Archivi tag: usa

La Frontiera: Intervista a Confini @RadioPopolare

Dal programma di Radio Popolare “Confini” del 7 settembre, in onda dal lunedì al venerdì alle 17.30 e condotto da Sara Milanese e Diana Santini, ecco il mio intervento sul Messico e il tema della frontiera. A questo Link c’è il post originale che copio qui di seguito che s’intitola: Come eludere le frontiere, dal Messico alla striscia di Gaza.

Il “muro di Tijuana” è uno dei classici muri della vergogna: divide per lunghi tratti il Messico dagli Stati Uniti, ed è stato costruito con l’obiettivo di fermare il traffico di armi e droga, e il flusso di migranti che da sud preme con forza sul confine inseguendo il sogno americano.

Eppure i modi per eludere quella che è una delle frontiere più ritratte del mondo sono tanti. Ce li racconta Fabrizio Lorusso, giornalista e scrittore italiano che vive a Città del Messico.
Poi ci imbarchiamo con il capitano James Cook, grande navigatore dell’Oceano Pacifico, che ha aperto nuove rotte al colonialismo britannico.

Dai narcotunnel messicani ai tunnel che portano dalla Striscia di Gaza all’Egitto: Loris Savino, fotografo milanese, è appena tornato proprio da Gaza. I tunnel palestinesi fanno parte del suo progetto fotografico (e video) Betweenlands.

Infine l’ultima puntata della nostra rubrica sui quartieri multietnici nella città italiane: andiamo a Napoli, nei quartieri spagnoli, dove Tina e Angelo Scognamiglio nel loro ortofrutta organizzano da 4 anni un corso gratuito di cucina napoletana per stranieri. L’integrazione passa per la buona cucina!

Narcos e nuvole (nere): Messico post-elettorale e veri business

Nella seconda metà di una recente intervista allo storico “messicanista” James Cockcroft a RealNews Network viene avanzata un’ipotesi interessante. Provo a riassumerla e ampliare alcuni punti che lì sono solo suggeriti. Le banche statunitensi, in fallimento o quasi dopo l’esplosione della bolla immobiliare del 2008 e in piena crisi mondiale, avevano e hanno bisogno dei flussi finanziari provenienti dal narcotraffico (il secondo o terzo maggior generatore mondiale di movimenti monetari), detenuti in gran parte dai cartelli messicani e dagli operatori statunitensi degli stessi. Quindi in Messico la lotta alle fonti di finanziamento e la chiusura dei rubinetti del denaro dei narcos è stata debolissima, ma s’è privilegiata la politica di militarizzazione della guerra ai narcos, spinta dal presidente messicano Felipe Calderón del PAN (Partido Acción Nacional, destra) anche per recuperare la scarsa legittimità (solo mezzo punto di scarto e brogli elettorali) con cui aveva vinto le presidenziali del 2006 contro le sinistre e il loro candidato, Andrés Manuel López Obrador. La cosiddetta narcoguerra degli ultimi 6 anni ha causato 60mila morti, ma ha significato un’epoca di vacche grasse per il traffico, lecito e illecito, di armi oltreché per i piani (tipo Plan Merida) di “aiuto” militare statunitense in Messico e per operazioni illegali come Fast and Furious (passaggio di armi USA-Messico) che hanno mostrato (di nuovo) come il narco-business sia ormai diversificato, vantaggioso da entrambi i lati della frontiera e come si sia ampliato e collegato al commercio di armi (oltre che a quello di persone, veri e propri schiavi contemporanei, per la prostituzione o la vendita degli organi). Anche i 16mila desaparecidos di questa amministrazione militarista stanno lì a testimoniare questi nessi terribili tra narcos, stato (a vari livelli di governo), sparizioni, commerci illeciti e riduzione in schiavitù. Ora pare che il PRI, il partito egemonico per 71 anni al potere dal 1929 al 2000, abbia vinto le elezioni e il suo candidato Enrique Peña Nieto si appresta a diventare presidente in mezzo a scandali, manifestazioni popolari di massa, denunce e polemiche per la compravendita dei voti, gli eccessi enormi (da 10 a 13 volte del budget previsto) delle spese di campagna e il trattamento mediatico di gran favore ricevuto per anni da TeleVisa, la principale catena TV nazionale. Il 1 luglio scorso s’è votato per eleggere presidente e parlamento, 6 governatori locali e migliaia di altre cariche di tipo amministrativo. Pochi media ne hanno parlato ma ci sono stati 9 morti, 7 feriti, 66 arresti e migliaia di altre anomalie. L’eventuale arrivo alla presidenza del leader della coalizione progressista, López Obrador, che s’è ricandidato nel 2012 con un programma di austerità, onestà, tagli alla politica e alla corruzione e ora ha impugnato le elezioni presso il tribunale elettorale per le irregolarità verificatesi di tutto il processo, avrebbe rappresentato un ostacolo evidente per i business illeciti che, in qualche modo, sostengono i flussi monetari Messico-Usa e in particolare per i gruppi d’interesse che da Washington a Mexico City, da El Paso a Sinaloa, manovrano i meccanismi della criminalità organizzata e le interazioni tra l’economia illegale, quella semisommersa e l’illegale attraverso i business del sequestro e commercio di persone, droga, armi. Obrador è osteggiato, in Messico (e si sa), ma probabilmente anche negli USA. E’ stato l’unico candidato a proporre un cambiamento netto di strategia rispetto all’ultimo sessennio, mentre Peña Nieta viene visto da molti come il candidato dei “patti con i narcos”, in quanto erede della corrente più retrograda e antidemocratica del PRI, quella del ritorno al passato: è il cosiddetto gruppo dei “gobernadores”, cioé i governatori degli stati (21 su 32) in cui il PRI mantiene il potere locale e che rischiano di diventare i bastioni di un nuovo regime autoritario, vera nube nera sulla fragile e debole democrazia messicana.

Le macerie di Haiti (5/5)

di Romina Vinci  Entrare ad Haiti per un europeo non è semplice, e non tanto a livello fisico, perché basta cambiare tre aerei, fare più di una giornata di viaggio, e si arriva a Port au Prince. Quanto a livello mentale. Perché entra in atto un incessante lavoro di scardinamento dei propri valori. Non esiste l’idea della famiglia qui, non il concetto di nudità, di igiene, neppure la necessità di mangiare. Tante cose non esistono, o meglio, si va avanti anche senza. Quel che si percepisce è la mancanza di prospettive, le nulle aspettative di vita. In una parola sola: si tocca con mano la povertà. Comprendere la realtà di Haiti non è facile, difficile convincersi che esista una possibilità di riscatto per questa popolazione. C’è dolore, c’è sofferenza, c’è quella vita così difficile da affrontare. Occhi negli occhi, i miei nei loro, occhi che pongono domande, occhi che non sanno dare risposte. E poi il ruolo cambia, ma gli interrogativi permangono. Le mani si toccano, bianco e nero si incrociano, si stringono nell’unione da cui dovrebbe arrivare ogni risposta, ma un’unione che probabilmente genera solo sottomissione. Perché bianco è sopra nero, e nero è sotto bianco.

WHARF JEREMIE
Pian piano la realtà haitiana comincia a definirsi davanti ai miei occhi, ed oggi ho ricevuto una grande lezione di vita da Suor Marcella, una missionaria italiana che da sette anni opera in uno dei posti più disperati di Port au Prince, Wharf Jeremie. Raggiungere il suo Vilaj Italyen non è stato semplice. Al Saint Damien mi è stato affidato un driver fidato che, al prezzo di quindici dollari, aveva il compito di condurmi a destinazione. Non è stata esattamente una passeggiata però, perché lui non conosceva il posto preciso e si fermava di tanto in tanto a chiedere informazioni. Ed ogni volta che si fermava a chiedere informazioni io temevo di essere aggredita. Alla fine riusciamo a raggiungere il WAF, lo riconosco perché il movimento aumenta a dismisura, la strada si fa più stretta e la gente che mercanteggia a bordo delle strade diminuisce ancor più il tratto percorribile.

