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Port au Prince e la notte di pioggia a un mese dal terremoto

di Fabrizio Lorusso

Ad Haiti non è ancora ufficialmente iniziata la stagione delle piogge, per fortuna manca ancora qualche mese come nel resto dei Caraibi, ma anche qui ci sono i mesi pazzi e alle 4 del mattino dell’11 febbraio, la capitale ha vissuto ore di disagio e paura per le piogge intense cadute durante alcune ore. Rispetto agli uragani che periodicamente sconvolgono il paese o alle piogge torrenziali di maggio e giugno quello dell’altra sera poteva considerarsi solo uno “sfogo temporalesco” notevole ma non eccessivo. Purtroppo anche un po’ d’acqua può far notizia.

Circa un milione e duecentomila sfollati si sono infatti ritrovati ai bordi di fiumi di fango e detriti, con le loro tende e i giacigli invasi dall’acqua, secondo un copione che potrebbe ripetersi ogni giorno se nelle prossime settimane non verrà risolto il problema delle abitazioni. Gli accampamenti ufficiali e spontanei che sono stati allestiti nei parchi, nelle piazze e per le strade non sono pronti per drenare i flussi d’acqua piovana e quindi gli interventi previsti dalla comunità internazionale, dalle autorità e dagli stessi campi autogestiti dovranno presto cercare di risolvere questo problema.

Ormai le cifre relative alle vittime hanno superato ogni stima iniziale e si parla di 220mila morti mentre dal punto di vista degli aiuti ricevuti i giornali locali (segnalo “Le Nouveliste”) riportano un altro dato allarmante fornito dal Bureau de coordination des affaires humanitaires (Ocha) che segnala che solo 50mila famiglie (cioè 272mila persone) hanno ottenuto “materiali d’emergenza” come tende e materassi. Per chi non ha un tetto proprio questi beni elementari si trasformano in preziose ancore di salvataggio e, sebbene non costituiscano una dimora stabile e dignitosa, sono pur sempre un appiglio utile e, direi, quasi un privilegio. Per questo motivo Evel Fanfan, il presidente dell’associazione (Aumohd) che ci ospita nel quartiere Delmas, ci aveva chiesto di portare tende e materiali da campeggio come le pile elettriche e i sacchi a pelo oltre alle sempre necessarie medicine. Anche qui nel parcheggio dove abbiamo piantato un paio di canadesi ci siamo dovuti svegliare all’improvviso per cercare protezione dallo scrosciare della pioggia che non dava segni di cedimento e soprattutto per evitare che i computer e le stampanti, protette solamente da un telone di plastica, non venissero danneggiati.

In una conferenza stampa l’ambasciatore americano a Porto Principe, Kenneth H. Merten, ha dichiarato che le tende non rappresentano l’unica priorità e che è meglio pensare già da ora a soluzioni più stabili come per esempio i prefabbricati di legno e plastica che sono più resistenti. Inoltre – sintetizzo le sue parole – l’idea è quella di evitare che la gente si abitui alle tendopoli che potrebbero trasformarsi in città permanenti che ostacolerebbero l’opera di ricostruzione generale e i piani di ricollocamento della popolazione in zone più sicure. Intanto però la gente se la deve cavare con quello che c’è o con i teloni di plastica che in città sono diventati carissimi e ricercatissimi tanto che alcune persone che ci hanno visto per la strada ci hanno chiesto di procuraglieli pensando che siamo americani.

L’ambasciatore ha anche risposto a una domanda di un giornalista haitiano su una questione poco nota: una percentuale (intorno al 3%) dei soldi raccolti negli USA viene incamerata come contributo direttamente dall’esercito americano anziché venire usata per l’acquisto di ulteriori beni per gli haitiani e a questo Mr. Merten ha affermato che per ora gli Stati Uniti hanno stanziato ufficialmente 537 milioni di dollari e che quindi si giustifica un piccolo prelievo sulla raccolta fondi. E’ vero che ogni paese gestisce le proprie missioni umanitarie in modi differenti però possiamo dire che i cittadini americani che hanno donato per Haiti lo stanno effettivamente facendo col 97% del loro denaro e con il restante 3% stanno anche pagando la missione dell’esercito, cosa che forse non era chiarissima e che può assimilarsi a una tassa nascosta. E’ stato anche annunciato un relativo allentamento delle norme migratorie riguardanti gli haitiani che si trovavano negli USA prima del 12 gennaio e che potranno rimanere legalmente nel paese per altri 18 mesi.

Il 12 gennaio tutto il paese si ferma per ricordare le vittime del terremoto a un mese dalla catastrofe. Si pregherà dalle 7 del mattino alla sera tardi. Sarà un giorno di calma e di riflessione per cercare di intravedere la speranza, gli aiuti, la ricostruzione e il futuro.

