Archivi del mese: marzo 2011

Poesie di Mario Benedetti X – Táctica y estrategia / Tattica e strategia

Tattica e strategia

La mia tattica è
guardarti
imparare come sei
amarti come sei

la mia tattica è
parlarti
e ascoltarti
costruire con le parole
un ponte indistruttibile

la mia tattica è rimanere
nel tuo ricordo
non so come né so
con quale pretesto
ma rimanere in te

la mia tattica è
essere franco
e sapere che sei franca
e che non ci vendiamo
simulacri
affinché tra noi due
non vi sia un sipario
né abissi

la mia strategia è
invece
più profonda e più
semplice

la mia strategia è
che un giorno qualsiasi
non so come né so
con quale pretesto
alla fine tu abbia bisogno di me

Táctica y estrategia

Mi táctica es
mirarte
aprender como sos
quererte como sos
.
mi táctica es
hablarte
y escucharte
construir con palabras
un puente indestructible
.
mi táctica es
quedarme en tu recuerdo
no sé cómo ni sé
con qué pretexto
pero quedarme en vos
.
mi táctica es
ser franco
y saber que sos franca
y que no nos vendamos
simulacros
para que entre los dos
.
no haya telón
ni abismos
.
mi estrategia es
en cambio
más profunda y más
simple
mi estrategia es
que un día cualquiera
no sé cómo ni sé
con qué pretexto
por fin me necesites

 

Traduzione all’italiano di Fabrizio Lorusso

ALLENDE e CONTRAOFENSIVA

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NO TE SALVES     ME SIRVE Y NO ME SIRVE

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HAGAMOS UN TRATO / FACCIAMO UN PATTO

HOMBRE QUE MIRA AL CIELO / UOMO CHE GUARDA AL CIELO

HOMBRE QUE MIRA A TRAVES DE LA NIEBLA / UOMO CHE GUARDA ATTRAVERSO LA NEBBIA

LA CULPA ES DE UNO / LA COLPA E’ DI UNO

ES TAN POCO / E’ COSI’ POCO

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Poesie di Mario Benedetti IX – Es tan poco / E’ così poco

E’ così poco

Ciò che conosci
è così poco
ciò che conosci
di me
ciò che conosci
sono le mie nuvole
sono i miei silenzi
sono i miei gesti
ciò che conosci
è la tristezza
di casa mia vista da fuori
sono le persiane della mia tristezza
il campanello della mia tristezza

Però non sai
niente
al massimo
pensi a volte
che è così poco
ciò che conosco
di te
ciò che conosco
cioè le tue nuvole
o i tuoi silenzi
o i tuoi gesti
ciò che conosco
è la tristezza
di casa tua vista da fuori
sono le persiane della tua tristezza
il campanello della tua tristezza.

Però non chiami.
Però non chiamo.

Es tan poco

Lo que conoces
es tan poco
lo que conoces
de mí
lo que conoces
son mis nubes
son mis silencios
son mis gestos
lo que conoces
es la tristeza
de mi casa vista de afuera
son los postigos de mi tristeza
el llamador de mi tristeza.

Pero no sabes
nada
a lo sumo
piensas a veces
que es tan poco
lo que conozco
de ti
lo que conozco
o sea tus nubes
o tus silencios
o tus gestos
lo que conozco
es la tristeza
de tu casa vista de afuera
son los postigos de tu tristeza
el llamador de tu tristeza.

Pero no llamas.
Pero no llamo.

 

Traduzione all’italiano di Fabrizio Lorusso

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Poesie di Mario Benedetti VIII – La culpa es de uno / La colpa è di uno

La colpa è di uno

Forse è stata un’ecatombe di speranze
un crollo in qualche modo previsto
ah, però la mia tristezza ha avuto solo un senso

tutte le mie intuizioni si sono affacciate
per vedermi soffrire
e di sicuro m’hanno visto

fin qui avevo fatto e rifatto
i miei tragitti con te
fin qui avevo puntato
a inventare la verità
però tu hai trovato la maniera
una maniera così tenera
e insieme implacabile
di dare per spacciato il mio amore

con un solo auspicio l’hai tolto
dai sobborghi della tua vita possibile
l’hai avvolto in nostalgie
l’hai portato per strade e strade
e lentamente

senza che l’aria notturna lo avvertisse
semplicemente l’hai lasciato lì
da solo con la sua fortuna
che non è molta

credo che tu abbia ragione
la colpa è di uno quando non fa innamorare
e non dei pretesti
né del tempo

è da tanto tantissimo
che non mi confrontavo
come stanotte con lo specchio
ed è stato implacabile come te
ma non è stato tenero

ora sono solo
francamente solo

si fa sempre un po’ di fatica
a iniziare a sentirsi disgraziato

prima di tornare
ai miei lugubri quartieri d’inverno

con gli occhi ben asciutti
casomai

guardo come vai addentrandoti nella nebbia
e comincio a ricordarti.


La culpa es de uno

Quizá fue una hecatombe de esperanzas
un derrumbe de algún modo previsto
ah pero mi tristeza solo tuvo un sentido

todas mis intuiciones se asomaron
para verme sufrir
y por cierto me vieron

hasta aquí había hecho y rehecho
mis trayectos contigo
hasta aquí había apostado
a inventar la verdad
pero vos encontraste la manera
una manera tierna
y a la vez implacable
de desahuciar mi amor

con un solo pronostico lo quitaste
de los suburbios de tu vida posible
lo envolviste en nostalgias
lo cargaste por cuadras y cuadras
y despacito
sin que el aire nocturno lo advirtiera
ahí nomás lo dejaste
a solas con su suerte que no es mucha

creo que tenés razón
la culpa es de uno cuando no enamora
y no de los pretextos ni del tiempo

hace mucho muchísimo
que yo no me enfrentaba
como anoche al espejo
y fue implacable como vos
mas no fue tierno

ahora estoy solo
francamente solo
siempre cuesta un poquito
empezar a sentirse desgraciado

antes de regresar
a mis lóbregos cuarteles de invierno

con los ojos bien secos
por si acaso

miro como te vas adentrando en la niebla
y empiezo a recordarte.

