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Quelli del San Patricio, romanzo di Pino Cacucci

Quelli del san patricioRecensione di Fabrizio Lorusso a: Pino Cacucci, Quelli del San Patricio, Feltrinelli, 2015, pp. 216, € 15 – Da Carmilla On Line

Sicuramente ci sono voluti anni di pellegrinaggi in terra azteca e ricerche in archivi infestati di polvere (da sparo) e fantasmi armati (di colt e machete) per ricostruire e plasmare in un romanzo le vicende del battaglione San Patricio, manipolo di disertori e diseredati irlandesi, ma anche italiani, polacchi e tedeschi, che durante la guerra tra Stati Uniti e Messico del 1846-48 decisero di abbandonare le file yankee e combattere affianco ai messicani. Fu, il loro, il lato sbagliato della storia? C’è chi direbbe di sì, dato che la storia la scrivono i vincitori. Personalmente direi di no, soprattutto se la storia si riesce a raccontare per mostrare e capire la lucha degli sconfitti di sempre come fa lo scrittore Pino Cacucci,come fa lo scrittore Pino Cacucci, già autore di tante opere sul Messico come La polvere del Messico, Tina, Nahui, San Isidro fùtbol, Mahahual o Puerto Escondido e curatore di Pan del Alma (insieme a Gloria Corica e Simonetta Scala). Stanchi del razzismo e delle angherie all’interno dell’esercito e del paese che, volente o nolente, li aveva dovuti accogliere, alcuni gruppi di militari irlandesi scelgono di passare col nemico. Erin Go Bragh, gridano. E’ il loro motto in gaelico: Irlanda per sempre, anche in Messico. Da Veracruz l’ex combattente del San Patricio, John Riley, e la sua compagna, la messicana Consuelo, fanno memoria e ritornano agli anni di quella guerra impari contro l’armata americana regolare e gli spietati ranger del Texas.

Il tenente di artiglieria Riley e numerosi suoi compagni disertano e si trasformano nel peggiore degli incubi degli invasori, vista la loro eccezionale disciplina, il loro coraggio e la loro perizia tecnica. Anche per questo i vincitori si accaniranno sui superstiti del Batallón San Patricio una volta che saranno entrati a Città del Messico per “negoziare” col già mezzo venduto e fallito dittatore López de Santa Anna le condizioni della “pace”, vale a dire la cessione o compravendita forzata di mezzo Messico a vantaggio degli USA. Tra i pochi volti umani dell’armata yankee in terra azteca c’è l’ufficiale di West Point d’origini ebraiche Aaron Cohen, un combattente che, malgrado l’ingiustizia e le discriminazioni colpiscano anche lui, sceglie di non disertare, fiducioso che un giorno esisterà un melting pot, parte di un gran paese democratico per cui sarà valsa la pena lottare. Scelte.

quelli del san patricio paloaltoIl Messico, che pareva lontano anni luce dall’Irlanda, mostra a quei soldati, reietti ma valorosi, il suo lato più accogliente, la sua cultura di lotta e l’attaccamento alla terra, la dignità quotidiana della povertà e una religiosità, sincretica e creativamente cattolica, più simile a quella irlandese, che viene invece denigrata e disprezzata dai militari e dai mercenari nordamericani, provocando non pochi dissidi. Agli irlandesi è anche interdetto l’uso del gaelico.

“John Riley salì sul muro più alto del convento di Churubusco. Levò il viso al cielo e rimase lì ad assaporare l’aria tersa dell’altopiano: nubi candide correvano negli squarci di azzurro dopo i temporali della notte e lui sentì una fitta di nostalgia al petto per qualcosa che non aveva mai avuto. Come si può provare nostalgia per una vita che non si è vissuta? Qui avrei potuto viverla, pensò John Riley. E subito dopo scacciò quella sensazione di struggimento imponendosi di osservare attentamente le linee di difesa.”, comincia così il racconto di Cacucci: dall’ombelico d’America, Città del Messico, e da un convento-fortino che oggi ospita un parco e un museo, oasi di silenzio ritagliate da due enormi Avenidas a cinque corsie per senso di marcia. Si tratta della calzada de Tlalpan e, appunto, di Rio Churubusco, antico fiume di Mexico-Tenochtitlan.

Irlandesi. I loro genitori avevano sperimentato le ingiustizie di un potente sistema d’oppressione, quello della dominazione inglese sulla loro isola, ed essi, in prima persona, l’avevano vissuto pure negli Stati Uniti, con l’esclusione e le prevaricazioni patite dai loro connazionali, dagli schiavi, dagli altri immigrati e dai loro figli. Anche per questo decidono di schierarsi coi più deboli, che sono però i più dignitosi, nonostante l’incompetenza o la mala fede dei loro jefes, spesso non all’altezza delle truppe e della popolazione civile in resistenza contro il nemico invasore.

1839 map showing US-Mexican boundary before the Mexican War and US annexation of land that is now US states of California, Arizona, New Mexico, Nevada, Colorado, Utah and Texas.

1839 map showing US-Mexican boundary before the Mexican War and US annexation of land that is now US states of California, Arizona, New Mexico, Nevada, Colorado, Utah and Texas.

Evadere dalla prigione di una guerra percepita come profondamente ingiusta e inutile (ma quale guerra non lo è?) si presenta come l’opzione migliore, la possibilità che il Messico offre, per molti stranieri arruolati nell’esercito americano. Spietati, spocchiosi e insulsi, tanto i regolari come i mercenari e i ranger gringos, legittimati da una stampa tendenziosa e bellicista in patria e infervoriti da avidità smisurate al fronte, si lanciano nell’invasione del paese vicino del Sur. Non sono tutti così, esistono dibattitti e sfumature, codici e onori, ma sovente finiscono per prevalere il disordine violento e le brame mercenarie.

