Archivi tag: usa

Note sulla cattura del capo degli Zetas in Messico

z-40 copertinaDopo il classico boom mediatico per l’ennesima cattura di un capo dei narcos messicani, il “sanguinario” e “terribile” Z-40 (Miguel Ángel Treviño), leader del cartello degli Zetas arrestato dalla marina lo scorso 15 luglio, il silenzio torna a regnare sulle sorti del paese latino-americano. E soprattutto ci si dimentica delle enormi responsabilità che USA ed Europa hanno in merito, essendo i principali mercati di sbocco (o consumatori) dei traffici di stupefacenti che provengono o passano dal Messico e dai paesi andini ed anche i promotori del proibizionismo e della repressione nei paesi produttori quali strategie per affrontare il “problema”. La droga si esporta a Nord e i morti restano a Sud. Treviño o Z-40 era succeduto al comando dell’organizzazione criminale, dominante nel Golfo del Messico (Veracruz, Tabasco e Tamaulipas) e nel Nord Est (Nuevo León, Monterrey, Nuevo Laredo) ma presente anche nel centro e nel sud del paese fino al Guatemala, all’altrettanto famigerato boss Heriberto Lazcano. El Lazca, questo il suo alias, fu abbattuto dall’esercito nell’ottobre 2012 e apparteneva agli Zetas “delle origini”, cioè al gruppo formato da ex militari dei corpi d’élite che alla fine degli anni novanta avevano disertato ed erano stati assoldati come braccio armato dalla banda egemonica in quella regione, il Cartello del Golfo del boss Osiel Cárdenas Guillén (oggi in prigione negli USA): da forze armate contro i narcos a corpi di sicurezza e sicari dei capi.

Una volta imparato il business e consolidate le reti criminali e le protezioni istituzionali sui territori d’influenza, nel 2010 gli Zetas si resero autonomi e diventarono i principali rivali dell’indebolito Cartel del Golfo. Questo si alleò con i propri antichi nemici, cioè con il Cartello di Sinaloa, l’organizzazione che domina le regioni occidentali del Messico, Tijuana, la California e il centro Nord, mentre disputa il controllo della zona orientale, del centro e di parte della frontiera con gli USA ad altre organizzazioni come la Familia Michoacana e gli stessi Zetas. I leader del Cártel de Sinaloa, il boss Joaquín “El Chapo” Guzmán e il suo secondo, Ismael “El Mayo” Zambada, sembrerebbero inoltre godere dei favori e delle protezioni da parte delle autorità politiche fino ai livelli più alti secondo le ricerche di giornalisti come Anabel Hernandez (autrice de Los señores del narco). Come spiegava l’opinionista Adela Navarro sulla testata on line SinEmbargo.Mx, il Cartello di Sinaloa sarebbe stato “preferito” rispetto agli altri e protetto già dai tempi del presidente Vicente Fox (2000-2006), quando il Chapo fu lasciato libero di operare e poi di fuggire di prigione, e in seguito dal governo di Calderón (2006-2012), con il ministero chiave della Pubblica Sicurezza controllato da Genaro García Luna, e ancora oggi con la presidenza di Peña Nieto (2012-2018) e la cattura del rivale più duro dei narcos di Sinaloa, ossia il capo degli Zetas. Denunce analoghe sono state lanciate dal generale che lo arrestò la prima volta nel 1993,Jorge Carrillo Olea. La situazione è in realtà molto più complessa e frammentata, ma mi limito qui a una descrizione a grandi linee e rimando a un paio di articoli sul Chapo Guzmán e sulla storia della narcoguerra (link 1 – link 2).

Gli Zetas hanno saputo diversificare le loro fonti di guadagno dal narcotraffico ai rapimenti, dalla spoliazione di proprietà al racket e il traffico di armi e persone. Per questo già dal 2005-2006 nello stato centrale del Michoacán, dove gli Zetas stavano penetrando inesorabilmente, cominciò un’ondata terribile di violenza che ha risvegliò le aspirazioni revansciste dei vecchi gruppi di narcos locali che in funzione anti-Zetas fondarono il cartello della Familia Michoacana. La guerra su grande scala scoppiò dopo il 6 settembre 2006 quando cinque teste umane furono lanciate dai membri della Familia in una discoteca della città di Uruapan  e diedero inizio alla pratica delle decapitazioni come macabri “messaggi” tra i bandi in lotta. C’è stata quindi un’escalation della violenza ipermediatizzata per cui a volte i narcos aspettano gli orari più propizi per apparire nei notiziari TV della sera prima di fare una strage o di presentare i cadaveri pubblicamente. Poche settimane dopo l’ex presidente Calderón, originario proprio di questa regione, lanciò la prima offensiva militare, chiamata Operazione Michoacán, per ripulire lo stato dai narcos, cosa che ovviamente non è accaduta. La seguente scissione dei Caballeros Templarios dalla Familia Michoacana rimescolò le alleanze dato che questa stabilì un patto con gli Zetas, ma i Caballeros siglarono un alleanza con il Cartello di Sinaloa.

