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L’anno nero della stampa in Messico

Crimenes-periodistas[di Andrea Spotti - Osservatorio America Latina - CarmillaOnLine] Un’aggressione al giorno. E’ la media delle violenze subite dalla stampa in Messico durante l’anno appena trascorso, considerato uno dei più violenti della storia recente per i giornalisti. Il dato, che indica la sistematicità e la quotidianità delle intimidazioni, è fornito dal rapporto annuale di Article 19, associazione internazionale per la difesa della libertà di espressione. Si conferma così l’allarmante situazione che vivono gli uomini e le donne che cercano di raccontare il Messico militarizzato della guerra al narcotraffico. Una realtà in cui il dovere di cronaca si scontra troppo spesso con gli interessi di autorità, mafie e poteri forti. E dove fare giornalismo in modo critico può voler dire mettere a rischio la propria vita. Il rapporto, presentato lo scorso 18 marzo a Città del Messico, s’intitola “Dissentire in silenzio: violenza contro la stampa e criminalizzazione della protesta, Messico 2013”, e traccia un quadro assai preoccupante dello stato di salute dell’informazione nel Paese. Da una parte, denuncia l’impunità di cui riesce a godere chiunque abbia interesse a silenziare voci scomode grazie alla complicità o all’inazione dei differenti livelli di governo e di potere, e, dall’altra, la decisa tendenza alla riduzione del diritto alla protesta e alla copertura della stessa, in atto su tutto il territorio nazionale e in particolare nella capitale, governata da poco più di un anno dal sindaco di centrosinistra (PRD, Partido Revolución Democrática) Miguel Àngel Mancera.

Secondo Article 19, nonostante il numero dei reporter uccisi sia diminuito, passando da 7 a 4 rispetto al 2012, lo scorso anno è stato il più violento ai danni della stampa dal 2007 a questa parte. Da quando, cioè, l’ex presidente conservatore Felipe Calderòn, in seria crisi di legittimità dopo le elezioni del 2006, macchiate dal forte sospetto di brogli, ha lanciato una campagna armata contro la criminalità organizzata, militarizzando il territorio e scatenando un’ondata di violenza che ha causato almeno 80mila e 27mila desaparecidos. E che ha fatto del Messico uno dei Paesi più pericolosi al mondo per i lavoratori e le lavoratrici dell’informazione, con un bilancio di 51omicidi e 20 sparizioni forzate accumulate negli ultimi 7 anni dalla categoria.

I primi 365 giorni dell’amministrazione di Peña Nieto, che ha sancito il ritorno al potere del PRI (l’autoritario Partito Rivoluzionario Istituzionale) dopo 12 di transizione mancata a guida PAN (il destrorso Partito d’Azione Nazionale), non hanno dunque segnato l’inversione di tendenza annunciata in campagna elettorale: s’è registrato, al contrario, un aumento del 59% degli attacchi, i quali hanno così toccato quota 330. Il che, rappresenta una media quasi quotidiana di un’aggressione alla stampa, per la precisione si tratta di un segnalamento ogni 26 ore e mezza.

Oltre ad essere stato il più violento per l’informazione in generale, il 2013 è anche l’anno che ha accumulato il più alto numero di aggressioni nei confronti sia delle donne giornaliste, con 59 denunce registrate, che delle sedi di organi informativi, che sono arrivate 39. Stiamo parlando, rispettivamente, del 20 e del 10% del totale delle intimidazioni documentate. Rispetto alle minacce, invece, il 2013 è secondo solo al 2009, che lo supera di una sola lunghezza, però, con 50 denunce segnalate.

Gli attacchi documentati alla libertà d’espressione sono di diverso tipo: si va dal sequestro intimidatorio alle botte, passando dagli assalti armati alle sedi dei giornali fino ad arrivare alla sparizioni forzate e agli omicidi. Il tutto, in un contesto di brutalità inaudita, in cui fosse clandestine, decapitazioni e corpi mutilati sono così all’ordine del giorno da non fare quasi più notizia.

