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Note sulla cattura del capo degli Zetas in Messico

z-40 copertinaDopo il classico boom mediatico per l’ennesima cattura di un capo dei narcos messicani, il “sanguinario” e “terribile” Z-40 (Miguel Ángel Treviño), leader del cartello degli Zetas arrestato dalla marina lo scorso 15 luglio, il silenzio torna a regnare sulle sorti del paese latino-americano. E soprattutto ci si dimentica delle enormi responsabilità che USA ed Europa hanno in merito, essendo i principali mercati di sbocco (o consumatori) dei traffici di stupefacenti che provengono o passano dal Messico e dai paesi andini ed anche i promotori del proibizionismo e della repressione nei paesi produttori quali strategie per affrontare il “problema”. La droga si esporta a Nord e i morti restano a Sud. Treviño o Z-40 era succeduto al comando dell’organizzazione criminale, dominante nel Golfo del Messico (Veracruz, Tabasco e Tamaulipas) e nel Nord Est (Nuevo León, Monterrey, Nuevo Laredo) ma presente anche nel centro e nel sud del paese fino al Guatemala, all’altrettanto famigerato boss Heriberto Lazcano. El Lazca, questo il suo alias, fu abbattuto dall’esercito nell’ottobre 2012 e apparteneva agli Zetas “delle origini”, cioè al gruppo formato da ex militari dei corpi d’élite che alla fine degli anni novanta avevano disertato ed erano stati assoldati come braccio armato dalla banda egemonica in quella regione, il Cartello del Golfo del boss Osiel Cárdenas Guillén (oggi in prigione negli USA): da forze armate contro i narcos a corpi di sicurezza e sicari dei capi.

Una volta imparato il business e consolidate le reti criminali e le protezioni istituzionali sui territori d’influenza, nel 2010 gli Zetas si resero autonomi e diventarono i principali rivali dell’indebolito Cartel del Golfo. Questo si alleò con i propri antichi nemici, cioè con il Cartello di Sinaloa, l’organizzazione che domina le regioni occidentali del Messico, Tijuana, la California e il centro Nord, mentre disputa il controllo della zona orientale, del centro e di parte della frontiera con gli USA ad altre organizzazioni come la Familia Michoacana e gli stessi Zetas. I leader del Cártel de Sinaloa, il boss Joaquín “El Chapo” Guzmán e il suo secondo, Ismael “El Mayo” Zambada, sembrerebbero inoltre godere dei favori e delle protezioni da parte delle autorità politiche fino ai livelli più alti secondo le ricerche di giornalisti come Anabel Hernandez (autrice de Los señores del narco). Come spiegava l’opinionista Adela Navarro sulla testata on line SinEmbargo.Mx, il Cartello di Sinaloa sarebbe stato “preferito” rispetto agli altri e protetto già dai tempi del presidente Vicente Fox (2000-2006), quando il Chapo fu lasciato libero di operare e poi di fuggire di prigione, e in seguito dal governo di Calderón (2006-2012), con il ministero chiave della Pubblica Sicurezza controllato da Genaro García Luna, e ancora oggi con la presidenza di Peña Nieto (2012-2018) e la cattura del rivale più duro dei narcos di Sinaloa, ossia il capo degli Zetas. Denunce analoghe sono state lanciate dal generale che lo arrestò la prima volta nel 1993,Jorge Carrillo Olea. La situazione è in realtà molto più complessa e frammentata, ma mi limito qui a una descrizione a grandi linee e rimando a un paio di articoli sul Chapo Guzmán e sulla storia della narcoguerra (link 1 – link 2).

Gli Zetas hanno saputo diversificare le loro fonti di guadagno dal narcotraffico ai rapimenti, dalla spoliazione di proprietà al racket e il traffico di armi e persone. Per questo già dal 2005-2006 nello stato centrale del Michoacán, dove gli Zetas stavano penetrando inesorabilmente, cominciò un’ondata terribile di violenza che ha risvegliò le aspirazioni revansciste dei vecchi gruppi di narcos locali che in funzione anti-Zetas fondarono il cartello della Familia Michoacana. La guerra su grande scala scoppiò dopo il 6 settembre 2006 quando cinque teste umane furono lanciate dai membri della Familia in una discoteca della città di Uruapan  e diedero inizio alla pratica delle decapitazioni come macabri “messaggi” tra i bandi in lotta. C’è stata quindi un’escalation della violenza ipermediatizzata per cui a volte i narcos aspettano gli orari più propizi per apparire nei notiziari TV della sera prima di fare una strage o di presentare i cadaveri pubblicamente. Poche settimane dopo l’ex presidente Calderón, originario proprio di questa regione, lanciò la prima offensiva militare, chiamata Operazione Michoacán, per ripulire lo stato dai narcos, cosa che ovviamente non è accaduta. La seguente scissione dei Caballeros Templarios dalla Familia Michoacana rimescolò le alleanze dato che questa stabilì un patto con gli Zetas, ma i Caballeros siglarono un alleanza con il Cartello di Sinaloa.

