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Frack U. Mexico: video-visioni sulla riforma energetica messicana

Effetti (in)desiderati della riforma energetica aperturista su gas, elettricità e petrolio messicani. Un video ripreso da NarcoNews descrive ai messicani il metodo del “fracking” per l’estrazione del gas. Il protagonista si chiama John T. Hodo (cioè: John Ti Fotto).

Good news! Mexico has the fourth largest shale gas reserves in the world, and the Mexican Congress is about to change the constitution so that private companies can drill for it. That means that U.S. companies will soon be there, fracking for gas. Sure, there may be some complications from the more than 500 chemicals that will be pumped into Mexico’s aquifers, but never fear: Joe T. Hodo, President of “Frack U. Mexico!” is here to show you why Mexicans should stop worrying and learn to love fracking…or else.

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Donna Sebastiana e la Morte Santa

Doña SebastianaDonna Sebastiana fa paura e affascina. Questa Dama è la morte santificata, una figura venerata per secoli ma poco nota nel contesto nella storia messicana e mondiale. Ha alcune analogie con la moderna Santa Muerte, la santa popolare che più è cresciuta negli ultimi vent’anni per numero di cultori e presenza mediatica nelle Americhe. Di Sebastiana, però, solo restano il ricordo, alcuni racconti e il suo nome. Di fatto il suo culto svanì e, forse, rivive a modo suo in quest’epoca di postmodernità religiosa e spirituale con la devozione alla Flaquita, uno dei soprannomi della Santissima Muerte. Sebastiana è parte della storia e delle tradizioni di quelle regioni, abbandonate da Dio e dallo stato, che, oltre 150 anni or sono, formavano il Nord del Messico e che gli furono sottratte dagli Stati Uniti. La devozione verso questa Dama scarnificata e ossuta ebbe il suo apogeo nell’era del selvaggio west, specialmente negli stati dell’Arizona e del Nuovo Messico, secondo quanto racconta l’antropologo Carlo Severi in un articolo su Donna Sebastiana, il Cristo trafitto dalle frecce e i loro relativi rituali. La vita della Signora Morte comincia durante la colonizzazione spagnola in America.

A partire dal secolo XVI, la corona spagnolo in Nord America cerca di controllare molti territori spopolati e lontani dal centro del potere, sito nella Gran Città del Messico, capitale del Vicereame della Nuova Spagna. Ciononostante gli sforzi per l’esercizio di un dominio credibile da parte dei colonizzatori, padroni di un impero decadente ma sempre avido di terre, non sono sufficienti. La spada ha quindi bisogno della croce.

Le missioni religiose spagnole vanno via via conquistando popoli e anime verso Nord, aprendosi strada lungo il Río Bravo fino a El Paso e Santa Fe. Oppure seguono un’altra vertente, su per il Colorado River verso l’Arizona. Alla fine del diciassettesimo secolo nei dintorni di San Diego e San Francisco già s’ergevano tenaci fortezze che spartivano lo spazio visivo con le missioni: la spada torna ad allearsi con la croce per difendere i piccoli gruppi di abitanti e coloni dagli attacchi dei popoli originari, padroni legittimi di quei territori.

Dopo la guerra d’indipendenza messicana, durata dal 1810 al 1821, il nuovo stato nasce debole, con un controllo infimo sulle sue province periferiche. L’isolamento e la povertà dei dimoranti nelle zone più remote e i conflitti con gli “indiani d’America”, in primis con le popolazioni degli Apaches e dei Comanches, generano una situazione esplosiva. La zona è lasciata a se stessa anche dal punto di vista religioso, in seguito alla progressiva ritirata del clero francescano che ha determinato una cronica mancanza di personale ecclesiastico stabile. Pertanto è quasi impossibile celebrare i sacramenti e i rituali nelle comunità cattoliche. Le chiese sono in rovina e diventano santuari che ospitano macabri presagi.

Tra il 1846 e il 1848 il Messico perde più della metà del suo territorio e firma con gli USA il vergognoso trattato di Guadalupe Hidalgo, un fatto storico che tuttora è considerato traumatico per l’orgoglio nazionale messicano. Gli States sono una potenza nascente che, mossa dalle dottrine della frontiera e del destino manifesto, incorpora California, Nevada, Utah e parti degli attuali Texas, Colorado, Oklahoma, Kansas, Wyoming, Nuovo Messico e Arizona. Uno dopo l’altro cadono e son gocce di sangue. Già dagli anni della lotta indipendentista messicana, in quei territori le comunità reagiscono al senso di sconforto spirituale, all’abdicazione dello stato centrale e al loro isolamento materiale e creano laConfraternita dei Fratelli del Santo Sangue o dei Penitenti. Questa, pur senza trasformarsi in una vera e propria Chiesa, apporta modifiche inquietanti e radicali al culto tradizionale.

Il verbo e le pratiche della Confraternita sperimentano un periodo di espansione e viaggiano nel deserto battendo l’antico cammino dei missionari lungo il Río Bravo e la frontiera Messico-USA. Cominciano a proliferare le moradas, chiesette sconsacrate che presto accolgono al loro interno una serie di nuove immagini e rituali. I membri della Fratellanza si dividono tra i Confratelli del Sangue, “I Veri Penitenti”, e i Confratelli della Luce, che hanno compiti di tipo organizzativo e fungono da guide spirituali.

Durante vari decenni il Vaticano cerca di riavvicinarsi a queste comunità per ricondurle ai precetti del cattolicesimo romano. Ma furono sforzi vani. Gli abitanti di queste regioni, soprattutto nel Nuovo Messico, s’affidano sempre più al fanatismo, aspirano a imitare pedissequamente la vita e la passione di Cristo e praticano la autoflagellazione nel corso delle processioni della Settimana di Pasqua. Riproducono tutte le fasi del martirio di Gesù nella Passione e le cerimonie raggiungono momenti culminanti e sanguinari con la crocifissione simulata di uno dei Penitenti. Ma i chiodi, le frustate, i fiotti dalle vene, le grida e il dolore sono reali. Ciò che preoccupa la Chiesa non è la violenza, né la credenza nel martirio fisico come mezzo di purificazione. Il problema è un altro e si chiama Sebastiana. La paura corre di bocca in bocca, solca l’Oceano Atlantico e arriva fino al centro del potere religioso.