Con l’importante eccezione della capitale, su cui torneremo, anche quest’anno le aggressioni hanno colpito soprattutto reporter e mezzi di comunicazione che lavorano a livello statale e municipale. In zone del paese in cui sono in atto scontri tra forze armate e criminalità organizzata, oppure faide tra cartelli di narcos per il controllo del territorio. In questo senso nel rapporto si sottolinea come significativo che la maggioranza delle aggressioni, oltre che le più serie, si siano concentrate negli stati di Veracruz, Tamaulipas, Chihuahua e Coahuila.

Tuttavia, secondo Article 19, è possibile osservare una tendenza “alla disseminazione della violenza verso altre entità amministrative”. E in effetti, nel corso del 2013, il contesto è stato particolarmente difficile e pericoloso per i giornalisti anche in Chiapas, Guerrero, Michoacan, Baja California, Tlaxcala, Durango, Quintana Roo e, non senza una certa sorpresa data la sua tradizione progressista, a Città del Messico.

Il dato più inquietante, però, ha a che fare con i protagonisti delle aggressioni denunciate, che vede primeggiare le autorità e i funzionari dello stato. Secondo Article 19, infatti, delle 274 occasioni in cui è stato possibile identificare il colpevole, in ben 146 si é trattato di un rappresentante dello stato; nella maggioranza dei casi, di poliziotti municipali.

Pur non potendo considerare i dati come esaustivi, in quanto molte aggressioni, soprattutto se provenienti dal narcotraffico, non vengono neppure denunciate e in alcune zone sporgere denuncia è più comune che in altre, si tratta comunque di numeri indicativi dell’estensione, nonché della gravità ,della situazione, dato che stiamo parlando di sei aggressioni su dieci perpetrate da chi dovrebbe tutelare il diritto a informare ed ad essere informati.

Article19 2014Per quanto riguarda gli omicidi, invece, la parte del leone la fanno i diversi narco-cartelli presenti sul territorio nazionale, responsabili di 20 dei 51 casi registrati dal 2007 ad oggi. In modo tale che, secondo l’organizzazione internazionale, chi esercita il giornalismo in Messico si trova preso in mezzo tra l’incudine delle intimidazioni provenienti dalle autorità e il martello rappresentato dalla violenza del crimine organizzato. Tutto questo, in una situazione in cui l’impunità è la regola in oltre il 90% dei casi, e l’autocensura rappresenta sovente “l’unica opzione per poter lavorare senza essere aggediti”.

Nella relazione, inoltre, vengono fortemente criticate le istituzioni create dallo stato nel corso degli ultimi anni per rispondere al crescendo delle aggressioni contro la stampa e all’indignazione che suscitavano, come la Procura Speciale per i Delitti Contro la Libertà di Espressione e il Meccanismo per la Protezione di Giornalisti e Difensori dei Diritti Umani. I quali, lungi dal garantire una qualche forma di appoggio a coloro che si sono trovati nel mirino di mafie o poteri forti, sono risultate essere mere operazioni di immagine per l’opinione pubblica interna e gli organismi internazionali. Per dirla con lo scrittore e giornalista Juan Villoro, che ha introdotto la presentazione del rapporto, il governo non solo è responsabile di negare la protezione e di non garantire il pieno esercizio del diritto all’espressione ai suoi cittadini, ma dimostra tutto il suo cinismo e la sua demogogia, in quanto, pur riconscendo a parole la gravità della problematica, nei fatti non fa nulla per intervenire concretamente. Affidandosi ancora una volta alla vecchia formula priista, il cui messaggio è: “Perché governare se posso limitarmi a dichiarare?”

In “Dissentire in silenzio”, infine, lo stato di Veracruz e la capitale del paese, meritano una menzione a parte. Il primo, perché rappresenta la regione in assoluto più pericolosa per la stampa. Qui, infatti, durante i primi tre anni di mandato dell’attuale governatore, il priista Javier Duarte, le aggressioni si sono triplicate e sono stati assassinati ben 10 operatori della comunicazione. La situazione è tale che decine di reporter sono dovuti fuggire a causa delle minacce e degli attacchi subiti, favoriti dal clima di impunità propiziato dal governo e dalla Procura locali, contro i quali hanno più volte puntato il dito varie associazioni per la difesa dei diritti umani, accusandoli di non fare gli sforzi necessari per tutelare i giornalisti e per trovare e castigare i colpevoli. Emblematico, in questo senso, è l’atteggiamento della Procura, che pare sempre guardarsi bene dal collegare omicidi e sparizioni forzate all’attività giornalistica delle vittime.