Continuo a segnalare  QUESTO LINK . per le donazioni dato che sto lavorando con loro qui a Port au Prince e stanno cercando in varti modi di aiutare la popolazione del quartiere esclusa dalla solidarietà internazionale ufficiale.

A questo link invece c’è un album fotografico sulla capitale haitiana che spero possa interessarvi e da cui si può attingere citando la fonte (!):

http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti

Note di viaggio di Diego Lucifreddi…fino a Port au Prince

di Diego Lucifreddi

Il pullman del Caribe Tour supera i mezzi dell’esercito italiano accostati sulla destra che aspettano la notte per raggiungere la zona del disastro. I tir e le scavatrici sbarcati a Santo Domingo perché Haiti non ha un porto adatto, devono attraversare l’isola, ma non possono muoversi efficacemente a causa della strada stretta e sterrata, emblema dei rapporti difficili trai due stati.
Arrivando alla frontiera tra la Repubblica Dominicana e lo stato haitiano, sembra come se il terremoto sia finito precisamente qui proveniente dalla parte occidentale dell’isola.
Disordinati si muovono nella polvere e tra le pietre i cambiavalute con i mazzette di soldi in mano, i venditori di cinture e occhiali da sole, i bambini sciusciá per un dollaro, i poliziotti in divisa
inutilmente, i ragazzi che girano in tondo su piccole moto e un flusso di mezzi carichi che va verso Port au Prince.
Entriamo a Haiti e inizio a osservare attraverso il finestrino per capire in che zona iniziano i danni del terremoto, ma anche se tutto malandato ancora non si nota nulla.
Le prime istallazioni dell’ONU si vedono entrando in cittá dove sono state allestite le prime tendopoli vicino l’ambasciata americana formate da igloo lunari con capacitá di 20 persone -con l’accortezza che si muovano poco e che tutte vadano molto d’accordo.
In periferia la gente si muove frenetica ma sembra tutto normale, se vogliamo vedere “la disperacion” dobbiamo raggiungere il centro, ci dicono.
Siamo ospitati nel quartiere di Delmas, una lunga strada che scende fino al mare e da cui si diramano centinaia di vicoli numericamente ordinati. Noi siamo al Delmas 49.
Giá la mattina un calore tropicale, con il sole si notano le macerie a cumuli lungo le strade e la polvere bianca mescolata all’aria.
In questo quartiere molte case sono ancora in piedi, alcune deformate nel senso est ovest dell’onda sismica con grandi crepe o crolli parziali.
Invece le case distrutte a volte si accartocciano o il tetto le schiaccia e se erano di piú piani, adesso assomigliano a un sandwich, altre si sbriciolano completamente, si frantumano come in una
esplosione composta e formano un cumulo gigante e é difficile credere che quel monte grigio prima era qualcosa dove ci viveva qualcuno.
La macerie ancora nascondono i corpi delle vittime, ma non l’odore dei cadaveri che si confonde con quello dell’immondizia accumulata e si diffonde nei rivoli d’acqua marcia.
Le cose impressionanti da vedere: un edificio distrutto e ancor di piú un edificio distrutto tra due rimasti perfettamente in piedi, un mazzo di fiori tra le macerie, le scritte sui muri per salutare i propri vicini morti, le lenzuola bianche esposti agli angoli delle strade per segnalare “help, we need water, food, medicine”.
Le cose che non si vedono: gli aiuti.

Diario da Haiti (2): i vicini e la violenza immaginata

L’unico stato confinante con Haiti è la Repubblica Dominicana che è un paese ispanofono ed è più ricco e sviluppato del suo vicino francofono, anche grazie al turismo e a una relativa stabilità politica (ma il discorso è molto più complicato). Quindi due stati si spartiscono l’isola in cui sbarcò Colombo il 14 ottobre 1492 e che venne chiamata La Hispaniola. Due popoli apparentemente diversi ma in realtà più simili tra loro rispetto a quanto si pensi, date le mescolanze secolari e i rapporti necessari però non sempre cordiali tra questi vicini di casa. Mentre nel secolo XIX il vicino potente e fiero era Haiti, nel secolo scorso i ruoli si sono lentamente invertiti e, magari forzando un po’ un paragone valido in molte terre di confine dell’America Latina, la Repubblica Dominicana rappresenta oggi quello che è la Costa Rica per il Nicaragua, l’Argentina per la Bolivia o gli Stati Uniti per il Messico, cioè un paese confinante e prospero verso cui emigrare, con più lavoro e migliori salari ma anche tanto risentimento, discriminazione ed esclusione nei confronti di una popolazione percepita come “etnicamente differente” rispetto all’identità nazionale predominante.