D’altro canto tra i generali messicani imperano le dispute, le divisioni, il personalismo e l’attaccamento al potere, non di certo il “bene comune”. E quelli del battaglione San Patricio si mostrano da subito solidali coi compagni sul fronte di battaglia, coi commilitoni che hanno disertato come loro per cambiare bando e vita, e molto meno con un branco di comandanti che mandano al macello truppe affamate, male armate e spinte ai limiti della resistenza umana.

Anche Cacucci, si diceva, ha giustamente disertato e ha deciso di narrare un pezzo di storia posizionandosi dalla parte dei vinti. Infatti, se il Messico almeno un po’ ha reso onore e memoria a quelli del San Patricio e ai famosi Niños Héroes, cioè i sei giovanissimi cadetti del Colegio Militar che il 13 settembre 1847  difesero fino all’ultimo il Castello di Chapultepec a Città del Messico dall’assalto degli americani e, piuttosto che arrendersi, si suicidarono gettandosi dalle sue mura, dall’altra è anche vero che pochissimi conoscono a fondo le gesta di questi miliziani stranieri, il contesto storico messicano e statunitense dell’epoca, a pochi anni dalla ben più nota guerra civile americana, e i retroscena di un conflitto che fu tra i più mortiferi e crudeli del secolo XIX. Oggi quelli del San Patricio sono ricordati come eroi in Messico e come traditori negli USA. Visioni del mondo.

Già pochi anni dopo l’indipendenza, negli States le dottrine Monroe e del Destino Manifesto, condensate nella presunzione dell’eccezionalità americana, hanno giustificato e spinto l’espansionismo gringo prima verso ovest, dove nacque il mito del “selvaggio west” e furono sottratti i territori alle popolazioni autoctone che finirono sterminate o nelle riserve, e poi verso sud, ove ai messicani fu tolta la metà del loro territorio a nord del Rio Bravo in seguito a una guerra scellerata, assecondata in parte dai governanti messicani ma provocata dagli americani per fagocitarsi gli stati dal Texas alla California. Tra fine Ottocento e inizio Novecento l’espansione continuò nei Caraibi, in mezza America Latina, anzi, in mezzo mondo. Complessi di superiorità, l’ideologia della missione civilizzatrice e forti interessi economici e politici ancora oggi imbevono i discorsi pubblici e le azioni belliche degli Stati Uniti, il gran vecino del Norte.

quelli del san patricio irlandaIl “gran vicino” statunitense, a volte nemico ingrato, altre alleato, spesso scomodo ma pur sempre legato indissolubilmente al Messico e al suo destino, spartisce oltre 3000 km di frontiera con l’estremo Nord dell’America Latina. All’epoca in cui si svolgono i fatti del romanzo, il Messico era in mano a beceri caciques e instabili presidenti, come il General Antonio López de Santa Anna, pronti a svendere il paese e la pelle dei suoi abitanti al miglior (e unico) offerente. Ad ogni modo non ci sono semplicemente i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, in questa vicenda, e il quadro che emerge è complesso, variegato, immerso nella realtà storica e dialettica di due paesi che al loro interno si nutrono di mille culture e identità. Quelli del San Patricio è anche un gran romanzo epico, foriero di spunti e riflessioni sulla relazione d’amore e odio del Messico e dei messicani con gli Stati Uniti, sui valori e le dignità non negoziabili, ed anche sull’interculturalità e la xenofobia, sulla politica e sulla guerra, anzi le guerre: quella vista e vissuta da los de abajo, i rinnegati e i marginali, e l’altra, quella dei “piani alti” e degli interessi de los de arriba.

NarcoGuerra su Libera Radio – Radio Città del Capo

logo-liberaradio1(Da Libera Radio LINK) Si intitola NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga, fresca pubblicazione delle edizioni Odoya di Bologna, e il suo autore, Fabrizio Lorusso è giornalista freelance e professore universitario a Città del Messico, dove vive da tredici anni. Collabora con numerose riviste e testate messicane e italiane ed è redattore della web-zine Carmilla. Il libro inizia con il bilancio di un lungo e complicato conflitto che, solo dal 2006 al 2014, ha causato 100.000 morti e 26.000 desaparecidos.

Radio_citta_del_capoParte da queste cifre, questo mosaico di cronache e narrazioni, interviste e reportage, ma poi, come ci racconta lo stesso autore “parla di tanti casi che compongono il complesso puzzle della narcoguerra messicana. Ai numeri più crudi – dice – è normale aggiungere anzi, dettagliare cronache e casi concreti per capire quanto sta accadendo”. Il capitolo zero, la ferita impossibile da rimarginare da cui parte la narrazione di Lorusso è la notte del 26 settembre 2014.

A Iguala, nello stato del Guerrero, 43 studenti della scuola normale di Ayotzinapa vengono sequestrati dalla polizia, controllata dal sindaco e dai narco-boss locali, e poi consegnati a dei narcotrafficanti. Desaparecidos. Polizia e narcos collusi: la norma in tante città messicane. La notizia sfonda gli argini del silenzio, l’indignazione è globale.

