati” di persone da una città a un’altra per motivi di sicurezza. Il 28 marzo scorso, dopo l’omicidio di suo figlio Juan Francisco, il poeta Sicilia ha cominciato una ribellione pacifica che ha coinvolto decine di migliaia di cittadini, vittime e gruppi della società civile che erano rimasti in silenzio oppure non avevano trovato spazi per esprimere la loro rabbia. Fino ad allora non s’erano potute denunciare pubblicamente con tanto furor di popolo e presenza mediatica la corruzione politica, la connivenza di certe autorità a vari livelli di governo e, infine, la sofferenza delle vittime “invisibili” della violenza. Con un tasso d’impunità dei delitti al 97-98%, c’è poco da stare tranquilli e molto da reclamare. [Foto di Javier Sicilia, di Zoe Vincenti]

L’8 maggio un’imponente manifestazione a Città del Messico si conclude con un comizio di numerose associazioni di vittime della violenza e rappresentanti della società civile e il 10 giugno la prima carovana del Movimento punta a Nord e arriva a Ciudad Juárez che è la città più violenta del mondo con 170 omicidi ogni 100.000 abitanti (la media nazionale messicana è di 18). [Link cronologia]
I loghi contro la violenza con la frase “basta sangue”, che un gruppo di vignettisti messicani aveva diffuso per mesi sui social network e nelle strade di mezzo Messico, sono stati subito affiancati dalla frase rabbiosa indirizzata da Javier Sicilia alla classe politica: “estamos hasta la madre”, ne abbiamo pieni i coglioni. Così è nato (e cresciuto) il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità che s’è dovuto scontrare per ben due volte con l’opacità e la mentalità istituzionale durante i dialoghi tenutisi nel Castello di Chapultepec, a Città del Messico, in cui le vittime e i portavoce del Movimento si sono riuniti, il 23 giugno e il 14 ottobre scorsi, con il Presidente e alcuni ministri per discutere le 6 proposte del Movimento per pacificare il paese basate sulla ricostruzione del tessuto sociale, l’approvazione di norme per proteggere le vittime e la creazione di una Commissione per la Verità che chiarisca le responsabilità, anche politiche, di tanti crimini irrisolti.

– Possiamo fare un bilancio del Movimento? Quali sono i vostri risultati e i punti in sospeso?
– Il risultato principale è fondamentalmente la visibilità che s’è data alle vittime e la creazione di una coscienza negli organi dello Stato sul fatto che le vittime non sono cifre, statistiche o perdite “collaterali” ma esseri umani, con un nome e un cognome, sono famiglie spezzate e dolore per cui è necessario fare giustizia. Una risposta governativa è stata la creazione di una Procura speciale per le vittime, la Pro-Vittime, che ha serie difficoltà e speriamo si possano correggere, oltre a una Legge sulle Vittime che, sembra, vada abbastanza bene, sempre che non decidano di limarla in Parlamento e snaturarla come a volte succede in questo paese. Questi sono i grandi successi del Movimento. Tra le sconfitte o i punti in sospeso, direi che non siamo riusciti a convincere il Presidente Calderón e le Camere della necessità di fare una Legge sulla Sicurezza Nazionale con un approccio umano, cittadino, cioè orientato alla pace e non alla militarizzazione, all’autoritarismo e alla violenza. Credo che su questo non siamo riusciti a sensibilizzarli, né a far sentire le proposte che abbiamo e ce n’è un gran bisogno, altrimenti la nuova Procura si tradurrà semplicemente in un cumulo di orrori.