D’altra parte, a Città del Messico, si è assistito a un eccezionale aumento di aggressioni e detenzioni nei confronti di giornalisti impegnati a documentare le proteste che hanno riempito le piazze della capitale tra agosto e ottobre del 2013 durante le mobilitazioni contro le cosidette riforme strutturali. Secondo il monitoraggio di Article 19, a partire dal primo dicembre 2012, data di inizio dei mandati dei governi di Peña Nieto e di Mancera, sono state documentate 64 aggressioni da parte della polizia locale e 36 detenzioni arbitrarie, molte delle quali sono avvenute quando il giornalista o il fotografo fermato stava documentando violenze e abusi polizieschi. Infine, l’organizzazione per la libertà di stampa, mette in evidenza come, più in generale, le autorità della capitale, a parole sempre molto dialoganti e aperte al confronto, abbiano “nei fatti un’intenzione deliberata di reprimere la protesta” e non offrano sufficienti garanzie a chi la vuole raccontare.

Se il 2013 si é accaparrato molti primati negativi, non si può certo dire che l’anno in corso stia andando molto meglio. Tra gli eventi recenti possiamo infatti ricordare: il sequestro e l’omicidio di Gregorio Jiménez de la Cruz, cronista veracruzano ritrovato in una fossa clandestina lo scorso 11 febbrario; le aggressioni poliziesche ai danni dei cronisti del giornale El Noroeste, impegnati nel tentativo di ricostruire le relazioni impresariali del boss “Chapo” Guzman nei giorni successici al suo arresto, nel municipio di Mazatlàn, Sinaloa; la chiusura, da parte delle autorità federali, del sito 1dmx.org, nel quale si era costituito un vero e proprio archivio che documentava la violenza della repressione poliziesca durante le manifestazioni del 2013; e infine, l’arresto illegale di Fabiola Gutiérrez, collaboratrice del portale digitale Somos El Medio, ed il furto con scasso praticato ai dani della casa di Darìo Ramìrez, direttore di Article 19 per il Messico e il Centroamerica, proprio due giorni prima della presentazione di “Dissentire in silenzio” , entrambi avvenuti nel capitale.

Insomma, stando alla cronaca delle ultime settimane, c’é poco da stare allegri. Ed è difficile pensare ad un cambiamento del contesto nel futuro. Anche perché, la cosiddetta comunità internazionale, ben rappresentata da riviste come il Time o quotidiani come Repubblica (si vedano, rispettivamente, una recente copertina e le corrispondenze ai tempi della visita di Letta), sembra molto più entusiasta delle aperture fatte dal governo in termini di libertà di investimento che preoccupata per “il costante deterioramento” della libertà di stampa e del diritto al dissenso denunciato da Article 19. E finché l’entusiasmo sarà maggiore della preoccupazione, e continuerà il relativo disinteresse internazionale rispetto a questa problematica, sarà molto difficile stimolare la scarsa volontà politica del governo a fare la sua parte per combattere l’impunità e la violenza dilaganti.

Giornaliste Messicane in Pericolo (Video)

Il Messico è tra i primi paesi al mondo per le morti violente di giornalisti (oltre 80 in 10 anni), le minacce ai media locali e nazionali per cui la libertà di stampa è in grave pericolo. Le giornaliste, in particolare, sono doppiamente vulnerabili, per la loro professione e per il fatto di essere donne: l’arma della violenza sessuale si aggiunge alle altre forme di silenziare chi si dedica a investigare e a informare. Ecco un video che ci parla di loro. Realizzato dal collettivo Le Arrabbiate (link Facebook).