 

Traduzione all’italiano di Fabrizio Lorusso

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Squadrismo a Viterbo

camicie_nere

Diffondo la lettera di denuncia dell’Anpi (Ass. Naz. Partigiani d’Italia) riguardante l’assalto di stampo neofascista avvenuto il 25 marzo a Viterbo in cui dei “militanti di estrema destra, quasi tutti con le teste rasate e a volto scoperto, hanno compiuto un raid nell’ex cinema di via Macel Mattesco, in pieno centro storico, mentre era in corso un convegno organizzato da Rifondazione Comunista, Arci, Anpi e dall’associazione Fata Morgana sulle Foibe” (Nota completa QUI). Gli organizzatori dell’incontro, interrotto dall’azione squadrista rivendicata da CasaPound, hanno ricevuto la solidarietà, tra gli altri, del Sindaco Giulio Marini, di Sinistra Ecologia e Libertà, del consigliere regionale Pd, Giuseppe Parroncini e Miranda Perinelli, Segretario Generale Cgil Viterbo (Vedi Link). La rivendicazione: “Per quanto mi riguarda ci dovrebbero ringraziare per aver portato un po’ di gioventù in quella sala piena di vecchi parrucconi antifascisti – riferisce Alessandro Mereu di CasaPound – Che noia sarebbe stata se non avessimo portato un po’ di vento a sbattere le porte in quel simulacro ammuffito?!” (LINK)


La Lettera:

Ieri pomeriggio presso la sala Gatti a Viterbo, mentre era in corso una mostra nell’ambito di una serie di iniziative sulle foibe e sul confine orientale, organizzate dall’ANPI di Viterbo, ARCI, Ass.ne Fata Morgana e PRC, un gruppo di 30-40 persone hanno fatto irruzione nella sala rovesciando un banco con di libri, lanciando contro i visitatori volantini recanti slogan fascisti  ed insultando i presenti che rimanevano impassibili; dopo aver occupato l’aula per alcuni minuti gridando insulti e minacce,sono scappati:  tutto in pieno stile da ventennio fascista.

Da anni in Italia è in corso un’azione di rovescismo storico che pretenderebbe di mettere sullo stesso piano chi dopo l’8 settembre del 1943, si sacrificò combattendo il nazifascismo e chi, invece, morì combattendo dalla parte sbagliata e cioè al fianco dei nazisti; da anni anche a Viterbo si sono moltiplicate le azioni di uso politico dei morti in guerra, tentando a mani basse, e solo sulla base di indizi senza attente ricerche, di trasformare in martiri infoibati dai comunisti i soldati italiani morti sul fronte orientale, trasformando così dei caduti in guerra in eroi.

Queste azioni di chi non sopporta ed è incapace di confrontarsi civilmente, il risentimento di chi avrebbe preferito che gli italiani fossero stati fascisti fino in fondo, l’odio verso i partigiani ed i loro sostenitori, sono lo sbocco logico di una crisi di valori che da anni attraversa la società civile ed il mondo politico. Condannando questo grave atto intimidatorio, noi dell’ANPI facciamo appello a tutte le forze politiche ed a chiunque riconosca la Costituzione Repubblicana, perché si schieri con l’antifascismo, e non solo contro la violenza, togliendo così ogni legittimazione a questa gentaglia.

Chiediamo inoltre che i tutti Viterbesi sostengano e difendano le associazioni antifasciste da questi attacchi che fanno offesa ai martiri viterbesi antifascisti ed alla città di Viterbo intera; confidiamo infine che le forze dell’ordine facciano una vigilanza continua, e non intermittente, durante le tutte iniziative antifasciste che sono in programmazione. E’ solo grazie al sacrificio dei Partigiani antifascisti se  l’Italia è stata rispettata dagli Alleati, che si dica forte.

Per il Comitato provinciale Anpi Viterbo Giuliano Calisti

Poesie di Mario Benedetti VII – Hombre que mira a través de la niebla / Uomo che guarda attraverso la nebbia

Uomo che guarda attraverso la nebbia
Mi costa fatica come non mai
nominare gli alberi e le finestre
e anche il futuro e il dolore
il campanile è invisibile e muto
ma se si pronunciasse
i suoi rintocchi
sarebbero di un fantasma malinconico

l’angolo perde il suo spigolo affilato
nessuno direbbe che esiste la crudeltà

il sangue martire è appena
una pallida macchia di rancore

come cambiano le cose
nella nebbia

i voraci non sono altro
che poveri sicuri di se stessi
i sadici son colmi d’ironia
i superbi sono prue
di qualche collera altrui
gli umili invece non si vedono

ma io so chi è chi
dietro a quel telone d’incertezza
so dov’è l’abisso
so dove non c’è dio
so dov’è la morte
so dove non ci sei tu

la nebbia non è oblio
ma dilazione anticipata

speriamo che l’attesa
non logori i miei sogni
speriamo che la nebbia
non arrivi ai miei polmoni
e che tu ragazzina
emerga da essa
come un bel ricordo
che diventa un viso

e io sappia infine
che lascerai per sempre
la densità di quest’aria maledetta
quando i tuoi occhi troveranno e festeggeranno
il mio benvenuto che non fa pause

Hombre que mira a través de la niebla
Me cuesta como nunca
nombrar los árboles y las ventanas
y también el futuro y el dolor
el campanario está invisible y mudo
pero si se expresara
sus tañidos
serían de un fantasma melancólico

la esquina pierde su ángulo filoso
nadie diría que la crueldad existe

la sangre mártir es apenas
una pálida mancha de rencor

cómo cambian las cosas
en la niebla

los voraces no son
más que pobres seguros de sí mismos
los sádicos son colmos de ironía
los soberbios son proas
de algún coraje ajeno
los humildes en cambio no se ven

pero yo sé quién es quién
detrás de ese telón de incertidumbre
sé dónde está el abismo
sé dónde no está dios
sé dónde está la muerte
sé dónde no estás tú

la niebla no es olvido
sino postergación anticipada

ojalá que la espera
no desgaste mis sueños
ojalá que la niebla
no llegue a mis pulmones
y que vos muchachita
emerjas de ella
como un lindo recuerdo
que se convierte en rostro

y yo sepa por fin
que dejas para siempre
la espesura de ese aire maldito
cuando tus ojos encuentren y celebren
mi bienvenida que no tiene pausas

 

Traduzione all’italiano di Fabrizio Lorusso

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Poesie di Mario Benedetti VI – Hombre que mira al cielo / Uomo che guarda al cielo

Uomo che guarda al cielo

Mentre passa la stella cadente
raccolgo in questo desiderio istantaneo
cumuli di desideri profondi e prioritari
per esempio che il dolore non mi spenga la rabbia,
che l’allegria non smonti l’amore mio,
che gli assassini del popolo trangugino
i loro molari canini e incisivi
e si mordano giudiziosamente il fegato
che le sbarre delle celle
diventino di zucchero o si pieghino di pietà,
e i miei fratelli possano fare di nuovo
l’amore e la rivoluzione
che quando affronteremo l’implacabile specchio
non malediciamo né ci malediciamo
che i giusti vadano avanti,
anche se sono imperfetti e feriti
che vadano avanti caparbi come castori,
solidali come api, agguerriti come giaguari
e impugnino tutti i loro no
per insediare la grande affermazione
che la morte perda la sua schifosa puntualità
che quando il cuore uscirà dal petto
possa trovare la via del ritorno
che la morte perda la sua schifosa
e brutale puntualità,
ma se arriva puntuale, che non ci colga
morti di vergogna
che l’aria torni ad essere respirabile e di tutti
e che tu ragazzina
resti allegra e addolorata,
mettendo nei tuoi occhi l’anima
e inoltre la tua mano nella mia mano,

e nient’altro
perché ormai il cielo è di nuovo torvo
e senza stelle
con elicottero e senza dio.