Tornando al presente, è difficile trovare articoli sui quotidiani italiani che parlino degli effetti “collaterali” della guerra al narcotraffico, al di là delle solite drammatiche cifre (27miladesaparecidos in Messico in 6 anni, 100mila morti e oltre 200mila rifugiati/sfollati costretti a lasciare le proprie case) che potrebbero indurre qualche riflessione in più. Invece si enunciano a profusione gli effimeri successi dell’eterna battaglia contro “le droghe”. E spesso si tralascia il fatto che durante i primi sette mesi della presidenza di Enrique Peña Nieto la media di un migliaio di morti al mese (7110 in totale, cifra ufficiale) legati alla criminalità organizzata non è proprio un dato “normale”, anche se risulta inferiore (-18%) rispetto a quello dell’anno precedente, ancora nel pieno della narcoguerra di Calderón.

Alcune testate messicane “trionfaliste” (come Milenio) hanno celebrato la cattura e hanno già decretato la fine degli Zetas che, secondo certe previsioni, dovrebbero perdere la loro dimensione nazionale per trasformarsi in cellule sparse e isolate, magari ancora molto violente, pericolose e impazzite per un po’ ma comunque più locali e relativamente scoordinate. Per cui il cartello, un’organizzazione ad oggi complessa e sofisticata, sarebbe destinato all’estinzione. Anche se questo dovesse accadere, non sarà certo la fine del narcotraffico e della violenza in Messico. Inoltre pare che la successione del Z-40 sia già pronta con l’ascesa di suo fratello Alejandro o Z-42. Non si stanno attaccando le cause economiche, storiche e sociali, nazionali e internazionali, che lo generano. Si combatte la malattia partendo dai sintomi e da qualche colpo ad effetto per convincere l’opinione pubblica messicana e specialmente la statunitense della buona volontà e capacità del governo, ma poi, per esempio, il 98% degli omicidi commessi nel 2012 resta impunito, un dato tragico che spiega una lunga serie di abdicazioni e connivenze delle istituzioni e della politica.

z-40

Poco si parla della corruzione delle autorità, della polizia a vari livelli (locale, statale, federale, di frontiera: da entrambi i lati della frontiera nord…) e dei settori della classe politica collusi coi narcos. Bisogna, infatti, ricordare che il termine “desaparecido” si usa per quelle persone di cui s’è persa traccia e per la cui scomparsa quali esiste una responsabilità diretta o indiretta dello stato (connivenza con la delinquenza, incapacità nel garantire sicurezza e incolumità dei cittadini o coinvolgimento diretto in sequestri e uccisioni).

Dunque, non si racconta di uno stato che ha ormai perso controllo e prerogative in parti significative del territorio nazionale. Come durante la Revolución del 1910-17, diverse fazioni armate e combattive restano in lotta, in un instabile equilibrio. Quindi narcos, cellule e gruppi di comando, bandoleros, eserciti regolari e disertori (come gli Z), la marina, igobernadores e i vari corpi di polizia si contendono il potere economico e negoziano quello politico, svilendo la società messa a ferro e fuoco e ormai usa alla violenza imperante in molte città o regioni (vedi la decadenza di Monterrey, la degenerazione di Acapulco o l’eterna tragedia di Cd. Juárez). Il paragone “rivoluzionario” è piuttosto azzardato, ma l’impressione di fondo che si percepisce in Messico a volte è proprio questa.

Il gran mercato USA, il più importante del mondo, e la domanda mondiale sono i motori di questa economia che è illegale perché, banalmente, la marijuana, la cocaina e le altre droghe “leggere” e “pesanti” sono considerate e normate in questo senso (repressivo), spesso senza distinzioni riguardo la loro natura, potenziale dannosità e modalità d’uso. Ormai anche le riviste di stampo conservatore in Messico, di fronte alla realtà di un paese imbarbarito dalla guerra e di una forte emergenza sociale, hanno proposto la progressiva legalizzazione, parziale o totale, della produzione e del consumo (per diverse finalità, inclusa quella ricreativa) almeno a livello nazionale, se non continentale. Gli “esperimenti” di legalizzazione, depenalizzazione e controllo della cannabis negli stati del Colorado e di Washington potrebbero diventare degli utili apripista in questo senso.