Messico: campagna elettorale e violenza

AMLO.jpg[Questo articolo è stato pubblicato in versione striminzita sul quotidiano L'Unità del 30 aprile 2012] Sabato scorso la giornalista messicana Regina Martínez è stata trovata morta per strangolamento nella sua casa di Xalapa, nello stato di Veracruz. Regina era corrispondente del settimanale Proceso in una delle regioni più calde del paese in cui nell’ultimo anno la violenza s’è impennata per la guerra tra i narcos del Golfo, gli Zetas e l’esercito. Ben 67 giornalisti sono stati uccisi durante il governo dell’attuale presidente Felipe Calderón, in carica dal 2006, e dal 2000 i reporter assassinati sono stati più di 80, rendendo il Messico il paese più pericoloso per l’esercizio della professione dopo l’Iraq. Domenica numerosi giornalisti e cittadini indignati hanno stabilito un presidio a Città del Messico sotto la sede del governo di Veracruz perché questo delitto non resti impune, come invece capita per il 98% dei crimini denunciati alle autorità. Con questo clima nel frattempo, in vista delle presidenziali del primo luglio, il Messico entra nel vivo della campagna elettorale: i muri e le strade si riempiono di simboli e facce sorridenti, i candidati girano il paese con tante promesse ma ancora poche proposte.

L’Istituto Elettorale reputa che l’influenza della criminalità e le pratiche di cooptazione del voto siano le prove più difficili da superare nei prossimi mesi. “Il clima d’insicurezza e i vuoti legali sono i due ostacoli principali”, sottolinea il direttore Leonardo Valdés. Il 14% dei seggi merita “attenzione speciale” e il 6% è a rischio: si tratta di 4000 sezioni, ma nel 2009 per le elezioni intermedie erano solo 1635. L’incremento è avvenuto soprattutto a Monterrey, Acapulco, Ciudad Juárez e in generale nel Nord in coincidenza con l’incremento del tasso di omicidi che praticamente è raddoppiato ogni due anni in quelle zone durante il governo del PAN.

“Ogni gruppo criminale cerca di essere il meno penalizzato una volta che i candidati vincono, è la dinamica recente data la loro frammentazione, ma la minaccia continua”, commenta l’esperto in narcotraffico Eduardo Guerrero.
Il rischio d’infiltrazione dei narcos nelle elezioni è stato segnalato dallo stesso presidente in più occasioni e, precisa Guerrero, “il pericolo cresce notevolmente per i candidati sindaci e ai governi locali”.

Tra due mesi 80 milioni di messicani, su un totale di 113, dovranno scegliere il successore di Calderón, del partito conservatore Acción Nacional (PAN). In gioco ci sono anche 500 seggi alla camera e 128 al senato, l’elezione dei governatori in sei stati e del sindaco a Città del Messico.

Il favorito nei sondaggi è Enrique Peña Nieto del Partido Revolucionario Institucional (PRI) con consensi intorno al 46%. Il voto degli indecisi e la probabile riduzione della forbice durante la campagna lasciano ancora margini ai rivali. L’ex ministra del welfare (con il governo di Vicente Fox) e dell’istruzione (con Calderón) Josefina Vázquez Mota, prima donna del PAN che punta alla presidenza, sfiora il 30% delle preferenze, mentre Andrés Manuel López Obrador del Movimiento Progresista, coalizione delle sinistre col Partido de la Revolución Democrática (PRD), è staccato di 7 punti. Ma alcuni sondaggi del mese di aprile prevedono addirittura un pareggio tra i due e una netta discesa del candidato favorito. Infine Gabriel Quadri è dato all’1% con Nueva Alianza, un partito d’ispirazione liberale che, però, è il braccio politico dell’ala conservatrice e corporativa del sindacato nazionale dei professori dominato da una delle figure più discusse e autoritarie della politica messicana, un vero pezzo d’epoca del vecchio regime a partito unico, cioè del PRI, del secolo scorso: la presidentessa a vita del SNTE (Sindicato Nacional Trabajadores de la Educación) Elba Esther Gordillo, alias “la maestra”.
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Peña Nieto, noto più per il gossip e la “bella presenza” che per la sua carriera politica, gode del sostegno delle principali catene televisive e dei governatori del PRI, al potere in 20 stati su 32, che spingono la propaganda del “loro” candidato. Nella sua coalizione “Compromesso per il Messico” c’è anche il trasformista Partido Verde, unico al mondo tra i partiti ambientalisti favorevole alla pena di morte. Peña viene da una lunga tradizione familiare in politica che ha il suo bastione nel Estado de México, il più popoloso del paese con 15 milioni di abitanti, in cui fu governatore nel 2005-2011.
Una base per il rilancio del PRI che, dopo un’egemonia di 71 anni come partito “di regime”, nel 2000 perse la presidenza, conquistata da Vicente Fox del PAN.