Hombre que mira al cielo

Mientras pasa la estrella fugaz
acopio este deseo instantáneo
montones de deseos hondos y prioritarios
por ejemplo que el dolor no me apague la rabia
que la alegría no desarme mi amor
que los asesinos del pueblo se traguen
sus molares caninos e incisivos
y se muerdan juiciosamente el hígado
que los barrotes de las celdas
se vuelvan de azúcar o se curven de piedad
y mis hermanos puedan hacer de nuevo
el amor y la revolución
que cuando enfrentemos el implacable espejo
no maldigamos ni nos maldigamos
que los justos avancen
aunque estén imperfectos y heridos
que avancen porfiados como castores
solidarios como abejas
aguerridos como jaguares
y empuñen todos sus noes
para instalar la gran afirmación
que la muerte pierda su asquerosa puntualidad
que cuando el corazón se salga del pecho
pueda encontrar el camino de regreso
que la muerte pierda su asquerosa
y brutal puntualidad
pero si llega puntual no nos agarre
muertos de vergüenza
que el aire vuelva a ser respirable y de todos
y que vos muchachita sigas alegre y dolorida
poniendo en tus ojos el alma
y tu mano en mi mano

y nada más
porque el cielo ya está de nuevo torvo
y sin estrellas
con helicóptero y sin dios

 

Traduzione all’italiano di Fabrizio Lorusso

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Differenziata alla messicana

Propongo un post celebrativo e speranzoso dato che da qualche settimana la gran Città del Messico s’è rimessa in moto per provare a fare la differenziata seriamente. 25 milioni di abitanti e almeno 100 milioni di sacchetti d’immondizia inondano la capitale messicana ogni giorno, senza tregua e con ferocia. Da sempre il compito annoso di raccogliere e separare i rifiuti è stato svolto extra – ufficialmente dai pepenadores, un esercito di instancabili operai della monnezza, smistatori professionali di rifiuti e rigattieri metropolitani. In alcuni casi fanno delle discariche la loro casa e vi costruiscono villaggi malsani, nicchie di povertà ignorate dal mondo, che sono al limite dell’immaginazione e delle possibilità di sopravvivenza tra le montagne di spazzatura, la basura in spagnolo, delle discariche.

Quattro o cinque anni fa partì la raccolta differenziata a Città del Messico e si trattava solamente di dividere i rifiuti organici da quelli inorganici. I più zelanti da subito si munirono di due cestini diversi anche se poi la delusione era tanta quando si constatava che poi nei camion la spazzatura veniva rimischiata senza pudore. Ti dicevano che in discarica l’avrebbero ridivisa per bene, no problem. Ma il dubbio restava.

La città è immensa, lunga più di 50 chilometri, e vi convivono quartieri profondamente diversi tra loro, economicamente e socialmente. Per cui si va a macchie, a poco a poco. Alcune zone non hanno acqua, luce e altri servizi di base mentre altre godono di meravigliose biciclette a noleggio, 3 linee di metro, il bus ecologico, le notti illuminate a giorno in cui si dormono sonni (più o meno) tranquilli. Alcune collinette idilliache son popolate da milionarie famiglie rinchiuse in strani villoni simili a dei bunker antiatomici dalle pareti insormontabili.

La maggior parte dei chilangos (abitanti della capitale) vive, invece, in casette a schiera, villette discrete (senza muraglie cinesi intorno) e poi condomini-città da 50 edifici ciascuno, nel migliore dei casi, o in precarie casette di mattoni, rifugi col tetto di lamina e, infine, per strada e nelle discariche a mano a mano che “si scende” di livello socioeconomico.

Da qualche settimana, pena una multa salata per i condomini, dobbiamo fare la differenza separando la spazzatura in tante categorie associate ad altrettanti colori. Abbondano i volantini informativi che sono delle piccole enciclopedie con liste di oggetti emblematici da separare a titolo d’esempio.

Nei cortili si stanno piazzando dei pittoreschi bidoni con tutti i colori dell’arcobaleno per ogni tipo di materiale: vetro, carta, tetra pak, sanitari, plastica, organici, metalli, vari ed eventuali. Le pile si gettano a parte negli speciali contenitori per le strade. Se prima i bidoni erano due, ora son quasi una decina. Io ne ho approntati alcuni sul balconcino di casa con dei secchielli splendenti che potete ammirare in foto.

In vista del referendum sul nucleare ho deciso di dedicare un bidoncino ai rifiuti tossici, specialmente all’uranio e alle scorie radioattive con la speranza che resti solo una raccolta immaginaria e casalinga.

 

 

L’Italia ripudia la guerra come strumento…

Costituzione italiana. Articolo 11. L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;

consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni;
promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Dopo alcune giornate passate a leggere e sentire le incalzanti e preoccupanti notizie dall’Italia, dall’Europa e dalla Libia mi son riempito la testa di domande più che di risposte, di dubbi più che di certezze. Credo sia valido condividerle.
In base a quale interpretazione dell’Articolo 11 stiamo partecipando alle operazioni in Libia? Imporre una no fly zone con i bombardamenti è un atto di guerra? Credo di sì. Il diritto internazionale viene spesso recepito al pari o al di sopra della Carta costituzionale, ma è possibile farlo anche in questo caso in base a una risoluzione dell’Onu e a una riunione lampo di “volenterosi”? Non so se inglesi, francesi e americani (i primi a lanciare missili due giorni fa) possano dirsi “paesi di buona volontà”, sempre motivati da preoccupazioni umanitarie. S’è parlato di scelta inevitabile, ma continuo a dubitarne.

Non saremmo dovuti intervenire anche in Cecenia, in Tibet, in Honduras o nel Darfur? Quante crisi, guerre civili e abusi vengono commessi ogni giorno in decine di paesi? Dove siamo noi in quei casi? Di certo non entriamo in quei paesi militarmente e, purtroppo, spesso nemmeno con la sufficiente prontezza e sensibilità diplomatica. Spesso li ignoriamo. Cosa dovremmo fare in questo caso?

La Libia è vicina, ok. Siamo il suo primo partner commerciale, ok. I ribelli chiedono aiuto e sono vessati da un dittatore che ha reagito con una gravissima escalation di violenza e repressione, ok. Nessuno lo nega. Sappiamo, però, che la Libia, per qualche strano motivo, è un po’ più speciale. Ha il petrolio e tanti investimenti in gioco. Non erano amici nostri? Quanti raìs e violazioni è lecito tollerare pur di conquistare mercati e fonti d’energia? La retorica dei diritti umani applicata col contagocce, selettivamente, fa acqua da tutte le parti ormai. Business first, il governo lo sa bene e adesso, in pochi giorni, ha cambiato discorso in modo imbarazzante.

Abbiamo paura delle probabili ondate migratorie, pensa un po’. Non ci sono altri “mezzi di risoluzione della controversia” come suggerisce la Costituzione? Ci dicono di no, le bombe sono  i n e v i t a b i l i, Gheddafi è un pazzo che minaccia gli alleati della Nato e una parte della sua stessa popolazione, va eliminato. Non è una scoperta del marzo 2011. E quindi? Baciamo le mani. Ma come? E’ stata una guasconata. Si chiama invece geopolitica, dura e pura, ma giocata male.

