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Messico: Liberal Farmacia+Banca+Todo

Com’è vivere in un paese che ha le banche, le assicurazioni e le farmacie iper liberalizzate? Devo dire che in Messico c’è un capitalismo piuttosto selvaggio, sicuramente “all’americana”, anche se imbrigliato (o moderato?) da una burocrazia asfissiante e “piccole” imperfezioni come la corruzione, l’opacità della funzione pubblica (trasparency+accountability) e l’autoritarismo (mentalità, pratiche, logiche), quindi si tratta di uno strano mix, contraddittorio e non proprio o non sempre vantaggioso per il cittadino. O meglio, occorre distinguere: quando il cittadino è consumatore, qualche vantaggio ce l’ha eccome, ma quando è nel suo ruolo di lavoratore, salariato insomma, le cose cambiano.

Ad ogni modo quando arrivai qui nel 2000 – e ancor di più oggi – notai subito le differenze rispetto al nostro paese e, come tanti, pensai “beh, non è che il Messico, almeno nelle sue parti “moderne”, la capitale e le grandi città, si debba considerare come un paese del terzo mondo, come spesso sentiamo dire, anzi, è pure più avanti di noi in tante cose“. Dopo Seul, Mexico City è la seconda città del mondo per ore lavorate pro-capite. Non che ciò voglia dire nulla (l’efficienza, la qualità e quantità di “prodotto finale” sono un’altra cosa), però ci si fa un discreto mazzo. Con “avanti” mi riferivo al fatto che i negozi erano sempre aperti, puoi trovare di tutto a tutti gli orari e ti stressi di meno, puoi gestire la tua giornata con una flessibilità e un dinamismo impensabili nella bella (e lenta) Italia.

C’è una concorrenza spietata in tanti settori: questo porta alla vigenza della legge del più forte che non è certo il meglio nell’evoluzione delle società moderne. Tanta storia e tante lotte per tornare indietro? Alcuni benefici si vedono, o almeno alcuni li vedono, ma se non s’arriva a toccarli con mano, se non c’è lavoro, sviluppo, pensione, comunità, futuro, che ci fanno 50 milioni di poveri coi benefici di un mercato liberale o presunto tale? Consideriamolo. Ah e poi, ci sono taxi ovunque e sono super-economici. Peccato che, senza controlli statali, molti di questi siano pericolosi e abusivi. Giusto aprire, giusto sbloccare, ma senza eccessi. Chi e come decide fino a che punto arrivare?

Un problema è che ci sono ancora immensi monopoli nei settori che contano, quei settori che influenzano la vita di tutti molto più del commercio al dettaglio, sono stati privatizzati tutti dopo le crisi e i default degli anni 80, ma non sono significativamente liberalizzati né aperti al mercato e dunque questi settori (energia e telecomunicazioni in primis, ma anche lo stesso mondo della politica…) costituiscono rendite succose per pochi eletti ma poco compatibili con il credo economico neoliberista-neoclassico.

S’è svenduto tutto e si sono arricchiti in pochi. Le tasse si pagano poco, 12,5% del PIL contro il 46-48% italiano o giù di lì.  Scuole e ospedali, educazione e sanità, sono molto “liberi” ma diciamolo chiaro: salvo rare eccezioni come l’istruzione universitaria (solo alcuni casi) e gli ospedali d’eccellenza nelle grosse città, il resto è un disastro. Quasi chiunque apre la sua scuolina e spuntano università come funghi in settembre, con orari e offerte personalizzate, tutto come vuoi ma poi magari in classe siete in 2 e per finire l’uni devi fare un mutuo.

Comunque. Altro che messicani pigri e poco lavoratori o poco svelti, al contrario, qua il gran mostro di metropoli da 25 milioni di abitanti ci mangia tutti “a noi italiani” in un sol boccone. Le banche aprono alle 8 e chiudono alle 18 e altre aprono il sabato, cambiando orario quando vogliono o quando viene percepita l’esigenza dei clienti. Anche in banca tutto è rapidissimo, internet banking, offerte, operazioni, fare una carta di credito o un bancomat, cambiarlo, buttarlo o mangiarlo. Cose dell’altro mondo, un supermarket di prodotti finanziari; chiaro, coi pericoli cosmici che comporta.