Tornando al presente, è difficile trovare articoli sui quotidiani italiani che parlino degli effetti “collaterali” della guerra al narcotraffico, al di là delle solite drammatiche cifre (27miladesaparecidos in Messico in 6 anni, 100mila morti e oltre 200mila rifugiati/sfollati costretti a lasciare le proprie case) che potrebbero indurre qualche riflessione in più. Invece si enunciano a profusione gli effimeri successi dell’eterna battaglia contro “le droghe”. E spesso si tralascia il fatto che durante i primi sette mesi della presidenza di Enrique Peña Nieto la media di un migliaio di morti al mese (7110 in totale, cifra ufficiale) legati alla criminalità organizzata non è proprio un dato “normale”, anche se risulta inferiore (-18%) rispetto a quello dell’anno precedente, ancora nel pieno della narcoguerra di Calderón.

Alcune testate messicane “trionfaliste” (come Milenio) hanno celebrato la cattura e hanno già decretato la fine degli Zetas che, secondo certe previsioni, dovrebbero perdere la loro dimensione nazionale per trasformarsi in cellule sparse e isolate, magari ancora molto violente, pericolose e impazzite per un po’ ma comunque più locali e relativamente scoordinate. Per cui il cartello, un’organizzazione ad oggi complessa e sofisticata, sarebbe destinato all’estinzione. Anche se questo dovesse accadere, non sarà certo la fine del narcotraffico e della violenza in Messico. Inoltre pare che la successione del Z-40 sia già pronta con l’ascesa di suo fratello Alejandro o Z-42. Non si stanno attaccando le cause economiche, storiche e sociali, nazionali e internazionali, che lo generano. Si combatte la malattia partendo dai sintomi e da qualche colpo ad effetto per convincere l’opinione pubblica messicana e specialmente la statunitense della buona volontà e capacità del governo, ma poi, per esempio, il 98% degli omicidi commessi nel 2012 resta impunito, un dato tragico che spiega una lunga serie di abdicazioni e connivenze delle istituzioni e della politica.

z-40

Poco si parla della corruzione delle autorità, della polizia a vari livelli (locale, statale, federale, di frontiera: da entrambi i lati della frontiera nord…) e dei settori della classe politica collusi coi narcos. Bisogna, infatti, ricordare che il termine “desaparecido” si usa per quelle persone di cui s’è persa traccia e per la cui scomparsa quali esiste una responsabilità diretta o indiretta dello stato (connivenza con la delinquenza, incapacità nel garantire sicurezza e incolumità dei cittadini o coinvolgimento diretto in sequestri e uccisioni).

Dunque, non si racconta di uno stato che ha ormai perso controllo e prerogative in parti significative del territorio nazionale. Come durante la Revolución del 1910-17, diverse fazioni armate e combattive restano in lotta, in un instabile equilibrio. Quindi narcos, cellule e gruppi di comando, bandoleros, eserciti regolari e disertori (come gli Z), la marina, igobernadores e i vari corpi di polizia si contendono il potere economico e negoziano quello politico, svilendo la società messa a ferro e fuoco e ormai usa alla violenza imperante in molte città o regioni (vedi la decadenza di Monterrey, la degenerazione di Acapulco o l’eterna tragedia di Cd. Juárez). Il paragone “rivoluzionario” è piuttosto azzardato, ma l’impressione di fondo che si percepisce in Messico a volte è proprio questa.

Il gran mercato USA, il più importante del mondo, e la domanda mondiale sono i motori di questa economia che è illegale perché, banalmente, la marijuana, la cocaina e le altre droghe “leggere” e “pesanti” sono considerate e normate in questo senso (repressivo), spesso senza distinzioni riguardo la loro natura, potenziale dannosità e modalità d’uso. Ormai anche le riviste di stampo conservatore in Messico, di fronte alla realtà di un paese imbarbarito dalla guerra e di una forte emergenza sociale, hanno proposto la progressiva legalizzazione, parziale o totale, della produzione e del consumo (per diverse finalità, inclusa quella ricreativa) almeno a livello nazionale, se non continentale. Gli “esperimenti” di legalizzazione, depenalizzazione e controllo della cannabis negli stati del Colorado e di Washington potrebbero diventare degli utili apripista in questo senso.