Rispetterà l’esercito libico il cessate il fuoco dichiarato stanotte? Forse ci si attende un’altra violazione per poter dare la sferzata finale, le mani prudono e la partita potrebbe chiudersi troppo presto senza che vi sia stata la possibilità di dimostrare “quanto contiamo”. Ma chissà, forse son solo dietrologie, in effetti. Esiste anche la causa dei ribelli, l’idea di un risveglio dei popoli arabi che proietta mondialmente un’immagine rinnovata delle nuove generazioni, in lotta per i diritti fondamentali e la democrazia. E’ ancora presto per giudicarli. Il dubbio è su come sia meglio intervenire e accogliere questi cambiamenti e la Costituzione ci indica una strada. Giuseppe Genna su Carmilla riporta due dichiarazioni di Bossi e Di Pietro che vorrei riprendere e con cui concludo.

 

Reportage sulla repressione in Honduras

Por Dick y Mirian Emanuelsson

VIDEOREPORTAGE della repressione (6,30 min.): vimeo.com/​21181376

17 marzo 2011. 50 feriti e arresti nella capitale Tegucigalpa e a Comayagua, Honduras. Una protesta pacifica di migliaia di persone che continua da vari giorni s’è trasformata giovedì scorso in un inferno di lacrimogeni come risposta del regime del presidente dell’Honduras Porfirio Lobo, eletto polemicamente dopo un colpo di Stato contro il suo predecessore Manuel Zelaya che è stato deportato con la forza dal paese il 28 giugno 2009. La manifestazione è stata convocata dagli insegnanti in lotta contro la vessatoria riforma del sistema pensionistico (innalzamento dell’età pensionabile a 70 anni con una speranza di vita media generale di 69,37 anni, molto inferiore, però, nelle fasce più povere della popolazione) e contro il saccheggio perpetrato dal regime golpista transitorio di Roberto Micheletti nel 2009 ai danni dell’istituto di previdenza sociale (denunciano la scomparsa di oltre 250 milioni di dollari Usa). L’Instituto de Previsión del Magisterio (Inprema) è in bancarotta e non potrà garantire le future pensioni quindi s’è pensato bene di mettere mano al sistema facendo pagare la riforma ai docenti. Il 18 marzo 2011 è stata uccisa dalla polizia un’insegnante, Ilse Velàsquez, scesa in piazza in difesa della scuola pubblica e colpita da un lacrimogeno. Inoltre la polizia ha invaso e attaccato con gas lacrimogeni anche gli edifici pubblici della Commissione Nazionale per lo Sviluppo dell’Educazione Alternativa Non Formale per catturare un gruppo di giovani manifestanti. Molti paesi sudamericani di Unasur (Unione della Nazioni Sudamericane, formata da Argentina, Brasile, Bolivia, Colombia, Cile, Equador, Guyana, Paraguay, Perù, Suriname, Uruguay eVenezuela.) e anche il vicino Nicaragua non hanno riconosciuto ufficialmente il regime post-golpista di Porfirio Lobo. In una realtà come quella dell’Honduras, in cui l’età media è intorno ai 20 anni, è un paradosso amaro e inaccettabile l’idea d’imporre un’età pensionabile più alta di quella dei paesi europei che hanno un’età media superiore ai 40 anni.

In spagnolo, nota completa:

TEGUCIGALPA / 2011-03-17 / Un pacifico plantón de miles de personas fue convertido este jueves en un infierno de gases lacrimógenos. Fue la respuesta del régimen del señor Porfirio Lobo a los maestros que sigue en pie de lucha en defensa de sus derechos que el régimen Lobista y el Congreso Nacional han revocado.

Miles de maestros, mujeres, hombres, jóvenes, estudiantes, obreros, campesinos y nosotros periodistas fuimos brutalmente agredidos por la policía preventiva y el Comando Cobra en la capital de Tegucigalpa. Pero también en las ciudades como Danli, Paraíso y Comayagua fueron agredidos por los uniformados. En Comayagua fueron detenidos y golpeados 22 manifestantes y uno de ellos fue victima por una bala de un arma de alto calibre, según Jaime Rodríguez, presidente del colegio magisterial COPEMH. En Tegucigalpa fueron detenidos, según Radio Globo, 27 personas.

– Habíamos acordado con Mario Chamorro (Comisionado y jefe de la Policía Metropolitana, Distrito Central) de clausurar nuestras acciones a las 12.30 del mediodía. Faltaban diez minutos cuando comenzaron a disparar las bombas, dice Gerardo Serrano, integrante de la dirección del Colegio de Profesores de Educación Media de Honduras, COPEMH.

BEBÉ AFECTADO POR LOS GASES

Y cuando estamos entrevistando al líder magisterial, los Cobras, apoyado por dos tanquetas, arremeten por segunda vez este día contra los maestros agrupados en el Instituto Nacional de Previsión del Magisterio (INPREMA). Los gases hacen imposible respirar. El inspector de Policía Preventiva, Daniel Molina, encabeza el literal bombardeo de gases de todos tipos. En los cartuchos de las granadas las instrucciones dicen claramente en impreso, que son altamente peligrosas y toxicas para el ser humano. Pero se ve que Molina “esta en su salsa” y su asistente le suministra granada tras granada a su mando que a su vez las dispara directamente hacia el interior de Inprema.

Una granada irrumpe el duro vidrio en el segundo piso del nuevo edificio de Inprema y se ve el humo de los gases que salen por el hoyo de unos diez centímetros.

Pocos minutos después vemos como salen mujeres y hombres y en los brazos de un maestro es llevado la bebé de tres meses, Anaí Cristela López Murillo y su hermana mayor, Nicy Lidebeth López Murillo. El vomito sale de la boca de la bebé.

Pero Molina, Chamorro y los otros mandos policiales no les importa, por que atacan este día una tercera vez a los maestros y el pueblo que apoya al magisterio en la defensa de la educación publica. Y cuando cae la noche informa una maestra en Radio Globo que las instalaciones de Inprema han sido militarizadas.

LOS GOLPISTAS SAQUEARON LOS FONDOS PENSIONALES

Según Jaime Rodríguez, Inprema fue saqueado después del golpe de estado el 28 de junio de 2009 por el primer régimen de facto de Roberto Micheletti de una suma de casi cinco mil millones de lempiras o en dólares aproximadamente 250 millones de dólares. Una persona clave en apoyo de ese régimen fue Vilma Morales, ex presidenta de la Corte Suprema de Justicia.

Es la misma persona que ahora va a encabezar una comisión que dizque va a investigar la situación interna de Inprema, instituto que se encarga de prestamos y las jubilaciones de los maestros hondureños. O, como dice Rodríguez y los maestros; “Los responsables de un crimen siempre regresan al lugar del crimen”. Y en el caso de Morales es para tapar el robo de Inprema, agregan. Y como fuera poco, la doña Morales ahora también es presidenta de la Comisión Nacional de Bancos y Seguros (CNBS)

¿JUBILARSE A LOS 70 AÑOS CUANDO ME MUERO A LOS 67,8?