Mettici poi le persone con le loro carriole colme di sacchi, così pesanti da trascinare. Li vedo sbilanciarsi, soprattutto a causa dei solchi scavati sul manto stradale, che fanno svanire anche quel poco equilibrio conquistato a fatica. Uno di loro cade ed una marea di banane si riversano a terra. Percepisco una forte tensione, il frastuono è totale, i taptap nel tentativo di cambiare senso di marcia sbarrano il percorso. Chiediamo indicazioni ad una donna e ci dice di tornare indietro, indicandoci una sorta di molo, al di là di una collina di rifiuti. Per arrivarci entriamo dentro il lago di spazzatura, lo superiamo e raggiungiamo il molo. Il driver vuole lasciarmi lì, ma io mi oppongo, solo dopo aver visto suor Marcella l’avrei lasciato.

Chiede ad una ragazza se conosce “Sister Marcella”, e lei ci spiega che si trova da tutt’altra parte, ci hanno indirizzato male. E così riscendi la collinetta, riattraversa la pozza, rimmergiti nel frastuono del traffico paralizzato, percorrilo per un tempo infinitamente lungo in cui pensi soltanto “Vabbè, finirà prima o poi”, ed ecco che finalmente mi compare davanti una struttura nuova e colorata con su scritto Clinic Italyen. Io e lui ci guardiamo sorridenti: missione compiuta. Entro chiedendo di Suor Marcella, ci sono degli uomini locali che mi indicano la strada del suo studio. La porta è aperta, lei è lì, in riunione, parla con due signori con gli occhi a mandorla. Ci siamo lanciate uno sguardo di intesa, lei non si è scomposta affatto, io mi sono messa fuori ad aspettare.

Esce dopo una decina di minuti scarsi, nel frattempo altre due persone si erano sedute accanto a me ad aspettarla. Lei prima si intrattiene con loro, parlando di ecole, scuola. Quando sono andati via finalmente ci presentiamo. Alcune frasi di circostanza e poi lei mi lascia nelle mani di Valentina, una volontaria che viene da Milano, e che resterà per un anno al Vilaj Italyen. Valentina mi fa fare il giro del quartiere e lo scenario non mi è affatto nuovo. Perché ci troviamo praticamente nella parte finale di Cité Soleil, lungo la strada che conduce alla discarica. Per il governo non esiste, perché sulla carta non risulta abitato.

Non ci sono scuole, non c’è sanità, non c’è luce, non ci sono servizi. Eppure è popolato da settantamila persone. Wharf Jeremie (ribattezzato da tutti WAF) è insomma uno slum fantasma. Suor Marcella ha costruito qui una clinica con cinque reparti, una scuola di strada ed ora ha in programma una chiesa e una casa d’accoglienza. La baraccopoli è a pochi metri di distanza, sterminata come sempre, solo che l’ultimo pezzo è stato rimpiazzato da cento casette verdi, gialle e rosse, che suor Marcella è riuscita a costruire con l’aiuto delle donazioni dall’Italia. Valentina mi indica l’orizzonte e mi fa vedere un’isoletta: da lì son partite molte persone in cerca di fortuna, ma per la maggior parte di loro la scoperta di Port au Prince non si è rivelata un eldorado, ed ecco che si son ritrovati a morire di fame al WAF. Mentre passeggiamo a ridosso delle nuove casette, due ragazzi in moto iniziano a girarci intorno. All’inizio il loro perimetro ha un ampio raggio, e quasi non li percepisco. Ma poi iniziano a restringere il cerchio.

Chiedo a Valentina se li conosca, lei scuote il capo, e mi fa capire che è meglio non avventurarci oltre. Facciamo dietrofront, affrettiamo il passo e torniamo alla clinica. Mi offre una coca cola e mi racconta la storia di Lucien.
Lucien aveva 37 anni e viveva al WAF. E’ stato ritrovato la sera del 14 agosto scorso, morto ammazzato a pochi metri da casa. La sua vita spezzata da diciassette colpi di pistola. Lucien era il braccio destro di Suor Marcella. Insieme, Lucien e Suor Marcella, avevano dato vita a Vilaj Italyen, che in creolo significa Villaggio Italia, una piccola oasi con una clinica, una scuola di strada e centinaia di casette colorate a rimpiazzare baracche fatte di pezzi di lamiera.

Quando suor Marcella è arrivata sul posto quella sera, un paio di ore dopo il fatto, il corpo di Lucien giaceva a terra. Gli erano già state rubate le scarpe, il portafogli, il cellulare. Era stato spogliato persino della camicia. L’indomani, di buon mattino, cinque donne sono andate a bussare alla clinica: sostenevano di essere mogli di Lucien, e chiedevano alla missionaria soldi per farsi mantenere. Nel primo pomeriggio ne sono arrivate altre tre, con un bel pancione in vista: tutte – a loro dire – erano state messe incinta da Lucien, ed ora reclamavano cassa.

E’ labile il confine tra vita e morte, ad Haiti. Si viene alla luce per sbaglio, da ragazze troppo impegnate a sopravvivere per fare le mamme. E basta un secchio d’acqua conteso per mettere fine ad un’esistenza.

LE VERITA’ DI SUOR MARCELLA
Trascorro tutta la mattinata in compagnia di Valentina, intorno all’ora di pranzo Suor Marcella si offre di accompagnarmi al Saint Damien con il suo pickup e durante il tragitto ne approfittiamo per fare l’intervista. E’ una chiacchierata lunga, per me molto istruttiva. Pongo domande specifiche, scavo, vado a fondo, e Suor Marcella ha una risposta a tutto. Mi fa riflettere sul fatto che il problema dei rifiuti ad Haiti in realtà è stato innescato dalla cultura occidentale e dal nostro modo di prestare aiuto. Perché abbiamo importato quella cultura dell’usa e getta figlia della globalizzazione, senza istruirli però su come raccogliere e smaltire i rifiuti.

E così loro continuano a comportarsi come han sempre fatto con la buccia di banana, vale a dire gettandola a terra. Soltanto che la buccia di banana si decompone, il bicchiere di plastica invece rimane lì per migliaia di anni. Siamo stati noi a far bruciare le tappe a queste persone, ma loro ora ne pagano le conseguenze. Tocchiamo il tema della criminalità e del traffico di armi, e Suor Marcella mi fa riflettere sull’importanza che ricopre nello scacchiere geopolitico un buco nero al centro dei Caraibi, un pezzo di terra che si trova davanti a Cuba, vicino il Venezuela, e a cinquanta minuti di aereo da Miami. “Guai a pensare che gli haitiani comprino le armi – dice – perché ci sono nazioni intere che vogliono smaltire i propri armamenti. Esiste una volontà mondiale a cui fa comodo che Haiti versi in queste condizioni. I bambini di Haiti neanche si son accorti che c’è stato il terremoto, perché con tutti i disastri che son abituati a sopportare non è stata certo una scossa più forte delle altre a lasciare il segno”. Secondo Suor Marcella invece di sviluppare progetti contro la mal nutrizione sarebbe più opportuno offrire un lavoro ai genitori di questi bambini. E infine mi conferma una voce a cui avrei preferito non dare adito: qui a Port au Prince esistono biscotti fatti con il fango, con cui i genitori sfamano i propri figli.

