Archivi del mese: novembre 2010

L’iniziativa Haiti Emergency e come aiutare Haiti

bannerhaiti.jpgCon questo post voglio presentarvi un progetto a cui collaboro dal mio remoto rifugio di Città del Messico e che si realizza grazie a tante persone, vicine e lontane, che s’interessano alla drammatica situazione di Haiti ai tempi del colera, a quasi un anno dal terremoto devastante che, solo per un po’, ha suscitato l’attenzione del mondo e dei media. Il progetto, curato dalla Scuola di Pace di Roma, è agli inizi e ha bisogno di diffusione e sostegno. Si basa sulla solida esperienza dei volontari e delle organizzazioni coinvolte e sull’azione congiunta di haitiani e persone volenterose di tutto il mondo che amano Haiti e il suo popolo. Nasce dall’idea che è necessario aiutare e portare solidarietà, ma ogni aiuto deve favorire le possibilità di ripresa e autogestione degli haitiani, per poter uscire dall’impoverimento in cui il mondo li ha messi.

Cicloni, terremoto e ora il colera…1700 morti e oltre 20mila contagi in poco più di un mese. Una tempesta di sventure sembra accanirsi contro Haiti ma i motivi del disastro non sono da ricercare semplicemente nella sfortuna, nell’arretratezza o, come si insinuava in alcuni TG italiani, nella presunta “inciviltà” (sì, in un servizio del Tg3 hanno usato proprio questa parola dalle reminiscenze positiviste e coloniali) del popolo haitiano. Bisogna piuttosto guardare alla storia, alle vicende coloniali e postcoloniali ed anche alle depredazioni patite da questo paese. Insieme possiamo cambiare questa realtà e far trionfare la verità, la giustizia e i diritti per una nuova Haiti.

Chi siamo? Come già accennato, il progetto prende forma per iniziativa della Scuola di Pace di Roma. Già nel 2009 eravamo stati per 6 mesi all’Aquila, gestendo una ludoteca per i bambini del terremoto, nella tendopoli di Piazza D’armi, la più grande tra quelle allestite per l’emergenza del terremoto in Abruzzo.
All’indomani del terribile terremoto ad Haiti del 12 Gennaio 2010 ci siamo attivati con il progetto “Una scuola della gioia per i bambini di Haiti” che ci ha permesso di poter svolgere una prima missione umanitaria ad Aprile. La missione si è potuta attuare grazie ai primi contributi inviati daalcune scuole italiane.

Nel corso della missione abbiamo realizzato un primo intervento di “terapia della gioia” per i bambini di Port au Prince in Haiti. Inoltre è stato stabilito un rapporto di partenariato con l’organizzazione AUMOHD di cui è presidente il Sig. Evel Fanfan. AUMOHD si batte per difendere i diritti civili degli haitiani, delle donne e dei bambini.
Si sono poi stabiliti altri collegamenti con l’Ecole de Théâtre di Delmas a PaP, l’associazione “Adozioni Senza Frontiere” che, insieme a SOS bambini International Adoption Onlus, all’associazione “Lo Scoiattolo ONLUS” e alla “Missione delle Suore Salesiane di Don Bosco – Figlie di Maria Ausiliatrice”, stanno portando avanti un progetto per la ricostruzione di una scuola a Cité Militaire in Haiti, e altre organizzazioni e giornalisti già da tempo impegnati per Haiti. Tra questiFabrizio LorussoMartin Iglesias Silvestro Montanaro.

Abbiamo così potuto inviare altri aiuti ad Haiti per i progetti di scolarizzazione dei bambini, ed è stato stabilito un rapporto di collaborazione tra AUMOHD e Adozioni senza Frontiere, per il progetto di ricostruzione dell’edificio scolastico a Cité Militaire.
Ad Ottobre 2010 altre sciagure incombono su Haiti… Il Colera ha attaccato l’isola delle Antille provocando finora migliaia di morti e più di 50.000 contagi.
In questi mesi, da gennaio ad ora, sono stati tantissimi gli interventi a favore della popolazione haitiana, ma il divario tra la quantità degli aiuti e l’enormità di quanto accaduto è enorme… ancor’oggi un milione di persone, solo nella capitale Port au Prince, vive nelle tendopoli più o meno, o per niente, attrezzate, in mezzo a sporcizia, acqua e fango. L’epidemia di colera è come lo spettro dell’apocalisse su di una popolazione già duramente provata.
La Scuola di Pace, in collaborazione con gli amici e le amiche di Haiti, le scuole e tutti i sostenitori, in Italia e nel Mondo, si sta dando da fare per cercare di cambiare questa realtà. Questo può avvenire nella pratica, sviluppando tutta una serie di microprogetti ad Haiti, con l’aiuto di tutti i sottoscrittori, e può avvenire anche attraverso la comunicazione e la sensibilizzazione pubblica, facendo uscire Haiti dal silenzio dei Media.

Progetto 2011 Haiti è un paese non povero ma impoverito. Impoverito da tutte le nazioni che, nel corso della storia, si sono impossessate delle sue risorse.
Un intervento nell’isola delle Antille deve tener conto di ciò e muoversi perché ogni aiuto sia una opportunità per recuperare le risorse che le sono state sottratte.
Ci muoviamo partendo dall’Emergenza e dalla Solidarietà, perché Haiti è in una continua emergenza. Vorremmo realizzare una prospettiva di liberazione dalle logiche dell’emergenza, perché gli haitiani possano ritornare ad essere gli attori del loro futuro.bimbo_haiti.jpg
Per far ciò è necessario AIUTARE, stimolando tutte le azioni che realizzano non solo attività nel presente ma costruiscano le fondamenta della casa del futuro.
L’educazione è il primo passo, soprattutto ad Haiti, dove il sistema educativo è disastroso e, data la ritirata pressocchè completa dello Stato, resta in balia di centinaia di istituzioni private, per lo più di origine confessionale e straniero, e inaccessibili per buona parte della popolazione. Per esempio, è attraverso la scolarizzazione dei bambini e la sensibilizzazione all’igiene che si può ottenere una migliore prevenzione del colera.

L’informazione è altrettanto o anche più importante degli aiuti materiali. Non ci sono solo le televisioni e la carta stampata. Nell’epoca della globalizzazione basta diffondere e comprendere le tante verità alternative e le prospettive rinnovate che ci si presentano di fronte quotidianamente affinchè queste pian piano si facciano strada per poter cambiare la realtà.
Ognuno può collaborare come crede: inviando una donazione, diffondendo le notizie, realizzando eventi, partendo come volontario, ecc.
Per l’aspetto culturale Haiti ha molto da dare, e noi possiamo unirci dando del nostro… Con le scuole realizzeremo gemellaggi culturali. Per il Carnevale 2011 faremo in modo che i ritmi e i colori di Haiti siano in tutto il mondo. Lo potremo fare con l’aiuto di tutti e anche con il tuo.

Leggi l’articolo sul nostro blog: Haiti al tempo del Colera

Ascolta l’intervista su Haiti, il colera e i problemi nella gestione degli aiuti: LINK


Il Link alla pagina delle Donazioni:
http://www.haitiemergency.org/dona.htm

PROMOTORE: La Scuola di Pace – C.P. 4096, 00182 Roma
www.lascuoladipace.orgTel.: 0039 + 0695558064 – 0039 + 3400585167
lascuoladipace@gmail.com
emergencyhaiti@gmail.com

AUMOHD – justice pour les pauvresaussi:  http://aumohddwamoun.blogspot.com/

SELVAS.org Osservatorio Informativo indipendente sulle Americhe: http://www.selvas.eu/

Pro haiti 2010: http://prohaiti2010.blogspot.com/

America Latina – Altri occhi e parole: https://lamericalatina.net/

Ecole de théâtre “Petit Conservatoire” Port au Prince: Daniel Marcelin a Radio Bobo
http://www.youtube.com/watch?v=1fJWiXe5-WU

Grazie per l’attenzione e per qualunque opera di diffusione e sostegno che vogliate realizzare!