- Che n’è stato della Commissione della Verità che era una delle 6 richieste del Movimento nella prima carovana, da Cuernavaca a Ciudad Juárez, che ha riunito decine di migliaia di persone a Città del Messico l’8 maggio scorso?
– La Commissione della Verità è senza dubbio necessaria perché in uno Stato fratturato, che è anche cooptato, nel senso che una parte della delinquenza sta negli organi di governo e nei partiti, ai vari livelli, e in settori delle procure, dell’esercito, della marina e della polizia, c’è bisogno di chiarire quali vittime dipendono da chi, no? Evidentemente la maggior parte della gente pensa che siano del crimine organizzato, ma il crimine lo ritroviamo anche nel sistema con tanto di tutele legali. Quindi stabilire le responsabilità è importante tramite una Commissione che appuri la verità di questa guerra, arrivando alla riconciliazione e alla pace. Solo con un organo di questo tipo si può dominare questa verità. Ciononostante c’è una reazione negativa del Governo contro queste commissioni e non ne sappiamo il perché. Se veramente stiamo cercando la pace e la giustizia contro l’impunità umiliante in questo paese, allora dobbiamo convincerli di questa necessità.
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- Il Presidente ha giustificato il rifiuto di creare una Commissione della Verità dicendo che è un organo tipico delle dittature militari e dei regimi autoritari. La sua istituzione non equivale a mettere discussione tutta la strategia militare di lotta al narcotraffico realizzata fino ad ora?
– Sì, ma si dovrebbero istituire anche in Stati fratturati come il Messico. Sono d’accordo, di solito si creano dopo governi altamente autoritari o militarizzati, ma in uno Stato allo sbando come il nostro è necessario. E questo non lo capisce, il problema del Presidente è che vede in bianco e nero, vede che i delinquenti sono fuori, lo Stato è solido e “i buoni” sono lì, mentre non s’è accorto della sporcizia di casa, delle fratture di questo Stato che esigono una Commissione della Verità.

- Il 23 giugno avete avuto il primo incontro con Calderón nel Castello di Chapultepec, il 14 ottobre il secondo, che conclusioni possiamo tirare? Ce ne saranno altri?
– Vedremo, non credo comunque. Siamo alla fine di un primo ciclo che s’è aperto il 23 giugno e s’è chiuso in ottobre. Credo che verso la fine del dialogo, quando ha parlato Clara Jusidman del tessuto sociale, il Presidente abbia compreso una cosa per noi fondamentale sulla legge e sulla strategia per la sicurezza, cioè che bisogna privilegiare la ricostruzione del tessuto sociale con la gente, non a partire dalle istituzioni, come si pretende di fare sul tema sicurezza, per cui si comprano infrastrutture acriticamente, senza sapere se ce n’è davvero bisogno e in che modo, senza consultare i cittadini, i quartieri e le comunità. È successa la stessa cosa con l’esercizio della violenza, una violenza dello Stato che protegge le istituzioni ma non la gente. Quindi penso che il Presidente ha intravisto uno spiraglio di luce su questo punto, non ci aveva pensato in questo modo. Credo che, se capiamo ed eleviamo a priorità il tessuto sociale e la sicurezza cittadina, possiamo incamminarci verso una strategia di sicurezza più umana, per la quale stiamo lottando anche noi, mentre rifiutiamo una Legge fondata sulla violenza come reazione alla delinquenza che protegge solo le istituzioni.

- Il vostro sarebbe un approccio molto più ampio per affrontare il problema della violenza.
– È così, è la strada giusta e alla fine del dialogo pare che qualcosa si sia mosso, spero che il Presidente ci pensi sopra e che possiamo riprendere la conversazione per andare in quella direzione, insieme.

- Como ha influito e che funzione ha avuto la presenza nei dialoghi di Chapultepec di altri invitati, in rappresentanza di gruppi di vittime della delinquenza, como Alejandro Martí di “Messico SOS”, Isabel Miranda de Wallace di “Stop al sequestro” e María Elena Morera di “Messico contro la delinquenza”? 
– Dunque. Hanno avuto una funzione importante per ciò che hanno realizzato con le loro organizzazioni rispetto alle loro priorità specifiche che s’uniscono anche alle domande del Movimento. Tanto le signore Wallace e Morera come il signor Martí sono victime e stanno cercando di loteare per costruire uno stato di giustizia per le victime e la sicurezza cittadina, come noi d’altronde. Ci sono differenze, ma in sostanza siamo d’accordo che sia stata importante la loro partecipazione.