Nel 2006 il PAN si mantenne al potere e Calderón vinse con uno scarto pari solo allo 0,5% dei voti sull’avversario progressista Obrador.
Le accuse di brogli dell’opposizione e sei mesi di proteste popolari fecero perdere il capitale politico iniziale a Calderón che, per riguadagnare legittimità, lanciò un’offensiva militare contro i narcos in un’inedita escalation di violenza, secondo l’ex Ministro degli Esteri Jorge Castañeda, autore del saggio “Narcos: la guerra fallita”. Vista l’immagine deteriorata di Calderón, la candidata del PAN ha scelto lo slogan “Josefina, differente” per smarcarsi dall’attuale governo, di cui però ha fatto parte, e conquistare il voto femminile, essendo l’unica donna in corsa.

“Il vero cambiamento sta arrivando” è il motto di Obrador, promotore di una “repubblica amorosa”, un po’ vaga nei contenuti, ma utile per far dimenticare la sua immagine di “radicale” creata dalle destre in passato. La sua proposta si basa sui valori di onestà e giustizia contro la delinquenza e la corruzione per limitare i poteri forti e i privilegi di caste e monopoli.
Forte di 6 milioni di sostenitori col suo Movimiento de Regeneración Nacional, Obrador è l’unico che ha presentato una lista di intellettuali autorevoli come futuri ministri in caso di vittoria e s’è detto contrario alla narcoguerra di Calderón. Il suo movimento e lo staff di personalità del mondo della cultura, delle arti e dell’accademia sono i più propositivi e concreti in una campagna che, in generale, si risolve in pochi spot e pochi dibattiti pubblici sull’agenda politica e sociale.

Il finanziamento pubblico, basato sui risultati elettorali mid-term per il parlamento del 2009, favoriscono il PRI. Su un totale di circa un miliardo di euro al PRI spetta il 33%, al PAN il 26%, al PRD il 14% e la parte restante si dividerà tra il Partito Verde (che sostiene il PRI) col 9%, Nueva Alianza (del candidato Manuel Quadri) col 7% e infine il Partido del Trabajo e il Movimiento Ciudadano (a sostegno del PRD e Lopez Obrador).
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Sui temi sociali fondamentali come i matrimoni gay, l’aborto, la legalizzazione delle droghe e la situazione dei migranti centroamericani in Messico nessun candidato ha mostrato prospettive di apertura. In un incontro a porte chiuse tenuto dai tre aspiranti con l’episcopato messicano sono state rvelate le tendenze di ciascuno sui temi caldi: la candidata del PAN rifuta aborto, matrimoni tra persone dello stesso sesso, legalizzazione delle droghe e propone una maggiore libertà religiosa (nel dibattito attuale in Messico questo significa aprire all’insegnamento religioso nelle scuole e alla concessione di canali radio e TV alla Chiesa); Peña Nieto del PRI ha mostrato una leggera apertura sui matrimoni omosessuali e sulla non criminalizzazione dell’aborto a livello penale (non sulla legalizzazione), ma non sul resto; Lopez Obrador se l’è cavata con un escamotage ricorrendo alla formula “deciderà il popolo, consulterò la gente” che per un leader progressista è un po’ poco come presa di posizione. Il PRD, principale sostegno elettorale di Obrador, a Città del Messico, dove governa con la maggioranza assoluta, ha promosso e realizzato le riforme sociali più avanzate in America, legalizzando l’interruzione della gravidanza, offrendo sicurezza sociale a tutti gli abitanti, permettendo i patti di convivenza e i matrimoni gay, espandendo il sussidio di disoccupazione: si tratta, però, di un’isola in un mare conservatore e reazionario.

