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RUIDO #5 – Eli Farinango: l’occhio della diaspora kichwa tra resistenza e sanazione

 09/09/2020  Di: ,

Da Healing Through Remembering, Abya Yala, 2018 (Eli Farinango)


Nel quinto numero di Ruido abbiamo incontrato Eli Farinango, una fotografa della diaspora kichwa, originaria dell’Ecuador e residente in Canada che ci ha parlato della sua fotografia tra resistenza, sanazione, autoritratto e natura.


Di Alessandra Cristina

-Ti definisci una fotografa kichwa che lavora su temi come la sanazione, la resistenza e la diaspora kichwa, che significa tutto questo per te? Perché è importante fotografare il tuo popolo?

Quando parlo di sanazione, mi piace pensare che la sanazione e la ritualità si vivono tutti i giorni e che si possono trovare in tutto. Quando ho cominciato con la fotografia l’ho usata per curarmi, per pensarmi, per capirmi e anche per conoscermi. Mi riferisco a questo quando parlo di sanazione perché grazie alla fotografia e specialmente grazie all’autoritratto, sono riuscita ad arrivare ad un livello di conoscenza personale in cui mi sento molto a mio agio con me stessa, mi sento comoda nella scomodità di chi sono, di chi sto diventando.

Anche la resistenza e la sanazione sono due temi che vanno insieme, perché per me è importante pensare che mentre resistiamo ci stiamo anche curando, immaginando nuovi modi di essere, perché storicamente è da più di 500 anni che stiamo resistendo, anche se credo che sia limitante pensare alla resistenza solo come un modo di vivere continuamente sotto pressione. Fotografare il mio popolo d’origine è importante perché è anche un modo per capire, per me la fotografia è sempre stata il mio modo per capire il mondo. Mi interessa molto fotografare soprattutto le cerimonie -quelle a cui ho avuto acceso, perché mi hanno permesso di esserci, questo è un altro argomento molto importante-, come ad esempio l’Inti Raymi che qui in Canada è stato un punto centrale per i giovani della diaspora, per i kichwa di qua. Quando sono tornata in Ecuador e ho vissuto l’Inti Raymi per la prima volta, per me è stato incredibile poter vedere, capire e conoscere e per questo ho deciso di fotografare quel momento. Non ho mai pensato alla fotografia solo per le pubblicazioni, l’ho sempre pensata per me. Vivendo all’estero la fotografia era anche l’unico modo per poter tornare a quel viaggio nella memoria. Per questo è importante fotografare il mio popolo: per la memoria, per capire e per l’autoconoscenza. 

Da Jatarishun, Abya Yala, 2019 (Eli Farinango)

-A cosa ti riferisci con ‘‘diaspora kichwa’’?

Essere parte della diaspora significa essere parte di un popolo che vive fuori dai propri territori d’origine. Io sento che storicamente i popoli e le nazionalità non sono riconosciute come parte della diaspora, perché ci mettono tutti insieme. A noi ci dicono che siamo latini, ma io non posso identificarmi come latina perché non vivo quell’esperienza, io sono una donna indigena, sono una kichwa ed è molto diverso. Io sento che solo negli ultimi dieci, venti anni ha iniziato a diffondersi il pensiero della diaspora kichwa, della diaspora indigena che si basa molto sui movimenti dei chicanos o di altri movimenti dalla quale ha preso ispirazione. Essere parte della diaspora significa vivere fuori dal tuo territorio. A volte le diaspore possono essere anche interne, come per esempio quando le persone che vengono dalle zone rurali vanno a vivere in città, quando il motivo è la mobilità forzata. 