I collegamenti tra i cartelli della droga e i business “collaterali” sono fondamentali dato che in molti casi, in particolare per gli Zetas, rappresentano il 50% del totale delle entrate: l’estorsione o racket ed il traffico di armi e persone (riduzione in schiavitù, prostituzione, traffico di bambini, commercio di organi, sequestro di persone a fini di estorsione, ecc…). Questi sono gli affari più grossi per i narcos dopo il traffico di droghe, ma la questione resta spesso in secondo piano specialmente sui media italiani. Eppure, quando le acque diventano burrascose, magari in seguito a un arresto “importante” o a una nuova operazione militare governativa annunciata in pompa magna oppure dopo l’ennesimo stanziamento di “aiuti” (fondi, armi, intelligence, consulenze, strumenti tecnici, vedi per es.Plan Merida) da parte della Casa Bianca, questi business possono trasformarsi in preziose ancore di salvezza per le cellule criminali operanti sul territorio statunitense e messicano.

In ogni città, anche piccola, e in ogni centro turistico ce n’è almeno uno, ma in genere sono tanti, la concorrenza impera. Mi riferisco ai Table Dance, (in uso anche la trascrizione spagnola “teibol”) i club notturni messicani in cui il confine tra intrattenimento e prostituzione, tra “lavoro” e schiavitù, è sempre più labile, anzi, direi che nella maggior parte dei casi sono dei bordelli legalizzati in cui regna lo sfruttamento senza altri aggettivi. Insieme ai casinò sono tra le attività favorite dai cartelli per riciclare narcodollari, dal tramonto all’alba. La lotta contro il riciclaggio del denaro sporco e la possibilità di bloccare i centri e le connessioni finanziarie che alimentano i narcos e che sostengono anche le loro imprese legali, come s’era fatto a livello internazionale, per esempio, dopo l’attacco alle Torri Gemelli del 2001 con i patrimoni e i flussi legati ad Al Qaeda, sono state opzioni molto poco esplorate dai vari governi americani e messicani. Anzi, il tema sembra proprio un tabù a livello mediatico e siccome il problema della violenza e gli aspetti visibili e duri di questa tragedia restano a Sud (almeno in apparenza), gli USA non hanno interesse a intervenire con decisione e tempestività o a creare un consenso globale anti-narcos che identifichi e blocchi le loro attività finanziarie internazionali.

L’arresto di un boss, com’è il caso del Z-40 in Messico, ha sicuramente un alto impatto mediatico e scardina, almeno in parte, il vertice dell’organizzazione, ma di certo non tutti i suoi meccanismi, i suoi interessi e le sue cellule che continuano ad operare sul territorio. Invece, l’effetto immediato è una recrudescenza della violenza, dunque la crescita dei morti tra i membri del cartello, ma anche di quelli “civili”, cioè esterni all’organizzazione (forze dell’ordine e cittadini comuni). Cito in proposito un paragrafo del giornalista messicano Genaro Villamil:

 “Nel marzo 2012 il Generale Jacoby del Commando Nord statunitense ammise che dopo la cattura di 22 dei 37 boss più ricercati la narcoviolenza non era diminuita. Al contrario, lo stratega nordamericano ammise che l’eliminazione di un capo ne rafforza sempre un altro e frammenta in varie cellule, fortemente armate e altamenti corruttrici, le reti di questa ‘testa dell’Idra’ che è la criminalità organizzata. Così è nato il potere degli Zetas. Da sicari del Cartello del Golfo si sono trasformati in una delle imprese criminali più complesse mai esistite, per la loro capacità di espansione territoriale, il loro carattere paramilitare, la loro espansione verso la ‘industria’ del sequestro, la contraffazione, il traffico di migranti e perfino il contrabbando di petrolio. La narcoviolenza è sistemica, non individuale. Il genio maligno di boss come ‘El Chapo’ o lo ‘Z-40′ o ‘La Barbie’ spiega alcuni metodi, ma questi sono stati creati sotto il manto di un sistema politico, sociale, agricolo, finanziario e perfino mediatico inondato dalla corruzione. E’ una cosa che non ha mai capito Felipe Calderón e il suo alter ego Genaro García Luna (ex Ministro della Sicurezza 2006-2012). Non gli conveniva. La lotta contro la criminalità organizzata è diventata una ragione di governo per cercare legittimità, non una ragion di stato per affrontare un male sistemico. La “narrativa” potrà cambiare e magari riusciranno a eliminare la percezione d’insicurezza e il rischio per gli ‘investitori’, ma i fatti indicano che oltre allo ‘Z-40′ o al ‘Chapo’ quello che c’è è un male sistemico che ci metterà anni a regredire”.

Un’importante cattura può anche provocare un innalzamento dei livelli di scontro intestino tra fazioni in lotta per la leadership, da una parte, e un aumento della violenza tra i diversi cartelli in conflitto per territori o plazas (una città o zona definita per la distribuzione) che cercano di approfittare dell’eventuale scompiglio generato dall’arresto del boss di turno, dall’altra.