Il 6 maggio si terrà il primo dibattito tra i candidati. Mentre Peña Nieto e Josefina Vazquez si rifiutano di partecipare a dibattitti extra-ufficiali organizzati dai media per difendere il loro vantaggio, Obrador reputa “conveniente per la gente che se ne facciano molti di più” sperando, in realtà, in una rimonta personale, già in atto negli ultimi sondaggi, o della sua coalizione in toto. Il futuro presidente dovrà costruire accordi con gli altri partiti per poter governare, dato che dal 1997 né il PAN, né il PRI o il PRD hanno avuto la maggioranza assoluta alle camere e non si prevedono sconvolgimenti nei rapporti di forza in parlamento. Da carmilla. Twt @FabrizioLorusso

Attivista del Movimento per la Pace ucciso in Messico

Dall’aprile di quest’anno in Messico c’è un Movimento nuovo, civile, ampio e non violento, cioè decine o centinaia di migliaia di persone che al grido di ¡Estamos hasta la madre! (traducibile con un sonoro “ne abbiamo pieni i coglioni” che ricorda e rinforza il grido di Ya Basta dei neozapatisti dell’EZLN dal 1994 in poi) stanno lottando per la Pace con Giustizia e Dignitàe s’oppongono fermamente alla militarizzazione del paese decretata dal Presidente Calderón all’inizio del suo mandato a fine 2006 per combattere i narcos (scarica articolo sul Movimento da L’Unità parte I  e  parte II). Due Ministri degli Interni “caduti” da aeroplanini ed elicotteri di Stato, 50mila morti legati alla guerra al narcotraffico, 16mila desaparecidos, 80 giornalisti uccisi (da qui il titolo del post “Se parli, t’ammazzo…”), 230mila trasferimenti forzati di persone obbligate a cambiare casa e, a volte, identità sono gli effetti “collaterali” di 5 anni di esercito e marina per le strade di città e paesini in mezzo (o 3/4…) Messico. Il poeta Javier Sicilia, portavoce e fondatore del Movimento per la Pace insieme a tante altre vittime della violenza, sia di quella istituzionale che di quella del crimine organizzato,  è intervenuto stamattina nel radionotiziario di Carmen Aristegui, la più famosa giornalista messicana per darci, purtroppo, l’ennesima brutta notizia (leggi intervista a Javier Sicilia). Un attivista del Movimento, Nepomuceno Moreno Muñoz, è stato ucciso l’altro ieri, 28 novembre, in pieno giorno per le strade della capitale dello Stato di Sonora, Hermosillo, a 2 ore di macchina dagli Usa. Le autorità locali (tra cui la procura) si sono subito lanciate contro la memoria dell’attivista, ritratto nella foto, sostenendo che era stato in carcere per possesso di armi e partecipazione a un’azione armata anche se, in realtà, era stato rilasciato dopo 4 anni (!!) con la fedina penale pulita. Insomma, come spesso accade, si vuole depistare l’opinione pubblica e distrarla dai fatti con un bel fumo(geno): Nepomuceno era, infatti, un attivista sociale in vista, aveva partecipato ai dialoghi “per la pace” che il Movimento aveva avuto con il Presidente e aveva denunciato apertamente la connivenza della polizia con il crimine organizzato nella sparizione (desaparición) forzata di suo figlio Jorge e altri giovani di Sonora. Scherno, doppia vittimizzazione delle stesse vittime e dei loro cari, burocrazia asfissiante,contro accuse delle autorità contro chi osa denunciare, poi inerzia, connivenza e, se va male, anche la morte: è quello che ti tocca sopportare se parli, se denunci e soprattutto se, come Nepomuceno, conduci una lotta che finalmente, dopo anni di silenzio, comincia a farsi sentire e a far paura veramente, soprattutto grazie a un Movimento dal basso e all’innalzarsi di tante voci all’unisono.

Il risveglio del Messico contro la violenza

[Questo articolo è uscito sul quotidiano L'Unità del 2 novembre 2011] Lo studio reso noto il 27 ottobre nell’ambito della Dichiarazione di Ginevra, un’iniziativa diplomatica della Svizzera e dell’Onu sul problema della violenza, conferma che la maggior parte degli omicidi nel mondo sono imputabili alla criminalità e avvengono in paesi che non sono formalmente in guerra. Dal 2007 la lotta al crimine organizzato in Messico si basa sulla militarizzazione del territorio e ha prodotto un inasprimento dello scontro tra i cartelli della droga. Tra gli “effetti collaterali” della strategia del Presidente Felipe Calderón ci sono 50.000 morti e 16.000 desaparecidos in 5 anni e un tasso d’impunità dei delitti del 97%.