Infatti, anche l’offerta di opzioni incomprensibili e investimenti fast track è selvaggia e bisogna resistere strenuamente all’invasione telefonica e postale di nuovi prodotti. L’informazione non è chiara e l’importante è vendere. Va molto la cultura del credito e dell’indebitamento, tutti a fare debiti e comprare, consumare, tanto poi l’importante non è pagare ma starci con gli interessi oppure sparire per un po’. Da noi s’è resistito alla tentazione in confronto ai paesi anglosassoni, ma per quanto durerà? E comunque lo Stato di debiti ne ha fatti eccome.

Anche in farmacia sembra di stare in un gran supermercato, vendono sigarette, cibo, biciclette e giornali. Ci sono feste, balli, salsa e merengue, casse acustiche tipo disco, donne ignude e pupazzi simili a Babbo Natale. E va beh, niente di veramente malvagio fin qui. Dico, a parte la contraddizione logica tra le sigarette esposte vicino all’aspirina o al Broncolin. I commessi ti vogliono proporre di tutto, ti squadrano e in 4 minuti hanno la proposta adatta a te e son peggio dei venditori televisivi.Le farmacie sono aperte praticamente sempre e ovunque e questo è un vantaggio. Fino a poco tempo fa ti davano davvero tutto senza ricetta, dagli antibiotici alla pillola del giorno dopo, altro che narcotraffico! Ma, mi pare di capire nella mia ingenuità, che questo non è sempre e completamente “un vantaggio”. Hanno sospeso la vendita libera di antibiotici dato che la popolazione ne abusava ed nuovi batteri intestinali fortissimi e resistenti alle medicine si stavano diffondendo a macchia d’olio. Se il mercato non lo regoli mai, poi son dolori.

Come concludo? Difficile ma direi che, nel sistema attuale e finché dura, liberalizzare e aprire dovrebbe servire. E’ importante capire come.  Non per niente sono economista, uscito dalla uni di cui l’On. Monti è presidente, e sempre ci insegnano a rispondere “dipende” a qualunque domanda sull’economia.

Ma il lato messicano e la mia formazione ed esperienza qui mi dicono anche altro. Le formule e ricette standard, di per sé, non funzionano. La pratica e la società contano di più e bisogna capire le loro reazioni. Alcune politiche neoliberali, applicate per trent’anni nelle Americhe, hanno fatto danni enormi. Stiamo attenti a non ripeterli, l’America Latina ha molto da insegnare. S’è “liberalizzato” solo verso il basso e non si sono toccati i poteri forti.

Banche e farmacie sono sempre aperte ma i lavoratori prendono una miseria, ci sono decine di commessi e gente del front office, ovunque, in ogni negozio o attività, ma in 5, sommando, guadagnano forse un salario degno. Il ricatto della disoccupazione e del precariato è sempre esistito, come lo stiamo vedendo da noi negli ultimi anni o anche peggio, e non ci sono tutele, la solitudine è estrema. Molti compiti dello Stato, la solidarietà, la salute, le pensioni, la cura dell’infanzia e tante altre sono affidate alla carità, agli arrotondamenti concessi dai clienti al super sul totale della spesa, alle mance onnipresenti e sempre richieste o, infine, alle fondazioni che ci scaricano le tasse. Infine, magari sembra uno slogan banale ma ci sta: libertà e apertura con garanzie e welfare, se no non vale proprio la pena.

Ridateci i servizi igienici (pubblici e gratuiti) in stazione!

Ancora un altro post dell’esiliato volontario a Città del Messico che ritorna al paesello (Milano) d’estate e si fa qualche giro nella bella Italia. L’avevo già notato l’anno scorso con sorpresa ma la conferma è arrivata per me quest’anno: l’espletamento del bisogno fisiologico più elementare, dicesi altresì “fare la pipì”, costa tra gli 80 centesimi e l’Euro tondo tondo  in  numerose stazioni dei treni della Repubblica italiana. Vi chiederete se dovevo arrivare io dal Messico a scoprire l’acqua calda e la toilette a pagamento e vi rispondo di no, certamente no.

