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Devendra Banhart (dalle Ande agli States a/r)

Hey Mama Wolf. Questo week end lo dedico musicalmente a un mistico folle, quasi naturalista, statunitense e venezuelano, Davendra Banhart, cantautore che compone in inglese, spagnolo e chissà quali altre lingue.

E ci metto anche La pastorella perduta, La pastorcita perdida, cover di un pezzo in stile andino, da ascoltare in qualche gelido bar delle Ande o in una “peña folclorica”. Frase testo: Punay Punay Ridammi la mia Pastorella Perduta.

Punay! Punay! 
¡Devuélveme, devuélveme, 
a mi pastorcita perdida!

Pastorcita de mi vida, 
te extraviaste en noche mala, 
mi voz te busca en el viento 
y en la puna te reclama.

Punay! Punay! 
¡Devuélveme, devuélveme, 
a mi pastorcita perdida!

Aunque tenga en esta vida, 
que viento y tierra tragar, 
pastorcita de la vida, 
te he de encontrar
te he de encontrar.

Chi è costui? Artista indefinibile da parte mia ma…Vedi che dice Wiki, link.

Vai alla playlist dei suoi successi, linkati qua.

Chiudo con la bellissima Baby dai riff irresistibili.

La Frontiera: Intervista a Confini @RadioPopolare

Dal programma di Radio Popolare “Confini” del 7 settembre, in onda dal lunedì al venerdì alle 17.30 e condotto da Sara Milanese e Diana Santini, ecco il mio intervento sul Messico e il tema della frontiera. A questo Link c’è il post originale che copio qui di seguito che s’intitola: Come eludere le frontiere, dal Messico alla striscia di Gaza.

Il “muro di Tijuana” è uno dei classici muri della vergogna: divide per lunghi tratti il Messico dagli Stati Uniti, ed è stato costruito con l’obiettivo di fermare il traffico di armi e droga, e il flusso di migranti che da sud preme con forza sul confine inseguendo il sogno americano.

Eppure i modi per eludere quella che è una delle frontiere più ritratte del mondo sono tanti. Ce li racconta Fabrizio Lorusso, giornalista e scrittore italiano che vive a Città del Messico.
Poi ci imbarchiamo con il capitano James Cook, grande navigatore dell’Oceano Pacifico, che ha aperto nuove rotte al colonialismo britannico.

Dai narcotunnel messicani ai tunnel che portano dalla Striscia di Gaza all’Egitto: Loris Savino, fotografo milanese, è appena tornato proprio da Gaza. I tunnel palestinesi fanno parte del suo progetto fotografico (e video) Betweenlands.

Infine l’ultima puntata della nostra rubrica sui quartieri multietnici nella città italiane: andiamo a Napoli, nei quartieri spagnoli, dove Tina e Angelo Scognamiglio nel loro ortofrutta organizzano da 4 anni un corso gratuito di cucina napoletana per stranieri. L’integrazione passa per la buona cucina!