Corteo a Bologna contro la riforma Gelmini – Martedì 30 novembre

Ora
martedì 30 novembre · 11.00 – 13.00

Luogo Piazza Verdi

Creato da

Maggiori informazioni
BLOCCARE IL DDL SI PUO’, ORA!

Sono giornate intense di mobilitazione.

A Bologna e in tutte le città d’Italia sono esplose proteste contro l’approvazione del disegno di legge Gelmini, contro un governo incapace di dare risposte alla crisi.

Dopo le occupazioni di facoltà e rettorati, di stazioni e areoporti,

dopo i blocchi metropolitani del traffico,

dopo l’invasione in Senato,

dopo le occupazioni simboliche dei “monumenti studenteschi”:

Colosseo a Roma, Torre di Pisa, Mole Antonelliana a Torino, Basilica del Santo a Padova…

dopo i cortei selvaggi che hanno invaso le città..

RIPRENDIAMOCI IL FUTURO!

Il voto sul ddl Gelmini alla Camera è slittato a MARTEDI’ 30 NOVEMBRE

Uno slittamento imposto dai movimenti che con la loro forza e radicalità in questi giorni in tutta Italia stanno dimostrando con determinazione l’indisponibilità al ddl Gelmini e ai tagli del governo.

Martedì 30 novembre TUTTI IN PIAZZA VERDO ALLE 11!

BLOCCHIAMO TUTTO! BLOCCHIAMO LA CITTA’!

Studenti e ricercatori

Ricevuto e diffuso. Atte / Con Osservanza  LamericaLatina.Net

Aiutare Haiti con Haiti Emergency – Giornata elettorale minacciata dal colera e dalle frodi

Vi voglio segnalare qui un’importante iniziativa umanitaria a cui collaboro e che ha bisogno del supporto e della diffusione da parte di tutti. Viene realizzata dalla Scuola di Pace di Roma in collaborazione con scuole, persone e associazioni della società civile ad Haiti e in Italia.

La situazione Oggi ad Haiti 4,7 milioni di cittadini sono chiamati a votare per uno dei 19 candidati alla carica di Presidente della Repubblica e per 110 parlamentari che li rappresenteranno nei prossimi 5 anni. Ci sono stati 3 morti per violenze durante i comizi elettorali e altri 2 la settimana scorsa  e si parla di ormai oltre 1600 decessi e 20mila ricoveri in ospedali per i contagi del colera che non smettono di aumentare. Nonostante tutto le elezioni si terranno anche se le minacce di violenze, irregolarità e vere e proprie frodi elettorali sono costanti e concrete.

Dalle 6 am alle 16 la gente andrà a votare sperando di poter cambiare qualcosa a quasi un anno dal terremoto che ha distrutto la capitale facendo 250mila morti e un milione e mezzo di senza tetto. Mirlande Manigate, ex first lady alla fine degli anni ottanta, costituzionalista di orientamento politico socialdemocratico, e Jude Celestine, il candidato dell’attuale establishment politico sostenuto dal governo del presidente in carica Renè Preval, sono i due principali contendenti che probabilmente andranno al ballottaggio il prossimo 16 gennaio.

Haiti Emergency

Il progetto prende forma per iniziativa della Scuola di Pace di Roma. Già nel 2009 eravamo stati per 6 mesi all’Aquila, gestendo una ludoteca per i bambini del terremoto, nella tendopoli di Piazza D’armi, la più grande tra quelle allestite per l’emergenza del terremoto in Abruzzo.
All’indomani del terribile terremoto ad Haiti del 12 Gennaio 2010 ci siamo attivati con il progetto “Una scuola della gioia per i bambini di Haiti” che ci ha permesso di poter svolgere una prima missione umanitaria ad Aprile. La missione si è potuta attuare grazie ai primi contributi inviati da alcune scuole italiane.

Nel corso della missione abbiamo realizzato un primo intervento di “terapia della gioia” per i bambini di Port au Prince in Haiti. Inoltre è stato stabilito  un rapporto di partenariato con l’organizzazione AUMOHD di cui è presidente il Sig. Evel Fanfan.  AUMOHD si batte per difendere i diritti civili degli haitiani, delle donne e dei bambini.

Si sono poi stabiliti altri collegamenti con l’Ecole de Théâtre di  Delmas a PaP, l’associazione “Adozioni Senza Frontiere” che, insieme a SOS bambini International Adoption Onlus, all’associazione “Lo Scoiattolo ONLUS” e alla “Missione delle Suore Salesiane di Don Bosco – Figlie di Maria Ausiliatrice“, stanno portando avanti un progetto per la ricostruzione di una scuola a Cité Militaire in Haiti, e altre organizzazioni e giornalisti già da tempo impegnati per Haiti. Tra questi Fabrizio Lorusso, Martin Iglesias e Silvestro Montanaro.

Abbiamo così potuto inviare altri aiuti ad Haiti per i progetti di scolarizzazione dei bambini, ed è stato stabilito un rapporto di collaborazione tra AUMOHD e Adozioni senza Frontiere, per il progetto di ricostruzione dell’edificio scolastico a Cité Militaire.
Ad Ottobre 2010 altre sciagure incombono su Haiti… Il Colera ha attaccato l’isola delle Antille provocando finora migliaia di morti e più di 50000 contagi.
In questi mesi, da Gennaio a ora, sono stati tantissimi gli interventi a favore della popolazione haitiana, ma il divario tra la quantità degli aiuti e l’enormità di quanto accaduto è enorme… ancor’oggi un milione di persone, solo nella capitale Port au Prince, vive nelle tendopoli più o meno, o per niente, attrezzate, in mezzo a sporcizia, acqua e fango. L’epidemia di colera è come lo spettro dell’apocalisse su di una popolazione già duramente provata.

La Scuola di Pace, in collaborazione con gli amici e le amiche di Haiti, le scuole e tutti i sostenitori, in Italia e nel Mondo, si sta dando da fare per cercare di cambiare questa realtà. Questo può avvenire nella pratica, sviluppando tutta una serie di microprogetti ad Haiti, con l’aiuto di tutti i sottoscrittori, e può avvenire anche attraverso la comunicazione e la sensibilizzazione pubblica, facendo uscire Haiti dal silenzio dei Media.

Leggi l’articolo sul nostro blog: Haiti al tempo del Colera

DONAZIONI: http://www.haitiemergency.org/dona.htm

Grazie per l’attenzione.

Haiti senza aiuti – Video/Intervista Bucanero Radio Popolare Roma

Haiti senza aiuti RADIO POPOLARE ROMA: A 9 mesi dal terribile terremoto di Haiti e dalle tante promesse mediatiche internazionali siamo ancora in piena emergenza ed è sopraggiunta un’epidemia di colera. Ne parliamo con Fabrizio Lorusso (intervista del 31 ottobre 2010)

Intervista su Haiti, il colera e Bill Clinton per Bucanero Radio Popolare Roma

Ascolta QUI il programma (su Haiti  dal minuto 14):

Il 27 ottobre muore Néstor Kirchner: l’ex Presidente argentino tra i protagonisti della rinascita latinoamericana. Cosa ha rappresentato la sua figura per il nuovo corso politico continentale e cosa può cambiare nel panorama nazionale internazionale? Ce lo racconta Gennaro Carotenuto.

Scarica il programma a questo LINK :

Fonte Audio: http://www.radiopopolareroma.it/node/3610

A 9 mesi dal terribile terremoto di Haiti e dalle tante promesse mediatiche internazionali siamo ancora in piena emergenza ed è sopraggiunta un’epidemia di colera. Ne parliamo con Fabrizio Lorusso (31 ottobre 2010).