I collegamenti tra i cartelli della droga e i business “collaterali” sono fondamentali dato che in molti casi, in particolare per gli Zetas, rappresentano il 50% del totale delle entrate: l’estorsione o racket ed il traffico di armi e persone (riduzione in schiavitù, prostituzione, traffico di bambini, commercio di organi, sequestro di persone a fini di estorsione, ecc…). Questi sono gli affari più grossi per i narcos dopo il traffico di droghe, ma la questione resta spesso in secondo piano specialmente sui media italiani. Eppure, quando le acque diventano burrascose, magari in seguito a un arresto “importante” o a una nuova operazione militare governativa annunciata in pompa magna oppure dopo l’ennesimo stanziamento di “aiuti” (fondi, armi, intelligence, consulenze, strumenti tecnici, vedi per es.Plan Merida) da parte della Casa Bianca, questi business possono trasformarsi in preziose ancore di salvezza per le cellule criminali operanti sul territorio statunitense e messicano.

In ogni città, anche piccola, e in ogni centro turistico ce n’è almeno uno, ma in genere sono tanti, la concorrenza impera. Mi riferisco ai Table Dance, (in uso anche la trascrizione spagnola “teibol”) i club notturni messicani in cui il confine tra intrattenimento e prostituzione, tra “lavoro” e schiavitù, è sempre più labile, anzi, direi che nella maggior parte dei casi sono dei bordelli legalizzati in cui regna lo sfruttamento senza altri aggettivi. Insieme ai casinò sono tra le attività favorite dai cartelli per riciclare narcodollari, dal tramonto all’alba. La lotta contro il riciclaggio del denaro sporco e la possibilità di bloccare i centri e le connessioni finanziarie che alimentano i narcos e che sostengono anche le loro imprese legali, come s’era fatto a livello internazionale, per esempio, dopo l’attacco alle Torri Gemelli del 2001 con i patrimoni e i flussi legati ad Al Qaeda, sono state opzioni molto poco esplorate dai vari governi americani e messicani. Anzi, il tema sembra proprio un tabù a livello mediatico e siccome il problema della violenza e gli aspetti visibili e duri di questa tragedia restano a Sud (almeno in apparenza), gli USA non hanno interesse a intervenire con decisione e tempestività o a creare un consenso globale anti-narcos che identifichi e blocchi le loro attività finanziarie internazionali.

L’arresto di un boss, com’è il caso del Z-40 in Messico, ha sicuramente un alto impatto mediatico e scardina, almeno in parte, il vertice dell’organizzazione, ma di certo non tutti i suoi meccanismi, i suoi interessi e le sue cellule che continuano ad operare sul territorio. Invece, l’effetto immediato è una recrudescenza della violenza, dunque la crescita dei morti tra i membri del cartello, ma anche di quelli “civili”, cioè esterni all’organizzazione (forze dell’ordine e cittadini comuni). Cito in proposito un paragrafo del giornalista messicano Genaro Villamil:

 “Nel marzo 2012 il Generale Jacoby del Commando Nord statunitense ammise che dopo la cattura di 22 dei 37 boss più ricercati la narcoviolenza non era diminuita. Al contrario, lo stratega nordamericano ammise che l’eliminazione di un capo ne rafforza sempre un altro e frammenta in varie cellule, fortemente armate e altamenti corruttrici, le reti di questa ‘testa dell’Idra’ che è la criminalità organizzata. Così è nato il potere degli Zetas. Da sicari del Cartello del Golfo si sono trasformati in una delle imprese criminali più complesse mai esistite, per la loro capacità di espansione territoriale, il loro carattere paramilitare, la loro espansione verso la ‘industria’ del sequestro, la contraffazione, il traffico di migranti e perfino il contrabbando di petrolio. La narcoviolenza è sistemica, non individuale. Il genio maligno di boss come ‘El Chapo’ o lo ‘Z-40′ o ‘La Barbie’ spiega alcuni metodi, ma questi sono stati creati sotto il manto di un sistema politico, sociale, agricolo, finanziario e perfino mediatico inondato dalla corruzione. E’ una cosa che non ha mai capito Felipe Calderón e il suo alter ego Genaro García Luna (ex Ministro della Sicurezza 2006-2012). Non gli conveniva. La lotta contro la criminalità organizzata è diventata una ragione di governo per cercare legittimità, non una ragion di stato per affrontare un male sistemico. La “narrativa” potrà cambiare e magari riusciranno a eliminare la percezione d’insicurezza e il rischio per gli ‘investitori’, ma i fatti indicano che oltre allo ‘Z-40′ o al ‘Chapo’ quello che c’è è un male sistemico che ci metterà anni a regredire”.

Un’importante cattura può anche provocare un innalzamento dei livelli di scontro intestino tra fazioni in lotta per la leadership, da una parte, e un aumento della violenza tra i diversi cartelli in conflitto per territori o plazas (una città o zona definita per la distribuzione) che cercano di approfittare dell’eventuale scompiglio generato dall’arresto del boss di turno, dall’altra.