Narcos e nuvole (nere): Messico post-elettorale e veri business

Nella seconda metà di una recente intervista allo storico “messicanista” James Cockcroft a RealNews Network viene avanzata un’ipotesi interessante. Provo a riassumerla e ampliare alcuni punti che lì sono solo suggeriti. Le banche statunitensi, in fallimento o quasi dopo l’esplosione della bolla immobiliare del 2008 e in piena crisi mondiale, avevano e hanno bisogno dei flussi finanziari provenienti dal narcotraffico (il secondo o terzo maggior generatore mondiale di movimenti monetari), detenuti in gran parte dai cartelli messicani e dagli operatori statunitensi degli stessi. Quindi in Messico la lotta alle fonti di finanziamento e la chiusura dei rubinetti del denaro dei narcos è stata debolissima, ma s’è privilegiata la politica di militarizzazione della guerra ai narcos, spinta dal presidente messicano Felipe Calderón del PAN (Partido Acción Nacional, destra) anche per recuperare la scarsa legittimità (solo mezzo punto di scarto e brogli elettorali) con cui aveva vinto le presidenziali del 2006 contro le sinistre e il loro candidato, Andrés Manuel López Obrador. La cosiddetta narcoguerra degli ultimi 6 anni ha causato 60mila morti, ma ha significato un’epoca di vacche grasse per il traffico, lecito e illecito, di armi oltreché per i piani (tipo Plan Merida) di “aiuto” militare statunitense in Messico e per operazioni illegali come Fast and Furious (passaggio di armi USA-Messico) che hanno mostrato (di nuovo) come il narco-business sia ormai diversificato, vantaggioso da entrambi i lati della frontiera e come si sia ampliato e collegato al commercio di armi (oltre che a quello di persone, veri e propri schiavi contemporanei, per la prostituzione o la vendita degli organi). Anche i 16mila desaparecidos di questa amministrazione militarista stanno lì a testimoniare questi nessi terribili tra narcos, stato (a vari livelli di governo), sparizioni, commerci illeciti e riduzione in schiavitù. Ora pare che il PRI, il partito egemonico per 71 anni al potere dal 1929 al 2000, abbia vinto le elezioni e il suo candidato Enrique Peña Nieto si appresta a diventare presidente in mezzo a scandali, manifestazioni popolari di massa, denunce e polemiche per la compravendita dei voti, gli eccessi enormi (da 10 a 13 volte del budget previsto) delle spese di campagna e il trattamento mediatico di gran favore ricevuto per anni da TeleVisa, la principale catena TV nazionale. Il 1 luglio scorso s’è votato per eleggere presidente e parlamento, 6 governatori locali e migliaia di altre cariche di tipo amministrativo. Pochi media ne hanno parlato ma ci sono stati 9 morti, 7 feriti, 66 arresti e migliaia di altre anomalie. L’eventuale arrivo alla presidenza del leader della coalizione progressista, López Obrador, che s’è ricandidato nel 2012 con un programma di austerità, onestà, tagli alla politica e alla corruzione e ora ha impugnato le elezioni presso il tribunale elettorale per le irregolarità verificatesi di tutto il processo, avrebbe rappresentato un ostacolo evidente per i business illeciti che, in qualche modo, sostengono i flussi monetari Messico-Usa e in particolare per i gruppi d’interesse che da Washington a Mexico City, da El Paso a Sinaloa, manovrano i meccanismi della criminalità organizzata e le interazioni tra l’economia illegale, quella semisommersa e l’illegale attraverso i business del sequestro e commercio di persone, droga, armi. Obrador è osteggiato, in Messico (e si sa), ma probabilmente anche negli USA. E’ stato l’unico candidato a proporre un cambiamento netto di strategia rispetto all’ultimo sessennio, mentre Peña Nieta viene visto da molti come il candidato dei “patti con i narcos”, in quanto erede della corrente più retrograda e antidemocratica del PRI, quella del ritorno al passato: è il cosiddetto gruppo dei “gobernadores”, cioé i governatori degli stati (21 su 32) in cui il PRI mantiene il potere locale e che rischiano di diventare i bastioni di un nuovo regime autoritario, vera nube nera sulla fragile e debole democrazia messicana.

Los Invisibles – Gli Invisibili (documentario)

Sopra: Documentario completo in spagnolo composto da 4 cortometraggi del 2010-2011 sulla migrazione CantroAmerica-Messico-Stati Uniti e i suoi milioni di protagonisti “invisibili”. Per chi volesse vederlo coi sottotitoli in inglese riporto sotto le 4 parti sottotitolate. Segnalo bel reportage in spagnolo: La migración en la Ruta del Sur LINK 

Cada año, decenas de miles de personas dejan atrás sus hogares en Centroamérica y atraviesan México como migrantes irregulares. Viajan con la esperanza de llegar a Estados Unidos y de ver cumplida allí la promesa de trabajo y de una nueva vida. Pero con demasiada frecuencia sus sueños se convierten en pesadillas al afrontar uno de los viajes más peligrosos del mundo. El actor y productor mexicano, Gael García Bernal en colaboración con Amnistía Internacional, ha grabado un viaje lleno de abusos, secuestros, violaciones e incluso asesinatos a través de cuatro cortos, llamados Los Invisibles.