Aderisci all’iniziativa per Haiti: www.haitiemergency.org

Día Internacional de la Eliminación de la Violencia contra la Mujer – Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne

Grazie a Nosotras en Red riassumiamo qui in questo bereve comunicato alcune iniziative per la giornata mondiale contro la violenza sulle donne e riportiamo un articolo sul tema in Messico, paese al primo posto per le morti violente di donne.
El 17 de diciembre de 1999, a través de la resolución 54/134, la Asamblea General de la ONU declaró el 25 de noviembre como el Día Internacional de la Eliminación de la Violencia contra la Mujer, e invitó a los gobiernos, las organizaciones internacionales y las organizaciones no gubernamentales a que organicen en ese día actividades dirigidas a sensibilizar a la opinión pública respecto al problema de la violencia contra la mujer. Esta fecha ya se celebraba desde 1981 y fue elegida como conmemoración del brutal asesinato en 1960 de las tres hermanas Mirabal, activistas políticas de la República Dominicana, por orden del gobernante dominicano Rafael Trujillo (1930-1961).

En el marco de esta celebración, Nosotr@s en Red se úne a las actividades que la Delegación Coyoacán organiza junto con otras ong’s y colectivos y participa con una propuesta propia:

  • La exposición “Este cuerpo es mío, no se toca, no se viola, no se mata” con la participación de 27 artistas de diversas partes del mundo y la dirección de la comunicadora visual Rina Pellizzari
  • La proyección Salvación por todas mis amigas“, una selección de cortometrajes y spots de diferentes países sobre el tema a cargo de Nosotr@s en Red.

La cita es el domingo 28 de noviembre de 10 a 15 hrs. en el Jardín Hidalgo de Coyoacán.

Estas mismas actividades se tendrán de manera paralela:

el día 25 de noviembre

  • en la Universidad Autónoma de Quintana Roo, en el Centro de idiomas del plantel de Chetumal, Q. Roo.
  • en el Espacio Cultural “El Paliacate” de San Cristóbal de las Casas, Chiapas.

y el día 28 de noviembre

  • en la Alameda de Monterrey, N.L. en un evento organizado por Alternativas Pacíficas, Ciudadanos en Apoyo a los Derechos Humanos, Zihuame Mochilla, Artemisas por el Derecho a Decidir, Musas, Nosotras, Creeser, Somosunoradio y la Bola.
L@s esperamos.

Nosotr@s en Red
www.nosotrasenred.org

Articolo dal quotidiano La Jornada: Messico al primo posto per le morti violente delle donne

Periódico La Jornada
Miércoles 24 de noviembre de 2010, p. 44

México ocupa el primer lugar dentro del ranking mundial, de muertes violentas de mujeres en países que no están en situación de guerra, según el Centro Reina Sofía, que valoró 135 países, informó Ana Güezmes, directora regional del Fondo de Desarrollo de las Naciones Unidas para la Mujer, en víspera del Día Internacional de la Eliminación de la Violencia contra la Mujer.

Por separado, la Fundación Origen informó que lleva a cabo la cruzada nacional contra la violencia Ni una Más, ante la magnitud del problema.
Con base en estadísticas del Banco Mundial, indicó que las mexicanas de entre 15 y 44 años corren mayor riesgo de ser violadas o maltratadas en casa que de sufrir cáncer o accidentes. “Cada día mueren seis mujeres de forma violenta: cuatro por homicidio y dos por suicidio, y entre 30 y 50 por ciento de las víctimas de abuso son menores de 15 años (mientras) 20 por ciento son menores de 10”.
Mariana Baños, fundadora y directora general, manifestó que cada 15 minutos una mujer es maltratada. Los tipos de violencia más comunes son: emocional, de incidencia económica, física y sexual en todos los grupos sociales. Resaltó, asimismo, que, según datos del Inegi, en México 67 de cada 100 mujeres de 15 años y más han padecido algún incidente de violencia, ya sea en su relación de pareja o en espacios comunitarios, laboral, familiar o escolar.
“Los reportes oficiales indican que la violencia más frecuente es la que ejerce el actual o último esposo o compañero, declarada por 43.2 por ciento de ellas, mientras 39.7 por ciento enfrentó algún tipo de violencia en la comunidad e inclusive algunas declaran más de un tipo de violencia sufrida: en el trabajo, por parte de familiares distintos al esposo o pareja, o por maestros, autoridades y compañeros de escuela.

Difendere il patrimonio culturale in Messico e in Italia (?)…

 

 

Segundo Coloquio sobre Patrimonio de la ciudad de México

Defendamos el patrimonio o nos lleva la tristeza.

Por: Alfonso Hernández H. (*)

Tenemos un Ángel de la Independencia, convertido en emblema de la ciudad. Su rostro mira hacia el Zócalo, donde se perciben muchos acontecimientos, pero, él, también mira una catástrofe que amontona escombros arrojados a sus pies, por una epidemia que pulula en la ciudad. Ese ángel desearía volar, para despertar conciencias e inconsciencias, pero su solo espíritu no puede emancipar el patrimonio esencial que está desapareciendo.

Los enclaves, los símbolos, y los baluartes de referencia cultural en los barrios y pueblos originarios, continúan siendo vulnerados por el urbanismo depredador, pues las dependencias encargadas de preservar el patrimonio, simplemente lo catalogan e inventarían para mantenerlo cautivo en una jaula de la melancolía de la mexicanidad. Tan es así, que los bienes de nuestra cultura e historia los siguen exhibiendo como un botín de la Conquista, y de la Colonia, para esos espectadores distanciados de su identidad, pues ya no se sienten parte de nuestra historia.

Siendo herederos del Pueblo del Sol, debemos cumplir la Ordenanza de Cuauhtemoctzin continuar luchando al amparo de nuestro destino”…

Para los chicanos, Aztlán está del lado izquierdo del tórax, cerquitita del corazón, casi confundiéndose con él…

Para los chilangos, que no hemos olvidado el arduo aprendizaje del respeto a todo lo que nos legaron nuestros ancestros, y que hoy exhiben en los museos, para la negación de nuestra historia matria y el olvido de nuestro nopal genealógico…

A esos, nosotros, y a cada cual su nagual, nos persigue un coyote hambriento, aullándole a esa historia oficial que se mofa de nosotros, exhibiendo el patrimonio en los museos del olvido para ilustrar el supuesto abandono de las fuerzas tutelares  y los mitos de nuestros ancestros…

El paisaje urbano deja entrever algunos vestigios de un olvido incompleto donde algunos académicos se encandilan con las ilusiones ópticas de su punto de vista, y donde somos otros quienes nos comprometemos a que no sigan esquilmando la memoria contenida en el patrimonio histórico, cultural y artístico de nuestra ciudad…

En la Ciudad de México, prevalecen en el presente, huellas históricas y patrimoniales del pasado; y las de un futuro todavía incierto. Y al confundirse el pasado con el presente y con el futuro; se deben crear nuevas atribuciones del gobierno, y mayores responsabilidades de las instituciones, y de los ciudadanos; pues una ciudad que valora, que preserva, y que difunde su patrimonio, garantiza una mejor calidad de su ciudadanía y la autenticidad de su soberanía.

El patrimonio protegido y al alcance de todos, es lo que abre las ventanas y las puertas culturales a la parte luminosa de la ciudad. Por lo tanto, vigilar, proteger y preservar el patrimonio es una responsabilidad de la sociedad en cada localidad donde lo haya.

Evitemos el cambio de forma y función del patrimonio de cada ámbito urbano. Procuremos la representatividad jurídica de la sociedad civil de cada localidad, con la de sus cronistas de barrio, colonia, y pueblo, para encarar a la burocracia de las instituciones federales y dependencias locales. Una prueba de ello, es que desde hace tres años no puede integrarse el Consejo de Salvaguarda del Patrimonio de la Ciudad de México, porque la Ley de Cultura del Distrito Federal carece de Reglamento. Éstos son algunos de los retos que tenemos que asumir, antes de que al patrimonio se lo lleve la tristeza.

Estamos frente a una lucha más contra el monopolio del poder, para hacer ver y hacer creer, para dar a conocer y hacer reconocer, el patrimonio del Distrito Federal, e imponer nuestra propia definición y legítima condición de custodios y apoderados del patrimonio de la Ciudad de México; y consecuentemente tener la osadía de forjar nuestros paradigmas propios.

Los cronistas aplicamos la ley del orden histórico y del simbolismo mestizo, por ser la que nos evita caer en las trampas de la representación dominante del patrimonio coreográfico en los llamados pueblos mágicos, que terminan convertidos en centros de negocios con franquicia transnacional.