Una parte del paese si mobilita, i genitori dei ragazzi non accettano le versioni ufficiali, la piazze di tutto il mondo pretendono che lo stato ammetta le sue responsabilità. Si riaccendono così i riflettori “sulla narcoguerra, sulle violazioni dei diritti umani, sulla guerra alle droghe come strumento di controllo sociale e delle risorse”, spiega ancora Lorusso. Un caso che tocca tutti gli aspetti di questa guerra al narcotraffico e i punti più sensibili della società messicana.

Info e Presentazioni NARCOGUERRA LINK

La precursora Doña Sebastiana @JornadaSemanal #SantaMuerte

dona-sebastiana

De Fabrizio Lorusso – Jornada Semanal – (foto: Original link) Doña Sebastiana da miedo y fascina. Es la muerte santificada, una figura de adoración poco conocida en la historia de México. Tiene analogías con la Santa Muerte, la santa popular que más ha crecido en cuanto a feligresía y presencia mediática en las Américas.

De la Doña sólo quedan el recuerdo, unos cuentos y su nombre. En efecto, su culto se desvaneció y, quizás, revive a su manera en esta época postmoderna con la devoción a la Flaquita.

Sebastiana está en la historia de las regiones abandonadas por Dios y el Estado que, hace más de 150 años, eran parte del norte de México y que le fueron arrebatadas por Estados Unidos.

La devoción hacia esta dama descarnada y huesuda tuvo auge en la era del “salvaje oeste”, especialmente en Arizona y Nuevo México según relata el antropólogo Carlo Severi en un artículo sobre Doña Sebastiana, el Cristo Flechado y sus rituales. La vida de Doña Muerte comienza en la colonia.

Desde el siglo XVI, la corona española en el norte de América trata de controlar muchos territorios despoblados y lejanos del centro del poder ubicado en la gran Ciudad de México, capital de la Nueva España. Sin embargo, los esfuerzos de dominación de los colonizadores, amos de un imperio decadente pero ávido de tierras, no son suficientes. La espada necesita de la cruz.

Las misiones religiosas españolas van conquistando pueblos y almas hacia el norte, abriéndose paso a lo largo del Río Bravo, hasta El Paso y Santa Fe, o bien, siguiendo el Río Colorado rumbo a Arizona.

A finales del siglo XVIII, en San Diego, San Francisco y alrededores, ya hay fortalezas además de las misiones: la espada vuelve a juntarse con la cruz para defender a los pequeños grupos de moradores de los ataques de los pueblos originarios, dueños legítimos de esos territorios.


Doña Sebastiana por Luis Tapia. Foto: http://www.vocesdesantafe.org

Tras la Guerra de Independencia, el Estado mexicano nace débil y con escaso control de su periferia. El aislamiento y la pobreza de los colonos en las zonas lejanas y los conflictos con la población indígena de los apaches y los comanches engendran una situación explosiva.

La zona es descuidada también bajo el punto de vista religioso, tras la progresiva retirada del clero franciscano y por la falta de personal eclesiástico estable. Por tanto, es imposible celebrar los sacramentos y los rituales en las comunidades católicas. Las iglesias están en ruinas y son santuarios de macabros presagios.

Entre 1846 y 1848, México pierde más de la mitad de su territorio y firma el Tratado de Guadalupe Hidalgo, un acontecimiento traumático para el orgullo nacional.

Estados Unidos es una potencia naciente que, movida por las doctrinas de la frontera y del destino manifiesto, agrega los estados de California, Nevada, Utah y partes de los actuales Texas, Colorado, Oklahoma, Kansas, Wyoming, Nuevo México y Arizona. Uno tras otro caen y son gotas de sangre.

Ya desde los años de la lucha independentista mexicana, en aquellos territorios las comunidades reaccionan al desamparo espiritual y al aislamiento material creando la Cofradía de los Hermanos de la Santa Sangre o de los Penitentes que, aún sin volverse una Iglesia autónoma, aporta cambios inquietantes y radicales al culto tradicional.

El verbo y las prácticas de la Cofradía se expanden, siguen la antigua ruta de los misiones, por el Río Bravo y la frontera norte. Proliferan las moradas, iglesias no consagradas que pronto cobijan en su interior un acervo de nuevas imágenes y rituales. Los miembros de la Hermandad se dividen entre Hermanos de la Sangre, “los verdaderos penitentes”, y Hermanos de la Luz, con tareas organizativas y de guías espirituales.

Durante décadas, El Vaticano trata de acercarse a estos pobladores para reconducirlos a los preceptos del catolicismo romano. Fueron esfuerzos vanos. Las comunidades, sobre todo en Nuevo México, se tornan cada vez más fanáticas, aspiran a imitar la vida y la pasión de Cristo y practican la autoflagelación en las procesiones de Semana Santa. Reproducen todas las fases del martirio de Jesús en la Pasión y las ceremonias culminan con la crucifixión simulada de uno de los penitentes.

Pero clavos, azotes, chorros de sangre, gritos y dolores son reales. Lo que preocupa a la Iglesia no es la violencia, ni la creencia en el sacrificio físico como medio de purificación. El problema es otro, se llama Sebastiana. El miedo pasa de boca en boca, llega hasta las sedes del poder eclesiástico.

La gente presencia la aparición, dentro de las moradas y en las capillas, de un bizarro retrato de la muerte. Es una imagen femenina, esquelética, muy común en Europa, en los osarios y criptas de las Cofradías de la Buena Muerte, así como en las iglesias dedicadas a la Parca, en las pinturas de las danzas macabras y lasvanitas.

Sin embargo, está prohibida en las Américas, donde le dicen “Doña Sebastiana”, aunque sigue siendo la Gran Segadora, icono de un culto blasfemo, según la Iglesia.