Parte I – Sottotitoli in inglese

At the start of their journey people are filled with hope of reaching the USA such as the young girl travelling with her family who dreams of visiting Seaworld. Filmed at a migrant shelter in southern Mexico, this film reveals the dangers that await them.

Parte II – Sottotitoli in inglese

Gael García Bernal talks to three women from Honduras who are travelling in search of a better life for their families. They are taking a huge risk. Six out of ten women who attempt the journey are sexually abused.

Parte III – Sottotitoli in inglese

Relatives in Central America may never know what happened to their loved ones. In El Salvador a mother tells us of her desperation at not knowing where her son is ten years after he left for the USA saying he’d call home in 12 days.

Parte IV – Sottotitoli in inglese

Despite the danger and the risks, the migrants will keep coming. They sleep rough, beg for food and grab lifts by clinging to the outsides of moving freight trains. Many are seriously injured, but there will always be those prepared to brave the journey.

Nasce la Celac, Comunità di Stati Latinoamericani

[Questo articolo è uscito sul quotidiano L'Unità del 7 dicembre 2011] Il 2 dicembre scorso è nata a Caracas la Comunità di Stati Latino-Americani e Caraibici (Celac), un’organizzazione di 33 paesi dell’America Latina che, considerati nell’insieme, costituiscono il terzo blocco economico mondiale. Per la prima volta, dopo 2 giornate di riunioni tra presidenti e diplomatici, tutti gli stati della regione si sono uniti senza la partecipazione degli Stati Uniti e del Canada in un patto che coinvolge 550 milioni di persone. Le Celac è l’evoluzione del Gruppo di Río, un meccanismo permanente di consultazione politica nato nel 1986, e della Calc, la conferenza regionale su integrazione e sviluppo che quest’anno è stata organizzata dal Presidente venezuelano Hugo Chávez con il fine di  approfondire l’integrazione tra i paesi partecipanti.

Al termine delle sessioni Chávez ha trasmesso la presidenza annuale della neonata Comunità al suo omologo cileno, Sebastián Piñera, che preparerà il suo primo vertice ufficiale nel 2012. E’ stata approvata una Dichiarazione finale e 18 comunicati su temi come l’embargo a Cuba, il narcotraffico, il commercio sud-sud, la difesa della democrazia e dei migranti. L’intenzione è favorire “l’integrazione economica, politica, sociale e culturale” in autonomia rispetto alla OSA, l’Organizzazione degli Stati Americani che storicamente ha retto le relazioni continentali secondo le linee del panamericanismo statunitense.

“Dobbiamo vedere l’Unione Europea come un modello di quello che bisogna fare ma anche di quello che non funziona”, ha dichiarato Cristina Fernández, presidentessa dell’Argentina. “Abbiamo l’opportunità storica di essere protagonisti del XXI secolo” – ha continuato – “con alleanze non solo economiche ma anche politiche”. L’America Latina è riuscita a portare il tasso di povertà al minimo storico del 30% della popolazione nel 2011, ma resta la zona con più disuguaglianze al mondo per l’enorme gap tra ricchi e poveri, quindi l’integrazione “alla europea” è una proposta allettante, inseguita da decenni ma mai realizzata.

La Celac nasce con un ampio consenso, ma è priva di organi permanenti e meccanismi efficaci per le decisioni, prese solo all’unanimità. Si stabiliscono due riunioni annuali dei ministri degli esteri e una dei capi di Stato, oltre alla formazione di gruppi di lavoro per proporre un’integrazione più profonda, ma resta lontana l’idea di un vero blocco commerciale o doganale e non ci sono proposte politiche più concrete al momento. Il testimone passa ai singoli governi che hanno l’arduo compito di dare forma ai principi generali approvati a Caracas in attesa della prossima riunione a Santiago del Cile. Altro articolo, Limes qui.