La gente del profondo Sud statunitense assiste all’apparizione sempre più frequente, dentro le moradas e nelle cappelle, di un bizzarro ritratto della morte. E’ un’immagine femminile, scheletrica, molto comune in Europa negli ossari e nelle cripte delle Confraternite della Buona Morte, così come nelle chiese dedicate specificamente alla Parca, nei dipinti delle danze macabre e nelle vanitas. Tuttavia da secoli è severamente proibita nelle Americhe, dove è nota altresì con il nome di Doña Sebastiana, ma resta comunque laGran Segadora, la Grim Reaper icona di un culto blasfemo secondo la Chiesa.

Nell’era coloniale gli inquisitori provenienti dalla Nuova Spagna cercarono, senza successo, di distruggere tutte le raffigurazioni della morte che la stessa Chiesa aveva portato dal Vecchio Continente per sradicare questa presunta “idolatria pagana” verso queste figure. In tutto il Messico, usualmente, i devoti delle immagini della morte erano indios e contadini, abitanti dei rioni marginali delle città o di qualche sperduto paesino di provincia che, in alcuni casi, già utilizzavano l’appellativo di “Santa Muerte” nelle loro invocazioni e, addirittura, durante i rituali con cui infliggevano vere e proprie punizioni alla figura della Morte con la Falce, se questa non concedeva loro il favore o miracolo richiesto.

L’Inquisizione fu abolita definitivamente in Spagna con il Real Decreto del 15 luglio 1834 (!). Tuttavia l’attitudine oppressiva di quella fase restò vigente. Donna Sebastiana scandalizza il clero cattolico, che parla di “eresia”, però spaventa pure i contadini della regione in cui è popolare. “Adorano la  morte come fanno gli indiani del Nord America”, “torturano i loro Confratelli con vere e proprie crocifissioni”, “eccessi nelle penitenze, rituali segreti, preghiere non approvate dalle gerarchie”, denunciano i vescovi sempre più.

Doña Sebastiana 2Agli allarmismi del Vaticano daranno ascolto i mass media statunitensi che, ancora nei primi decenni del novecento, indagano sugli aspetti più morbosi e sanguinari di quei rituali e sulla possibilità che esista una devozione autonoma verso la morte che loro chiamanoComadre Muerte o “morte amica”. Non viene condotto nessuno studio serio sul tema, anzi, si moltiplicano piuttosto gli effetti scandalistici degli articoli secondo un canovaccio molto simile a quanto avviene oggi riguardo al trattamento del culto attuale alla Santissima Muerte nella stampa messicana e mondiale.

Insieme alla morte, anche l’immagine cruenta di Gesù trafitto dalle frecce, el Cristo Flechado in spagnolo, è presente nelle moradas e serve ad avvisare i fedeli del pericolo rappresentato dalle popolazioni “selvagge” dei nativi, i “nemici” che minacciano l’esistenza dei Confratelli e delle loro comunità. Durante la Settimana Santa i Penitenti organizzano crudeli simulazioni della Passione di Cristo, molto simili, ma certamente più sadiche e inumane, a quelle che ogni anno si svolgono nel quartiere di Iztapalapa a Città del Messico il Venerdì Santo.

Il Salvatore, un “fortunato” scelto all’interno della Confraternita, viene ben fissato alla croce con dei chiodi di metallo, poi riceve il supplizio della flagellazione e brandelli della sua pelle schizzano via lungo il sentiero e imbrattano le vesti degli astanti. Altri Confratelli, intanto, si legano a cactus e piante spinose oppure trainano come buoi delle carrette stracolme di pietre con sopra la figura scarnificata di Donna Sebastiana.

Nella tradizione religiosa di queste confraternite s’identifica progressivamente il giovane Penitente, prossimo alla crocifissione, con il Cristo ma anche con la morte, la Comare. Si racconta che, in tempo di carestia, quando è facile venire a mancare per via delle penurie o del freddo, i morti facciano ritorno nelle moradas per festeggiare la Pasqua con i vivi. Presso questi templi improvvisati, chiamati anche “case dei morti”, sopraggiungono iFratelli dell’Altro Mondo per aiutare gli abitanti di questo mondo.  Tra la Vergine Maria e Gesù non mancava mai l’immagine di Doña Sebastiana, la Patrona scheletrica dagli occhi vitrei e metallici, armata di arco e frecce, che veniva portata in trionfo sulle carretas de la muerte durante le processioni. Nel Museo del Nuovo Messico ad Albuquerque, negli USA, c’è una scultura della “Morte sul suo carro”, realizzata nel 1860 dallo scultore Nazario López de Córdoba per la morada de Las Trampas. E’ una rivisitazione del motivo noto come Trionfo della Morte, un tema iconografico medievale in cui la Parca Sebastiana dichiara la sua vittoria su Gesù e scaglia frecce al petto del Salvatore.