Ma non nascondo comunque una profonda vena nostalgica quando penso alla vecchia stazione dei treni di Varenna, Lago di Como, dove addirittura c’era una scritta ufficiale apposta su un’elegante targa di metallo che specificava “CESSI” con una frecciolina discreta, una vera e propria stella polare per il viaggiatore bisognoso di liberazione e flussi d’acqua rinfrescanti e sanamente gratuiti. Adesso invece costa un euro o, con un po’ di fortuna, 80 centesimi e la macchina (vedi foto) non dà nemmeno il resto, o meglio, No change given, che fa più figo. Inoltre per cambiare le banconote bisogna fare una fila alla macchinetta cambia-monete che, manco a dirlo, è presa d’assalto da plotoni di nervosi avventori in attesa di uno sfogo diuretico.

Ad ogni modo segnalo quello che è per me un abuso servendomi di un altro aneddoto o magari due, a seconda dell’ispirazione. Proprio ieri chiedevo a dei controllori e ad altri addetti della stazione di Piacenza dove fosse il bagno pubblico, quello non a pagamento, por favor, e mi hanno risposto che non esiste proprio più. Anche le fontanelle con acqua potabile sono state decimate in favore dei distributori automatici di bibite e merendine. Basti pensare che nella mastodontica Stazione Centrale di Milano ce ne sono rimaste solo due che spruzzano verso l’alto un getto d’acqua singhiozzante e flebile, solo se sollecitate adeguatamente. I controllori si sono poi fatti prendere dal dibattito dicendomi che le Ferrovie sono ora un’impresa privata e che quindi tutto si paga.

Falso. E’ vero che la gestione delle Ferrovie è cambiata in senso manageriale, sono stati inseriti alcuni elementi di concorrenza e di efficienza nell’ex baraccone statale, la rete è stata separata dal trasporto in senso stretto, ma non è stata privatizzata! Nella seconda foto: l’accesso elettronico al Paradiso, uno per le donne e uno per gli uomini. Paga e scarica.

Oggi l’azienda non dà più un servizio in perdita nella maggior parte dei casi e da un paio d’anni, credo, ottiene degli utili, dopo dcirca un decennio di ristrutturazione delle tariffe, del personale e delle operazioni. Stop. Si tratta comunque di infrastrutture pubbliche e di un servizio pubblico di trasporto, quindi mi aspetto di trovare un bagno a pagamento ma anche un bagno gratuito, in quanto servizio di base necessario per la popolazione; mi aspetto di poter pagare l’acqua al bar ma anche di potermi rinfrescare con quella della fontana. Lo so, sono un ingenuo, ma che possiamo farci? …un altro aneddoto…

Per le mie lezioni di “italiano come lingua straniera” in Messico utilizzo spesso dei divertenti role-play in cui simulo la trasmissione  televisiva forum e faccio interpretare agli studenti le parti del giudice di pace, del testimone e dei due litiganti. Uno dei casi reali che piace di più è quello che vede il cliente di un bar (che ancora non ha consumato nulla e nemmeno sa se lo farà) contro il padrone del bar che gli ha negato l’accesso al bagno.

Bene, il vincitore è il (potenziale) cliente dato che l’esercizio dell’attività commerciale del bar viene concessa con una licenza che include anche il dovere di fornire alcuni servizi alla popolazione, tra cui un bagno  funzionante, anche senza previo consumo da parte del cliente. Nell’ultima splendida foto: il disagio giovanile italiano, europeo e forse mondiale tocca il suo punto più basso aspettando il treno per terra per la mancanza di sedie, panchine, sgabellini e altre strutture simili e utilissime (Staz. Centr. Milan).

Alla luce di questo caso limite, perché mai una stazione dei treni, pubblica, non dovrebbe offrire gratuitamente almeno questo servizio quando anche un bar, di proprietà e gestione privata, lo deve fare?

Anche fuori dal caso di forum o dagli aneddoti, possiamo stabilire un equilibrio più umano tra esigenze di mercato ed economicità e bisogni pubblici in spazi pubblici?