Cuba: i cambiamenti dell’era di Raúl Castro

Il quotidiano Granma, organo ufficiale del Partito Comunista Cubano (Pcc), ha annunciato che dal 10 novembre entrerà in vigore nell’isola la riforma, approvata dal governo giovedì scorso, che garantisce il diritto di acquistare e vendere case a tutti i cittadini cubani e agli stranieri residenti. La nuova normativa modifica la legge generale sulle abitazioni del 1988 e facilita il trasferimento della proprietà degli immobili, semplificando notevolmente il relativo iter burocratico e permettendo l’acquisto di un massimo di due case per persona, una come residenza fissa e un’altra in una località differente. Le operazioni di compravendita saranno soggette a un’imposta del 4% e dovranno essere certificate da un notaio perciò non si dovrà più ricorrere al mercato nero o al complicato e informale sistema della permuta per cambiare domicilio.

Sebbene l’80% degli 11,2 milioni di cubani sia proprietario della casa in cui vive, il deficit abitativo sull’isola è un problema grave che interessa circa un milione di persone. Quindi la mossa del Governo di Raúl Castro affronta la questione puntando su “iniezioni di mercato” per riattivare un settore bloccato da cinquant’anni. L’iniziativa viene a sommarsi ad altre misure che reintroducono le logiche di mercato nell’economia nazionale e che stanno lentamente cambiando il modello dirigista e statalista, che aveva come riferimento il sistema dell’ex Unione Sovietica. Il 28 settembre scorso è stato autorizzato, previo nulla osta ministeriale, l’acquisto di veicoli nuovi ai cubani e ai residenti stranieri che potranno pagarli in dollari o in pesos convertibili. Le auto sovietiche della mitica marca Lada e i vecchi “almendrones”, le macchinone americane degli anni Cinquanta, non saranno più padrone delle strade dell’isola. Il 1 agosto il Presidente ha annunciato che verranno ammorbidite le restrizioni per i cubani che desiderano viaggiare all’estero e questa riforma è attesa prima della fine dell’anno. La Chiesa ha invitato le autorità a contemplare nella nuova legge anche un alleggerimento dei vincoli d’ingresso per gli espatriati cubani.

A gennaio 2011 è partita la prima tranche di licenziamenti nel pubblico impiego con un taglio di 500.000 posti di lavoro, cui seguiranno altre durissime sforbiciate, che puntano ad alleggerire di oltre un milione di dipendenti il deficitario settore statale. Nell’ottobre del 2010 sono stati ampliati i permessi per esercitare in modo autonomo o individuale una delle 178 professioni indicate dalla normativa e ad oggi circa 330.000 persone svolgono un lavoro “per conto proprio” legalmente, mentre prima erano praticamente costretti a lavorare in nero. Le nuove micro-imprese, operanti per lo più con bancarelle agli angoli delle strade e sui marciapiedi sotto casa, devono far fronte a un’alta imposizione fiscale, alla mancanza di materie prime e infrastrutture, a una base di consumatori incerta, alla burocrazia e allo scarso accesso al credito, ma la loro sopravvivenza è cruciale per lo stesso Stato cubano che, ad oggi, impiega l’84% della forza lavoro e controlla il 90% dell’economia.

L’emersione di una classe di piccoli commercianti e consumatori, slegata dal mercato nero che a Cuba fornisce ogni tipo di beni e servizi, potrebbe compensare l’ondata di licenziamenti, ma se l’esperimento fallisce i disagi sociali risultanti diventerebbero incontenibili. La creazione di cooperative è legale solo per i saloni di bellezza e i parrucchieri, ma è allo studio un’apertura ad altri settori. La lista delle professioni aperte all’iniziativa privata esclude le più ambite e redditizie come quelle degli avvocati, dei banchieri, degli ingegneri, degli operatori alberghieri o del settore minerario, che agli occhi del governo sarebbero una minaccia al monopolio statale su certe attività strategiche. D’altro canto ora i cubani possono assumere impiegati e affittare le loro case e automobili con maggiore libertà. La speranza del governo è quella di sottrarre quote crescenti al sommerso e allo stesso tempo ottenere benefici fiscali dalle riforme per restare a galla.