In questa narcoguerra messicana la cattura di un capo, in effetti, non ha mai significato la fine di un’organizzazione criminale o di un cartello. In genere produce: un colpo mediatico efficace per qualche giorno, con eventuali “positive” ripercussioni nella stampa estera; qualche rimpasto all’interno dell’organizzazione; un declino relativo del cartello rispetto ai “competitors” a livello regionale o nazionale con conseguente rioccupazione delle plazasscoperte da parte di altre organizzazioni e incremento nella violenza. Il problema, dunque, resta come lo dimostrano gli altisonanti arresti pubblicizzati a livello globale dal governo di Felipe Calderón, l’ideatore della  strategia militare contro i narcos tra il 2006 e il 2012.

“La Barbie”, Heriberto Lazcano “El Lazca” (Zetas), Beltrán Leyva, “El Teo”, gli Arellano Félix, eccetera. Tutti mostrati come dei boss tremendissimi e potenti, con una capacità logistica e di fuoco da fare invidia a tutti i padrini nostrani messi assieme. In parte è vero, ma è anche vero che l’impatto degli arresti o delle uccisioni dei vari capi deve essere magnificato attraverso l’esagerazione di queste capacità strategiche e militari, oltre che con l’attribuzione di ogni male e violenza del paese a quell’unica persona, i cui capi d’accusa crescono a dismisura creando un curriculum criminale eccezionale (vedi articolo di Zepeda Patterson).

In realtà i narcos hanno esteso le loro reti, la loro presenza e influenza nel tessuto sociale e i loro guadagni come mai prima grazie all’impunità, alla povertà e all’iniquità della società, legata a motivi culturali e storici oltre che economici, al sistema di giustizia viziato, alla corruzione generalizzata e ad una polizia imbarazzante. Sono quindi queste condizioni e queste strutture, interne ed esterne al paese, che vanificano qualunque cattura del “capo dei capi” del momento.  Infatti, pare ci sia già un successore del Z-40, il suo fratello Alejandro Treviño, alias Omar o Z-42. I numeri, gli alias e i “panchinari” in attesa di entrare in campo sono infiniti, la narcoguerra è dura a morire.

Devendra Banhart (dalle Ande agli States a/r)

Hey Mama Wolf. Questo week end lo dedico musicalmente a un mistico folle, quasi naturalista, statunitense e venezuelano, Davendra Banhart, cantautore che compone in inglese, spagnolo e chissà quali altre lingue.

E ci metto anche La pastorella perduta, La pastorcita perdida, cover di un pezzo in stile andino, da ascoltare in qualche gelido bar delle Ande o in una “peña folclorica”. Frase testo: Punay Punay Ridammi la mia Pastorella Perduta.

Punay! Punay! 
¡Devuélveme, devuélveme, 
a mi pastorcita perdida!

Pastorcita de mi vida, 
te extraviaste en noche mala, 
mi voz te busca en el viento 
y en la puna te reclama.

Punay! Punay! 
¡Devuélveme, devuélveme, 
a mi pastorcita perdida!

Aunque tenga en esta vida, 
que viento y tierra tragar, 
pastorcita de la vida, 
te he de encontrar
te he de encontrar.

Chi è costui? Artista indefinibile da parte mia ma…Vedi che dice Wiki, link.

Vai alla playlist dei suoi successi, linkati qua.

Chiudo con la bellissima Baby dai riff irresistibili.

La Frontiera: Intervista a Confini @RadioPopolare

Dal programma di Radio Popolare “Confini” del 7 settembre, in onda dal lunedì al venerdì alle 17.30 e condotto da Sara Milanese e Diana Santini, ecco il mio intervento sul Messico e il tema della frontiera. A questo Link c’è il post originale che copio qui di seguito che s’intitola: Come eludere le frontiere, dal Messico alla striscia di Gaza.

Il “muro di Tijuana” è uno dei classici muri della vergogna: divide per lunghi tratti il Messico dagli Stati Uniti, ed è stato costruito con l’obiettivo di fermare il traffico di armi e droga, e il flusso di migranti che da sud preme con forza sul confine inseguendo il sogno americano.

Eppure i modi per eludere quella che è una delle frontiere più ritratte del mondo sono tanti. Ce li racconta Fabrizio Lorusso, giornalista e scrittore italiano che vive a Città del Messico.
Poi ci imbarchiamo con il capitano James Cook, grande navigatore dell’Oceano Pacifico, che ha aperto nuove rotte al colonialismo britannico.

Dai narcotunnel messicani ai tunnel che portano dalla Striscia di Gaza all’Egitto: Loris Savino, fotografo milanese, è appena tornato proprio da Gaza. I tunnel palestinesi fanno parte del suo progetto fotografico (e video) Betweenlands.