Solo un anno fa sono entrata nell’esperienza della diaspora, solo dall’anno scorso ho trovato questa parola e mi ci sono identificata, perché prima avevo sentito la parola ‘‘diaspora’’ all’università ma non l’avevo fatta mia finché ne ho sentito parlare da alcuni amici che si sentivano parte della diaspora kichwa. Tutto questo mi ha dato un senso di identificazione perché quando cresci fuori dal tuo paese, non sei mai abbastanza per nessuno dei due lati: non sei abbastanza kichwa per i kichwas e non sei abbastanza canadese per i canadesi, è come un limbo. Personalmente potermi riconoscere come parte della diaspora kichwa mi ha dato un sentimento di appartenenza che non avevo mai sentito prima. Per me è molto importante fotografare soprattutto questi processi della diaspora perché quando parlano di noi nel nostro paese lo fanno in modo molto romanticizzato, perché non sanno com’è la nostra vita qua, pensano sempre al fatto che ci stiamo arricchendo, che tutto è molto più facile, ma non è così perché anche qui viviamo moltissimi problemi politici, viviamo crisi, i nostri corpi vivono altre esperienze e per me questo è molto importante.

Da Runa Kawsay, Abya Yala, 2020 (Eli Farinango)

-Vivi tra l’Ecuador e il Canada e in molti dei tuoi lavori mostri piante, terra e paesaggi, oltre le cerimonie come l’Inti Raymi. Quanto contano le radici e la natura per te e nel tuo lavoro? Perché ti richiamano l’attenzione certe cose?

La natura non è qualcosa di estraneo per me. Non voglio che suoni come un cliché, ma mi sento molto connessa con la natura, perché è un posto dove vado e mi connetto anche per potermi capire come essere umano. Stare lì immersa con la mia macchina fotografica è qualcosa di naturale per me e inoltre mi è sempre piaciuto osservare le piante. Sono una persona molto introversa e quindi, sin da bambina, mi sono sempre sentita molto a mio agio quando comunico con le piante, con gli alberi, quando guardo il cielo e le nuvole in cui mi sono sempre persa, per questo la mia fotografia è il riflesso di tutto ciò. 

Quando ho iniziato a fotografare in modo più cosciente e mi sono domandata sul perché voglio includere tutto questo, sul come lo voglio fare e sul suo significato. Ho iniziato a farlo con molta più intenzionalità perché il fatto che viviamo nelle città o lontani dai nostri territori, non significa che abbiamo tagliato quelle radici, sono sempre lì e si manifestano in modi diversi. Io rappresento la natura attraverso la fotografia, altri ragazzi e ragazze magari disegnano, ma ognuno lo fa a suo modo. Sin da bambina i miei genitori ci dicevano di credere che tutti noi non siamo altro che un riflesso della natura, è per questo affetto e rispetto che sento per la terra che voglio darle un posto d’onore nelle mie foto. 

Da Runa Kawsay, Abya Yala 2020 (Eli Farinango)

Da Jatarishun, Abya Yala, 2019 (Eli Farinango)

-In che modo ti avvicini ai protagonisti e alle protagoniste delle tue foto?

La maggior parte delle persone che fotografo sono parte della mia famiglia, quindi mi sono sempre stati vicini. Io cerco di non usare la parola ‘‘soggetto’’ perché sento che è una parola che contiene un poco di violenza, perché personalmente mi sento sul loro stesso livello, sono persone sedute di fronte a me e cerco di mettermi nei loro panni, perché quando arrivi con una macchina fotografica cambia già da sola tutta la struttura di potere. Sento che molti fotografi a volte non si rendono conto di tutto ciò e arrivano con una mancanza di delicatezza, prendendo quel che possono. A me non piace questo metodo estrattivista, quindi quando mi avvicino a qualcuno che non conosco per fare delle foto, sto sempre con la macchina fotografica ben visibile, non la nascondo mai per fargli sapere che è con me e solo dopo aver conversato se gli interessa gli scatto delle foto e se non vogliono lo rispetto.