La popolazione attende misure che aumentino le facoltà delle banche nella concessione di crediti ai privati, ma data la scarsa liquidità di queste istituzioni, anch’esse gestite dallo Stato, non si intravedono soluzioni e ci si affida ancora alle rimesse degli Stati Uniti che il Presidente Obama ha fissato in un massimo di 2.000 dollari all’anno per persona. Nel 2007 solo il 50% dei terreni agricoli, cioè 3,3 milioni di ettari, erano coltivati. Dal 2008 sono stati concessi in usufrutto oltre 1.300.000 ettari di terra incolta di proprietà statale per cercare di colmare il grosso deficit alimentare del paese, che deve importare l’80% del proprio fabbisogno. Inoltre da quando, tre anni fa, Raúl Castro ha sostituito ufficialmente il fratello Fidel alla guida del paese, ai cubani sono stati rimossi i divieti di alloggiare in hotel, noleggiare automobili e acquisire linee di telefonia mobile, computer ed elettrodomestici. La maggior parte di queste riforme orientate al mercato hanno anticipato e, in seguito, riconfermato la linea sancita dal VI Congresso del Pcc del 16-19 aprile 2011, in cui sono stati approvati i Lineamenti della Politica Economica e Sociale «per adattare il socialismo ai nuovi tempi» e «garantire la continuità e irreversibilità del socialismo, dello sviluppo economico e l’innalzamento del livello di vita della popolazione».

Le rettifiche alla rotta della Revolución cercano di stimolare l’economia con l’apertura all’iniziativa privata e la concessione di autonomia gestionale alle aziende statali in cerca di efficienza. In quest’ottica due megaprogetti risultano vitali per verificare la tenuta dello Stato imprenditore, che copre gli aspetti operativi della loro realizzazione. Il Brasile sta finanziando l’ampliamento del porto di Mariel, 45 km a est de L’Avana, la riqualificazione dell’infrastruttura stradale e ferroviaria di questo futuro “polo di sviluppo” e la nascita di un politecnico specializzato. La Cina, invece, concentra la sua attenzione e i suoi investimenti sul complesso petrolchimico di Cienfuegos. Sembra questa la strada cubana per liberalizzare l’economia, passo dopo passo: una somministrazione controllata di mercato, un po’ medicina e un po’ veleno, unita a politiche di alleggerimento della burocrazia che, oltre alla ristrutturazione delle imprese pubbliche, implicano licenziamenti di massa degli statali a fronte di un loro eventuale e incerto reintegro nei nuovi settori.

L’attuazione dei cambiamenti sotto il controllo ferreo dello Stato dovrebbe scongiurare il pericolo di involuzioni selvagge e ultracapitaliste, come quelle sperimentate dalla Russia post-comunista all’inizio degli anni Novanta. Ciononostante le riforme sembrano dettate più dalla necessità e dalla contingenza che da un vero e proprio giro di vite ideologico riguardante l’economia, lo svecchiamento delle gerarchie e la democratizzazione del sistema. Infatti, a Cuba non è ancora stato favorito un ricambio reale della leadership storica prodotta dalla rivoluzione del 1959 e, sul fronte dei diritti umani, non sono cessate le vigorose proteste contro la repressione del dissenso interno e le limitazioni alla libertà d’espressione. La crescita del Pil cubano è stata compromessa dagli effetti devastanti dei tre forti uragani che si sono succeduti dal 2008 e dalla crisi globale, per cui c’è stato un modesto aumento dell’1,4% e del 2,1% nel 2009 e nel 2010, mentre per il 2011 le stime indicano un incremento del 2,7%. Nello stesso periodo sono cadute anche le rimesse dall’estero e il valore delle esportazioni di zucchero, rum e tabacco.