 Arco e dardi definiscono l’iconografia tradizionale del Cristo trafitto nella versione adottata dai francescani che evangelizzarono il Nord della Nuova Spagna, l’attuale Messico. D’altro canto in Spagna la morte era raffigurata con una falce in mano, non con arco e frecce. Questo suggerisce che nei territori a nord del Río Bravo potrebbe esserci stata una sovrapposizione tra la figura del Cristo e quella del martire San Sebastiano, rappresentato tipicamente con le frecce conficcate nel costato e rivoli di sangue colanti e abbondanti. E’ possibile che il nome del santo abbia avuto un cambio di genere, passando al femminile, e che la sua figura sia stata associata a quella della morte dotata di arco e frecce, dando vita, così, alla hermosa Donna Sebastiana, forse una progenitrice o “cugina nordamericana” della Santa Muerte. [Di Fabrizio Lorusso da Carmilla]

*Questo articolo è stato tratto e riadattato dal paragrafo dedicato alla splendida Donna Sebastiana del libro Santa Muerte. Patrona dell’Umanità di Fabrizio Lorusso (Ed. Stampa Alternativa, Italia, 2013). Tradotto in spagnolo per il supplemento settimanale del quotidiano La Jornada, è stato poi riportato alla sua lingua originale in questa versione modificata.

Note sulla cattura del capo degli Zetas in Messico

z-40 copertinaDopo il classico boom mediatico per l’ennesima cattura di un capo dei narcos messicani, il “sanguinario” e “terribile” Z-40 (Miguel Ángel Treviño), leader del cartello degli Zetas arrestato dalla marina lo scorso 15 luglio, il silenzio torna a regnare sulle sorti del paese latino-americano. E soprattutto ci si dimentica delle enormi responsabilità che USA ed Europa hanno in merito, essendo i principali mercati di sbocco (o consumatori) dei traffici di stupefacenti che provengono o passano dal Messico e dai paesi andini ed anche i promotori del proibizionismo e della repressione nei paesi produttori quali strategie per affrontare il “problema”. La droga si esporta a Nord e i morti restano a Sud. Treviño o Z-40 era succeduto al comando dell’organizzazione criminale, dominante nel Golfo del Messico (Veracruz, Tabasco e Tamaulipas) e nel Nord Est (Nuevo León, Monterrey, Nuevo Laredo) ma presente anche nel centro e nel sud del paese fino al Guatemala, all’altrettanto famigerato boss Heriberto Lazcano. El Lazca, questo il suo alias, fu abbattuto dall’esercito nell’ottobre 2012 e apparteneva agli Zetas “delle origini”, cioè al gruppo formato da ex militari dei corpi d’élite che alla fine degli anni novanta avevano disertato ed erano stati assoldati come braccio armato dalla banda egemonica in quella regione, il Cartello del Golfo del boss Osiel Cárdenas Guillén (oggi in prigione negli USA): da forze armate contro i narcos a corpi di sicurezza e sicari dei capi.

Una volta imparato il business e consolidate le reti criminali e le protezioni istituzionali sui territori d’influenza, nel 2010 gli Zetas si resero autonomi e diventarono i principali rivali dell’indebolito Cartel del Golfo. Questo si alleò con i propri antichi nemici, cioè con il Cartello di Sinaloa, l’organizzazione che domina le regioni occidentali del Messico, Tijuana, la California e il centro Nord, mentre disputa il controllo della zona orientale, del centro e di parte della frontiera con gli USA ad altre organizzazioni come la Familia Michoacana e gli stessi Zetas. I leader del Cártel de Sinaloa, il boss Joaquín “El Chapo” Guzmán e il suo secondo, Ismael “El Mayo” Zambada, sembrerebbero inoltre godere dei favori e delle protezioni da parte delle autorità politiche fino ai livelli più alti secondo le ricerche di giornalisti come Anabel Hernandez (autrice de Los señores del narco). Come spiegava l’opinionista Adela Navarro sulla testata on line SinEmbargo.Mx, il Cartello di Sinaloa sarebbe stato “preferito” rispetto agli altri e protetto già dai tempi del presidente Vicente Fox (2000-2006), quando il Chapo fu lasciato libero di operare e poi di fuggire di prigione, e in seguito dal governo di Calderón (2006-2012), con il ministero chiave della Pubblica Sicurezza controllato da Genaro García Luna, e ancora oggi con la presidenza di Peña Nieto (2012-2018) e la cattura del rivale più duro dei narcos di Sinaloa, ossia il capo degli Zetas. Denunce analoghe sono state lanciate dal generale che lo arrestò la prima volta nel 1993,Jorge Carrillo Olea. La situazione è in realtà molto più complessa e frammentata, ma mi limito qui a una descrizione a grandi linee e rimando a un paio di articoli sul Chapo Guzmán e sulla storia della narcoguerra (link 1 – link 2).

Gli Zetas hanno saputo diversificare le loro fonti di guadagno dal narcotraffico ai rapimenti, dalla spoliazione di proprietà al racket e il traffico di armi e persone. Per questo già dal 2005-2006 nello stato centrale del Michoacán, dove gli Zetas stavano penetrando inesorabilmente, cominciò un’ondata terribile di violenza che ha risvegliò le aspirazioni revansciste dei vecchi gruppi di narcos locali che in funzione anti-Zetas fondarono il cartello della Familia Michoacana. La guerra su grande scala scoppiò dopo il 6 settembre 2006 quando cinque teste umane furono lanciate dai membri della Familia in una discoteca della città di Uruapan  e diedero inizio alla pratica delle decapitazioni come macabri “messaggi” tra i bandi in lotta. C’è stata quindi un’escalation della violenza ipermediatizzata per cui a volte i narcos aspettano gli orari più propizi per apparire nei notiziari TV della sera prima di fare una strage o di presentare i cadaveri pubblicamente. Poche settimane dopo l’ex presidente Calderón, originario proprio di questa regione, lanciò la prima offensiva militare, chiamata Operazione Michoacán, per ripulire lo stato dai narcos, cosa che ovviamente non è accaduta. La seguente scissione dei Caballeros Templarios dalla Familia Michoacana rimescolò le alleanze dato che questa stabilì un patto con gli Zetas, ma i Caballeros siglarono un alleanza con il Cartello di Sinaloa.