En la Colonia, los inquisidores de la Nueva España trataron, sin éxito, de destruir todas las representaciones de la muerte que la misma Iglesia había traído del Viejo Continente, para extirpar la “idolatría pagana” hacia estas figuras.

Normalmente, sus devotos eran indios y campesinos, habitantes de los barrios marginales de las ciudades o de algún pueblito provinciano quienes ya usaban el nombre de Santa Muerte al rezar, pedir e, inclusive, al castigar a la imagen de la Gran Segadora en todo México.

La Inquisición fue abolida en España por el Real Decreto del 15 de julio de 1834, sin embargo, la actitud represiva de esa etapa siguió vigente. Doña Sebastiana escandaliza al clero católico que habla de una “herejía”, y espanta también a los campesinos de la región. “Adoran a la muerte como los indios de norteamérica”, “torturan a sus Hermanos con verdaderas crucifixiones”, “excesos en las penitencias, rituales secretos, oraciones no aprobadas por las jerarquías”, denuncian los obispos.

A las alarmas de la Iglesia dan seguimiento los medios estadunidenses que, en las primeras décadas del novecientos, indagan sobre los aspectos más morbosos y sanguinarios de esos rituales y sobre la posibilidad de que exista una devoción autónoma hacia la muerte que ellos denominan Comadre Muerte o “muerte amiga”.

No se realiza ningún estudio serio, sino que, más bien, se multiplica el efecto amarillista de los artículos: algo parecido a lo que vimos, en años recientes, respecto de la Santísima Muerte en la prensa.

Junto a la muerte, también la imagen cruenta de Jesús horadado por los dardos, el Cristo Flechado, está presente en las moradas para avisar del peligro que constituyen las poblaciones “salvajes” de los nativos, los “enemigos” que amenazan la existencia de los Hermanos y sus comunidades.

En la Semana Santa, los penitentes organizan crueles simulacros de la Pasión de Cristo, parecidos a los del barrio de Iztapalapa en Ciudad de México, aunque más sanguinolentos e inhumanos.

El Salvador, seleccionado dentro de la Cofradía, recibe el suplicio de la flagelación y es sujetado a la cruz con clavos y cuerdas mientras los demás se amarran a cactus y plantas espinosas o cargan carretas llenas de piedras con la figura descarnada de Doña Sebastiana.

En la tradición religiosa de estas cofradías, se identifica progresivamente al joven penitente, próximo a la crucifixión, con el Cristo, pero también con la muerte, la Comadre. Se cuenta que, en tiempos de crisis, cuando es fácil fallecer por penurias y frío, los muertos regresan para festejar la Pascua con los vivos en lasmoradas. A estos templos improvisados, llamados asimismo “casas de los muertos”, llegaban los Hermanos del Otro Mundo para ayudar a los habitantes de éste.

Entre la Virgen María y Jesús nunca faltaba la imagen de Doña Sebastiana, la dama esquelética de ojos vítreos o metálicos, armada de arco y flechas, la cual era cargada triunfalmente sobre las carretas de la muerte durante las procesiones.

En el Museo de Nuevo México en Albuquerque, hay una escultura: Muerte sobre su carro, realizada en 1860 por el escultor Nazario López de Córdoba para lamorada de Las Trampas. Es una reelaboración del Triunfo de la muerte, un tema iconográfico medieval en que Doña Sebastiana declara su victoria sobre Jesús y arroja flechas al pecho del Salvador.

Arcos y dardos definen la iconografía tradicional del Cristo flechado en la versión adoptada por los franciscanos que evangelizaron el norte de la Nueva España. Por otro lado, en España, la muerte se retrataba con una guadaña en la mano, no con arco y flechas. Esto sugiere que, al norte del Río Bravo, podría haberse dado una superposición entre la figura del Cristo y la del mártir San Sebastián, representado típicamente con flechas en el costado. El nombre del santo posiblemente sufrió un cambio al femenino y su figura se asoció a la de la muerte con arcos y flechas, dando vida así a la hermosa Doña Sebastiana, precursora o “prima chicana” de la Santa Muerte.

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Note sulla cattura del capo degli Zetas in Messico

z-40 copertinaDopo il classico boom mediatico per l’ennesima cattura di un capo dei narcos messicani, il “sanguinario” e “terribile” Z-40 (Miguel Ángel Treviño), leader del cartello degli Zetas arrestato dalla marina lo scorso 15 luglio, il silenzio torna a regnare sulle sorti del paese latino-americano. E soprattutto ci si dimentica delle enormi responsabilità che USA ed Europa hanno in merito, essendo i principali mercati di sbocco (o consumatori) dei traffici di stupefacenti che provengono o passano dal Messico e dai paesi andini ed anche i promotori del proibizionismo e della repressione nei paesi produttori quali strategie per affrontare il “problema”. La droga si esporta a Nord e i morti restano a Sud. Treviño o Z-40 era succeduto al comando dell’organizzazione criminale, dominante nel Golfo del Messico (Veracruz, Tabasco e Tamaulipas) e nel Nord Est (Nuevo León, Monterrey, Nuevo Laredo) ma presente anche nel centro e nel sud del paese fino al Guatemala, all’altrettanto famigerato boss Heriberto Lazcano. El Lazca, questo il suo alias, fu abbattuto dall’esercito nell’ottobre 2012 e apparteneva agli Zetas “delle origini”, cioè al gruppo formato da ex militari dei corpi d’élite che alla fine degli anni novanta avevano disertato ed erano stati assoldati come braccio armato dalla banda egemonica in quella regione, il Cartello del Golfo del boss Osiel Cárdenas Guillén (oggi in prigione negli USA): da forze armate contro i narcos a corpi di sicurezza e sicari dei capi.