Anche con la mia famiglia cerco di avere molto rispetto. Quando ero più piccola non me ne rendevo conto ma poi ho capito che anche se sono parte della mia famiglia, si meritano lo stesso rispetto e per questo chiedo sempre che ne pensano della fotografia che gli ho scattato, se a me piace ma a loro no, non pubblico quella foto. Questa è una cosa che rispetto molto e adesso che mi sto addentrando in progetti che hanno un poco più di visibilità, è molto importante per me che le persone con le quali lavoro abbiano una voce propria e possano prendere delle decisioni riguardo il tipo di fotografia che li rappresenta, perché il fatto di essere parte di un popolo al quale storicamente hanno negato quella voce e quel potere sulla propria narrativa e immagine, lascia un vuoto bruttissimo. Parte della mia lotta attraverso l’immagine quindi è rivendicare tutto questo e restituire quel potere sull’immagine, ridargli quel potere sulle loro narrative e soprattutto rendere quelle narrative e quelle immagini potenti, perché nelle foto che arrivano al grande pubblico vediamo che gli indigeni sono sempre rappresentati in chiave folclorica o in condizioni povertà o attraverso degli stereotipi. Io voglio che le persone che si siedono con me di fronte ad una macchina fotografica escano da quello spazio e che con le mie foto sentano di avere potere. Se hanno avuto una brutta giornata, mi piacerebbe che guardando una loro foto possano pensare: ‘‘Sì, questo sono io, questo è il mio potere’’. Questo è molto importante per me.

Inoltre, per me è importante anche rompere dentro la mia comunità con quel punto di vista bianco occidentale e machista, perché anche se ci sono fotografi indigeni che magari sono parte della comunità, a volte replicano quegli standard di bellezza e quelle narrative imposte che non ci rappresentano come gli esseri multidimensionali che siamo. Per questo faccio molti ritratti e gioco molto con questa cosa dell’autoritratto perché io non sono una donna kichwa che è sempre forte, sempre piena di potere, io sono una donna come tutti gli altri tipi di donne che cade, che si rialza e che a volte non vuole rialzarsi, dentro di me coesistono tutti questi cicli. Per questo motivo la fotografia è importante per me, per mostrare questa umanità, questo è ciò che ci rende realmente dinamici perché noi essere umani non siamo statici. 

Da Runa Kawsay, Abya Yala, 2020 (Eli Farinango)

-Senti che saper utilizzare degli strumenti per la comunicazione come la macchina fotografica sia anche una responsabilità al giorno d’oggi?

Io credo di si, quando hai una macchina fotografica o quando ti esprimi attraverso qualsiasi forma d’arte, sento che già solo così stai modificando il mondo, la tua arte riflette quel che pensi, quel che sei, quel che hai imparato e quel che stai disimparando. Essendo fotografa ho molte responsabilità, mi faccio sempre molte domande riguardo ció che sto riproducendo nell’immagine, perché è molto facile riprodurre con la quantità di immagini che ci sono su Instagram e che si vedono continuamente. Io mi assumo questa responsabilità molto seriamente quando sto scattando le foto, non voglio riprodurre standard di bellezza, non voglio far sentire le persone a disagio con il proprio corpo, voglio sempre che la fotografia che scatto potenzi le persone ritratte e che cambi quelle narrative.

Come donna, fotografa, kichwa e essendo parte di una diaspora ho varie responsabilità, oltre quella di poter vincolare diverse culture e diversi tipi di pubblico attraverso il mio lavoro, per questo non posso prendere alla leggera qualcosa che può essere interpretato male. Metto sempre tutto questo in discussione, anche se, riflettendo su questo auto domandarsi, riconosco che il mio corpo non vive solo di tutto questo sapere, ma che vive anche del danno strutturale del sistema come corpo di donna indigena della diaspora e migrante e devo proteggere tutto questo. È un carico di responsabilità abbastanza grande e allo stesso tempo è un privilegio enorme poter raccontare queste storie, poter fare autocritica, poter parlare delle strutture del potere. Poter ricavare qualcosa da queste domande che mi faccio è un privilegio enorme a cui guardo con moltissima delicatezza e affetto, oltre a molta responsabilità.

Da Runa Kawsay, Abya Yala, 2020 (Eli Farinango)

-Pensi che quell’ immagine folclorica dell’America Latina diffusa dal mainstream, in parte sia dovuta al fatto che non ci siano abbastanza realizzatori indigeni? Perché si ha questa percezione?