Infine l’ultima puntata della nostra rubrica sui quartieri multietnici nella città italiane: andiamo a Napoli, nei quartieri spagnoli, dove Tina e Angelo Scognamiglio nel loro ortofrutta organizzano da 4 anni un corso gratuito di cucina napoletana per stranieri. L’integrazione passa per la buona cucina!

Narcos e nuvole (nere): Messico post-elettorale e veri business

Nella seconda metà di una recente intervista allo storico “messicanista” James Cockcroft a RealNews Network viene avanzata un’ipotesi interessante. Provo a riassumerla e ampliare alcuni punti che lì sono solo suggeriti. Le banche statunitensi, in fallimento o quasi dopo l’esplosione della bolla immobiliare del 2008 e in piena crisi mondiale, avevano e hanno bisogno dei flussi finanziari provenienti dal narcotraffico (il secondo o terzo maggior generatore mondiale di movimenti monetari), detenuti in gran parte dai cartelli messicani e dagli operatori statunitensi degli stessi. Quindi in Messico la lotta alle fonti di finanziamento e la chiusura dei rubinetti del denaro dei narcos è stata debolissima, ma s’è privilegiata la politica di militarizzazione della guerra ai narcos, spinta dal presidente messicano Felipe Calderón del PAN (Partido Acción Nacional, destra) anche per recuperare la scarsa legittimità (solo mezzo punto di scarto e brogli elettorali) con cui aveva vinto le presidenziali del 2006 contro le sinistre e il loro candidato, Andrés Manuel López Obrador. La cosiddetta narcoguerra degli ultimi 6 anni ha causato 60mila morti, ma ha significato un’epoca di vacche grasse per il traffico, lecito e illecito, di armi oltreché per i piani (tipo Plan Merida) di “aiuto” militare statunitense in Messico e per operazioni illegali come Fast and Furious (passaggio di armi USA-Messico) che hanno mostrato (di nuovo) come il narco-business sia ormai diversificato, vantaggioso da entrambi i lati della frontiera e come si sia ampliato e collegato al commercio di armi (oltre che a quello di persone, veri e propri schiavi contemporanei, per la prostituzione o la vendita degli organi). Anche i 16mila desaparecidos di questa amministrazione militarista stanno lì a testimoniare questi nessi terribili tra narcos, stato (a vari livelli di governo), sparizioni, commerci illeciti e riduzione in schiavitù. Ora pare che il PRI, il partito egemonico per 71 anni al potere dal 1929 al 2000, abbia vinto le elezioni e il suo candidato Enrique Peña Nieto si appresta a diventare presidente in mezzo a scandali, manifestazioni popolari di massa, denunce e polemiche per la compravendita dei voti, gli eccessi enormi (da 10 a 13 volte del budget previsto) delle spese di campagna e il trattamento mediatico di gran favore ricevuto per anni da TeleVisa, la principale catena TV nazionale. Il 1 luglio scorso s’è votato per eleggere presidente e parlamento, 6 governatori locali e migliaia di altre cariche di tipo amministrativo. Pochi media ne hanno parlato ma ci sono stati 9 morti, 7 feriti, 66 arresti e migliaia di altre anomalie. L’eventuale arrivo alla presidenza del leader della coalizione progressista, López Obrador, che s’è ricandidato nel 2012 con un programma di austerità, onestà, tagli alla politica e alla corruzione e ora ha impugnato le elezioni presso il tribunale elettorale per le irregolarità verificatesi di tutto il processo, avrebbe rappresentato un ostacolo evidente per i business illeciti che, in qualche modo, sostengono i flussi monetari Messico-Usa e in particolare per i gruppi d’interesse che da Washington a Mexico City, da El Paso a Sinaloa, manovrano i meccanismi della criminalità organizzata e le interazioni tra l’economia illegale, quella semisommersa e l’illegale attraverso i business del sequestro e commercio di persone, droga, armi. Obrador è osteggiato, in Messico (e si sa), ma probabilmente anche negli USA. E’ stato l’unico candidato a proporre un cambiamento netto di strategia rispetto all’ultimo sessennio, mentre Peña Nieta viene visto da molti come il candidato dei “patti con i narcos”, in quanto erede della corrente più retrograda e antidemocratica del PRI, quella del ritorno al passato: è il cosiddetto gruppo dei “gobernadores”, cioé i governatori degli stati (21 su 32) in cui il PRI mantiene il potere locale e che rischiano di diventare i bastioni di un nuovo regime autoritario, vera nube nera sulla fragile e debole democrazia messicana.