Una volta imparato il business e consolidate le reti criminali e le protezioni istituzionali sui territori d’influenza, nel 2010 gli Zetas si resero autonomi e diventarono i principali rivali dell’indebolito Cartel del Golfo. Questo si alleò con i propri antichi nemici, cioè con il Cartello di Sinaloa, l’organizzazione che domina le regioni occidentali del Messico, Tijuana, la California e il centro Nord, mentre disputa il controllo della zona orientale, del centro e di parte della frontiera con gli USA ad altre organizzazioni come la Familia Michoacana e gli stessi Zetas. I leader del Cártel de Sinaloa, il boss Joaquín “El Chapo” Guzmán e il suo secondo, Ismael “El Mayo” Zambada, sembrerebbero inoltre godere dei favori e delle protezioni da parte delle autorità politiche fino ai livelli più alti secondo le ricerche di giornalisti come Anabel Hernandez (autrice de Los señores del narco). Come spiegava l’opinionista Adela Navarro sulla testata on line SinEmbargo.Mx, il Cartello di Sinaloa sarebbe stato “preferito” rispetto agli altri e protetto già dai tempi del presidente Vicente Fox (2000-2006), quando il Chapo fu lasciato libero di operare e poi di fuggire di prigione, e in seguito dal governo di Calderón (2006-2012), con il ministero chiave della Pubblica Sicurezza controllato da Genaro García Luna, e ancora oggi con la presidenza di Peña Nieto (2012-2018) e la cattura del rivale più duro dei narcos di Sinaloa, ossia il capo degli Zetas. Denunce analoghe sono state lanciate dal generale che lo arrestò la prima volta nel 1993,Jorge Carrillo Olea. La situazione è in realtà molto più complessa e frammentata, ma mi limito qui a una descrizione a grandi linee e rimando a un paio di articoli sul Chapo Guzmán e sulla storia della narcoguerra (link 1 – link 2).

Gli Zetas hanno saputo diversificare le loro fonti di guadagno dal narcotraffico ai rapimenti, dalla spoliazione di proprietà al racket e il traffico di armi e persone. Per questo già dal 2005-2006 nello stato centrale del Michoacán, dove gli Zetas stavano penetrando inesorabilmente, cominciò un’ondata terribile di violenza che ha risvegliò le aspirazioni revansciste dei vecchi gruppi di narcos locali che in funzione anti-Zetas fondarono il cartello della Familia Michoacana. La guerra su grande scala scoppiò dopo il 6 settembre 2006 quando cinque teste umane furono lanciate dai membri della Familia in una discoteca della città di Uruapan  e diedero inizio alla pratica delle decapitazioni come macabri “messaggi” tra i bandi in lotta. C’è stata quindi un’escalation della violenza ipermediatizzata per cui a volte i narcos aspettano gli orari più propizi per apparire nei notiziari TV della sera prima di fare una strage o di presentare i cadaveri pubblicamente. Poche settimane dopo l’ex presidente Calderón, originario proprio di questa regione, lanciò la prima offensiva militare, chiamata Operazione Michoacán, per ripulire lo stato dai narcos, cosa che ovviamente non è accaduta. La seguente scissione dei Caballeros Templarios dalla Familia Michoacana rimescolò le alleanze dato che questa stabilì un patto con gli Zetas, ma i Caballeros siglarono un alleanza con il Cartello di Sinaloa.

Tornando al presente, è difficile trovare articoli sui quotidiani italiani che parlino degli effetti “collaterali” della guerra al narcotraffico, al di là delle solite drammatiche cifre (27miladesaparecidos in Messico in 6 anni, 100mila morti e oltre 200mila rifugiati/sfollati costretti a lasciare le proprie case) che potrebbero indurre qualche riflessione in più. Invece si enunciano a profusione gli effimeri successi dell’eterna battaglia contro “le droghe”. E spesso si tralascia il fatto che durante i primi sette mesi della presidenza di Enrique Peña Nieto la media di un migliaio di morti al mese (7110 in totale, cifra ufficiale) legati alla criminalità organizzata non è proprio un dato “normale”, anche se risulta inferiore (-18%) rispetto a quello dell’anno precedente, ancora nel pieno della narcoguerra di Calderón.

Alcune testate messicane “trionfaliste” (come Milenio) hanno celebrato la cattura e hanno già decretato la fine degli Zetas che, secondo certe previsioni, dovrebbero perdere la loro dimensione nazionale per trasformarsi in cellule sparse e isolate, magari ancora molto violente, pericolose e impazzite per un po’ ma comunque più locali e relativamente scoordinate. Per cui il cartello, un’organizzazione ad oggi complessa e sofisticata, sarebbe destinato all’estinzione. Anche se questo dovesse accadere, non sarà certo la fine del narcotraffico e della violenza in Messico. Inoltre pare che la successione del Z-40 sia già pronta con l’ascesa di suo fratello Alejandro o Z-42. Non si stanno attaccando le cause economiche, storiche e sociali, nazionali e internazionali, che lo generano. Si combatte la malattia partendo dai sintomi e da qualche colpo ad effetto per convincere l’opinione pubblica messicana e specialmente la statunitense della buona volontà e capacità del governo, ma poi, per esempio, il 98% degli omicidi commessi nel 2012 resta impunito, un dato tragico che spiega una lunga serie di abdicazioni e connivenze delle istituzioni e della politica.