Sento che i fotografi, le fotografe e più in generale i comunicatori indigeni esistono e stanno parlando di cose importanti, ma sento anche che le piattaforme a cui possono accedere sono molto diverse rispetto a quelle a cui accedono i colleghi e le colleghe occidentali. Recentemente c’è stato un caso di una fotografa iraniana che per molto tempo aveva lavorato nella sua comunità e nel suo territorio dove aveva fotografato alcuni danni ambientali. Aveva pubblicato i suoi lavori in modo indipendente e un fotografo britannico molto conosciuto e appoggiato da piattaforme molto grandi, è andato nel suo territorio e ha scattato foto per foto in modo quasi identico, in posti in cui nemmeno la gente che viveva lì vicino sapeva che esistessero. Lui aveva studiato il suo lavoro ed era andato lì a proposito. Sento che questo succede abbastanza spesso: i fotografi indigeni esistono così come esistono i comunicatori indigeni, ma le strutture non sono ancora cambiate per poter affermare che il lavoro di una persona indigena possa assumere la stessa potenza o validità di una persona occidentale, di una persona bianca. Il problema fondamentale riguarda i diversi punti d’accesso perché non sono ancora equi. Esistono e alcune persone stanno facendo dei lavori molto importanti per poter riscattare quelle voci, affinché ci sia un maggior accesso, anche se credo che manca ancora molto. Come fotografa sto sempre cercando di aiutare altre persone ad accedere a delle opportunità, noi ci muoviamo sempre attraverso i collettivi e in comunità. Attualmente sto lavorando con diversi ragazzi e ragazze che vivono qua, anche loro kichwa della diaspora e ci aiutiamo tra di noi per trovare questi spazi, per poter crescere noi e per poter aiutare altre persone. 

Da Jatarishun, Abya Yala, 2019 (Eli Farinango)

-Puoi parlarci del tuo ultimo progetto?

Attualmente sto lavorando ad un progetto a lungo termine, è il mio primo progetto, si chiama Ruma Kawsay e riguarda la documentazione dell’esperienza della mia famiglia e di altre esperienze di famiglie kichwa che vivono la diaspora. Tardo molto a portare a termine questi progetti, nel pensarli e ripensarci su. Non si tratta mai solo di una foto, perché prendo sempre molto seriamente le storie che sto raccontando, quel che sto dicendo e come lo sto facendo. È  un progetto che inizialmente avevo pensato solo come fotografico, ma alla fine è diventato un progetto comunitario che ci ha fatto acquisire molte conoscenze nuove. Personalmente mi ha trasformato molto per quanto riguarda il capirmi e cosa significa lavorare in comunità. Mi sento davvero molto guidata dalle mie antenate che mi fanno capire cosa significhi lavorare in comunità e essere kichwa, me lo stanno insegnando attraverso il mio corpo. Questo progetto pian piano ha incluso molti altri ragazzi e ragazze che vivono la diaspora e con i quali stiamo organizzando varie iniziative per capire chi siamo e per sentirci forti come collettivo. Personalmente come fotografa adesso sto documentando tutto questo processo e sto scrivendo la mia narrativa, sto creando questa storia, questo archivio visuale.

 I fratelli e le sorelle nativi di qua, del territorio canadese, parlano molto del fatto che bisogna pensare alle 7 generazioni che vengono dopo ognuno di noi e questo mi ha colpita molto perché penso alle 7 generazioni dopo di me che forse non potranno o non vorranno tornare nei nostri territori d’origine. Penso anche a come sarà quella trasmissione culturale alla quale io posso accedere personalmente perché i miei genitori sono ancora vivi, ma penso ai miei nipoti e non so come sarà la loro vita, quindi per me è molto importante scrivere quelle storie e non soltanto dal mio punto di vista, ma da dalla prospettiva di tutti coloro che stiamo creando questa comunità. Sto lavorando su questo, è un progetto molto lungo ma ho già iniziato, quel che importa è iniziare e mi sta andando abbastanza bene.

Da Runa Kawsay, Abya Yala, 2020 (Eli Farinango)

Da Runa Kawsay, Abya Yala, 2020 (Eli Farinango)

Da Jatarishun, Abya Yala, 2019 (Eli Farinango)

Da Healing Through Remembering, Abya Yala, 2018 (Eli Farinango)

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