Los Invisibles – Gli Invisibili (documentario)

Sopra: Documentario completo in spagnolo composto da 4 cortometraggi del 2010-2011 sulla migrazione CantroAmerica-Messico-Stati Uniti e i suoi milioni di protagonisti “invisibili”. Per chi volesse vederlo coi sottotitoli in inglese riporto sotto le 4 parti sottotitolate. Segnalo bel reportage in spagnolo: La migración en la Ruta del Sur LINK 

Cada año, decenas de miles de personas dejan atrás sus hogares en Centroamérica y atraviesan México como migrantes irregulares. Viajan con la esperanza de llegar a Estados Unidos y de ver cumplida allí la promesa de trabajo y de una nueva vida. Pero con demasiada frecuencia sus sueños se convierten en pesadillas al afrontar uno de los viajes más peligrosos del mundo. El actor y productor mexicano, Gael García Bernal en colaboración con Amnistía Internacional, ha grabado un viaje lleno de abusos, secuestros, violaciones e incluso asesinatos a través de cuatro cortos, llamados Los Invisibles.

Parte I – Sottotitoli in inglese

At the start of their journey people are filled with hope of reaching the USA such as the young girl travelling with her family who dreams of visiting Seaworld. Filmed at a migrant shelter in southern Mexico, this film reveals the dangers that await them.

Parte II – Sottotitoli in inglese

Gael García Bernal talks to three women from Honduras who are travelling in search of a better life for their families. They are taking a huge risk. Six out of ten women who attempt the journey are sexually abused.

Parte III – Sottotitoli in inglese

Relatives in Central America may never know what happened to their loved ones. In El Salvador a mother tells us of her desperation at not knowing where her son is ten years after he left for the USA saying he’d call home in 12 days.

Parte IV – Sottotitoli in inglese

Despite the danger and the risks, the migrants will keep coming. They sleep rough, beg for food and grab lifts by clinging to the outsides of moving freight trains. Many are seriously injured, but there will always be those prepared to brave the journey.

Nasce la Celac, Comunità di Stati Latinoamericani

[Questo articolo è uscito sul quotidiano L'Unità del 7 dicembre 2011] Il 2 dicembre scorso è nata a Caracas la Comunità di Stati Latino-Americani e Caraibici (Celac), un’organizzazione di 33 paesi dell’America Latina che, considerati nell’insieme, costituiscono il terzo blocco economico mondiale. Per la prima volta, dopo 2 giornate di riunioni tra presidenti e diplomatici, tutti gli stati della regione si sono uniti senza la partecipazione degli Stati Uniti e del Canada in un patto che coinvolge 550 milioni di persone. Le Celac è l’evoluzione del Gruppo di Río, un meccanismo permanente di consultazione politica nato nel 1986, e della Calc, la conferenza regionale su integrazione e sviluppo che quest’anno è stata organizzata dal Presidente venezuelano Hugo Chávez con il fine di  approfondire l’integrazione tra i paesi partecipanti.

Al termine delle sessioni Chávez ha trasmesso la presidenza annuale della neonata Comunità al suo omologo cileno, Sebastián Piñera, che preparerà il suo primo vertice ufficiale nel 2012. E’ stata approvata una Dichiarazione finale e 18 comunicati su temi come l’embargo a Cuba, il narcotraffico, il commercio sud-sud, la difesa della democrazia e dei migranti. L’intenzione è favorire “l’integrazione economica, politica, sociale e culturale” in autonomia rispetto alla OSA, l’Organizzazione degli Stati Americani che storicamente ha retto le relazioni continentali secondo le linee del panamericanismo statunitense.

“Dobbiamo vedere l’Unione Europea come un modello di quello che bisogna fare ma anche di quello che non funziona”, ha dichiarato Cristina Fernández, presidentessa dell’Argentina. “Abbiamo l’opportunità storica di essere protagonisti del XXI secolo” – ha continuato – “con alleanze non solo economiche ma anche politiche”. L’America Latina è riuscita a portare il tasso di povertà al minimo storico del 30% della popolazione nel 2011, ma resta la zona con più disuguaglianze al mondo per l’enorme gap tra ricchi e poveri, quindi l’integrazione “alla europea” è una proposta allettante, inseguita da decenni ma mai realizzata.

La Celac nasce con un ampio consenso, ma è priva di organi permanenti e meccanismi efficaci per le decisioni, prese solo all’unanimità. Si stabiliscono due riunioni annuali dei ministri degli esteri e una dei capi di Stato, oltre alla formazione di gruppi di lavoro per proporre un’integrazione più profonda, ma resta lontana l’idea di un vero blocco commerciale o doganale e non ci sono proposte politiche più concrete al momento. Il testimone passa ai singoli governi che hanno l’arduo compito di dare forma ai principi generali approvati a Caracas in attesa della prossima riunione a Santiago del Cile. Altro articolo, Limes qui.