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Poco si parla della corruzione delle autorità, della polizia a vari livelli (locale, statale, federale, di frontiera: da entrambi i lati della frontiera nord…) e dei settori della classe politica collusi coi narcos. Bisogna, infatti, ricordare che il termine “desaparecido” si usa per quelle persone di cui s’è persa traccia e per la cui scomparsa quali esiste una responsabilità diretta o indiretta dello stato (connivenza con la delinquenza, incapacità nel garantire sicurezza e incolumità dei cittadini o coinvolgimento diretto in sequestri e uccisioni).

Dunque, non si racconta di uno stato che ha ormai perso controllo e prerogative in parti significative del territorio nazionale. Come durante la Revolución del 1910-17, diverse fazioni armate e combattive restano in lotta, in un instabile equilibrio. Quindi narcos, cellule e gruppi di comando, bandoleros, eserciti regolari e disertori (come gli Z), la marina, igobernadores e i vari corpi di polizia si contendono il potere economico e negoziano quello politico, svilendo la società messa a ferro e fuoco e ormai usa alla violenza imperante in molte città o regioni (vedi la decadenza di Monterrey, la degenerazione di Acapulco o l’eterna tragedia di Cd. Juárez). Il paragone “rivoluzionario” è piuttosto azzardato, ma l’impressione di fondo che si percepisce in Messico a volte è proprio questa.

Il gran mercato USA, il più importante del mondo, e la domanda mondiale sono i motori di questa economia che è illegale perché, banalmente, la marijuana, la cocaina e le altre droghe “leggere” e “pesanti” sono considerate e normate in questo senso (repressivo), spesso senza distinzioni riguardo la loro natura, potenziale dannosità e modalità d’uso. Ormai anche le riviste di stampo conservatore in Messico, di fronte alla realtà di un paese imbarbarito dalla guerra e di una forte emergenza sociale, hanno proposto la progressiva legalizzazione, parziale o totale, della produzione e del consumo (per diverse finalità, inclusa quella ricreativa) almeno a livello nazionale, se non continentale. Gli “esperimenti” di legalizzazione, depenalizzazione e controllo della cannabis negli stati del Colorado e di Washington potrebbero diventare degli utili apripista in questo senso.

I collegamenti tra i cartelli della droga e i business “collaterali” sono fondamentali dato che in molti casi, in particolare per gli Zetas, rappresentano il 50% del totale delle entrate: l’estorsione o racket ed il traffico di armi e persone (riduzione in schiavitù, prostituzione, traffico di bambini, commercio di organi, sequestro di persone a fini di estorsione, ecc…). Questi sono gli affari più grossi per i narcos dopo il traffico di droghe, ma la questione resta spesso in secondo piano specialmente sui media italiani. Eppure, quando le acque diventano burrascose, magari in seguito a un arresto “importante” o a una nuova operazione militare governativa annunciata in pompa magna oppure dopo l’ennesimo stanziamento di “aiuti” (fondi, armi, intelligence, consulenze, strumenti tecnici, vedi per es.Plan Merida) da parte della Casa Bianca, questi business possono trasformarsi in preziose ancore di salvezza per le cellule criminali operanti sul territorio statunitense e messicano.

In ogni città, anche piccola, e in ogni centro turistico ce n’è almeno uno, ma in genere sono tanti, la concorrenza impera. Mi riferisco ai Table Dance, (in uso anche la trascrizione spagnola “teibol”) i club notturni messicani in cui il confine tra intrattenimento e prostituzione, tra “lavoro” e schiavitù, è sempre più labile, anzi, direi che nella maggior parte dei casi sono dei bordelli legalizzati in cui regna lo sfruttamento senza altri aggettivi. Insieme ai casinò sono tra le attività favorite dai cartelli per riciclare narcodollari, dal tramonto all’alba. La lotta contro il riciclaggio del denaro sporco e la possibilità di bloccare i centri e le connessioni finanziarie che alimentano i narcos e che sostengono anche le loro imprese legali, come s’era fatto a livello internazionale, per esempio, dopo l’attacco alle Torri Gemelli del 2001 con i patrimoni e i flussi legati ad Al Qaeda, sono state opzioni molto poco esplorate dai vari governi americani e messicani. Anzi, il tema sembra proprio un tabù a livello mediatico e siccome il problema della violenza e gli aspetti visibili e duri di questa tragedia restano a Sud (almeno in apparenza), gli USA non hanno interesse a intervenire con decisione e tempestività o a creare un consenso globale anti-narcos che identifichi e blocchi le loro attività finanziarie internazionali.

L’arresto di un boss, com’è il caso del Z-40 in Messico, ha sicuramente un alto impatto mediatico e scardina, almeno in parte, il vertice dell’organizzazione, ma di certo non tutti i suoi meccanismi, i suoi interessi e le sue cellule che continuano ad operare sul territorio. Invece, l’effetto immediato è una recrudescenza della violenza, dunque la crescita dei morti tra i membri del cartello, ma anche di quelli “civili”, cioè esterni all’organizzazione (forze dell’ordine e cittadini comuni). Cito in proposito un paragrafo del giornalista messicano Genaro Villamil:

 “Nel marzo 2012 il Generale Jacoby del Commando Nord statunitense ammise che dopo la cattura di 22 dei 37 boss più ricercati la narcoviolenza non era diminuita. Al contrario, lo stratega nordamericano ammise che l’eliminazione di un capo ne rafforza sempre un altro e frammenta in varie cellule, fortemente armate e altamenti corruttrici, le reti di questa ‘testa dell’Idra’ che è la criminalità organizzata. Così è nato il potere degli Zetas. Da sicari del Cartello del Golfo si sono trasformati in una delle imprese criminali più complesse mai esistite, per la loro capacità di espansione territoriale, il loro carattere paramilitare, la loro espansione verso la ‘industria’ del sequestro, la contraffazione, il traffico di migranti e perfino il contrabbando di petrolio. La narcoviolenza è sistemica, non individuale. Il genio maligno di boss come ‘El Chapo’ o lo ‘Z-40′ o ‘La Barbie’ spiega alcuni metodi, ma questi sono stati creati sotto il manto di un sistema politico, sociale, agricolo, finanziario e perfino mediatico inondato dalla corruzione. E’ una cosa che non ha mai capito Felipe Calderón e il suo alter ego Genaro García Luna (ex Ministro della Sicurezza 2006-2012). Non gli conveniva. La lotta contro la criminalità organizzata è diventata una ragione di governo per cercare legittimità, non una ragion di stato per affrontare un male sistemico. La “narrativa” potrà cambiare e magari riusciranno a eliminare la percezione d’insicurezza e il rischio per gli ‘investitori’, ma i fatti indicano che oltre allo ‘Z-40′ o al ‘Chapo’ quello che c’è è un male sistemico che ci metterà anni a regredire”.

Un’importante cattura può anche provocare un innalzamento dei livelli di scontro intestino tra fazioni in lotta per la leadership, da una parte, e un aumento della violenza tra i diversi cartelli in conflitto per territori o plazas (una città o zona definita per la distribuzione) che cercano di approfittare dell’eventuale scompiglio generato dall’arresto del boss di turno, dall’altra.

In questa narcoguerra messicana la cattura di un capo, in effetti, non ha mai significato la fine di un’organizzazione criminale o di un cartello. In genere produce: un colpo mediatico efficace per qualche giorno, con eventuali “positive” ripercussioni nella stampa estera; qualche rimpasto all’interno dell’organizzazione; un declino relativo del cartello rispetto ai “competitors” a livello regionale o nazionale con conseguente rioccupazione delle plazasscoperte da parte di altre organizzazioni e incremento nella violenza. Il problema, dunque, resta come lo dimostrano gli altisonanti arresti pubblicizzati a livello globale dal governo di Felipe Calderón, l’ideatore della  strategia militare contro i narcos tra il 2006 e il 2012.

“La Barbie”, Heriberto Lazcano “El Lazca” (Zetas), Beltrán Leyva, “El Teo”, gli Arellano Félix, eccetera. Tutti mostrati come dei boss tremendissimi e potenti, con una capacità logistica e di fuoco da fare invidia a tutti i padrini nostrani messi assieme. In parte è vero, ma è anche vero che l’impatto degli arresti o delle uccisioni dei vari capi deve essere magnificato attraverso l’esagerazione di queste capacità strategiche e militari, oltre che con l’attribuzione di ogni male e violenza del paese a quell’unica persona, i cui capi d’accusa crescono a dismisura creando un curriculum criminale eccezionale (vedi articolo di Zepeda Patterson).

In realtà i narcos hanno esteso le loro reti, la loro presenza e influenza nel tessuto sociale e i loro guadagni come mai prima grazie all’impunità, alla povertà e all’iniquità della società, legata a motivi culturali e storici oltre che economici, al sistema di giustizia viziato, alla corruzione generalizzata e ad una polizia imbarazzante. Sono quindi queste condizioni e queste strutture, interne ed esterne al paese, che vanificano qualunque cattura del “capo dei capi” del momento.  Infatti, pare ci sia già un successore del Z-40, il suo fratello Alejandro Treviño, alias Omar o Z-42. I numeri, gli alias e i “panchinari” in attesa di entrare in campo sono infiniti, la narcoguerra è dura a morire.

Devendra Banhart (dalle Ande agli States a/r)

Hey Mama Wolf. Questo week end lo dedico musicalmente a un mistico folle, quasi naturalista, statunitense e venezuelano, Davendra Banhart, cantautore che compone in inglese, spagnolo e chissà quali altre lingue.

E ci metto anche La pastorella perduta, La pastorcita perdida, cover di un pezzo in stile andino, da ascoltare in qualche gelido bar delle Ande o in una “peña folclorica”. Frase testo: Punay Punay Ridammi la mia Pastorella Perduta.

Punay! Punay! 
¡Devuélveme, devuélveme, 
a mi pastorcita perdida!

Pastorcita de mi vida, 
te extraviaste en noche mala, 
mi voz te busca en el viento 
y en la puna te reclama.

Punay! Punay! 
¡Devuélveme, devuélveme, 
a mi pastorcita perdida!

Aunque tenga en esta vida, 
que viento y tierra tragar, 
pastorcita de la vida, 
te he de encontrar
te he de encontrar.

Chi è costui? Artista indefinibile da parte mia ma…Vedi che dice Wiki, link.

Vai alla playlist dei suoi successi, linkati qua.

Chiudo con la bellissima Baby dai riff irresistibili.

La Frontiera: Intervista a Confini @RadioPopolare

Dal programma di Radio Popolare “Confini” del 7 settembre, in onda dal lunedì al venerdì alle 17.30 e condotto da Sara Milanese e Diana Santini, ecco il mio intervento sul Messico e il tema della frontiera. A questo Link c’è il post originale che copio qui di seguito che s’intitola: Come eludere le frontiere, dal Messico alla striscia di Gaza.