Per le strade di Santo Domingo e persino nelle colonne dei principali quotidiani nazionali non è difficile sentire commenti razzisti sui vicini haitiani cui vengono attribuite spesso le colpe degli incidenti, dei furti e in generale dei problemi del paese che “sarebbe più ricco se avesse altri vicini, se potesse avere un’immigrazione migliore”. Alcuni tassisti ci hanno detto di avere pura dei contagi e le malattie provenienti da Haiti senza però specificare di che si tratta. Una nuova epidemia di suina? C’è chi ancora ricorda la conquista di Santo Domingo da parte delle truppe insorte dal presidente haitiano Jean-Pierre Boyer nel 1822. Infatti la Repubblica Dominicana divenne indipendente solo nel 1844, 40 anni dopo Haiti che invece lottò e vinse contro la Francia di Napoleone nel 1804, diventando la prima Repubblica indipendente in America dopo gli USA. Storia a parte, si sentono commenti simili a quelli dei tassiti e della gente comune di Santo Domingo anche nella “bianca” Costa Rica quando si parla dei Nicas, cioè i nicaraguensi, che costituiscono ormai oltre il 10% della popolazione del Costa Rica e svolgono i lavori più umili. In tema di migrazione ho avuto occasione di pensare anche al mio paese dato che a freddo una ragazza haitiana dell’università mi ha chiesto ieri se in Italia è vero che siamo razzisti, come rispondereste?

Un ammonimento datomi da alcuni albergatori dominicani riguardava il pericolo della violenza e del sequestro che mi avrebbe dovuto scoraggiare dal partire per Port au Prince, ancor di più adesso che, a detta loro, l’anarchia e la disperazione si stanno impossessando di quella città incivile e inospitale. Ciononostante il sequestro, l’omicidio e la violenza in generale sono una caratteristica ricorrente delle grandi metropoli latino americane e di Città del Messico, capitale in cui risiedo da 8 anni e in cui il cosiddetto sequestro express (una modalità di rapimento che dura poche ore, quanto basta per costringerti a prelevare il massimo disponibile dallo sportello Bancomat un paio di volte), lo scippo e il furto sono il pane di tutti i giorni per migliaia di cittadini.

Chiaramente ci si può aspettare un tasso di criminalità più alto nei quartieri e nelle città più povere, disuguali e disagiate ma non si tratta né di un’equazione matematica né di un teorema automaticamente verificato. All’università ci insegnavano che i migliori economisti sono quelli che non ti dicono mai “sì” o “no”, ma rispondono sempre “dipende” a qualsiasi domanda riguardante l’economia o le scienze sociali e volevano farci capire che spesso la realtà è più complicata della teoria accademica o della speculazione mediatica.

In questo senso mi interessava conoscere l’opinione degli abitanti di Port au Prince su quanto all’estero viene raccontato e mostrato riguardo al tema della violenza per le strade della capitale haitiana e dell’immagine selvaggia e drammatica che viene inoltrata dai mass media verso tutte le TV e i PC globalmente interconnessi. Ragazzi che sparano a ragazzi, repressioni da parte delle forze dell’ordine e degli eserciti occupanti, scene di disperazione e di lotta da strada per accaparrarsi aiuti lanciati da aerei timorosi d’atterrare, un popolo sull’orlo di una crisi non di nervi ma “pre-rivoluzionaria” e infine la notizia dei fanatici americani arrestati mentre trafugavano alcuni bambini alla frontiera che rimbalza più forte del terremoto del 12 gennaio: l’idea della violenza immaginata si trasforma in una verità che può arrivare a giustificare pubblicamente la presenza delle armi, delle portaerei, dei soldati e degli elicotteri militari, gli unici mezzi che sorvolano tutto il giorno i cieli di Porto Principe.

Bene. Senza negare che vi siano stati alcuni importanti disordini e delle scene di disperazione atroci, dovute anche all’incuria e alla disorganizzazione nella distribuzione degli aiuti, la gente spaventata e stipata negli accampamenti, i venditori di strada e le organizzazioni della società civile ci tengono a comunicare che, malgrado la tragedia sia appena cominciata e sia una delle peggiori della storia, loro sono solidali e tristi ma non distrutti, bisognosi e arrabbiati ma non violenti. Negli accampamenti approntati in queste settimane nelle vie secondarie, nei parchi e nei giardini, la vita comunitaria s’è riattivata coi meccanismi della solidarietà e della distribuzione delle poche risorse disponibili. Esistono anche le speculazioni ma non sono l’unico sistema. Esiste la violenza ma non è la regola, almeno non molto di più di quanto lo sia a Bogotà o a Caracas. Camminando per le strade delle zone dell’hinterland l’impressione è che la gente sia abituata alle catastrofi e che quasi si potesse percepire l’arrivo del terremoto. In tanti hanno perso tutto, casa cose amici parenti speranze arti, ma in tanti stanno recuperando qualcosa, a poco a poco. Mentre ci si addentra nei vicoli e ci si orienta lentamente nel dedalo di tende, ci si sente stranamente sicuri, forse ingenuamente ammaliati da tante persone che cercano di aiutare, chiedono di essere ascoltate o si offrono per svolgere dei piccoli lavori come traduttori, aiutanti, cuochi improvvisati o guide. Tutto serve insomma.