In questa narcoguerra messicana la cattura di un capo, in effetti, non ha mai significato la fine di un’organizzazione criminale o di un cartello. In genere produce: un colpo mediatico efficace per qualche giorno, con eventuali “positive” ripercussioni nella stampa estera; qualche rimpasto all’interno dell’organizzazione; un declino relativo del cartello rispetto ai “competitors” a livello regionale o nazionale con conseguente rioccupazione delle plazasscoperte da parte di altre organizzazioni e incremento nella violenza. Il problema, dunque, resta come lo dimostrano gli altisonanti arresti pubblicizzati a livello globale dal governo di Felipe Calderón, l’ideatore della  strategia militare contro i narcos tra il 2006 e il 2012.

“La Barbie”, Heriberto Lazcano “El Lazca” (Zetas), Beltrán Leyva, “El Teo”, gli Arellano Félix, eccetera. Tutti mostrati come dei boss tremendissimi e potenti, con una capacità logistica e di fuoco da fare invidia a tutti i padrini nostrani messi assieme. In parte è vero, ma è anche vero che l’impatto degli arresti o delle uccisioni dei vari capi deve essere magnificato attraverso l’esagerazione di queste capacità strategiche e militari, oltre che con l’attribuzione di ogni male e violenza del paese a quell’unica persona, i cui capi d’accusa crescono a dismisura creando un curriculum criminale eccezionale (vedi articolo di Zepeda Patterson).

In realtà i narcos hanno esteso le loro reti, la loro presenza e influenza nel tessuto sociale e i loro guadagni come mai prima grazie all’impunità, alla povertà e all’iniquità della società, legata a motivi culturali e storici oltre che economici, al sistema di giustizia viziato, alla corruzione generalizzata e ad una polizia imbarazzante. Sono quindi queste condizioni e queste strutture, interne ed esterne al paese, che vanificano qualunque cattura del “capo dei capi” del momento.  Infatti, pare ci sia già un successore del Z-40, il suo fratello Alejandro Treviño, alias Omar o Z-42. I numeri, gli alias e i “panchinari” in attesa di entrare in campo sono infiniti, la narcoguerra è dura a morire.

Sessismo in pubblicità (due video e una mentalità)

Inserisco due video sulla stessa tematica, o meglio, sulla stessa problematica. Il sessismo in pubblicità e nei mass media per decenni ha amplificato e distorto mentalità e comportamenti già esacerbati dal patriarcato, dal consumismo e dal privatismo (queste ultime sono due ideologie sottostanti e giustificatrici del momento attuale e degli sviluppi recenti del capitalismo).

La donna è oggetto, il maschio domina e il mercato smercia. In società maschiliste e patriarcali la vendita dei prodotti diventa vendita del corpo e di un immaginario sessista e, spesso, misogino. Il primo video raccoglie numerosi esempi italiani e  internazionali. Il secondo “Rappresentazioni di genere nella pubblicità” è un progetto scolastico creato dal gruppo sugli studi di genere e le donne (Women and Gender Studies class) alla University of Saskatchewan di Sarah Zelinski, Kayla Hatzel and Dylan Lambi-Raine. Mostra quanto possono essere ridicole le forme in cui i media ritraggono i ruoli di genere e gli stereotipi ad essi legati attraverso un ribaltamento dei ruoli uomo-donna (nella seconda parte del video).

Sessismoblachman-sessismo_620x410Foto di un estratto del programma sessista danese Blachman (o “uomini che guardano le donne e commentano”, definito come “il più sessista del mondo”). Leggi dell’iniziativa CASCOS ROSAS in Ecuador…

A Sud del Confine (South of the Border). Film di Oliver Stone in italiano

Storia del Venezuela e dell’America Latina all’epoca di Hugo Chávez: la crisi della fine degli anni 80, gli anni novanta e l’ascesa del “Comandante” nel paese andino (e caraibico) che ha le maggiori riserve di petrolio al mondo e da 14 anni è immerso nel processo della Revolución Bolivariana: affascinante storia narrata in italiano nel documentario del 2009 di Oliver Stone. Articolo sul futuro del Venezuela a questo link.

Da wikipedia: A sud del confine[1] (South of the Border) è un documentario di Oliver Stone del 2009, presentato alla 66ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il film è scritto da Tariq Ali. Il film cerca di spiegare e documentare il fenomeno Chavez, ex presidente venezuelano, e della rinascita socialista dell’America Latina. Dopo la morte di Chávez, il documentario è stato distribuito nelle sale cinematografiche italiane con il titolo Chávez – L’ultimo comandante da Movimento Film.[2]

Da YouTube: Oliver Stone si è recato in Venezuela per intervistare il Presidente Hugo Chavez e analizzare l’immagine che di lui hanno proposto i mezzi d’informazione: Chavez era davvero la forza “anti americana”rappresentata dai media?Una volta iniziato il viaggio,Stone e la sua troupe hanno avuto bisogno di spingersi oltre,hanno quindi intervistato con Evo Morales ( Bolivia ) ,Lula da Silva ( Brasile ) Cristina Kirchner (Argentina ) e il suo consorte ed ex Presidente Nestor Kirchner,Fernando Lugo (Paraguay), Rafael Correa ( Equador) e Raul Castro ( Cuba ).Il viaggio do Stone mette il luce il grande cambiamento che è avvenuto nel continente:non più paesi subordinati,economicamente e politicamente agli Stati Uniti,na una nuova dignità un nuovo ruolo internazionale,un unione tra popoli vicini sia geograficamente che politicamente.