Y los maestros y maestras jubilados están sumamente preocupados por su futuro. La señora Morales propone subir la edad de la jubilación para todos los empleados públicos a 70 años que ha sido recibido como una bofetada ya que la expectativa de vida al nacer es en la población total 69,37 años. Para hombres 67,81 años mientras las mujeres son de 71,01 años (1). Y esa es una edad promedio que para las clases populares es menos.

Más contradictorio se vuelva la propuesta de Morales de subir la pensión, si tomamos en cuenta que “solamente el 6.2% de la población pertenece a la tercera edad (mayor de 60 años). La edad promedio de la población hondureña es de 20.7 años. En el Reino Unido la edad promedio es de 40 años!”, escribe el columnista Ricardo Romero González en La Tribuna el 19 de febrero de 2011 (2)

Mientras Vilma Morales y sus “socios” de la clase social que pertenecen mueren a los 80-90 años por la cómoda y rica vida que viven, los albañiles, los trabajadores y empleados privados que son obligados a trabajar muchas veces doble turnos por el salario mínimo, mueren mucho antes a de los 70 años propuesta por “La Suprema Justicia de Honduras”.

“CAMBIAR EL BASTÓN POR UNA AMETRALLADORA”

Cuando ya podemos respirar otra vez después de haber sido objeto de una gaseada sin precedentes en Plaza Miraflores, pasan dos maestras jubiladas con los ojos llorosos y una de ella dice:

– ¡Cómo me hubiese gustado que éste, y levanta su bastón, hoy habría sido una ametralladora, los “chepos” (policias/Cobras) no habían sido tan prepotentes!

– Pero la lucha continúa, hoy más que nunca nos hemos dado cuanta que apenas ha comenzado contra este régimen de terror, resume.

¿Fue este rostro que quería mostrar la ministra de Derechos Humanos del régimen del señor Lobo que en este momento se encuentra en Ginebra y la Comisión de Derechos Humanos de la ONU? La misión es presidida por la secretaria de Justicia y Derechos Humanos, Ana Pineda, e integrada además por la fiscal de Derechos Humanos del Ministerio Público, Sandra Ponce, entre otros funcionarios.

Mientras los policías de Porfirio Lobo hoy intentaban de asfixiar una bebe, niñas, abuelas, maestras, hombres y mujeres jubiladas en Inprema, el señor Lobo se reunió con el ante EE.UU. servil secretario general de la ONU, Ban Ki-moon, para convencerles que en Honduras todo esta tranquilo y así dar la imagen que Honduras debe retomar su lugar en la OEA.

DANIEL ORTEGA AUSENTE EN REUNION CON LOBO

El gran ausente fue Daniel Ortega, presidente de Nicaragua que no asistió a la reunión con Ban Ki-moon, tampoco asistió el canciller nicaragüense, Samuel Santos. Nicaragua es el único país centroamericano que no ha restablecido relaciones diplomática con el régimen de Lobo que ha decidido de retirar sus embajadas de los países de ALBA y la gran mayoría de UNASUR, países suramericanos que consideran que el gobierno de Lobo es ilegitimo y la prolongación del golpe de estado.

Mañana seguimos presentando más videos/entrevistas.

VIDEOREPORTAJE (7 min.) Los presos políticos de Lobo en la posta policial en la Colonia Kennedy:   vimeo.com/​21183278

Libia: la vergogna senza fine di noi Occidente in guerra

Con un tempismo che non lascia àdito a dubbi, ecco in cosa si è tradotto lo “scatto d’orgoglio” che, secondo il nostro Presidente della Cosiddetta Repubblica, avrebbe manifestato l’Italia, nella giornata di marketing per i 150 anni dall’erezione di questo Stato Pietoso: si è tradotto nella cifra genica di questo stesso Paese, cioè la crudeltà, il trasformismo, la furbizia idiota e malvagia, l’entusiastica salita sul carro dei vincitori delle prossime ore. E’ come fosse “firmato Diaz” e invece è “firmato Giorgio Napolitano” questo intervento che lascia attoniti, a poche ore dalla rilettura del celebre quanto inutilissimo articolo costituzionale n°11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
Noi, gli assassini che hanno massacrato libici decenni prima di baciare loro anelli e osculi anali, agiamo da Iago perché siamo consapevoli che è il petrolio che conta, e che si prepara il nuovo ordine del Mediterraneo. A cui la Penisola, che ne sarebbe una portaerei in mezzo al, fa proprio questo: porta gli aerei.

Con inusitata fantasia, tutta di marca Ansa, i maggiori quotidiani italiani on line hanno titolato che è “Pioggia di bombe sulla Libia”. Speravo di non leggere mai più, dopo i timori e tremori della mia pubertà condizionata dalla incertezza militare e geopolitica, il nome Cruise, se non negli annali di Scientology. Eppure eccoli di nuovo qui,i missili statunitensi, un centinaio, sempre di marca nordamericana, sempre la stessa solfa paratexana dell’esportazione della democrazia, quando l’evidenza denuncia la consistenza morale degli attori in gioco.
Anzitutto il Premio Nobel Per La Pace Barack Obama, questo eletto dagli svedesi, questa versione angosciante del Sir Bis di Mowgli, questo assassino che avrebbe pure origini africane, questo paladino della speranza che fa un discorso da illuminato al Cairo davanti a Mubarak pochi mesi prima di scaricarlo in quella che solamente gli ingenui entusiasti potevano salutare come “primavera”. Telecomandati da americani e francesi, i vertici militari di Egitto e Tunisi si sono mossi secondo direttiva. E lo spontaneismo, al solito, è stato virato contro la sincera volontà di masse enormi di popolo. Era stato predetto, qui, su Carmilla, grazie all’occhio di lince del compianto Sbancor, che entro la decade si sarebbe passati a una risistemazione geopolitica del Nord Africa e del medio Oriente. Dai sultanati più a est, dove si stanno muovendo rivolte ambiguissime, potrebbe nascere lo Stato-AlQaeda, come annunciava esuberante di colori la cartina Usa citata dallo stesso Sbancor. Mai però si sarebbe immaginato che, ad avallare una simile perversione politica, sarebbe stato questo Presidente che in due anni e mezzo ha già pareggiato il conto con Bush in fatto di sceriffato internazionale. La Cina dovrà andarsi a cercare il petrolio altrove, per il momento: era ora di agire e l’Occidente morente l’ha fatto. E lo ha fatto con una miopia inverosimile, oltre che vergognosa per il sangue che sta spargendo in questi drammatici minuti. E’ miope inseguire il petrolio nel momento in cui si sta per lanciare, come sostituto dello Shuttle, una nuova navetta che va a idrogeno.
La Francia è il secondo attore di questo affaire lurido e stagnante come i depositi di oro nero e cariato che stanno sotto le distese di sabbia libiche. E’ incredibile che, anche grazie all’intervento del filosofo del nulla Bernard-Henri Lévy, si dia appoggio a una unica fazione di una guerra civile di un Paese straniero, lanciando i valori e i missili della Marsigliese. La verità vera e ovvissima è che la Francia, così come la Gran Bretagna e la Germania, ha semplicemente interrato la presenza in quelle che non sono affatto le sue ex colonie africane: sono ancora propriamente le sue colonie. E che bella occasione sfruttare gli Stati Uniti per ampliare l’estensione del proprio dominio! Andare a prendere la Libia, considerata, non si sa perché, “territorio di conquista italiano”, quando da lustri è il contrario di ciò che accadde sotto Mussolini. Quanto contano le quote libiche in Fiat? E in Unicredit? E nella campagna elettorale dell’Ulteriore Nano a capo di una nazione europea? Questa “vittoria diplomatica” è, a nostro modesto parere, una delle macchie più ingiustificabili dai tempi dell’Algeria, per l’Eliseo.
Il terzo attore che brilla per indecenza, come già accennato, siamo noi: gli italiani, questa specie all’avanguardia di Fine Impero, gli spaghettari che condiscono col plasma altrui la loro pasta e le loro pastette. Non vorrei altro scrivere, poiché dispongo di un formidabile dialogo a distanza tra i paladini di quello che, nel 1994, fu battezzato come “il nuovo”, grazie a Tangentopoli, cioè la finta rivoluzione con cui l’Italia iniziò a praticare il piano di rinascita di Gelli: e cioè Bossi e Di Pietro. Saranno sufficienti le dichiarazioni di questi due emeriti paladini della sincerità a risultare più efficaci di qualunque commento:
Ha dichiarato Umerto Bossi:

«Il mondo è pieno di famosi democratici, che sono abilissimi a fare i loro interessi, mentre noi siamo abilissimi a prenderla in quel posto: il maggior coraggio a volte è la cautela. Io penso che ci porteranno via il petrolio e il gas e con i bombardamenti che stanno facendo verranno qua milioni di immigrati, scappano tutti e vengono qua. La sinistra sará contenta di quel che succede in Nordafrica perchè per loro conta solo portar qui un sacco di immigrati e dargli il voto. È questo l’unico modo che hanno per vincere le elezioni».

Ha dichiarato Antonio Di Pietro:

«Bossi non ha fatto una dichiarazione ipocrita (“se bombardiamo la Libia ci porteranno via petrolio e gas e arriveranno immigrati a milioni”), ma nel merito fa un errore. Sul piano economico l’errore che fa Bossi è pensare che stando con Gheddafi un domani ci saranno ancora petrolio e gas. Ormai è partita la coalizione, bisogna giá pensare al dopo Gheddafi. Il “domani” e l’approvvigionamento delle materie prime dalla Libia sarà a disposizione di coloro che hanno aiutato la transizione, non di coloro che si sono messi contro. Fare parte della coalizione non crea problemi, semmai il contrario. Ma non deve essere questa – conclude – la ragione per la quale non andiamo in Libia, sarebbe ragione volgare».

 

Non si tratta qui assolutamente di difendere un furbone vestito come se stesse recitando ilNabucco al teatro di Forlimpopoli. Che Gheddafi sia un criminale è patente dallo scorso secolo. Craxi e Andreotti gli salvarono la vita telefonandogli nel deserto un quarto d’ora prima che gli aerei di Reagan bombardassero la sua tenda da harem. Ciò fu interpretato patriottisticamente, quando era una servile delazione di un atto di killeraggio spietato.
Tuttavia è incredibile che si adducano le ragioni che si sono addotte all’ONU per intervenire in Libia, con la risoluzione-lampo. L’impegno umanitario per garantire la salvezza dei civili andrebbe speso anzitutto in Darfur, e non con le armi.
La risoluzione dell’ONU è per ragione filologica ciò che attende questo vergognoso Occidente che muove guerra costantemente: il ri-scioglimento è la fine delle esistenze comode, dello stile di vita garantitoci a spese della vita altrui. La fine del crimine made in Usa & allies. Non ci si illuda che il crimine sia emendato dalla storia umana. Soltanto, non avrà più questo retrogusto da Stranamore.
Osserviamo con denunciante avvilimento uno dei penultimi sussulti di una civiltà al tramonto, che si crede Sansone e però prima fa morire tutti i filistei e poi continua a non crepare.
Ormai siamo tuttavie alle ultime. Che sia la rivoluzione dell’idrogeno, l’avvento di India e Brasile sul piano militare globale o una catastrofe ambientale poco importa. Ciò che accadrà farà sì che una situazione tragica qual è quella libica oggi si ripeta con altre modalità e altri attori.

Lo Spot per i 150 anni visto dal Messico

Visto dai messicani e un po’ anche da me, tengo a precisare. Nell’ultima settimana ho usato questo spot del Ministero della Difesa e della Federazione Italiana Gioco (o Giuoco) Calcio, la FIGC, come materiale didattico per le mie lezioni di linguacultura italiana all’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico. Gli studenti messicani hanno reagito in diversi modi e hanno aumentato progressivamente il loro livello di consapevolezza e di critica sull’immagine e la realtà del nostro paese. Il livello dei gruppi, composti da 8 persone ciascuno, è avanzato, cioè C1 e C2 del quadro europeo, e l’età media è intorno ai vent’anni nel C2 e ai 25 nel C1. Tutti sono laureati o studenti universitari e superiori. Come quasi sempre accade, in classe c’è  una quota di cantanti d’opera e appassionati d’arte, moda e disegno (industriale e non…), ci sono un po’ di avvocati e politologi, alcuni studenti dei licei (spesso privati) e anche dei piccoli imprenditori, degli aspiranti traduttori e dei professori universitari di varie facoltà, da filosofia a economia.

Nello specifico, dopo la proiezione del filmato con i miei due gruppi, in un primo momento ci son stati del leggeri sussulti d’apprezzamento, sorrisi compiaciuti e qualche frase generale di lode per uno spot che, secondo loro, è ben realizzato e costruito e risponde alle loro aspettative iniziali acritiche su “che cos’è l’Italia”. In un minuto e mezzo viene dato uno spaccato dell’immagine idilliaca che gli stranieri, in particolare in terra americana, hanno della penisola e dei suoi “bellissimi, apertissimi e artistici” abitanti. Sembra il trailer di un film gringo, cioè statunitense, di qualche anno fa intitolato Under the Tuscan sun (Sotto il sole della Toscana) con Raoul Bova e Diane Lane: un’insoddisfatta signora americana sperimenta il tradizionalismo familiare, i sapori ammiccanti della cucina e la passione languida tra Napoli e la Toscana grazie a un viaggio e a un’avventura con un tipico macho mediterraneo.

