Cronistoria del conflitto israelo-palestinese (parte seconda)

Seconda parte della cronistoria del conflitto israelo-palestinese. Qui la prima e la terza parte.

Di Pérez Gallo

I conflitti arabo-israeliani

1948. La nascita di Israele

Ben gurion

David Ben-Gurion dichiara lo Stato di Israele, 14 maggio 1948

Durante la seconda guerra mondiale, a capo dell’Organizzazione sionista mondiale, il moderato Chaim Weizmann venne sostituito da David Ben-Gurion che, diffidente nei confronti degli inglesi e poco disposto al dialogo, fece proprie le istanze del revisionismo e la lotta armata come mezzo per raggiungere la creazione di uno Stato ebraico su tutta la Palestina. A guerra conclusa furono gli Stati Uniti a raccogliere le richieste del sionismo e a proporre l’insediamento in Palestina di 100 000 ebrei vittime della Shoa. I britannici contrari, furono oggetto di attentati terroristici organizzati da Irgun e Banda Stern. A quel punto, esasperati dal radicalizzarsi della situazione, rovesciarono il problema sul tavolo delle Nazioni Unite appena create, e annunciarono che si sarebbero ritirati dal paese nel maggio del 1948. Ancor prima che la Commissione internazionale incaricata di trovare una soluzione potesse esprimersi, il conflitto israelo-palestinese era già scoppiato. La Commissione votò a maggioranza la creazione di due stati, mentre la minoranza propose un unico Stato federale. Lo Stato arabo sarebbe sorto sul 42,8 per cento del territorio, con 800 000 arabi e 10 000 ebrei, e senza accesso al Mar Rosso e al Mar di Galilea, mentre lo Stato ebraico avrebbe occupato il 56,4 per cento del territorio, con 500 000 ebrei e 400 000 arabi. Gerusalemme e i luoghi santi sarebbero diventati territorio sotto giurisdizione Onu. La sproporzione era palese. Come era ovvio i palestinesi rifiutarono la risoluzione (ma sarebbero stati a favore della mozione di minoranza), mentre i sionisti, nonostante l’opposizione revisionista (la Banda Stern assassinò addirittura l’alto rappresentante dell’Onu Folke Bernadotte), accettarono. I primi a riconoscere Israele furono, clamorosamente, vista la loro successiva posizione filo-araba, i sovietici, e forse lo fecero per intorbidire le acque, in un periodo in cui già stava profilandosi una situazione di guerra fredda.

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Territori palestinesi sotto il controllo di Egitto e Giordania e Israele, 1949

Nel maggio 1948, alla guerra tra la comunità sionista e quella palestinese, si sostituì un conflitto tra il neonato Israele e gli Stati arabi, che invasero, con la scusa di proteggerli, i territori che sarebbero dovuti andare ai palestinesi. Ma questi stati, Egitto, Giordania, Siria e Libano, erano molto divisi tra loro, poco organizzati e male armati, sicché, dopo iniziali successi, furono surclassati dall’esercito israeliano. Nell’impossibilità di pervenire a una pace, le Nazioni Unite riunirono i contendenti a Rodi e fecero loro firmare accordi armistiziali: Israele rafforzò la sua posizione ottenendo l’80 per cento del territorio della Palestina, la Giordania annesse la Cisgiordania e Gerusalemme vecchia, l’Egitto ricevette Gaza, ma i suoi abitanti rimasero cittadini «senza Stato».

La Nakbah

Fu proprio il dramma dei profughi palestinesi l’eredità più significativa di una guerra che segnò uno spartiacque nella storia della Palestina, conflitto che i sionisti hanno chiamato guerra d’Indipendenza e che i palestinesi ricordano come Nakbah, «catastrofe». I profughi palestinesi furono 720 000: tra coloro che abitavano dentro i confini di Israele un quarto rimase e fu sottoposto a legge marziale fino al 1960; i restanti tre quarti furono costretti a esilio permanente. La propaganda israeliana ha addebitato il problema dei profughi alla responsabilità degli Stati arabi, che avrebbero incentivato i palestinesi a sgomberare davanti ai carri armati avanzanti.