Hasta la fecha, los beneficiarios políticos de todo esto, han sido la burocracia ideológica del INAH, y del INBA, cuya doctrina de nacionalismo cultural no ha propiciado el cabal apego y respeto del ciudadano a su patrimonio. Consecuentemente, la manipulación del espacio y el tiempo han hecho que la historia sea la novia de todas sus instituciones.

Debemos consolidar un mensaje cuyo proyecto político remueva conciencias e inconsciencias, evidenciando jurídicamente las contradicciones de las instancias oficiales, pues en la Ciudad de México, el patrimonio, nuestro patrimonio, debe de estar al servicio de la memoria histórica capitalina.

La Ciudad de México es un patrimonio común, en cuyo espacio compartido vivimos y decidimos nuestra historia. Pues el Distrito Federal no es sólo un espacio material que funge como base de toda clase de actividades, sino también un escenario cultural que suscita innumerables representaciones que impactan y repercuten en el ámbito nacional.

Debemos remover en la conciencia de la gente, el sentido de pertenencia, apego, y fidelidad a todo lo que nos da identidad. Pues los modelos y antimodelos del discurso dominante en torno al patrimonio, sacralizan funciones y jerarquías, legitiman inmuebles y excluyen espacios y usos, privilegiando únicamente edificios edificantes soslayando los lugares míticos y vernáculos que preservan la memoria colectiva.

La categoría del patrimonio la siguen estableciendo utilitariamente en relación a su uso proyectado, cuya cualidad de lugar lo convierte en botín burocrático y presupuestal. La teoría oficial del patrimonio es hacer del símbolo un objeto, manipulando el espacio y el tiempo para convertir objetos espaciales en signos simbólicos que materialicen el discurso de los eventos diseñados desde el escritorio.

El auténtico valor patrimonial contiene la capacidad de poner en comunicación espacios y tiempos diferentes, circulando el sentido histórico y trasmitiendo las significaciones de nuestra ciudad con tantos lugares comunes y espacios compartidos culturalmente en los barrios, las colonias y los pueblos.

En el ámbito de la cultura, antes el DDF, y hoy el GDF, se han valido de estructuras mediadoras que burocráticamente siguen acotando y legitimando inmuebles y sitios que sólo ellos catalogan con valor patrimonial; soslayando lo que los cronistas consideramos tradicionalmente como espacios vitales y lugares simbólicos, que definen la esencia y la validez de nuestro patrimonio primordial.

Tan cierto es mi dicho que, la desidia institucional se está convirtiendo en la cal de las paredes, y el salitre de los muros, del patrimonio que derriba el urbanismo depredador y que desmorona el viento suave, cabrón, y devastador.

Desde que indujeron el empobrecimiento cultural en la ciudad, a fin de adaptar a la población a un mercado único, regenteado por la sociedad del espectáculo “para que dejemos de ser pueblo y nos convirtamos en público consumidor de sus eventos”. La burocracia que comanda la industria cultural, ha ido disecando la esencia del patrimonio popular para hacerle perder sus energías. ¿Y si no es así, entonces porqué sí hay presupuesto para gastarse lo que quieren, contratando actuaciones que escenifican teatralmente lo que ellos consideran el imaginario colectivo?

Más allá de los estereotipos con los que se pueda definir el patrimonio tangible e intangible, los cronistas estamos custodiando y defendiendo los espacios y las actividades cuyas estructuras afectivas y simbólicas definen nuestra identidad. El patrimonio local de los barrios, las colonias y los pueblos, es todo aquello que define el origen, el aura, y la vitalidad del lugar. Y que, por acumulación cultural propia, está fuera del mercado ideológico regenteado por el INAH y por el INBA.

Lamentablemente, la salvaguarda del patrimonio no está en manos de un ejecutivo eficiente, de una legislatura representativa, ni de una vigilancia justa. Para ello, la Asamblea Legislativa del Distrito Federal, con el articulado en cuatro decretos, ha restringido jurídicamente las atribuciones y la función de los cronistas, como custodios, difusores, y defensores del patrimonio histórico y cultural de su localidad; lo cual no sucede con la jurisprudencia para los cronistas de todas las demás entidades del país.

Así cómo los cronistas nos apoyamos en la cultura local, también estamos en contra de la burocracia gerencial, por estar contaminada con modalidades corruptas, actitudes paternalistas, y estrategias corporativas plagadas de fayuca cultural. Por eso, los fundamentos del patrimonio local no se basan en una exaltación a ultranza, sino en cómo los cronistas damos legitimidad y fortalecimiento a las tradiciones, costumbres y festividades que generan la circulación de las ideas que refuerzan la pertenencia, la identidad y la cultura. Modestia aparte, los cronistas somos el único grupo especializado que cuestiona y que rebasa los límites críticos contra la opinión y el dictamen de la burocracia cultural.

En lo referente a la definición del patrimonio, la legislación oficial le ha puesto tantos barrotes, y candados, a la “jaula” de la melancolía” de los cantados y decantados tiempos en que todo era bonito. Por ello, la ciudad tiene trazadas muchas “fronteras” como límites impuestos, o autoimpuestos, para fomentar el anonimato ciudadano y dificultar la salida y el cruce de puentes al exterior. La metáfora de la “jaula”, las “fronteras”, y el “puente” entre una y otra frontera cultural, son el equivalente al Departamento de Sentimientos de Culpa que el gobierno federal abrió, luego de suscribir el Tratado de Libre Comercio.

La solidez del puente que seguimos construyendo los cronistas, con todo el andamiaje cultural que tenemos, nos hará cruzar todas las fronteras para abrir esa jaula leguleya con la que tratan de encerrar y manipular la esencia de nuestro patrimonio.

Esto es tan urgente que, en este 2010, la nueva Ley de Desarrollo Urbano “Sustentable” le otorga a la SEDUVI facultades para trastocar el patrimonio a favor del capital inmobiliario y el urbanismo depredador, con nuevas nomenclaturas y tipologías de uso del suelo. Por todo lo anterior, nuestra Asociación de Cronistas seguirá defendiendo el patrimonio esencial, contenido en todos los lugares que preservan nuestra identidad y en todas las actividades que resguardan las festividades que definen nuestra cultura.

Tangible e intangible, es patrimonio primordial cada lugar y toda representación que evoca, y que deja percibir, la resistencia de su sobrevivencia histórica, sin separar la realidad social de la cultura en la cotidianidad.

Alfonso Hernández Hernández, es: Hojalatero social y Cronista de Tepito  /  Director del Centro de Estudios Tepiteños  /  ww.barriodetepito.com.mx  /  En 2009-2010, presidente de la Asociación de Cronistas del Distrito Federal  /  Museo Archivo de la Fotografía.    Miércoles 17 de Noviembre de 2010  /  República de Guatemala 34, Centro Histórico, Delegación Cuauhtémoc

Back In Town. Mexico City Imagine & Delirium

Immag0120.jpgImmagine. Vita, viaggio e delirio da Città del Messico, la capitale in movimento, come recitano gli slogan apposti sugli emblemi e gli scudi del gran Comune messicano. Lo so, non è la prima volta che lo dico, ma la memoria, come le bugie pubbliche e private, ha le gambe corte. Da solista John dal nord commuoveva e cantava con vena pop “…imagine all the people, living life in peace”. Ecco, allora non venire qua al sud, per adesso. Qua non ci si annoia mica, al massimo si spara: quasi quasi son 30mila morti nei 4 anni di governo dell’Onorevole Presidente Fecal (abbreviazione giornalistica per “Felipe Calderon”). Qui c’è il disagio giovanile imperante, anche se poi una risata e una dose ragionata di valemadrismo, cioè “menefreghismo” in spagnolo, prevalgono e sconfiggono il male, la guerra e il tedio, tanto per chiarire. Per esempio, immagina un po’ di fotografare un pesce spacciato per fresco e immortalare i suoi occhi intrisi di rosso spento, due perle dei Caraibi che, a guardarle bene, sono una coppia di cadaveriche protuberanze, una a destra e una a sinistra, come in politica. Son simili a quelle dell’onesto e appassionato fumatore di ganja coi capillari eccitabili ma…che dire? Da un pesce non te l’aspetti. Magari fosse un po’ stonato dal fumo anche il huachinango, quella specie di dentice ritratto in esclusiva per voi lettori dall’impavida camera integrata nel mio cellulare: forse lui, pescato mesi fa, così potrebbe sorridere ancora . Invece no.