Il Messico, però, non rimane a guardare. 7 mesi fa in un sobborgo di Cuernavaca, 90 km a sud di Città del Messico, sono stati trovati in un’auto i corpi senza vita di 6 uomini e una donna, assassinati dai narcos del cartello del Pacífico Sur. Tra questi c’era il ventiquattrenne Juan Sicilia, figlio del poeta e giornalista messicano Javier Sicilia (Link a intervista completa).

Lo scoppio del caso sui media messicani e la reazione solidale di migliaia di persone, stanche della violenza imperante nel paese, hanno fatto sì che in poche settimane il poeta diventasse il portavoce delle “vittime invisibili” della guerra al narcotraffico.

Per reagire di fronte a questa situazione drammatica in aprile nasce il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità che, spiega Sicilia, “ha saputo dare visibilità alle vittime e creare una coscienza negli organi dello Stato sul fatto che non siamo statistiche ma esseri umani”. Ciononostante “abbiamo uno Stato fratturato e cooptato, in cui una parte della delinquenza sta negli apparati, nei partiti, nella polizia e nell’esercito”, continua il poeta.

L’8 maggio un’imponente manifestazione a Città del Messico si conclude con un comizio di numerose associazioni di vittime della violenza e rappresentanti della società civile e il 10 giugno la prima carovana del Movimento punta a Nord e arriva a Ciudad Juárez che, secondo la ricerca svizzera, è la città più violenta del mondo con 170 omicidi per 100.000 abitanti. La condanna di Sicilia è perentoria: “è irresponsabile che USA e Messico lascino così la situazione: con il commercio di armi e il consumo di droghe in aumento, gli affari alla frontiera continuano e proliferano imprese che riciclano il denaro dei narcos”.

I loghi contro la violenza con la frase “basta sangue”, che un gruppo di vignettisti messicani aveva diffuso per mesi sui social network e nelle strade di mezzo Messico, sono stati subito affiancati dalla frase rabbiosa indirizzata da Javier Sicilia alla classe politica: “estamos hasta la madre”, ne abbiamo pieni i coglioni. “Abbiamo un compromesso etico che mira a riempire di contenuti una politica che di etica non sa parlare”, dice lo scrittore in riferimento ai principali partiti.

In giugno la pressione delle piazze spinge il Presidente Calderón a intavolare un dialogo sulle proposte del Movimento, centrate sulla ricostruzione del tessuto sociale, l’approvazione di norme per proteggere le vittime e la creazione di una Commissione per la Verità che chiarisca le responsabilità, anche politiche, di tanti crimini irrisolti. Infatti, afferma Sicilia, “una parte della delinquenza sta negli apparati, nei partiti, nella polizia e nell’esercito”. L’idea di ripartire dal tessuto sociale nei quartieri e nelle città è, nelle parole dello scrittore, “affine all’esperienza delle comunità rurali zapatiste, i caracoles, che nello stato meridionale del Chiapas sono un grande esempio di autonomia e protezione della popolazione”.

Il 14 ottobre, durante il secondo e, probabilmente, l’ultimo incontro con il Presidente, “forse s’è visto uno spiraglio di luce e comprensione in lui” anche se, ammette Sicilia, “non siamo riusciti a convincerlo della necessità di una Legge sulla Sicurezza più umana e civile, orientata alla pace e non alla militarizzazione”. Per ora, quindi, la strategia non cambia. Mentre Sicilia era a Washington per parlare al Congresso americano e alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani, nelle festività dell’1 e 2 novembre, decine di cortei organizzati dal Movimento, armati di ceri e candele, hanno sfilato in varie città del Messico e del mondo in memoria dei morti e i desaparecidos della guerra al narcotraffico.

I paesi più violenti dell’America Latina (e del mondo)

La pubblicazione di uno studio aggiornato su sviluppo e violenza (intesa qui solamente come  numero di omicidi ogni 100.000 abitanti in un paese) realizzato dalla Dichiarazione di Ginevra sulla Violenza Armata e lo Sviluppo, un’iniziativa diplomatica della Svizzera e dell’Onu, è l’occasione per parlare di America Latina anche se con un po’ di preoccupazione. La regione si può considerare, infatti, (ancora un volta) la più violenta del mondo con il Centro America in testa: il primo paese è El Salvador con un tasso di omicidi superiore a 60 per 100.000 abitanti (ma altre fonti riportano cifre più elevate, meno “prudenti”). La situazione del paese centroamericano è quindi paragonabile a quella dell’Iraq, secondo in questa triste classifica.