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Tale ricostruzione è inattendibile, nonostante sia vero che gli Stati arabi abbiano sempre sfruttato ai propri fini la piaga dei profughi. In quella circostanza, però, gli arabi invitarono i palestinesi a restare dov’erano, e questi ultimi furono trasferiti altrove per ordine del governo israeliano di Ben-Gurion. Ma gli israeliani andarono oltre, con massacri di civili e atti di terrorismo volti a spingere la popolazione alla fuga: cinquecento villaggi palestinesi vennero così spazzati via. Gli abitanti finirono nei campi profughi, dove le condizioni di vita erano misere e che presto divennero focolai di nazionalismo. Israele ne rimpatriò solo una piccola minoranza, mentre si appropriò del 94 per cento delle loro proprietà immobiliari. Inoltre, dal momento che persisteva un movimento di guerriglia palestinese entro i suoi confini, per scongiurare tentativi di sostegno dall’estero, effettuò delle rappresaglie contro Giordania ed Egitto. Intanto, nei primi quattro anni di esistenza di Israele, affluirono dai paesi arabi 700 000 ebrei, che furono trattati come cittadini di serie B.

Al termine della guerra del ’48, gli Stati arabi limitrofi, che non riconobbero Israele, adottarono contro di esso un boicottaggio diplomatico ed economico. Ma gli israeliani, che avevano già realizzato una divisione del lavoro tra loro stessi e i loro benefattori europei e nordamericani, potevano disporre di un’«assicurazione economica». E nel 1953 ricevettero anche 700 milioni di dollari a titolo di riparazione dalla Repubblica federale tedesca.

Nasser e la falsa speranza del mondo arabo

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Gamal Abd el-Nasser (1918-1970)

Intanto, nei primi anni Cinquanta, in Medio Oriente prese il potere una nuova generazione di politici arabi, promotori di politiche antimperialiste, dirigiste e di non allineamento: il più importante fu Gamal Abd el-Nasser in Egitto. Tra il leader egiziano e Israele si verificarono a metà anni Cinquanta una serie di «incidenti» che provocarono lo scoppio di un’altra guerra. Innanzitutto, nel 1954 gli egiziani vennero a conoscenza di un piano israeliano per far saltare in aria alcune installazioni americane e britanniche al Cairo: lo scopo di tale progetto era mettere quei paesi contro l’Egitto, a cui sarebbero stati attribuiti gli attentati. Poco dopo, Israele attuò addirittura un’incursione a Gaza. Per tutelarsi, Nasser chiese armi alla Nato, che rifiutò. Il leader egiziano allora dichiarò il suo non allineamento, comprò le armi dalla Cecoslovacchia comunista, riconobbe la Repubblica Popolare Cinese e chiese un prestito alla Banca Mondiale per finanziare la diga di Assuan. Gli Usa posero il veto sul prestito e Nasser decise di nazionalizzare il canale di Suez, provocando la reazione di inglesi e francesi, che con l’aiuto di Israele nel 1956 tentarono un’invasione dell’Egitto.

Crisi di Suez. Attacco anglo-francese a Port Said, 5 novembre 1956.

Porto Said, 5 novembre 1956

L’azione fallì e causò riprovazione internazionale, tanto che gli stessi Stati Uniti dovettero sconfessare l’azione dei loro alleati promuovendo in sede Onu, e in accordo con l’unione Sovietica, quello che fu il primo intervento diretto dei caschi blu. Nasser aveva quindi conseguito un successo politico impressionante, dimostrando estrema scaltrezza e grande capacità di muoversi nello scacchiere internazionale in maniera autonoma rispetto ai due blocchi, e dando una prova tangibile di quella che sarebbe stata la linea di condotta perseguita dal gruppo di stati che l’anno precedente si era riunito nella conferenza di Bandung. La popolarità del leader egiziano, dunque, salì alle stelle, e il suo successo fu salutato con entusiasmo dai palestinesi, tanto che fu proprio per iniziativa di Nasser che nacque, nel 1964, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp).