Qui, nell’ex capitale azteca Tenochtitlan, sputtanata dal conquistatore Hernàn il Cortese nell’anno di Grazia che fu il 1521, l’onnipresente e odiato Wal Mart (la catena di supermercati più mastodontica del pianeta e in assoluto l’impresa con più fatturato, sempre nello stesso pianeta) ama viziare i suoi clienti con le delizie pescherecce degli oceani Atlantico e Pacifico mentre io mi diverto a immortalarle con le foto per non cedere alla tentazione ancestrale e suicida di provarle o anche solo sniffarne l’odore acerrimo. Immag0188.jpg
Credo che potrei fare curriculum per aspirare a un posto come “fotografo del pesce”, un’antica professione che a Napoli era addirittura presente nei registri comunali, ma non chiedetemi di cosa si tratta esattamente.
Niente domande faziose, qua si crea la fuffa buona, mica le balle egiziane sulla figlia illegittima e ribelle di Mubarak. Ma torniamo al pesce. In realtà, si tratta di plasticacce puzzolenti e immangiabili che sanguinano vernice.
“…imagine there’s no countries”. Di male in peggio, spiegatelo voi agli statunitensi che hanno preso in prestito esclusivo, o meglio, hanno patentato internazionalmente, proprio come fa la nota multinazionale Monsanto coi semi e i pezzi di natura libera e selvaggia, il marchio “americano” e il nome di “America”.
Ed è stato così per troppo tempo, per giunta senza chiedere il permesso ai messicani, ai paraguaiani o agli haitiani, per esempio.
Ma sono bazzecole e vecchie storie, ora basta anche con questa. Non facciamo i banalissimi.Immag0225.jpg
Piuttosto il vero dramma della settimana è stato, senz’ombra di dubbio, “l’affaire antitetanica”, un vaccino a cui sono particolarmente affezionato perché mi ricorda l’infanzia felice. E’ come una droga, l’ho cercato, l’ho voluto e non l’ho trovato. Maledizione.
M’han sbattuto violentemente una portiera d’auto sull’indice sinistro e sul corrispondente ginocchio mentre superavo sulla destra, lentamente e imprudentemente, un taxi giallorosso fermo a un semaforo. Cado a zero all’ora per la botta, mi rialzo alla rinfusa, ricevo scuse e riverenze dai passeggeri, infami assassini di motociclisti.
Dopo ringrazio nascondendo l’ira e le parti colpite, non ho nemmeno la ragione dalla mia, ma le ferite sanguinano lo stesso, malgrado la loro superficialità, e sono comunque pezzi di carne sensibile, mica cefali morti, in fin dei conti. Il giorno seguente, per scrupolo, cerco di farmi applicare l’agognata antitetanica, prassi normale in Italia ma più unica che rara in questo bel Messico. Immag0246.jpg
La mia vecchia protezione era appena scaduta e, dunque, ho provato a scaricarne l’aggiornamento nell’ordine: in farmacia (non sanno se c’è, cos’è e perché), al pronto soccorso dell’università (chiuso per ferie), alla clinica dei vaccini di zona o “centro di salute” (chiuso per lutto), all’ospedale pubblico (chiuso per furto), all’ospedale privato, dietro offerta di un lauto compenso a tutti gli operatori disponibili e di una mazzetta golosa per i dottori di turno, ma ecco che anche quest’avamposto del liberismo sanitario non se ne vuole occupare (aperto per scherzo). Il download non è riuscito.
Lasciamo perdere, aspetteremo giorni più magici, meglio non avere urgenze da queste parti, take it easy Fabbrì.
Ripeto mentalmente uno dei miei motti arguti sine qua non (senza il quale non…): “sputa sul tuo destino finché sei ancora in tempo”. Invece sputo sulle ferite, per scaramanzia e igiene, e sulla moto per pulirne gli specchietti e l’anima. “…imagine no possessions, I wonder if u can”, e anche qui, mobbasta, zitto comunista! Cos’è sta roba del “no possessi”? Io dico, la mente segue la parola, cioè “sono immagini dell’altro mondo, quello bello, ancora senza Wal Mart”. Che poi basta una L (elle) in più e diventa “Wall Mart”, il negozio del muro, della parete, ossia: brutta faccenda.Immag0236.jpg
Questa catena di supermercati ha fagocitato le principali aziende messicane del settore come per esempio il caro e celeberrimo Superama e l’infallibile Bodega (bottega) Aurrera (risparmierà) ed è il leader indiscusso della bassa qualità e della precarietà del lavoro nel paese. Esiste anche un documentario coraggioso sulle pratiche poco piacevoli applicate tanto negli USA come nel resto del pianeta da questa multinazionale della distruzione (cioè, scusate, d i s t r i b u z i o n e: qui il documentario masterpiece non plus ultra in inglese “Wal Mart The high cost of low price” LINK).
Sono un incoerente politicante, tante parole e pochi fatti. Come mai? Perché in effetti ci devo spesso andare da Wel Mert, per la forza della fame chimica e per la chimica dell’amore di qualche cassiera, ma soprattutto perché le opzioni alternative scarseggiano, non appaiono più, non son nitide all’orizzonte, chissà, forse a causa dello smog.Immag0255.jpg
Magari dovrei usare qualche stuzzicadenti per raschiare via le scorie di demenza insediatesi durante gli anni bui nelle cavità pulsanti delle circonvoluzioni della mia materia grigia.
Sarà pure una frase barocca e inopportuna, un’intrusione splatter a sangue freddo forse, ma è solo per giustificare un fatto: che i loro ipermercati sono piazzati molto strategicamente nei gangli, come in un campo minato cittadino, stanno sulle grandi avenidas e nelle zone trafficate – è proprio il caso mio, cioè di casuccia mia – e oramai non lasciano più spazio ai negozietti, i famosi abarrotes. Questi si rifugiano nelle viette laterali e nei quartieri popolari, terribilmente fuorimano per chi vive fuorimano.
Ma è un racconto che abbiamo già sentito anche in Italia e non è colpa vostra né mia, è la vita: è il pesce marcio più grande che si mangia il pesce rosso più piccolo. Darwin la sapeva lunga, pace alle teorie sue.
Malgrado tutto, un merito va riconosciuto a questa catena schiavizzante dal nome buffo(ne).
Mi hanno fatto diventare praticamente vegetariano e ho imparato, anno dopo anno, a gestire la mia dieta in modo sano ed equilibrato, senza usare il petrOlio Quore, senza affrontare staccionate da cui cadere ridicolamente per cercare d’imitare uno stupido, uno stupido spot.
Non è un trauma personale dell’autore di questo articolo, ma è vero, tanti giovani solevano farlo negli anni ottanta per evitare le siringhe che crescevano nel fertile terriccio del parchetto di zona oppure per dimenticarsi delle catodiche avventure serali col Drive In e Striscia che, di lì a poco, avrebbero fatto le fortune del Biscione di Berlusconi. Poveri noi, e tutti gli altri filistei.Immag0250.jpg
Non volevo perdere il filo del discorso cadendo così in basso. Rewind e conclusione.
Ho cominciato a valorizzare i coloratissimi mercatini di zona, i cosidetti tianguis, che esploro senza pietà a bordo di una poderosa Suzuki carica di borse e zaini pronti per la spesa.
Son piacevoli fardelli, ansiosi di riempirsi la pancia di frutta tropicale, droghe (nel senso di spezie esotiche ed erbe psichedeliche) e verdure sconosciute come il huitlacoche, il chayote e il huazontle. Infatti il pesce e la carne, cioè i cadaverini esposti sui tristi banconi del super mercante, sono inguardabili, come risulta dalla vera foto-testimonianza apposta in apertura, ed anzi, aggiungo il sempreverde “scripta manent”.
Nessuno, tranne il Dio Web Maestro, potrà mai cancellare questa mia arringa.
Sì, ora il motto latino vale anche su internet. Ho scoperto navigando, parlando e interagendo che ad alcuni connazionali le citazioni nella lingua dei romani in genere suonano vagamente fasciste, ad altri paiono da finto erudito, ma questa volta ci stavano eccome.
In Messico fanno addirittura figo, soprattutto per chi non le capisce, però sarà la Real Academia de la Lengua Española (l’innegabile versione spagnola dell’italiota Accademia della Crusca) a dirimere ogni controversia in merito, come sempre.SantaTianguis.jpg