Poster_of_the_movie_South_of_the_Border

L’eredità di Hugo Chávez dal Venezuela all’America Latina

CHAVEZParlare di Venezuela e di Chávez, un leader storico indiscusso e per questo amato e odiato allo stesso tempo, suscita sempre emozioni e dibattiti. Ci ho provato in varie occasioni, ascoltando voci diverse, dal cuore al cervello, dai latino americanisti fedeli al socialismo bolivariano ai critici duri del sistema. Oggi in Messico si respira un’aria strana, c’è il lutto e ci sono le prese di distanza, c’è l’affetto e ci sono le indifferenze. Ci saranno 7 giorni di lutto nazionale in Venezuela e a Caracas in questo momento ci sono manifestazioni massicce per le strade. E’ la sua gente che scorta il feretro in corteo insieme ai familiari e ai ministri, insieme alla musica delle bande musicali e alle preghiere. Intanto i presidenti del subcontinente e del mondo mandano messaggi di cordoglio e solidarietà. Il Presidente del Venezuela, il cinquantottenne Hugo Chávez, è mancato martedì 5 marzo alle 16:25 (21:25 ora italiana), secondo l’informazione diffusa a reti unificate dal Vicepresidente e successore di Chávez, Nicolás Maduro. Era arrivato a Caracas il 18 febbraio scorso da L’Avana, Cuba, dove aveva ricevuto le ultime cure per un paio di mesi. Ha passato gli ultimi giorni in compagnia delle figlie e dei suoi nipoti nell’Ospedale Militare della capitale venezuelana. L’8 dicembre aveva inviato l’ultimo messaggio alla nazione in cui indicava Maduro come suo successore in caso lui venisse a mancare. Dopo la morte del Presidente, che aveva sconfitto l’oppositore Henrique Capriles l’anno scorso conquistando la presidenza per il periodo 2013-2019, saranno convocate entro un mese nuove elezioni presidenziali in Venezuela.

“Riceviamo l’informazione più dura e tragica che potessimo trasmettere al nostro popolo. Alle 4.25 del pomeriggio di oggi 5 marzo è venuto a mancare il nostro comandante presidente Hugo Chávez Frías”, ha detto Maduro che per qualche settimana, fino alle nuove elezioni, sarà il presidente ad interim del paese. La maggior parte dee paesi sudamericani e il Nicaragua hanno decretato tre giorni di lutto. Amici e alleati si stringono intorno ai familiari del comandante. Il Venezuela avrà una settimana di riflessione per esprimere le condoglianze verso il suo presidente scomparso. La presidentessa argentina Cristina Fernández e Mújica, capo di Stato uruguayano, sono partiti subito per Caracas per assistere ai funerali.

L’eredità del chavismo è difficile da determinare, probabilmente è ancora presto, ma sicuramente trascenderà le frontiere del paese andino e caraibico che l’ha generato e trascenderà alcune generazioni, così com’è successo con alcuni aspetti del peronismo argentino o con le idee stesse di Simón Bolivar e José Martí e la loro spinta per la creazione di una Patria Grande. L’America Latina oscillerà tra i diversi modelli del progressismo continentale, dal Brasile di Lula e Dilma Roussef all’Uruguay di Pepe Mújica, dall’Ecuador di Rafael Correa (indicato spesso come il più logico e vicino “successore” di Chávez in Sudamerica anche se i loro rispettivi paesi hanno presenze e influenze diverse nella regione), alla Bolivia di Evo Morales e all’argentina di Nestor e Cristina Kirchner. Oppure ci sarà in alcuni paesi un’alternanza con le destre (come in Cile) che, però, dovrebbero aver capito le lezioni dolorose del liberismo selvaggio e dell’autoritarismo del passato che, ciononostante, a volte si fa rivedere (come successo in Paraguay nel 2012 e in Honduras nel 2009 con dei colpi di Stato più o meno “istituzionali” o anche militari).

L’ondata di rifiuto delle politiche economiche e sociali imposte dalle agenzie internazionali e dai paesi creditori, che strozzavano lo sviluppo latino americano con l’austerità, ha creato tra la fine degli anni 90 e l’inizio del nuovo millennio le condizioni propizie per una ridiscussione del modello e per la nascita di alternative progressiste. Ogni paese, però, ha elaborato la propria alternativa (più o meno radicale, più o meno includente) in questo quadro comune a seconda delle condizioni storiche, le negoziazioni interne, le diverse élite nazionali ed esperienze preesistenti nella realtà nazionale. Le alleanze continentali, propiziate dal Presidente Chávez, hanno in qualche modo consolidato una visione collettiva e comune in America Latina e favorito obiettivi di emancipazione, con un tono nazionalista in difesa della sovranità, e di sviluppo, oltre la semplice cifra della crescita economica.