 

La guerra dei sei giorni e la risoluzione 242

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Territori della Guerra dei Sei Giorni

Mentre aumentavano le tensioni tra Siria e Israele, il leader egiziano si avvicinò ai sovietici; quando questi nel 1967 lo informarono ingannevolmente che gli israeliani stavano ammassando truppe sul confine siriano, Nasser reagì inviando l’esercito nel Sinai, in stato di massima allerta, e chiudendo lo stretto di Tiran al naviglio israeliano. Israele dichiarò immediatamente guerra e in poche ore distrusse il 90 per cento dell’aeronautica egiziana, il 70 di quella giordana e quasi tutta quella siriana. La guerra finì in soli sei giorni, e Israele sottrasse Gaza e Sinai all’Egitto, le alture del Golan alla Siria e Cisgiordania e Gerusalemme est alla Giordania.

 

Quel conflitto segnò uno spartiacque nella questione arabo-israeliana: da allora in avanti la posta in gioco non fu più la legittimità dell’esistenza di Israele, ma la restituzione agli arabi dei territori loro sottratti dagli israeliani. Tale stato di cose fu riassunto dalla risoluzione Onu 242 del 22 novembre del ’67: «terra in cambio di pace». Tutti i contendenti accettarono formalmente tale risoluzione, anche se da un lato gli israeliani non vollero mai tradurla nella pratica, dall’altro gli arabi seguitarono a non riconoscere Israele e a voler trattare solo con l’intermediazione degli Usa. La risoluzione, inoltre, presentava una certa dose di ambiguità, in quanto le sue due versioni, in inglese e in francese, avevano una piccola ma importate differenza: nel fare riferimento al ritiro israeliano, la versione francese, usando l’espressione «retrait […] des territoires» sembrò implicare il ritiro integrale dai territori occupati, mentre quella inglese, utilizzando «withdrawal […] from territories», alla lettera sembrò invece non essere prescrittiva sui termini esatti del ritiro.
In ogni caso la risoluzione 242 venne rifiutata dai palestinesi, stretti tra due fuochi e vittime sacrificali degli accordi altrui: L’Olp la giudicò infatti negativamente, in quanto essa non affrontava la questione del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, e anzi non conteneva alcun accenno alla questione palestinese se non l’unico riferimento generico alla questione dei rifugiati.

Arafat e Nasser, 15 settembre 1970

Tale rifiuto fu il primo atto di smarcamento dell’Olp dalla leadership di Nasser, smarcamento che si concretizzò nel 1969 con l’elezione al suo vertice di Yasser Arafat.

Costui era il leader di al-Fatah, un piccolo gruppo guerrigliero che l’anno precedente aveva ottenuto una straordinaria vittoria nella città giordana di Karameh, dove aveva la sua base, contro una poderosa incursione israeliana. L’episodio assurse a mito della tradizione dei palestinesi, che per la prima volta si convinsero di non dover aspettarsi alcun aiuto da Stati arabi incapaci, e che invece avrebbero dovuto essi stessi farsi artefici del loro destino, seguendo l’esempio dei guerriglieri algerini che avevano appena ottenuto l’indipendenza.

«Terra in cambio di pace»

Stante le estreme difficoltà a giungere a una soluzione politica del conflitto, egiziani e siriani invocarono a più riprese l’intervento americano, ma questi non fecero alcuna pressione su Israele sul tema dei territori occupati, anzi fornirono l’alleato sionista di un armamento sufficiente a renderlo più forte di tutti i suoi nemici messi insieme. Fu infatti più per attirare l’attenzione sul tema dei territori occupati, piuttosto che per una messa in discussione dell’esito del 1948, che Egitto e Siria intrapresero la guerra dello Yom Kippur. Il conflitto deve il suo nome al giorno della festività ebraica in cui iniziò, il 6 ottobre 1973. Le fasi iniziali arrisero agli arabi, che riottennero il controllo sul canale di Suez, ma gli israeliani, in un primo momento colti di sorpresa, scatenarono una controffensiva che riportò la situazione al punto di partenza.