Su Facebook in molti mi hanno chiesto a chi o come fare donazioni veramente utili che non finiscano nella spirale burocratica, quindi segnalo QUESTO LINK.

Di Fabrizio Lorusso

Vita, viaggio e delirio. Vecchie cronache attuali – II

CAMPAGNA ELETTORALE 2006

Continuo con le note del viaggio permanente a Città del Messico. Siamo a 7 giorni dalle elezioni presidenziali più “democratiche” della storia del paese visto che, in pratica, si prevede un pareggio “tecnico” nelle inchieste tra il candidato della sinistra Andres Manuel Lopez Obrador e quello della destra Felipe Calderon. Hanno entrambi circa il 30-35% delle preferenze contro il 25-30% di Roberto Madrazo, candidato del PRI, il partito unico che ha governato per 71 anni il destino dei messicani. Screditare l’avversario spudoratamente e’ la tattica preferita per generare terrore e scompiglio nell’elettorato.

OSTRUZIONE VISIVA PRE-ELETTORALE

La città è invasa in ogni angolo (e vi assicuro che sono tanti) da manifesti e propaganda. Ormai ogni candidato offre di tutto e di più. Sconti, aumenti salariali, istruzione, salute, welfare e tra un po’

macchine di lusso, sicurezza su tutti i fronti e “Più Pilo Pè Tutti”…come direbbe il comico Albanese. Sul palo della luce sotto casa mia ci sono le facce di almeno 8 personaggi sorridenti che si arrampicano fino al punto più alto come sull’albero della cuccagna. Il loro destino sarà quello di rovinare a terra tra pochi giorni per la fine delle ostilità elettorali o, se c’è vento, di finire schiacciati sotto il peso del palo su cui sono appesi dato che più della metà di questi sono pericolanti, inclinati di 30 gradi e oltre oppure tenuti su miracolosamente da cavi d’acciaio che sgorgano da chissà dove.

In questo periodo, mese di giugno, fa un caldo torrido e di sera escono le zanzare a passeggiare dopo la classica ora di pioggia straziante e puntualissima che le rifocilla.

BISOGNA PARLARE DELLA METRO…

Premetto e prometto che in generale la Metro di Città del Messico è un buon mezzo di trasporto che copre distanze immense, è economico, esteso nel suo tracciato e abbastanza rapido…

La città del Messico sotterranea è una delle reti metropolitane e fognarie più lunghe del mondo. Le linee sono “solamente” 12 (due o tre in più nel 2010), ma la distanza tra le fermate e’ spettacolare. A volte puoi leggere un articolo di giornale intero tra due fermate o anche delle poesie abbastanza impegnative.

La quantità di vita brulicante nel sottosuolo è altrettanto impressionante. Nelle stazioni della metro si vende di tutto, dalle forbicine per le unghie all’ultimo DVD di Benigni o Jackie Chan. Il Messico è il terzo paese del mondo per i prodotti pirata e, quindi, la metro è uno dei market place più esclusivi.

AMBULANTI

La mafia dei venditori ambulanti, instancabili pellegrini che passano di vagone in vagone durante almeno 12 ore al giorno, fornisce ai propri “impiegati” dei materiali da vendere a meno di un euro tra cui spiccano i ricettari, le penne e pennarelli, l’incenso, i dischi pirata, i DVD, i quaderni, il codice della strada, la Costituzione politica degli Stati Uniti Messicani, i testi d’esoterismo spicciolo e quanto più d’altro vi possa venire in mente. I preservativi nelle carrozze non li vendono ancora, ecco.

TECNICA

Con la diffusione della tecnologia i metodi di vendita dei CD e dei DVD si sono perfezionati all’estremo: il venditore passa con uno schermo o uno stereo potentissimo da 600 watt e schiaccia PLAY sull’INTROMIX, un file o una canzone fatto da DJ espertissimi che raccoglie 20 secondi di ogni canzone o un riassunto del film o il video musicale. Il trailer insomma.

La parlantina, il tono e le frasi del venditore sono studiate nei dettagli. “Una volta ancora, vi porto alla vendita…” o “Spettabili e stimati usuari…ecco qua il disco compatto…con gli ultimi successi…150 canzoni in formato MP3…” e così via senza pietà per le decine di utenti che dormicchiano appoggiati al vetro con la gocciolina di sudare colante dalla fronte fino a terra. Il tono dello strillone venditore è simile a quello che usano nei supermercati per chiamare col microfono qualche cliente o responsabile di reparto, cioè è insopportabile e ridondante.

I venditori sono obbligati a rispettare certe tempistiche e modalità di vendita per non trovarsi in due o tre nello stesso vagone gridando e facendo sentire spezzoni musicali in contemporanea. Quindi ciascuno aspetta il suo turno per entrare. In definitiva una buona parte degli affari (“las gangas”) nell’acquisto di piccole cose si può realizzare nella metro sapendo, però, che si tratta di alimentare un circolo vizioso o una spirale delinquenziale bella e buona.