Cuba, il Venezuela, il Nicaragua, il Messico e l’America centrale e caraibica non possono veder spiegata la loro storia senza considerare l’egemonia statunitense che, nel suo backyard, ha spesso fatto leva sulle armi, sullo spionaggio e sul cosiddetto hard power piuttosto che sulla diplomazia e sull’influenza soft e ideologica per ottenere i suoi obiettivi e il controllo regionale (controllo delle risorse, protezione degli investimenti e degli interessi strategici, egemonia politico-culturale). Tra il bastone e la carota, non c’è dubbio che storicamente abbia prevalso quest’ultimo e che ciò abbia generato reazioni altrettanto forti, soprattutto dentro i progetti contro-egemonici latino americani che hanno radicalizzato le loro posizioni, spesso più a livello retorico che nei fatti. Questo processo è avvenuto anche in Venezuela dove l’élite tradizionale dei partiti, legata agli interessi esterni, al petrolio e alla grande impresa, aveva raggiunto livelli di distacco dalla società, privilegi di casta, sprechi e corruzioni indicibili. Già il caracazo del febbraio 1989, una due giorni di proteste feroci della popolazione repressa nel sangue dal presidente Pérez (si parla nelle cifre ufficiali di 300 morti, ma altre fonti indicano oltre 3000 morti) era un gravissimo segnale d’allarme. Inascoltato.

Chávez ha alzato le bandiere del Socialismo del Secolo XXI e della Rivoluzione Bolivariana in Venezuela e nelle Americhe anche grazie alla creazione di istituzioni latinoamericane come l’ALBA (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América), UNASUR (Unión de Naciones Suramericanas) e la CELAC (Comunidad Estados Latinoamericanos y Caribeños) che puntano a ridurre l’egemonia statunitense nella regione, come obiettivo implicito, ma che fondamentalmente sono strumenti di quel regionalismo aperto sudamericano che s’era arenato con il MERCOSUR e la COMUNIDAD ANDINA.

L’opposizione della destra venezuelana, composta dagli estremisti conservatori e tradizionali, dai vecchi partiti COPEI e AD e da una parte di democratici liberali, s’è caratterizzata per la cecità verso le esigenze delle masse popolari impoverite dai decenni perduti, gli anni ottanta della crisi del debito e gli anni novanta del non-recupero economico. Avevano provato a rimontare posizioni l’ottobre scorso con una proposta moderata, socialdemocratica, che però non ha convinto la maggioranza dei votanti e nascondeva incognite e mancanze troppo importanti per essere presa sul serio dalla maggioranza della popolazione beneficiata dal chavismo.

Al contrario di quanto previsto da FMI e Banca Mondiale la crescita dei paesi latinoamericani, anche quando negli anni 90 si sono riaperti i flussi del credito e i prestiti internazionali, è stata precaria e insufficiente. Credo che la maggioranza dell’elettorato venezuelano non sia pronta né disposta a tornare a un modello nettamente neoliberista controverso e criticato da buona parte delle stesse classi dirigenti latino-americane e, oggi, europee. Le speranze e le aspettative risvegliate da Chávez, così come la partecipazione alla vita politica favorita dai suoi 14 anni al potere, sono eredità difficili da cancellare e una società più attiva è un cavallo difficile da domare tanto per il PSUV (il governativo Partito Socialista Unito del Venezuela) che per l’opposizione capeggiata dal rampollo conservatore Henrique Capriles.

Ci si chiede in Messico, e ancor di più in Sudamerica, quali siano i progetti latino americani o “latino americanisti” che possano convivere con gli Stati Uniti in una logica di contrapposizione senza conflitto, di autonomia senza ingerenza. L’ideale di una confederazione democratica di paesi che possa convivere con gli USA al Nord e con le proprie diversità e specificità geopolitiche e culturali a Sud, fomentando l’uso e lo sviluppo delle risorse interne per fini economici con visione sociale e includente, non dovrebbe scomparire e potrebbe essere una lezione appresa dal passato che crea immaginario e unità politica e d’intenti.

Chávez, el comandante, è nato nel 1954 da una famiglia povera e sognava di diventare un pittore o un giocatore di baseball professionista, ma poi il suo destino fu differente. Cresciuto in campagna, in povertà ma senza stenti, ha spesso nutrito la sua retorica politica degli aneddoti dell’infanzia e del carisma naturale che lo hanno contraddistinto. Le sue origini umili l’hanno sicuramente aiutato nel duro compito di creare empatia e legami con le classi marginali venezuelane che riuscivano a vederlo quasi come “un membro della loro famiglia”.