Però, una volta chiusa la pagina di YouTube e riaccese le luci, il pezzo tuttora in voga di Mameli (come lo definiva e cantava Rino Gaetano) smette di risuonare nell’aula e partono le domande, “quali realtà e stereotipi dell’Italia pensate di ritrovare nello spot?”, “avete mai viaggiato o vissuto dalle nostre parti?”. Normalmente la metà o un terzo degli studenti conosce concretamente l’Europa e in particolare l’Italia. In modi diversi quasi tutti sono in contatto con degli italiani all’estero, con la loro cultura d’origine e con quel che succede oltreoceano. Punzecchiati sulla questione degli stereotipi e le idealizzazioni, dopo una seconda proiezione del video, arrivano le critiche e le domande, spesso sarcastiche e retoriche, volte a chiarire e ricollocare mentalmente tutti gli elementi dello spot.

Ma i bambini da voi son tutti biondini? E’ ambientato in Svezia? Beh, dai, ma ci sono i castani nel video. Chiari, ma ci sono. Anche in Messico, infatti, le pubblicità in Tv e al cinema tendono a mostrare solo personaggi dalla pelle rigorosamente bianca e dalle fattezze caucasiche, mentre la maggioranza di mestizos (mulatti o meticci) e le altre etnie (popoli originari, afro-discendenti, cinesi) non sono mai rappresentate, se non con l’apparizione di accattivanti modelle “indigene” dai tratti finissimi, vestite con abiti tipici e sgargianti in vendita all’aeroporto per 40 dollari Usa. Perché la palla e le divise sembrano degli anni trenta? Ragazzi, veramente non lo so, l’ambientazione è quella, era un bel periodo o no? Abbiamo vinto due volte il mondiale…altro non ricordo…sarà per quello, non facciamo i tendenziosi.

I migranti e i nuovi italiani che fine hanno fatto? Non ci hai insegnato che il 10% della popolazione italiana (e/o residente) viene da altri paesi e che una classe di scuola primaria può avere anche la metà (o più) di alunni con i genitori nati in altri paesi? E’ tutto vero, credetemi, mi tocca ribadire. Solo che forse il ministero non li ha voluti includere nel motto “nata per unire”, non so. Forse non volevano far assomigliare la squadra dei pargoli di bianco vestiti alla tanto vituperata nazionale francese della finale mondiale 2006 che perse contro l’Italia ai rigori. In quel tempo disse il ministro leghista per la semplificazione (semplificazione degli insulti?), Roberto Calderoli, che fu la “vittoria della nostra identità, una squadra che ha schierato lombardi, campani, veneti o calabresi, ha vinto contro una squadra che ha perso, immolando per il risultato la propria identità, schierando negri, islamici, comunisti”.

Nessun bimbo di colore, nessun orientale, magrebino, slavo, sudamericano gioca a calcio nel paesino dei “puri”. Gli alunni lo notano subito, e noi? Passi che siam tutti belli, magri e sani, ma non siamo affatto monocromatici. Son sviste di daltonismo razziale che colpiscono i corsisti i quali chiedono anche come mai si deve sempre menzionare il calcio come fonte di nazionalismo legittimo. Premesso che il nazionalismo è una malattia di gioventù e lo abbiamo (forse) imparato a nostre spese nel corso del novecento, qui tutti capiscono che far leva sullo sport nazionale, la nuova religione laica, funziona, ma si chiedono comunque che cos’altro potremmo e dovremmo mostrare a noi stessi e al mondo. E l’arte? E il cinema, la letteratura, il pacifismo? Siete la culla del diritto, ma sembra un po’ che siete sul piede di guerra…(dicono) Non m’era parso proprio così come dite, ma pensandoci bene forse avete ragione…

Eccoli accontentati. Una giovane sosia di Sofia Loren si risveglia soddisfatta, nonostante sia stata svegliata da orde di urlatori e scampanate, e s’affaccia raggiante e stupenda alla finestra per fare il saluto al sole e ascoltare l’inno suonato dalla banda del paese, proprio lì, giù in piazza. La donna mediterranea, anche questa corrispondente allo stereotipo nostrano, non è certo una biondona, che magari potrebbe essere la madre di uno dei bambini giocatori, e quindi crea nei discenti messicani una percezione d’incoerenza, come fosse un piacevole ma inatteso elemento di disturbo. Italiani brava gente? A volte sì, a volte no. Come tutti i popoli. Fratelli d’Italia, fischiettato dal piccolo calciatore colpevole d’aver tirato il pallone sull’albero (ma non l’hanno menato?…che gioventù bruciata…), mette d’accordo tutti e richiama l’attenzione generale verso i valori veri e l’unità d’intenti d’un popolo orgoglioso e (c’aggiungo) fieramente provinciale. E’ provincia italiana quella che si respira e si vede nel filmato: una realtà, per l’appunto, cinematografica e paradisiaca, dove c’è sempre il sole, le campane non disturbano mai, tutti sembrano amici, le persone ridono sempre, suonano il clarinetto (niente mandolino) e chiacchierano pacificamente per strada prima di emozionarsi alla vista della Loren da giovane e dei mille garibaldini, dei gentiluomini di rosso addobbati e dal nord accorsi per salvare i giovani calciatori e, magari, le loro future mogli veline (ma non velate, attenzione a non nominare il burqa qua). Di solito se tiravamo il pallone nel giardino del vicino o su un albero, il vicino stesso o il portinaio lo recuperavano, bestemmiavano e ci minacciavano di bucarlo se il tragico evento si ripeteva, altro che libertadores a cavallo. Garibaldi e i suoi hanno cucito il paese come fanno i medici che ti mettono i punti, rapidi ed efficaci ma anche dolorosi. Fu anche un’azione di guerra e conquista, non una passeggiata di salute. Non vengo io a riscoprire il revisionismo nella storia e non approfondisco qui, ma a me è venuto in mente questo in contrapposizione con la visione idealista del clip. Non ho sognato di fare una scampagnata in collina coi padri fondatori della patria. Ma si sa, lo smog della capitale azteca fa male alle sinapsi. E poi, cosa vuoi che ne sappiano i messicani e gli italiani all’estero di queste dicerie pseudo-storiche. Solo aleggia il sospetto, anzi la certezza, che la storia nazionale italiana (ma anche quella messicana, manipolata da 70 anni di regime egemonico di un partito unico) stampata sui testi ufficiali si riveli come una favola basata su fatti reali e costruita in modo da farci venire la pelle d’oca quando sentiamo l’inno. O almeno ci prova. Grazie alla visione del filmato tutte queste sensazioni sono riaffiorate dal passato scolastico e accademico palesando la loro artificialità. L’epica dei trionfi e delle sofferenze di un popolo che, secondo la sua retorica nazionale, era il centro del mondo e della civiltà, ha scoperto l’Asia e l’America e ha creato tutto il creabile dell’arte e della tecnica nel passato fino a giungere oggi all’apice della cultura e l’economia mondiali è tornata veemente a ripresentarsi in tutta la sua campanilista superficialità. Stando all’estero, ma anche scontrandosi con il diverso o con “l’altro”, il concetto antropologico di etnocentrismo e il riemergere del nazionalismo cui c’hanno educati diventano fatti concreti con cui fare i conti nella vita d’ogni giorno.