Escluso dai fondi delle istituzioni monetarie internazionali e strozzato dall’anacronistico embargo statunitense, imposto quasi cinquant’anni fa e condannato dall’Assemblea Generale dell’Onu per vent’anni consecutivi, il regime cubano è dovuto correre ai ripari per difendere le sue conquiste nella salute e nell’istruzione, ma anche le esigenze alimentari minime della popolazione. Forse stiamo assistendo alla tropicalizzazione, in scala ridotta, dell’esperienza cinese che, dalla seconda metà degli anni Settanta, si è tradotta in un mix di autoritarismo politico e apertura controllata ma decisa all’economia di mercato e al capitalismo privato, in stretta associazione con gli imprenditori e i governi di mezzo mondo. Sarebbe azzardato andare oltre con il paragone tra due casi così diversi, anche perché la Cina è un paese-continente difficilmente classificabile e non un’isola delle Antille, ma il passaggio da un’economia pianificata centralmente a una realtà variegata, contraddistinta dalla crescita del settore privato nazionale ed estero e dall’inserimento nei mercati internazionali, implica una serie di scelte tattiche e strategiche imprescindibili. Sebbene sia ormai chiara la tattica del Pcc, riassumibile nella creazione di un sistema misto e delineata nell’ultimo congresso da oltre 300 proposte di riforma per i prossimi cinque anni, ci sono ancora molti dubbi sulla strategia di lungo periodo che fa da sfondo al processo di apertura economica e al lento ma inesorabile ricambio generazionale, che stanno già gettando le basi della nuova Cuba. Da Linkiesta.It

Voci da Zetania

nomassangre.jpgL’intervista che presento di seguito è una testimonianza raccolta il 30 settembre 2011, presso la Casa de la Solidaridad di Città del Messico, ad Alfonso Moreno Díaz, padre di Alejandro Alfonso Moreno Baca, di 33 anni d’età, scomparso nel Nord-Est del Messico il 27 gennaio scorso. E’ una delle tante voci dimenticate che s’alzano da Zetania, la Repubblica Criminale degli Zetas, come viene chiamato il territorio degli Stati settentrionali di Nuevo León e Tamaulipas, ma anche molte zone dei centrali Veracruz, San Luis Potosí, Coahuila, Zacatecas, che si caratterizzano per una forte presenza del cartello degli Zetas, l’ex braccio armato del Cartello del Golfo. Alfonso solleva un problema gravissimo, fino ad ora considerato dalle autorità e dai media come un “effetto collaterale” del conflitto messicano (se non del tutto ignorato), cioè quello dei 16.000 desaparecidos degli ultimi cinque anni che sono imputabili alla guerra al narcotraffico, intrapresa dal governo del presidente Felipe Calderón a partire dal 2007 con un saldo di circa 50.000 morti.

F.L. - Com’è avvenuta la scomparsa di suo figlio? 
A.M. - Giovedì 27 gennaio è partito da Città del Messico per andare a Laredo, in Texas. E’ uscito alle 7 del mattino, ha fatto scala a Monterrey dove ha pranzato con un amico dalle 4 del pomeriggio. Poi è ripartito alle 19:28 per Laredo e ha chiamato un altro amico che lo aspettava là. Mio figlio ha passato il casello autostradale alle 20:55 e nei 15 km seguenti ha trovato un falso posto di blocco che l’ha fermato. Aveva segnalato durante l’intera giornata tutte le tappe del suo viaggio, dicendo che aveva superato il Tropico del Cancro e che era pesante il traffico di Monterrey; da ultimo aveva mandato via Facebook un messaggio appena superato il casello.

- Di quale casello si tratta?
- Sabinas Hidalgo nello Stato di Nuevo León, autostrada Monterrey-Nuevo Laredo, la 85D. Il giorno dopo l’amico di Laredo, dal Texas, chiama il fratello di Alejandro qui a Mexico City per dirgli che non era arrivato. Allora hanno iniziato a cercarlo in vari ospedali pensando che si trattasse di un incidente stradale o un problema con l’automobile. L’hanno cercato sia a Monterrey che a Nuevo Laredo, nel lato messicano, ma la ricerca è stata negativa siccome non c’erano tracce né negli ospedali né con la polizia per incidenti o altro.