Tornando al presente, è difficile trovare articoli sui quotidiani italiani che parlino degli effetti “collaterali” della guerra al narcotraffico, al di là delle solite drammatiche cifre (27miladesaparecidos in Messico in 6 anni, 100mila morti e oltre 200mila rifugiati/sfollati costretti a lasciare le proprie case) che potrebbero indurre qualche riflessione in più. Invece si enunciano a profusione gli effimeri successi dell’eterna battaglia contro “le droghe”. E spesso si tralascia il fatto che durante i primi sette mesi della presidenza di Enrique Peña Nieto la media di un migliaio di morti al mese (7110 in totale, cifra ufficiale) legati alla criminalità organizzata non è proprio un dato “normale”, anche se risulta inferiore (-18%) rispetto a quello dell’anno precedente, ancora nel pieno della narcoguerra di Calderón.

Alcune testate messicane “trionfaliste” (come Milenio) hanno celebrato la cattura e hanno già decretato la fine degli Zetas che, secondo certe previsioni, dovrebbero perdere la loro dimensione nazionale per trasformarsi in cellule sparse e isolate, magari ancora molto violente, pericolose e impazzite per un po’ ma comunque più locali e relativamente scoordinate. Per cui il cartello, un’organizzazione ad oggi complessa e sofisticata, sarebbe destinato all’estinzione. Anche se questo dovesse accadere, non sarà certo la fine del narcotraffico e della violenza in Messico. Inoltre pare che la successione del Z-40 sia già pronta con l’ascesa di suo fratello Alejandro o Z-42. Non si stanno attaccando le cause economiche, storiche e sociali, nazionali e internazionali, che lo generano. Si combatte la malattia partendo dai sintomi e da qualche colpo ad effetto per convincere l’opinione pubblica messicana e specialmente la statunitense della buona volontà e capacità del governo, ma poi, per esempio, il 98% degli omicidi commessi nel 2012 resta impunito, un dato tragico che spiega una lunga serie di abdicazioni e connivenze delle istituzioni e della politica.

z-40

Poco si parla della corruzione delle autorità, della polizia a vari livelli (locale, statale, federale, di frontiera: da entrambi i lati della frontiera nord…) e dei settori della classe politica collusi coi narcos. Bisogna, infatti, ricordare che il termine “desaparecido” si usa per quelle persone di cui s’è persa traccia e per la cui scomparsa quali esiste una responsabilità diretta o indiretta dello stato (connivenza con la delinquenza, incapacità nel garantire sicurezza e incolumità dei cittadini o coinvolgimento diretto in sequestri e uccisioni).

Dunque, non si racconta di uno stato che ha ormai perso controllo e prerogative in parti significative del territorio nazionale. Come durante la Revolución del 1910-17, diverse fazioni armate e combattive restano in lotta, in un instabile equilibrio. Quindi narcos, cellule e gruppi di comando, bandoleros, eserciti regolari e disertori (come gli Z), la marina, igobernadores e i vari corpi di polizia si contendono il potere economico e negoziano quello politico, svilendo la società messa a ferro e fuoco e ormai usa alla violenza imperante in molte città o regioni (vedi la decadenza di Monterrey, la degenerazione di Acapulco o l’eterna tragedia di Cd. Juárez). Il paragone “rivoluzionario” è piuttosto azzardato, ma l’impressione di fondo che si percepisce in Messico a volte è proprio questa.

Il gran mercato USA, il più importante del mondo, e la domanda mondiale sono i motori di questa economia che è illegale perché, banalmente, la marijuana, la cocaina e le altre droghe “leggere” e “pesanti” sono considerate e normate in questo senso (repressivo), spesso senza distinzioni riguardo la loro natura, potenziale dannosità e modalità d’uso. Ormai anche le riviste di stampo conservatore in Messico, di fronte alla realtà di un paese imbarbarito dalla guerra e di una forte emergenza sociale, hanno proposto la progressiva legalizzazione, parziale o totale, della produzione e del consumo (per diverse finalità, inclusa quella ricreativa) almeno a livello nazionale, se non continentale. Gli “esperimenti” di legalizzazione, depenalizzazione e controllo della cannabis negli stati del Colorado e di Washington potrebbero diventare degli utili apripista in questo senso.

I collegamenti tra i cartelli della droga e i business “collaterali” sono fondamentali dato che in molti casi, in particolare per gli Zetas, rappresentano il 50% del totale delle entrate: l’estorsione o racket ed il traffico di armi e persone (riduzione in schiavitù, prostituzione, traffico di bambini, commercio di organi, sequestro di persone a fini di estorsione, ecc…). Questi sono gli affari più grossi per i narcos dopo il traffico di droghe, ma la questione resta spesso in secondo piano specialmente sui media italiani. Eppure, quando le acque diventano burrascose, magari in seguito a un arresto “importante” o a una nuova operazione militare governativa annunciata in pompa magna oppure dopo l’ennesimo stanziamento di “aiuti” (fondi, armi, intelligence, consulenze, strumenti tecnici, vedi per es.Plan Merida) da parte della Casa Bianca, questi business possono trasformarsi in preziose ancore di salvezza per le cellule criminali operanti sul territorio statunitense e messicano.

In ogni città, anche piccola, e in ogni centro turistico ce n’è almeno uno, ma in genere sono tanti, la concorrenza impera. Mi riferisco ai Table Dance, (in uso anche la trascrizione spagnola “teibol”) i club notturni messicani in cui il confine tra intrattenimento e prostituzione, tra “lavoro” e schiavitù, è sempre più labile, anzi, direi che nella maggior parte dei casi sono dei bordelli legalizzati in cui regna lo sfruttamento senza altri aggettivi. Insieme ai casinò sono tra le attività favorite dai cartelli per riciclare narcodollari, dal tramonto all’alba. La lotta contro il riciclaggio del denaro sporco e la possibilità di bloccare i centri e le connessioni finanziarie che alimentano i narcos e che sostengono anche le loro imprese legali, come s’era fatto a livello internazionale, per esempio, dopo l’attacco alle Torri Gemelli del 2001 con i patrimoni e i flussi legati ad Al Qaeda, sono state opzioni molto poco esplorate dai vari governi americani e messicani. Anzi, il tema sembra proprio un tabù a livello mediatico e siccome il problema della violenza e gli aspetti visibili e duri di questa tragedia restano a Sud (almeno in apparenza), gli USA non hanno interesse a intervenire con decisione e tempestività o a creare un consenso globale anti-narcos che identifichi e blocchi le loro attività finanziarie internazionali.