- Quali sono le principali divergenze strategiche o prospettiche rispetto a loro?
– Penso che loro seguano maggiormente la linea del Governo secondo cui l’unico modo di uscire dal problema è preparare dei buoni corpi di polizia. Siamo d’accordo ma lo vediamo da un altro punto di vista, altrimenti si scade nella parzialità. Noi spingiamo perché la Legge sulla sicurezza sia molto più sociale e ampia, che punti alla pace e rompa il gap crescente tra lo Stato e i cittadini. Soprattutto in questo stanno le differenze di vedute che sono relative alla profondità dinnanzi al problema dell’insicurezza, della giustizia e dei modi per affrontarlo.

- Nel 2012 ci saranno le elezioni, tra gli altri, del Presidente e del Parlamento, come influisce la vicinanza di questo appuntamento sulle risposte che ottiene il Movimento?
– Beh, credo che nel discorso di alcuni funzionari ci sia stato un certo cambiamento, cominciano a vedere qualcosa dell’emergenza nazionale e la necessità di cercare una soluzione più profonda, ma l’influenza reale è ancora molto tenue e penso che i partiti continuino a restare ciechi di fronte alla problematica e privi di proposte.

- Quindi non c’è nessuna forza politica che sta proponendo una strategia per lo meno affine a quella del Movimento?
– No, perché mi pare che non si siano resi conto dell’emergenza nazionale, è un fatto grave. Chiunque vincerà, nelle condizioni in cui è il paese, l’unica cosa che farà sarà acutizzare la disgrazia e amministrarla. Le coalizioni politiche non hanno intenzione di partire da questo problema che vive la nazione e avanzare proposte per un’agenda d’unità nazionale di conseguenza. Questo ci parla della cecità e della problematica che ci attenderà in campagna elettorale. Un paese senza pace perde la sua democrazia. Un paese così balcanizzato dal crimine organizzaro e con uno Stato così fratturato, senza una proposta di rinascita cadrà sempre più in disgrazia.

- Lei ha avuto un incontro con Andrés Manuel López Obrador, leader del Movimento di Rinnovamento Nazionale (MORENA) ed ex candidato presidenziale del Partito della Rivoluzione Democratica (PRD) nel 2006. Le è stato proposto di ricoprire un incarico da parlamentare. Che impressione ha avuto? (vedi nota a piè di pagina)
– Credono che l’arrivo di López Obrador al potere possa risolvere il problema, ma nemmeno lui lo comprende fino in fondo. Sostengono una logica per cui sembra che il presidente sia ancora onnipotente e possa trasformare e unificare il paese. Non colgono il punto della questione, non è più così: c’è stata una transizione democratica e, inoltre, i governatori in ogni regione sembrano dei sovrani e non li controllano neanche i loro partiti. Quindi non si ha una visione d’insieme e si crede che si tratti semplicemente d’una questione di “avvicendamento” al potere, di cambiamento nella politica sociale, mentre questa è solo una componente e il problema è più profondo. Non lo vedono. È una miopia storica.

- Come affrontare questo problema legato alla visione della classe politica?
– Non lo so, credo che hanno dei patti, tra di loro, nei partiti. Nella sua visita negli USA il Presidente ha parlato con forza dei nessi di certi membri del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) con il narcotraffico ed è una realtà, ma è parziale. Infatti ne hanno anche quelli del Partido Azione Nazionale (PAN) e del PRD. Finché non ci sarà la volontà d’imporre castighi ai funzionari e ai membri dei partiti corrotti, sarà molto difficile capire il problema e ricostruire lo Stato.

- Che cosa resta, dunque, alla gente e al Movimento? 
– Fare molta pressione per la trasformazione dello Stato e dei partiti affinché ripuliscano le loro file e si rafforzino. D’altro canto bisogna lavorare alla base per comporre il tessuto sociale, tra di noi, e associarsi come gruppi di vicini nei quartieri, fare assemblee di tipo “costituente” o “ricostituente” a un livello micro per proteggerci e creare un tessuto sociale e umano che ci permetta almeno una tutela.
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- Per far sì che il potere o la politica favoriscano, o almeno non ostacolino, questi processi, avete pensato ad alcuna forma di coinvolgimento diretto in politica?
– No, non nel senso tradizionale con cui intendiamo la partecipazione e i partiti. Puntiamo di più alla vita cittadina, alla vita della polis come cittadini. Personalmente sono critico delle istituzioni e delle strutture burocratiche, anche se c’è gente che può seguire quella strada ed è comunque importante perché bisogna rinnovare lo Stato. In generale non ci sono candidati dentro il Movimento per le elezioni del 2012 e se qualcuno si candida, lo farà in modo indipendente.