LO SLUM DAL DI DENTRO
Oggi è il mio ultimo giorno a Cité Soleil e ho voluto testare lo slum dal di dentro. Per farlo mi sono affidata a Richard, un ometto di vent’anni, canotta larga, jeans logorati e ciabatte rosa modello crocs. Lui si offre di accompagnarmi a vedere le baracche dall’interno, io acconsento. E’ brutto tempo, camminiamo sotto una pioggerellina leggera. Ieri c’è stato un piccolo uragano a Cuba e gli effetti si son fatti sentire fin qua. Per raggiungere le baracche dobbiamo attraversare uno stagno d’acqua e spazzatura, lo facciamo saltando su dei massi, prestando attenzione ai porci che, ai nostri lati, sono intenti a rosicchiare tutto ciò che galleggia. Iniziamo ad addentrarci nei cunicoli.

Pezzi di lamiera alla mia destra e alla mia sinistra, che fungono da muri delle “case”. Nel mezzo c’è spazio giusto per una persona, a volte ci si entra pelo pelo. Il terreno è tutto fango, è facile scivolare. Più mi addentro e più sento paura, però non smetto di scattare con la mia Canon, lo faccio in maniera spasmodica e senza criterio alcuno, spinta dalla sete di documentare.

Al termine di una strettoia mi compaiono due ragazzi a cui – accidentalmente – scatto una foto. Loro non la prendono affatto bene. Iniziano a sbraitare mentre si avvicinano. “Ecco, è fatta”, mi dico. Ma Richard gli risponde energicamente, c’è un piccolo battibecco ed io capisco solo due parole che fuoriescono dalla sua bocca: “No money”. Eppure devo ammettere che quei due ragazzi hanno ragione. Chi sono io per entrare nelle loro case, invadere le loro vite documentandole con una macchina fotografica? Con quale diritto faccio ciò?
Ad ogni scenario che si apre dinanzi ai nostri occhi Richard mi invita a scattare, ma ci tiene al fatto che lui non venga fotografato. Ricordo che anche Daphney, quando mi accompagnava per Delmas, non voleva assolutamente che le facessi foto. Il fatto è che loro mi aiutano a testimoniare il degrado in cui vivono, ma si vergognano di farsi vedere ridotti in queste condizioni.

Arriviamo all’estremità dell’insediamento , nel punto in cui la terra lascia spazio al mare, ed ecco di nuovo i maiali che si dissetano a riva. La vista di questi animali provoca in me un mix tra paura e ribrezzo, sono sconvolgenti soprattutto per la loro stazza. Ad un certo punto ho un incontro ravvicinato con uno dalle dimensioni enormi. Me lo trovo di fronte mentre mi aggiro nelle strettoie delle baracche. E’ abnorme, e dista da me meno di tre metri. Rimango ferma mentre lui continua ad avanzare con il suo fare altalenante. Richard mi si pone dinanzi, raccoglie a terra dei sassi e glieli scaglia contro con forza. Tirare sassi è un passatempo, è un gioco, è un modo per attaccare, è un’arma per difendersi.

Il maiale cambia direzione e pian piano scompare. Poco dopo ci viene incontro una bambina, sua figlia. Ha due anni e tiene in bocca un piccolo bastone, Richard non se ne preoccupa, e la lascia proseguire oltre. Lui vive con i suoi fratelli e non sa come dar da mangiare alla piccola, spesso fruga come gli altri nella spazzatura. Gli chiedo se porti con sé una pistola, lui scuote il capo deciso: “Non voglio uccidere le persone – risponde – voglio soltanto un lavoro”. “Haiti is bad, Haiti is bad”, è il suo ritornello, che pronuncia in continuazione. Io incalzo con le domande, ma i miei why ricevono pochi because.

PIU’ FORTE DEL VENTO
Tra i tanti tesori che mi porterò dentro di questo viaggio ci sono sicuramente le parole colme di fede di Padre Rick, con il quale ho avuto l’onore di trascorrere tanto tempo.

Seguirlo passo passo, osservarlo silenziosamente, a volte di nascosto, mi ha portato a cogliere il vero senso della sua missione. Un senso racchiuso negli occhi con cui lui guarda la sua gente, negli abbracci che non nega, nel tempo che continua a investire a Cité Soleil. La tenda in cui lui aveva creato la sua momentanea clinica al mio arrivo è stata spazzata via dal vento ieri notte, ma questo non gli ha impedito di continuare a visitare i suoi malati, passando direttamente nel cantiere della struttura in muratura che, tra qualche mese, ospiterà l’ospedale di primo livello.

Così questa mattina ci ha fatto caricare tutto l’occorrente sul furgoncino, ed ha adibito a studio una stanza ancora da pitturare. Niente lo ferma. Ha sistemato sei tavoli e delle sedie, ha inserito alcuni ragazzi del posto che lo aiutano a sistemare le medicine. Padre Rick mi ha spiegato che hanno tutti un passato da banditi, e lui li ha recuperati nel corso di questi anni togliendoli dalla strada.

Molti di loro hanno dei problemi con la polizia, “ma io non ci posso fare niente, sono un prete, non un poliziotto”, ha detto. Padre Rick è fiducioso per l’interesse che questi ragazzi hanno mostrato per la realizzazione di quest’ospedale, hanno accettato di prendersene cura gratuitamente, almeno per il primo periodo. “Nessuno nasce bandito, ma molti lo diventano, quando sentono di non avere altra scelta. Basta mostrargli una strada diversa, e loro tornano sulla retta via”.

A volte però, mi confida, alcuni di loro li ha fatti mettere in prigione, perché ci son dosi di violenza che non è possibile gestire. Ieri, mentre era in macchina al termine dell’ennesima giornata trascorsa alla Città del Sole, sei ragazzi gli hanno intimato di fermarsi. Usavano parole forti, lo hanno minacciato, erano affamati e reclamavano cibo. “Se volete spararmi fate pure – ha risposto lui con fermezza – perché io vado via, non sono abituato ad obbedire ai gesti di prepotenza”. Questa mattina poi ha ricevuto una telefonata, era un uomo che aveva assistito alla scena e portava le sue scuse al parroco a nome di tutta la comunità. Padre Rick è cosciente dei rischi che corre ogni giorno, sa che la sua vita non vale più delle altre, e tanto meno si considera al sicuro in virtù del suo operato. La sua vita è così, una guerra quotidiana contro la disperazione.

IN VOLO
Vado via da Haiti senza far rumore. Alle 5.30 del mattino quando salgo in macchina con il mio driver e tutto ancora dorme intorno a me. C’è Roseline a salutarmi, e ci sono Valeria ed Irene. Ho salutato Padre Rick la sera prima, gli altri no. Volutamente ho celato l’orario della mia partenza, lasciando tutti con un generico “Ci salutiamo domani” . Non mi son mai piaciuti gli arrivederci, figuriamoci gli addii. Il volo è puntuale, intorno alle 11.30 sono già a Miami. Il mio scalo dura oltre sei ore, ma passano via in un baleno, perché l’International Airport of Miami è denso di attrattive.

Con largo anticipo mi metto in fila per il check-in del mio secondo volo, direzione Londra. Prendo la boarding pass e mi accorgo che mi è stato assegnato un posto al corridoio. Torno indietro a reclamare, perché voglio stare al finestrino. L’hostess mi guarda un po’ perplessa, acconsente alla mia richiesta senza batter ciglio e cambia la prenotazione. Soltanto in volo mi accorgerò di quanto possa esser stata malsana la mia pretesa: a cosa serve il posto finestrino quando ti appresti a compiere un viaggio di nove ore attraversando l’oceano? Sei bloccato sul sedile e non puoi alzarti, e se guardi fuori non c’è altro che l’oscurità. Sono uno dei primi passeggeri a salire a bordo. Prendo posto ed attendo con pazienza che l’aereo pian piano si riempia.