L’arresto di un boss, com’è il caso del Z-40 in Messico, ha sicuramente un alto impatto mediatico e scardina, almeno in parte, il vertice dell’organizzazione, ma di certo non tutti i suoi meccanismi, i suoi interessi e le sue cellule che continuano ad operare sul territorio. Invece, l’effetto immediato è una recrudescenza della violenza, dunque la crescita dei morti tra i membri del cartello, ma anche di quelli “civili”, cioè esterni all’organizzazione (forze dell’ordine e cittadini comuni). Cito in proposito un paragrafo del giornalista messicano Genaro Villamil:

 “Nel marzo 2012 il Generale Jacoby del Commando Nord statunitense ammise che dopo la cattura di 22 dei 37 boss più ricercati la narcoviolenza non era diminuita. Al contrario, lo stratega nordamericano ammise che l’eliminazione di un capo ne rafforza sempre un altro e frammenta in varie cellule, fortemente armate e altamenti corruttrici, le reti di questa ‘testa dell’Idra’ che è la criminalità organizzata. Così è nato il potere degli Zetas. Da sicari del Cartello del Golfo si sono trasformati in una delle imprese criminali più complesse mai esistite, per la loro capacità di espansione territoriale, il loro carattere paramilitare, la loro espansione verso la ‘industria’ del sequestro, la contraffazione, il traffico di migranti e perfino il contrabbando di petrolio. La narcoviolenza è sistemica, non individuale. Il genio maligno di boss come ‘El Chapo’ o lo ‘Z-40′ o ‘La Barbie’ spiega alcuni metodi, ma questi sono stati creati sotto il manto di un sistema politico, sociale, agricolo, finanziario e perfino mediatico inondato dalla corruzione. E’ una cosa che non ha mai capito Felipe Calderón e il suo alter ego Genaro García Luna (ex Ministro della Sicurezza 2006-2012). Non gli conveniva. La lotta contro la criminalità organizzata è diventata una ragione di governo per cercare legittimità, non una ragion di stato per affrontare un male sistemico. La “narrativa” potrà cambiare e magari riusciranno a eliminare la percezione d’insicurezza e il rischio per gli ‘investitori’, ma i fatti indicano che oltre allo ‘Z-40′ o al ‘Chapo’ quello che c’è è un male sistemico che ci metterà anni a regredire”.

Un’importante cattura può anche provocare un innalzamento dei livelli di scontro intestino tra fazioni in lotta per la leadership, da una parte, e un aumento della violenza tra i diversi cartelli in conflitto per territori o plazas (una città o zona definita per la distribuzione) che cercano di approfittare dell’eventuale scompiglio generato dall’arresto del boss di turno, dall’altra.

In questa narcoguerra messicana la cattura di un capo, in effetti, non ha mai significato la fine di un’organizzazione criminale o di un cartello. In genere produce: un colpo mediatico efficace per qualche giorno, con eventuali “positive” ripercussioni nella stampa estera; qualche rimpasto all’interno dell’organizzazione; un declino relativo del cartello rispetto ai “competitors” a livello regionale o nazionale con conseguente rioccupazione delle plazasscoperte da parte di altre organizzazioni e incremento nella violenza. Il problema, dunque, resta come lo dimostrano gli altisonanti arresti pubblicizzati a livello globale dal governo di Felipe Calderón, l’ideatore della  strategia militare contro i narcos tra il 2006 e il 2012.

“La Barbie”, Heriberto Lazcano “El Lazca” (Zetas), Beltrán Leyva, “El Teo”, gli Arellano Félix, eccetera. Tutti mostrati come dei boss tremendissimi e potenti, con una capacità logistica e di fuoco da fare invidia a tutti i padrini nostrani messi assieme. In parte è vero, ma è anche vero che l’impatto degli arresti o delle uccisioni dei vari capi deve essere magnificato attraverso l’esagerazione di queste capacità strategiche e militari, oltre che con l’attribuzione di ogni male e violenza del paese a quell’unica persona, i cui capi d’accusa crescono a dismisura creando un curriculum criminale eccezionale (vedi articolo di Zepeda Patterson).

In realtà i narcos hanno esteso le loro reti, la loro presenza e influenza nel tessuto sociale e i loro guadagni come mai prima grazie all’impunità, alla povertà e all’iniquità della società, legata a motivi culturali e storici oltre che economici, al sistema di giustizia viziato, alla corruzione generalizzata e ad una polizia imbarazzante. Sono quindi queste condizioni e queste strutture, interne ed esterne al paese, che vanificano qualunque cattura del “capo dei capi” del momento.  Infatti, pare ci sia già un successore del Z-40, il suo fratello Alejandro Treviño, alias Omar o Z-42. I numeri, gli alias e i “panchinari” in attesa di entrare in campo sono infiniti, la narcoguerra è dura a morire.

Sessismo in pubblicità (due video e una mentalità)

Inserisco due video sulla stessa tematica, o meglio, sulla stessa problematica. Il sessismo in pubblicità e nei mass media per decenni ha amplificato e distorto mentalità e comportamenti già esacerbati dal patriarcato, dal consumismo e dal privatismo (queste ultime sono due ideologie sottostanti e giustificatrici del momento attuale e degli sviluppi recenti del capitalismo).