Cuba: i cambiamenti dell’era di Raúl Castro

Il quotidiano Granma, organo ufficiale del Partito Comunista Cubano (Pcc), ha annunciato che dal 10 novembre entrerà in vigore nell’isola la riforma, approvata dal governo giovedì scorso, che garantisce il diritto di acquistare e vendere case a tutti i cittadini cubani e agli stranieri residenti. La nuova normativa modifica la legge generale sulle abitazioni del 1988 e facilita il trasferimento della proprietà degli immobili, semplificando notevolmente il relativo iter burocratico e permettendo l’acquisto di un massimo di due case per persona, una come residenza fissa e un’altra in una località differente. Le operazioni di compravendita saranno soggette a un’imposta del 4% e dovranno essere certificate da un notaio perciò non si dovrà più ricorrere al mercato nero o al complicato e informale sistema della permuta per cambiare domicilio.

Sebbene l’80% degli 11,2 milioni di cubani sia proprietario della casa in cui vive, il deficit abitativo sull’isola è un problema grave che interessa circa un milione di persone. Quindi la mossa del Governo di Raúl Castro affronta la questione puntando su “iniezioni di mercato” per riattivare un settore bloccato da cinquant’anni. L’iniziativa viene a sommarsi ad altre misure che reintroducono le logiche di mercato nell’economia nazionale e che stanno lentamente cambiando il modello dirigista e statalista, che aveva come riferimento il sistema dell’ex Unione Sovietica. Il 28 settembre scorso è stato autorizzato, previo nulla osta ministeriale, l’acquisto di veicoli nuovi ai cubani e ai residenti stranieri che potranno pagarli in dollari o in pesos convertibili. Le auto sovietiche della mitica marca Lada e i vecchi “almendrones”, le macchinone americane degli anni Cinquanta, non saranno più padrone delle strade dell’isola. Il 1 agosto il Presidente ha annunciato che verranno ammorbidite le restrizioni per i cubani che desiderano viaggiare all’estero e questa riforma è attesa prima della fine dell’anno. La Chiesa ha invitato le autorità a contemplare nella nuova legge anche un alleggerimento dei vincoli d’ingresso per gli espatriati cubani.

A gennaio 2011 è partita la prima tranche di licenziamenti nel pubblico impiego con un taglio di 500.000 posti di lavoro, cui seguiranno altre durissime sforbiciate, che puntano ad alleggerire di oltre un milione di dipendenti il deficitario settore statale. Nell’ottobre del 2010 sono stati ampliati i permessi per esercitare in modo autonomo o individuale una delle 178 professioni indicate dalla normativa e ad oggi circa 330.000 persone svolgono un lavoro “per conto proprio” legalmente, mentre prima erano praticamente costretti a lavorare in nero. Le nuove micro-imprese, operanti per lo più con bancarelle agli angoli delle strade e sui marciapiedi sotto casa, devono far fronte a un’alta imposizione fiscale, alla mancanza di materie prime e infrastrutture, a una base di consumatori incerta, alla burocrazia e allo scarso accesso al credito, ma la loro sopravvivenza è cruciale per lo stesso Stato cubano che, ad oggi, impiega l’84% della forza lavoro e controlla il 90% dell’economia.

L’emersione di una classe di piccoli commercianti e consumatori, slegata dal mercato nero che a Cuba fornisce ogni tipo di beni e servizi, potrebbe compensare l’ondata di licenziamenti, ma se l’esperimento fallisce i disagi sociali risultanti diventerebbero incontenibili. La creazione di cooperative è legale solo per i saloni di bellezza e i parrucchieri, ma è allo studio un’apertura ad altri settori. La lista delle professioni aperte all’iniziativa privata esclude le più ambite e redditizie come quelle degli avvocati, dei banchieri, degli ingegneri, degli operatori alberghieri o del settore minerario, che agli occhi del governo sarebbero una minaccia al monopolio statale su certe attività strategiche. D’altro canto ora i cubani possono assumere impiegati e affittare le loro case e automobili con maggiore libertà. La speranza del governo è quella di sottrarre quote crescenti al sommerso e allo stesso tempo ottenere benefici fiscali dalle riforme per restare a galla.

