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Coronavirus e invisibilizzazione nell’Amazzonia peruviana

 08/05/2020  Etiquetas:

di Isabel María Álvarez da Alterativa.com

traduzione di Alice Fanti

Questo articolo descrive la situazione che le popolazioni indigene dell’Amazzonia peruviana stanno vivendo durante l’epidemia mondiale da Covid-19, tuttavia riteniamo che sia una fotografia rappresentativa delle condizioni di vita dei popoli indigeni di tutti i paesi dell’America Latina. Il processo di invisibilizzazione delle comunità ancestrali era in corso da ben prima della diffusione del Covid-19, la pandemia ha soltanto messo in luce con maggiore forza l’esclusione crescente di queste persone dai processi decisionali e dall’accesso ai diritti basici. Per questo riteniamo importante dare loro voce e visibilità. [NdR]

Nel paese “di tutte le stirpi”[1] sognato dall’etnologo e scrittore José María Arguedas, l’emergenza è scattata. Il contagio da Coronavirus sta aumentando in modo eccezionale in Perù e, come nel resto dei paesi della regione, a correre il rischio maggiore sono i gruppi più vulnerabili: le popolazioni indigene in generale, e, nello specifico, le centinaia di comunità che abitano l’Amazzonia, la regione con la maggiore biodiversità del paese e che produce il 20% dell’ossigeno mondiale. La prospettiva è cupa. Sembra che ancora non si sia colto il fatto che a rischio c’è il binomio esistenza fisica/dimensione culturale; ciò che la letteratura antropologica chiama “etnocidio” e che Pierre Clastres definisce “la morte dell’anima di un popolo”.

Dall’arrivo in America dei primi virus generati dall’invasione europea del continente, fino all’avvento dell’attuale pandemia mondiale da Covid-19, passando per altri virus sociali quali il colonialismo, il razzismo, la schiavitù e la discriminazione, solo per citarne alcuni, i popoli indigeni hanno dato prova di resilienza, spirito di sopravvivenza, resistenza e perseveranza, elementi che hanno garantito la loro continuità storica sino ad oggi.

Le popolazioni indigene non sono mai state la causa della diffusione delle malattie: vaiolo, peste bubbonica, tifo, lebbra, paludismo, febbre gialla, morbillo e influenza sono stati importati dall’Europa. Tuttavia, hanno dovuto subirne l’impatto brutale in condizioni di estrema fragilità e privi di qualsivoglia difesa.

Oggi, lo scenario drammatico e dinamico imposto dal Covid-19 mette in luce non solo la debolezza degli Stati in materia di capacità di risposta dei loro sistemi sanitari, ma anche l’assenza di politiche pubbliche con approccio interculturale destinate a questi popoli che, di fronte alla pressione della modernità, non hanno rinunciato alle loro identità culturali. È importante sottolineare che, attualmente, questi gruppi umani si confrontano con il violento sfruttamento delle risorse naturali nei loro territori, perpetrato dalle imprese multinazionali, soprattutto estrattive, che, con la strizzatina d’occhio dei poteri vigenti, infrangono le leggi a proprio beneficio e a discapito delle comunità e della biodiversità degli ecosistemi.

È per questo che, in questa fase del XXI secolo e nell’attuale contesto di incertezza, possiamo parlare di un virus che si aggiunge al Covid-19 e che sta minacciando i popoli indigeni: il virus dell’invisibilizzazione.

Di fronte alla pigrizia e all’abbandono, e al fine di evitare la crescita della pandemia, gli accademici della Facoltà di Antropologia dell’Università di San Marcos hanno pubblicato un comunicato congiunto diretto alle autorità governative, esortandole ad adottare misure urgenti compatibili con la realtà di queste popolazioni, il cui accesso ai servizi di base quali acqua potabile, telefonia e assistenza sanitaria è molto limitato o nullo. Non va dimenticato che il 60% delle comunità dell’Amazzonia peruviana non ha ambulatori e che quelli esistenti sono sguarniti e spesso sprovvisti di protocolli e di piani di emergenza.