GLI INDIPENDENTI

I personaggi più disperati e realmente bisognosi (ma non sempre) sono quelli che chiamo “venditori indipendenti” i quali, sembra, non appartengono a nessuna “organizzazione” e cercano di commercializzare qualche prodotto “casereccio” (come libretti, stoffe, bracciali o dischi) oppure cantano, suonano, fanno (e a volte lo sono) i ciechi o semplicemente mostrano a tutti un certificato medico che dimostra la loro inabilitazione al lavoro. Elemosina insomma.

La prima volta che sono venuto in Messico, nel 2000, c’era un signore che chiedeva soldi alla fermata del metro Barranca del Muerto (“Crepaccio del morto”) e stava fermo in cima ai mille gradini che conducono negli inferi intonando un “por favor, por favor” e facendo vedere la gamba ingessata. 5 anni dopo l’ho ritrovato con la sua inconfondibile cantilena e la gamba sempre rotta col gesso un po’ più logoro e grigio di prima.

 MINACCE

I più minacciosi comunque sono dei ragazzi che entrano a petto nudo nel vagone e, dove c’è un po’ di spazio, gettano dei vetri rotti per terra e uno si sdraia sopra al comodo giaciglio per poi farsi passare sopra dal compagno di merende che lo calpesta e lo schiaccia sul comodo letto di vetri. Ah, se lo spazio non c’è i vetri per terra li lanciano lo stesso coprendo le scarpe degli avvenenti che a quel punto s’allontanano e creano il tanto agognato spazio libero.

Poi costoro passano tra i passeggeri e chiedono la monetina guardandoti in cagnesco.

Altri simpaticoni usano una retorica fatta di minacce implicite del tipo “signori e signore, POTREI STARE PER LA STRADA RUBANDO E ASSALTANDO LA GENTE, però ho deciso che era meglio trovare un metodo più onesto…vi chiedo una moneta che non comprometterà la vostra economia familiare…”. Bien.

Le donne non se la passano al meglio sui vagoni affollati. In generale abbondano i fumi balsamici provocati dai litri di profumo che utilizza il messicano medio per mantenere vive le sue relazioni

pubbliche. Inoltre l’inevitabile promiscuità in certi orari della giornata può scatenare la ricerca maniacale di alcuni gentiluomini che s’appropinquano alle donne per toccarle (“manosearlas”), sfiorarle, sfregarsi e, in definitiva, molestarle sessualmente.

Alcuni vagoni isolati di certe linee diventano, nelle ultime corse verso mezzanotte, un territorio di caccia per alcune categorie che cercano avventure. Per esempio un amico nordamericano, omosessuale, ci ha rivelato delle sue avventure nella metro semivuota dove ha rimorchiato spesso qualcuno per passarci la serata e magari la nottata insieme. Ci ha detto che non è molto comune però che era un modo di fare “amicizie” per alcuni gay della capitale più progressista dell’America Latina (ricordo che dal 2010 le coppie gay possono sposarsi in sede civile mentre prima potevano solo creare una società di convivenza; l’aborto per ragioni legate alle scelte di vita della donna è permesso nel Distrito Federal; c’è un sussidio di disoccupazione e sono stati allargati i servizi ospedalieri per chi non è assicurato; la morte terapeutica è in alcuni casi permessa ma non si parla di eutanasia).

PERIFERIA

Alcune stazioni periferiche ti portano nel mezzo del nulla e soprattutto la sera le uscite al capolinea hanno un fascino postmoderno suburbano che raccomando di evitare se non resistete ai cattivi odori d’olio fritto e tacos di carne, al rumore, ai mendicanti, al buio pesto di certe vie limitrofe, ai cani randagi, agli scarafaggi e all’invadenza degli autobus che raccolgono e smistano per le periferie (ancora più periferiche rispetto al capolinea della metro in cui si fermano) l’orda stanca di quotidiani avventori metropolitani.

Ogni tanto si scoprono delle meraviglie nel sottosuolo. Per esempio il Metro Copilco della linea tre è decoratissimo da murales splendidi e la fermata La Raza ha un sottopassaggio di oltre un chilometro con quadri illustrativi di tipo scientifico e astronomico. Il metro Auditorio ha un’esposizione permanente sulle metropolitane più famose del mondo.

Bene, ciao e continua…Fabrizio Lorusso

Vita, viaggio e delirio. Vecchie cronache attuali – I

Vorrei condividere coi gentili visitatori e lettori di questo blog la versione rivisitata di Vita, viaggio e delirio, diario permanente da Città del Messico, già pubblicato su altri siti ma oggi più splendente e attuale che mai.Partiva così, con l’astio per la situazione pesantissima che il paese stava viendo nel 2005-2006, anno delle elezioni presidenziali in cui Calderon vinse anche grazie a una campagna sporca sui mezzi di comunicazione e a dei probabili brogli elettorali ai danni del candidato oppositore Andres Manuel Lopez Obrador. Fu anche l’anno del risveglio della Otra Campaña dell’EZLN e del Subcomandante Marcos e delle repressioni di Atenco e Oaxaca, tra le altre cose.