La donna è oggetto, il maschio domina e il mercato smercia. In società maschiliste e patriarcali la vendita dei prodotti diventa vendita del corpo e di un immaginario sessista e, spesso, misogino. Il primo video raccoglie numerosi esempi italiani e  internazionali. Il secondo “Rappresentazioni di genere nella pubblicità” è un progetto scolastico creato dal gruppo sugli studi di genere e le donne (Women and Gender Studies class) alla University of Saskatchewan di Sarah Zelinski, Kayla Hatzel and Dylan Lambi-Raine. Mostra quanto possono essere ridicole le forme in cui i media ritraggono i ruoli di genere e gli stereotipi ad essi legati attraverso un ribaltamento dei ruoli uomo-donna (nella seconda parte del video).

Sessismoblachman-sessismo_620x410Foto di un estratto del programma sessista danese Blachman (o “uomini che guardano le donne e commentano”, definito come “il più sessista del mondo”). Leggi dell’iniziativa CASCOS ROSAS in Ecuador…

A Sud del Confine (South of the Border). Film di Oliver Stone in italiano

Storia del Venezuela e dell’America Latina all’epoca di Hugo Chávez: la crisi della fine degli anni 80, gli anni novanta e l’ascesa del “Comandante” nel paese andino (e caraibico) che ha le maggiori riserve di petrolio al mondo e da 14 anni è immerso nel processo della Revolución Bolivariana: affascinante storia narrata in italiano nel documentario del 2009 di Oliver Stone. Articolo sul futuro del Venezuela a questo link.

Da wikipedia: A sud del confine[1] (South of the Border) è un documentario di Oliver Stone del 2009, presentato alla 66ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il film è scritto da Tariq Ali. Il film cerca di spiegare e documentare il fenomeno Chavez, ex presidente venezuelano, e della rinascita socialista dell’America Latina. Dopo la morte di Chávez, il documentario è stato distribuito nelle sale cinematografiche italiane con il titolo Chávez – L’ultimo comandante da Movimento Film.[2]

Da YouTube: Oliver Stone si è recato in Venezuela per intervistare il Presidente Hugo Chavez e analizzare l’immagine che di lui hanno proposto i mezzi d’informazione: Chavez era davvero la forza “anti americana”rappresentata dai media?Una volta iniziato il viaggio,Stone e la sua troupe hanno avuto bisogno di spingersi oltre,hanno quindi intervistato con Evo Morales ( Bolivia ) ,Lula da Silva ( Brasile ) Cristina Kirchner (Argentina ) e il suo consorte ed ex Presidente Nestor Kirchner,Fernando Lugo (Paraguay), Rafael Correa ( Equador) e Raul Castro ( Cuba ).Il viaggio do Stone mette il luce il grande cambiamento che è avvenuto nel continente:non più paesi subordinati,economicamente e politicamente agli Stati Uniti,na una nuova dignità un nuovo ruolo internazionale,un unione tra popoli vicini sia geograficamente che politicamente.

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L’eredità di Hugo Chávez dal Venezuela all’America Latina

CHAVEZParlare di Venezuela e di Chávez, un leader storico indiscusso e per questo amato e odiato allo stesso tempo, suscita sempre emozioni e dibattiti. Ci ho provato in varie occasioni, ascoltando voci diverse, dal cuore al cervello, dai latino americanisti fedeli al socialismo bolivariano ai critici duri del sistema. Oggi in Messico si respira un’aria strana, c’è il lutto e ci sono le prese di distanza, c’è l’affetto e ci sono le indifferenze. Ci saranno 7 giorni di lutto nazionale in Venezuela e a Caracas in questo momento ci sono manifestazioni massicce per le strade. E’ la sua gente che scorta il feretro in corteo insieme ai familiari e ai ministri, insieme alla musica delle bande musicali e alle preghiere. Intanto i presidenti del subcontinente e del mondo mandano messaggi di cordoglio e solidarietà. Il Presidente del Venezuela, il cinquantottenne Hugo Chávez, è mancato martedì 5 marzo alle 16:25 (21:25 ora italiana), secondo l’informazione diffusa a reti unificate dal Vicepresidente e successore di Chávez, Nicolás Maduro. Era arrivato a Caracas il 18 febbraio scorso da L’Avana, Cuba, dove aveva ricevuto le ultime cure per un paio di mesi. Ha passato gli ultimi giorni in compagnia delle figlie e dei suoi nipoti nell’Ospedale Militare della capitale venezuelana. L’8 dicembre aveva inviato l’ultimo messaggio alla nazione in cui indicava Maduro come suo successore in caso lui venisse a mancare. Dopo la morte del Presidente, che aveva sconfitto l’oppositore Henrique Capriles l’anno scorso conquistando la presidenza per il periodo 2013-2019, saranno convocate entro un mese nuove elezioni presidenziali in Venezuela.

“Riceviamo l’informazione più dura e tragica che potessimo trasmettere al nostro popolo. Alle 4.25 del pomeriggio di oggi 5 marzo è venuto a mancare il nostro comandante presidente Hugo Chávez Frías”, ha detto Maduro che per qualche settimana, fino alle nuove elezioni, sarà il presidente ad interim del paese. La maggior parte dee paesi sudamericani e il Nicaragua hanno decretato tre giorni di lutto. Amici e alleati si stringono intorno ai familiari del comandante. Il Venezuela avrà una settimana di riflessione per esprimere le condoglianze verso il suo presidente scomparso. La presidentessa argentina Cristina Fernández e Mújica, capo di Stato uruguayano, sono partiti subito per Caracas per assistere ai funerali.