- C’è una vicinanza tra la sua posizione e quella della Otra Campaña, del Subcomandante Marcos e dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) che tra il 2001 e il 2006 hanno smesso di considerare i partiti politici e il sistema in generale come legittimi interlocutori?
– Sì, credo ci sia una forte convergenza su certe critiche e posizioni degli zapatisti, più che della Otra Campaña. Credo che in certe zone rurali e nei paesini gli zapatisti siano un grande esempio di come formare un tessuto sociale e proteggere la vita umana con la sua storia, che è l’essenza di quei popoli. Bisognerebbe pensare a come farlo in altri contesti come le città e i quartieri.

- Si potrebbe pensare a delle comunità autonome (o Municipi autonomi), sul modello deicaracoles zapatisti del Chiapas, anche nelle città?
– Sì, sarebbe un fenomeno interessante. Evidentemente è qualcosa in fase di gestazione. Lo Stato-nazione, com’era concepito storicamente, è in crisi non solo in Messico ma nel mondo intero. Ormai non funziona più e, dunque, di fronte allo sconquassamento dello Stato e del modello economico questi movimenti fanno emergere il nuovo. Le costruzioni storiche in crisi, decrepite, stanno degenerando mentre sorge qualcosa di nuovo come i movimenti nei quartieri, lo stesso zapatismo o anche gli indignati che sono stati una novità rispetto all’inerzia di uno Stato che, almeno in questo paese, non fa più neanche il minimo indispensabile: garantire la sicurezza.

- Sia in Messico che all’estero fa comodo mantenere lo status quo per quanto riguarda la violenza e il narcotraffico?
– Sì, certo, sono affari grossi. La corruzione nel modello economico e di vita impone di desiderare sempre di più. A molta gente conviene mantenere una situazione di questo tipo perché non pensano al bene comune e all’essere umano ma solo al proprio tornaconto o a interessi di gruppuscoli che purtroppo fanno enormi danni al paese. La delinquenza è parte di questo.

- Violenza e narcotraffico. Che responsabilità ha il Messico? E gli USA
L’interesse statunitense viene a galla se consideriamo il commercio di armi e il consumo di droghe che non si riducono mai. Inoltre né gli USA né il Messico stanno attaccando la fonte primaria che sostiene i criminali, cioè la finanza, visto che proliferano imprese e banche dedicate al riciclaggio di denaro. Non lo combattono, però provocano una guerra tremenda in nome del mercato per cui corrono soldi da entrambi i lati della frontiera e il consumo di droga non diminuisce. Ora abbiamo solo morte e paura. È irresponsabile da parte dei vicini statunitensi e del Messico lasciare che resti così la situazione.

- Cosa farà in futuro il Movimento per la Pace?
– Non lo sappiamo ancora. Personalmente non sono un uomo di prospettive, nel senso che cerco di vivere la mia giornata e lo faccio pienamente. Insieme cerchiamo di mantenerci in un’etica che ci permetta di segnalare e riempire di contenuti una politica cui questa etica è sconosciuta. In genere agiamo sotto la bandiera della non violenza, inventandoci ogni giorno. Perciò non abbiamo ora un’agenda di lungo periodo, ma sappiamo qual è la linea che dovremo seguire. Per le festività dei morti c’è una manifestazione, una veglia per i nostri cari scomparsi in tutte le piazze del paese. Avremo altri appuntamenti con il potere giudiziario e legislativo per seguire gli impegni presi e saremo a Los Angeles e a Washington fino al 7 novembre per esporre il problema della violenza, senza risparmiare la parte statunitense delle responsabilità, di fronte alla Corte Interamericana per i Diritti Umani, al Congresso e ad alcune ONG come il Woodrow Wilson Center e WOLA.