Las fuerzas de “paz” en Haití – Le forze di “pace” ad Haiti

Mientras en Brasil, la prensa (TV Globo) elogia al liderazgo de los cascos azules por parte de las FFAA brasileñas, los jóvenes haitianos les apedrean en las calles de Puerto Principe. Un artículo sobre el tema. www.haitiemergency.org

Comité argentino de Solidaridad con Haití

Haití: Varios centenares de jóvenes escogieron por blanco a los soldados de la ONU en el centro de Port au Prince la capital haitiana, lanzando piedras y levantando barricadas en oportunidad de una manifestación provocada por la epidemia de cólera, informó la AFP.

En el Campo de Marte, muy cerca del palacio presidencial se vivía una atmósfera de guerrilla urbana: se oían disparos de balas de fuego, aunque no se podía saber de donde procedían, mientras que los gases lacrimógenos volvían el aire irrespirable.

Neumáticos incendiados y tachos de basura bloqueaban varias esquinas de la capital donde nunca habían sido atacados los cascos azules despues del terremoto de enero.

Los jóvenes se enfrentaron a una decena de soldados de la Misión de las Naciones Unidas para la estabilización de Haití (MINUSTAH) que se encontraban a bordo de una camioneta descubierta. Uno de los soldados, de los que apuntaban a los manifestantes sin lograr reducirlos, cayó del vehículo. Allí fue atacado a pedradas hasta que logró subir de nuevo a la camioneta. “El cólera eso es lo que nos ha traído la Minustah” o ” Vayánse Minustah” gritaban en creol los manifestantes reunidos en un gran campo de refugiados del sismo que provocó más de 250 mil muertos.

“La Minustah desparrama excrementos en las calles” se podía leer en una pancarta, debido a los rumores, desmentidos por la ONU de que serían los cascos azules nepaleses los que habrían traído el cólera en la isla.

Los jóvenes que habían programado en un primer momento dirigirse a la sede de la Misión de la ONU, regresaban al centro de la capital buscando a las fuerzas del orden a las cuales apedrear.
La epidemia de cólera que acosa al país desde mediados de octubre, el más pobre del continente americano, ya ha provocado 1100 muertos y atacado a 18 mil personas. La enfermedad ha cruzado esta semana las fronteras cn un caso en la República Dominicana y otro en La Florida, al sureste de los EEUU “La manifestaciones son en contra del poder y de la Minustah que nada hace. La Minustah debería pacificar al país pero todo es peor adonde está. “La Minustah mata a los haitianos”, asegura Ladiou Novembre un profesor de enseñanza secundaria de 38 años. “Los dirigentes haitianos han olvidado a la población” agrega Novembre a diez días de las elecciones legislativas y presidenciales del 28 de noviembre. “No hay infraestructuras, no hay educación, el cólera arrasa con el pueblo y el presidente no dice una palabra”.

Fuente: Le nouvelliste   Traducción Susana Merino

Foto portada y más infos: http://haitiinformationproject.blogspot.com

 



Semana de acción por el cierre de la Escuela de las Américas – Per la chiusura della Scuola delle Americhe

LE MOBILITAZIONI IN AMERICA LATINA PER PROTESTARE CONTRO LA SCUOLA DELLE AMERICHE, UN LUOGO, UNA SCUOLA STATUNITENSE CHE HA FORMATO VIOLATORI DEI DIRITTI UMANI IN QUESTA PARTE DEL MONDO  PER ALMENO 60 ANNI.

Defensores de la paz y de los derechos humanos de los países de América Latina y el Caribe se movilizan a partir de hoy (16) y hasta el domingo (21) para realizar manifestaciones y protestas contra la Escuela de las Américas, acusada de ser un lugar de formación de violadores de derechos humanos. Surgida en la década del 40, e inicialmente situada en Panamá, América Central, hoy la escuela está ubicada en Fort Benning, en el estado de Georgia, Estados Unidos. Desde 1990, manifestantes realizan protestas frente a la actual sede de la escuela, en Fort Benning. Se estima que miles de activistas, entre estudiantes, religiosos, ciudadanas y ciudadanos comunes, ex-veteranos de guerra y otros, participen de las manifestaciones contra la llamada ‘Escuela de Asesinos’. Para Roy Bourgeois, fundador del movimiento Observatorio de la Escuela de las Américas (SOAW, por su sigla en inglés), “la lucha por cerrar la Escuela de las Américas es una tarea de todos los pueblos que aman la paz y la justicia”.

La coordinadora del movimiento SOAW para América Latina, Lisa Sullivan, citó algunos ejemplos como el golpe de Estado en Honduras, la represión en El Alto, Bolivia, y las violaciones de derechos humanos en Colombia para justificar la lucha por el cierre de la Escuela Militar. Para ella, mientras los países continúen enviando soldados a esta escuela, situaciones como éstas, que atentan contra la democracia, continuarán ocurriendo. En muchos países de la región, los activistas están movilizándose para sumar esfuerzos en esta lucha. En México, Guatemala, República Dominicana, Chile y Paraguay, por ejemplo, se están recolectando firmas para una carta que se enviará a los presidentes de América Latina y el Caribe, con el pedido de que no envíen más tropas a la Escuela Militar. En naciones como Argentina, Honduras, Nicaragua, Ecuador y otras, se están realizando foros, encuentros y talleres que abordan la cuestión.
En un mensaje de apoyo dirigido al movimiento SOAW, el Grupo Operacional de la campaña ‘No Bases’, de Argentina, declaró que “saludamos la decisión de los países de la región -Argentina, Venezuela, Bolivia y Uruguay- que han dejado de enviar soldados a la Escuela de las Américas, una institución que no ha variado su práctica ni sus objetivos aunque ahora se denomine Instituto de Cooperación y Seguridad del Hemisferio Occidental (WHINSEC) y se haya mudado de Panamá a Georgia (EEUU)”.

Pero, por otro lado, considerando que países como Colombia, Chile, Perú, Nicaragua, República Dominicana, Ecuador, Panamá, Honduras, El Salvador, Guatemala, Costa Rica, Paraguay, México, Jamaica, Bélice y Brasil todavía envían tropas a la referida escuela, los/las militantes argentinos/as se comprometen también a sumar esfuerzos “para que ningún país latinoamericano continúe enviando militares y policías a ésta u otra academia militar y policial con similares objetivos”.

El Grupo resaltó también que considera importante la reciente declaración del presidente de Bolivia, Evo Morales, que además de denunciar y rechazar el papel de la escuela, sugirió que la Unión de las Naciones Sudamericanas (Unasur) instale un Instituto de preparación para las fuerzas armadas de la región, con foco en la formación democrática y patriótica y de acuerdo con los principios de unidad de América Latina.
“La creación de un Instituto de esta naturaleza sería una verdadera alternativa a la Escuela de Asesinos cuyo cierre reclamamos y, además, se correspondería plenamente con los objetivos que llevaron a Unasur a la creación de un Consejo de Defensa Suramericano y un Centro de Estudios Estratégicos donde los países de América del Sur pueden determinar con autonomía sus propios intereses geopolíticos y sus políticas de Defensa nacional”, comentó.