L’isolamento dato dalla distanza, sia delle comunità amazzoniche che delle comunità alto andine, è notevole, eppure oggi non rappresenta una barriera. L’interazione con le città più vicine è cresciuta, dal momento che molte persone si spostano per vendere i propri prodotti agricoli e artigianali. Nel caso della selva, la sola via di spostamento è quella fluviale, che è tuttora fruibile: le imbarcazioni vanno e vengono incuranti dei divieti di spostamento decretati dal governo. Lungo il fiume circolano le persone e le informazioni transitano, ma, in questo momento, anche il virus.

Negli ultimi giorni, molti membri delle comunità che lavorano in città, avendo la certezza di essere entrati in contatto con abitanti infetti, evitano di tornare a casa per non diffondere il virus. Si pensi che Loreto, per esempio, porta dell’Amazzonia e regione più estesa del paese, con un totale di 1.207 comunità riconosciute, occupa il secondo posto, dopo Lima, per numero di contagiati in Perù, con epicentro la città di Iquitos che, in analogia con la sua omologa brasiliana Manaos, registra, secondo quanto riporta oggi il giornale La Repubblica, il numero più alto di contagi.

I docenti della San Marcos evidenziano alcuni punti utili per favorire un approccio interculturale alla questione delle comunità, tra cui:

– il rischio che comporta per le famiglie delle comunità doversi spostare in città nel caso in cui siano beneficiarie del bonus d’emergenza promesso per le popolazioni più povere (qualcosa che, secondo fonti consultate, sembra essere limitato alla popolazione urbana)

– l’importanza di rafforzare le pratiche agricole comunitarie per garantire la sostenibilità alimentare

– il riconoscimento educativo degli anziani come guardiani che trasmettono il patrimonio culturale, linguistico ed etico dei loro popoli. Riguardo a ciò, è utile menzionare a titolo di esempio che nella Provincia di Chubut (Argentina) i saggi anziani del popolo mapuche (kimche, in lingua mapuzungun) sono integrati nel sistema educativo alla stregua del resto degli insegnanti

– la partecipazione dei meccanismi di autodifesa comunitaria, quali le ronde

– la diffusione nelle lingue ancestrali dell’informazione relativa alla prevenzione. In questo senso, vale la pena menzionare che il materiale informativo sulla prevenzione del Covid-19 è stato elaborato in 21 lingue autoctone e nelle loro varietà dialettali, ma la mera traduzione è insufficiente e la sua efficacia in termini di diffusione è messa in crisi dalla carenza di stazioni radio. I dirigenti indigeni insistono sull’esistenza di una grave disinformazione.

Sulla stessa linea, l’Associazione Interetnica dell’Amazzonia Peruviana (AIDESEP) ha rilasciato una dichiarazione in cui ha denunciato i secoli di ingiustizia e l’abbandono da parte di uno Stato che, al di là delle leggi, dei progetti e delle promesse, volta loro le spalle.

Concretamente, il punto nodale è la co-partecipazione e il rispetto del principio di consultazione fortemente proclamato dalla Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) per garantire i Diritti dei Popoli Indigeni e Tribali. Soltanto un lavoro concertato e collettivo può evitare una catastrofe senza precedenti.

Attraverso i social network, le diverse organizzazioni stanno chiedendo l’appoggio internazionale per sensibilizzare sul tema dell’urgente protezione di queste comunità che fanno fronte all’emergenza sanitaria nella solitudine più assoluta.

Sappiamo che al termine della pandemia tutti avranno perso qualcosa. Speriamo che il Perù non perda la componente più preziosa del suo patrimonio: la ricchezza della sua diversità etnoculturale. I saperi di questi popoli saranno essenziali per la ricostruzione di un mondo che, certamente, non sarà più lo stesso.

Playa Unión – Provincia di Chubut – Patagonia Argentina, 11 aprile 2020

[1] Si fa riferimento all’opera del 1964 dell’autore peruviano José María Arguedas dal titolo originale “Todas las sangres”, tradotta in italiano da Umberto Bonetti e pubblicata in Italia da Einaudi nel 1974.

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