Arrivano un signore ed un ragazzo, si siedono accanto a me. Hanno in mano un passaporto color bordeaux, sono italiani. “Finalmente potrò dialogare nella mia lingua”, penso tra me e me. Ma ancora una volta devo fare dietrofront. I due non proferiscono parola alcuna, ma si limitano ad usare gesti e movimenti del corpo per comunicare. Sono sordomuti. Ho passato tre settimane subendo tutti gli ostacoli generati dalla mancata condivisione di una lingua comune. Ora che il mio viaggio si appresta alla conclusione ecco che il destino mi pone dinanzi un nuovo scoglio: quello del linguaggio non verbale. Perché c’è sempre un ostacolo da superare, sempre. Sempre.
Con il passare dei mesi ripensando ed analizzando la mia esperienza ad Haiti ho imparato a guardarla come una grande lezione di vita. E resto convinta dell’idea che nulla accada per caso.

Puntate precedenti qui su Carmilla-Osservatorio America Latina o:
http://rominavinci.wordpress.com/

Los Invisibles – Gli Invisibili (documentario)

Sopra: Documentario completo in spagnolo composto da 4 cortometraggi del 2010-2011 sulla migrazione CantroAmerica-Messico-Stati Uniti e i suoi milioni di protagonisti “invisibili”. Per chi volesse vederlo coi sottotitoli in inglese riporto sotto le 4 parti sottotitolate. Segnalo bel reportage in spagnolo: La migración en la Ruta del Sur LINK 

Cada año, decenas de miles de personas dejan atrás sus hogares en Centroamérica y atraviesan México como migrantes irregulares. Viajan con la esperanza de llegar a Estados Unidos y de ver cumplida allí la promesa de trabajo y de una nueva vida. Pero con demasiada frecuencia sus sueños se convierten en pesadillas al afrontar uno de los viajes más peligrosos del mundo. El actor y productor mexicano, Gael García Bernal en colaboración con Amnistía Internacional, ha grabado un viaje lleno de abusos, secuestros, violaciones e incluso asesinatos a través de cuatro cortos, llamados Los Invisibles.

Parte I – Sottotitoli in inglese

At the start of their journey people are filled with hope of reaching the USA such as the young girl travelling with her family who dreams of visiting Seaworld. Filmed at a migrant shelter in southern Mexico, this film reveals the dangers that await them.

Parte II – Sottotitoli in inglese

Gael García Bernal talks to three women from Honduras who are travelling in search of a better life for their families. They are taking a huge risk. Six out of ten women who attempt the journey are sexually abused.

Parte III – Sottotitoli in inglese

Relatives in Central America may never know what happened to their loved ones. In El Salvador a mother tells us of her desperation at not knowing where her son is ten years after he left for the USA saying he’d call home in 12 days.

Parte IV – Sottotitoli in inglese

Despite the danger and the risks, the migrants will keep coming. They sleep rough, beg for food and grab lifts by clinging to the outsides of moving freight trains. Many are seriously injured, but there will always be those prepared to brave the journey.

Haiti, due anni dopo

2 anni fa, il 12 gennaio 2010, Haiti e la sua capitale Porto Principe venivano sconvolte dalla più grande catastrofe naturale della storia. Un terremoto di 40 secondi fece 250mila vittime e centinaia di migliaia di sfollati. 10 mesi dopo, importata probabilmente dai caschi blu dell’Onu presenti sull’isola, arrivava un’epidemia di colera che, ad oggi, ha provocato 7000 vittime e 500mila contagi. Sono cifre enormi che testimoniano le pessime condizioni di vita ad Haiti e l’insufficienza degli aiuti, o meglio l’inefficienza nel loro impiego e distribuzione per far ripartire il paese. Presento qui alcuni documenti e video per aggiornarsi un po’ su quanto succede nel paese più povero del continente americano e per aiutare. Su ONU ad Haiti e militarizzazione: LINK.

Ecco il comunicato dell’amico Italo Cassa / Scuola di Pace che trovate sul sito (DA VISITARE9  Haiti Emergency:

2 anni fa, il 12 Gennaio 2010, alle h. 16.53 locali, la terra ad Haiti esplose dirompente con un terremoto di magnitudo 7.0 a pochissimi chilometri dalla capitale Port au Prince, colpendo in modo particolarmente devastante le zone popolari della città che dalla collina di Petion Ville si estendono fino al mare. Fu un disastro che provocò centinaia di migliaia di vittime e circa un milione di sfollati, accampati in tendopoli più o meno organizzate, disseminate in tutta la capitale e nei suoi dintorni.

 Fu forte, anche per noi in Italia, l’impatto emozionale di quella tragedia, e anche la voglia di aiutare in qualche modo la popolazione haitiana. Tutta la comunità internazionale si mobilitò e anche le ONG italiane. Pochi mesi dopo un altro flagello colpì quel popolo, con una epidemia di colera non ancora del tutto debellata.

Tutti questi fatti non devono far pensare a una sorta di “flagello di Dio”, in realtà le conseguenze del sisma naturale potevano essere molto inferiori se solo si fossero attuate un minimo di norme antisismiche, e si fossero attuate un minimo di norme igieniche per la prevenzione del Colera (la cui origine è appurato sia partita da un’accampamento dei caschi blu nepalesi). Da quel Gennaio 2010 qualcosa è stato fatto… ma ancora troppo poco!

Il problema sembra essere endemico in una nazione dove la miseria, e l’organizzazione degli aiuti, realizzano un vero e proprio businnes umanitario…

Qualcosa però si muove nella società civile haitiana. Una sorta di “Primavera di Haiti” sembra essere alle porte grazie al lavoro incessante di quanti nell’isola delle Antille vogliono non essere vittime inermi delle catastrofi, più o meno naturali, e delle conseguenti campagne “umanitarie”.

Una tra le molte organizzazioni della società civile haitiana, la AUMOHD (Association des Universitaires Motivés pour une Haiti de Droits) di Port au Prince, e il suo presidente Evel Fanfan, di recente in visita anche qui in Italia, hanno scritto un “Codice del lavoro” a difesa dei diritti dei lavoratori, in un paese dove questi diritti non esistono, e il salario medio di chi lavora è di circa 2 dollari al giorno. In una recente video-denuncia del regista RAI Silvestro Montanaro, andata in onda su RAI3, si è visto che anche il nostro Console Onorario ad Haiti attua lo sfruttamento dei lavoratori haitiani, in una fabbrica attigua ai locali del consolato italiano.

Come nelle primavere arabe, anche la prossima ”Primavera di Haiti” si attuerà nell’unione tra solidarietà, diritti umani e libertà. Per qualsiasi ulteriore info si può contattare il presidente di AUMOHD, Sig. Evel Fanfan:  presidenteaumohd@yahoo.fr 

Da IL PREZZO DELLA VITA di ROMINA VINCI: “Lucien aveva 37 anni e viveva a Wharf Jeremie, uno dei tanti quartieri discarica di Port au Prince. E’ stato ritrovato la sera del 14 agosto scorso, morto ammazzato a pochi metri da casa. La sua vita spezzata da diciassette colpi di pistola.  Lucien era il braccio destro di Suor Marcella, una missionaria italiana che da sette anni opera ad Haiti, il paese più sottosviluppato del continente americano. Insieme, Lucien e Suor Marcella, avevano dato vita a Vilaj Italyen, che in creolo significa Villaggio Italia,  una piccola oasi con una clinica, una scuola di strada e centinaia di casette colorate a rimpiazzare baracche fatte di pezzi di lamiera”. Leggi tutto il reportage di Romina Vinci da Haiti a questo LINK 

In questo video, tratto dal reportage “Dimenticateci” di Silvestro Montanaro, per il programma “C’era una volta” di Rai3, si vede come, a pochi passi dal consolato italiano a Port au Prince, nella fabbrica del Console Onorario Italiano, si sfruttino i lavoratori e le donne di Haiti.