- Infatti quella zona vicina alla frontiera è stata ribattezzata “Triangolo delle Bermude messicano” perché i casi irrisolti sono tantissimi. Chi lo stava cercando, le autorità o voi?
- Non le autorità, il suo amico di Monterrey e l’altro amico di Laredo. Sabato 29, mio figlio Antonio arriva a casa e ci informa della scomparsa di Alejandro. Allora siamo andati subito a Monterrey e poi a Nuevo Laredo per cominciare le ricerche che sono durate alcuni giorni. Abbiamo percorso in lungo e in largo tutta la zona, sporgendo denuncia e parlando con la polizia in entrambe le città, e abbiamo anche segnalato il furto del veicolo alla polizia stradale federale. Lì un ufficiale ha cercato di rassicurarci dicendo a mia moglie ‘non si preoccupi signora, li prendono e li mettono a lavorare’. Tra 3 o 4 mesi lo rimandano indietro. Son passati già 8 mesi e non abbiamo informazioni da nessuno, nessuno è venuto a cercarci e quello che vogliamo chiedere ai rapitori è che ce lo restituiscano! Hanno fatto un danno enorme alla nostra famiglia e quindi chiediamo che ce lo ridiano vivo.mapa_Zetania.jpg

- So che avete seguito voi da soli le indagini, che ipotesi o idee vi siete fatti?
- In questa terribile ricerca abbiamo verificato che lungo quella strada ci sono stati moltissimi desaparecidos di Puebla, di Monterrey, di Guanajuato, di Jalisco e con nessuno di loro si sono messi in contatto.

- Che cosa avete scoperto quando siete andati a quel casello?
- Un ufficiale della polizia, proprio domenica 30 gennaio verso le 9 am, ci aveva assicurato che non c’era stato nessun incidente perché quando succedono la macchina incidentata viene portata a Vallecilos, il capoluogo provinciale, e quando ci sono feriti li portano a Sabinas Hidalgo. Non ci sono stati incidenti né tra auto né con persone coinvolte. Alejandro era da solo e l’unica cosa che resta sono i suoi messaggi del Facebook e le coordinate che sono la testimonianza del passaggio del casello, precisamente il segnale è arrivato dal km 113, all’intersezione tra la autostrada 85D e la provinciale 21 nel comune di Vallecillo. Chiediamo alle persone che hanno preso nuestro figlio che ce lo restituiscano, con tutto il cuore è l’unica cosa che posso dire.

- Che cosa hanno potuto fare le forze di polizia e gli inquirenti arrivati dalla capitale?
- Sono state aperte delle indagini dalla Procura statale del Nuevo León e da quella federale, ma non si arriva a investigazioni complete. Cioè i progressi delle autorità sono molto scarsi, il problema li ha superati, c’è bisogno di altre operazioni dell’esercito o della marina.

- Due agenti sono stati inviati da Città del Messico per il caso di Alejandro e non sono più tornati, è vero?
- Ci sono state ricerche e operazioni speciali, alcuni poliziotti federali che sono andati là non sono tornati, pare siano stati intercettati e uccisi dalla polizia locale e da alcuni narcotrafficanti. Noi come familiari abbiamo fatto tutte le ricerche possibili ma chiediamo più tempestività alle autorità alle quali abbiamo apportato informazioni preziosi. Un’altra cosa è che io entri a investigare personalmente in tutti i paesini e i territori di quella regione, ma se lo faccio sono le stesse autorità che me lo sconsigliano perché, dicono, c’è il rischio che qualcuno faccia sparire anche me. Quella zona è troppo pericolosa.