[NOTA. I partiti principali del Messico sono 3: PRD, a sinistra; PRI, centro, trasformista, ex partito di regime; PAN, a destra. López Obrador era il candidato alle presidenziali del 2006 per il PRD e ha denunciato brogli, manifestando per mesi e bloccando la capitale insieme a migliaia di sostenitori, per cui Calderón sarebbe un presidente “spurio” o illegittimo. Questa scarsa legittimazione popolare, la vittoria per un pugno di voti nel 2006 e le accuse di Obrador e di una parte degli elettori sono stati alcuni tra i fattori che hanno spinto Calderón a ricercare legittimità attraverso la cosiddetta guerra al narcotraffico che tanti danni sta casuando alla società messicana e all’immagine del paese]     Di Fabrizio Lorusso da CarmillaOnLine

Il Perù tra l’Aids e il Cancro?

Ollanta Humala e Keiko Fujimori (figlia di Alberto Fujimori) andranno al ballottaggio per diventare presidente del Perù 2011-2016 e rilevare l’attuale mandatario Alan Garcia. Il Nobel Mario Vargas Llosa ha definito questa elezione come una scelta tra l’AIDS e il Cancro…quasi a dire, di cosa vuoi morire?

Domanda. Chi scegliereste tra la giovane figlia di un ex-presidente neoliberista e populista dalla marcata vena autoritaria, oggi in carcere per violazioni gravi ai diritti umani e corruzione, e un leader nazionalista (identificato dalla stampa come “di sinistra” ma che non si definisce propriamente tale), ex militare, con un fratello golpista (Antauro Humala) e ideologicamente vicino a Hugo Chavez, il controverso presidente del Venezuela?

Si tratta solo, come spesso sentiamo dire, di capire chi è il “meno peggio” (vedi frase di Vargas Llosa, sconfitto proprio alle presidenziali nel 1990 dal padre di Keiko Fujimori) o esistono altre coordinate?

Mi rivolgo un po’ a tutti ma soprattutto ai peruviani e anche ai cittadini della Comunità Andina in Italia che probabilmente conoscono bene e più di me i personaggi politici che competeranno al ballottaggio delle elezioni presidenziali nel bel Perù tra un paio di mesi.

Con il 70% delle urne scrutinate possiamo già dire che il voto di ieri ha espresso circa il 30% dei consensi per il 48enne Ollanta Humala e il 23% a Keiko Fujimori, figlia trentacinquenne di Alberto Fujimori, un presidente tristemente noto (e da alcuni chiamato a ragione dittatore) per i suoi abusi e la deriva autoritaria in cui spinse il Perù negli anni 90.

Dopo alcuni anni d’esilio in Giappone (Alberto Fujimori ha anche la nazionalità di quel paese) venne arrestato in Cile ed estradato per essere processato nel suo paese ed ora è in prigione. I più maliziosi dicono che la figlia Keiko potrebbe concedergli la grazia una volta eletta come presidentessa.
La Fujimori rappresenta, ad ogni modo, i settori di centro e di destra che sostengono il modello attuale di sviluppo peruviano, definito neoliberale o liberista, quindi è possibile che i voti di tutti gli altri candidati esclusi dal secondo turno convergano su di lei portandola alla vittoria.
Tra questi c’era anche l’ex presidente Alejandro Toledo, il candidato del premio Nobel Mario Vargas Llosa che era favorito fino a due settimane fa ma ha perso progressivamente consensi tra i giovani e le classi popolari in favore rispettivamente di Fujimori e Humala.

Mentre Keiko è sostenuta da una parte dell’elite conservatrice e probabilmente non farà grossi cambiamenti al modello esistente (che comunque ha ridotto la povertà estrema dal 50% al 32% della popolazione in un decennio), Humala parteggia per il riscatto dei settori più poveri della popolazione, che nemmeno intravede i benefici dell’aperturismo economico e del fantomatico sviluppo, attraverso il rafforzamento dello Stato e una politica nazionalista.