LINK: LA SCUOLA DELLE AMERICHE E IL GOLPE IN HONDURAS

adital.com.brwww.aporrea.org

Más informaciones: gabi@soaw.org
Traducción: Daniel Barrantes – barrantes.daniel@gmail.com

Video prohibido por la TV colombiana – Acqua, mine e compagnie multinazionali

Compagnie minerarie, inquinamento, avvelenamenti, danni ambientali e spreco d’acqua in Colombia: minaccia per la diversità biologica in Sudamerica

Haiti: uragani, colera ed elezioni

di Fabrizio Lorusso

colera.jpgDa qualche settimana a questa parte, l’attenzione dei mass media internazionali è tornata un po’ a intermittenza a concentrarsi su Haiti, a causa dello scoppio di un’epidemia di colera nelle regioni centro settentrionali (nei pressi di Saint Marc) e dell’altissima probabilità che la piaga s’estenda massicciamente fino al cuore della capitale. A Porto Principe, infatti, 1354 campi d’accoglienza, allestiti d’urgenza con tende e teloni di plastica, ospitano in condizioni estremamente precarie e miserevoli oltre un milione e trecentomila di persone che hanno perso le loro case a causa del terremoto del 12 gennaio 2010. Fanno scalpore nei TG italiani anche le notizie delle due vittime rimaste sul campo nella città settentrionale di Cap-Haitien in seguito alle manifestazioni popolari (provocate dall’esasperazione della gente, dalle tensioni preelettorali e dalla convinzione generale che il colera sia stato reintrodotto nel paese dai caschi blu nepalesi) che sono state represse a colpi di mitra dalla Minustah, la forza “di pace” dell’ONU che svolge funzioni di polizia e militari ad Haiti. Si parla nuovamente di morti, più di 1100 in meno d’un mese per l’epidemia, dei primi contagi nella vicina Repubblica Dominicana e le ultime notizie ci riportano in quest’angolo dimenticato dei Caraibi per immortalare l’ennesima crisi umanitaria. Paradossalmente, per l’accresciuta attenzione mediatica dedicata al dramma del colera, è stata interrotta per un po’ la spirale di silenzio e indifferenza che s’era creata sulla situazione del paese caraibico, il più povero dell’emisfero occidentale che solo alcuni mesi fa è stato colpito dalla peggiore catastrofe naturale della storia moderna: un terremoto del grado 7,3 della scala Richter ha devastato la capitale, una metropoli da due milioni d’abitanti, e altri centri urbani limitrofi come Leogane e Carrefour facendo oltre 250.000 vittime e obbligando centinaia di migliaia di sfollati e senzatetto a vivere per la strada o in tendopoli “provvisorie”.

Ancora oggi le cifre relative alle dimensioni del disastro variano a seconda della fonte scelta (governativa, mass media nazionali o esteri, ONG, governi stranieri, organismi multilaterali, ecc…) e cambiano di mese in mese, ma resta comunque la realtà di una tragedia senza precedenti in termini assoluti. Anche se utilizziamo delle stime prudenti, il numero dei decessi rappresenta una cifra enorme che, in termini percentuali, si colloca tra il 10% e il 15% della popolazione dell’area di Porto Principe e del suo hinterland.
Alla tragedia umanitaria del sisma si sono aggiunti i disagi causati dalla stagione delle piogge che è iniziata il maggio scorso e che nei mesi di ottobre e novembre raggiunge il suo momento di massima pericolosità: sebbene sia rientrato l’allarme per l’uragano Tomas, che un paio di settimane fa ha fatto comunque ventuno vittime, trentasei feriti e seimila danneggiamenti di case, resta altissimo il rischio per la popolazione delle tendopoli e per i meno fortunati che s’arrangiano dormendo in strada.
All’incombente minaccia metereologica si aggiunge anche l’emergenza battereologica con il propagarsi del colera che ha già provocato 1110 morti fino ad oggi nel nord e nel centro del paese, soprattutto nei pressi di Saint Marc; c’è stato anche il ricovero in ospedale di oltre 18mila persone affette da questa patologia. Purtroppo il bilancio delle vittime viene aggiornato quotidianamente ed è destinato a crescere dato che i problemi che più di tutti favoriscono il propagarsi delle malattie come quello dell’acqua potabile, una delle peggiori al mondo già prima del terremoto, e quello delle condizioni igieniche in cui versa gran parte della popolazione, esposta quotidianamente alle intemperie e costretta a vivere nel fango o sui marciapiedi, non sono ancora stati affrontati adeguatamente, malgrado il flusso di aiuti internazionali.
Si segnalano anche tra i trenta e i quaranta morti per l’epidemia nel quartiere slum di Cité Soleil a Porto Principe, il che significa che il colera si sta lentamente diffondendo nella capitale. Lo straripamento dei fiumi e dei canali risulta essere un pericoloso e ulteriore veicolo per le malattie proprio ora che la stagione delle piogge sta raggiungendo il suo punto critico.

Il clima politico ad Haiti risulta sempre più teso, come conseguenza delle elezioni parlamentari e presidenziali, previste per il 28 novembre, in cui quattro milioni e mezzo di elettori sono chiamati a rinnovare le camere, scegliendo i novantanove deputati e gli undici senatori che le compongono, e a scegliere il successore dell’attuale mandatario Renè Preval, in carica dal 14 aprile 2006. I partiti politici registrati per la tornata elettorale sono sessantotto e i candidati sono diciannove in totale, ma i quattro favoriti per la presidenza secondo diversi sondaggi sulle intenzioni di voto sarebbero (in ordine decrescente di preferenze): la costituzionalista Mirlande Manigat (RDNP – Riunione dei Democratici Nazionali Progressisti) con circa il 17%, l’ingegnere Jude Célestin (INITE – Unità), il candidato “del potere” sostenuto da Renè Preval, con il 13%; l’industriale Charles Henri Baker (Respect/Rispetto) con il 12,5% e al quarto posto il cantante Michel Martelly (Repons Peyizan/Risposta Cittadina), vicino al rapper statunitense Wyclef Jean, escluso dalla competizione l’agosto scorso.
Incertezza e frammentazione si uniscono alla poca chiarezza circa le proposte e le differenze reali tra i vari contendenti che non sembrano voler prendere minimamente le distanze dalle politiche di abbandono dello stato sociale e di apertura completa al capitale straniero emanate dal governo uscente. L’unico candidato che sembra distinguersi dagli altri e distanziarsi dall’establishment politico ed economico attuale sembra essere la favorita Manigat che ha alle spalle un’importante carriera accademica e politica in ambito nazionale e internazionale.

Come segnalano le Nazioni Unite nei loro rapporti e comunicati dell’agosto scorso riguardanti il mantenimento dell’ordine pubblico, che è poi uno dei compiti affidati ai caschi blu della MINUSTAH (Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti) in base alla risoluzione ONU 1542 del 30 aprile 2004, l’intensificarsi della violenza e degli scontri, prima e dopo le elezioni politiche, è una possibilità concreta in un contesto socio-economico drammatico e potenzialmente esplosivo.
Altri problemi gravi riguardanti il processo elettorale sono senza dubbio la probabile scarsa affluenza alle urne, aggravata dalle disperate condizioni di vita della gente dopo il terremoto, e la difficoltà di reperire personale qualificato per gli scrutini.
gaelle.JPGAl riguardo si sottolineano i pericoli per il processo elettorale e per la stabilità generale del paese rappresentati dalla crescente diffusione di armi nella popolazione, dalla ricostituzione di gruppi dediti al traffico di stupefacenti e al sequestro e dalla eventuale connivenza di questi con le forze politiche in cerca di finanziamenti. Inoltre i movimenti sociali legati al partito Fanmi Lavalas e i gruppi di cittadini fedeli al suo fondatore, l’ex presidente Jean-Bertande Aristide, esiliato nella Repubblica Sudafricana in seguito al colpo di Stato contro di lui del 29 febbraio 2004, sostengono che, ancora una volta, viene negato il diritto degli haitiani a decidere autonomamente il proprio destino.
Infatti, mentre tra agosto e settembre i mass media globali si occupavano ampiamente del caso del popolare rapper statunitense Wyclef Jean, escluso dalla rosa dei possibili candidati alla presidenza per problemi legati al requisito che impone almeno cinque anni di residenza ad Haiti, il partito politico che ha ottenuto i maggiori consensi elettorali negli anni novanta e nel 2000, per l’appunto il Fanmi Lavalas, veniva estromesso dalla partecipazione alle prossime elezioni così com’era accaduto anche in quelle del 2006.
In effetti lo Stato haitiano non ha mai goduto di una reputazione d’imparzialità mentre lo scambio di favori, il clientelismo e le logiche patrimoniali sono stati i meccanismi privilegiati che hanno regolato il funzionamento complessivo dell’apparato politico: le percezioni sulle condizioni della competizione elettorale e il funzionamento dello stato di diritto sono ben esemplificate dai dati forniti da Transparency International sulla corruzione nel mondo che collocano Haiti agli ultimi posti (146esima nel 2010) con un punteggio di 1.4, 2.8 e 2.2 su 10 rispettivamente nel 2008, 2009 e 2010.

Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le manifestazioni popolari degli sfollati che protestano per l’insufficienza degli aiuti umanitari e la mancanza quasi assoluta di degne opportunità di lavoro data la stagnazione dell’attività economica, soprattutto nelle città, e la scarsa efficienza nell’utilizzo dei 10.194 milioni di dollari stanziati, ma non ancora totalmente versati e impiegati, dalla comunità internazionale. Si annuncia una vera e propria guerra tra i paesi donatori, specialmente gli Stati Uniti, il Canada e la Francia (potenze storicamente coinvolte nella regione caraibica e in particolare ad Haiti), e le relative imprese multinazionali per accaparrarsi le ricche prebende degli appalti pubblici per la ricostruzione del paese e utilizzare, quando sarà arrivato il momento, l’enorme bacino di manodopera a basso costo reclutabile tra le file dei disoccupati e dei disperati dei campi d’accoglienza.

Sotto accusa è finito l’ente che gestisce la maggior parte dei fondi donati dalla comunità internazionale, la Commissione ad Interim per la Ricostruzione di Haiti (CIRH) presieduta dall’ex presidente USA Bill Clinton e dal Primo ministro haitiano Jean-Max Bellerive, cui vengono imputati i ritardi e le colpe per l’inadempimento delle promesse fatte in primavera. La CIRH è stata creata da un decreto presidenziale dello scorso 21 aprile con la missione di organizzare rapidamente la pianificazione, il coordinamento e la messa in atto dei progetti di sviluppo finanziati da enti nazionali e stranieri, pubblici, privati e non governativi, in seguito al terremoto del 12 gennaio 2010. La composizione del suo consiglio d’amministrazione è mista, nel senso che vi siedono sia consiglieri haitiani (14 con diritto di voto) che stranieri (13, incluso l’ex presidente Clinton) (http://www.cirh.ht/). I singoli paesi donatori che più hanno contribuito con capitoli di spesa solo in parte sborsati sono nell’ordine il Venezuela, gli Stati Uniti, la Spagna, il Canada, la Francia e il Brasile, quasi a riflettere gli interessi geopolitici in gioco nella regione dei Caraibi e, più in generale, in America Latina.

Se da una parte non stupisce la forte presenza delle attuali e storiche potenze coloniali o economiche dell’area, come gli USA, il Canada, la Spagna e la Francia, dall’altra sembrano avanzare anche le potenze emergenti come il Venezuela e il Brasile, che è a capo della missione ONU, la MINUSTAH. Ricordiamo pure che il Venezuela partecipa da un decennio a un gran numero di progetti di cooperazione e, insieme a Cuba, è stato il più generoso nell’invio di medici ed elementi della protezione civile un giorno dopo il terremoto, ma è anche il primo paese creditore (il secondo è Taiwan) di Haiti cui fornisce petrolio e gas nel quadro dell’accordo Petrocaribe (il debito di Haiti con Petrocaribe è stato condonato mentre rimane quello con il Venezuela).

In più occasioni la società civile tramite la stampa, le manifestazioni pacifiche e le petizioni ai parlamentari in carica ha denunciato il mancato rispetto del diritto costituzionale alla casa e la mancanza di trasparenza della Commissione per la Ricostruzione le cui riunioni e processi decisionali sono strutturalmente inaccessibili ai più, mass media compresi. I beneficiari teorici dei fondi stanziati dalla CIRH per una buona parte dei 49 progetti approvati finora le contestano ritardi e inadempienze gravi nelle erogazioni dei finanziamenti che bloccano la loro realizzazione (http://www.haitianalysis.com/2010/10/18/donor-money-still-bypassing-haiti-s-homeless-and-jobless). mappa.JPGUn altro punto critico nei rapporti tra la comunità internazionale, lo stato haitiano e la società civile è rappresentato senza dubbio dalle strutture parallele create negli anni dalle circa diecimila organizzazioni governative e non presenti sul territorio nazionale.

Queste hanno conformato una specie di “Repubblica delle ONG” visto che, da una parte, hanno provvidenzialmente supplito alla mancanza di una serie di apparati statali, gestiti da quasi vent’anni secondo i principi più ortodossi dello stato minimo e del Consenso di Washington, in praticamente tutti i settori del welfare, soprattutto istruzione, sicurezza e salute, mentre poi, dall’altra, hanno generato una spirale d’inerzia, paternalismo e irresponsabilità che alla lunga è risultata deleteria per per la società e i governanti haitiani, ormai abituati a dipendere dall’esterno per la risoluzione di qualunque problema. In questo senso la perdita di sovranità politica, militare ed economica così come la scarsa presenza istituzionale sul territorio sono fattori innegabili per spiegare le relazioni esterne e persino l’evoluzione storica complessiva del paese al quale, in base anche a questi elementi, viene applicata la categoria politologica di “stato fallito”. L’esame di coscienza su cause e motivi del fallimento dovrebbe, però, partire da questioni “esterne” e analisi dell’elite nazionale di Haiti che con il grosso del popolo haitiano c’entrano davvero poco (link REPORTAGE “Le guerre dimenticate di Haiti”).

Ad ogni modo le voci più veementi della protesta si levano, paradossalmente, proprio dalla tendopoli più grande, organizzata e visitata dai mass media che si trova attualmente sotto la “protezione” e il patrocinio dell’attore Sean Penn, dell’esercito americano e dell’Ong statunitense Catholic Relief Service. Malgrado questi fattori di “relativo sollievo”, le condizioni di vita nel campo sono pessime sotto tutti i punti di vista: igiene, sicurezza per donne e bambini, micro criminalità, disponibilità d’acqua potabile, tende, strutture mediche e scolastiche, sistema fognario e di drenaggio dell’acqua piovana, salubrità per la conservazione e preparazione di cibi e bevande.
Il tifo, il colera, la diarrea, la salmonella e tutte le patologie legate al consumo di acqua e alimenti contaminati costituiscono pericoli latenti ma sempre pronti ad esplodere in ambienti di questo tipo: le malattie e le epidemie sono sempre state all’ordine del giorno ad Haiti ma l’attenzione su di esse si spegne e s’accende ciclicamente. (LINK video e LINK foto) Questa tendopoli costituisce un’enclave nell’ex quartiere esclusivo Petion-Ville, ridotto in macerie dopo il terremoto, che ospita sessantamila persone stipate in un ex campo da golf, costruito dai marines per lo svago dell’elite capitolina durante la prima occupazione americana di Haiti nel ventennio 1915-1934.

NOTA FINALE e IMPORTANTE
Stiamo promuovendo, insieme all’associazione haitiana di avvocati per i diritti umani AUMOHD e alla SCUOLA di PACE di Roma, varie iniziative umanitarie in favore della popolazione di Haiti e quindi vi chiediamo di dare un’occhiata a questo sito e donare qualunque cifra riteniate opportuna. Basta poco per poter comprare delle cisterne d’acqua potabile o delle medicine per allestire piccole cliniche di quartiere. Grazie per l’attenzione.
HAITI EMERGENCY EMERGENZA HAITI

da www.carmillaonline.com e LamericaLatina.Net