Invasioni italiche dal Messico risvegliato dalla spietata campagna presidenziale all’ultimo scandalo e dalla violenza autoritaria dello Stato che certe volte andrebbe scritto con una super minuscola -s anche nei dizionari. Non odio nessuno di solito e durante la vita, ma qui le repressioni e le violenze vengono spesso buttate sotto il divano come le briciole di chi non vuol pulire e perciò qualcosa bisogna pur scrivere.

VITA, VIAGGIO & DELIRIO

In realtà questa mail sarebbe l’inizio di un altro diario di viaggio, ovvero la continuazione delle solite Note sull’America Latina che a tappe hanno invaso le schermate iniziali del sito di Michele, viaggiareliberi.it, e che s’erano concluse a Buenos Aires. Visto che vivo a Città del Messico, non mi considererei più in viaggio se prendessi come riferimento il Messico mentre se il mio punto fisso diventasse di nuovo l’Italia, allora cambierebbe tutto. E preferisco vedermi così: viaggiare stando fermo (come il titolo di un ormai vecchio e celebre album di Jamiroquai “Travelling without moving” il quale era, forse più ispirato  al viaggio causato da stupefacenti ingestioni).

Gli occhi della vergine di Guadalupe, stampati su un cero mezzo consumato dopo una nottata in una spiaggia vergine del Pacifico, mi squadrano di fronte al portatile a 2400 metri d’inquinamento mentre ripulisco i polmoni con una “Romeo y Julieta” a sorpresa, l’acidissima sigaretta cubana. Mi piacerebbe continuare qui come se fossi in viaggio, disegnare cronache dell’assurda quotidianità messicana e vedere che succede a sputarle nella quotidiana assurdità italiana.

¡Y a ver qué onda!

IL TETTO O “AZOTEA”, FORME DI VITA

L’arrivo a febbraio, dopo tre mesi di viaggio, e stato tutto in salita. Fatiche respiratorie e riadattamento digestivo qui in città ma anche voglia di fare e ricostruire. Ho vissuto tre settimane sul tetto del palazzo. I condomini della “Urbe más grande del mundo” (come dicono qui) hanno sempre delle stanze “di servizio” all’ultimissimo piano che erano originariamente riservate alla “muchacha”, la donna delle pulizie, ma che oggi si affittano e s’abitano senza ritegno pur violando la legge.

Non hanno il bagno ma, dato che il nostro appartamento è all’ultimo piano, non è difficile scendere un piano per orinare. La situazione si complica durante la stagione delle piogge (da giugno ad ottobre), cioè quando la discesa al paradiso WC passa da un’obbligata e sgradita doccia gelata nella parte di corridoio che rimane all’aperto prima di consumare l’atto di svuotamento. Ma son dettagli.

Il tetto ha i suoi perché. Sole puntato fisso tutto il giorno. Clima continentale con estremi dai 5 ai 35 gradi in un giorno. E poi i vicini di sventura. Una famiglia col cane che vive in una stanza di 3 metri per 3. E il cane non lo portano mica giù ai giardinetti a fare la pipì. Va beh. Il vicino più vicino è un militare trentenne, un ragazzo simpatico con tutti i modellini di aeroplani sulle mensole. Spero non abbia già ucciso decine di narcotrafficanti e che la sua vita scorra pacifica, ma è un delirio dato che è un soldato. Solo lui ha le chiavi del bagno comune che, per fortuna, io non devo usare visto che posso scendere (comodamente?) nell’appartamento.

IL PETTEGOLEZZO

All’ultimo piano dell’edificio di fronte, sempre in queste stanze sul tetto, vive una procace avventuriera messicana, anche lei con la famiglia, che, nei momenti di solitudine, invita frequentatori e mezzi fidanzati su in stanza per delle sessioni di yoga con dessert. Direte, ma a te che te frega? Mah, poco devo dire. Pur conoscendola di vista, non ero al corrente dei suoi interessanti e frequenti avvicinamenti corporali con svariati fortunati e non me ne curavo nemmeno. Fortuna.

Un giorno è passata lei mentre stavo discorrendo con un custode del palazzo circa le disgrazie calcistiche della locale squadra universitaria dei PUMAS ed è scattata la vena polemica del suddetto che mi ha avvisato di non farmi assolutamente prendere dalla tentazione di conoscerla “meglio”. I suoi motivi: un amico del portinaio, ossia il portiere o più elegantemente “il consierge” (sono quattro i vigilanti notturni che fanno turni da 24 ore consecutive ciascuno e son poagatii 200 euro al mese!) è stato anche lui “invitato” dalla giovane e ha riferito i di lei commenti sui predecessori che non erano certo benevoli e riguardavano dimensioni, prestazioni, condizioni familiari, tipi di rapporti e sputtanamenti clamorosi. L’amico del custode ha quindi temuto il peggio: essere vittima dello stesso trattamento in futuro, quando non la vedrà più.