La Giamaica, l’Honduras, la Colombia, il Venezuela e il Guatemala occupano le posizioni successive. Dopo alcuni paesi africani troviamo il Belize con un tasso superiore ai 30 per ogni 100.000 abitanti. Sono 14 i paesi che superano questa cifra (vedi grafico sopra). Sono invece 58 gli stati che superano la cifra di 10 ogni 100.000 ab, è un’altra soglia preoccupante ma meno allarmante in cui comunque rientrano altri paesi latino americani come il Brasile, l’Ecuador, Porto Rico, la Guyana, il Paraguay, Panama, il Nicaragua e infine il Messico (che dal 2010 ha raddoppiato il suo tasso che era quasi “europeo” fino a pochi anni fa) e il Perù.

La media mondiale s’è attestata nel 2009 sui 7,9 omicidi per 100.000 abitanti, valore che ci fa capire le dimensioni del problema nell’estremo occidente. Il Messico ha un tasso di 18,4, alto rispetto a Usa ed Europa ma comunque accettabile rispetto ai suoi vicini. Un fattore che lo studio svizzero non considera sono le enormi differenze che possono esserci all’interno di ciascun paese: infatti, per citare un esempio noto, la regione settentrionale di Chihuahua, in Messico, mostra tassi di violenza/omicidi quasi centro americani e Ciudad Juárez raggiunge la spaventosa cifra di 170 omicidi ogni 100.000 abitanti, 20 volte la media globale. Le regioni di Queretaro e lo Yucatan, invece, hanno mantenuto una media molto bassa. Il rapporto mostra anche che il 90% delle vittime della violenza armata nel mondo non proviene da paesi formalmente in guerra, quindi la prima causa di morte è attribuibile alla criminalità organizzata.

31 ottobre. Veglia globale per i nostri morti: Movimento per la Pace


INIZIATIVE       INICIATIVAS
En  México (in Messico) LINK                 En otros países (altri paesi) LINK

Distrito Federal, México

31 octubre
18:00 hrs. Concentración en el Ángel de la Independencia.
Se trata de visibilizar los nombres de las víctimas que son el eje principal de la jornada.

19:00 hrs. Memorial por los muertos
Se realizarán actos solemnes. Se velará toda la noche y quienes deseen pueden unirse al ayuno.

1 noviembre
12:00 hrs.  Evento mediático
18:00 hrs. Diversas acciones de la jornada
Se realizarán actos solemnes en honor a las víctimas, palabras de integrantes del Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad. Posteriormente se realizará un performance masivo.

Se solicita que lleven materiales la Velada por nuestros muertos: veladoras, flores, papel picado, fotografías y calaveras. Asimismo, se pide que lleven cruces para colocarlas en la acción, preferentemente que sean grandes; pueden ser elaboradas con madera, cartón o materiales reciclados.

Culiacán, Sinaloa, México

Ofrenda de Muertos   31 de octubre
17:00 – 20:oo hrs. “Salgamos esa noche a nombrar a nuestros muertos. Llevemos junto a sus nombres y fechas de nacimiento y muerte, fotografías, prendas, todo aquello que los haga de nuevo presentes entre nosotros” Javier Sicilia.

Participa en la creación de una ofrenda ciudadana a las víctimas de la violencia. Lleva fotografías, veladoras, pan de muertos, papel picado, y todo lo que creas que merece formar parte de este ejercicio de conciencia y memoria colectiva a través de nuestra milenaria tradición. Te esperamos, tendremos la ofrenda, manifestaciones artísticas, una procesión con veladoras y como cierre un presentación escénica en el Panteón San Juan.

Sinaloa por la Paz

Xalapa, Veracruz, México

Ofrenda Artística Por la Paz

31 de Octubre
18:00 hrs. El Colectivo por la Paz Región Xalapa, se suma a la ofrenda Una Velada por nuestros Muertos, un destello en la Oscuridad, que se efectuará en todas las plazas públicas de la república, el próximo día 31 de octubre, con una ofrenda artística que honre su memoria, y en la que participarán diversos grupos musicales, de teatro, fotografía, performance y poesía.

Plaza Lerdo, Xalapa, Veracruz

Colectivo Por la Paz Xalapa