Da militare, come tenente colonnello delle forze armate, meditò a lungo una cospirazione di soldati dalle tendenze progressiste e anti-elitiste per spodestare i politici tradizionali e nel 1992 condusse un colpo di Stato, fallito nelle prime ore, contro il Presidente Carlos Andrés Pérez. Inaspettatamente quello fu l’inizio della sua presenza mediatica e della carriera politica. Il breve discorso che fece, portando il suo famoso basco rosso, prima di essere imprigionato lo catapultò nelle simpatie di milioni di cittadini venezuelani.

Dopo aver beneficiato di un indulto, Chávez condusse una campagna politica per le elezioni del 1998, vinse e assunse il suo primo incarico da Presidente nel 1999. Per molti votanti la sua ascesa significava novità e riscatto popolare, dopo decenni di politiche di austerity, governi indifferenti alle necessità delle classi meno abbienti e corruzione politica cui s’era arrivati con l’alternanza democratica, stabilita a tavolino, del “Patto del Punto Fisso” (31 ottobre 1958) . Questo era un Patto di governo tra i due partiti principali (AD, socialdemocrazia, e COPEI, democrazia cristiana) che garantiva la stabilità di governo e l’alternanza a tavolino ma che in realtà generava corruzione e spartizione del potere ad libitum. Durò 40 anni fino all’ascesa di Hugo Chávez nel 1998.

L’opposizione anti-chavista dei mezzi di comunicazione privati e dei leader del settore privato fu feroce, vista la prima serie di leggi proposte dal presidente che li interessavano direttamente. Nel 2002 un gruppo di politici e truppe dissidenti, con il sostegno statunitense secondo rivelazioni di WikiLeaks e le denunce dello steso presidente, realizzarono un golpe e deportarono il Capo di stato su un’isola dei Caraibi.

Due giorni dopo, però, fu rimesso al suo posto da settori fedeli dell’esercito e fu osannato da folle e manifestazioni popolari in tutto il paese. Per l’opposizione e gli USA fu un boomerang. Chávez ha accusato gli Stati Uniti, un “impero decadente e guerrafondaio”, di un tentativo di omicidio contro di lui e di aver orchestrato il golpe del 2002. Il presidente ha ottenuto un enorme sostegno da parte dei settori popolari venezuelani anche grazie all’uso della spesa pubblica, all’espansione della sanità e dell’istruzione gratuita e dei programmi per le case popolari con le risorse ottenute dall’industria petrolifera. Ha minacciato varie volte di sospendere il flusso di greggio verso gli USA, anche se questo non è masi successo e, piuttosto, le esportazioni di crudo venezuelano si sono diversificate verso la Cina, la Bielorussia, l’Iran e la Siria.

L’ispirazione principale di Hugo Chávez è stata l’esperienza cubana e del suo grande amico Fidel Castro per cui la via delle nazionalizzazioni, della redistribuzione della ricchezza e l’accentramento governativo e presidenziale dei poteri segue il modello dell’isola caraibica con la sua revolución. L’opposizione l’ha accusato di eccessi repressivi contro i suoi critici, di assistenzialismo e di spreco di denaro pubblico, in particolare di quello della compagnia petrolifera PDVSA, e di “spaventare gli investitori” con espropriazioni a vari livelli.

D’altro canto, grazie alle politiche redistributive chaviste, negli ultimi 14 anni gli indici di povertà e di indigenza in Venezuela sono stati drasticamente ridotti e la crescita s’è mantenuta, anche se altalenante, dopo la crisi del 2008-2009. Lo stile di Chávez attingeva dalla tradizione populista latino-americana, con l’uso di un linguaggio energico e colorito, con prestiti dal gergo militaresco, patriarcale e contadino e comizi di varie ore in piazza e in TV, però, nonostante le critiche dell’opposizione e di buona parte della comunità e dei mass media internazionali, il consenso popolare, mostrato a livello elettorale in numerose occasioni, ha subito poche erosioni in tutte le prove cui s’è sottoposto.

Infine l’opposizione ha sempre accusato il presidente di concentrare un potere mediatico senza precedenti. In realtà c’è stata certamente una crescita (anche se non spettacolare) della presenza mediatica e del controllo governativo sui media venezuelani (sia come tempi di presenza che come numero effettivo di media presumibilmente “allineati”) rispetto all’inizio del periodo chavista (1998-1999) in cui praticamente nessun mezzo di comunicazione nutriva particolari simpatie per il presidente, però non si può parlare di un controllo totalitario. In proposito esiste una letteratura specifica, anche se è difficile districarsi proprio perché è difficile considerare e valutare tutti i media (radio, Tv analogica e digitale, nazionale e straniera, giornali, riviste, internet, ecc…) con il loro campo e profondità di influenza. Inoltre non sempre esiste uno schieramento netto e totale. Rimando a questo articolo “Television in Venezuela: Who Dominates the Media?” (link).