Un altro video di 10 minuti, molto attuale e interessante, si trova qui http://it.euronews.net/2012/01/10/haiti-a-due-anni-dalla-catastrofe/

 

Storia della narcoguerra in Messico 2005-2011

di Eder Gallegos

narcotrafico1.jpg[Ho tradotto all'italiano questo articolo (in spagnolo) dello storico e blogger messicano Eder Gallegos che costituisce un "esercizio di storia immediata" sul tema della guerra al narcotraffico in Messico, un tema spesso poco compreso nelle sue dinamiche e cause; alla fine dell'articolo allego una cartina "didattica" degli stati in cui è suddiviso il Messico, in aggiunta a quelle esplicative dell'autore dallo stile "geopolitico", per rendere più facile la comprensione dello stesso; le aggiunte mie sono indicate in parentesi come n.d.t., note del traduttore, Fabrizio Lorusso]

La storia immediata, ramo della storiografia che si dedica a chiarire processi vicini al presente, si differenzia dal giornalismo perché applica la metodologia e la narrazione tipiche delle discipline storiche. Comunque, proprio per la sua “immediatezza”, soffre dello stesso endemico problema che hanno le sue gemelle che ragionano e indagano sul tempo al passato remoto: l’obiettività. Eric Hobsbawm segnala in The Age of Empire che lo storico possiede sempre una relazione molto personale con una determinata epoca, anche se questa non è stata da lui vissuta direttamente, ma magari solo in modo mediato, attraverso qualche membro della propria famiglia o altri informanti e testimoni. Pertanto questo è un semplice esercizio di ricostruzione elaborato dal presente messicano e proiettato al futuro, dato che la nostra problematica immediata sarà, un giorno, storia e soprattutto perché, quando ci mettiamo disquisire su questo tetro presente, non possiamo fare altro che rievocare la lunga serie di guerre civili che il nostro paese già ha sperimentato.

Come ricorda giustamente Marshall Mcluhan in The médium is the massage, “quando ci troviamo di fronte a una visione completamente nuova, tendiamo sempre a restare legati al sapore più recente. Guardiamo il presente dallo specchietto retrovisore. Retrocediamo verso il futuro”. Il processo storico della narcoguerra, simile a una guerra civile, ormai s’è trasformato e intensificato: da sparatorie isolate a conflitti tipo “guerriglia urbana” dai macabri risvolti, con scene mai viste da un secolo a questa parte. Da qui l’esigenza di un esercizio di storia immediata che parte da un paio di domande. Quando è cominciato tutto questo? Dove è diretto questo processo?

A) Da una sottile linea d’incertezza allo scoppio dell’incendio in tierra caliente (Stato di Michoacán): 2005-2006.
Il problema è cominciato quando il vecchio Partido Revolucionario Institucional (PRI) (per 70 anni alla guida del paese come partito egemonico in una cornice apparentemente democratica, n.d.t.), scaturito dall’assetto post-rivoluzionario del 1910-17, è andato perdendo il suo potere. I nuovi politici del Partido Acción Nacional (PAN) (partito che ha portato alla presidenza: Vicente Fox 2000-2006 e Felipe Calderón 2006-2012, n.d.t.) hanno deciso di autonominarsi “paladini della giustizia” punitiva ma non di quella sociale, il che ha fornito tanti uomini alle file del narcotraffico. Le vecchie reti di complicità, impunità e controllo dei narcos che il PRI aveva tessuto si sono progressivamente sfaldate dinnanzi alle nuove reti create dal PAN e dal nuovo e fiammante “sistema democratico”.

narcomessicomap1.jpg
Immagine 1. Il vecchio ordine con le strade del narcotraffico e i loro padroni nel 2005. Il segreto sta nel controllare porti e i punti di accesso di frontiera verso gli Stati Uniti. Il carburante della criminalità organizzata è la povertà crescente che colpisce un 60% dei messicani. Gli Usa, primo consumatore di droghe e produttore di armi, sono la bombola d’ossigeno dei narcos.

Nel 2005, ultimo anno della gestione di Vicente Fox, la situazione era tesa nel mondo del narcotraffico. A Est, il Cártel del Golfo (CDG) aveva costituito un esercito paramilitare composto da disertori delle forze d’elite dell’esercito messicano, esperti in sanguinarie tattiche contro insurrezionali, eredità dei conflitti in Centro America. Questo gruppo, autodenominatosi Los Zetas, ha scardinato il canone tradizionale del sicario “ubriacone” armato con una 9mm per imporre quello di un personaggio dalle conoscenze tattiche e strategiche molto avanzate. Gli Zetas facevano e fanno paura per la loro disciplina e le loro operazioni brutali, una vera minaccia per il resto dei cartelli tradizionali che ancora mantenevano l’ordine che aveva costruito il capo Miguel Ángel Félix Gallardo (boss storico degli anni 70 e 80, fondatore del Cartello di Guadalajara, precursore di quello di Sinaloa, in carcere dal 1989, n.d.t.).

Gli Zetas avevano e hanno la tremenda abitudine di diversificare il loro business dal narcotraffico ai rapimenti e la spoliazione di proprietà. Per questo motivo nello Stato centrale del Michoacán è iniziata un’ondata terribile di crimine che ha risvegliato le aspirazioni revansciste degli antichi gruppi di narcos locali che hanno organizzato una ribellione contro gli Zetas con la fondazione del cartello della Familia Michoacana (FM). L’accadimento che fece scoppiare la guerra su grande scala si verificò il 6 settembre 2006 quando 5 teste umane furono lanciate dalla FM in una discoteca della città di Uruapan (inizio della pratica delle decapitazioni come macabri “messaggi” tra i bandi in lotta, n.d.t.).

narcomessicomap2.jpg
Immagine 2. 2006. Inizia la Guerra. La prima mossa è la creazione della Familia Michoacana e l’espulsione del Cartello del Golfo/Zetas da Michoacán. Presto La Federazione (Sinaloa) avrebbe cercato un ingresso agli Stati Uniti a spese dei vecchi cartelli di Tijuana e Juárez.

Fu così che cominciò la riuscita espulsione degli Zetas da Michoacán. Questo fatto ha rotto l’aura d’invincibilità che accompagnava gli Zetas nel mondo della delinquenza organizzata e e ha spinto i restanti cartelli a lanciare delle piccole offensive in tutto il paese per espandere i propri territori e sostituire i vecchi armamenti con granate e potenti fucili automatici (come i famosi cuerno de chivo o AK 47, n.d.t.).

I cartelli del Pacifico, che prima lavoravano relativamente per conto loro, si sono unificati in un’organizzazione che è stata denominata La Federación o Cartello di Sinaloa. Se la Federación voleva sopravvivere al CDG-Zetas doveva entrare in possesso stabilmente di un passaggio attraverso la frontiera settentrionale, un passaggio automatico ai dollari e alle armi del vasto mercato degli stupefacenti statunitense. Le vittime di questa strategia furono i cartelli tradizionali di Tijuana e di Juárez operanti nel nord del paese.