Perciò il premuroso guardiano mi ha sconsigliato di avvicinarla, se per caso mi fosse passato per la testa. Gli ho risposto che forse le storie sulle persone del palazzo vengono leggerissimamente amplificate da questi passaparola e che magari, visto che è una ragazza sola e libera in un paese piccantemente maschilista, si parla male di lei. Se fosse un ragazzo, nessuno diffonderebbe storie con tanta malizia, vere o false che siano. Scuote la testa e allora smetto di fare il paladino della verità o il falso redentore. Probabilmente il ragazzo vuole solo difenderla da altri pretendenti e s’inventa storie improbabili su di lei. Stai a vede’.

L’AFFITTO

Ogni mese passa Joaquin, soprannominato “giacchino”, il ragioniere galoppino che s’incarica di riscuotere gli affitti. Caratteristiche: se chiama per fissare un orario per la riscossione, non viene. Se chiama per fissare un giorno della settimana (almeno!) per la riscossione, viene due giorni dopo senza preavviso e a qualunque orario. Include le domeniche e le feste natalizie. Se promette di riportare qualche nostra onesta lamentela o notizia al padrone, l’informazione arriverà con almeno due mesi di ritardo e l’emergenza sarà ormai stata risolta da noi con “mezzi propri”.

Ha sempre una piccola scorta di giornaletti sadici che spuntano dall’elegante borsa di pelle consunta. Si tratta dei famosi libretti “vaqueros”, dei fumetti a colori a sfondo sadico-sessuale con le storie più impensate sulla falsa riga della “commedia sexy all’italiana” tanto pubblicizzata e riabilitata “a genere” dai nostri canali commerciali. Una storia che m’era capitata a tiro (anzi, diciamo la verità, l’ho proprio comprata per curiosità) si chiamava “fornicala, o te mato” e c’era un avvoltoio che divorava il fegato di un uomo vestito da Cow Boy che, povero lui, era colpevole del tradimento perpetrato da una donna del “pueblo”. Tanto per far capire. Sono popolarissimi tra alcuni tassisti, quelli con le targhe non in regola, tra i guidatori di autobus urbani detti micros o peseros e, per l’appunto, tra i ragionieri galoppini detti cobradores (in italiano riscossori? Ho dimenticato tutto della mia lingua?).

AUTOBUS: LA VERA CONCORRENZA PERFETTA

Gli autobus di città del Messico sono tanti. Troppi. Ogni venti secondi ne passa uno e per l’utente sembrerebbe una pacchia. Però fanno le gare (a cui partecipano i taxi come piloti indipendenti fuori concorso). Le strade piccole hanno tre-quattro corsie (come fossero la nostrana Autostrada del Sole) e quelle grandi anche 7-8 per senso di marcia. Perciò, in un paese dove la patente si compra al supermercato, la competizione viaria diventa legge. La gara tra i bus crea un darwinismo stradale pericolosissimo ma si giustifica perché molti piloti sono anche proprietari (o ancora peggio affittuari) del mezzo e vogliono superare gli altri per caricare in carrozza più sventurati passeggeri possibile.

In ordine di grandezza ci sono: i filobus o trolleybus, i bus o autobus, i peseros, i micro, le combi, i colectivos e vari ibridi nati dall’accoppiamento selvaggio di questi al semaforo o dalla rottamazione prematura in seguito a incidenti di transito.

Alcuni si specializzano per generi musicali anche. E così si creano curiose categorie miste: la combi metallara, il micro salsero o cumbiancero (da salsa e cumbia, musica tropicale insegna), l’autobus grande rockettaro o il pesero tamarro discotecaro. Non male.

I prezzi si fissano in base ai chilometri di percorrenza che onestamente ciascuno dichiara al conducente una volta che sale su annunciando la sua destinazione e paga cash meglio se con monetine o biglietti di taglio infimo (quello da 20 pesos, un euro, è bene accetto) altrimenti s’incazzano e ti borbottano anatemi in faccia oppure, nei casi più estremi d’antipatia, non ti fanno salire. Spesso vicino al conducente ci sono diverse figure: il “chalán”, che e’ un ragazzino o un amico del conducente che non si può permettere il bus tutto suo e si fa le ossa guardando il capo. Poi a volte c’è la famiglia intera (5 figli in media più moglie e amante) che si sollazza e si gode l’aria fresca della Urbe e gli scorci d’urbanità, per l’appunto, dal finestrino: tutta una vacanza.