Non so come concludere, lo confesso. So solo che ne parleremo ancora a lungo. Siamo ancora nel mezzo di una stagione di grossi cambiamenti in America Latina che né inizia né finisce con Chávez, ma che ha avuto in lui un propulsore e un ispiratore nel rispetto delle differenti esperienze nazionali e delle strade che poi ciascun paese ha deciso e deciderà d’intraprendere. Quindi vamos a ver y adelante. Fabrizio Lorusso CarmillaOnLine

Santa Muerte Patrona su XL di Repubblica

XL Repubblica Santa Muerte Recorte

 

Link al libro qui

Link al suo blog

Haiti, gli aiuti internazionali e le macerie

Video (link) intervento alla presentazione del libro Le macerie di Haiti di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso – Presentazione 4 dic 2012 al Circolo stampa di Roma. L’intervento vuole sottolineare come la “repubblica delle ONG”, come è stata chiamata Haiti da giornalisti e osservatori, sia frutto di un processo storico che va oltre le continue catastrofi naturali e istituzionali che coinvolgono l’isola. Gli aiuti selettivi e le multinazionali della solidarietà si uniscono alla presenza asfissiante, ma anche a volte necessaria, osteggiata e cercata allo stesso tempo, delle potenze straniere (Francia, USA e Canada in primis). L’Aumohd, associazione di avvocati il cui presidente è Evel Fanfan, ha lavorato bene negli ultimi anni sul territorio e nei quartieri disagiati della capitale Porto Principe per aiutare la popolazione, tutelare i diritti umani, lottare per i diritti dei lavoratori e delle persone incarcerate ingiustamente. Ecco il link al video (se non riuscite a vederlo è qui).

Le Macerie di Haiti (Libro Coming Soon)

DUE DIARI DAL CENTRO DELLA CATASTROFE, PER SPIEGARE CHE LE MACERIE DI HAITI NON SONO SOLTANTO QUELLE LASCIATE DAL TERREMOTO

Storie a cui nessuno darà mai voce, perché forse una voce non l’hanno mai avuta. Un mucchio di macerie fatte di uomini.

FABRIZIO LORUSSO E ROMINA VINCI – LE MACERIE DI HAITI

Riporto il comunicato stampa dell’editrice L’Erudita del libro mio e di Romina Vinci intitolato “Le macerie di haiti”, in uscita tra qualche giorno in Italia. Haiti, 12 gennaio 2010: il terremoto accende una luce sulla tragedia di un popolo abbandonato. A due anni dalla catastrofe, Fabrizio Lorusso e Romina Vinci ci regalano i loro diari-reportage e i loro scatti dal centro del disastro. Per non lasciare che quella luce si spenga. Fabrizio è arrivato a Porto Principe nel febbraio 2010, subito dopo il terremoto che ha fatto oltre 250.000 vittime e un milione e mezzo di senza tetto. Romina nell’ottobre 2011, nel pieno dell’emergenza per il colera e della ricostruzione, mai cominciata, della capitale.

I loro racconti si alternano, spesso parlano degli stessi luoghi e delle stesse persone conosciute in situazioni e tempi diversi. Le narrazioni diventano a volte dei reportage, dei diari di bordo, altre volte sono dei flussi di coscienza, vividi e pungenti. Per spiegare che Haiti è molto più che una crepa aperta nella terra. È il silenzio di un’isola incatenata alla contraddizione portata dall’ingerenza militare e culturale occidentale. È il volto di una povertà che non lascia scampo, aggravata dall’inerzia di un popolo che ormai si è arreso allo stato di emergenza perenne. È la dignità dei volontari cui viene data voce in queste pagine, per non lasciare che le loro storie cadano nell’indifferenza.

La pubblicazione di questo testo non è altro che uno strumento degli autori per aiutare Haiti: raccontare le esperienze che hanno direttamente vissuto e devolvere i diritti d’autore all’associazione Aumohd, che opera sul territorio.

Fabrizio Lorusso vive in Messico da 11 anni. È giornalista, scrittore e accademico, dottorando in Studi Latino Americani alla Universidad Nacional Autónoma de México. Si dedica all’insegnamento della linguacultura italiana, della storia e politica latino americane e alla traduzione. Il suo blog personale è LamericaLatina.Net.

Romina Vinci è una giornalista nata nel 1983. Laureata in Scienze Umanistiche, insegue il sogno di una vita intesa come sintesi tra scrivere e viaggiare. Ha attraversato l’Europa, per poi spingersi negli Stati Uniti, in Libano, in Kosovo, in Afghanistan e ad Haiti. Il suo blog personale è rominavinci.wordpress.com.

Uscita: novembre 2012 – Terza/Quarta settimana del mese

Collana: L’Intrusa – Pagine: 150 (con immagini) – Prezzo: 14 euro

Ufficio Stampa L’ERUDITA Samantha Giribone –comunicazione@lerudita.com Tel. 3475341930 – www.lerudita.com

Facebook L’erudita