Altre domandine degli alunni. Suonano le campane della chiesa proprio all’inizio, ma siete così cattolici? Più o meno di noi? Un po’, non so, all’occorrenza, io sono più agnostico però…scusate, ma bisognava metterci un po’ di chiesa se no qualcuno protesta. Ricordate che siamo l’incarnazione e i garanti delle radici giudeo-cristiane della prospera Europa dei cittadini e non siamo miscredenti. Dimenticatevi tutte quelle espressioni volgari e colorite, dette bestemmie, che parlano male della corte divina e che probabilmente avete sentito ripetere a profusione durante i vostri viaggi in Toscana e nel bergamasco, per fare un paio d’esempi. Secondo alcuni siamo anche la barriera naturale dell’Europa che si difende dalle “invasioni barbariche” delle genti del sud, dell’est e dell’ovest, africani, albanesi, rumeni e cinesi in testa. Pochi ricordano che prima i barbari eravamo noi italiani, quelli nati al di sotto del Po, quelli che venivano dal nostro sud e pure dal nostro est, per cui se eri meridionale a Milano non ti affittavano una casa. L’esempio è noto in Italia ma non in Messico e ai messicani. Forse è un po’ usurato ma vale la pena riscriverlo, anche qui, per non perdere la bussola e non trasformare i popoli del mondo nei nuovi e veri “schiavi di Roma”. Cosa che, tra l’altro, già avviene, basta chiedere a un “clandestino” o a un raccoglitore di pomodori in quel di Puglia e Calabria o a un muratore in quel della nuova Fiera di Milano. Schiavi contemporanei e invisibili vicini di casa. Il dito medio di Bossi sulla maglietta parla più di un post sul blog. In medio stat virtus, secondo lui.

E i caccia che alla fine volano nel cielo blu dipingendo i colori della bandiera messicana? Sono le frecce tricolori, è un onore per un pilota cimentarsi in volo con piroette e figure che disegnano il tricolore: fumi bianchi, rossi e verdi che compongono in aria la bandiera italiana che è quasi uguale alla vostra, almeno nei colori e nel loro ordine. In Messico avete anche lo stemma centrale con l’aquila e la pianta del fico d’india ma ci siamo quasi. Certo. I caccia servono a fare la guerra, magari in Iraq o in Afghanistan, e non a dipingere capolavori per aria ma non importa adesso, festeggiamo.

Ma siete così militaristi e patrioti in Italia? Mmm, non credo, lo spot vi depista o serve a imporre un idealismo sorto nella mente dei suoi creatori e fautori, l’ineffabile FIGC e l’incredibile Governo B. Chissà.

Come mai festeggiate proprio i 150 anni? Qui in Messico si celebrarono i 100 e 200 anni dell’indipendenza, proprio l’anno scorso. Avevamo bisogno di ricordarci qualcosa che giusto in questo momento mi sfugge e cento anni sarebbero stati troppi, meglio adesso quindi, 150. A metà del cammino, diamoci un taglio e vediamo che c’è. In fondo fare un bilancio non dovrebbe spaventare nessuno, non va così male, ma non so se abbia senso.

Ma il paesino del video esiste davvero? Esiste, esiste, fidatevi. Ho messo anche la foto, vedete. Il fiume è pulito, le rondini svolazzano e le epoche della storia vi convivono armoniosamente. Ancora per qualche anno sarà un borgo fiabesco con Sofia Loren, le anziane comari allegre, i mille a cavallo, le chiesette un po’ ovunque e le strade gremite di calciatori e suonatori. E’ la nostra pace millenaria. Però poi, purtroppo, ci costruiranno una bella centrale nucleare di terza generazione e forse le cose cambieranno anche se, garantiscono dai palazzi del potere, è tutta roba sicura, no problem.

www.carmillaonline.com

Il Messico profondo minacciato da una multinazionale canadese

WIRIKUTA è il luogo sacro verso cui si dirige il popolo Wixarika (huichol) quando va in pellegrinaggio per raccogliere il hikuri (peyote) e lasciare delle offerte. Si trova sull’altipiano situato tra lo Stato di San Luis Potosí e quello di Zacatecas. Questo territorio ha una superficie de 140.212 ettari (1.402,12 km2) e comprende parte dei municipi di Villa de Ramos, Charcas, Villa de Guadalupe, Matehuala, Villa de la Paz e Catorce. Per molti di noi, amanti del Messico, la zona di Real de Catorce significa ricordi, forse vacanze, esperienze, la ricerca turistica, per alcuni avventurosa, per altri deprecabile, del cactus allucinogeno peyote, (una ricerca illegale per i non appartenenti ai popoli ancestrali ma, fino a un certo punto, tollerata dalle autorità e dagli abitanti della regione), qualche romanzo di Pino Cacucci e anche il film Puerto Escondido. Oltre a questo folclore scenico, al turismo e ai racconti ci sono, però, popoli nativi che da secoli abitano in quelle zone e che conservano le loro tradizioni in buona parte fuori dalle nostre logiche economiche, sociali e culturali. Queste potrebbero venire seriamente compromesse dalle operazioni della multinazionale canadese First Majestic Silver come ci spiega il reportage in difesa del territorio Wixarika o Huichol che Clara Ferri ha sottotitolato in italiano permettendomi di proporlo in questa pagina.

Il territorio interessato dai probabili futuri scempi dell’attività mineraria comprende la pianura e la Sierra de Catorce, è un luogo di inestimabile ricchezza culturale, spirituale e naturale che si manifesta in modo particolare in ogni zona. Wirikuta fa parte della Rete Mondiale dei Siti Sacri Naturali (UNESCO 1988) e appare nella lista dei luoghi candidati ad essere dichiarati Patrimonio Culturale e Naturale dell’Umanità. È una Riserva Ecologica, Area Naturale protetta e soggetta alla conservazione ecologica: Riserva Naturale e Culturale di Wirikuta.

Attualmente Wirikuta e la Sierra de Catorce sono minacciate dall’attività mineraria tossica e devastante.

FRENTE EN DEFENSA DE WIRIKUTA TAMATSIMA WAHAA
www.frenteendefensadewirikuta.org

http://salvemoswirikuta.blogspot.com/

INTEGRANTE DEL FRONTE IN DIFESA DI WIRIKUTA
Patrimonio Culturale e Naturale di Real De Catorce e dell’Altopiano
di San Luis Potosí. Messico.

Qui sotto riporto il link a un documento in spagnolo con la lista dei luoghi sacri del popolo Wixarika. I principali sono 4 e nella loro visione del mondo (scusate l’estrema semplificazione) corrispondono ai 4 punti cardinali e rappresentano i luoghi in cui sono nati l’universo e gli dei. Il punto cardinale minacciato dalla compagnia canadese è l’est, il Wirikuta, cioè il “luogo in cui camminarono e si riunirono tutti gli dei e si fece la prima caccia al cervo, nelle cui impronte cominciò a crescere l’Hikuri (peyote)”

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