L’eredità del chavismo è difficile da determinare, probabilmente è ancora presto, ma sicuramente trascenderà le frontiere del paese andino e caraibico che l’ha generato e trascenderà alcune generazioni, così com’è successo con alcuni aspetti del peronismo argentino o con le idee stesse di Simón Bolivar e José Martí e la loro spinta per la creazione di una Patria Grande. L’America Latina oscillerà tra i diversi modelli del progressismo continentale, dal Brasile di Lula e Dilma Roussef all’Uruguay di Pepe Mújica, dall’Ecuador di Rafael Correa (indicato spesso come il più logico e vicino “successore” di Chávez in Sudamerica anche se i loro rispettivi paesi hanno presenze e influenze diverse nella regione), alla Bolivia di Evo Morales e all’argentina di Nestor e Cristina Kirchner. Oppure ci sarà in alcuni paesi un’alternanza con le destre (come in Cile) che, però, dovrebbero aver capito le lezioni dolorose del liberismo selvaggio e dell’autoritarismo del passato che, ciononostante, a volte si fa rivedere (come successo in Paraguay nel 2012 e in Honduras nel 2009 con dei colpi di Stato più o meno “istituzionali” o anche militari).

L’ondata di rifiuto delle politiche economiche e sociali imposte dalle agenzie internazionali e dai paesi creditori, che strozzavano lo sviluppo latino americano con l’austerità, ha creato tra la fine degli anni 90 e l’inizio del nuovo millennio le condizioni propizie per una ridiscussione del modello e per la nascita di alternative progressiste. Ogni paese, però, ha elaborato la propria alternativa (più o meno radicale, più o meno includente) in questo quadro comune a seconda delle condizioni storiche, le negoziazioni interne, le diverse élite nazionali ed esperienze preesistenti nella realtà nazionale. Le alleanze continentali, propiziate dal Presidente Chávez, hanno in qualche modo consolidato una visione collettiva e comune in America Latina e favorito obiettivi di emancipazione, con un tono nazionalista in difesa della sovranità, e di sviluppo, oltre la semplice cifra della crescita economica.

Cuba, il Venezuela, il Nicaragua, il Messico e l’America centrale e caraibica non possono veder spiegata la loro storia senza considerare l’egemonia statunitense che, nel suo backyard, ha spesso fatto leva sulle armi, sullo spionaggio e sul cosiddetto hard power piuttosto che sulla diplomazia e sull’influenza soft e ideologica per ottenere i suoi obiettivi e il controllo regionale (controllo delle risorse, protezione degli investimenti e degli interessi strategici, egemonia politico-culturale). Tra il bastone e la carota, non c’è dubbio che storicamente abbia prevalso quest’ultimo e che ciò abbia generato reazioni altrettanto forti, soprattutto dentro i progetti contro-egemonici latino americani che hanno radicalizzato le loro posizioni, spesso più a livello retorico che nei fatti. Questo processo è avvenuto anche in Venezuela dove l’élite tradizionale dei partiti, legata agli interessi esterni, al petrolio e alla grande impresa, aveva raggiunto livelli di distacco dalla società, privilegi di casta, sprechi e corruzioni indicibili. Già il caracazo del febbraio 1989, una due giorni di proteste feroci della popolazione repressa nel sangue dal presidente Pérez (si parla nelle cifre ufficiali di 300 morti, ma altre fonti indicano oltre 3000 morti) era un gravissimo segnale d’allarme. Inascoltato.

Chávez ha alzato le bandiere del Socialismo del Secolo XXI e della Rivoluzione Bolivariana in Venezuela e nelle Americhe anche grazie alla creazione di istituzioni latinoamericane come l’ALBA (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América), UNASUR (Unión de Naciones Suramericanas) e la CELAC (Comunidad Estados Latinoamericanos y Caribeños) che puntano a ridurre l’egemonia statunitense nella regione, come obiettivo implicito, ma che fondamentalmente sono strumenti di quel regionalismo aperto sudamericano che s’era arenato con il MERCOSUR e la COMUNIDAD ANDINA.

L’opposizione della destra venezuelana, composta dagli estremisti conservatori e tradizionali, dai vecchi partiti COPEI e AD e da una parte di democratici liberali, s’è caratterizzata per la cecità verso le esigenze delle masse popolari impoverite dai decenni perduti, gli anni ottanta della crisi del debito e gli anni novanta del non-recupero economico. Avevano provato a rimontare posizioni l’ottobre scorso con una proposta moderata, socialdemocratica, che però non ha convinto la maggioranza dei votanti e nascondeva incognite e mancanze troppo importanti per essere presa sul serio dalla maggioranza della popolazione beneficiata dal chavismo.

Al contrario di quanto previsto da FMI e Banca Mondiale la crescita dei paesi latinoamericani, anche quando negli anni 90 si sono riaperti i flussi del credito e i prestiti internazionali, è stata precaria e insufficiente. Credo che la maggioranza dell’elettorato venezuelano non sia pronta né disposta a tornare a un modello nettamente neoliberista controverso e criticato da buona parte delle stesse classi dirigenti latino-americane e, oggi, europee. Le speranze e le aspettative risvegliate da Chávez, così come la partecipazione alla vita politica favorita dai suoi 14 anni al potere, sono eredità difficili da cancellare e una società più attiva è un cavallo difficile da domare tanto per il PSUV (il governativo Partito Socialista Unito del Venezuela) che per l’opposizione capeggiata dal rampollo conservatore Henrique Capriles.

Ci si chiede in Messico, e ancor di più in Sudamerica, quali siano i progetti latino americani o “latino americanisti” che possano convivere con gli Stati Uniti in una logica di contrapposizione senza conflitto, di autonomia senza ingerenza. L’ideale di una confederazione democratica di paesi che possa convivere con gli USA al Nord e con le proprie diversità e specificità geopolitiche e culturali a Sud, fomentando l’uso e lo sviluppo delle risorse interne per fini economici con visione sociale e includente, non dovrebbe scomparire e potrebbe essere una lezione appresa dal passato che crea immaginario e unità politica e d’intenti.