B) Il Nord si frammenta e le alleanze si spezzano: 2007-2008.
Con le sue tattiche antiquate il Cártel de Tijuana non è stato un gran rivale per i commando ad alta velocità di Sinaloa e i suoi metodi mafiosi del terrore consistenti nello scioglimento in acido e soda caustica (“pozolear”) e smembrare i corpi dei nemici.

narcomessicomap3.jpg
Immagine 3. 2007. La guerra imperversa nelle città di Tijuana e Cd. Juárez per l’avanzata della Federazione. Ci sono scontri minori nel Tamaulipas en el centro del paese che, però, presto avranno un impennata.

Il Cártel de Juárez (la storica organizzazione del capo, scomparso nel 1997, Amado Carrillo Fuentes, alias el Señor de los Cielos, che controlla la via d’accesso agli Usa da Ciudad Juárez, n.d.t.) già stava preparando i suoi propri squadroni paramilitari (La Linea, Los Aztecas) ed è stato un osso duro da combattere per i gruppi di Sinaloa. Se Tijuana è stata lo scenario di battaglie urbane impensabili fino a pochi anni fa, ebbene Ciudad Juárez è diventata un vero e proprio campo di sterminio in cui a migliaia si sono accumulati i morti, insieme all’impunità e alle vittime innocenti in 4 lunghi anni, senza tregua. I vecchi cartelli si sono visti assediati nelle loro capitali e quello di Tijuana è stato il primo a capitolare. Una situazione da un certo punto di vista “positiva” per gli abitanti della città californiana che hanno vissuto solamente alcuni mesi di scompiglio. L’obiettivo era stato raggiunto e Sinaloa aveva ottenuto le sue porte d’ingresso agli USA: Tijuana, Otay, Mexicali e Nogales sono ormai degli avamposti fissi da cui entrano milioni di dollari nelle casse “dell’impresa”.

Intanto, nell’Ovest, nella zona Nord-Est – nella Frontera Chica di Tamaulipas (vedi link sull’Autostrada dei desaparecidos) – e nel centro del paese, il cartello di Sinaloa (capeggiato dal narco più famoso e ricco del mondo, El Chapo, Joaquín Guzmán Loera, n.d.t.) inizia a penetrare nel territorio che tradicionalmente era dominato dal Cartello del Golfo, però la partita finisce con un costoso e sanguinoso “pareggio”.

narcomessicomap4.jpg
Immagine 4. La frammentazione dei cartelli. Nell’Ovest, la Federazione si spezza nel Cartello di Sinaloa e in quello dei leali ad Arturo Beltrán Leyva. Nell’Est il CDG (Cartello del Golfo) resta con i suoi territorii tradizionali nel Tamaulipas mentre gli Zetas s’impossessano del centro e del Sud del paese.

L’avanzata sul campo della Federazione/Sinaloa non trova una corrispondenza con gli accordi a livello interno. Al principio del 2008 il governo ha arrestato Alfredo Beltrán Leyva “Mochomo”, leader di una delle principali fazioni della Federazione, quella dei fratelli Beltrán Leyva. Questi fratelli, provenienti da una famiglia di grandi tradizioni nello Stato del Sinaloa, erano quelli che avevano sopportato maggiormente il peso dei combattimenti nell’Est del Messico e nel centro (zona di Cuernavaca, Morelos, e Pacifico Sud, n.d.t.). Ben presto cominciarono a circolare dei pettegolezzi circa il possibile tradimento del capo, El Chapo Guzmán, nei confronti dei suoi alleati e si scatenò una terribile spirale di vendette che coinvolse parenti e consanguinei a vari livelli delle due famiglie di Sinaloa oltre e implicò una redistribuzione dei rispettivi territori d’influenza.

Dopo l’abbandono della Federazione da parte dei fratelli Beltrán Leyva, questa s’è divisa in quattro zone. Sfortunatamente per i Beltrán le loro zone d’influenza sono rimaste separate da ampie frange territoriali sotto il controllo di gruppi ostili. Il recupero di quelle zone ha acceso il conflicto nel Sinaloa (nord Pacifico), nel Morelos (centro sud), nel Coahuila (nord) e nel Michoacán (centro nord). Perché Michoacán?

La Familia Michoacana aveva stretto una proficua alleanza con Sinaloa (gruppo del Chapo) per cui i “michoacanos”, forti della pace con la Federazione/Sinaloa lungo i confini settentrionali con lo Stato di Jalisco, s’erano potuti concentrare sulla lotta per il controllo delle redditizie montagne del meridionale Stato di Guerrero (confinante con Michoacán e produttore di marijuana; città importanti: Acapulco, Taxco, Chilpancingo, n.d.t.) e sull’espansione verso i tristi sobborghi che circondano la capitale nell’Estado de México, la regione amministrativa intorno a Città del Messico/Distretto Federale.

Nel frattempo nemmeno il Cartello del Golfo riusciva a gestire le relazioni col suo braccio paramilitare armato al meglio. Il potere accumulato dagli ex corpi militari d’assalto ha cominciato a creare rivalità tra i due bandi (Zetas e CDG) e durante il biennio 2008-2009 è iniziato il distacco tra i due ex alleati ma senza scontri. Quando i fratelli Beltrán Leyva attaccano lo stato nordorientale di Tamaulipas, semplicemente il CDG viene lasciato alla sua sorte dagli antichi alleati.

narcomessicomap5.jpg
Immagine 5. 2009. Il recupero da parte del Cartello di Sinaloa dei territori del dissidente Arturo Beltrán Leyva fa scoppiare la guerra in tutto il paese. Ciudad Juárez continua a soffrire lo scontro brutale per il redditizio accesso agli USA. Gli Zetas espandono la loro influenza ai danni dei cacicchi appartenenti al vecchio partito politico PRI e s’instaura il regno del terrore per i migranti (soprattutto centroamericani diretti a Nord) dinnanzi alla passività del governo.

C) Preludio dell’anarchia e il Requiem del bicentenario: 2009-2010.
Il 2009 è stato un anno confuso. In seguito al recupero da parte del Cartello di Sinaloa dei territori perduti, in tutto il Messico cominciano a verificarsi degli scontri che aumentano in brutalità e violenza. Ciudad Juárez continuava a dissanguarsi, la Frontera Chica a Nord-Est cominciava a farsi notare come campo di battaglia, la zona della Comarca Lagunera (Nord del paese) e anche gli Stati di Morelos, Sonora e Sinaloa ci mettevano il loro buon numero di morti e terrore.

Gli Zetas hanno mantenuto un basso profilo nel 2009 a causa della perdita degli accessi alla frontiera con gli USA, in seguito alla rottura con il CDG. Quindi hanno dato maggiore importanza e attenzione al redditizio business del traffico e dell’estorsione contro i migranti nel Sud, sconfinando addirittura in Guatemala dove si sono resi colpevoli di vari infami massacri. Gli Zetas hanno assorbito i vecchi cacicchi degli Stati di Guerrero, Oaxaca, Veracruz e Chiapas e hanno instaurato un baronato nel Messico meridionale, dimenticato e povero, in cui imperano il sequestro di persona e il terrore.

Silenziosamente vari luogotenenti narcotrafficanti hanno propiziato alleanze tra diverse fazioni in lotta con l’intenzione di riportare l’ordine, per cui alcuni ex nemici si sono ritrovati uniti per cause comuni. Il Cartello di Juárez e i Beltrán Leyva si sono avvicinati agli Zetas, le vecchie ruggini sono state rimosse visto che questi tre sono i cartelli più colpiti da quello di Sinaloa. Questo, dal canto suo, ha preso a dialogare con la Familia Michoacana e i suoi antichi rivali del CDG che, abbandonati dai loro ex cani da guardia, gli Zetas, si trovavano in una situazione disperata nella loro lotta contro la fazione dei Beltrán Leyva. Nasceva così l’aggruppamento dei “Cárteles Unidos”.