- Che cosa rappresenta per voi il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità che dall’aprile scorso il poeta Javier Sicilia ha costruito insieme a decine di migliaia di cittadini per chiedere giustizia e opporsi alle strategie governative di lotta al narcotraffico e militarizzazione?
- Il Movimento di Javier Sicilia è prodotto della morte di suo figlio e dei suoi amici ed è l’unico movimento grazie a cui tutte le vittime invisibili come noi, che non eravamo mai stati ascoltati, sono state accolte negli spazi aperti specialmente dal movimento e dalle autorità per la discussione di queste problematiche. Ci sono diversi tavole rotonde e gruppi di lavoro, ma ora servono risultati che soddisfino tutte le persone con parenti e amici desaparecidos. Sono tantissimi in tutto il paese, forse più di 15mila nel periodo del Presidente Calderón, oltre ai quasi 50mila morti come frutto di una guerra che è stata condotta senza calcolarne le conseguenze, non c’è stata una strategia e ora siamo il risultato di tante vittime, siamo noi stessi le vittime perché non abbiamo chiesto questa guerra, mio figlio stava semplicemente facendo un viaggio.Triangolo.jpg

- Che cosa faceva Alejandro prima della sua scomparsa?
- Alejandro è un ingegnere informatico, lavora per una multinazionale da 4 anni, la IBM Messico. Era emozionato perché stava andando in vacanza a trascorrere qualche giorno con i suoi amici di Laredo in Texas. Non avremmo mai immaginato quanto fosse pericoloso il Nord del paese. Lui era in macchina da solo, aveva comprato dei computer a Laredo e voleva portarseli a casa dopo le vacanze.

- Una volta era normale attraversare la frontiera tra Messico e Stati Uniti, fermandosi alcuni giorni nelle città di confine per comprare prodotti elettronici e informatici a basso costo. C’era anche il turismo da “shopping mall” che si faceva in giornata. 
- Ecco appunto, una volta c’erano queste cose, ma oggi quelle strade sono abbandonate e la gente ha paura, non si circola più come prima e c’è molto da fare là.

- Esiste l’ipotesi, avanzata a volte dalla stampa o dalla polizia, secondo cui i gruppi di narcos come gli Zetas o altri cartelli potrebbero rapire e impiegare i tecnici informatici obbligandoli a lavorare per loro nelle telecomunicazioni e in attività di spionaggio. Che cosa ne pensa?
- Se Dio vuole, stanno facendo lavorare Alejandro su qualcosa, speriamo che non ce l’abbiano ammazzato. Son passati 8 mesi. La media d’età dei giovani che scompaiono va dai 20 ai 35-40 anni, tutta la gente che abbiamo incontrato in questi veri e propri pellegrinaggi è giovane e il governo deve agire adesso. Che ci aiutino a trovarlo dato che non possiamo fare più nulla, veramente.

- Ad oggi quali indagini preliminari restano aperte qui nella capitale e nel Nuevo León? Che cosa si può fare?
- E’ molto triste, la Procura di Nuevo León inizialmente definisce queste situazioni come “atti circostanziali”, poi c’è bisogno di molto di più affinché acquisti lo status di “indagine preliminare”. Quindi abbiamo un’indagine aperta presso la Procura Generale della Repubblica e solo un “atto circostanziale” a Monterrey ma son livelli d’urgenza diversi, mentre noi abbiamo bisogno di ritrovare nostro figlio.

- Avete incontrato gli inquirenti del vostro caso?
- Beh, che cosa hanno fatto le Procure? Hanno solo cambiato pubblici ministeri e funzionari da un posto all’altro e fanno ricerche negli incartamenti. Invece io chiedo che non cerchino più queste persone solo nelle carte, da un ufficio all’altro, rimbalzandosi le pratiche da Tamaulipas a Città del Messico e così via. Non cercateli in mezzo alla cartaccia. Ci siamo fatti le prove del DNA, abbiamo apportato ogni tipo di prova e chiediamo che continuino le ricerche con operazioni concrete. Potete contare su di noi per trovare nostro figlio ma agite. Da CarmillaOnLine