Chávez, el comandante, è nato nel 1954 da una famiglia povera e sognava di diventare un pittore o un giocatore di baseball professionista, ma poi il suo destino fu differente. Cresciuto in campagna, in povertà ma senza stenti, ha spesso nutrito la sua retorica politica degli aneddoti dell’infanzia e del carisma naturale che lo hanno contraddistinto. Le sue origini umili l’hanno sicuramente aiutato nel duro compito di creare empatia e legami con le classi marginali venezuelane che riuscivano a vederlo quasi come “un membro della loro famiglia”.

Da militare, come tenente colonnello delle forze armate, meditò a lungo una cospirazione di soldati dalle tendenze progressiste e anti-elitiste per spodestare i politici tradizionali e nel 1992 condusse un colpo di Stato, fallito nelle prime ore, contro il Presidente Carlos Andrés Pérez. Inaspettatamente quello fu l’inizio della sua presenza mediatica e della carriera politica. Il breve discorso che fece, portando il suo famoso basco rosso, prima di essere imprigionato lo catapultò nelle simpatie di milioni di cittadini venezuelani.

Dopo aver beneficiato di un indulto, Chávez condusse una campagna politica per le elezioni del 1998, vinse e assunse il suo primo incarico da Presidente nel 1999. Per molti votanti la sua ascesa significava novità e riscatto popolare, dopo decenni di politiche di austerity, governi indifferenti alle necessità delle classi meno abbienti e corruzione politica cui s’era arrivati con l’alternanza democratica, stabilita a tavolino, del “Patto del Punto Fisso” (31 ottobre 1958) . Questo era un Patto di governo tra i due partiti principali (AD, socialdemocrazia, e COPEI, democrazia cristiana) che garantiva la stabilità di governo e l’alternanza a tavolino ma che in realtà generava corruzione e spartizione del potere ad libitum. Durò 40 anni fino all’ascesa di Hugo Chávez nel 1998.

L’opposizione anti-chavista dei mezzi di comunicazione privati e dei leader del settore privato fu feroce, vista la prima serie di leggi proposte dal presidente che li interessavano direttamente. Nel 2002 un gruppo di politici e truppe dissidenti, con il sostegno statunitense secondo rivelazioni di WikiLeaks e le denunce dello steso presidente, realizzarono un golpe e deportarono il Capo di stato su un’isola dei Caraibi.

Due giorni dopo, però, fu rimesso al suo posto da settori fedeli dell’esercito e fu osannato da folle e manifestazioni popolari in tutto il paese. Per l’opposizione e gli USA fu un boomerang. Chávez ha accusato gli Stati Uniti, un “impero decadente e guerrafondaio”, di un tentativo di omicidio contro di lui e di aver orchestrato il golpe del 2002. Il presidente ha ottenuto un enorme sostegno da parte dei settori popolari venezuelani anche grazie all’uso della spesa pubblica, all’espansione della sanità e dell’istruzione gratuita e dei programmi per le case popolari con le risorse ottenute dall’industria petrolifera. Ha minacciato varie volte di sospendere il flusso di greggio verso gli USA, anche se questo non è masi successo e, piuttosto, le esportazioni di crudo venezuelano si sono diversificate verso la Cina, la Bielorussia, l’Iran e la Siria.

L’ispirazione principale di Hugo Chávez è stata l’esperienza cubana e del suo grande amico Fidel Castro per cui la via delle nazionalizzazioni, della redistribuzione della ricchezza e l’accentramento governativo e presidenziale dei poteri segue il modello dell’isola caraibica con la sua revolución. L’opposizione l’ha accusato di eccessi repressivi contro i suoi critici, di assistenzialismo e di spreco di denaro pubblico, in particolare di quello della compagnia petrolifera PDVSA, e di “spaventare gli investitori” con espropriazioni a vari livelli.

D’altro canto, grazie alle politiche redistributive chaviste, negli ultimi 14 anni gli indici di povertà e di indigenza in Venezuela sono stati drasticamente ridotti e la crescita s’è mantenuta, anche se altalenante, dopo la crisi del 2008-2009. Lo stile di Chávez attingeva dalla tradizione populista latino-americana, con l’uso di un linguaggio energico e colorito, con prestiti dal gergo militaresco, patriarcale e contadino e comizi di varie ore in piazza e in TV, però, nonostante le critiche dell’opposizione e di buona parte della comunità e dei mass media internazionali, il consenso popolare, mostrato a livello elettorale in numerose occasioni, ha subito poche erosioni in tutte le prove cui s’è sottoposto.

Infine l’opposizione ha sempre accusato il presidente di concentrare un potere mediatico senza precedenti. In realtà c’è stata certamente una crescita (anche se non spettacolare) della presenza mediatica e del controllo governativo sui media venezuelani (sia come tempi di presenza che come numero effettivo di media presumibilmente “allineati”) rispetto all’inizio del periodo chavista (1998-1999) in cui praticamente nessun mezzo di comunicazione nutriva particolari simpatie per il presidente, però non si può parlare di un controllo totalitario. In proposito esiste una letteratura specifica, anche se è difficile districarsi proprio perché è difficile considerare e valutare tutti i media (radio, Tv analogica e digitale, nazionale e straniera, giornali, riviste, internet, ecc…) con il loro campo e profondità di influenza. Inoltre non sempre esiste uno schieramento netto e totale. Rimando a questo articolo “Television in Venezuela: Who Dominates the Media?” (link).

Non so come concludere, lo confesso. So solo che ne parleremo ancora a lungo. Siamo ancora nel mezzo di una stagione di grossi cambiamenti in America Latina che né inizia né finisce con Chávez, ma che ha avuto in lui un propulsore e un ispiratore nel rispetto delle differenti esperienze nazionali e delle strade che poi ciascun paese ha deciso e deciderà d’intraprendere. Quindi vamos a ver y adelante. Fabrizio Lorusso CarmillaOnLine

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