Il “muro di Tijuana” è uno dei classici muri della vergogna: divide per lunghi tratti il Messico dagli Stati Uniti, ed è stato costruito con l’obiettivo di fermare il traffico di armi e droga, e il flusso di migranti che da sud preme con forza sul confine inseguendo il sogno americano.

Eppure i modi per eludere quella che è una delle frontiere più ritratte del mondo sono tanti. Ce li racconta Fabrizio Lorusso, giornalista e scrittore italiano che vive a Città del Messico.
Poi ci imbarchiamo con il capitano James Cook, grande navigatore dell’Oceano Pacifico, che ha aperto nuove rotte al colonialismo britannico.

Dai narcotunnel messicani ai tunnel che portano dalla Striscia di Gaza all’Egitto: Loris Savino, fotografo milanese, è appena tornato proprio da Gaza. I tunnel palestinesi fanno parte del suo progetto fotografico (e video) Betweenlands.

Infine l’ultima puntata della nostra rubrica sui quartieri multietnici nella città italiane: andiamo a Napoli, nei quartieri spagnoli, dove Tina e Angelo Scognamiglio nel loro ortofrutta organizzano da 4 anni un corso gratuito di cucina napoletana per stranieri. L’integrazione passa per la buona cucina!

Narcos e nuvole (nere): Messico post-elettorale e veri business

Nella seconda metà di una recente intervista allo storico “messicanista” James Cockcroft a RealNews Network viene avanzata un’ipotesi interessante. Provo a riassumerla e ampliare alcuni punti che lì sono solo suggeriti. Le banche statunitensi, in fallimento o quasi dopo l’esplosione della bolla immobiliare del 2008 e in piena crisi mondiale, avevano e hanno bisogno dei flussi finanziari provenienti dal narcotraffico (il secondo o terzo maggior generatore mondiale di movimenti monetari), detenuti in gran parte dai cartelli messicani e dagli operatori statunitensi degli stessi. Quindi in Messico la lotta alle fonti di finanziamento e la chiusura dei rubinetti del denaro dei narcos è stata debolissima, ma s’è privilegiata la politica di militarizzazione della guerra ai narcos, spinta dal presidente messicano Felipe Calderón del PAN (Partido Acción Nacional, destra) anche per recuperare la scarsa legittimità (solo mezzo punto di scarto e brogli elettorali) con cui aveva vinto le presidenziali del 2006 contro le sinistre e il loro candidato, Andrés Manuel López Obrador. La cosiddetta narcoguerra degli ultimi 6 anni ha causato 60mila morti, ma ha significato un’epoca di vacche grasse per il traffico, lecito e illecito, di armi oltreché per i piani (tipo Plan Merida) di “aiuto” militare statunitense in Messico e per operazioni illegali come Fast and Furious (passaggio di armi USA-Messico) che hanno mostrato (di nuovo) come il narco-business sia ormai diversificato, vantaggioso da entrambi i lati della frontiera e come si sia ampliato e collegato al commercio di armi (oltre che a quello di persone, veri e propri schiavi contemporanei, per la prostituzione o la vendita degli organi). Anche i 16mila desaparecidos di questa amministrazione militarista stanno lì a testimoniare questi nessi terribili tra narcos, stato (a vari livelli di governo), sparizioni, commerci illeciti e riduzione in schiavitù. Ora pare che il PRI, il partito egemonico per 71 anni al potere dal 1929 al 2000, abbia vinto le elezioni e il suo candidato Enrique Peña Nieto si appresta a diventare presidente in mezzo a scandali, manifestazioni popolari di massa, denunce e polemiche per la compravendita dei voti, gli eccessi enormi (da 10 a 13 volte del budget previsto) delle spese di campagna e il trattamento mediatico di gran favore ricevuto per anni da TeleVisa, la principale catena TV nazionale. Il 1 luglio scorso s’è votato per eleggere presidente e parlamento, 6 governatori locali e migliaia di altre cariche di tipo amministrativo. Pochi media ne hanno parlato ma ci sono stati 9 morti, 7 feriti, 66 arresti e migliaia di altre anomalie. L’eventuale arrivo alla presidenza del leader della coalizione progressista, López Obrador, che s’è ricandidato nel 2012 con un programma di austerità, onestà, tagli alla politica e alla corruzione e ora ha impugnato le elezioni presso il tribunale elettorale per le irregolarità verificatesi di tutto il processo, avrebbe rappresentato un ostacolo evidente per i business illeciti che, in qualche modo, sostengono i flussi monetari Messico-Usa e in particolare per i gruppi d’interesse che da Washington a Mexico City, da El Paso a Sinaloa, manovrano i meccanismi della criminalità organizzata e le interazioni tra l’economia illegale, quella semisommersa e l’illegale attraverso i business del sequestro e commercio di persone, droga, armi. Obrador è osteggiato, in Messico (e si sa), ma probabilmente anche negli USA. E’ stato l’unico candidato a proporre un cambiamento netto di strategia rispetto all’ultimo sessennio, mentre Peña Nieta viene visto da molti come il candidato dei “patti con i narcos”, in quanto erede della corrente più retrograda e antidemocratica del PRI, quella del ritorno al passato: è il cosiddetto gruppo dei “gobernadores”, cioé i governatori degli stati (21 su 32) in cui il PRI mantiene il potere locale e che rischiano di diventare i bastioni di un nuovo regime autoritario, vera nube nera sulla fragile e debole democrazia messicana.