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guerra dello Yom Kippur

 

A livello globale la maggiore conseguenza della guerra fu la crisi petrolifera scatenata dai paesi arabi dell’Opec (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) contro l’Occidente alleato di Israele: il prezzo petrolio aumentò in poco tempo del 380 per cento (anche se la guerra non fu l’unica causa di tale aumento). Sul piano diplomatico, invece, il conflitto permise di riproporre con maggior forza la risoluzione 242, e questo portò al trattato di pace israelo-egiziano di Camp David del 1978-79. C’è da dire, però, che se la formula «terra per pace» in questo caso funzionò, ciò fu dovuto solo al fatto che a Camp David l’oggetto del contendere era il Sinai, una terra che, nonostante fosse importante dal punto di vista strategico (Suez e petrolio), nemmeno il sionismo più spinto l’avrebbe potuta rivendicare, in quanto non era mai appartenuta all’Israele «biblico». Diverso discorso, invece, per gli altri territori occupati.

Risultati immagini per Begin, Carter e Sadat a Camp David, 7 settembre 1978Gli israeliani, dunque, con l’opposizione dei revisionisti, decisero di cedere il Sinai all’Egitto di Sadat, guadagnandoci il primo trattato di pace con uno Stato arabo, un ulteriore aumento (visto come compensazione per la perdita territoriale) del finanziamento statunitense e una relativa messa in sicurezza degli altri territori occupati. Questi ultimi erano troppo importanti per essere ceduti, sia da un punto di vista ideologico, sia per ragioni di difesa, sia perché rappresentavano un’economia coloniale dipendente, ma soprattutto per la quantità di colonie, autorizzate o meno, che gli israeliani vi avevano impiantato fin dalla Guerra dei sei giorni.

Una nuova fase

Nel frattempo, come avvenne in tutto il mondo, con la «stagflazione» degli anni Settanta anche il laburismo israeliano crollò sotto i colpi delle dottrine neo-liberiste; queste furono portate avanti, però, da quegli stessi settori che anni prima avevano dato vita a forme organizzative di tipo terroristico e para-fascista, come l’Irgun e la Banda Stern, poi riunitisi nel blocco del Likud, il cui leader Menachem Begin vinse le elezioni del 1977. Ministro dell’Agricoltura fu Ariel Sharon, che favorì la politica degli insediamenti in accordo con il gruppo religioso Gush Emunim, responsabile dell’apartheid attuata nei confronti dei palestinesi di Hebron [1], anche con il tacito appoggio dell’alleato statunitense, che smise di ritenere illegale la politica delle colonie.Greater-Jerusalem-Bill-2.png

Sharon, poi, nel 1982, da ministro della Difesa, organizzò l’attacco unilaterale del Libano, paese in cui si era trasferita la dirigenza dell’Olp in seguito a divergenze con la Giordania. L’attacco, presentato con la necessità di ‘bonificare’ le zone di confine dalla guerriglia palestinese, si rivelò una vera e propria invasione, con tanto di assedio alla capitale Beirut.

Il Libano fu il Vietnam di Israele, che vi si ritirò solo nel 2000; Sharon, per parte sua, fu responsabile diretto della strage di un numero che la Croce Rossa Internazionale ha stimato in più di 3 000 profughi palestinesi inermi nei campi profughi Sabra e Chatila ad opera di una milizia cristiana di destra, a cui fornì appoggio logistico e militare.

Immagine correlata

Massacro di Sabra e Chatila

La politica estera israeliana del periodo non si limitò all’invasione del Libano: fu infatti nel 1981 che avvenne l’Operazione Babilonia, un attacco aereo in grande stile e del tutto a sorpresa attuato da caccia israeliani che portò alla distruzione del reattore nucleare iracheno di Osiraq, non ancora carico di combustibile, mentre la dittatura di Saddam Hussein era impegnata nella guerra contro l’Iran.

 

 

 

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