Il Governo decide la sua giocata – in modo quasi definitivo – in favore del Cartello di Sinaloa quando il 16 dicembre 2009 abbatte il boss ribelle dei Beltrán Leyva. Il jefe Arturo muore crivellato dopo un Lungo e sanguinoso scontro a fuoco con le forze della Marina nazionale nella località turistica di Cuernavaca, meno di 90km a sud di Mexico City.

narcomessicomap6.jpg
Immagine 6. 2010. I cartelli dei narcos formano due grandi gruppi. Cárteles Unidos: CDG, Sinaloa e Familia Michoacana. Gli Zetas sostengono i cartelli ormai asfissiati dei Beltrán Leyva e di Cd. Juárez e intraprendono un’impressionante movimento verso il Nord per impossessarsi degli accessi di frontiera nel Nuevo León e Coahuila; a sud invadono il Guatemala. Cárteles Unidos riesce a contenerne l’avanzata nel Nord e prepara la controffensiva. Tutti s’affrettano a riempire i vuoti lasciati dagli assassinii di Arturo Beltrán e Nacho Coronel (boss di Sinaloa nel Nord-Ovest). Il caos si fa sentire con migliaia di vittime (alla fine del 2011, si stimano in circa 60mila i morti e oltre 16mila i desaparecidos legati alla narco-guerra, n.d.t.)

2010. Alla morte di Arturo Beltrán Leyva, gli Zetas si guardano intorno e realizzano di essere rimasti praticamente soli a controllare molte regioni del paese. I loro alleati di Ciudad Juárez stanno a centinaia di chilometri di distanza in pieno stato paranoico. Infatti, i feroci comandanti di Don Arturo Beltrán, persi e disperati, con l’ansia di trovare spazi per respirare, sono come topi in gabbia e riescono solo a sfogarsi con crudeli delitti e omicidi negli Stati di Guerrero e Morelos, commessi in maniera quasi casuale e pressoché disorganizzata. Sono emblematici la mattanza di 20 turisti del Michoacán ad Acapulco e l’assassinio di Juan Francisco Sicilia, figlio del poeta Javier Sicilia che oggi è alla testa del gran Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità in Messico.

Gli Zetas, da bravi militari quali sono, hanno realizzato con successo un’azione rapida: lo spostamento massiccio verso nord in cerca di ossigeno, cioè dollari e armi yankee. In pochi mesi si sono impadroniti di ampie zone di Coahuila, Durango, Zacatecas, Tamaulipas e Nuevo León, inclusa l’opulenta capitale industriale del Nord, Monterrey. Allo stesso tempo hanno lanciato una forte offensiva contro i rimasugli di resistenza del CDG e hanno lasciato dietro di sé una scia di città e villaggi fantasma all’interno del Tamaulipas e sulle coste del Golfo del Messico settentrionale: il caso di Ciudad Mier è l’esempio più doloroso.

Sull’altro versante della contesa la decisione era semplice: la sopravvivenza dei Cárteles Unidos dipendeva dal suceso nell’evitare la scomparsa totale del CDG ad opera degli Zetas. Squadroni di Sinaloa e della Familia Michoacana si sono uniti a quelli ancora presenti nel Tamaulipas per portare avanti una controffensiva nelle città di Reynosa e Matamoros.
Il Cartello di Sinaloa è quindi cresciuto a Ciudad Juárez ed anche nei suoi territori d’origine. S’è pure adoperato per contenere gli Zetas nella zona centro settentrionale della Comarca Lagunera.
La Familia ha reagito nella zona di Guanajuato, il Bajío, inviando uomini armati perfino nel Tamaulipas per recuperare la cosiddetta Frontera Chica con il Texas. A sud, ad Acapulco, gli squadroni di Sinaloa hanno respinto i resti del Cartello dei Los Beltrán in un’escalation di violenza che ha coinvolto questa storica capitale del turismo.

Il Cartello di Sinaloa ha dovuto nuovamente far fronte al caos al suo interno quando Nacho Coronel, narco-comandante a Guadalajara e nella sua regione Jalisco, è stato freddato dall’esercito. Il vuoto di potere risultante dovette essere colmato rapidamente da Sinaloa nella zona ovest e dalla Familia in quella est. Nel mentre anche Gudalajara e Nayarit hanno conosciuto la narcoviolenza.

Alla fine dell’anno, il presidente Felipe Calderón scaglia la Polizia Federale all’attacco contro la Familia Michoacana. Obiettivo: posizionare la sorella dello stesso presidente come paladina della giustizia e la legalità nel Michoacán (Stato da cui proviene la famiglia presidenziale, n.d.t.) in vista delle elezioni del governatore e il parlamento locali nel 2011. I risultati di questa decisione hanno condotto a una Polizia Federale umiliata, a una regione in fiamme per oltre un anno, a centinaia di morti e alla scissione de La Familia in due bandi: quello dei Caballeros Templarios (Cavalieri Templari) allineato con il Cartello di Sinaloa e quello della Nueva Familia, in esilio nel Estado de México (a ridosso della capitale) e alleato on gli Zetas.

D) Rafforzamenti e ritirate. 2011.
Contro ogni previsione il Cártel del Golfo insieme a Cárteles Unidos (Sinaloa e altri) ha resistito e ha contrattaccato gli Zetas nel Tamaulipas. E’ riuscito a ricompattare nuovamente i suoi territori, avendo recuperato la Frontera Chica e i suoi 6 passaggi alla frontiera con il Texas. Ha anche iniziato un’importante controffensiva verso Monterrey. Questa lotta ha immerso Monterrey in una violenza psicopatica con livelli di crudeltà inumani.

narcomessicomap7.jpg
Immagine 7. Ottobre 2011. La tenaglia dei Cárteles Unidos (in rosa e in azzurro l’alleato CDG) nella Comarca Lagunera frammenta il territorio degli Zetas. Juárez pare finire sotto il controllo di Sinaloa e il CDG recupera il Tamaulipas con una forza sufficiente a invadere anche il Nuevo León e Veracruz (due punti separati da oltre 600 km di distanza). La violenza si muove dal Nord al centro e Sud del paese. La Marina coadiuva su tutti i fronti nell’offensiva anti-Zetas.

Al Sud i Cárteles Unidos hanno braccato gli Zetas e il terrore s’è impadronito di città allegre e culturalmente vive come Xalapa e Veracruz. In quest’ultima, visto che si tratta del porto più importante, si registra la presenza di commando giunti da tutto il paese che si dedicano ad attaccare, ultimare e ammucchiare membri degli Zetas. Il territorio di questi (spesso citato dalla stampa come Zetania, Repubblica Criminale di, n.d.t.) si trova, in effetti, spezzato in due piccole aree, una nel Nord e un’altra circondata da forze nemiche a Sud.

In cosa hanno sbagliato gli ex militari che erano arrivati a controllare mezzo Messico? Il loro zelo estremo nell’uccisione in massa di migranti, l’invasione del Guatemala e l’omicidio per errore di alcuni agenti USA a San Luis Potosí li ha messi contro mezzo mondo. L’idea era che la pacificazione si sarebbe potuta ottenere ristabilendo lo status quo ante e l’eliminazione non del business del narcotraffico ma con la sconfitta dei cartelli più violenti. Secondo queste linee d’azione l’ultimo corpo federale non infiltrato dai narcos, la Marina, ha effettuato missioni spettacolari per strozzare gli Zetas nel Tamaulipas e bloccarli a Veracruz.