La popolazione attende misure che aumentino le facoltà delle banche nella concessione di crediti ai privati, ma data la scarsa liquidità di queste istituzioni, anch’esse gestite dallo Stato, non si intravedono soluzioni e ci si affida ancora alle rimesse degli Stati Uniti che il Presidente Obama ha fissato in un massimo di 2.000 dollari all’anno per persona. Nel 2007 solo il 50% dei terreni agricoli, cioè 3,3 milioni di ettari, erano coltivati. Dal 2008 sono stati concessi in usufrutto oltre 1.300.000 ettari di terra incolta di proprietà statale per cercare di colmare il grosso deficit alimentare del paese, che deve importare l’80% del proprio fabbisogno. Inoltre da quando, tre anni fa, Raúl Castro ha sostituito ufficialmente il fratello Fidel alla guida del paese, ai cubani sono stati rimossi i divieti di alloggiare in hotel, noleggiare automobili e acquisire linee di telefonia mobile, computer ed elettrodomestici. La maggior parte di queste riforme orientate al mercato hanno anticipato e, in seguito, riconfermato la linea sancita dal VI Congresso del Pcc del 16-19 aprile 2011, in cui sono stati approvati i Lineamenti della Politica Economica e Sociale «per adattare il socialismo ai nuovi tempi» e «garantire la continuità e irreversibilità del socialismo, dello sviluppo economico e l’innalzamento del livello di vita della popolazione».

Le rettifiche alla rotta della Revolución cercano di stimolare l’economia con l’apertura all’iniziativa privata e la concessione di autonomia gestionale alle aziende statali in cerca di efficienza. In quest’ottica due megaprogetti risultano vitali per verificare la tenuta dello Stato imprenditore, che copre gli aspetti operativi della loro realizzazione. Il Brasile sta finanziando l’ampliamento del porto di Mariel, 45 km a est de L’Avana, la riqualificazione dell’infrastruttura stradale e ferroviaria di questo futuro “polo di sviluppo” e la nascita di un politecnico specializzato. La Cina, invece, concentra la sua attenzione e i suoi investimenti sul complesso petrolchimico di Cienfuegos. Sembra questa la strada cubana per liberalizzare l’economia, passo dopo passo: una somministrazione controllata di mercato, un po’ medicina e un po’ veleno, unita a politiche di alleggerimento della burocrazia che, oltre alla ristrutturazione delle imprese pubbliche, implicano licenziamenti di massa degli statali a fronte di un loro eventuale e incerto reintegro nei nuovi settori.

L’attuazione dei cambiamenti sotto il controllo ferreo dello Stato dovrebbe scongiurare il pericolo di involuzioni selvagge e ultracapitaliste, come quelle sperimentate dalla Russia post-comunista all’inizio degli anni Novanta. Ciononostante le riforme sembrano dettate più dalla necessità e dalla contingenza che da un vero e proprio giro di vite ideologico riguardante l’economia, lo svecchiamento delle gerarchie e la democratizzazione del sistema. Infatti, a Cuba non è ancora stato favorito un ricambio reale della leadership storica prodotta dalla rivoluzione del 1959 e, sul fronte dei diritti umani, non sono cessate le vigorose proteste contro la repressione del dissenso interno e le limitazioni alla libertà d’espressione. La crescita del Pil cubano è stata compromessa dagli effetti devastanti dei tre forti uragani che si sono succeduti dal 2008 e dalla crisi globale, per cui c’è stato un modesto aumento dell’1,4% e del 2,1% nel 2009 e nel 2010, mentre per il 2011 le stime indicano un incremento del 2,7%. Nello stesso periodo sono cadute anche le rimesse dall’estero e il valore delle esportazioni di zucchero, rum e tabacco.

Escluso dai fondi delle istituzioni monetarie internazionali e strozzato dall’anacronistico embargo statunitense, imposto quasi cinquant’anni fa e condannato dall’Assemblea Generale dell’Onu per vent’anni consecutivi, il regime cubano è dovuto correre ai ripari per difendere le sue conquiste nella salute e nell’istruzione, ma anche le esigenze alimentari minime della popolazione. Forse stiamo assistendo alla tropicalizzazione, in scala ridotta, dell’esperienza cinese che, dalla seconda metà degli anni Settanta, si è tradotta in un mix di autoritarismo politico e apertura controllata ma decisa all’economia di mercato e al capitalismo privato, in stretta associazione con gli imprenditori e i governi di mezzo mondo. Sarebbe azzardato andare oltre con il paragone tra due casi così diversi, anche perché la Cina è un paese-continente difficilmente classificabile e non un’isola delle Antille, ma il passaggio da un’economia pianificata centralmente a una realtà variegata, contraddistinta dalla crescita del settore privato nazionale ed estero e dall’inserimento nei mercati internazionali, implica una serie di scelte tattiche e strategiche imprescindibili. Sebbene sia ormai chiara la tattica del Pcc, riassumibile nella creazione di un sistema misto e delineata nell’ultimo congresso da oltre 300 proposte di riforma per i prossimi cinque anni, ci sono ancora molti dubbi sulla strategia di lungo periodo che fa da sfondo al processo di apertura economica e al lento ma inesorabile ricambio generazionale, che stanno già gettando le basi della nuova Cuba. Da Linkiesta.It