La sera alcuni autisti ti ricattano. O paghi circa il doppio della tariffa normale o rimani a piedi alle 11 o 12 di sera in una qualche piazzola abbandonata e piena di rifiuti lasciati lì dopo il maestoso mercato del giorno prima. Chiaramente orde di cani randagi stanno cercando prede e aprendo sacchetti pieni di salsicce e cipolle marce tutt’intorno. Che fare? Tutti pagano, qualcuno protesta ma alla fine si parte. Luci azzurre, rosse o viola, tendine nere chiuse, crocifisso illuminato e via. Non tutti gli autobus sono così ma con un po’ di fortuna e conoscendo le linee e i conducenti giusti, si trovano…

Continua…

Tamiflu fashion e gli spettri dell’influenza in viaggio

Tamiflu 1 scatola chiaro

Finalmente o per disgrazia, por fin o por suerte, ho ceduto all’insostenibile leggerezza del consumismo farmaceutico e ho preso del Tamiflu Roche per prevenire mentalmente il pericolo influenza che nemmeno so se esiste veramente. Era quello che volevano i produttori e i chimici e i farmacisti.
Comunque sia, l’investimento di 37 euro per una scatola da dieci pastiglie, da prendere due volte al giorno ai primi sintomi di influenza (non importa che sia suina, porcina, A, H1N1, umana, disumana, messicana, argentina o aviaria…), serve più che altro, nelle speranze del sottoscritto, come eventuale ancora finale di slavezza per evitare i famigerati ospedali pubblici messicani della capitale, Mexico DF, dove vivo. Dice il foglietto illustrativo che non ci sono problemi se si usa come cura integrativa per l’influenza A e per le altre, sempre che si sia ancora in tempo, claramente. Il periodo d’incubazione dell’influenza è di almeno 48 ore ma d’altronde, chi non hai mai mai avuto un’influenza? In generale queste cose dovremmo saperle. Qua è uguale ma, come recitano i volantini informativi diffusori di precauzioni e timori, c’è da considerare in aggiunta la febbre più alta dei soliti (?) 38-39 gradi e anche problemi all’intestino e di diarrea che forse non erano così comuni.

Siccome le strutture pubbliche (ed anche molte private a dire il vero) non brillano per rapidità ed efficacia (sì, le ho già provate e non sono il solo…) e inoltre in Messico Tamiflu e Relenza, i due antivirali / antinfluenzali più conosciuti dopo la crisi immaginaria di aprile della cosidetta “influenza porcina”, non sono più in commercio ma vengono somministrati solo in ospedale, allora ne ho prese due scatole. Non amo le case farmaceutiche, devo dire, ma l’ho fatto comunque perché non adoro nemmeno gli ospedali di Ciudad Neza.

Confesso. Siccome ogni anno, quando torno in Italia per le vacanze estive, mi porto via un piccolo rifornimento di medicine utili, cibarie varie e libri, quest’anno ho scelto il Tamiflu, i funghi secchi e i romanzi di Evangelisti, muy bien. I morti per l’influenza normale e quella nuova, la A, non sono mica numerosi (ormai in Messico non se ne parla quasi più e quindi i morti sono sempre meno anche nei mass media) e l’allarmismo non mi tocca molto, però se posso evitare dure giornate all’ospedale messicano, tanto meglio.

L’ultima visita oculistica al ISSSTE è durata otto ore passate in attesa e quindici minuti a parlare con un’infermiera che mi ha prescritto una visita da effettuarsi qualche settimana dopo. Tempi lunghi insomma.
Poi, anche in caso di ricovero, c’è l’asso nella manica in caso di scarsità delle medicine sul posto…e infine c’è la morte (Santissima Morte), lascio tutto a chi mi ha amato o anche solo desiderato. Piuttosto ecco, per non fare il contagioso, cercherei seriamente di non vedere nessuno e dare la seconda scatola della medicina antivirale all’ultima persona vista prima di autoimpormi una quarantena o chiamare un dottore allo 060.

Non rinvierei mai, come molti minacciano con commenti sul blog o mail, il mio viaggio di nozze anzi, lo confermerei e con un po’ di fortuna mi ritrovo su qualche spiaggia vergine del Pacifico messicano e dei Caraibi costaricani senza orde di turisti, surfisti e backpackers muniti di mascherine blu (peraltro piuttosto inutili nella maggior parte dei casi, servono in parte a non contagiare gli altri e non a evitare il contagio, ma il loro effetto è quantomeno discutibile e soprattutto psicologico).

Per le vacanze ai Caraibi, a Santo Domingo, a Cancun, in Colombia, Brasile, Argentina, tutto il Sud America e anche Stati Uniti, per esempio New York e San Francisco, raccomando le solite precauzioni sanitarie, fisiche e mentali, ma nulla più. Ad agosto ripartirò anch’io per i lidi messicani prudente e felice…andrei anche in Inghilterra e a Buenos Aires, dove sembra che ci siano molti casi di influenza A ultimamente, ma i tempi e costi dell’estate europea sono serratissimi per me.