Forse Ciudad Juárez potrebbe essere pacificata siccome il Cártel de Juárez è al bordo del colasso. La situazione a Monterrey è, invece, più delicata, ma l’avanzata del CDG sembra solida. Lì la Marina agisce nell’entroterra chiudendo la frontiera presso Ciudad Acuña cercando di tagliare le vitali forniture di armi e dollari ai nemici di questo, gli Zetas. La Comarca Lagunera risulta costantemente sotto attacco e se si chiude la tenaglia nei prossimi mesi ci saranno 450 km di distanza tra la zona degli Zetas nei pressi di Monterrey e il loro territorio meridionale.
S’osserva così un processo storico di violenza che si sposta da nord a sud e che molto probabilmente potrebbe muoversi anche per il centro del paese.

Quale sarà l’intensità in quest’ultima fase del conflitto? Dipenderà dalla capacità dei cartelli e dalla volontà del Governo di sottrarre agli Zetas l’ultima fonte di valuta costituita dal traffico di migranti e, come pare si stia precedendo a fare, di eliminare le bande di maniaci che sconvolgono le periferie e i dintorni di Città del Messico (La Mano con Ojos – Mano con Occhi). Da: carmillaonline.

mapamexicoestados.JPG

Blog dell’autore: ClioScopia

MBA latinoamericano: un poco de historia

MBA is not NBA. (Columna de América Economía). A mediados del siglo pasado, cuando la administración de negocios se estaba fortaleciendo como disciplina académica, Europa Occidental y Estados Unidos gozaron de una relativa estabilidad económica y política que justificó la rentabilidad de los proyectos de investigación a largo plazo. En América Latina, con las mayores turbulencias económicas, las dictaduras y los periodos de hiperinflación, las universidades no se dieron el lujo de invertir demasiado para las necesidades educativas y docentes de sus sociedades: los programas de ingeniería y economía fueron quizás las excepciones.

Los primeros MBA en América Latina habían sido creados en departamentos universitarios específicos con cierto nivel de autonomía o, más comúnmente, en forma de escuelas de negocios, apoyadas en acuerdos entre los gobiernos de los Estados Unidos y los países del subcontinente.

En 1958, la Fundación Getulio Vargas lanzó su “Curso de Pós-graduação em Administração de Empresas” en San Paulo, Brasil, que puede ser considerado como el primer MBA abierto en la región. Para ese entonces, del otro lado del Océano Atlántico, estaba empezando el primer programa MBA de la Europa continental (INSEAD, 1959) (1).

En 1963, se creó la ESAN, (Escuela de Administración de Negocios para Graduados) en Lima, Peru y su desarrollo inicial se relacionón con la Business School of Stanford University, California. En 1964, nace la EGADE (Escuela de Graduados en Administración y Dirección de Empresas) del Tec de Monterrey. Ese mismo año se fundó INCAE (Instituto Centroamericano de Administración de Empresas), por iniciativa de seis naciones centroamericanas (Guatemala, El Salvador, Honduras, Nicaragua, Costa Rica y Panamá) y del sector privado local, con una supervisión técnica y apoyo en la enseñanza de la Harvard Business School.

El desarrollo de la iniciativa INCAE recibió su empuje inicial tras el viaje de J. F. Kennedy, Presidente de Estados Unidos, en 1963 a Centroamérica para promover la política y los financiamientos de la Alianza para el Progreso como freno a la avanzada del “comunismo” y la revolución cubana en la región. Su primer MBA (“Maestría en Administración de Empresas”) fue lanzado en 1967 (2). El IPADE (Instituto Panamericano de Administración de Empresas) nace en 1967 y está ligada a la red del Opus Dei.

También sigue el método de casos de Harvard y precede la fundación de la Universidad Panamericana en la que ahora está incorporada. La escuela de negocios del Instituto Tecnológico Autónomo de México en el campus de Santa Teresa inicia actividades en 1973, basándose en una larga tradición institucional de enseñanza de la economía, la matemática y la econometría, es decir, un enfoque cercano a la escuela de Chicago, a Stanford y menos al método de casos.

La evolución de la ciencia económica bajo el liderazgo de Estados Unidos ha cambiado el perfil del economista profesional en el lapso de tres o cuatro décadas con la fijación y homologación internacional de una ciencia más matemática, empírica, técnica y menos “social” o política, por lo cual se marcó una división neta entre disciplinas y se subordinó la política a la economía (3).

El conocimiento administrativo y empresarial, dentro de la influencia científica y académica estadounidense hacia el exterior, actúa en un nivel “micro”, que gotea en los ganglios de la sociedad (empresas, pública administración, familias, individuos). Sin embargo, se acompaña de un modelo cultural y formativo que tiene sus referentes “macro” en la política “grande” de apertura y liberalización, en la tecnocracia y en las disciplinas económicas más “duras”.

El nivel “micro” (administrativo – empresarial), con sus peculiaridades regionales, sus valores, aportaciones y límites, resulta ser el menos estudiado en la perspectiva latinoamericanista, aunque quizás sea el más determinante en la difusión y en la readaptación local en la sociedad de la llamada “revolución silenciosa”(4), es decir, la progresiva penetración de la economía, las lógicas y las mentalidades de mercado en la región que ha recibido un gran empuje, indudablemente, tras la crisis de la deuda en muchos países después de 1982.

Con la creciente internacionalización de sociedades, negocios y economías, de la mano con la mayor atención hacia el comercio y las empresas, las escuelas latinoamericanas han aumentado sus inversiones y, consecuentemente, han estado entrando al campo de la producción de teorías propias que, sin embargo, se han centrado en enfoques más comparativos o “prestados” que realmente innovadores, con respecto al conocimiento generado en los países más industrializados y los centros académicos de referencia para las B-Schools y sus facultades.

Las escuelas más avanzadas en la investigación están entre la elaboración de casos basados en las realidades latinoamericanas (y no simplemente en la reproducción de casos del extranjero) y una verdadera sistematización del conocimiento para construir un record empírico de evidencias locales y subregionales útiles a la comprensión de las diferencias con otros mercados, con su funcionamiento y sus variables culturales.

La esperanza de un desarrollo acelerado de la economía regional, acompañado por el de la academia especializada, dejaría un espacio para el florecimiento de teorías y contribuciones que, en futuro, pueden anticipar tendencias y estudios para otras naciones en vías de desarrollo, ya que se ha reconocido que la investigación en América Latina proporciona miradas vitales no sólo para esta región sino para otras como Europa del Este, Asia y Africa (5).

Notas.
(1) Hedmo, Tina, Sahlin-Andersson, Kerstin y Wedlin Linda, The Emergence of a European Regulatory Field of Management Education – Standardizing Through Accreditation, Ranking and Guidelines, SCORE (Stockholm Center for Organizational Research), Stockholm University, 2001; Philipp, Alan. Bringing Business Education to Europe, Ambassador, Julio/Agosto 2000.
(2) Artavia, Roberto, Cabot Lodge George et al. INCAE – Latin America’s Premier Graduate School of Management, INCAE, Alajuela, Costa Rica, 2001.
(3) Meldolesi, Luca. En búsqueda de lo posible. El sorprendente mundo de Albert O. Hirshman, Fondo de Cultura Económica, México, 1997, p. 59.
(4) Green, Duncan. “Silent Revolution. The Rise and Crises of Market Economics in Latin America” (II ed.), Monthly Review Press, Nueva York, 2003.
(5) Ramos, Carlos. “The Development of MBAs and Business Schools in Latin America”, Business Leadership Review, Vol. 1, núm. 2, Association of MBAs, Julio de 2004, p. 3.